Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL CAPOLISTA DEL FRONT NATIONAL A PARIGI: “MUSULMANI RISPETTINO LA LAICITA’, MA CERTE DICHIARAZIONI DA NOI SONO IMPOSSIBILI”
“Chi confonde i terroristi con la maggior parte dei musulmani è uno stronzo. E mai il Front National avrebbe potuto usare l’espressione ‘bastardi islamici’: abbiamo una responsabilità politica”.
Wallerand de Saint-Juste è il capolista del Fn per le prossime elezioni per la regione parigina.
Avvocato di Jean-Marie Le Pen, tesoriere del partito e cattolico tradizionalista (che però ha deciso di non schierarsi contro i matrimoni gay), è lui che Marine Le Pen manda avanti per commentare gli attentati del 13 novembre scorso.
A due giorni dalla fine del lutto nazionale riprende la campagna elettorale e il partito che vola nei sondaggi difende la sua nuova veste istituzionalizzata.
No agli attacchi diretti e fuori dalle righe, sì al pugno duro contro “il lassismo dello Stato”. De Saint-Just chiede di commissariare la banlieue di Saint-Denis, dove è stato trovato il covo della presunta mente delle stragi, ma si dissocia da chi accusa tutti i musulmani. “Sono cittadini francesi come gli altri che devono rispettare le regole di laicità . Ma chi li confonde con i terroristi è uno stronzo”.
E sulle dichiarazioni di alcuni politici e giornalisti in Italia (da Matteo Salvini al deputato Gianluca Pini fino al titolo di Libero: “Bastardi islamici”) dice: “Abbiamo una responsabilità e non possiamo pronunciare quelle parole, nemmeno di fronte a degli assassini”.
C’è chi accusa il Front National di aver alimentato il clima di odio che favorisce il radicalismo islamico.
E’ scandaloso, non è mai successo. Se il nostro partito non esistesse, la situazione sarebbe molto più critica. E’ chiaro che una delle cause principali di questo dramma sono le politiche che porta avanti la Francia da 40 anni. La gestione dei quartieri è fallimentare e il radicalismo islamico è come un pesce nell’acqua.
Secondo voi lo Stato sapeva ma non è intervenuto?
Gli attentati di venerdì 13 novembre sono il risultato del lassismo del governo e di politiche complici. Da anni sappiamo che ci sarebbe stato un attacco simile. Questa è l’incompetenza francese: dalla strage di Charlie Hebdo di gennaio l’esecutivo era stato avvertito. E che cosa è stato fatto? Sono stati creati un numero di telefono e un sito internet. Niente di più.
Voi invece cosa proponete?
Intanto il commissariamento della banlieue di Saint-Denis. Poi a livello nazionale abbiamo quattro proposte: smettere di armare l’Isis in Siria, espellere tutti gli islamisti radicali che hanno una “fiche S” (potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato ndr), chiudere le frontiere e riarmare le forze di sicurezza. La giustizia vuole fare il suo lavoro, ma non ha mezzi.
Rappresentanti della comunità musulmana dicono che chiedere di togliere il velo o chiudere le moschee aumenta la tensione.
Quelle persone non sono rappresentative: sono dei radicali. Noi sappiamo che la maggior parte dei membri della comunità non è così. Il burqa è uno dei simboli dello Stato islamico. E i musulmani in Francia sono d’accordo che l’islamismo radicale deve essere combattuto nelle sue espressioni terroriste, comunitariste e di oppressione. Ovvero quelle che si trovano nella maggior parte delle banlieue.
Il fondatore del partito musulmano in Francia dice che laicità significa poter essere liberi di praticare il proprio culto.
Anche lui è un radicale. In tutti Paesi il potere politico ha controllo sulle pratiche religiose. Se un prete si mette a fare quello che vuole, viene sanzionato e la chiesa chiusa. Vogliono convincermi che non possiamo farlo con l’Islam? Chi dice così ha una responsabilità diretta nelle morti di venerdì 13 novembre.
I musulmani francesi si lamentano di un clima di diffidenza e discriminazione, voi cosa rispondete?
I musulmani francesi non dicono questo. Sono domande provocatorie.
Conoscete la Lega Nord?
Poco. Siamo due partiti diversi e ognuno fa la sua campagna nel suo Paese. Noi diciamo ai musulmani: voi siete francesi come gli altri e dovete rispettare le regole della laicità , e se farete così tutto andrà meglio. Ma non dobbiamo fare alcuna confusione tra l’Islam radicale dei terroristi e la maggioranza dei musulmani. Quelli che dicono il contrario sono degli stronzi.
Il leader della Lega Nord ha detto che i pacifisti sono complici dei terroristi. Un deputato ha aggiunto: “Chi mi parla dell’Islam moderato lo prendo a calci in culo” e il giornale “Libero” il giorno dopo gli attacchi ha titolato: “Bastardi islamici”.
Dichiarazioni simili in Francia? Non sarebbero possibili. Noi politici abbiamo una responsabilità e non possiamo esprimerci così. Nemmeno di fronte agli assassini. Mai. Non vale la pena. E’ chiaro che i giovani in Francia sono pieni di rabbia e gli animi sono molto tesi. Ma la funzione dei partiti è quella di canalizzare questo tipo di sentimento. Noi permettiamo alle persone di esprimersi democraticamente.
