Febbraio 7th, 2021 Riccardo Fucile
“NON CI FOSSILIZZIAMO SU QUOTA 100″….PUR DI PARTECIPARE ALLA SPARTIZIONE DEL BOTTINO DEL RECOVERY TRA POCO SI IMBARCHEREBBE PURE SU UNA NAVE DELLE ONG
“Non ho frequentazioni assidue con il Pd ma le avremo”, così Matteo Salvini in un’intervista a Radio24 all’indomani delle consultazioni tra la Lega e Mario Draghi, incaricato da Mattarella di formare un nuovo governo. Dopo il colloquio con l’ex presidente della Bce il leader del Carroccio ha annunciato la disponibilità ad appoggiare il futuro esecutivo “senza porre veti”.
Salvini vorrebbe “lasciare agli altri le etichette”. “Fascista, comunista, europeista, io sono una persona pragmatica e concreta. Noi siamo mani, piedi, cuore e cervello in Europa”
L’ex ministro dell’Interno ha dichiarato poi di non essere interessato a guidare nuovamente un dicastero, anche se da Via Bellerio fanno sapere che far parte dell’esecutivo con Salvini ministro sarebbe una condizione per appoggiare l’ex presidente della Bce.
“L’anno appena cominciato sarà economicamente e socialmente molto difficile. Il 31 marzo c’è lo sblocco dei licenziamenti e tanti imprenditori saranno costretti a rinunciare a qualche collaboratore, quindi toccare Quota 100 e alzare l’età pensionabile in un anno come questo, o il prossimo, mi sembrerebbe un errore clamoroso. Questo non significa che Quota 100 sarà una questione non negoziabile. Ci siederemo al tavolo con il professor Draghi e ne parleremo”, ha concluso.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 7th, 2021 Riccardo Fucile
“LA SUA CONVERSIONE ALL’EUROPA E’ SOLO STRUMENTALE, GOVERNO IMPOSSIBILE CON LA LEGA”
Enrico Rossi boccia l’ingresso della Lega nel governo. 
L’ex presidente della Toscana, esponente del Pd (attualmente è commissario del Pd umbro), articola questa sua convinzione in un lungo post domenicale su Facebook in cui spiega: “A mio avviso, non è credibile che questa coesione sia possibile con l’ingresso della Lega nella maggioranza” e riassume così la strategia della Lega: “La svolta europeista e responsabile di Salvini, avvenuta come un’illuminazione improvvisa nel giro di poche ore, non è certo ispirata, come lui dice, ai governi di unità nazionale voluti da Togliatti nel dopoguerra – scrive Enrico Rossi – nè al moderatismo democristiano di Santa Dorotea. Ben altra era la profondità e il travaglio dei personaggi di quelle vicende che il solo richiamarle e paragonarle all’oggi offende la verità storica e il normale senso del pudore.Piuttosto, la giravolta di Salvini sembra spinta dalla volontà dei gruppi forti del nord del Paese di avere più garanzie politiche di partecipazione alla divisione di una quantità grande di risorse come quella dei fondi europei”.
Poi aggiunge una considerazione: “Invece, per quanto riguarda il suggeritore politico, è assai probabile che a consigliare in Capitano, che solo pochi mesi fa chiedeva pieni poteri, sia stato il suocero Verdini (Denis Verdini, padre di Francesca legata sentimentalmente al leader della Lega), lo stesso che aveva indotto Berlusconi al patto del Nazareno.E dunque? Per valutare l’inopportunità di fare un governo con la Lega sufficiente verificare la congruità e la possibilità di raccordare i programmi tra forze politiche come Pd, Leu ma anche M5stelle, che con la Lega dovrebbero concorrere a sostenere Draghi”.
(da Globalist)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 7th, 2021 Riccardo Fucile
APPELLO DELLE ONG PER RENDERE PUBBLICI I BREVETTI
I 50 Paesi più ricchi del mondo hanno acquistato il 60% delle dosi disponibili di Pfizer,
Moderna e AstraZeneca. Se non si aumentano i produttori, a farne le spese saranno le aree in via di sviluppo
Il nazionalismo dei vaccini danneggia tutti e non protegge nessuno. Si intitola così un intervento firmato da Tedros Adhanom Ghebreyesus, numero uno dell’Organizzazione mondiale della sanità , uscito su Foreign Policy lo scorso 2 febbraio.
