Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
SALINI E FOA LI HA NOMINATI LA LEGA QUANDO ERA AL GOVERNO CON IL M5S, LA FINISCA DI RACCONTARE BALLE
Ormai ospite fisso di Barbara D’Urso, ieri Matteo Salvini ha parlato del caso Fedez e della censura della Rai. Come sempre, per dissociarsi: “I vertici attuali della Rai non li ho messi io. Fedez ha pubblicato una telefonata con una dirigente Rai, che era la portavoce di Veltroni. Si mettessero d’accordo tra di loro”.
Quando parla di una dirigente Salvini si riferisce a Ilaria Capitani, che è stata portavoce di Walter Veltroni nel 2006 per poi tornare a Viale Mazzini e diventare caporedattrice del Tg2. Poi è stata promossa vicedirettrice di Raitre. Ma soprattutto, gli attuali vertici Rai, ovvero il presidente Marcello Foa e l’amministratore delegato Fabrizio Salini, sono stati nominati quando Salvini era al governo come ministro dell’Interno.
La Rai ha chiuso il 2020 con un risultato netto consolidato in pareggio e una posizione finanziaria negativa di 523,4 milioni.
Ma il pareggio di bilancio è arrivato grazie alle società controllate (Raicom e Raicinema) e al rinvio delle Olimpiadi e degli Europei di calcio cancellati per il Covid, che diversamente avrebbero innescato – secondo molti – uno squilibrio pesante nei conti stimabile tra i 120/150 milioni.
Il conto economico, stando alle indicazioni di previsione. prevede già un meno di 60milioni di euro circa (eventi sportivi a parte).
Intanto sul caso Fedez il ministro degli esteri Luigi Di Maio dice che “un paese democratico non può accettare nessuna forma di censura”. A fare chiarezza sarà la Commissione di Vigilanza Rai che probabilmente martedì o mercoledì ascolterà il direttore di Rai3 Franco Di mare per avviare un’indagine, come ha chiarito il presidente Alberto Barachini. Ora è caccia alle responsabilità.
Ieri Salini ha sostenuto “di non aver mai censurato Fedez né altri artisti né di aver chiesto testi per una censura di qualsiasi tipo. Questo deve essere chiaro, senza equivoci e non accettiamo strumentalizzazioni che possano ledere la dignità aziendale e dei suoi dipendenti. Di certo in Rai non esiste e non deve esistere nessun “sistema” e se qualcuno, parlando in modo appropriato per conto e a nome della Rai, ha usato questa parola mi scuso. Su questo assicuro che sarà fatta luce con gli organizzatori”.
(da La Notizia)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
IL CANTANTE: “RAI VERGOGNOSA, CON L’AUDIO INTEGRALE SI SONO DATI LA ZAPPA SUI PIEDI”… LA TELEFONATA DI FEDEZ A LANDINI CHE HA SMENTITO LA RAI
Il cantante nella notte tra venerdì e sabato chiama il segretario della Cgil
Landini per sapere se esista un regolamento che gli vieti di dire quello che ha scritto nel suo intervento
«Meno male che ho registrato la telefonata e non pensavo di dover arrivare fino a questo punto, ma evidentemente non c’è limite alla vergogna». I riflettori rimangono puntati ancora su Fedez. Nonostante sul palco del Primo Maggio, sabato, si siano esibiti circa 40 artisti, da 48 ore non si fa che parlare solo di lui.
La telefonata cui fa riferimento è quella avvenuta poco prima dell’esibizione con il direttore artistico del Concertone, Massimo Bonelli e la vicedirettrice di Raitre Ilaria Capitani. «Mi vogliono far passare per bugiardo», dice. «Non solo è vero che mi hanno chiesto di non fare i nomi dei politici leghisti ma sono sicuro che sia successo anche ad altri».
Tutto ha inizio quando dalla Rai e dall’organizzazione del Concertone chiedono al cantante di visionare preventivamente il testo dell’intervento che farà sul palco. Nelle parole del cantante, prima l’attacco a Draghi sul blocco delle attività per i lavoratori dello spettacolo, e poi una lunga digressione sulla legge Zan, con riferimenti espliciti a dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti leghisti.
Secondo un retroscena su Repubblica, il testo sarebbe stato noto a tanti, compreso qualche dirigente della Lega. «Fedez ne è convinto e con buona ragione, data la ricostruzione degli orari delle “reazioni preventive” consegnate ai social e alla stampa da Salvini e da altri rappresentanti della Lega ben prima della diretta di Rai Tre, con precisi riferimenti al testo, come quello che riguarda il Vaticano».