Lei è candidato alle prossime Regionali, se viene eletto cosa intende fare per prima cosa?
Bisogna riprendere in mano la gestione dei quartieri: bisogna ripartire da zero. Servono almeno 20 anni.
Nella pratica?
Ora devo proprio andare.
Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL FRONTE CALDO DEL TERRORISMO STA IN PADANIA: UN CAMERIERE SUI NAVIGLI, UN IMBIANCHINO DI LONGARONE E ANCHE UNA RAGAZZA
Da Milano a Padova. Da Inzago ad Arzegrande. 
Comune dopo Comune, il fronte del jihad in Italia sta a nord del Po, in terra padana con casacca leghista.
In quei paesi dove i cittadini “perbene” si armano, sparano e (a volte) uccidono i ladri venuti dall’est.
Applaude il nuovo Carroccio di Matteo Salvini. Partito distratto che per raggranellare voti cavalca l’emozione e dimentica la realtà con decine di persone che cedono al proselitismo di Daesh (acronimo arabo dell’Islamic State).
Italiani o stranieri (da anni residenti nel nostro paese) che a un certo punto decidono di partire per combattere in Siria. Ragazzi e ragazze, giovanissimi, agganciati in Internet, impigliati nella rete social di Daesh che gli investigatori definiscono “carta moschicida”.
Eccola allora, l’ultima fotografia del nuovo Lombardo-Venistan per come emerge dagli atti d’indagine degli esperti dell’antiterrorismo e dell’intelligence.
Milano, in quindici partiti per la Siria
Milano, zona Navigli con il trucco rifatto per Expo. Il giovane maghrebino serve ai tavolini di uno storico locale dell’Alzaia. Ne ha girati tanti. Suo fratello, invece, spaccia droga nel vicino suk di via Gola. Mazzette da dieci euro in tasca.
Buona parte le invia in Siria per sostenere il Califfato. Il fratello, invece, fa di più. A un certo punto decide di partire per la Siria. Lascia Milano e la sua precarietà . Diventa un combattente. Morirà circa un anno fa nei pressi di Raqqa.
“Non è l’unico — ragiona una fonte qualificata dell’intelligence — a Milano negli ultimi due anni abbiamo notizia di almeno 15 persone che hanno deciso di andare in Siria a combattere”.
Uno di loro, mesi fa, ha lasciato il suo appartamento popolare di via Mar Jonio in zona San Siro per diventare un foreign fighter.
Quartiere per quartiere, dunque, con una particolare attenzione per le aree toccate dalla linea 2 della Metropolitana milanese. Una tratta che per gli esperti dell’antiterrorismo ha “priorità 1”.
“Questo perchè — si ragiona — sia in partenza che in arrivo ha stazioni all’aperto e poi perchè tocca zone ad alta densità islamica”.
E del resto il capoluogo lombardo è l’unico in Italia ad aver assistito all’azione di un lupo solitario. Era il 2009 quando Mohamed Game, ingegnere libico, tentò di farsi esplodere all’interno della caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti.
Nelle ultime settimane, poi, secondo fonti dell’antiterrorismo, altri due combattenti lombardi sono partiti. Attualmente in tutta la regione c’è un monitoraggio particolare su cinque persone.
“Significa che abbiamo intercettazioni sia telefoniche che telematiche”, spiega una qualificata fonte investigativa. Per tutti attualmente non vi è iscrizione di reato.
Il monitoraggio però ha già fotografato alcuni indizi: una vita riservata tutta famigliare e grande attività sul web. “In particolare — ci viene spiegato — guardano prediche jihadiste e video di combattimenti”.
Si osserva e si ascolta in attesa di capire “se le persone vogliono partire o attivarsi qui in Lombardia”. Partire come ha fatto Maria Giulia Fatima Sergio, la ragazza di origini campane cresciuta a Inzago in provincia di Milano.
Fatima è in Siria da tempo e con lei avrebbe voluto anche i genitori, bloccati poco prima della partenza dall’indagine del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli.
È il giugno scorso e dagli atti d’inchiesta, che corre veloce verso il processo, emerge la figura del “coordinatore di volontari” pronti a partire per l’Islamic State. In mano gli investigatori hanno un numero di telefono e un nome presunto.
Ma soprattutto decine di tabulati da ogni parte d’Europa, Italia compresa, di persone che vogliono partire e attendono istruzioni.
La rete moschicida del Califfo nel nord-Est
Ben a nord del Po, il Veneto, più della Lombardia, rappresenta la terra di Leghistan. Oggi sono in corso 15 indagini per terrorismo.
Secondo un report della polizia francese Venezia rappresenta una via d’ingresso in terra transalpina. I terroristi potrebbero salire sul Thello, il treno che ogni giorno parte dalla Laguna per la Gare de Lyon. Proselitismo. Anche nelle scuole.
Nel luglio scorso il sistema informatico del liceo scientifico Nievo di Padova è stato hackerato.Sulla home page del sito è comparsa la scritta “Maroccan Islamic Union-Mail”.