Il comportamento delle grandi aziende farmaceutiche — su tutte Pfizer, Moderna e AstraZeneca — sta sollevando un dibattito di tiratura internazionale sul modo in cui stiamo partecipando alla corsa verso l’immunità di gregge contro il Coronavirus. Nonostante i finanziamenti per i vaccini anti Covid siano pubblici, i brevetti per la loro produzione restano privati.
Così facendo, la coperta vaccinale rischia di rimanere troppo corta: a farne le spese sarebbero, à§a va sans dire, i Paesi in via di sviluppo. Oltre alla questione morale, a dover essere indagata è quella relativa all’efficacia del metodo: secretare le licenze è davvero la strada giusta per immunizzare la maggior parte della popolazione mondiale? Secondo molte Ong e organizzazioni civili, la risposta è no.
I numeri delle Big Three
Come ha sottolineato l’Oxfam — la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che lavora per ridurre la povertà a livello globale — affidare solo alle tre aziende di Big Pharma (quelle, cioè, che hanno già visto approvato il siero) l’attuale produzione delle dosi, non è la strategia migliore per raggiungere l’obiettivo.
Secondo quanto dichiarato da Pfizer, Moderna e AstraZeneca, queste tre case farmaceutiche da sole hanno in programma di produrre entro la fine dell’anno dosi sufficienti per vaccinare circa un terzo della popolazione mondiale.
In realtà , però, le proporzioni ci restituiscono un quadro ben diverso: poichè i paesi ricchi hanno acquistato molte più dosi di quante non ne servano per vaccinare i loro abitanti, la cifra reale della popolazione mondiale coperta è molto inferiore.
Stando ai dati dell’Oms, i paesi ricchi — che ospitano appena il 16% della popolazione mondiale — hanno acquistato oltre il 60% della fornitura complessiva dei vaccini. E mentre questi Paesi mirano a vaccinare il 70% della loro popolazione entro l’estate (Ursula von der Leyen dixit), il piano Covax fatica ad arrivare a una fornitura che garantisca almeno una copertura del 20% della restante popolazione mondiale entro la fine dell’anno
Molti miliardi pubblici, pochi accordi
I clienti preferiti di Big Pharma sono i Paesi che possono avanzare la migliore offerta. Solo AstraZeneca per ora ha stretto abbastanza accordi con le aree in via di sviluppo, mentre le restanti due si sono organizzate principalmente con i Paesi ricchi (Usa, Ue, Regno Unito, Emirati Arabi).
In un comunicato dell’ottobre 2020, Moderna aveva annunciato di non essere intenzionata a citare in giudizio i concorrenti che produrranno vaccini basati sulla tecnologia mRNA durante il periodo dell’emergenza. Attualmente, però, non ha stilato accordi con nessun altro produttore. Nemmeno con la danese Bavarian Nordic, rimasta inascoltata dopo che la scorsa settimana si era offerta di produrre 240 milioni di dosi nella sua fabbrica.
L’unica ad essersi mossa è stata Pfizer, che ha allargato la produzione anche a Sanofi — dopo che la distribuzione della casa farmaceutica francese e del suo partner britannico GlaxoSmithKlin è stata rimandata alla fine del 2021. Sanofi produrrà 125 milioni di dosi del vaccino BioNTech, ma, come sottolineato dall’Oxfam, è solo «una goccia nell’oceano» rispetto alla scala del bisogno. Molto probabilmente, infatti, l’aumento produttivo andrà a beneficio solo dei paesi appartenenti all’Unione europea.
Su quanti siano i finanziamenti pubblici in gioco non si hanno dati certi: secondo Bloomberg, Big Pharma ha ricevuto oltre 20 miliardi di dollari solo dall’Unione europea, e per Lois Chingandu, direttrice dell’Ong Frontline AIDS, ci sono in ballo in totale 100 miliardi di dollari. Inoltre, sempre secondo Chingandu, in un solo anno Pfizer, Moderna e AstraZeneca sono destinate a registrare entrate economiche del valore pari a oltre 30 miliardi di dollari.
