Aprile 15th, 2021 Riccardo Fucile
I CASI DI FORMIGONI E DEL TURCO, CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA PER AVER DIROTTATO FONDI PUBBLICI DELLA SANITA’ AI PRIVATI IN CAMBIO DI TANGENTI: IN PREMIO GLI RIDANNO PURE IL VITALIZIO
Avevamo scritto che alla Restaurazione in corso mancano solo le parrucche e i codini del Congresso di Vienna. Ma non avevamo previsto la restituzione dei vitalizi ai ladri di Stato. Invece è arrivata anche quella.
Dopo Formigoni, che su 5 anni e 10 mesi di condanna ha scontato 5 mesi e ora riavrà 7mila euro al mese direttamente dalle nostre tasche, anche Del Turco (3 anni e 11 mesi) sarà oggi riabilitato con 5.500 euro mensili: in fondo lui di mazzette ne ha incassate solo 850mila euro e non ha ancora versato i 700mila di risarcimento allo Stato (anziché pagare, incassa).
Seguiranno B., Previti, De Lorenzo, Di Donato e altra brava gente. Ma concentriamoci sugli sgovernatori.
Date un’occhiata allo stato comatoso della sanità (e delle vaccinazioni) in Lombardia e in Abruzzo: se cercate un perché, lo trovate nelle rispettive sentenze della Cassazione. L’uno e l’altro dirottavano i soldi delle nostre tasse destinati alla sanità pubblica nelle tasche dei ras delle cliniche private (Maugeri e San Raffaele il primo, Angelini il secondo), i quali poi ricambiavano con congrue percentuali, sempre a carico nostro. Intanto le due Regioni tagliavano i posti letto pubblici e l’Abruzzo s’imbarcava pure in una folle cartolarizzazione dei crediti sanitari farlocchi, ceduti a banche estere e ripagati con mutui capestro.
Sui giornali del Partito degli Impuniti si legge che Del Turco è innocente perché Angelini ha una condanna per truffa alla Regione (per ogni ricoverato stilava fino a 10 cartelle cliniche, con rimborsi regionali a piè di lista) e s’è visto confiscare il bottino delle sue truffe: 32 milioni.
Peccato che il Telepass della sua auto segnalasse 19 visite tangentizie in due anni a villa Del Turco: prendere mazzette è già grave, ma prenderle da chi sai che sta truffando la tua Regione è una doppia vergogna.
Idem per Formigoni, che – sentenza definitiva alla mano – elargì oltre 200 milioni di fondi regionali al San Raffaele e alla Maugeri per 6 milioni di tangenti
Fate voi il calcolo su quei 32 milioni in Abruzzo più 200 in Lombardia: quanti posti letto e respiratori avrebbero potuto acquistare le due Regioni prima della pandemia se fossero state governate da gente onesta?
Nel 2015 una norma voluta da Piero Grasso ci aveva risparmiato, se non il danno, almeno la beffa di vedere questa gente mantenuta a vita dallo Stato. L’avevano votata tutti: Pd, Sel, FdI e Lega; il M5S no perché la riteneva troppo blanda.
Ora il Senato la aggira senza neppure cambiarla, per mano dei leghisti Pillon e Riccardi e del forzista Caliendo, nel silenzio di tutti fuorché dei 5Stelle.
Che poi qualcuno si domanda perché, con tutte le cazzate che fanno, non muoiono mai: perché gli altri sono così.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 15th, 2021 Riccardo Fucile
COLONNELLI, DIRIGENTI E FORESTALI A TAVOLA, ECCO CHI C’ERA
Il pranzo al ristorante dei politici in Sardegna nonostante i divieti si arricchisce oggi
di particolari molto interessanti. Mercoledì 7 aprile infatti colonnelli, dirigenti, politici e forestali sono stati beccati a tavola nelle Nuove Terme di Sardara (Medio Campidano). O meglio: erano in 40 e per ora sono usciti soltanto 19 nomi. Ma sono i dettagli a interessare. Il primo è che in molti, quando sono arrivate le forze dell’ordine, sono scappati dalla finestra.
Il Fatto Quotidiano oggi riporta i nomi dei primi 19.
Si tratta del comandante del 151° reggimento fanteria Sassari, Marco Granari; il comandante del Corpo forestale regionale, Antonio Fasula; il dg dell’Agenzia Forestale Regionale (Forestas), Giuliano Patteri; il dg dell’assessorato regionale all’industria, Alessandro Naitana; il coordinatore provinciale dell’Udc, Andrea Floris; il sardista Bastianino Spanu.
E ancora: i vertici dell ’Azienda ospedaliera universitaria di Cagliari, l’ex presidente dell’Agenzia regionale (Laore), Antonio Monni, una decina tra dirigenti regionali, sanitari e amministratori locali.
I commensali però erano una quarantina. Quasi metà è riuscita a scappare, chi calandosi dalla finestra del bagno, chi uscendo dalle cucine, chi infilandosi in auto e sgommando via.