Fino all’estate scorsa, invece, Meriem Rehaily 19enne di origini marocchine, frequentava l’istituto De Nicola di Piove di Sacco, poi è sparita nel nulla.
Ai genitori ha detto: “Vado al mare con le amiche”. Secondo le indagini dell’antiterrorismo è partita dall’aeroporto di Bologna per arruolarsi nell’Is. Partita anche la tunisina di 18 anni, residente a Treviso, Sonia Khediri.
Stessa strada seguita dall’imbianchino bosniaco Ismar Mesinovic che viveva a Longarone. Mesinovic è partito alla fine del 2013 ed è morto ad Aleppo.
Prima di arruolarsi aveva ascoltato le prediche jihadiste dell’imam Hussein Bosnic. Nel nord-Italia il Daesh segue un fronte preciso: nuovi combattenti e lupi solitari come il tunisino Lasaad Briki che progettava di colpire l’aeroporto militare di Ghedi e su Twitter scriveva: “Siamo nelle vostre strade, i nostri coltelli sono pronti alla macellazione”.
Davide Milosa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
IRAQ, NIGERIA E AFGHANISTAN I PAESI PIU’ COLPITI…SOLO IL 2,62% DELLE VITTIME IN OCCIDENTE
Oltre 13mila attentati, 32mila morti e 67 Paesi colpiti. 
E’ la lunga scia di sangue del terrorismo globale, che ha raggiunto livelli record dalla caduta delle Torri Gemelle.
Nonostante gli investimenti senza precedenti (53 miliardi in tutto il mondo), gli attacchi sono aumentati dell’80%. Lo certifica il Global terrorism index.
Il 78% delle vittime si concentra in 5 Paesi: Iraq, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e Siria. L’attentato più sanguinoso è avvenuto a Badush, in Iraq, nel giugno del 2014: 670 persone uccise.
Malgrado l’impatto mediatico, il numero di morti in Occidente è solo il 2,6% del totale.
Il 70% di questi attacchi è portato a termine da “lupi solitari”.
Boko Haram è l’organizzazione terroristica più spietata. Nel macabro conteggio globale ha causato 6.644 morti, superando anche l’Isis (6.073 morti).
Poi i talebani (3.477 vittime). A seguire i pastori Fulani (1.229 vittime tra Nigeria e Repubblica Centrafricana) e Al-Shabaab (1.021 morti in Gibuti, Etiopia, Kenya e Somalia).
L’“inferno” è in Medio Oriente: Iraq, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e Siria sono gli stati più pericolosi. Seguono poi Somalia e Ucraina.
Nella classifica dei Paesi a “impatto terrorismo zero” c’è tanta America Latina: Costa Rica, Cuba, El Salvador, Guyana, Panama e Uruguay.
Fra i Paesi più sicuri in assoluto, fra gli altri, ci sono anche Giappone, Sud Corea, Vietnam, Lituania, Lettonia, Polonia e Finlandia.
Filippo Femia e Ugo Leo
(da “La Stampa“)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
L’ESTRAZIONE E LA VENDITA DELL’ORO NERO FINANZIA IL CALIFFATO: 40.000 BARILI AL GIORNO FRUTTANO 500 MILIONI L’ANNO
Il greggio, ma anche il traffico di reperti archeologi e di schiave e i riscatti degli ostaggi: sono le fonti di ricchezza e consenso.
Per questo Obama e Putin cercano di mettere in crisi un ingranaggio cruciale del sistema di potere nelle zone di Siria e Iraq controllate da Daesh
Se è guerra, lo Stato Islamico va colpito dove fa più male. Cioè nella cassa. Dunque, bombe sulla benzina dei jihadisti.
Da domenica, il comando strategico Usa ha alzato il livello della campagna aerea contro il Califfato, allargando i bombardamenti dalle infrastrutture petrolifere alle autobotti che lo distribuiscono, colpite oggi dai caccia russi.
Una scommessa politicamente e psicologicamente azzardata, che ha l’obiettivo di svuotare il più potente canale di finanziamento del regime di Al Baghdadi, ma che può avere conseguenze non immediatamente prevedibili sulla popolazione delle aree occupate.
Il bollettino ufficiale parla di 116 camion distrutti, una cifra cospicua, anche se non decisiva per quello che è il pilastro del sistema petrolifero del Califfato.
Più importante, probabilmente, per sconvolgere il business dei jihadisti, è l’aspetto psicologico: l’annuncio che l’impunità è finita e qualsiasi camion fermo ai giacimenti o diretto alle raffinerie può essere attaccato.
Il petrolio è stato, fin dall’inizio, l’elemento fondamentale per far funzionare il Califfato, dando ad Al Baghdadi e ai suoi uomini una fonte indipendente di finanziamento della loro amministrazione.
Non è l’unica fonte di soldi. Il tesoro principale dei jihadisti è quello che hanno trovato nelle banche di Mosul e degli altri territori occupati.
L’intelligence americana valuta i fondi nelle casseforti delle banche fra 500 milioni e un miliardo di dollari.
Poi ci sono gli introiti del traffico di schiave, di reperti archeologici e di ostaggi.
Più i finanziamenti diretti in arrivo dai paesi del Golfo, valutati circa 40 milioni di dollari. Ma solo il petrolio assicura un flusso costante e sempre nuovo di soldi.