I dati sui vaccini nei paesi più poveri
A monitorare la situazione è la People’s Vaccine Alliance, una coalizione di organizzazioni no profit unite nella volontà di rendere un bene veramente pubblico il prodotto finanziato con i soldi dei contribuenti. Secondo un report stilato già a dicembre — cioè prima ancora del V-Day europeo — se non si abbandona la strada dei brevetti e dei profitti sulla pandemia, in molti Paesi in via di sviluppo solo una persona su 10 riceverà la dose. Il 90% della popolazione più povera, quindi, rimarrà senza copertura vaccinale contro il Coronavirus nel 2021.
Guardando le percentuali raccolte dal tracker di Bloomberg, al 6 febbraio solo il 4% delle vaccinazioni totali è stato effettuato nei paesi in via di sviluppo (la maggior parte in India, grazie all’attività del Serum Institute in collaborazione con AstraZeneca e Novavax). Tra i paesi più poveri del mondo, solo la Guinea è riuscita a vaccinare un numero pari a 55 persone. «I paesi ricchi hanno acquistato dosi sufficienti per vaccinare le loro popolazioni tre volte — scrivono dall’Oxfam- , lasciando i paesi in via di sviluppo a competere per gli avanzi».
Per quanto riguarda l’Africa in generale, il progetto Covax ha assicurato al continente almeno 600 milioni di dosi entro la fine del 2021. Secondo il presidente sudafricano e dell’Unione Africana, Cyril Ramaphosa, il numero sarà sufficiente solo per vaccinare gli operatori sanitari. Ma non serve arrivare troppo lontano per notare il «fallimento morale catastrofico»: l’Ue non è riuscita a inviare nemmeno alcune dosi simboliche ai suoi aspiranti Stati membri nei Balcani. Un vuoto che, molto probabilmente, verrà colmato dai produttori cinesi e russi, come già accaduto in Asia, in America Latina, in Turchia e nello stesso continente africano. A oggi, sono più di 20 i Paesi ad aver firmato accordi con Pechino.
Solo in India esistono almeno altri 20 produttori che, se avessero la licenza e fossero in possesso del know-how, sarebbero in grado di realizzare e distribuire i vaccini, arricchendo enormemente la somma di dosi prodotte e distribuibili in diverse parti del mondo. Secondo i dati dell’Unicef, solo il 43% della capacità dichiarata di produzione nel mondo è attualmente in funzione per produrre i vaccini approvati.
(da Open)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 7th, 2021 Riccardo Fucile
SCOPPIANO LE CONTRADDIZIONI: MENTRE SALVINI SI TRAVESTE DA EUROPEISTA, L’AMICO MEUTHEN CRITICA IL CAPO DEL GOVERNO DOVE VUOLE ENTRARE LA LEGA
Uno “scherzo” di cattivo gusto che alla fine “saranno i contribuenti tedeschi a pagare”. Il leader dell’ultradestra tedesca Jorg Meuthen ha accolto con palese irritazione la notizia dell’incarico affidato a Mario Draghi per formare il nuovo governo in Italia.
In Germania l’ex presidente della Banca Centrale Europea non ha mai riscosso particolari simpatie durante il suo mandato all’Eurotower e di certo non ne riscuoterà molte ore, quanto meno tra le file di Alternative fà¼r Deutschland.
Il leader del partito che già dai tempi della Bce definiva il banchiere “becchino dei risparmiatori tedeschi” pare non digerire Draghi nemmeno nella sua nuova veste di presidente del Consiglio.
La ragione di tanto malumore è il Recovery Fund, il fondo europeo che vede l’Italia tra i principali beneficiari per circa 200 miliardi (incluse le risorse che dovranno poi essere restituite).
“In Italia pensano di usare il Recovery Fund per sostituire i sistemi di riscaldamento”, scrive su Facebook Meuthen, riferendosi in maniera un po’ dozzinale al Superbonus edilizio al 110%. Una misura che, secondo l’eurodeputato tedesco, consentirà agli italiani che hanno una casa di proprietà di rifarsi impianti e caldaie a carico esclusivo dello Stato italiano, per questo “pagato in ultima analisi in misura considerevole dal contribuente tedesco! Che orgia di spesa senza senso, tutta a carico del Nord Europa e in particolare della Germania”.
