Destra di Popolo.net

L’INFAMIA DEL RAGAZZINO PESTATO DA UNA BABY GANG CHE VIENE SALVATO DA UNA DONNA CHE BLOCCA L’AUTO E INTERVIENE: “SENZA PALLE, SCHIFOSI, IGNORANTI CHE SE LA PRENDONO CON UN RAGAZZINO E POI SI CAGANO ADDOSSO DI FRONTE A UNA DONNA”

Maggio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

IL RAGAZZINO FERITO IN LACRIME: “NON CE LA FACCIO PIU’, OGNI GIORNO COSI’, VOGLIO MORIRE”… DOVE SONO LE ISTITUZIONI? QUESTA FECCIA UMANA VA MESSA IN GALERA BUTTANDO LA CHIAVE

È stato l’intervento di una passante a salvare dal violento pestaggio un ragazzino vittima di una baby gang che lo ha malmenato in pieno giorno lasciandolo ferito e sanguinante sull’asfalto.
“Non ce la faccio più, voglio morire”, avrebbe detto alla giovane che trovatasi dinanzi a quella scena così violenta ha deciso di intervenire senza pensarci due volte, così come raccontato proprio da lei in un lungo post pubblicato su Facebook.
Marianna Filippi, questo il suo nome, racconta che venerdì pomeriggio, intorno alle 16 era alla guida della sua auto mentre passava per Villazzano, comune in provincia di Trento, quando si è ritrovata dinanzi a un gruppetto di ragazzini presumibilmente dell’età di 16-17 anni che pestava un ragazzino, sbattendogli la testa sul pavimento. “Ho tirato il freno a mano, lasciando la macchina in mezzo alla strada – racconta Marianna – e mi sono messa in mezzo alla rissa per fermarli. Il ragazzino a terra piangeva, aveva la testa piena di sangue e i pantaloni tutti strappati”.
I ragazzini si sono dati alla fuga prima dell’arrivo di una professore della vicina scuola, l’istituto Enaip di Villazzano: “Ero in stato di panico totale perché è stato tutto velocissimo – scrive Marianna – c’era sangue dappertutto, gente che urlava, avevo paura che loro reagissero e attaccassero anche me, dovevo spostare la macchina che stava intralciando il traffico provocando una colonna infinita”.
A quel punto la giovane donna racconta di aver affidato il ragazzino ferito, ancora sanguinante, al professore denunciando però il fatto che nessuno dei presenti sia intervenuto a soccorrere la vittima di quel violento pestaggio: “I genitori o conoscenti del ragazzo in questione mi possono contattare se hanno bisogno di un testimone”.
Poi il ricordo di quelle parole strazianti che il ragazzino ha affidato proprio a lei, che lo ha salvato, tra le lacrime: “Il ragazzo mi ha guardata piangendo e mi hai detto ‘Tutti i giorni è la stessa storia, non ce la faccio più, voglio morire'” – le parole di Marianna – ti abbraccio forte, chiedi aiuto, non ti vergognare, non sei tu il problema, sono loro. I bulletti che si cagano sotto di fronte a una donna che alza la voce, loro che ti attaccano in tanti, tutti contro di te. Senza palle, schifosi e ignoranti. Loro che ti picchiano e ti chiamano “ciccione” fanno schifo, tu invece, sei un eroe. Perché tutti i giorni vai a scuola, con la paura, con l’ansia, con la vergogna. Non ti vergognare mai, tu sei un uomo, loro ripeto, fanno schifo”.
(da agenzia)

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“MENTONO TUTTI”: L’AMICO DEI FRATELLI BIANCHI ATTACCA OI TESTIMONI PER L’OMICIDIO DI WILLY

Maggio 19th, 2021 Riccardo Fucile

I LEGAMI OSCURI TRA I TESTIMONI E I GEMELLI

Mancano venti giorni al processo per la morte di Willy Monteiro Duarte, pestato a sangue dopo aver cercato di difendere un amico.
Un amico dei fratelli Bianchi, principali imputati dell’omicidio, denuncia e accusa tre amici dei fratelli Bianchi di aver mentito ai carabinieri, sostenendo che lo abbiano indicato falsamente di aver infierito sulla vittima dopo che era già a terra.
Lui, insieme a Mario Pincarelli e Gabriele e Marco Bianchi, è accusato di omicidio volontario. Tre giovani legati ai Bianchi, Michele Cerquozzi, Omar Sahbani e Vittorio Tondinelli hanno però riferito agli inquirenti che anche Bellaggia avrebbe sferrato calci al 21enne.
Ma Belleggia non ci sta e, tramite il suo legale, l’avvocato Vito Perugini, ha denunciato Cerquozzi, Sahbani e Tondinelli, accusandoli di aver fatto delle dichiarazioni false ai carabinieri e al magistrato.
Una denuncia che ha portato la Procura di Velletri ad aprire un fascicolo e in cui è stato anche specificato che i legami oscuri tra i testimoni e i “gemelli” emergono anche da altre indagini, una in cui i Bianchi, Sahbani e Tondinelli sono accusati di violenze ai danni di un cittadino di nazionalità indiana e la seconda quella per spaccio ed estorsione
(da agenzie)

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LA POLIZIA ARRESTA I DUE GIOVANI CRIMINALI CHE HANNO MASSACRATO UN PASSANTE “PER SFOGARSI”