In quel momento, scatta la telefonata, che dovrebbe essere di chiarimento e invece si trasforma in una lite furiosa da parte di Fedez. Un colloquio registrato sia dall’artista ma anche, sempre stando a quanto ricostruito da Repubblica, dai dirigenti Rai, visto che c’è una registrazione della stessa telefonata anche dal loro capo del telefono. Qualcuno poi gli dice che le difficoltà a poter concedere l’ok al discorso derivano dall’esistenza di un regolamento del sindacato: non si possono portare istanze di questo genere su quel palco. Fedez non si accontenta e chiama direttamente il segretario della Cgil Maurizio Landini, alle 3 di notte tra venerdì e sabato: lui gli dirà che quel regolamento non esiste.
La telefonata
«Le asserzioni che riporto nel mio testo sono consiglieri leghisti che dicono “se avessi un figlio gay, lo brucerei nel forno”», esplode Fedez. «Le sto chiedendo di adeguarsi a un sistema – si sente dell’altro capo del telefono – Tutte le citazioni che lei fa con nomi e cognomi non possono essere citate. Questo non è il contesto corretto». Fedez replica: «Chi lo stabilisce? Io dico quello che voglio sul palco. Nel mio testo non c’è turpiloquio, sono imbarazzo per voi». «Io ritengo inopportuno il contesto», gli dice a quel punto la vicedirettrice Capitani. «Ma io faccio quello che voglio visto che non c’è contesto di censura», sbotta lui che poi conclude: «Nel vostro futuro i diritti civili sono contemplati sì o no?».
La parte mancante della telefonata
Ieri, 2 maggio, dopo le accuse da parte della Rai di aver manipolato il colloquio al telefono, è spuntata la trascrizione di una parte della telefonata che, con il montaggio fatto da Fedez, non risulta. Frasi che, come ha spiegato il contante in un’intervista a La Stampa, non fanno che avvalorare la sua versione dei fatti. «Nella parte che hanno pubblicato loro si danno la zappa sui piedi da soli».
«Mi scusi Fedez, sono Ilaria Capitani, vicedirettrice di Rai3, la Rai non ha proprio alcuna censura da fare. Nel senso che la Rai fa un acquisto di diritti e ripresa, quindi la Rai non è responsabile né della sua presenza, ci mancherebbe altro, né di quello che lei dirà.» E infine: «Ci tengo a sottolinearle che la Rai non ha assolutamente una censura, ok? Non è questo [?] Dopodiché io ritengo inopportuno il contesto, ma questa è una cosa sua.».
«Io chiedo: “ma allora posso dire quello che voglio?” – dice Fedez – E la dirigente Rai mi risponde “no, no, no”.
A quel punto chiedo se posso dire delle cose che per lei sono inopportune ma che per me sono opportune, non hanno turpiloqui o bestemmie e riportano semplicemente i fatti: quel silenzio assordante che si sente di risposta dice davvero tutto».
(da Open)
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Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
UN DURO ATTO DI ACCUSA A CHI “NON SI ADEGUA AL SISTEMA”
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o dico subito: quello che state per andare a leggere è il punto di vista di un gay (che non ha mai avuto troppi problemi con la sua identità) felicemente sposato da quasi 10 anni e che, nella sua vita, ha avuto la possibilità di seguire, da cittadino prima e militante poi, tutte le tappe della sua accettazione prima e quella dei suoi amici e affetti a seguire.
Mi ricordo ancora quando a 20 anni, pur già consapevole, andai a vedere In &out al cinema e trovai una platea urlante e sghignazzante (ci fu pure uno che gridò fiero: “mi viene da vomitare”) al bacio tra Kevin Kline e Tom Selleck. O a 25 quando uscito da un concerto da un teatro bolognese col mio fidanzato di allora, un gruppo di ragazzotti (miei coetanei) mi tirò una lattina di birra gridandomi frocio, che si rovesciò sulla mia meravigliosa giacca presa per l’occasione e che per i loro standard forse era un po’ troppo.
Non so cosa ma un po’ troppo. Adesso, facciamo un salto di vent’anni e arriviamo a venerdì sera. Ero sul mio divano con marito, figlio a quattro zampe e un paio di amici che questi tempi grigi ci consentono, a vedere Nomadland, quando la mia bolla social comincia a parlare di questi due maschi, bianchi, eterosessuali, probabilmente cristiani che su Canale 5 stanno decidendo quale dovrebbe essere il mio, il nostro approccio quando ci danno dei “froci”, “dei negri” e tutto il corollario che gira intorno.