Meuthen non è mai stato entusiasta del Recovery Fund che definisce un “trasferimento di ricchezza” dai Paesi del Nord a quelli dell’Europa meridionale, all’Italia in particolare “dove è risaputo che i cittadini detengono un patrimonio in media di gran lunga superiore” rispetto a quello dei cittadini tedeschi.
Non contenti però di questo “regalo”, gli italiani ora si affidano anche “al grande maestro dell’indebitamento, Mario Draghi”, ora chiamato a “costituire un nuovo governo e poi accontentare gli italiani” con i tanti miliardi pronti da spendere.
Si tratta dell’uomo “che ci ha condotto alla politica completamente errata della Banca Centrale Europea e che ha inondato l’eurozona di una mole eccessiva di denaro. Si tratta di uno scherzo, ma molto brutto del quale i tedeschi, che in misura considerevole saranno chiamati a pagare il conto, alla fine non potranno ridere”, attacca Meuthen.
Se l’incarico da premier irrita non poco il leader di AfD, di certo non lo rassicurerà sapere che il suo principale alleato in Europa si candida a far parte della nuova maggioranza.
L’apertura di Matteo Salvini a Draghi, forse persino preludio del suo ingresso nella squadra dell’esecutivo, rischia di mostrare ancora una volta tutte le contraddizioni insite nell’alleanza tra i partiti sovranisti al Parlamento Europeo.
Per un Meuthen molto critico, c’è infatti un Salvini che quasi tradisce entusiasmo per il nascituro Governo, ostentando disinteresse per chi nota la sua improvvisa svolta europeista.
La ragione è che da qui ad aprile si dovrà scrivere la versione definitiva del Recovery Plan italiano, e anche se in questa legislatura non dovranno essere spesi tutti i miliardi a disposizione di certo bisognerà programmare l’allocazione delle risorse, scegliere i progetti e i cantieri, definire commissari e cronoprogrammi. A quel tavolo è meglio esserci: “Preferisco essere nella stanza in cui si decide su quei soldi, i 209 miliardi del Recovery Fund, ”, ha detto Salvini.
Con buona pace dell’alleato europeo Meuthen.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile
“CONSULTAZIONI CON GRAN VIAVAI DI POLITICI, RENZI ASSIDUO FREQUENTATORE”… DEDICATO A CHI PENSA CHE NON ESISTESSE UNA TRAMA DA TEMPO PER FAR CADERE IL GOVERNO
Ora che Draghi è il presidente incaricato e che Renzi ha tirato la corda fino all’ultimo facendo cadere il governo Conte un articolo pubblicato da UmbriaLeft.it a inizio gennaio sembra molto più che una profezia.
Anzi: sembra una delle chiavi di lettura dell’attuale crisi politica.
Era il 3 gennaio e la testata umbra diretta da Alberto Giovagnoni raccontava qualcosa che era sfuggito ai più.
“Per chi lavora Renzi? – scriveva UmbriaLeft.it – E’una domanda che si sono posti in tanti. Ora sembra che il bandolo della matassa si stia cominciando a sciogliere. Dicono che sia in corso una specie di consultazione “non autorizzata” in una casa di Città della Pieve. Una bellissima casa nella quale c’è da un po’ di tempo, un gran via vai di politici ed esponenti di partito. La casa sarebbe quella di Mario Draghi della quale, in queste ultime settimane, l’ex Presidente del Consiglio, sì quello che abita a Rignano, sarebbe il più assiduo frequentatore. Ora non sappiamo cosa stia accadendo lì dentro, ma siamo sicuri degli incontri, perchè quella è gente conosciuta e non può sfuggire agli occhi di chi vive da quelle parti. E questa è gente che non si incontra “per caso” E poi la cosa ritorna. Un ex leader ormai finito è l’elemento giusto per accollarsi la responsabilità di una crisi di Governo, in un momento del genere. Se è così, per la serie “la campana fa di do, tu me dai e io te do” , gli sarà stato promesso qualcosa di appetitoso. Ma una mossa del genere può nascondere anche delle insidie fino a generare spiacevoli sorprese. Un certo Bertinotti, dicono, fece cadere Prodi per avere un Governo di sinistra a guida D’Alema e si ritrovò con un Governo con molta destra a guida D’Alema. Su una sola cosa non aveva sbagliato : su “Baffino”. Un esecutivo “Tutti (o quasi) dentro” è dunque alle porte? Non ho elementi per esprimere certezze, ma certo che la voglia è tanta!