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

MA LO SCHIFO E’ CHE SETTANTA PERSONE HANNO ASSISTITO AL PESTAGGIO E “NESSUNO HA VISTO NIENTE”… IL GIP : “DOMINA L’OMERTA'”… PEGGIO DEI MAFIOSI, INDEGNI DI ESSERE ITALIANI, NON HANNO NEANCHE CHIAMATO UN’AMBULANZA

La Polizia di Stato di Latina ha eseguito due ordinanze di custodia cautelare per tentato omicidio. Gli arrestati sono due giovani – un 17enne di Priverno, accompagnato in un Istituto Penale Minorile ed un 20enne di Sezze, in carcere – che lo scorso 30 marzo, a Sezze, picchiarono brutalmente un cittadino romeno.
Le indagini dei poliziotti della Squadra Mobile sono state avviate immediatamente dopo il ricovero presso l’ospedale Santa Maria Goretti di Latina dello straniero, rinvenuto esanime in strada, lungo via Porta Sant’Andrea e soccorso dal 118. Nonostante l’accertata presenza di numerose persone sul posto, in pieno centro cittadino del paese, i poliziotti hanno riscontrato ritrosia e notevole difficoltà nel trovare testimoni diretti dell’accaduto.
Ma le minuziose investigazioni svolte, corroborate da attività di natura tecnica, hanno chiarito la dinamica dei fatti.
Si è trattato di un’aggressione per futili motivi, posta in essere da due giovani del luogo: il minorenne ha colpito la vittima con uno schiaffo al volto ed il ragazzo maggiorenne – il quale pratica la boxe a livello amatoriale – gli ha sferrato un violento pugno al mento che lo fatto cadere sull’asfalto, provocandogli la frattura del cranio ed un’emorragia cerebrale.
Il tutto è accaduto per la mera “voglia di sfogarsi”, approfittando del fatto che lo straniero si presentasse poco reattivo ed in stato confusionale perché in evidente stato di ebrezza alcolica. Sottoposto a delicati interventi chirurgici, ora non è più in pericolo di vita. Le indagini svolte hanno quindi permesso di far piena luce sulla vicenda, che inizialmente pareva doversi ricondurre ad un malore in strada.
Hanno inoltre evidenziato da un lato la scaltrezza degli indagati, i quali si davano da fare per precostituirsi un alibi, “dopo essersi fatti scoprire”, dall’altro ritrosia ed omertà di molte persone a conoscenza dei fatti, di fronte alla possibilità che in paese si potesse sapere cosa avessero realmente fatto due giovanissimi del posto.
(da agenzie)

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L’EMOZIONE DEL COMANDANTE DEL PESCHERECCIO RIENTRATO DOPO L’ATTACCO LIBICO: “SONO VIVO…”

Maggio 8th, 2021 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI MAZARA: “C’E’ UN PEZZO DI GUARDIA COSTIERA LIBICA CHE VA PER I FATTI SUOI”

Si è rischiata la tragedia: “Sono vivo”. Sono state le prime parole del comandante Giuseppe Giacalone al suo arrivo al porto di Mazara del Vallo.
Visibilmente scosso e con una fasciatura bianca sulla testa, dove è stato colpito da alcune schegge del finestrino della sua barca, ha incontrato il vescovo Domenico Mogavero e poi abbracciato i suoi familiari. Subito dopo il comandante ha lasciato il porto senza incontrare i giornalisti.
Il racconto dell’ufficiale del peschereccio
Prima ci hanno abbordato, tre militari armati sono saliti a bordo e poi si sono portati il nostro comandante a bordo della loro motovedetta”
Questo il primo racconto di Girolamo Giacalone, ufficiale del motopesca ‘Aliseo’, appena sceso dal mezzo ormeggiato in banchina a Mazara del Vallo.
“Quando il comandante è tornato a bordo, ci ha detto che gli hanno chiesto scusa. Ma scusa per cosa? Potevano ucciderci. È stato un miracolo, bastava qualche centimetro e ci uccidevano. I fori sono visibili sul vetro, su uno schermo e nelle pareti di ferro. Tornare in quelle acque per lavorare è impossibile, non ci sentiamo per nulla sicuri”.
Il sindaco di Mazara del Vallo
La vicenda del peschereccio ‘Aliseo’, aggredito da una motovedetta militare libica, dimostra che “c’è un pezzo di guardia costiera del paese nordafricano che va per i fatti suoi e non risponde in maniera precisa al nuovo governo”.
Lo ha detto il sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci, che ha accolto il motopesca rientrato nella cittadina trapanese dopo l’episodio di due giorni fa.
“Questo episodio, così come la prima seduta del nuovo Esecutivo libico che si sarebbe dovuta tenere a Bengasi e che è saltata dimostrano che l’unità in quel Paese è ancora solo sulla carta e che è ancora tutta da costruire – ha aggiunto Quinci -. Tutto questo significa che le prossime settimane in quel tratto di Mediterraneo saranno ancora di difficoltà”.
(da agenzie)

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I COLPI DI MITRAGLIATORE DELLA MOVEDETTA LIBICA SONO STATI AD ALTEZZA D’UOMO, AZIONE DA CRIMINALI

Maggio 6th, 2021 Riccardo Fucile

LA LIBIA PARLA DI “COLPI DI AVVISTAMENTO IN ARIA”: IL COMANDANTE DEL PESCHERECCIO FERITO SI VEDE CHE VOLAVA… L’ARMATORE: “CI DEVE SCAPPARE IL MORTO PRIMA CHE IL GOVERNO INTERVENGA?”

