Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
I CASI PRESIDENTI DI COMMISSIONE E VIGILANZA RAI… FRATELLI D’ITALIA GIUSTAMENTE RIVENDICA I POSTI PREVISTI PER LEGGE
“Manco in Bulgaria!” sospira il capogruppo di Fratelli d’Italia, Francesco Lollobrigida. L’opposizione
al governo di unità nazionale di Mario Draghi sarà rappresentata da un partito del cinque per cento: 33 deputati su 630 alla Camera, 19 su 315 al Senato.
Il che comporterà alcuni rompicapi nelle commissioni di garanzia e del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Per legge la presidenza e metà dei componenti – cinque su dieci – spettano alle minoranze. Ma che fare se l’opposizione è rappresentata da un solo partito?
“Premesso che le poltrone non c’interessano, ma rivendichiamo quel che per legge e regolamento ci spettano. La democrazia è fatta di pesi e contrappesi”, annuncia battaglia Lollobrigida.
Attualmente il presidente del Copasir è Raffaele Volpi, leghista. Si dimetterà per fare posto a un esponente del partito di Giorgia Meloni? “Va risolto cum grano salis”, osserva Stefano Ceccanti, il giurista del Pd.
C’è un solo precedente e risale al governo Monti, nel novembre 2011. Si passò da una maggioranza di centrodestra alle larghe intese con la sola Lega all’opposizione. Presidente del Copasir allora era Massimo D’Alema, il quale scrisse ai presidenti delle Camere per dare la propria disponibilità a dimettersi e permettere di rimodulare la composizione dell’organismo. Ma alla fine si decise, con un accordo tra i gruppi parlamentari, di non toccare nulla.
E stavolta? Come se ne esce? “In casi come questi supplisce l’autonomia delle Camere”, dice il costituzionalista Salvatore Curreri. Insomma, la soluzione è politica. “Una soluzione potrebbe essere concedere a Fratelli d’Italia la sola presidenza e lasciare inalterata la composizione”.
“Quando ci si trova di fronte ad una supermaggioranza le due garanzie per i gruppi di opposizione – le presidenze e le composizioni paritetiche – vanno distinte. Per le presidenze ha senso comunque rispecchiare le garanzie previste, per la composizione paritetica si rischia invece di generare un superpremio di minoranza che sarebbe irragionevole. Pensare di dare il 50 per cento di un organismo a chi ha il 5 per cento dei seggi non mi sembra che sarebbe difendibile”, ragiona Ceccanti.
Resta la domanda: le garanzie vanno rispettate solo al momento della costituzione dell’organo o anche in corso d’opera? Ci sono due scuole di pensiero tra i professori di diritto parlamentare.
Le presidenze delle Commissioni di garanzia alle opposizioni sono una prassi parlamentare, salvo che per la Giunta per le elezioni del Senato, che viene assegnata all’opposizione per regolamento, grazie a una riforma del 2017.
Attualmente il presidente è Maurizio Gasparri. Dovrà lasciare il posto a un senatore di Fratelli d’Italia. La Giunta per le elezioni alla Camera invece è nelle mani di Roberto Giachetti. Che farà ? Non è obbligato a lasciare.
L’altra Commissione di garanzia, la giunta per le autorizzazioni, è già in mano a Fratelli d’Italia, con Andrea Del Mastro, e quindi il problema non si pone.
Idem per il Comitato per la legislazione della Camera: la presidenza, attualmente ricoperta da Stefano Ceccanti, passerà a breve ad un esponente di Fratelli d’Italia per un principio di rotazione.
L’altro groviglio è dato dalla Commissione Vigilanza Rai. Qui la presidenza spetta per prassi all’opposizione. L’attuale presidente è Alberto Barachini (Forza Italia). Con Forza Italia in maggioranza si porrà un dilemma. Il presidente della Vigilanza viene eletto con una maggioranza di due terzi, quindi qui Fratelli d’Italia ha le mani legate.
Per le commissioni ordinarie non si impone alcun avvicendamento. Sono già state rinnovate a metà legislatura e quindi le presidenze resteranno immutate.