Questo l’articolo scritto a inizio gennaio dalla testata umbra.
Quello che è accaduto lo sappiamo tutti. Sul resto le interpretazioni sono libere.
(da Globalist)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile
MA SE SONO TUTTI D’ACCORDO CON LUI, ALLORA PERCHE’ SONO IN DISACCORDO TRA LORO?
L’identikit è il seguente: sarà un governo liberale ma interventista, per una tassazione flat
ma anche progressiva, di netta discontinuità col passato ma sulle orme di chi lo ha preceduto, di stampo italiano in senso sovranista ma pure con venature tedesche. L’artefice di questo miracolo, vista anche la narrazione ai limiti della beatificazione che lo ha circondato, è ovviamente Mario Draghi: tutti i partiti sono d’accordo con lui pur restando in disaccordo tra loro.
Perchè a sentire (quasi) tutti i leader politici all’uscita dai colloqui nella sala della Biblioteca di Montecitorio col premier incaricato c’è sempre un feeling particolare, opinioni condivise e visioni comuni sull’Italia del futuro.
La pensano proprio come Draghi, o meglio sembra che sia Draghi a condividere le loro idee, nonostante le loro idee siano sempre state in contrapposizione a quelle di altri partiti che pure, una volta usciti dalle consultazioni, rivendicano di pensarla esattamente come Draghi.
Basti pensare che il più vicino al premier incaricato per sensibilità e priorità sembra – chi lo avrebbe mai detto – Matteo Salvini. Finito l’incontro con l’ex numero uno dell’Eurotower, il leader della Lega lo ha definito “stimolante”, anche perchè “la nostra idea di Italia coincide per diversi aspetti”. Aspetti come “crescita, cantieri, edilizia e opere pubbliche, fondamentali per ridare lavoro, ad esempio dalla Tav al ponte sullo Stretto, dal Brennero alla Pedemontana”. Ecco, ha detto Salvini, “su questo penso ci sia una sensibilità comune”, a patto ovviamente che sia uno sviluppo “compatibile con l’ambiente”.
A colui che ha fatto della flat tax la sua bandiera basta “un impegno che non si aumentino le tasse e che si diminuiscano progressivamente a partire dall’Irpef e penso che su questo ci sia un confronto, a partire dalla settimana prossima”.
La vicinanza alla Russia di Putin è solo un ricordo, Salvini rivendica la “collocazione atlantica” dell’Italia e “in Europa”, purchè “il nuovo governo difenda a Bruxelles a testa alta anche gli interessi dell’Italia”.
Eppure, dice Julia Unterberger, capogruppo delle Autonomie, al termine del suo colloquio con il premier, “Draghi ha fama in Germania di essere più tedesco dei tedeschi e perciò con i sud tirolesi ha un feeling particolare”, dice la leader di Svp vantando il suo affiatamento con l’ex banchiere centrale. Insomma un premier un po’ sovranista e un po’ mitteleuropeo.
Dal canto suo, Italia Viva si dice convinta che il nuovo governo Draghi affronterà “le emergenze con discontinuità sulle cose che non hanno funzionato” durante l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.
Il Movimento 5 Stelle, invece, ha “trovato anche da parte sua (di Draghi, ndr) la consapevolezza di partire con l’umiltà di accogliere il lavoro fatto da chi c’era prima, e su quelle basi costruire il futuro”.