Raggiunti dai colpi di mitragliatrice di una motovedetta militare libica, che hanno ferito anche uno dei comandanti, Giuseppe Giacalone.
Ma dalla Libia fanno sapere che non si trattava di spari “contro” le imbarcazioni, ma di “colpi di avvertimento in aria” diretti a mezzi non autorizzati.
Cresce la tensione tra Italia e Libia, dopo che tre pescherecci italiani (Artemide, Aliseo e Nuovo Cosimo) sono diventati bersaglio dei libici a 35 miglia nautiche dalla costa al largo di Misurata. Giacalone era al timone dell’Aliseo ed è stato ferito a un braccio, mentre i tre mezzi sono stati poi raggiunti dalla fregata Libeccio della Marina militare italiana.
“Inconcepibile quel che è accaduto oggi. Solidarietà al comandante del peschereccio italiano e non ci si potrà accontentare di scuse o vaghe spiegazioni”, ha scritto su Twitter il segretario del Pd Enrico Letta
Dai banchi di Italia Viva, il capogruppo al Senato Davide Faraone chiede a Tripoli di chiarire e scusarsi e aggiunge: “Prima il sequestro e la prigionia – scrive riferendosi ai 18 pescatori rimasti per 108 giorni nelle mani degli uomini di Haftar e rientrati in Italia a dicembre -, adesso addirittura i colpi di mitra. Se l’incolumità di cittadini italiani che svolgono il loro lavoro viene messa in pericolo lo stato ha il dovere di intervenire e proteggerli”.
Il deputato di Leu Erasmo Palazzotto sollecita invece il governo a riferire “con urgenza in aula” e a spiegare “se a sparare è stata la stessa guardia costiera libica che il Presidente del Consiglio ha ringraziato qualche giorno fa per le deportazioni quotidiane di migranti e se lo ha fatto utilizzando una delle motovedette che gli abbiamo regalato. Dopo questo ennesimo e gravissimo episodio, occorre sospendere immediatamente la missione di supporto alla guardia costiera libica”.
Il riferimento di Palazzotto è alle dichiarazioni di Draghi nel corso della sua visita a Tripoli, dove all’omologo libico Abdel Hamid Mohamed Dbeibeh aveva detto che l’Italia è “soddisfatta dei salvataggi in mare della Libia”.
Un’uscita che gli è già costata diverse critiche visti i numerosi episodi di violenza da parte della Guardia Costiera di Tripoli e in special modo all’interno dei centri di reclusione dove i naufraghi vengono sistematicamente riportati e dove si continuano a registrare episodi di tortura e uccisioni.
La Marina libica: “No spari, ma colpi di avvertimento”
Ma le autorità marittime libiche smentiscono un intenzionale tentativo di attacco, specificando che si è trattato invece di un avvertimento per fermare imbarcazioni da pesca che a suo dire avevano sconfinato nelle loro acque territoriali.
“Non ci sono stati colpi esplosi contro imbarcazioni, ma colpi di avvertimento in aria”, ha detto al telefono il commodoro Masoud Ibrahim Abdelsamad, portavoce della Marina libica. “Quando i pescherecci arrivano, la nostra guardia costiera prova a fermarli”, ha aggiunto il portavoce promettendo maggiori dettagli in serata e insistendo nel sostenere che “non ci sono stati spari diretti contro l’imbarcazione”.
La nota della Marina italiana
La Marina precisa che “la fregata Libeccio della Marina militare, impegnata nell’Operazione Mare Sicuro, è intervenuta nelle prime ore pomeridiane di oggi in assistenza ad un gruppo di 3 pescherecci italiani (Artemide, Aliseo e Nuovo Cosimo) intenti in attività di pesca nelle acque della Tripolitania all’interno della zona definita dal Comitato di Coordinamento Interministeriale per la Sicurezza dei Trasporti e delle Infrastrutture “ad alto rischio” (a circa 35 miglia nautiche dalla costa libica, a nord della città di Al Khums)”. “L’intervento – si legge – si è reso necessario per la presenza di una motovedetta della Guardia Costiera libica in rapido avvicinamento ai motopesca italiani”. – “Nave Libeccio, che al momento della segnalazione si trovava a circa 60 miglia dalla scena d’azione, ha diretto verso i motopesca alla massima velocità ed ha mandato in volo l’elicottero di bordo, il quale giunto in area ha preso contatto radio con il personale della motovedetta“. “Per verificare la situazione, è stato inoltre immediatamente dirottato in zona un velivolo da ricognizione della Marina Militare P-72, il quale riporta d’aver assistito ad alcuni colpi d’arma da fuoco di avvertimento da parte della motovedetta libica”.
“La fregata Libeccio, giunta in prossimità dei motopesca, ha ricevuto notizia della presenza di un marittimo del motopesca Aliseo ferito ad un braccio”
Il sindaco di Mazara del Vallo: “Lo Stato italiano deve proteggere gli italiani”
Ma su quanto avvenuto al largo della Libia interviene il sindaco di Mazara del Vallo (Trapani) Salvatore Quinci: “Era tutto prevedibile, ne parliamo da giorni qui – ha detto -. Qua la questione è sempre la stessa. Adesso ci dicano se dobbiamo andarcene ma lo Stato Italiano deve proteggere gli italiani, l’Italia si faccia sentire. Subito”. Marco Marrone, l’armatore del peschereccio Medinea, sequestrato dai libici per 108 giorni, si domanda se debba scappare “il morto per fare intervenire il Governo”, visto che “le barche non sanno più dove andare, sono tutte ammassate in uno specchio di mare tra Malta e Lampedusa, anche la mia”.
Su quanto accaduto in Libia spiega che “rischiano ogni giorno la vita – spiega – Ora hanno colpito il comandante e lo hanno ferito, spero non serva il morto per fare intervenire definitivamente il governo”.
Marrone sollecita poi “un accordo europeo al più presto, oppure il governo deve mettere una vigilanza. È l’unica soluzione, senza accordo europeo non cambia nulla”. “Dobbiamo lavorare in zone sicure -conclude -le barche sono tutte concentrate in uno stesso punto”.
(da agenzie)