Deir al-Zour, la regione petrolifera dell’Est siriano ai confini dell’Iraq, ha una potenzialità produttiva di 400 mila barili di greggio al giorno, mentre altri 100 mila barili potevano arrivare dal nord iracheno, nell’area di Mosul, presto occupato dagli uomini di Al Baghdadi. Briciole, rispetto ai migliori giacimenti iracheni, quelli nell’area di Bassora, nel sud, ad esempio, capaci di pompare milioni di barili. Ma i jihadisti non avevano bisogno di pensare in grande.
Del resto, non avrebbero mai avuto le capacità tecniche per estrarre mezzo milione di barili. All’inizio, sono probabilmente riusciti a pompare fino a 50 mila barili al giorno in Siria, soprattutto dai due campi più importanti, al Tanak e al Omar e, al massimo, altri 30 mila in Iraq.
Buona parte di questo greggio veniva avviato, con mezzi di fortuna, asini compresi, verso la Turchia, al terminale petrolifero di Ceyhan, dove veniva mischiato con il greggio proveniente da fonti legittime.
E’ quanto ha fatto per anni il regime di Saddam. Con un prezzo di mercato di 100 dollari a barile, i jihadisti potevano spuntare 40 dollari per il loro greggio, sul mercato nero. Nei momenti migliori, il traffico clandestino ha, probabilmente, portato nelle casse del Califfato fino a 3 milioni di dollari al giorno.
Poi, l’implosione del mercato del petrolio e la guerra hanno ridimensionato queste cifre. Con il crollo del prezzo del barile a poco più di 40 dollari, il greggio jihadista difficilmente può spuntare più di 10-20 dollari sul mercato nero.
Contemporaneamente, i bombardamenti americani e le difficoltà di manutenzione hanno severamente intaccato le potenzialità produttive.
Gli esperti valutano che la produzione del Califfato si aggiri oggi sui 40 mila barili, il grosso di origine siriana. E che il canale delle esportazioni si sia fortemente ridotto. Ma, nelle peculiari condizioni politico-militari di quell’area della Mesopotamia, questo ha un’importanza relativa.
Di fatto, l’Is può vendere il suo greggio, in condizioni di monopolio, nella regione che controlla, ma anche ai suoi nemici: il regime di Assad, i ribelli anti-Assad della Siria del nord, financo i curdi a est di Mosul.
Essendo il petrolio più disponibile, spesso l’unico, nella regione, il prezzo può essere fuori mercato: fino a 40 dollari a barile – appena sotto il prezzo dei mercati internazionali – per il greggio migliore di al Tanak e al Omar.
Gli esperti calcolano che questo flusso porti oggi l’equivalente di un milione, un milione e mezzo di dollari al giorno nelle casse del Califfato. In prospettiva, un tesoro di 4-500 milioni di dollari l’anno. Il comando Usa spera ora di ridurre rapidamente questo tesoro ad un quarto, da 40 a 10 milioni di dollari al mese.
L’Is gestisce, però, solo in parte il traffico. I jihadisti hanno il controllo diretto dei giacimenti e quello, diretto o indiretto, di alcune delle maggiori raffinerie.
Ma il trasporto del greggio verso queste raffinerie e le molte piccole e piccolissime, quasi casalinghe, è assicurato da centinaia di operatori indipendenti.
Chi ha potuto girare nelle aree controllate dall’Is dice che, fuori dai giacimenti, ci sono code fino a 6 chilometri di camion che aspettano di poter riempire le loro cisterne. Bombardandole, gli americani mettono in crisi un ingranaggio cruciale del sistema di potere del Califfato e dei suoi rapporti con la popolazione civile.
Gli studiosi sottolineano che lo Stato Islamico, quando vuole impadronirsi di un’area, usa una tecnica precisa: distrugge le strutture e le istituzioni preesistenti, crea il caos, per presentarsi, poi, come garanzia di ordine e sicurezza, quando la vittoria militare è arrivata. In questo modo si guadagna una qualche forma di consenso nella popolazione. Sconvolgere i rifornimenti di benzina, in un’area in cui quasi tutto funziona con generatori a petrolio, significa, dunque, far saltare il tassello cruciale del nuovo ordine. Quasi una forma di assedio che punta a far traballare il consenso dei jihadisti, nel momento in cui il regime incontra le prime difficoltà .
Esperti come Olivier Roy sottolineano, infatti, che l’Is ha praticamente esaurito lo spazio di espansione territoriale.
Inoltre, sta, probabilmente, finendo di svuotare le casse delle banche e vede restringersi sempre più gli incassi facili del petrolio.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica”)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
SABATO 21 NOVEMBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER DIRE NO AL RADICALISMO CHE TRADISCE IL MESSAGGIO DELL’ISLAM”… ADESIONE DI NUMEROSI PARTITI
Anche la comunità musulmana in Italia è chiamata a dare un segno collettivo e popolare di
condanna, senza se e senza ma, dei nuovi attentati di Parigi e della strategia del terrore con cui lo Stato Islamico vorrebbe paralizzare la vita quotidiana degli europei.