Uno spettacolo tragicomico, che ha spinto la Procura di Cagliari ad aprire un fascicolo, per ora senza ipotesi di reato. Casula, massimo dirigente del Corpo Forestale della Sardegna, ha detto la sua. “Io non sono uno di quelli che sono scappati, ero a Sardara e mi sono qualificato, dando l’autocertificazione alla Finanza. Ero lì per lavoro”. Una spiegazione smentita dal Comune di Sardara, proprietario delle terme.
Aveva già ammesso di essere presente anche l’ex assessore regionale agli Enti locali ed ex presidente dell ’Anci Sardegna, Cristiano Erriu.
Intervistato da la Nuova Sardegna, ha chiesto scusa, ma si è rifiutato di rivelare i nomi dei partecipanti. Il sospetto, riporta il Fatto, è che il banchetto servisse per spartirsi le poltrone.
Le opposizioni – che da due giorni occupano l’aula – chiedono a Solinas di riferire sui fatti di Sardara. Ma si è rifiutato. “Il presidente non deve e non può riferire alcunché: ci sono indagini in corso”, ha spiegato ieri la vicepresidente Alessandra Zedda (FI). “Siamo ancora senza legge finanziaria, le imprese non hanno i ristori, le crisi industriali sono sempre più preoccupanti e profonde. Eppure voi ci parlate di una legge che si propone di aumentare i posti negli uffici di gabinetto, con sei milioni da prendere dalle casse pubbliche – ha tuonato il Pd Piero Comandini –. Utilizziamo questi soldi per aprire punti vaccinali nelle zone più interne della Sardegna”. “Giunta e Regione sono già dotate di consulenti e posizioni fiduciarie – gli fa eco Eugenio Lai (Leu) – il problema non è nominare altri consulenti, ma scegliere persone competenti nel sottogoverno”.
Anche la consigliera regionale del M5s in Sardegna Desirè Manca, appreso dell’indagine condotta dalle Fiamme Gialle, ha presentato un’interrogazione urgente in Consiglio. Desirè Manca chiede al presidente Solinas “se sia a conoscenza della ragione del pranzo, i nomi dei partecipanti, e se non ritenga utile manifestare una netta presa di distanza stigmatizzando e ove possibile sanzionando le violazioni”. La Lega, partito di maggioranza, prende le distanze: “In una situazione delicata come quella che attualmente viviamo, con l’isola che si accinge ad essere relegata in zona rossa per due settimane, riteniamo quanto mai sconveniente che a infrangere le regole sia proprio chi dovrebbe dare il buon esempio”, afferma il capogruppo Dario Giagoni.
(da La Notizia)
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Aprile 15th, 2021 Riccardo Fucile
TASSO DI SEGNALAZIONE E’ DI 510 OGNI 100.000 DOSI
Sono state 46.237 le segnalazioni di reazioni avverse, su un totale di 9.068.349 dosi somministrate (tasso di segnalazione di 510 ogni 100 mila dosi), registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 marzo 2021 per i tre vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso”.
Lo riporta il terzo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 dell’Aifa.
Gli eventi segnalati insorgono prevalentemente “lo stesso giorno della vaccinazione o il giorno successivo (87% dei casi)”, precisa l’Agenzia italiana del farmaco. Per tutti i vaccini gli eventi avversi più segnalati sono “febbre, cefalea, dolori muscolari o articolari, dolore in sede di iniezione, brividi e nausea, in linea con le informazioni note sui vaccini finora utilizzati in Italia”, aggiungono gli esperti. Delle 46.237 reazioni avverse “il 92,7% sono riferite a eventi non gravi, che si risolvono completamente. Ovvero dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari”.
Le segnalazioni gravi corrispondono “al 7,1% del totale, con un tasso di 36 eventi gravi ogni 100 mila dosi somministrate, indipendentemente dal tipo di vaccino, dalla dose (prima o seconda) e dal possibile ruolo causale della vaccinazione”.
“La maggior parte delle segnalazioni sono relative al vaccino Comirnaty (81%), finora il più utilizzato nella campagna vaccinale (68% delle dosi somministrate). C’è un aumento delle segnalazioni per il vaccino Vaxzevria (17%) – sottolinea il report dell’Aifa – a seguito dell’incremento dell’uso di questo vaccino (27% delle dosi somministrate). Le segnalazioni relative al vaccino Moderna rappresentano invece il 2% del totale e sono proporzionali al numero più limitato di dosi somministrate (5%)”.
I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di Farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 marzo 2021. Si parla dei tre vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso.
“Nel periodo considerato- prosegue il Rapporto- sono pervenute 46.237 segnalazioni su un totale di 9.068.349 dosi somministrate (tasso di segnalazione di 510 ogni 100.000 dosi). Di queste il 92,7% sono riferite a eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari”.