Nei prossimi giorni sarà possibile capire se qualche esponente di Leu o del M5S, insofferente al governo Draghi, raggiungerà sulle rive dell’opposizione i 52 di Giorgia Meloni. Ma il nodo del Copasir e delle altre commissioni di garanzia in ogni caso rimarrà .
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
“ERAVAMO QUELLI CHE SI BATTEVANO CONTRO LE INGIUSTIZIE SOCIALI”
Il Sud li ha esaltati. Il Sud rischia di scaraventarli giù dagli altari romani. 
C’è chi usa parole definitive. “Se entriamo nel governo Draghi assisteremo a una lacerazione insanabile, è un punto di non ritorno”, avverte Marì Muscarà , la docente che siede nel consiglio regionale della Campania che ha tributato ai 5S quella valanga del 50-60 per cento, nel 2018, tra città e area metropolitana.
C’è chi dalla Calabria senza mezzi termini evoca i tempi in cui lo scontro si faceva fisico : “I nostri vertici che ci usano come prestanomi devono ringraziare il cielo, oggi, che noi siamo una generazione non violenta”, esorcizza Natalina Giungato di Crotone, “altrimenti le mazze si prendevano”.
C’è chi li vorrebbe fuori, nel più classico processo di parricidio politico : “Se ne devono andare loro, a testa bassa, non noi. Loro si devono vergognare di quello che sta accadendo”, tuona Matteo Brambilla che, a dispetto del cognome, è consigliere comunale a Napoli e addirittura sfidà³ De Magistris 5 anni fa nella corsa a sindaco, con Beppe e Di Maio al suo fianco e il fondatore che non poteva rinunciare a fare il comico .
“Lo so, abbiate pazienza, Matteo c’ha un cognome così, è buono, è pacato, è perfino juventino , lo so, ma vedrete che farà bene a Napoli”, Brambilla fu sconfitto ma era comunque un Movimento fa, altra concordia, altra era.
E c’è chi, tra i big, addirittura oggi evoca sentenze dall’altro mondo. “Secondo me Gianroberto Casaleggio lo ha scomunicato Beppe, da lassù. Ma come fai a dire ‘Draghi grillino’, dai, un po’ di senso del ridicolo”, dixit il senatore Elio Lannutti.
Voci d’ira. Dissenso senza filtri. Eppure è una protesta ragionata, spesso argomentata e pacata (soprattutto per merito degli attivisti giovani) quella che scorre lungo chat e social da 72 ore. E che culmina, martedì sera, nella lunga diretta Fb della giornata “Vaffa Draghi”. Inziativa , quest’ultima, che nasce tra Napoli e Salerno e deve molto alla capacità di un tenace ortodosso pentastellato : l’appena 23enne Luca Di Giuseppe, tra i più giovani facilitatori M5S campani , studente di Giurisprudenza a Salerno, vicinissimo alle posizioni di Di Battista. “Bene il rinvio del voto su Rousseau. Uno strumento superato? Davvero? Io penso invece che quello strumento ci ha consentito di unirci, contare. Avanzare. E ora vorremmo liberarcene, perchè? Invece. Come è sempre stato, su vota sulla piattaforma e quell’esito deve essere vincolante. Così come dicevano le nostre regole”.
Non è l’ingenuità del ragazzo. Perchè il Luca-pensiero è seguito e applaudito idealmente da centinaia di consiglieri, e dai 50 della fronda romana. Ed è lui che fino a mezzanotte darà l la parola a consiglieri e senatori, semplici attivisti e maturi graduati, da un capo all’altro del Paese.
“Questa cosa qui, che stanno facendo a Roma, non è più il M5S”, aveva tagliato corto Brambilla da Napoli. Territorio cruciale per i 5S che, in verità , già otto anni fa si presentava come laboratorio di due visioni alternative: quella a sinistra di Fico, e quella di Di Maio che non a caso finirà per allearsi con Salvini, a fronte dei mal di pancia sempre più espliciti di Roberto, il ‘compagno’ di Posillipo.