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I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA SPARANO A DUE PESCHERECCI ITALIANI, UN FERITO

Maggio 6th, 2021 Riccardo Fucile

“COLPI AD ALTEZZA D’UOMO”… LA NAVE LIBECCIO DELLA MARINA MILITARE INTERVIENE A PRESTARE SOCCORSO…. QUESTI SONO GLI INFAMI DELINQUENTI A CUI REGALIAMO MOTOVEDETTE PER FARE IL LAVORO SPORCO SUI MIGRANTI

Spari contro due pescherecci italiani a 30 miglia dalla costa libica al largo di Misurata.
I colpi contro le imbarcazioni Aliseo e Artemide sono partiti da una motovedetta della Guardia costiera libica. Il comandante di uno dei due pescherecci, entrambi della capitaneria di Mazara del Vallo, è rimasto ferito.
La nave Libeccio della Marina Militare, che si trovava a poche miglia dalle due imbarcazioni italiane, è stata autorizzata dai libici ad avvicinarsi ulteriormente per prestare soccorso.
I due pescherecci, che erano stati intercettati in acque di competenza di Tripoli, sono stati rilasciati.
“Hanno sparato ad altezza d’uomo” racconta il sindaco di Mazara del Vallo, Salvatore Quinci. “È una novità che episodi del genere accadano al largo di Misurata”, ha aggiunto, alludendo al fatto che negli ultimi mesi e ancora qualche giorno fa minacce del genere erano arrivate da libici di Bengasi. Quinci ha poi spiegato: “Sono in contatto con la Farnesina, attendo aggiornamenti”.
Ammesso che vi sia stato uno sconfinamento, si usa comunicarlo via radio o avvicinarsi al peschereccio per contestare l’infrazione. Solo dei criminali sparano ad altezza d’uomo.
(da agenzie)

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IL MEDITERRANEO SI PREPARA AD UN’ESTATE DI MORTE MENTRE L’ITALIA CHIUDE GLI OCCHI

Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

IL NOSTRO PAESE FINANZIA UNO STATO DI TRAFFICANTI TRAVESTITI DA GUARDIA COSTIERA

Non parliamo dopo. Parliamo, e scriviamo, prima. Quella che si sta preannunciando è una estate di morte nel Mediterraneo. Le avvisaglie ci sono tutte.
Ancora una tragedia nel Mediterraneo. Cinquanta migranti sarebbero morti al largo della Libia nel naufragio di un barcone. E’ quanto riferisce la Mezzaluna Rossa libica, citata in un tweet da Al Arabiya.
Precedentemente, l’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni aveva riferito della morte di almeno 11 persone dopo che il gommone su cui viaggiavano era affondato. A bordo di quest’ultimo vi erano in tutto 24 migranti, erano diretti in Europa.
Oltre 700 migranti sono stati riportati in Libia negli ultimi giorni, “solo per finire in detenzione arbitraria” afferma Tarik Argaz, portavoce dell’Unhcr in Libia.
Le Ong avevano chiesto l’intervento di mercantili che erano stati inviati sul posto. Davanti al Paese africano ieri è avvenuto l’ennesimo naufragio con 11 corpi recuperati e 12 migranti tratti in salvo.
Inerzia complice
La sensazione”, dice il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, è che “con l’arrivo della bella stagione ci saranno sbarchi di massa”, perché “da qualche settimana ha ripreso impulso la rotta libica con barconi carichi di migranti” mentre “di barchini con tunisini a bordo se ne vedono meno”. In poche ore sabato nell’hotspot si è toccato il picco di 723 persone, a poco a poco il centro è stato svuotato: 274 migranti sono stati trasferiti nella nave quarantena Allegra, che si trova in rada, e altri 190 sono stati portati col traghetto, stamattina, a Porto Empedocle e poi nel centro di Caltanissetta.
E un motoveliero con a bordo una sessantina di migranti è stato intercettato domenica da mezzi navali della Guardia di Finanza al largo del Capo di Leuca. A bordo anche 7 donne e 13 minori, alcuni dei quali molto piccoli. L’imbarcazione è stata condotta nel porto di Santa Maria Leuca dove i migranti sono stati soccorsi dai volontari della Croce Rossa e dai medici.
E ieri la Guardia costiera tunisina è riuscita a salvare 172 migranti di nazionalità africana, che si trovavano in rotta verso le coste europee a bordo di un gommone, a nord di Zaouia. Dell’episodio riferisce anche l’Oim in Libia su Twitter scrivendo che ieri “172 migranti, tra cui donne e bambini, sono stati rimpatriati in Libia dalla guardia costiera. Le nostre squadre hanno fornito assistenza di emergenza a oltre 600 migranti intercettati nelle ultime 48 ore. Ribadiamo che la Libia non è un porto sicuro“.
Diritto violato
Scrive Fabio Albanese, corrispondente de La Stampa da Catania: “La vicenda dei 95 migranti riportai nella notte nella base di Abu Sitta, a Tripoli, ha dei risvolti che si possono configurare come violazioni alle norme internazionali sul soccorso in mare. Il barcone chiedeva aiuto dal giorno del primo maggio. Ieri mattina Alarm Phone aveva anche diffuso la registrazione di una drammatica telefonata con cui i migranti chiedevano di fare presto perché la barca era con il motore guasto e alla deriva e a bordo c’era paura e panico: «Temiamo di morire tutti, aiutateci!», il grido lanciato da qualcuno a bordo, in lacrime. La Guardia costiera libica, responsabile di quel tratto di mare che è zona Sar (di ricerca e soccorso) di sua competenza, aveva chiesto aiuto all’Mrcc di Roma affinché inviasse sul posto le navi mercantili che fossero state più vicine. Cosa che Roma ha fatto. Ma le due navi, una petroliera e un rimorchiatore a servizio delle piattaforme petrolifere della zona, dopo aver raggiunto la barca non sono intervenute pure restandole accanto per ore.
Il motivo, all’inizio un timore per i migranti, si è concretizzato nella notte quando è apparsa una motovedetta libica: le navi hanno dunque sorvegliato il barcone in attesa che i libici riportassero indietro i naufraghi: «La guardia costiera libica sta rimpatriando in Libia circa 80 persone. Non possiamo ancora confermare che questo sia lo stesso gruppo accanto alla Vos Aphrodite. Se è così, sarebbe inaccettabile. Speriamo ancora che questi migranti possano essere salvati dalle barche europee nelle vicinanze e portati in un porto sicuro», aveva avvertito poco prima il portavoce Oim per il Mediterraneo, Flavio Di Giacomo.
Le cose sono andate proprio come si temeva e questi 95 sono gli ultimi dei circa settemila migranti riportati indietro dalla Guardia costiera libica da inizio anno (erano stati 11mila in tutto il 2020), 700 dei quali solo negli ultimi giorni”.
I migranti in Libia
Si stima che circa 1,3 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria in Libia. Le famiglie sfollate, le persone rifugiate e migranti sono tra le più vulnerabili e a rischio sicurezza in un paese che è diviso internamente da fazioni contrastanti e differenze inter-tribali.
Di questi 1,3 milioni, 348 mila sono minori, bambini e bambine che hanno urgente bisogno di ogni genere di sostegno per poter vivere dignitosamente.
Circa 393 mila sono sfollati interni e più di 43 mila sono rifugiati e richiedenti asilo che provengono principalmente dall’Africa sub-sahariana. Persone, spesso anche minori soli non accompagnati, che affrontano viaggi estenuanti, dove il rischio di non arrivare a destinazione, che non è la Libia bensì l’Europa, è altissimo.
Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera: “Nel suo rapporto sui diritti umani, Amnesty International scrive che nel 2020 la guardia costiera libica ha «intercettato in mare 11.891 rifugiati e migranti, riportandoli indietro sulle spiagge libiche, dove sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e indefinita, tortura, lavoro forzato ed estorsione».
Ma neppure questi conti vergognosi tornano. Il capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda, osserva che se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa quattromila, mancano all’appello ottomila dei migranti catturati solo lo scorso anno. Alcuni vengono assistiti nei programmi dell’Unhcr o dell’Oim. Ma ne risultano svaniti ancora troppi.
«Dobbiamo pensare che vengano trasferiti in campi non ufficiali, di cui nessuno conosce il numero», dice Soda. Di recente la Brigata 444 ha fatto irruzione nei centri clandestini di Bani Walid, liberando profughi torturati e stuprati, per ricondurli nel circuito formale. Ma la differenza tra strutture legali e illegali in Libia spesso è solo burocratica. E talvolta il percorso è inverso.