Per tutti i vaccini gli eventi avversi più segnalati sono febbre, cefalea, dolori muscolari/articolari, dolore in sede di iniezione, brividi e nausea. In linea con le informazioni note sui vaccini finora utilizzati in Italia.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2021 Riccardo Fucile
QUALCUNO IN REGIONE SI GUARDI ALLO SPECCHIO E SI DIMETTA PER MANIFESTA DISUMANITA’
Roberto Monaco, emozionato, ci ha provato alle ore 0,1 del 9 aprile, data
annunciata dai vertici della Regione Lombardia per l’iscrizione alle vaccinazioni anticovid dei disabili lombardi.
«Mi dava errore, ma ho pensato che magari l’avvio fosse alle 7. Vedevo la luce ed ero impaziente. Ho puntato la sveglia, invece niente, il messaggio era sempre “hai sbagliato i dati o non sei previsto tra le categorie”».
Roberto, disabile al 100 % da 40 anni per una sclerosi multipla, confessa di avere avuto un momento di sconforto. E non è uno che molla: lavora, vive da solo, guida. Controlla la sua malattia con il nuoto ed è stato il primo in assoluto a immergersi nella piscina di Alzano Lombardo, non proprio un luogo qualsiasi, appena l’hanno riaperta per la riabilitazione.
Ma da venerdì, lui come migliaia di altri disabili, non riesce ad accedere alla piattaforma vaccinale perché, come ammesso dall’assessora al welfare Letizia Moratti, la piattaforma di Poste che ha sostituito Aria è collegata all’Inps, che ha digitalizzato i dati di questa categoria solo dal 2010 in poi, 284.000 in tutto. Per quelli più “anziani”, al momento, come Roberto e migliaia di altri è il solito terno al lotto.
Al numero verde che ha subito chiamato il 9 gli hanno preso i dati dicendogli che gli avrebbero mandato poi una mail. Non pervenuta.
Poi Roberto ha scritto al vax manager di Regione Lombardia che ha risposto di rivolgersi la settimana dopo, cioè questa, al medico di base che avrebbe avuto le credenziali per il database per inserire i suoi dati nella piattaforma.
«Il mio medico invece non ha ricevuto nessuna credenziale- dice Roberto – dipende dalle Ats, tra i miei amici nelle mie condizioni c’è chi è riuscito a iscriversi e chi no». Intanto è spuntato un altro numero verde che ha chiamato ieri e gli hanno richiesto gli stessi dati del primo call center, promettendo di ricontattarlo come l’altro.
«Mi veniva quasi da ridere». «Ho la legge 104 comma 3, ho la tessera sanitaria con tutti i miei dati. Possibile che non ci sia un sistema automatico?».
Da gennaio non può vedere la fidanzata, anche lei disabile, che abita a Venezia. Per lui il vaccino previsto in quanto fragile è Pfizer. Ma ne farebbe uno qualsiasi.
Paola Rizzi
(da Metro)
Ps L’odissea si è conclusa stamattina, la prenotazione si è finalmente sbloccata, la sua vaccinazione sarà il 6 maggio, altri 20 giorni di attesa. Al caro amico Roberto tanta solidarietà e un abbraccio grande
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Aprile 15th, 2021 Riccardo Fucile
IL CAMPIONE DELLA SUPERCAZZOLA E LE SUE DICHIARAZIONI PASSATE
A parole campione dell’anticasta e della guerra ai privilegi, nei fatti i suoi senatori, nel silenzio di una commissione, votano per restituire il vitalizio a Roberto Formigoni, anche se condannato.
Di chi stiamo parlando? Ovviamente di Matteo Salvini, che negli ultimi anni ha fatto della lotta ai vitalizi un suo cavallo di battaglia, un perno della sua propaganda demagogica e populista. Non si contano più le dichiarazioni che il leader della Lega ha rilasciato negli anni contro quello che lui stesso definiva “uno scandalo” e “una vergogna”.
A cominciare dall’11 luglio del 2018, siamo agli esordi dell’esecutivo gialloverde. Accanto, in quel momento, nell’alleanza di governo, si ritrova un partito, il Movimento 5 Stelle, che ha costruito la sua identità su questi temi e lui, consigliato da Morisi, non vuole essere da meno. E allora eccolo spendersi in molteplici interviste e comparsate travestendosi da cittadino all’interno dei palazzi pronto a difendere i diritti degli ultimi e dei deboli dalla protervia e l’avidità della “kasta”.
“Il taglio di privilegi e vitalizi del passato era, è e rimane una priorità mia, della Lega e del governo” attaccava Salvini. “Prima lo si fa, meglio è, perché i politici non abbiano nulla in più e nulla in meno rispetto a tutti gli altri cittadini italiani”.
Una posizione dura (e, almeno in apparenza, pura) che Salvini ripeterà più volte, ogni volta che si presta l’occasione.
Come il 31 maggio di due anni dopo. Il governo gialloverde è ormai un lontano ricordo, così come la sua poltrona di ministro, ma un voto dei suoi consiglieri regionali calabresi in difesa dei vitalizi in Regione lo costringe a intervenire in fretta e furia nel tentativo di spegnere l’incendio e giustificare un voto che a molti era parso in netto contrasto con le sue posizioni battagliere sul tema. E allora eccolo destreggiarsi in un triplo carpiato dialettico, pur di difendere l’indifendibile.