Questi due che hanno lanciato davanti a 4 milioni di italiani plaudenti (tra loro ci sono pure la Amoroso, Noemi, Nina Zilli e la Clerici, che si sono vivamente complimentati sui social) una lotta al politicamente corretto.
Secondo loro, io a quei ragazzi che mi hanno gridato frocio tirandomi una birra, avrei dovuto ridere in faccia e magari, perché no, invitarli per un’altra birra ad un tavolino. Ma io a questi due buttati in prima serata non voglio nemmeno spiegare che le parole sono armi.
E che ovvio, dipende da come le si usa, ma pur sempre armi rimangono. Tanto non capirebbero. Ma chiederei loro: perché se è una sacrosanta lotta per la censura non andate in tv a bestemmiare?
Perché non dite ai vescovi di farsi una risata quando qualcuno lo fa? Perché, sappiamo tutti, che sarebbero cacciati in un nanosecondo.
Ecco la libertà che vogliono difendere è quella di essere violenti con gli ultimi, con gli indifesi, con le minoranze e, ovviamente, a chiedere il diritto di poterlo fare sono sempre gli altri: quelli che nel loro status non sono né ultimi né indifesi né minoranze.
Ma arriviamo a sabato pomeriggio, nemmeno 24 ore dopo il siparietto di cui sopra: i leghisti, ancora ebbri dallo show della sera prima, insorgono preventivamente per quello che dovrebbe essere il discorso di Fedez al concertone del primo maggio.
Loro che 24 ore prima volevano raccontare cosa era la libertà di espressione.
Il resto lo sappiamo: mentre su Canale 5 furoreggia uno show con i due della sera prima e la sovranista Cuccarini, il discorso più politico degli ultimi tempi viene fatto da un cantante in diretta su Rai3.
Fedez fa quel discorso che i leghisti non volevano, ricordando al presidente del consiglio che non siamo una repubblica fondata sul calcio, ma magari sull’arte.
E poi sistema la Lega, il Vaticano e tutti gli altri ipocriti che ci circondano nella battaglia sacrosanta per il DDL ZAN.
Parlandone col mio amico Aleandro abbiamo concordato che ci sono due elementi particolarmente forti per noi (ed è un noi veramente allargato): il primo è quando uno dei vertici Rai dice a Fedez: “Si adegui al sistema”.
In quelle parole torna la paura dei nostri vent’anni. Perché il sistema prevede di nascondere, omettere e tacere dinanzi a frasi omofobe, razziste e discriminatorie.
Quel sistema ci vorrebbe governare o comunque ci prova anche attraverso armi mandate in prima serata su Canale 5.
Il secondo è quando Fedez diventa rosso paonazzo, si arrabbia ed è un fiume in piena tanto da mancargli il respiro. Quel momento ci fa tenerezza, perché lui sta rappresentando tutti noi. I nostri dolori, le discriminazioni che subiamo, la violenza fisica e psicologica, gli insulti.
Sofferenze che non sono colte né da quei due, né da quel maledetto sistema di cui facciamo tutti parte. Purtroppo.
(da Open)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
“IL GOVERNATORE DELLA NOVA SCOZIA, IN CANADA, CON 90 CASI HA ORDINATO UN LOCKDOWN DI DUE SETTIMANE”
“Ci sono politici che sconcertano gli esperti perché, incredibilmente, ascoltano i loro suggerimenti, quei paesi stanno molto, molto meglio”. Parola di Walter Ricciardi.
Si parla sempre di chiusure e riaperture causa Covid, lo spunto arriva dalle decisioni del governatore della Nuova Scozia, Canada, il riferimento – impossibile non pensarlo – è a quelle assunte dai nostri, di governatori.
Nessun intervento in televisione, non un’intervista a un giornale, il commento è affidato a Twitter, la ribalta dalla quale il consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza, docente di Igiene e Sanità pubblica all’Università Cattolica di Roma, in passato presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e oggi alla guida del Mission Board for Cancer”, l’organismo dell’Unione Europea chiamato a decidere le strategie comunitarie contro il cancro, continua a esprimere il suo punto di vista e le sue valutazioni sulla situazione del Paese.
Qualcuno, in queste settimane di polemiche infuocate sull’opportunità delle prime riaperture avviate lunedì 26 aprile e la necessità di tenere fermo il coprifuoco alle 22 si sarà accorto della sua assenza, magari si sarà chiesto dov’è finito e perché abbia deciso di tenersi in disparte.