Scrive Amnesty: «A migliaia sono sottoposti a sparizione forzata, dopo essere stati trasferiti in luoghi di detenzione non ufficiali, compresa la ‘Fabbrica del Tabacco’ di Tripoli, sotto il comando di una milizia affiliata al Gna (il governo nazionale). Di loro non s’è saputo più nulla».
Già dai rapporti Onu del 2018 era noto come profughi e migranti fossero catturati, seviziati e ricattati da gang spesso «parastatali», nelle quali confluivano banditi e funzionari governativi.
Già da allora la famosa guardia costiera libica veniva definita alla stregua di una confraternita di pirati. A settembre dell’anno scorso l’Unhcr ha rilasciato una nota formale in cui si rigetta la nozione della Libia come posto sicuro di sbarco e «si invitano gli Stati a trattenersi dal rimandare in Libia qualsiasi persona salvata in mare».
Nella mappa dei luoghi più mortali per i migranti in Africa, subito dopo il deserto tra Niger e Libia c’è la costa libica, con Bani Walid, Sabratha, Zuwara e Tripoli. E, appena venerdì scorso, l’Alto commissario Filippo Grandi è tornato a sollecitare «la fine delle detenzioni abusive», auspicando che «la nuova amministrazione libica dia segnali più forti di voler bloccare lo sfruttamento di migranti e rifugiati» (non va certo in questo senso la recente scarcerazione e promozione a maggiore della guardia costiera del trafficante Bija)”.
Finanziati i lager
Il 28 gennaio scorso, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi) ha presentato un esposto alla Corte dei Conti chiedendole di indagare sulla destinazione di alcuni fondi pubblici italiani in Libia, destinati alle ong, ma che potrebbero essere finiti nelle mani o a beneficio delle milizie che gestiscono i centri di detenzione per migranti, dove avvengono torture e soprusi.
La vicenda era stata sollevata dalla stessa Asgi nell’estate scorsa, quando aveva rilevato numerose criticità circa l’utilizzo di quei fondi. Ora l’associazione di giuristi interessa la magistratura italiana per fare chiarezza.
“Sebbene i centri libici siano universalmente ormai riconosciuti come luoghi di tortura e mortificazione della dignità umana – scrive Asgi – il Governo italiano non ha condizionato l’attuazione degli interventi ad alcun impegno alle autorità di Tripoli di migliorare in modo duraturo la condizione degli stranieri detenuti».
L’esposto di Asgi solleva dubbi sulla destinazione effettiva dei beni e dei servizi erogati, anche in luce del divieto del Ministero per il personale italiano di recarsi in Libia.
In particolare, i soldi pubblici italiani potrebbero essere stati utilizzati per rafforzare le recinzioni dei centri e per altre opere che poco o nulla hanno a che fare con la cooperazione internazionale.
“Tutto nasce – spiega l’avvocato Alberto Pasquero di Asgi sintetizza la vicenda: dalla stipula del Memorandum Italia-Libia del febbraio 2017. I progetti di cui parliamo sono stati approvati pochi mesi dopo, sono sei milioni di euro, tutti destinati ad attività all’interno dei centri di detenzione libici”.
I progetti sono stati attuati da una serie di ong italiane, che per ragioni di sicurezza non intervenivano direttamente coi propri operatori, ma hanno subappaltato ad ong libiche gli interventi.
Questi ultimi hanno riguardato azioni umanitarie, come la costruzione di aree ludiche per i bambini reclusi o la donazione di latte in polvere alle madri, dall’altro lato, però, ci sono anche attività inquietanti, come la manutenzione stessa dei centri o il rafforzamento dei cancelli.
Asgi mette in dubbio anche la natura degli interventi umanitari, perché agiti in quel modo e in quei contesti finiscono per legittimare il sistema di detenzione dei migranti.
Di sicuro, però, la realizzazione di opere per il mantenimento dei centri presenta un’ulteriore gravità, anche e soprattutto perché quelle risorse, più o meno direttamente, potrebbero essere finite nelle tasche delle milizie.
“I rendiconti delle ong sono in molti casi abbastanza approssimativi – sottolinea Pasquero – per cui non possiamo escludere che quelle risorse siano finite alle milizie, anche per il fatto che si tratta di carceri, nei quali non si entra senza il consenso di chi li gestisce”.
Alla Corte dei Conti, dunque, Asgi chiede di approfondire e verificare se vi siano stati danni erariali e di immagine per lo Stato italiano. «Questi soldi sono stati stanziati per la cooperazione e lo sviluppo – conclude Pasquero – e ce li vediamo spesi per mantenere in funzione dei carceri che sono intrinsecamente inumani».
La “nuova” Libia
Rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: “In Libia violenze e atrocità non colpiscono solo i migranti e i rifugiati, ma anche la popolazione autoctona. Non è una novità, dato che i dieci anni seguiti alla fine della dittatura di Gheddafi sono stati segnati da arbitrio, assenza di legge, conflitti interni e dominio delle innumerevoli milizie armate.
A ricordare come stanno le cose nell’est del paese è una denuncia di Amnesty International. Vi si legge che chiunque sia sospettato di esprimere critiche od opposizione alle Forze armate arabe libiche che rispondono al comando di Khalifa Haftar rischia l’arresto, la tortura, un processo irregolare in corte marziale, il carcere e persino la morte.
Va sottolineato che nonostante il 10 marzo sia stato proclamato un governo di unità nazionale e sia stata sancita nominalmente l’unificazione delle istituzioni libiche, nell’est della Libia il potere continuano a esercitarlo le Forze armate arabe libiche di Haftar e le milizie loro alleate. Di fronte ai giudici militari finiscono giornalisti, manifestanti pacifici, utenti dei social e difensori dei diritti umani. Tra il 2018 e il 2021 sono state emesse almeno 22 condanne a morte e centinaia di persone sono state condannate a pena detentiva, in molti casi dopo aver subito torture: isolamento prolungato per mesi se non anni, percosse, minacce di morte e di stupro e “waterboarding” (la simulazione di annegamento).
I processi celebrati dai tribunali militari sono una vera e propria farsa: molti imputati hanno riferito di non aver potuto incontrare il proprio avvocato durante il periodo di detenzione preventiva e, in alcuni casi, anche durante le udienze. In molti casi, fino alla prima udienza gli imputati non sanno esattamente di cosa siano accusati, non hanno accesso ai fascicoli e alle prove a loro carico e, una volta terminato il processo, non ricevono le motivazioni della sentenza.
La completa mancanza d’imparzialità dei giudici è resa evidente dai loro ruoli, passati e presenti, all’interno delle Forze armate arabe libiche”.
E Roma finanzia questo Stato dei trafficanti travestiti da guardie (costiere).
(da Globalist)