Ora però la frattura fa paura a tutti, vista dagli inquilini dei Palazzi romani. Una linea di disillusione che spacca in due il Movimento: lì nella capitale i governativi , osteggiati dalla pattuglia di Dibba; qui , nelle lande di un Sud reso più povero, fragile, più teso dalla pandemia , quelli che “ci avevano creduto” Così Carmela Auriemma, altra giovane laureata da Acerra: “Ma noi lo sappiamo quello che stiamo facendo ? A chi devo ricordare che Draghi, con dovuto rispetto per il curriculum, rappresenta tutto quello contro cui ci siamo battuti come linee di principio? Noi eravamo quelli che si ponevano contro le ingiustizie economiche e sociali”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
PER CHI CERCA COSA NON STA FUNZIONANDO CITOFONI AI LEGHISTI LUMBARD
In Lombardia ci sono i medici di serie A e quelli di serie B: quelli a cui il vaccino è stato già
somministrato, e quelli che invece non sono ancora in lista.
Stiamo parlando dei medici fiscali, che -tra l’altro- sono fra quelli che operano con maggior rischi, perchè a domicilio e in presìdi non sanitari.
Insomma, il modello lombardo sembra che abbia ancora qualche sassolino nell’ingranaggio, dato che viene sempre portato sul palmo di mano dalla Lega di Matteo Salvini, e dagli amministratori del Pirellone, il governatore Attilio Fontana e la sua vice Letizia Moratti, ma che spesso si scontra con la realtà .
Come non citare poi Guido Bertolaso, chiamato per il piano vaccinale lombardo, che ha già avuto il primo stop da Roma.
Insomma, per i medici fiscale niente vaccino, almeno per un po’. Come anche niente mascherine e Dpi, che in quanto liberi professionisti devono procurarsi da soli.
Scrive Il Fatto quotidiano:
I medici fiscali, liberi professionisti al servizio dell’Inps, non avranno il vaccino fino a marzo. Nonostante ogni giorno visitino lavoratori in malattia. “È una discriminazione incomprensibile -protesta nell’anonimato uno di loro- ogni mese facciamo circa 140 visite, entrando nelle case di malati, stando a contatto con loro, i familiari, i conviventi. Siamo esposti al rischio. Però il Pirellone si è dimenticato di noi. E intanto si vaccinano gli amministrativi e i loro figli…”.
Nessun medico fiscale milanese è stato vaccinato, a differenza dei loro colleghi in altre regioni. Oltretutto l’Inps, che li paga a visita effettuata, non ha fornito nè mascherine nè camici. “Li dobbiamo cambiare dopo ogni visita, con una spesa di circa 1.000 euro al mese! E poi noi non visitiamo in studio, dove si usano tutte le norme di sicurezza, andiamo noi dai pazienti. A volte troviamo stranieri che vivono in quattro in un monolocale e non possiamo obbligare nessuno a indossare le mascherine”. L’unica arma che resta è rifiutarsi di visitare, “ma così non ci pagano. Ho scritto anche all’assessore Moratti, non ci ha mai risposto nessuno”.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
MA RENZI DISSE: “PUNTO DECISIVO PER LA ROTTURA”… MA CHI VOLETE PRENDERE PER I FONDELLI?
Italia Viva non hai mai detto che il Mes era una delle precondizioni per rilanciare il governo Conte 2. Non ha mai brandito l’accesso al Meccanismo europeo di stabilità come aut-aut per restare all’interno dell’esecutivo. E in ogni caso in quel momento era il mezzo più conveniente per finanziare le spese sanitarie, ora non più grazie ad appena una quindcina di punti di spread in meno e circa lo 0,1 in meno di rendimento del Btp a 10 anni.
Parola di Maria Elena Boschi, che appena il 12 gennaio -con lo spread a 107 — aveva detto chiaro e tondo: “Anche oggi polemiche su di me. Italia Viva ha chiesto al governo di prendere il Mes, non di prendere Meb. Come al solito i 5stelle non leggono fino in fondo. O non capiscono. Servono soldi per la sanità , non poltrone per noi”.
Più chiaro ancora fu Matteo Renzi, tre giorni dopo: “Qual è il punto decisivo per la rottura? Tanti. Ma su tutti, il Mes. Noi chiedevamo più soldi per la sanità , attivando il Mes”.