“Forse non hanno capito bene cosa stavano votando. I calabresi sono gente tosta che chiede più lavoro, strade e ferrovie sicure, ospedali efficienti e un futuro per i propri figli, non certo vitalizi ai politici”. Olè
Altro giro, altra supercazzola. E’ il 26 giugno 2020, pochi mesi fa, quando Salvini tuona contro la decisione della commissione Contenziosa del Senato che ha ripristinato i vitalizi per gli ex senatori, questa volta con il voto contrario dei leghisti.
“Il ripristino dei vitalizi per gli ex senatori deciso da questa Commissione del Senato è un segnale disgustoso e vergognoso” tuona il nostro, finalmente senza macchia e senza peccato.
Insomma, sembra che per una volta Salvini sia stato conseguente alle sue dichiarazioni, qualcuno direbbe coerente. Sarà la volta buona che il “capitano” affronti seriamente un tema, mettendosi alle spalle le giravolte del passato? Chi ci crede evidentemente non conosce bene la carriera di questo ex comunista padano federalista convertito al fascio-sovranismo militante.
E infatti, siamo ormai ai giorni nostri, due giorni fa, il 13 aprile 2021 quella stessa commissione, restituisce il vitalizio all’ex governatore di Regione Lombardia Roberto Formigoni, in barba a una condanna pesantissima per corruzione nel processo Maugeri e fregandosene bellamente della cosiddetta delibera Grasso che nel 2015 aveva sospeso i vitalizi per i condannati per reati gravi.
Questa volta i senatori della Lega, tra cui – udite, udite – c’è anche Simone Pillon, quello secondo cui il Ddl Zan non sarebbe una priorità, votano compatti a favore del ricorso del Celeste, con buona pace di tre anni di dichiarazioni belligeranti del principe dell’anticasta Salvini.
Ma il problema non è nemmeno lui, che “cazzaro” (per citare qualcuno) lo è sempre stato e non ha fatto molto per nasconderlo. Il problema è che c’è ancora qualcuno che gli crede, e addirittura – tenetevi forte – lo vota.
Questo è il problema.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 15th, 2021 Riccardo Fucile
I CONTAGI CALANO DEL 15%, MA I DECESSI AUMENTANO DEL 7,5%… LE RIANIMAZIONI REGISTRANO SEMPRE 200 NUOVI INGRESSI AL GIORNO… VACCINATO CON DUE DOSI SOLO IL 44% DEGLI OVER 80
Frenano i contagi da SarsCov2, ma sono ancora più di 200 i pazienti che ogni
giorno entrano in terapia intensiva. Nella settimana tra il 7 e 13 aprile si è osservata infatti una riduzione del 15,4% dei nuovi casi, un aumento dei decessi del 7,5% rispetto a quella precedente e un inizio di alleggerimento del carico per gli ospedali. Lo segnala la Fondazione Gimbe nel suo ultimo monitoraggio settimanale.
In particolare il rapporto ha rilevato tra il 7 e il 13 aprile 106.326 nuovi casi contro i 125.695 della settimana precedente, un calo del 5,8% degli ingressi in terapia intensiva (-217) e dei ricoverati con sintomi (-8,1%), Sono invece aumentate le morti (3.083 vs 2.868).
“I nuovi casi e la loro variazione percentuale continuano a scendere – commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – ma con un bacino di 520 mila casi attualmente positivi è impossibile riprendere il tracciamento dei contatti”.
“Sul fronte ospedaliero – aggiunge Renata Gili, responsabile Ricerca sui Servizi Sanitari Gimbe – le curve dei ricoveri con sintomi e delle terapie intensive hanno iniziato una discesa lenta e irregolare. Ma i numeri assoluti restano elevati e in molte regioni gli ospedali sono ancora in affanno”.
Infatti, a livello nazionale l’occupazione dei posti letto in terapia intensiva (39%) e area medica (41%) è ancora superiore alle soglie di allerta (rispettivamente 30% e 40%). In particolare sono 7 le regioni oltre la soglia di allerta per i posti letto di area medica e 13 per le terapie intensive. “Si conferma il calo dei nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva – conclude Marco Mosti, direttore operativo Gimbe – ma ogni giorno la media degli ingressi supera i 200”.
Il 14 aprile avevano completato il ciclo vaccinale con la seconda dose 4.055.458 milioni di persone (6,8% della popolazione), con notevoli differenze regionali: dall’8,3% del Piemonte al 5,2% della Campania. Anche se il numero di somministrazioni in alcuni giorni ha superato quota 300 mila, su base settimanale non si va oltre le 1,9 milioni di dosi, numero ben lontano dall’obiettivo del generale Figliuolo di 3,5 milioni a settimana.