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INTERVISTA A ELISA SERAFINI, CITATA DA FEDEZ: “LA LEGA MI HA FATTO LA GUERRA, SOLO DOPO L’INTERVENTO DI FEDEZ SALVINI ORA PARLA DI “FRASE DISGUSTOSA”, PRIMA DOV’ERA?”

Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

“DICEVANO CHE VOLEVO FAR DIVENTARE GAY I BAMBINI”… LA LEGHISTA CHE L’HA DIFFAMATA HA PAGATO 2.000 ALL’ARCI GAY PER EVITARE UNA CONDANNA

«In un video fa le iniezioni ai bambini per farli diventare gay». Questa l’accusa che è stata mossa, quattro anni fa, a Elisa Serafini, nel corso della campagna elettorale per le amministrative a Genova.
Una circostanza del tutto inventata, tirata fuori dalla candidata della Lega Giuliana Livigni che ha provocato non pochi problemi alla Serafini. Una frase che, adesso, è stata ripresa da Fedez all’interno del suo discorso pronunciato durante il Concertone dell’1 maggio in cui ha elencato tutti gli episodi omotransfobici di alcuni esponenti della politica. Un discorso che al cantante è costato lo scontro con la Rai (accusata di aver tentato di “limare” il suo testo).
Risarcimento da 2mila euro devoluto ad Arcigay Genova
«Non me l’aspettavo. Grazie Fedez, hai dato l’esempio che bisogna sempre denunciare. La sua è un’azione che potrà ispirare altre persone. Un vero e proprio incoraggiamento», ha detto Elisa Serafini a Open.
Ancora oggi, a distanza di anni, non crede a quello che le è accaduto. Al fatto che sia stata raccontata una storia, di sana pianta inventata, che le ha reso la vita un inferno. «Ho querelato la candidata della Lega Giuliana Livigni, colpevole di aver messo in giro la voce che avrei fatto delle iniezioni ai bambini per farli diventare gay. Alla fine siamo arrivati a una conciliazione: si è scusata – anche se la sua lettera non l’ho mai voluta leggere, non so nemmeno dove sia – e ha pagato il risarcimento che ho devoluto ad Arcigay Genova». Si tratta di circa 2mila euro.
«Il video nemmeno esisteva, una follia»
Ma il punto più brutto di questa vicenda è che si tratta di una storia del tutto inventata: «Persino il cardinale Bagnasco ha chiamato il sindaco dicendogli di non farmi fare l’assessora. Hanno fatto pressioni per farmi ritirare la querela, Livigni mi ha persino inseguita per strada urlando e dicendomi che dovevo rispondere per quello che avevo fatto. Stalking, insomma. Ma cosa avevo fatto? Dov’è questo video che citavano?
“Era solo sulla Rai, poi è sparito”, dicevano. Forse – spiega – tutto parte da un video di una conferenza del 2014 in cui dicevo che sarebbe stato bello vedere, anche in una tv italiana, una trasmissione che parlasse della transizione che fanno i transgender dal punto di vista medico. Da questo hanno costruito la loro follia».
«La gente ci credeva, ero sconvolta e confusa»
Il dramma – prosegue – è che «la gente ci credeva, dicevano “però qualcosa ci sarà dietro”, pur non avendolo visto. Tra loro c’erano anche una consigliera del municipio e una insegnante di asilo».
La “colpa” della Serafini? «Essere a favore dei diritti civili, della cannabis, dell’eutanasia. Mi sono messa a piangere dalla rabbia, non riuscivo a controllare una cosa che era davvero assurda. Ero sconvolta, confusa».
Fake news che hanno rischiato di distruggerle la vita e sulle quali, stando al suo racconto, è stata lasciata da sola: «La Lega? Non mi hanno difesa, anzi mi hanno fatto la guerra».
Ora, invece, il leader del Carroccio Matteo Salvini sembra essersi ricreduto: «Frasi disgustose», ha detto a Domenica Live, su Canale 5, riferendosi, appunto, alle parole pronunciate dagli esponenti, anche del suo partito, contro la comunità Lgbtq+ e lette da Fedez nel corso del Concertone.
Ipocrisia allo stato puro
(da Open)

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QUEI LEGHISTI CITATI DA FEDEZ NON SONO MAI STATI CACCIATI DAL PARTITO

Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile

SALVINI ORA DICE “FRASI DISGUSTOSE, DA PUNIRE”, MA QUANDO ERA IL MOMENTO NON HA MOSSO UN DITO… ECCO LE STORIE, SONO ANCORA NELLA LEGA E HANNO PURE FATTO CARRIERA