Con il presidente del Consiglio incaricato, la delegazione M5S capeggiata da Vito Crimi – tra i primi grillini a chiudere la porta a Draghi e ora tra gli ultimi a spalancarla – ha discusso di molti temi, a partire dal reddito di cittadinanza – misura sempre osteggiata da tutto l’arco parlamentare a esclusione di LeU e una parte del Pd – riscontrando “una persona sensibile a questo tema e all’importanza che ha in questo momento”.
Ma Crimi ha parlato anche della “presenza dello Stato per aiutare le imprese a uscire da questo momento”, attraverso per esempio “un tema a noi caro, quello della banca pubblica degli investimenti, in modo da mettere a sistema quelle attività bancarie che oggi ravvedono una presenza dello Stato per diventare volano per le pmi”.
Se Vito Crimi all’uscita dall’incontro dipinge un governo Draghi interventista nell’economia del Paese, il leader di Cambiamo! Giovanni Toti, al termine del suo colloquio, racconta di un premier al lavoro “su un programma direi liberale da liberale qual è la formazione economica e politica del presidente Draghi”.
Chiunque esca dalle consultazioni tenutesi nelle stanze di Montecitorio ostenta il suo feeling con il premier incaricato. “Noi siamo a disposizione”, dice il leader del Carroccio Salvini, “non abbiamo pregiudizi perchè quello di cui abbiamo parlato è il futuro dei nostri figli”. E che Draghi rappresenti il futuro dei figli degli italiani lo pensa anche Matteo Renzi, “lui è una polizza assicurativa per i nostri figli e nipoti”, dice.
Anche tra Forza Italia e l’ex presidente della Bce l’intesa è fortissima, d’altronde fu sotto il Governo Berlusconi che Draghi approdò all’Eurotower, consentendogli poi di salvare l’eurozona durante la crisi del debito.
Gli azzurri hanno garantito il loro pieno appoggio al premier dopo il vertice a Montecitorio ma spingendo per un governo tecnico, o per usare le parole di Antonio Tajani, “un Governo dei migliori al servizio dell’Italia, senza implicare la nascita di una nuova maggioranza politica”.
L’esatto opposto di quanto auspicato dal Movimento 5 Stelle che punta invece a un governo con una “forte maggioranza politica”. Draghi, dicono i rumors, pare orientato ad accontentare entrambi: il suo sarà un governo tecnico ma anche politico.
(da “Huffingotonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile
ORA SPERANO CHE SIA DRAGHI AD ESCLUDERE LA GRANDE AMMUCCHIATA QUANDO BASTEREBBE DIRE: “CON I SOVRANISTI NON CI STIAMO”
La mossa della Lega di apertura al governo Draghi crea non pochi imbarazzi al Nazareno. Potrebbe essere Draghi a sciogliere le riserve, proponendo un programma e una squadra di governo che metta ai margini il Carroccio
Si potrebbero pescare decine, forse centinaia di dichiarazioni di esponenti di ogni colore politico che in questa legislatura hanno detto «mai».
«Mai con i sovranisti della Lega» da un lato, dall’altro «mai con il partito di Bibbiano». Invece, ciò che il Quirinale, incaricando Mario Draghi, ha insegnato alle forze parlamentari è che, in politica, vale soltanto il «mai dire mai».
La mattina del 6 febbraio, i partiti della maggioranza cosiddetta Ursula si sono trovati a fare i conti con Matteo Salvini che si sveglia «europeista» e Claudio Borghi che definisce l’ex presidente della Bce «un fuoriclasse».
La Lega ha fatto la sua mossa: stravolgere il proprio impianto politico, comunicativo, valoriale, per non restare fuori dai giochi e spiazzare l’alleanza M5s-Pd-Leu.
La Lega si candida a far parte del nascente governo Draghi e il centrosinistra si trova davanti a un bivio: disattendere la richiesta del presidente Sergio Mattarella, ovvero dare la fiducia all’esecutivo guidato dal “tecnico”, oppure partecipare ai lavori, accettando di sedersi in Consiglio dei ministri con la destra sovranista.
È una faglia. Per non caderci, gli esponenti del Pd tentano di spiegarla così: «In un anno e mezzo di governo, siamo riusciti a far emergere la parte meno populista dei 5 stelle. Sono scettico, ma anche la Lega potrebbe cambiare», ha detto il senatore Alessandro Alfieri.