Rispetto alla protezione degli over 80, sui 4,4 milioni totali, il 43,9% (1.939.680) ha completato il ciclo vaccinale, mentre il 32% (1.414.126) ha ricevuto solo la prima dose, con le consuete importanti differenze regionali. Nella fascia 70-79 anni, su oltre 5,9 milioni, 180.164 (3%) hanno completato il ciclo vaccinale e 1.395.527 (23,4%) hanno ricevuto solo la prima dose.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile
IL CASO RIVELATO DAL CAPO DELLA DDA DI MILANO: “AVEVANO L’INTERDITTIVA ANTIMAFIA MA BASTAVA UN’AUTOCERTIFICAZIONE PER FARE LA RICHIESTA”
I peggiori sospetti hanno trovato una delle peggiori conferme. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus e della conseguente crisi economica, più volte i magistrati hanno lanciato l’allarme sulle possibili infiltrazioni mafiose, specificando che i clan non si sarebbero lasciati sfuggire l’occasione di mettere le mani sui finanziamenti diretti alle aziende in difficoltà, concessi con la sola autocertificazione, e che gli argini posti per evitare simili fenomeni erano troppo deboli.
Il dibattito a livello parlamentare che ne è conseguito non ha portato a mettere a punto un sistema efficace di controlli, sono spuntati fuori i primi casi di illeciti ed ecco ora che il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Alessandra Dolci (nella foto), succeduta a Ilda Boccassini, ha rivelato che ben 600 aziende colpite da interdittive antimafia – perciò ritenute vicine o collegate ai clan – si sono insinuate nei decreti emergenziali e dunque in sostanza arricchite con quel denaro pubblico che doveva invece andare soltanto all’economia sana.
IL PUNTO.
“Io non so che cosa accadrà con il fiume di denaro del Recovery Fund, però posso dire quello che sta succedendo con i soldi immessi nel nostro circuito economico dai vari decreti, come il Cura Italia, il Rilancio o il Liquidità. Nonostante il momento di crisi che stiamo vivendo – ha specificato il magistrato antimafia intervenendo durante il webinar “Recovery Fund. Il rischio criminale”, organizzato dal circolo “Enzo Biagi” a Milano – sono state create incredibilmente tante nuove aziende, altre hanno semplicemente cambiato la compagine societaria. Questa fibrillazione è dovuta al fatto che almeno una parte di queste imprese è stata creata ad hoc per beneficiare di questi finanziamenti del sistema bancario”.
Il numero uno della Dda di Milano ha quindi aggiunto che sono state appunto censite oltre 600 società colpite da interdittive antimafia, quelle dunque a cui è vietato di avere contatti con la pubblica amministrazione, che hanno chiesto finanziamenti o avuto accesso ai fondi, assicurando che lo ha rilevato nelle stesse indagini che sta conducendo sui clan che operano nel Nord del Paese.
Ancora: “In molti casi siamo arrivati in tempo e in altri casi i soldi sono stati erogati e “distratti”. Faremo le dovute contestazioni, anche se il denaro non sarà più recuperato”.
Sono in aumento “le proposte di acquisto” di società a prezzi bassi o addirittura stracciati e vi sono particolari “proposte di finanziamento”, come appurato anche da una recente rilevazione di Confcommercio.
“Abbiamo il tentativo della criminalità organizzata di rilevare attività – ha sostenuto Alessandra Dolci – soprattutto nella ristorazione, o piccole e medie imprese”, e “abbiamo l’aumento dell’usura”, un fenomeno “che crediamo sia molto presente anche nel contesto lombardo”.
Ora, per il magistrato, il prossimo grande rischio è tutto legato alla gestione dei soldi del Recovery, ribadendo che i clan della criminalità organizzata “ha una chiara ed evidente natura imprenditoriale, quantomeno nel Nord Italia”.
“Le contestazioni che stiamo facendo – ha aggiunto – riguardano reati fiscali, societari e di bancarotta. Questo significa che la criminalità si è perfettamente inserita nel mondo economico e fa sistema con un certo modo di essere imprenditore”. La coordinatrice dell’Antimafia di Milano auspica dunque un’intensificazione dei controlli, “rinforzando le Prefetture, i primi presidi di legalità”, e la sensibilizzazione di “tutti gli operatori economici tenuti a segnalare attività sospette antiriciclaggio”.
(da La Notizia)
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Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile
BIJA TORNA IN TRIONFO TRA I SUOI MILIZIANI, NONOSTANTE UN MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE… I 5 MILIONI DI DOLLARI CON CUI L’ITALIA L’HA FINANZIATO
I giornalisti italiani intercettati perché testimoni scomodi, mentre a Tripoli viene
scarcerato uno dei capi del traffico di esseri umani. Questo è il rapporto tra l’Italia e la “nuova Libia”. Una vergogna.