Da quando si è insediato il nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi, gli interventi pubblici del consigliere di Speranza, sin dagli inizi della pandemia sostenitore della linea del rigore da impostare sulla base delle evidenze scientifiche, sono diminuiti di molto, quasi azzerandosi.
E in effetti, eccezion fatta per un editoriale scritto per “Avvenire”, delle dichiarazioni di Walter Ricciardi sulle decisioni assunte dal Governo rispetto allo scenario epidemiologico e sulle possibili evoluzioni della curva dei contagi, non c’è traccia nel dibattito degli ultimi giorni. Né del suo primo piano sovente affacciato dagli schermi dei talk show televisivi.
Nei Palazzi c’è chi collega il passo indietro di Ricciardi, molto cercato dai giornalisti e sempre prodigo di considerazioni sullo stato dell’epidemia e indicazioni da seguire per tenere a bada il virus, all’intenzione del consulente di non mettere in difficoltà il suo ministro di riferimento – “già nel mirino di una parte della maggioranza e dell’opposizione” – soprattutto adesso che l’esecutivo pare orientato “a una posizione più aperturista”.
Qualcuno dice pure che “gliel’hanno chiesto proprio, di non essere più così presente come prima”, qualcun altro, stavolta dal Ministero della Salute, sospira un “però poi ha sempre avuto ragione”. Come che sia, Ricciardi non rilascia dichiarazioni e in questi ultimi tempi ha rifiutato di farsi intervistare.
Su Twitter, però, il consigliere di Speranza è presente e dai messaggi che scrive – da quelli che ritwitta, soprattutto – si intende alla perfezione qual è il suo pensiero, quali i timori per il futuro e per gli effetti che la pandemia fa registrare in Italia e nel mondo.
Si capisce che per lui le riaperture andavano rimandate. Ricciardi probabilmente avrebbe prolungato le restrizioni per un altro paio di settimane.
Come si è fatto nella Nuova Scozia canadese. Su Twitter il consulente del ministro Speranza scrive: “Il governatore della Nova Scotia in Canada fa un lockdown di due settimane dopo poco più di 90 casi, avessimo fatto così a ottobre e febbraio avremmo evitato due ondate, migliaia di morti e avremmo una migliore situazione economica psicologica e sociale, non è mai troppo tardi”.
Il riferimento al coprifuoco è nel retweet a un messaggio in cui elencando i dati – numero dei contagi, dei morti, Rt e i ricoveri nei reparti di terapia intensiva, l’esperto che lo aveva scritto concludeva: “Altro che coprifuoco rischiamo di giocarci la prima parte dell’estate”.
Ancora un retweet a proposito dei 23 passeggeri che viaggiavano sull’aereo atterrato a Roma da Delhi tre giorni fa risultati positivi. “L’Italia senza controlli seri e veri alle frontiere – si legge nel tweet rilanciato da Ricciardi – è un paese totalmente vulnerabile a nuove varianti e contagi di ritorno”.
Per il consulente del ministro “ci sono tanti che si illudono e non imparano dalle lezioni dell’anno scorso” e non si può non prendere in considerazione quello che sta succedendo in India. Il motivo è contenuto nel messaggio scritto da Gianluca Pistore, autore del libro “Il virus che non esisteva” e ritwittato da Ricciardi un giorno fa: “In India 400.000 nuovi casi in un solo giorno. Ecco cosa succede a lasciar fare al virus”.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL POST DELL’ARTISTA HA RACCOLTO FINORA OLTRE 2 MILIONI DI VISUALIZZAZIONI E UN MILIONE E MEZZO DI LIKE… LA REPLICA DEL LEGHISTA SI FERMA A 40.000
È una cavalcata. Che Fedez avesse qualche familiarità con i social si poteva già
intuire. I suoi esordi sono stati su YouTube, con una serie di video autoprodotti.
La sua consacrazione su Instagram, dove ha oltre 12 milioni di follower. La sua ultima primavera su Twitch, piattaforma in cui è arrivato da poco ma con cui è riuscito a inserirsi senza troppe difficoltà nella community di streamer italiani.
Con il suo intervento sul palco del Primo Maggio la sua eco sui social è arrivata a un altro livello. È stato un attacco senza precedenti alla Lega, finora regina politica dei social.