In Francia, il Consiglio nazionale del culto musulmano diffonderà domani, nel venerdì di preghiera, un “testo solenne” di condanna “senza ambiguità ” di “tutte le forme di violenza o di terrorismo”.
Sarà letto in tutte le circa 2.500 moschee del Paese (con l’eccezione della Grande Moschea di Parigi, dove il raduno è stato annullato in queste ore per ragioni di sicurezza) per proclamare “attaccamento assoluto al patto repubblicano che ci unisce tutti e ai valori fondanti della Francia”.
In Italia l’appuntamento è per il giorno dopo, sabato 21 novembre a Roma.
Dove, alle ore 15 in piazza Santi Apostoli, i musulmani sono chiamati a partecipare una manifestazione di valore nazionale, intitolata Not In My Name e nata dal coordinamento sostenuto dalla Coreis italiana (COmunità REligione ISlamica) a livello regionale e interculturale fra musulmani italiani, marocchini, pakistani, senegalesi e turchi.
La manifestazione è preceduta da una nota, che riprende il richiamo all’appartenenza del testo francese: “Noi musulmani d’Italia condanniamo con forza la recente strage di Parigi, esprimendo il più profondo sentimento di vicinanza al popolo francese e a tutti i familiari delle vittime così barbaramente uccise. Intendiamo perciò lanciare un appello che sappia indicare una solida svolta nei rapporti con la società civile e lo Stato italiano di cui siamo e ci riteniamo parte integrante. Invitiamo quindi tutte le musulmane e i musulmani a una mobilitazione che, isolando ogni pur minima forma di radicalismo, protegga in particolare le giovani generazioni dalle conseguenze di una predicazione di odio e violenza in nome della religione. Questo cancro offende e tradisce il messaggio autentico dell’Islam, una fede che viviamo e interpretiamo quale via di dialogo e convivenza pacifica, insieme a tutti i nostri concittadini senza alcuna distinzione di credo. Questa pericolosa deriva violenta rappresenta oggi il pericolo più feroce per il comune futuro nella nostra società “.
L’appello raccoglie adesioni di ora in ora, non solo tra le componenti della comunità islamica.
Saranno in piazza tra gli altri Abdellah Redouane, del Centro Islamico Culturale d’Italia Moschea di Roma, Zidane el-Amrani Alaoui, responsabile della Confederazione Islamica Italiana, musulmani dal Marocco, Izzedin Elzir, presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente Coreis, Omar Camiletti, del tavolo interreligioso di Roma, Khaled Abdalat e Ahmad al Hygazi dell’Unione Medici Arabi, l’imam Abd al-Razzaq Bergia, del Coreis Piemonte. E ancora il sociologo Ali Baba Faye, il teologo della comunità sciita d’Italia Hujjatulislam Abbas Di Palma, l’amministratore delegato di Halal Italia Hamid Abd al-Qadir Distefano.
Giunge l’adesione della Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai), con il suo presidente, Foad Aodi, che ribadisce: “Dobbiamo essere uniti contro il terrorismo e la violenza feroce che si abbatte sui civili di tutte le religioni, senza distinzioni”.
Dalla politica, il sostegno di molti deputati del Pd, a cominciare dal presidente della Commissione parlamentare diritti Luigi Manconi e dal deputato Khalid Chaouki, uno dei riferimenti dell’iniziativa, da cui è partito anche l’invito a partecipare rivolto personalmente al segretario della Lega Nord Matteo Salvini.
Da altri schieramenti, si segnala il plauso a Chaouki da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, con reciproco scambio di tweet.
In piazza sabato potrebbero esserci anche esponenti di primo piano del governo.
A quanto si apprende, sono avviati contatti, l’ipotesi è che una delegazione di Not In My Name possa incontrare il premier Renzi o il ministro dell’Interno Alfano.
Ma gli organizzatori non escludono la presenza a sorpresa in piazza dei ministri o dello stesso presidente del Consiglio.
Ci saranno anche intellettuali, registi, attori, docenti universitari e giornalisti. Aderiscono, tra gli altri, Ermanno Olmi, Pierfrancesco Fiorato, Ascanio Celestini, Paolo Virzì, Emiliano Torre, Paolo Rossi, Milly Bossi Moratti, Gloria Ghetti, Carmelo Cantone, Massimo Magrelli, Gad Lerner, Lorenzo Fanoli, Fabio Furlanetto, Leda Petrone, Bruno Fusciardi, Nora Barbieri.
Ma non c’è solo Roma. Il messaggio sta oltrepassando i confini della Capitale.
A Milano la comunità islamica reagisce alle criminalizzazioni e il Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Monza e Brianza (Caim), Partecipazione e Spiritualità Musulmana e Giovani Musulmani d’Italia lanciano per sabato una manifestazione da tenere in concomitanza con quella nazionale, alle ore 15 in piazza San Babila.
Per dire “no al terrorismo e alle guerre” ma anche “all’Islamofobia” e chiedere per i musulmani il riconoscimento di una cittadinanza “a pieno titolo”, colmando “lacune” nel diritto alla libertà di culto: “Abbiamo bisogno di moschee riconosciute e dignitose, di essere sostenuti nel lavoro quotidiano contro l’estremismo”.