L’arrivo di Draghi ha cambiato tutto, ma proprio tutto. Adesso l’ex ministra per le Riforme e capogruppo alla Camera dei renziani la pensa diversamente sul Mes. E non solo: “Abbiamo sempre detto che non era per noi imprescindibile, che o si prendevano i soldi del Mes o non c’era l’appoggio di Italia viva — dice a Tgcom24 con lo spread a quota 94 — Abbiamo sempre detto che servivano più soldi alla Sanità e il Mes era un modo per ottenerli”.
Era, adesso con il solo incarico a Draghi, quello che permette a Renzi di andare a casa più sereno (parole sue), non lo è più: “Se si possono ottenere più soldi per la Sanità con un tasso migliore del Mes è chiaro che non siamo innamorati dei soldi del Mes. In quella fase, prima di Draghi, era lo strumento più conveniente”.
Il riferimento è probabilmente al calo del rendimento del Btp a 10 anni. Sempre in quei giorni del “sì al Mes, no a Meb”, con il governo Conte in carica si aggirava intorno allo 0,54-0,55. Questa mattina era attorno allo 0,51. Un miglioramento dello zero-virgola-zero-quattro che secondo Boschi ha cambiato la prospettiva. Il Mes si può anche non prendere. E in ogni caso non è mai stato imprescindibile.
Eppure, sempre in quei giorni turbolenti di gennaio, l’ex ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova spiegava: “Il Recovery è uno dei punti dirimenti. Ma non è l’unico. Sono troppi i nodi irrisolti accumulati. Così come il Mes, il reddito di cittadinanza”.
Del resto, lo aveva detto chiaramente anche Matteo Renzi, ospite di Lucia Annunziata il 17 gennaio: “Non voterò mai un governo che si ritiene il migliore del mondo e di fronte a 80mila morti non prende il Mes”.
Che, vale la pena ricordarlo, era anche citato nella lettera inviata a Goffredo Bettini con i 30 punti fondamentali per la prosecuzione del governo. Fu lo stesso Renzi a chiarire quanto fosse dirimente nella sua e-news già il 15 gennaio: “Qual è il punto decisivo per la rottura? Tanti. Ma su tutti, il Mes. Noi chiedevamo più soldi per la sanità , attivando il Mes. Il Premier ha voluto la conta in Aula”.
E aggiunse: “La mancata attivazione del Mes sarà pagata dai dottori, dai ricercatori, dai malati e dalle loro famiglie. E da chi potrebbe beneficiare dei capitoli di spesa che l’attivazione del Mes permetterebbe di aumentare: infrastrutture, cultura, turismo”.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
LA NUOVA TASSA PER COLPIRE GLI INTROITI PUBBLICITARI E’ IL COLPO DI GRAZIA PER I MEDIA NON ALLINEATI CON IL GOVERNO SOVRANISTA… LO STATO OTTERRA’ I FONDI PER RILEVARE I GIORNALI CHE NON CE LA FANNO
Come risulta dal portale governativo polacco gov.pl nell’elenco dei lavori legislativi e programmatici del Consiglio dei Ministri è stata inserita la bozza della “Legge sugli introiti aggiuntivi del Servizio Sanitario Nazionale, del Fondo Nazionale per la Tutela dei Monumenti e sull’Istituzione del Fondo per il Sostegno della Cultura e del Patrimonio Nazionale nell’Ambito dei Media”.
Il nome del progetto di legge la dice lunga sulla prospettiva di conseguimento di ulteriori fondi, tra l’altro a vantaggio del Servizio Sanitario Nazionale, ma il sistema che regola i bilanci è sempre lo stesso: affinchè il denaro salti fuori da una parte, deve scomparire dall’altra.
Tributi diversi a seconda dei media
Dopo una serie di voci e soffiate susseguitesi sui media, il governo ha finalmente svelato i dettagli sulla sua idea per riscuotere il nuovo balzello. Questa volta cercherà il denaro attingendo dal mercato delle pubblicità sui media.