Il messaggio di Fedez sul ddl Zan ha attraversato tutti i media: è partito dalla televisione e poi è rimbombato su tutte le piattaforme social. Matteo Salvini non ha potuto fare molto per fermarlo, nonostante negli anni il leader della Lega abbia trasformato i social in una delle chiavi più importanti del suo successo. È il politico europeo più seguito su Facebook, con una pagina che è arrivata a oltre 4,8 milioni di like. È il politico italiano più seguito su Instagram, con 2,3 milioni di follower e ha anche un canale TikTok, oltre che Twitter e Telegram. Per ora niente Twitch. Nonostante questo, il confronto con i post di Fedez nelle ultime ore va in un’unica direzione.
In 12 ore il post di Fedez con il suo intervento contro la Lega ha sfondato il muro di 2 milioni di like con migliaia di riprese da altri influencer.
Il suo tweet con la telefonata a Ilaria Capitani, vicedirettrice di Rai3, ha superato i 50 mila retweet, sempre in mezza giornata.
Il post di risposta di Salvini su Facebook, suo terreno privilegiato, ha superato di poco le 3 mila condivisioni. Totalizzando, quando scriviamo, circa 40 mila like. Confronto impari.
L’attenzione di Fedez verso la politica ha radici ben più antiche del Ddl Zan e della campagna per le vaccinazioni contro il Covid in Lombardia. Nell’ottobre 2011 Fedez aveva 22 anni, compiuti da qualche settimana. La sua carriera era appena iniziata. Alle spalle qualche singolo e l’ep Penisola che non c’è, una manciata di canzoni prodotte da Jt e Dj Harsh che gli avrebbero permesso di entrare in Tanta Roba, l’etichetta appena fondata da Gue Pequeno. Eppure si è era già fatto notare. Tanto che il quotidiano la Repubblica aveva deciso di dedicargli un’intervista su doppia pagina dal titolo Impegno Rap.
I primi testi di Fedez erano molto politici, a partire da Anthem pt.1: «I partiti sono finiti. Sia quelli delle libertà che quelli democratici e onestamente più che un Parlamento sembra un centro di villeggiatura per anziani aristocratici. La situazione è diventata critica da quando la politica parla solo di politica». Il video della canzone inizia con l’intervista a una donna di mezza età, disoccupata. Era la madre di Fedez, poi sarebbe diventata la sua manager.
(da Open)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
CI SONO RAGIONI TECNICHE E DI CONTENUTO
Uno dei commenti più pertinenti di questo day after rispetto al discorso di
Fedez al Primo Maggio, alle polemiche che ne sono seguite, al balletto dei comunicati stampa e – soprattutto – delle smentite, è stato quello di Luca Bizzarri che, non a caso, vive a cavallo di due mondi – quello della tv generalista e quello del social influencing – e che questi due mondi comprende alla perfezione: «Ieri si è ribadito – ha scritto su Twitter – che la comunicazione è cambiata: la tv generalista è sempre più piccola e irrilevante in confronto al web. Nello scontro tra due poteri, il più forte ha vinto».
Abbiamo assistito a un confronto Fedez contro tv, che è un po’ l’opporsi del mondo vecchio e del mondo nuovo (quelli che Antonio Gramsci, non a caso, metteva in contrasto in una delle sue frasi più celebri), proprio nella confusa zona grigia che c’è nel passaggio dall’uno all’altro. Anche se, dopo ieri, l’altro è di gran lunga più vicino.
Fedez ha dimostrato che, in un confronto tra influencer e televisione, i primi avranno sempre la meglio. E che, nonostante i tentativi della seconda di mettere un argine, la televisione sarà sempre un passo indietro per codici, modalità di comunicazione e contenuti. Forse la stessa cosa vale anche per la politica, ma questo è un discorso più ampio ancora.
Ripercorriamo brevemente le tappe di quanto accaduto ieri. Il concertone del Primo Maggio stava andando avanti. Qualcuno aveva iniziato a sussurrare di una possibile bomba che Fedez stava per sganciare sull’evento. La politica direttamente interessata ha provato ad anticipare i tempi, mettendo in gioco i suoi pezzi da novanta, come gli account social di Matteo Salvini che – senza fare riferimenti espliciti – hanno iniziato ad attaccare la manifestazione del Primo Maggio partendo dai soliti canoni: evento pubblico, pagato con i soldi degli italiani, che non può essere strumentalizzato dalla politica.
Frasi che, in passato, nessuno avrebbe osato nemmeno immaginare, ma che nella retorica populista, che fino a un anno e mezzo fa ha dominato la scena, trovano il loro humus perfetto.