Sei frasi, sette nomi: sul palco del Concertone del primo maggio Fedez ha riportato le parole pronunciate dagli esponenti della Lega contro la comunità Lgbt, senza nascondere chi ne fossero gli autori.
Frasi omofobe, solo in un caso ufficialmente smentite, a cui non hanno fatto seguito prese di posizione dure o provvedimenti del partito.
Oggi Matteo Salvini, ospite a Domenica Live su Canale5, dice che quelle frasi “sono disgustose. Chi augura la morte va curato e punito“.
Quattro persone delle cinque citate dal cantante che all’epoca dei fatti ricoprivano una carica pubblica, però, ancora oggi ricoprono una carica e fanno parte del Carroccio. Anzi, in alcuni casi hanno anche fatto carriera.
Ecco quando sono state dette quelle frasi e che fine hanno fatto i politici citati sabato da Fedez nel suo discorso:
“Se avessi un figlio gay, lo brucerei nel forno”.
Questa è la frase riportata dal presidente genovese dell’associazione Agedo (Associazione genitori di omosessuali) Giovanni Vianello: ha raccontato di averla sentita pronunciare da Giovanni De Paoli nel febbraio 2016 a margine di un’audizione nella commissione salute e sicurezza sociale della Liguria. L’allora consigliere regionale della Lega ha sempre smentito, sostenendo di aver aggiunto un “non” tra le sue parole. Intanto, dopo gli esposti presentati da Agedo e dal Comitato per gli immigrati e contro ogni forma di discriminazione, De Paoli è a processo per diffamazione aggravata a causa della sua frase: primo caso in Italia di estensione delle legge Mancino, che prevede l’aggravante per le dichiarazioni razziste, anche a quelle omofobe.
“I gay? Che inizino a comportarsi come tutte le persone normali”.
Sono le parole pronunciate dal consigliere leghista Alessandro Rinaldi durante la seduta del Consiglio comunale di Reggio Emilia in diretta streaming di inizio aprile. Nel video si vede Rinaldi discutere di una mozione presentata da due consiglieri per agevolare il turismo Lgbt. Durante la sua dichiarazione di voto, il consigliere leghista dice: “Lo trovo discriminatorio nei confronti degli etero. Non capisco perché perseverate in queste cose. Proclamate l’uguaglianza, volete essere considerati uguali e vi ponete in una condizione di differenza”. Poi Rinaldi aggiunge: “Volete l’uguaglianza? Iniziate a comportarvi come tutte le persone normali“.
Dopo le polemiche, il 9 aprile lo stesso consigliere leghista non ha ritrattato ma anzi su Facebook ha aggiunto: “Sinceramente sono stufo delle iniziative da baraccone della lobby LGBTQ, che non tutela diritti ma si occupa solo di rimarcare in modo ormai ossessivo e grottesco una differenza dell’orientamento sessuale”.
“Gay vittime di aberrazioni della natura”.
È la frase scritta in una nota da Luca Lepore e Massimiliano Bastoni, allora consiglieri comunali della Lega a Milano, in occasione della Milano Pride 2015, tenutasi tra il 22 e il 28 giugno di quell’anno.
I due leghisti definirono l’evento un “deprimente palcoscenico di qualche migliaio di frustrati, vittime di aberrazioni della natura”. Oggi sono ancora iscritti alla Lega e ricoprono cariche pubbliche: Luca Lepore è assessore per la Lega nel Municipio 2 di Milano, Massimiliano Bastoni è consigliere regionale della Lombardia per il Carroccio.
“I gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie”.
Parole di Alberto Zelger, ancora oggi consigliere comunale della Lega Nord a Verona. Le disse a la Zanzara, su Radio 24, il 6 ottobre 2018, insieme ad altre frasi come “il sesso omosex fa male alla salute, fa venire malattie di tutti i tipi”, oppure “l’aborto non è un diritto, ma un abominevole delitto”.
Poche ore prima il Consiglio comunale di Verona aveva approvato la mozione per inserire nell’assestamento di bilancio fondi per iniziative e associazioni contro l’aborto firmata proprio da Zelger.
Molti anni prima, nel 2014, aveva proposto un ordine del giorno (anche questo approvato) in cui si prevedeva di delegare “al Coordinamento famiglia-Servizi Educativi l’onere della raccolta delle segnalazioni dei genitori e degli insegnanti sui progetti di educazione all’affettività e alla sessualità, come pure sugli spettacoli e sul materiale didattico, che risultino in contrasto con i loro principi morali e religiosi”. In pratica, la possibilità di segnalare i docenti che in classe parlano di omosessualità a scuola.
“Il matrimonio gay porta all’estinzione della razza”.
È stato scritto nero su bianco nell’agosto 2020 in un post su Facebook da Stella Khorosheva, candidata leghista al consiglio comunale di Lavis in Trentino (non eletta). ”I gay hanno preso l’attenzione della gente”, ”L’obiettivo dei manipolatori è distruggere il cristianesimo”, ”il matrimonio tra gay porta alla estinzione della razza umana”, sono le frasi contenute nel post, che citava il fondamentalista omofobo Scott Lively.
Khorosheva fu difesa dalla candidata sindaca della Lega a Lavis, Monica Ceccato (oggi consigliera comunale), sostenendo che l’intento di quel post era condannare il pensiero di Lively. Il quotidiano online ilDolomiti.it ricostruì però altre prese di posizione della stessa Khorosheva, che per esempio commentando la nascita del figlio di Nichi Vendola nel 2016 scriveva: “La morale, l’unica legge del mondo è violata“, e poi ancora “un finocchio è un finocchio“, aggiungendo anche nei commenti che “è arrivato satana con i sodomiti”.
“Fanno iniezioni ai bambini per farli diventare gay”.
Questa è l’accusa che Elisa Serafini, attivista genovese ed ex assessore alla Cultura, si sentì muovere durante la campagna per le Comunali di Genova del giugno 2017 dall’allora candidata della Lega, Giuliana Livigni, anche sostenitrice di ‘Generazione famiglia’. Il pm Michele Stagno aprì un’indagine per diffamazione, ricostruendo che Livigni aveva diffuso online e ripetuto verbalmente davanti a diversi testimoni la tesi secondo cui “su Youtube gira un video in cui si vede la Serafini iniettare a dei bambini un siero per farli diventare gay”. Ovviamente una bufala, tanto che la stessa candidata leghista per evitare il processo ha poi scritto una lettera di scuse e pagato un indennizzo a Serafini, che ha deciso di devolvere la somma ad Arcigay.
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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