Che Nello Scavo, uno dei giornalisti intercettati, ricostruisce così in un articolo su Avvenire: “ “Prima ancora di venire scarcerato, il comandante Bija aveva già incassato la promozione al grado di maggiore della guardia costiera libica. E domenica, come oramai appariva scontato, Abdurhaman al-Milad è tornato trionfalmente per le strade di Zawyah, in un tripudio di abbracci, auto in corteo, danze e lodi ad Allah… Riabilitato con tanto di firma del procuratore generale di Tripoli, ora molti si interrogano sul futuro del guardacoste indicato dagli ispettori Onu alla testa del traffico di petrolio, armi ed esseri umani nel potente “mandamento” di Zawyah. Lì il capo dei capi è Mohamed Kachlav, anch’egli come Bija inserito nella lista nera di Onu, Unione Europea e Dipartimento di Stato Usa. Domenica Kachlav è apparso in quasi tutte le foto del redivivo al-Milad, a segnare l’inossidabile alleanza tra le tante famiglie della milizia, gestita secondo uno schema che prende a prestito l’organizzazione e i legami politici di Cosa nostra siciliana e l’apparente anarchia sul campo delle paranze di Scampia.
“Come se da noi la camorra fosse riconosciuta ufficialmente e si affiancasse apertamente alle istituzioni governative”, sintetizza da Roma un ammiraglio di lungo corso che mal sopporta i colleghi di Tripoli.
Sei mesi di carcere, per quella che da subito era apparsa come una consegna concordata, sono serviti a ripulire la fedina penale del poco più che trentenne Abduraman e accrescere il suo carisma tra i miliziani di al-Nasr, il clan pagato per sorvegliare la raffineria di Zawyah,, il porto petrolifero di cui Bija è stato il supervisore, e il campo di prigionia ufficiale diretto dal cugino Osama, descritto dai magistrati italiani come “il peggiore” di tutti i torturatori finora identificati. Tre scagnozzi nordafricani di Osama un anno fa sono stati condannati a 20 anni di carcere ciascuno dal Tribunale di Messina.
Doveva rispondere dell’accusa di traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio. Ma la procura lo ha rilasciato per mancanza di prove. ‘Le prove sono in fondo al Mar Mediterraneo e in molti Paesi europei’, ha reagito Vincent Cochetel, inviato speciale dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acrnur)
A ottenere nell’ottobre scorso l’arresto di Bija era stato il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, che nelle scorse settimane ha denunciato un attentato da parte delle milizie di Zawyah. I misteri di Bija non sono pochi. E non sono neanche pochi quanti in Italia temono che possa vuotare il sacco.
Ricatti incrociati che il miliziano guardacoste ha saputo fino ad ora padroneggiare. La settimana scorsa il premier Mario Draghi aveva elogiato l’operato della cosiddetta guardia costiera libica. Ma dopo avere creato imbarazzo ai governi Conte e Gentiloni, al-Milad ora riesce a fare altrettanto con l’esecutivo Draghi, che presto dovrà rifinanziare proprio i guardacoste tripolini..”.
Un po’ di storia.
Comandante delle brigate “Anas al-Dabbashi”, dal nome di un familiare martire della jihad, Ahmed al-Dabbashi detto “Ammu’” (lo zio), opera a Sabratha e fino al 2016 aveva saldi legami con lo Stato islamico in Libia, che dice di combattere mentre secondo il Palazzo di Vetro farebbe il doppio gioco. La sua è una delle famiglie più in vista del Paese. La rotta migratoria dal Niger è appannaggio dei suoi uomini che si occupano anche della sicurezza della Mellitah Oil&Gas, legata all’Eni. È accusato di guidare una rete di traffici sovranazionali di esseri umani, armi e greggio. A Zawiya controllerebbe spiagge per la partenza di migranti, case per la detenzione anche di minori e barche. Avrebbe sulla coscienza morti in mare e nel deserto.
Ed è da questo territorio che partivano, tra il 2016 ed il 2017, la gran parte dei barconi che in Italia hanno comportato numeri da record di sbarchi.
Un’emergenza, quella creata nel nostro Paese, che costrinse il governo Gentiloni a provare a correre ai ripari. E così, ecco che nella primavera del 2017 sotto la regia del ministro dell’Interno Marco Minniti iniziarono le trattative con Tripoli per provare a frenare il flusso migratorio. In questo contesto sono state poste le basi per il memorandum con la Libia, che ha previsto soldi al governo di Tripoli in cambio dello stop alle partenze
Un reportage della Reuters ha successivamente accusato il governo italiano di aver fatto finire quei soldi nelle casse dei clan che organizzavano i viaggi della speranza, che in molti casi si trasformavano in viaggi della morte. Tra questi, clan, ovviamente, figurava anche il gruppo degli al- Dabbashi. Roma ha sempre smentito, fatto sta che le partenze dall’autunno del 2017 sono diminuite ed a Sabratha è scoppiata una faida. Alcuni clan rivali degli al- Dabbashi hanno ingaggiato una vera e propria battaglia contro gli uomini di “ Ammu”.
La “Dabbashi &Co.”