Fedez, a quel punto, ha risposto. Lo ha fatto con tre stories davanti a un pubblico virtuale di 12 milioni e passa di followers. Che da soli valgono molto di più dei punti di share di un singolo programma della Rai e hanno – in più – il vantaggio di potersi replicare con effetto onda, andando a coinvolgere le fanbase di altri influencer o, semplicemente, di altre persone comuni.
Basterebbe questo stesso meccanismo a far comprendere da chi arriverà il messaggio dominante. Un programma della Rai, in diretta, viene trasmesso in un lasso di tempo ben preciso; una stories di un influencer può essere vista, a ciclo continuo, per 24 ore.
Poi, è stata la volta di Raitre, con un comunicato stampa (non sapete, oggi, quanto sia anacronistica questa parola!) che ha provato a smentire la ricostruzione di Fedez, facendo addirittura la voce grossa («è ingiusto parlare di censura» o qualcosa del genere: tipo, voi vi ricordate tutti le parole di Fedez, ma chi se le ricorda più quelle del “comunicato stampa”?).
Qui l’influencer ha messo in campo l’altro strumento a sua disposizione: la vita in diretta. Una sua telefonata viene documentata in video, esattamente come si fa – su Instagram – con una cena al ristorante, una sessione di fitness, una cucinata in famiglia, un gioco con i propri figli.
Del resto, per antonomasia, cosa fa un influencer? Vive in diretta, mostra al pubblico quello che sta facendo minuto per minuto. Come si può competere con una persona che fa della sua vita in vetrina il suo principale core business? Possibile che i vertici della Rai – compresa la vicedirettrice Ilaria Capitani – non lo avessero capito al momento della telefonata?
Fin qui i mezzi, ora passiamo ai contenuti. Un programma televisivo, un evento pubblico, che ha le sue regole, i suoi codici, i suoi paletti, non può mai essere definito completamente libero di fronte alla scelta, totalmente personale, di un influencer di dar voce a ogni suo pensiero, «secondo la sua diretta responsabilità» (avete notato che Fedez, nel corso della giornata di ieri, lo ha ribadito più volte?).
Nelle proprie stories, l’utente dei social con grande seguito può dire quello che vuole. In un programma della tv generalista, invece, deve rispettare una scaletta, deve confrontarsi con degli autori che, a loro volta, lo inseriscono più o meno avanti nel palinsesto della serata. Questa, quantomeno, è la percezione del pubblico (chi legge Giornalettismo, invece, sa bene quanto i grandi big del tech e dei social network sappiano essere invasivi nelle loro scelte di mercato). Ieri, il delitto perfetto è stato consumato.
Ecco perché serve una nuova riflessione sui codici della comunicazione, ecco perché serve una consapevolezza – al di là dei singoli episodi – su cosa sia o cosa non sia libero sui social network, ecco perché serve un nuovo modo per affrontare gli argomenti che – si diceva un tempo – dettavano l’agenda setting. E che, ora, non possono far altro che inseguire, in affanno.
(da Open)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
IL RETTORE: “PRENDEREMO PROVVEDIMENTI”… E POI QUALCUNO DICE CHE UNA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA NON E’ NECESSARIA
Insulti omofobi da parte di un docente dell’università di Messina a uno studente.
“Per questo militanza è parlare dei suoi pruriti sessuali”, “Fatelo tornare giù e vedi come lo pestano, tanto a questi piace pure”: sarebbero queste alcune delle frasi che il professore ha rivolto su Facebook a un ragazzo queer bisessuale, subito dopo che quest’ultimo aveva pubblicato sui social una riflessione sul “cat-calling”.
Lo studente, 24 anni, ha denunciato il docente che lo ha insultato.
Interviene il rettore Salvatore Cuzzocrea che parla di “riprovevole vicenda che ha visto coinvolto un nostro studente, oggetto di reiterati insulti di stampo omofobo”. E aggiunge: “L’università di Messina condanna fermamente quanto accaduto”.
I fatti, viene spiegato, sono già all’attenzione dell’amministrazione universitaria per il tramite del presidente dell’Arcigay Messina, Rosario Duga, che è stato ricevuto dal rettore e dal prorettore vicario, ed è stato invitato a inviare tutta la documentazione necessaria “al fine di attivare le dovute procedure disciplinari”.