La realtà è che il Pd spera che sia Draghi a prendere delle decisioni che escludano la Lega, sperando di contare sull’appoggio dei 5 stelle. Lo scrive anche Beppe Grillo su Facebook, citando Platone, «accontentare tutti è la via per l’insuccesso».
L’apertura di Salvini ostentata in conferenza stampa, subito dopo le consultazioni con Draghi, nasconde già la prima insidia.
Pare che il leader leghista, durante il colloquio a Montecitorio, abbia insistito molto sul tema del turismo e poi, a favore di telecamere: «La condivisione con Draghi sullo sviluppo dell’Italia è totale, dallo sblocco dei cantieri al settore del turismo che sta soffrendo più di altri per la pandemia».
È un segnale al Dem Dario Franceschini, titolare del Mibact, che potrebbe celare una richiesta leghista di spacchettamento del Mibact, facendo accorpare il Turismo all’Agricoltura come nel Conte uno. Oppure, un’altra ipotesi, è quella di puntare alla delega al Turismo per un sottosegretario di Stato leghista: in pole position c’è Giancarlo Giorgetti.
Non sarà , dunque, solo il Partito democratico a dover scegliere tra due strade, ma anche Mario Draghi si troverà presto davanti a un bivio.
Nel momento in cui dovrà definire il programma di governo e sottoporre al Quirinale la lista dei ministri compirà una scelta: includere la componente di punti programmatici e di politici leghisti nel governo, oppure prediligere le richieste della maggioranza del Conte due, “spingendo” i gruppi parlamentari del Carroccio a non dargli la fiducia.
Se il programma sarà basato sulla risposta all’emergenza sanitaria ed economica, sarà più facile per i leghisti aderirvi e più difficile per il Pd sedersi al tavolo. L’imbarazzo dei Dem è più forte rispetto a quello del Movimento che, nel Conte uno, con la Lega ci ha già governato.
Memori dell’esperienza conclusasi nell’agosto 2019, il Movimento potrebbe essere il game changer della conformazione della maggioranza: per una questione numerica, i grillini al governo devono starci.
Secondo alcune fonti vicine alla leadership 5 stelle, tra i desiderata arrivati a Draghi dal Movimento, ci sarebbe quello di dare un impianto al nuovo governo basato sull’alleanza M5s-Pd-Leu. «Il riferimento europeista per uno sviluppo sostenibile — dicono — che lavorerebbe meglio senza gli agguati leghisti».
Nei 5 stelle, con il placet del garante Beppe Grillo, sta prevalendo la compagine governista. La trasformazione da movimento a soggetto politico consolidato nel centrosinistra. Le spinte anti-establishment appaiono sopite o, per dirla come il comico genovese, «le fragole sono mature».
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile
“PRIMA IL PROGRAMMA, POI I VOTI”, MA A DRAGHI NON LO CHIEDE NESSUNO
Enuncerò alcuni interrogativi semplici e largamente diffusi dai mass media e da non pochi politici.
Primo, il governo Draghi sarà eletto dal popolo? Avrà una legittimazione dal voto? Almeno il capo del governo otterrà un mandato politico-elettorale?
Oppure, tutta questa discussione va lasciata alle illusioni/delusioni di Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, che intitolava melanconicamente la sua rubrica Lettere al Direttore: “Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?”
Secondo, è vero che molto spesso nel passato qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”?
Oggi, un eventuale governo che includa Cinque Stelle, Partito Democratico, Lega e i numerosi cespugli centristi diventa governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, ma soprattutto ottiene generose valutazioni positive.
Terzo, con Draghi siamo, dunque, all’uomo della Provvidenza come fu definito da Papa Ratti, Pio XI il Mussolini che l’11 febbraio 1929 sottoscrisse i Patti lateranensi?
Certo, non mi riferisco all’ideologia di Mario Draghi, sicuramente un sincero democratico, ma alle malposte iperboli dei commentatori, uomini e donne, dello stivale.
Quarto, i politici e i loro giornalisti di riferimento si sono regolarmente riempiti la bocca con le parole: “prima i programmi poi i nomi”.