Di Not In My Name intanto si discute oggi, sempre a Milano, a Palazzo Reale nell’ambito del forum “Libertà religiosa, educazione, sicurezza e sviluppo”, dove oltre 30 realtà religiose, istituzionali e accademiche, ebraiche, cristiane e musulmane, si scambiano opinioni e contributi con lo scopo di favorire la creazione di una Consulta cittadina che possa diventare un osservatorio permanente, un coordinamento informale, una piattaforma di sensibilizzazione per le istituzioni e i media.
E’ previsto per oggi pomeriggio un corteo per le strade del centro di Lucca.
Ieri a San Giovanni Valdarno (Arezzo), zona dove è molto alta la presenza di immigrati di religione islamica, si sono raccolte quasi cinquemila persone, oltre ai capi delle varie comunità , dal rabbino all’imam al vescovo.
A Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, un corteo è partito dalla moschea per arrivare al duomo. A Massa (Massa Carrara), venerdì, il confronto “senza veli” in moschea tra i giovani del Pd e i coetanei musulmani, “per costruire una relazione che al momento non c’è”, spiega la parlamentare dem Martina Nardi.
L’imam Youssef Sbai ai giovani parlerà di Not In My Name, a cui interverrà personalmente.
Il Coordinamento delle associazioni islamiche di Parma e Provincia promuove un importante momento di confronto invitando tutta la cittadinanza venerdì 20 novembre al centro culturale islamico di via Campanini a Parma, in occasione del sermone settimane dell’imam, che sarà in arabo e in italiano.
“Vogliamo far capire alle persone ciò che centinaia e centinaia di musulmani sentono – spiega il presidente della Comunità islamica locale Soufiane Lamzari – non abbiamo niente da nascondere, è da anni che ci dissociamo da questi assassini. La comunità musulmana li combatte in prima linea”.
Significativo quanto accaduto ieri al carcere “Dozza” di Bologna, durante il corso “Diritti Doveri Solidarietà – La Costituzione italiana in dialogo con il patrimonio culturale arabo-islamico”, promossa all’interno della struttura dall’Assemblea legislativa regionale insieme al Centro per l’Istruzione degli adulti metropolitano.
Tra gli oltre cento detenuti di fede musulmana presenti, in molti hanno voluto prendere la parola per esprimere la loro “netta presa di distanza dai fatti criminali commessi in nome della religione, come quelli recenti di Parigi”.
Venerdì a Palermo, dalle 17,30 alle 19, la Federazione islamica che rappresenta le dieci moschee della città scenderà in piazza Politeama per dissociarsi dalla violenza dell’Is e mandare un messaggio di pace, come annunciato da Mustafà Boulaalam, imam della moschea sunnita di piazza Gran Cancelliere: “La manifestazione è aperta a tutti, anche ai cristiani e alle associazioni laiche. Alcuni fedeli hanno paura, non tanto gli adulti ma i più giovani, gli studenti e i lavoratori. Il mio obiettivo è far passare questo messaggio: non avere paura ed essere presenti”.
In piazza Politeama ci saranno anche Cgil, Cisl e Uil.
Domenica ad Albenga, provincia di Savona, alle 10:30 scende in piazza contro il terrorismo la Comunità musulmana locale con la collaborazione dell’Associazione mamme musulmane e il patrocinio delle comunità musulmane liguri.
C’è poi la testimonianza resa ieri a RadioNorba dall’imam di Lecce, Saifeddine Maaroufi: “Dopo i fatti di Parigi volevamo fare una manifestazione di massa in strada, ma abbiamo preferito rinviare: nel vedere un gruppo di musulmani, le persone avrebbero potuto avere reazioni inattese. Stamattina (ieri, ndr) molti di noi, sul lavoro o per strada, hanno fatto una foto con la scritta: sono musulmano e non sono un terrorista. Eravamo una cinquantina, ma solo perchè era una giornata lavorativa”. Sulla manifestazione nazionale, l’imam di Lecce dice: “Le persone si aspettano questa reazione da parte dei musulmani, una voce unica e inequivocabile di condanna del terrorismo. Perchè quello che sta accadendo non rispecchia affatto lo spirito e la fede islamica”.
(da “la Repubblica”)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA DERIVA ISLAMOFOBA ROMPE IL PATTO FASCIO-LEGHISTA..E ANCHE I PUTINIANI PRENDONO LE DISTANZE
“I jihadisti sono rappresentativi dell’Islam quanto il Ku Klux Klan è rappresentativo della cristianità ” diceva Alain de Benoist ai tempi dell’assalto a Charlie Hebdo.
Fu probabilmente il primo atto del divorzio tra la destra profonda e il salvinismo che oggi, davanti alla strage di Parigi, si consuma in modo definitivo.
Sono i due principali riferimenti intellettuali della destra sovranista, Pietrangelo Buttafuoco e Franco Cardini, a far emergere uno strappo senza riparo con le scelte islamofobe di Salvini e del neo-centrodestra nato sulla piazza di Bologna.
Buttafuoco denuncia il “sabba degli sciacalli” e punta l’indice contro «la destra che ci tocca in sorte, figlia della stagione di George W. Bush».