L’ateneo di Messina, peraltro, si è dotato anche di recente – fa rilevare il rettorato – di “strumenti e regolamenti stringenti che consentano di sanzionare eventuali comportamenti inaccettabili di siffatta natura. Il rettore, comunque, rimane come sempre disponibile a incontrare le associazioni studentesche”.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
PRIMA POLEMIZZA CON FEDEZ, POI LO INVITA A BERE UN CAFFE’… FA CENSURA PREVENTIVA E POI IRONIZZA SULLA RAI, SEMPRE CON I TEMPI SBAGLIATI
I tempi in politica sono importanti. Salvini da un po’ li sta sbagliando proprio
tutti. Come un cantante che stecca alla prima, un calciatore che salta fuori tempo, uno sciatore che inforca una porta.
Non conoscendo l’arte dell’assenza ieri ha cercato a tutti i costi di occupare la scena social. Prima dichiarando a più riprese che sbarchi di migranti basta, “io scrivo a Draghi”. Poi, nel bel mezzo del pomeriggio, schierando a testuggine i leghisti della commissione di Vigilanza Rai e poi mettendoci del suo per andare ad un frontale con Fedez, nel giorno del concertone del primo maggio.
Su quel che poteva o non poteva dire il cantante, niente cose di sinistra, per favore (come se parlare del ddl Zan fosse una cosa di sinistra).
Infine, dopo l’esibizione di Fedez, rovesciando l’ordine dei fattori, sentendosi lui vittima della cultura dominante, chiedendo rispetto per chi crede nella famiglia, rivendicando, “il diritto alla vita ed all’amore sono sacri, non si discutono” (“Per me anche il diritto di un bimbo a nascere da una mamma e un papà è sacro, mentre il solo pensiero dell’utero in affitto e della donna pensata come oggetto mi fanno rabbrividire. Così come, da padre, non condivido che a bimbi di 6 anni venga proposta in classe l’ideologia gender, o si vietino giochi, canti e favole perché offenderebbero qualcuno. Non scherziamo. Viva la Libertà, che non può imporre per legge di zittire o processare chi crede che la famiglia”), come se parlare del ddl Zan mettesse a rischio tutto questo e come se nulla fosse accaduto, invitando Fedez a bere un caffè, tranquilli, “per parlare di libertà e diritti”: “Adoro la Libertà. Adoro la musica, l’arte, il sorriso. Adoro e difendo la libertà di pensare, di scrivere, di parlare, di amare – ha scritto Salvini su Fb dopo l’esibizione di Fedez-. Ognuno può amare chi vuole, come vuole, quanto vuole. E chi discrimina o aggredisce va punito, come previsto dalla legge. È già così, per fortuna. Chi aggredisce un omosessuale o un eterosessuale, un bianco o un nero, un cristiano o un buddhista, un giovane o un anziano, rischia fino a 16 anni di carcere. È già così”. Come se non fosse successo niente.
Infine, non pago, davanti alle accuse di Fedez contro i vertici Rai di essere stato censurato, ha chiosato, sempre Salvini con, “un cantante di sinistra litiga coi vertici Rai di sinistra. Così è. L’Italia se ne farà una ragione”.
Una situazione grottesca di un leader in eterna campagna elettorale, al governo e all’opposizione, con Draghi e anche contro, con il Recovery e l’Europa, ma alla nostra maniera. Con Figliuolo che sta vaccinando l’Italia, ma stiamo a vedere. Arroccato nella sua fortezza Bastiani da cui ogni tanto tira un colpo, ma davanti, ormai, non c’è più nessuno.
Se il ddl Zan serva o non serva a questo Paese per prevenire e contrastare la discriminazione e la violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità lo stabilirà il Parlamento, non la morale di Salvini.
Quando poi si prende la china di quello che si può dire o non dire in un programma Rai, si prende una china pericolosa.
Salvini non è nuovo a questo tipo di scomuniche (Berlusconi docet). Sarebbe bene che il leader leghista ricordasse come la Rai in qualche modo abbia nella sua storia, che è patrimonio del Paese e anche di Salvini, anticipato lo spirito del tempo. Trasmetteva (anche se c’è voluto del tempo) Dario Fo e Franca Rame quando la violenza sessuale era un reato contro la morale (e non contro la persona); ha ospitato inchieste e trasmissioni irriverenti con la chiesa e la morale corrente quando il conformismo cattolico era ridondante.
Ha fatto cultura e informazione con eccellenze quali Sergio Zavoli, Furio Colombo, Umberto Eco, Enzo Biagi, ha avuto (e ha) giornalisti per cui è sempre stato ben chiaro quale fosse l’essenza del servizio pubblico, da Mario Pastore a Italo Moretti, da Bruno Vespa a Paolo Frajese (e moltissimi altri), al di là di quali fossero le loro convinzioni politiche.