Le tariffe variano notevolmente a seconda della tipologia dei media o delle dimensioni dei soggetti, ma anche dell’ammontare dei loro ricavi dalla vendita di pubblicità e persino del tipo di merci e beni pubblicizzati. Gli introiti derivanti dalla pubblicizzazione di beni nocivi per la salute saranno soggetti a un aggravio tributario maggiore. Qui, il Ministero delle finanze menziona, tra diversi prodotti, anche le bevande zuccherate e gli integratori alimentari.
Ma quali sono gli argomenti utilizzati per sostenere la necessità e la giustezza di questa nuova tassa? Il dicastero sostiene che simili provvedimenti sono adottati anche in altri paesi e ovviamente non manca di chiamare in causa il duro momento rappresentato dalla pandemia.
“A causa delle conseguenze a lungo termine dovute alla comparsa e diffusione del virus SARS CoV-2 e al suo impatto sulla salute della società , il legislatore si trova costretto a introdurre specifiche soluzioni per facilitare le misure miranti a minimizzare gli effetti del virus sulla salute pubblica”, scrivono gli autori della proposta di legge nella motivazione del progetto.
Progetto che non manca di fornire informazioni sulla concreta suddivisione dei fondi raccolti. Il grosso delle entrate, fino al 50%, andrà a beneficio del Servizio Sanitario Nazionale. Il resto sarà diviso tra il Fondo per il Sostegno della Cultura e del Patrimonio Nazionale nell’Ambito dei Media (35%) e il Fondo Nazionale per la Tutela dei Monumenti (15%).
I timori del settore
Il disegno di legge entra ora nella fase di preconsultazione e ci sarà tempo fino al 16 febbraio per presentare osservazioni e rilievi. Ce ne saranno sicuramente molti, poichè le voci sul progetto di introdurre un simile prelievo di solidarietà avevano già suscitato le preoccupazioni dei lavoratori di un settore, quello pubblicitario, già sofferente a causa della pandemia.
“Questa idea mira sostanzialmente a esercitare una forma di pressione economica sui media indipendenti polacchi. Si tratta di abbassarne il valore colpendo i loro introiti. Un simile tributo peggiorerà la situazione finanziaria degli editori e ridurrà le loro valutazioni sul mercato. Per le società statali sarà quindi più agevole acquisire i media indeboliti in questo modo. Si tratta di un vero e proprio meccanismo di moto perpetuo: attraverso questa tassazione saranno i media privati a fornire allo Stato il denaro necessario alla loro acquisizione” ha commentato Jakub Bierzyski, fondatore e presidente dell’agenzia di pubblicità OMD, prima della pubblicazione ufficiale del progetto di legge.
“Anche se l’intenzione dei promotori del progetto di legge è quello di tassare principalmente le multinazionali globali, saranno colpiti anche i media polacchi, che come tutti gli altri soggetti già devono misurarsi con i gravi effetti della pandemia. In questo modo, la loro posizione competitiva peggiorerà , sempre se si può parlare di concorrenza tra società polacche e società globali. La nuova tassa farà sì che i media, al fine di salvare la liquidità finanziaria, aumenteranno i prezzi agli inserzionisti, mentre gli inserzionisti a loro volta aumenteranno i prezzi ai loro clienti. Alla fine a pagare lo scotto saranno le famiglie polacche. Si tratta di un ulteriore onere finanziario per ciascuno di noi, in un contesto già gravemente compromesso dal rallentamento dell’economia e dalla precarietà lavorativa”, ha aggiunto Wlodzimierz Schmidt, Presidente dell’Interactive Advertising Bureau IAB Polska.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
DEDICATO A TUTTI I TROMBONI CHE SUONANO LA MUSICA “NON E’ STATO FATTO NULLA, PROSSIMI ALLA CATASTROFE, SOLO DRAGHI PUO’ SALVARCI”
“E’ un dato di fatto che non siamo dove vogliamo essere oggi nella lotta contro il virus. Siamo arrivati
in ritardo con le autorizzazioni. Eravamo troppo ottimisti riguardo alla produzione di massa. E forse eravamo troppo sicuri che quello che avevamo ordinato sarebbe stato effettivamente consegnato in tempo. Dobbiamo chiederci perchè sia così e quali lezioni possiamo trarne”.
E’ l’ammissione della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel suo intervento all’Europarlamento sulla strategia vaccinale.