«Come Piscicelli rideva al caldo delle lenzuola all’idea di fare affari dopo il terremoto a L’Aquila — scrive — così la destra da Bar Sport, davanti alle stragi islamiste, si sente sciogliere l’acquolina in bocca” perchè “pensa solo al pallottoliere elettorale».
Cardini, in un articolo molto politico, sanziona chi sta tentando di criminalizzare l’intero mondo islamico, contesta la tesi dello scontro di civiltà , ricorda che la stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo è «concettualmente parlando la prima vittima, in quanto le azioni criminali dell’Is si riflettono in termini di sospetto e di ostilità da parte dei non-musulmani proprio su di loro».
Sono posizioni inconciliabili con il salvinismo, alle quali corrisponde il ritrarsi dal fronte fascioleghista (per usare un neologismo pessimo ma efficace) delle frange più politiche della destra radicale italiana.
«Salvini è scivolato su posizioni neocon rovinando un anno di lavoro di molti», scrivono delusi i fan del nuovo corso su Fb.
La goccia che fa traboccare il vaso è la ridicola proposta di una legge che introduca l’obbligo di solidarizzare “senza se e senza ma” con le vittime del terrorismo, sfoderata nella trasmissione “La Gabbia” dall’accoppiata del momento, Salvini e Santanchè.
Tramonta a destra, insomma, l’illusione di contaminare il salvinismo facendone qualcosa di più e di meglio di un atteggiamento muscolare verso il mondo.
E si svela anche la superficialità dell’adesione leghista al “modello Putin”.
Il Putin che piace alla destra profonda è quello che respinge la visione teocon dello scontro di civiltà , capace di bombardare i covi terroristi ma anche di inaugurare negli stessi giorni, senza imbarazzi, a piedi scalzi, la nuova e bellissima moschea di Mosca.
Il Putin che piace a Salvini è una caricaturale versione russa di Bush senjor, bombe contro l’Islam e buoni affari per i piccoli esportatori del Nord-Est.
Ed è qui, nella ribadita adesione del salvinismo al vecchio modello dell’identità occidentale transatlantica, dello scontro di civiltà , della cosiddetta esportazione della democrazia, che va cercata la vera faglia del divorzio tra destra profonda e salvinismo.
La Lega che parla di diritto dei popoli in Padania è incapace di estendere questa visione alle identità specifiche di altri popoli e di altre culture nazionali.
Difende il titolo di “Libero” sui «Bastardi islamici» perchè nella guerra all’Isis non vede lo scontro tra l’Europa e uno stato terrorista e illegittimo ma l’opportunità di riaprire la guerra dell’Occidente all’Islam promossa dalla predicazione dei vecchi conservatori americani (coi risultati che sappiamo).
Su questo terreno la destra profonda non può più seguire Salvini, ed è per questo che si rompe il patto fascioleghista.
Resteranno a fianco dell’altro Matteo le truppe opportunistiche in cerca di seggi che di queste cose se ne fregano.
Per il resto, credo che l’adieu sia definitivo.
Flavia Perina
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
CON LA PREGHIERA SI LEGGERA’ UN TESTO DI ADESIONE ALLA COSTITUZIONE: UNO SCHIAFFO ALL’ISIS E AI LORO FIANCHEGGIATORI XENOFOBI
Lo chiamano Abdullah. Ha 40 anni, ed è studente dell’università islamica. 
Ieri mattina quando la polizia ancora teneva sotto assedio il quartiere dove vive e studia da Imam da quasi due anni; quando i suoi amici raccoglievano nelle case i cocci delle esplosioni della notte e i bambini dei palazzi vicini, come per esempio i figli di Gregory, cominciavano ad affacciarsi nel cortile, increduli di questo giorno di scuola saltato.
Mentre tutte le televisioni del mondo avevano gli obiettivi aperti su di loro, in quel momento Abdullah si è messo in un angolo.
E ha cominciato a pregare. Con il Corano stretto tra le mani. “Allah non avrebbe voluto nulla di tutto questo. Allah non perdonerà nulla di tutto questo”, spiega, affannandosi a tratti anche in un italiano dignitoso, “sono stato nel vostro paese per quasi due anni spiega”.
Perchè prega? “Non potrei fare nient’altro. Solo a Dio possiamo affidarci per trovare una spiegazione a quello che sta succedendo. Questi ragazzi”, lo dice e indica la strada dove si è fatta esplodere stamane Hasna Autboulahcen insieme con una persona, o forse con due, “hanno ucciso o comunque volevano uccidere degli innocenti, uomini e donne che non avevano alcuna responsabilità . Non ci può essere alcun Dio che voglia che qualcuno muoia per niente”.
Eppure, dicono, che lo fanno proprio in nome del libro che Abdullah tiene stretto per le mani. “Ci sono tre motivi che possono aver spinto quelle persone a fare quell’immonda carneficina. Il primo è che sono matti. Il secondo è che sono nervosi, esasperati, arrabbiati per quello che sta accadendo in Medioriente dove vivono parenti, amici. E dove continuano ad arrivare bombe che uccidono civili. Il terzo è che qualcuno li paga per quello che hanno fatto. In nessuna delle tre soluzioni, come vedete, c’entra la religione”.