La Rai ha rotto schemi con Benigni a Sanremo, con L’Altra domenica, con decine di trasmissioni radiofoniche libere veramente e ha raccontato l’Italia, e la racconta ancora, con Tv7, la Notte della Repubblica, Mixer, e oggi con Report, Presa diretta e tanti altri prodotti di valore che non avrebbero mai visto la luce se la produzione avesse dovuto seguire solo la politica del tempo (finanche il maestro Manzi ha forzato la mano).
E nello stesso tempo ha tenuto in gran conto la cultura prevalente, con programmi di approfondimento religioso, la messa la domenica e nessuno ha mai osato dire se fossero di destra o di sinistra: ognuno vede quello che vuole, di destra, di sinistra o di centro.
Le etichette le ha sempre messe e le mette, come ha fatto Salvini ieri, la politica. Per fini politici, nemmeno tanto reconditi.
Ma quel che è giusto o non è non può dipendere dalle alterne fortune di un leader ormai avvitato su se stesso, che per arroganza e ingordigia (aveva avuto tutto ma voleva di più, i pieni poteri) è riuscito a farsi cacciare da un governo in cui era padrone e l’Italia lo ringrazia perché non ha dovuto soggiacere alle sue esigenze ondivaghe nell’anno più difficile della storia italiana dal dopoguerra, quello della pandemia.
Ora sta al governo e pretende di dettare l’agenda con colpi sempre più sordi. Sul ddl Zan una maggioranza in Parlamento c’è (ieri a difesa di Fedez è sceso il forzista Elio Vito). Salvini (e tutti coloro che hanno legittimi dubbi, e ce ne sono molti) ha diritto a dire no, naturalmente. Si trovi una maggioranza diversa e vinca il migliore in Parlamento. E’ il bello della democrazia.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 2nd, 2021 Riccardo Fucile
UN GRANDE COMUNICATORE PER LA UNA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA CHE NEGLI STATI CIVILI C’E’ DA TEMPO
A Federico tremava la mano in cui teneva il foglio. Tremava non per la paura, ma per il coraggio che ci vuole a tenerlo, quel foglio leggero e però pesantissimo in cui c’erano quasi tutte le parole che avrebbe pronunciato poco dopo averlo preso.
Chiamiamolo pure Fedez, Federico, anche se un nome vero è molto più di battaglia. E molto più consono a chi riesce a salire su un palco incredibile come quello del Concertone del Primo Maggio e pronunciare un’intemerata contro un partito di governo, facendo i cognomi e non risparmiando citazioni con i nomi degli autori ben appuntati.
A Federico tremava la mano che stringeva le parole del suo attacco senza paura verso le persone che politicamente e quasi fisicamente si sono fatte ostacoli al ddl Zan sull’omofobia, con un piglio da Cyrano che non tocca però al fin della licenza, ma inizia a trafiggere dalla prima parola.
Una prova pazzesca, da grande comunicatore, una forma che i grandi performer raggiungono ma non tutti gli artisti poi riescono a dominare.
E che riporta alla mente quella memorabile di Elio e le Storie Tese nel 1991, in cui dal palco del concertone a piazza San Giovanni attaccarono a testa bassa tutta la classe politica del tempo, la Rai, Andreotti, Cossiga, denunciando al ritmo di Cara ti amo trame e sottotrame dei palazzi. Un momento storico di tv e di performance che valsero al “complessino” la brusca interruzione dell’esibizione e varie prospettive di chiusura di carriera anticipata. Ma in realtà la vera anticipazione l’avevano data loro, delineando il grosso dello scenario che poi sarebbe esploso da lì a breve con l’inchiesta “Mani Pulite”.
E quella di Fedez sul palco del Concertone 2021 è stata una cavalcata fiera verso la rivendicazione di diritti e norme consolidati in molte democrazie, ma ancora distanti dalla nostra, nella deriva di dibattiti e ostruzionismi senza fine.
Si è esposto Fedez, parlando di avvisi preventivi da una vicedirettrice Rai, smentiti dall’azienda ma confermati da Fedez con un video della telefonata, registrata chiaramente, pubblicato online.
Un j’accuse potente e lucido, più di un rap, che non cercava solo il ritmo delle parole, ma parole che facessero da base ad un pensiero necessario. Fedez è stato, soprattutto, credibile. Come voce di questi tempi, come i colori necessari per un epoca che cambia. A Federico tremava la mano. Ma non ha tremato la voce.
(da La Repubblica)
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