Von der Leyen ha avuto però anche parole di apprezzamento per Polonia, Italia e Danimarca. “Fino all’inizio di febbraio in Polonia il 94% del personale medico e l’80% degli ospiti delle residenze per anziani sono stati vaccinati” contro il Covid-19. “Il 93% in Danimarca per le case di riposo. In Italia più del 4% della popolazione intera ha ricevuto l’iniezione”.
“Questi tre esempi – ha aggiunto – mostrano che le vaccinazioni in Europa hanno guadagnato velocità in molti luoghi; nel complesso da dicembre sono state consegnate 26 mln di dosi di vaccini anti Covid. Lavoreremo molto per arrivare al nostro obiettivo, che è quello di vaccinare il 70% della popolazione”.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
“QUELLE ROBE LE LASCIO AGLI ALTRI”… POI A FUORI DAL CORO DICE L’OPPOSTO
Ieri quando Salvini è uscito dalle consultazioni con Draghi ha voluto sottolineare che lui con
SuperMario mai e poi mai ha parlato di ministri. E che quelle robe le lascia ad altri. Infatti poche ore dopo a Fuori dal Coro di Mario Giordano ha detto tutt’altro. “Ovviamente non abbiamo parlato di ministri o sottosegretari, abbiamo solo detto che la Lega non sarà per il ‘forse’. Se saremo convinti sarà ‘ un ‘sì convinto che ci vedrà partecipi. Se non saremo convinti sarà un giudizio. Penso che stiamo dimostrando lealtà e serietà il bene del Paese viene prima di interessi di partito e di coalizione”, spiegava mentre riferiva il colloquio con il presidente del Consiglio incaricato.
Però poi, un po’ come la signora con il cappello giallo dei cioccolatini, anche se non è proprio fame è venuta a galla quella voglia di fare il ministro: a Fuori dal Coro il “Capitano” fa il timido e usa un sacco di parafrasi, ma anche Mario Giordano capisce e dice “lo prendo per un sì”.
La domanda ovviamente era “Vuole fare il ministro nel governo Draghi?”. “Se mi si chiede di far parte di una squadra io per carattere la partita me la gioco, non sto in panchina a guardare gli altri e a criticare se qualcosa non funziona”.
Dulcis in fundo oggi il leader della Lega intervistato da Avvenire risponde alla stessa domanda usando ancora un’altra sfumatura:
Pensa di entrare personalmente al governo?
Non nego che mi farebbe piacere, ma lascio ad altri il toto-ministri, a me interessano i progetti concreti. Attendo le proposte del presidente Draghi
In ogni caso Salvini non tornerà al Viminale. Il ministero dell’Interno sarà occupato da un tecnico, probabilmente con la riconferma di Luciana Lamorgese. Il Capitano potrebbe finire all’Agricoltura. Lui dice di essere disponibile solo in base alle sue competenze. E sapendo quanto gli piacciono le sagre…
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
“DA QUANDO HA DETTO SI’ A DRAGHI NON CHIEDE PIU’ IL RIPRISTINO DEI SUOI DECRETI?”
“Le bandiere le lascio a Repubblica, io mi occupo di fatti e di vita reale”. 
Non sembra che il leader della Lega abbia preso un granchè bene le domande sui decreti sicurezza di Carmelo Lopapa, giornalista del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Succede questo: Matteo Salvini saluta il premier incaricato Mario Draghi dopo il secondo giro di consultazioni e inizia il suo discorso davanti ai giornalisti.
Finito il monologo in cui tutto sommato ha confermato la sua svolta europeista e il suo endorsement all’ex numero uno della Banca Centrale Europea, iniziano le domande.
Ai quesiti, almeno alla maggior parte, risponde con non risposte, cercando di non dare troppe spiegazioni ai temi cari a lui (e ai suoi elettori).
Poi tocca a Carmelo Loapapa di Repubblica: “Non la sentiamo più parlare di ripristino dei decreti sicurezza da poco riformati, è una bandiera che avete ammainato definitivamente?”.