I fratelli Dabbashi erano,e forse sono tuttora, i “re dei trafficanti” di esseri umani: Ahmad e Mehemmed erano infatti responsabili dell’80 % delle partenze di migranti dalle coste libiche in direzione Italia, un “affare milionario”. La quota minima da pagare per salire a bordo dei barconi della “Dabbashi & Co.” era 1000 dollari: questo il prezzo di un biglietto della speranza che tuttavia non comprendeva l’assicurazione sulla vita in caso di annegamento. Da trafficanti di esseri umani i fratelli Dabbashi sono diventati dei perfetti poliziotti anti-migranti, e lo dimostrano i numeri degli sbarchi che sono crollati notevolmente nel giro di pochi mesi. Per convincere l’impresa familiare a cambiare attività sono serviti 5 milioni di euro, gentilmente elargiti dal governo libico e forse quello italiano, con la promessa che Ahmad e Mehemmed ne usciranno puliti e le loro milizie verranno legalizzate. ”Chi avrebbe mai detto che in pochissimi anni sarebbe diventato il bandito più famoso della regione, contrabbandiere di petrolio e trafficante di esseri umani, sino a trasformarsi adesso in poliziotto anti migranti per eccellenza, che tratta con il governo di Tripoli e persino con quello italiano ?” dice Mohammad, vecchio vicino di casa di Ahmad, ma sono in tanti a Sabratha a condividere queste parole.
Relazioni pericolose
Come ricorda l’Agenzia Nova, la famiglia Dabbashi è uno dei clan più noti di Sabratha. Uno zio di Fitouri Dabbashi, -il capo clan morto in uno scontro a fuoco l’11 settembre 2019 ad Ain Zara, a sud di Tripoli- Ibrahim al-Dabbashi, è stato ambasciatore alle Nazioni Unite. Il fratello di” al-Ammu”, Emhedem, guida la Brigata 48, forza nata da un accordo con il ministero della Difesa e che, secondo fonti libiche riportate da L’Espresso, aveva come unico scopo quello di proteggere gli interessi di “Al-Ammu “e gestire la sicurezza al compound di Mellitah, joint venture tra Eni e la società petrolifera nazionale libica Noc. Non è chiaro, invece, quale sia stato il ruolo della famiglia nel sequestro dei quattro tecnici italiani della Bonatti nel 2015, due dei quali morti nella sparatoria per la loro liberazione.
Segreti inquietanti
Quattordici settembre 2017. Fra i trafficanti libici e l’Italia sono stati stipulati piccoli accordi contro i migranti”. Dopo i reportage di Reuters e Associated Press anche Le Monde accende i riflettori sui motivi che starebbero dietro allo stop delle partenze di migranti dalle coste libiche. Il quotidiano francese dedica all’argomento il titolo di apertura dell’edizione del pomeriggio e le prime due pagine interne.
Le Monde spiega di aver parlato al telefono con una personalità di Sabratha, la città costiera della Tripolitania diventata l’hub principale del traffico di esseri umani in Libia. “C’è un accordo tra gli italiani e la milizia di Ahmed al-Dabbashi. L’ex trafficante oggi fa la guerra contro il traffico di esseri umani”, scrive il giornalista citando la fonte, che vuole rimanere anonima.
L’articolo spiega che “al-Dabbashi, soprannominato al-Ammu (lo zio), è il capo della brigata dei martiri Anas al-Dabbashi, che fino a luglio dominava il traffico di migranti da Sabratha”. Le informazioni coincidono con quelle contenute nel reportage di Associated Press e anche del Corriere della Sera. Una fonte di AP aveva definito al-Dabbashi e il fratello “i re del traffico” di migranti.
Abdel Salam Helal Mohammed, un dirigente del ministro degli Interni del governo di Tripoli che si occupa di immigrazione, ha raccontato che l’accordo è stato raggiunto durante un incontro fra italiani e membri della milizia Al Ammu, che si sono impegnati a fermare il traffico di migranti (cioè loro stessi o dei loro alleati, in sostanza). Dell’incontro aveva parlato anche la giornalista Francesca Mannocchi in un articolo pubblicato pubblicato da Middle East Eye il 25 agosto 2017, senza però trovare conferme ufficiali.
Anche il portavoce di Al Ammu, Bashir Ibrahim, ha confermato ad Associated Press che circa un mese fa, luglio 2017, entrambe le milizie hanno stretto un accordo “verbale” col governo italiano e quello di Sarraj per fermare i trafficanti. Sempre secondo Bashir, l’accordo prevede che in cambio del loro aiuto le milizie ottengano soldi, barche e quello che Associated Press definisce “equipaggiamento” (non è chiaro se si tratti o meno di armi).
Il servizio di intelligence della polizia locale ha spiegato al Corsera che “che ultimamente (lo “Zio,” ndr) avrebbe ricevuto almeno 5 milioni di euro dall’Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez al Sarraj”.