Per questo Abdullah domani sarà per strada, a Parigi, nella grande manifestazione che la Grande Moschea di Parigi, la Gmp, ha organizzato alle 14: “Siamo tutti a Parigi!” è il motto, appeso da ieri sulle porte di tutte le moschee della città .
L’obiettivo è far promettere a tutti i musulmani fedeltà a tutti i valori repubblicani.
“La mobilitazione e la raccolta dei cittadini sono una necessità e la migliore risposta a chi vuole infondere il veleno della discordia e del sospetto nella comunità ” spiega Dalil Boubaker, il rettore della Grande moschea.
Che avrà al suo fianco il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo.
“Chiediamo – ha detto Boubaker – a tutti i cittadini musulmani e ai loro amici di venire domani per la grande preghiera per dimostrare il loro profondo attaccamento a Parigi e alla Repubblica, davanti alla grande Moschea “, che è il simbolo dell’Islam in Francia.
Non a caso è intervenuto anche il Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm), l’organo di rappresentazione di le 2.500 moschee del paese che ha invitato, per voce del suo presidente, Anwar Kbibech, “tutti i musulmani a pregare per la Francia”.
“Di fronte all’orrore e l’indignazione suscitata dalla barbarie sanguinaria che ha colpito il paese – ha detto l’imam Boubaker – l’unica risposta è andare in piazza “.
E così come accadde dopo la strage di Charlie Hedbo, è attesa una grande mobilitazione da parte dei fedeli: alla mosche dell’XI arrondisment, a pochi passi dal teatro Bataclan, una di quelle considerate dal governo francese come potenzialmente pericolosa perchè recentemente frequentata da elementi radicali, ieri sera già organizzavano gli striscioni da portare alla manifestazione.
Anche perchè in questo frullatore di storie, lutti, emozioni, capita che accadano anche delle cose incredibilmente belle.
Clementine e Anais, le sorelle di Guillaume Le Dramp, una delle vittime, hanno deciso di incontrare la comunità musulmana di Cherbourg, la loro città di provenienza.
“Siete francesi come noi. Ed è giusto che siamo qui, ora, a piangere Guillaume con voi. Vogliamo dimostrare alla gente che noi familiari delle vittime, siamo qui con voi, perchè vogliamo l’integrazione. Nostro fratello aveva tanti amici di diverse nazionalità e religioni. Molti dei nostri amici sono musulmani. E ora stanno soffrendo con noi”.
Giuliano Foschini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
IN PLACE DE LA REPUBLIQUE IL RAZZISMO NON PASSA: IL VIDEO RACCOGLIE 10 MILIONI DI VISUALIZZAZIONI
“Sono musulmano e si dice che io sia un terrorista. Io mi fido di voi, ma voi vi fidate di me? E allora datemi un abbraccio”.
Sono queste le parole che si leggono sui cartelli esposti da un giovane musulmano che, qualche giorno dopo gli attacchi terroristici a Parigi, ha messo alla prova la fiducia dei parigini.
Bendato, al centro di Place de la Rèpublique, ha sfidato le persone ad abbracciarlo per dimostrare come non ci sia nulla da temere.
Il filmato che ha immortalato il momento ha ricevuto più di 10 milioni di visualizzazioni su Facebook e mostra il calore e la commozione dei cittadini francesi: alcuni lo abbracciano senza pensarci due volte, altri sprofondano letteralmente nelle sue braccia in lacrime. “Sono musulmano ma questo non fa di me un terrorista. Non ho mai ucciso nessuno. Posso anche dirvi che lo scorso venerdì era il mio compleanno, ma non sono neanche uscito”, ha spiegato il giovane alla folla.
“Mi sento vicino a tutte le famiglie delle vittime – ha aggiunto -. Voglio dirvi che ‘musulmano’ non significa necessariamente ‘terrorista’. Un terrorista è un terrorista, uno che uccide un altro essere umano per nulla. Un musulmano non farebbe mai una cosa simile. La nostra religione ce lo impedisce”.
Non è la prima volta che un video di questo genere circola in rete.
A febbraio, un musulmano aveva aperto le braccia agli sconosciuti in Canada chiedendo loro di abbracciarlo e di non giudicarlo un terrorista. Anche quell’esperimento era andato a buon fine.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA VICINANZA SUI SOCIAL DOPO L’ATTACCO DI BOKO HARAM CHE HA CAUSATO 32 VITTIME
Sui social network, gli utenti stanno esprimendo la loro vicinanza alle famiglie delle vittime
dell’attacco di Boko Haram con l’hashtag #PrayForNigeria, attacco che ha causato 32 morti e 80 feriti nella città di Yola, nord est della Nigeria.
Martedì, due esplosioni nel mercatino di Yola, che portano la firma del gruppo terroristico jihadista di Boko Haram, hanno stroncato la vita di 32 persone. 80 i feriti. Uno degli attentatori era una ragazzina di undici anni.
Anche il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, è intervenuto sulla vicenda e ha dichiarato che l’applicazione “Safety”, già utilizzata dopo gli attacchi di Parigi, verrà attivata anche nel paese africano.
Dall’inizio dell’anno, Boko Haram ha ucciso in Nigeria più di due mila persone, con numerose offensive portate anche in Ciad, Niger e Camerun.
(da “Huffingtonpost”)
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