E lui, stizzito e con l’atteggiamento di chi non sa incassare la frecciatina: “Le bandiere le lascio a Repubblica”. E avanti così, fino a sostenere di volere sull’immigrazione una politica europea, con l’Italia che dovrebbe comportarsi come Francia, Spagna e Germania.
Ma questa non è l’unica “bandiera” (come le ha definite bene il collega di Repubblica), a cui Matteo Salvini sta rinunciando.
L’immigrazione? “Il modello è quello europeo”. La Flat tax? “A noi basta che non aumentino le tasse. E il professor. Draghi ci ha rassicurati su questo. Non aumenteranno, anzi”, ha risposto.
In Europa con i sovranisti o con il Ppe? “Non lo so, alle 18.30 parlerò con i colleghi di Bruxelles, come posso fare a dire ora che indirizzo si prenderà in Europa”.
Orban? “Per quanto riguarda l’immigrazione se dovessi applicare le politiche di Orban in Italia sarei accusato delle peggiori nefandezze”.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2021 Riccardo Fucile
I NOVECENTO MIGRANTI DEL CAMPO DI LIPA AVRANNO PRESTO UN REFETTORIO DOVE MANGIARE E PROTEGGERSI DAL FREDDO
Per proteggersi dal più che pungente freddo balcanico, presto i 900 migranti del campo di Lipa, in Bosnia ed Erzegovina, avranno un refettorio dove mangiare e ripararsi.
Incaricata della realizzazione del progetto, insieme a Caritas italiana e Caritas ambrosiana, è Ipsia-Acli.
La capo progetto, Silvia Maraone, lavora lì da un anno e fa la spola tra la vicina cittadina di Bihac e il campo di Lipa sulle montagne, ad una trentina di km di impervia sterrata.
Il progetto Caritas-Ipsia va avanti grazie ai fondi raccolti per la rotta balcanica, nell’ambito di una campagna rivolta alle comunità cattoliche.
A Lipa sono stati appena conclusi i lavori di spianatura, è stata sparsa la ghiaia sul terreno.
“Ora stiamo montando le tensostrutture per il refettorio, che potrà accogliere almeno 600 persone – dice Maraone al Sir -. Poi installeremo una tenda di servizio, una per l’isolamento della scabbia e una tenda-moschea. Speriamo di riuscire entro il fine settimana”.
I pasti saranno portati e distribuiti dalla Croce rossa di Bihac, che già se ne occupa due volte al giorno. Per ora solo pane e scatolette.
I sei operatori umanitari e le quattro volontarie di Ipsia-Acli sono impegnati in Bosnia da anni con vari “social cafe'” ossia luoghi di animazione e socializzazione nei campi per famiglie e bambini, gli altri 6.000 che stanno percorrendo ora la rotta balcanica.
In questi centri, tra un caffè o un thè caldo, si fanno attività con i bambini, si gioca a carte, si organizzano tornei e corsi di lingua, si pratica sport. Quello di Usivak a Sarajevo, ad esempio, è stato realizzato con 50.000 euro donati dall’Elemosineria apostolica, per volontà di Papa Francesco.
Appena ultimata la costruzione del refettorio si vorrebbe aprire anche a Lipa un “social cafe'” con attività psico-sociali e una outdoor gym.
Afgani, siriani, pakistani, bengalesi, iraniani trascorrono le giornate senza fare nulla, ammassati in tende di 30 persone su letti a castello, avvolti nelle coperte per ripararsi dal freddo, grazie ad una sorta di “effetto stalla”.
Coperte che poi dovranno essere bruciate per non diffondere ancora di più la scabbia.
“Trascorrono le giornate lì, aspettando che il brutto tempo passi, prima di provare di nuovo il ‘game’ in primavera. Alcuni sono stati respinti anche 20 o 23 volte”.
“La cosa più brutta – afferma Maraone – è dover assistere alle violenze subite dai ragazzi alla frontiera. Vediamo minori con le braccia rotte, con frustrate sulla schiena”.
Al contrario, i momenti più belli “sono quando riceviamo notizie da quelli che sono riusciti ad arrivare alla loro meta, in Francia o Germania. E’ importante per noi sapere che non sono vite sprecate, che hanno recuperato la loro dignità “.
(da Globalist)
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