Non mi pare che questo sia stato il punto di partenza delle varie dichiarazioni di sostegno al Presidente del Consiglio incaricato. Giusto ricordarne i molti meriti e decisivi nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, ma non sarebbe stato opportuno che i capi partiti e partitini dicessero: “Draghi ottima scelta, adesso vediamo i programmi” (o nel loro lessico “andiamo a vedere le carte”)?
Ma almeno una carta dovrebbe essere chiara: “dentro l’Italia nell’Europa dentro l’Europa nell’Italia”. Ä– lecito interrogarsi se Draghi ha posto questa condizione preliminare?
Da ultimo, almeno allo stato delle cose, “ricostruire la politica” (con la molto discutibile affermazione che “il sistema è fallito” quale “sistema” “che cosa è il fallimento, come lo si misura”?) è un compito che può essere credibilmente affidato a chi di esperienza politica (che non significa trattare con altri banchieri e con le cancellerie) non ne ha?
Però, se davvero Draghi volesse/dovesse ricostruire la politica, non sarebbe lecito fin da subito chiedergli quali sarebbero le linee essenziali di questa ricostruzione?
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile
“QUESTO SPIEGA L’ALTO NUMERO DEI DECESSI, TANTE PERSONE CON POCHI SINTOMI NON VENGONO INTERCETTATE”
Attualmente i decessi per Coronavirus in Italia sono oltre 90 mila. 
Ogni giorno si contano più di 300 morti, spesso più di 400. Se il bilancio continua ad essere così alto, nonostante il calo dei nuovi casi giornalieri, è «anche perchè il numero dei casi che vediamo è inferiore a quello effettivo».
A dirlo è Carlo La Vecchia, ordinario di epidemiologia a Milano in un’intervista a la Repubblica: «La mia stima è che oggi in Italia ci siano il doppio dei positivi di quelli che intercettiamo, cioè circa il 2% degli abitanti, un milione di persone. Questo perchè ci sono tanti senza o con pochi sintomi che non vengono intercettati».
L’incidenza sui futuri decessi, dice il professor La Vecchia, non è questione di età , la cui media è uguale grossomodo ovunque, ma l’inadeguatezza del sistema sanitario pubblico che già all’inizio non aveva risorse utili per farsi carico di un’emergenza di tale portata. «A primavera la medicina del territorio in Paesi come il nostro o la Gran Bretagna aveva strutture inadeguate. Da noi i medici di famiglia gestiscono il flusso terapeutico inviando allo specialista i malati seri, e quindi avevano strutture inadeguate a gestire una malattia grave come il Covid. E non dimentichiamo il sottofinanziamento del sistema sanitario dalla crisi del 2008 in poi», ha detto La Vecchia
E poi «siamo stati il primo Paese fuori dalla Cina a dover fronteggiare il Covid. Eravamo impreparati e a marzo e aprile non abbiamo intercettato almeno 17 mila morti oltre a quelli registrati per Covid in quei mesi».
L’attività di tracciamento, secondo La Vecchia, viaggia a regime. «Ora facciamo tanti tamponi, il tema era cruciale in marzo e aprile», ha detto l’ordinario di epidemiologia. Che ha poi sottolineato: «In autunno abbiamo fatto ogni giorno tra 150 a 250 mila test. Un problema italiano, e di tutti i Paesi occidentali, è stato quello di lasciare a casa i positivi e i malati lievi, che hanno contagiato tutta la famiglia. Quindi l’idea di estirpare l’epidemia con testing e tracing non ha funzionato».
I nostri dati sui morti potrebbero essere più alti anche perchè si conteggiano in modo diverso? «I Paesi seguono il criterio dettato dall’Oms: il Covid ha la priorità rispetto ad altre malattie. Se sul certificato di morte ci sono più cause, anche tre o quattro, tra le quali anche il Covid, il sistema automatico attribuisce il decesso a quella patologia. Non è una regola sbagliata, è vero che i morti hanno anche altre malattie ma sarebbero sopravvissuti mesi o anni senza il Covid. Forse un po’ di sovra certificazione c’è ma è un fenomeno presente in tutti i Paesi».
(da “La Repubblica”)
argomento: denuncia | Commenta »