L ’articolo, di AP, intitolato “Backed by Italy, Libya enlists militias to stop migrants”, attribuisce questa notevole diminuzione di arrivi ad un’intesa sottobanco tra il governo italiano e alcuni gruppi armati libici: “Il calo sembra essere in gran parte dovuto ad accordi con le due milizie più potenti della città occidentale libica di Sabratha”. Le due milizie in questione sono la Brigata 48 e la Brigata del martire Anas al-Dabbashi, guidate da due fratelli dell’influente clan al-Dabbashi.
“I funzionari della sicurezza e gli attivisti di Sabratha intervistati dall’AP hanno affermato che dirigenti italiani si erano incontrati con i leader della milizia”, si legge nello stesso articolo. Inoltre, sempre secondo la AP, “dal 2015 (quando Matteo Renzi era primo ministro, ndr), la sorveglianza del sito petrolifero di Melitah, dove opera l’Eni, è affidato alla milizia di al-Ammu”.
Da questo quadro remerge chiara l’ambiguità dello Stato italiano nei confronti della situazione in Libia. Questa ambiguità è stata evidenziata da un’inchiesta pubblicata il 4 ottobre di quest’anno dal quotidiano l’Avvenire intitolata “La trattativa nascosta.. Dalla Libia a Mineo, il negoziato tra l’Italia e il boss”. Da questa inchiesta risulta che l’11 maggio 2017 funzionari dello Stato italiano incontrarono rappresentanti delle autorità libiche per discutere del blocco delle partenze di profughi e migranti. Alla riunione partecipò Abd al-Rahman al-Milad, alias “Bija”, capo della Guardia costiera libica della zona Ovest
Quest’uomo è “accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawiya, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare il ‘modello Mineo’”, scrive Nello Scavo, autore dell’inchiesta.
Ora “Bija” è tornato in libertà. E addirittura promosso di grado in quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica. Un’associazione finanziata dall’Italia ed elogiata dal premier Draghi nella sua recente visita a Tripoli.
(da Globalist)
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Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile
IL LIBRO SU RIACE TRADOTTO IN GIAPPONESE
A distanza di sei anni dalla pubblicazione in Italia, il libro di Antonio Rinaldis “Riace, il paese dell’accoglienza. Un modello alternativo di integrazione” (Imprimatur, 2016), riprende il suo cammino in Giappone.
Nella prefazione all’edizione nipponica del volume si legge: “Riace è un piccolo villaggio della costa calabrese, nel profondo sud dell’Italia. In questo luogo così contraddittorio è avvenuto un piccolo miracolo, per merito del Sindaco Mimmo Lucano e di un gruppo di sognatori e utopisti, che hanno creato un villaggio globale, guidati dall’idea di una comunità aperta e inclusiva, capace di superare le differenze di razza, di origine e di religione”.
Poi, ancora: “Ai lettori giapponesi l’esperienza del piccolo villaggio calabrese può offrire motivi di riflessione per comprendere il senso della mobilità umana del nostro tempo, perché quel fenomeno che chiamiamo globalizzazione non può ridursi alla libera circolazione delle merci, ma deve estendersi agli esseri umani, soprattutto a quelli che nella lotteria della nascita hanno avuto la sorte di crescere nei luoghi più poveri della Terra”.
Come è nato questo progetto editoriale?
“Per volontà di un docente dell’Università di Tokyo, la professoressa Chieko Nakabasami, che aveva letto il libro dopo un viaggio che aveva fatto a Riace. Per la Nakabasami era stata una folgorazione, nonostante le differenze culturali e sociali tra il suo Giappone ed un piccolo borgo calabrese. Il senso di quel suo innamoramento è tutto racchiuso in questa sua frase: ‘Se non c’è l’amore il mondo è come il vento che soffia fuori dalla finestra. Non lo si può sentire sulle mani, non se ne percepisce l’odore’. In essa è percepibile una saggezza tutta orientale, che però si sposa benissimo lo spirito di Riace”.
Possiamo dire, allora, che lo spirito di Riace è ancora vivo, ben oltre i confini del piccolo borgo della Locride e della Calabria
“Non c’è dubbio. Proprio la pubblicazione del mio libro in Giappone è il segno che l’esperienza di Riace suscita ancora interesse e curiosità anche in paesi molto lontani, sia dal punto di vista geografico che da quello culturale e politico. Non credo di esagerare se affermo che la storia di Riace, con i suoi valori di solidarietà e umanità, appartenga ormai al mondo intero. Sul piano pratico, invece, si può tranquillamente sostenere che il modello di integrazione realizzato da Mimmo Lucano a Riace costituisca la prova tangibile che l’immigrazione non è un problema di sicurezza e di polizia, ma, a certe condizioni, una grande opportunità per i paesi interni, soggetti ad erosione economica e demografica. Un modello virtuoso, oltre che ispirato a sentimenti di profonda umanità”.
Forse per questo il “modello Riace” ad un certo punto è finito nel mirino non solo della politica
“Beh, una cosa è certa: il successo dell’esperienza di Riace, dal punto di vista dei risvolti economici e sociali, ad un certo punto va a confliggere con la narrazione secondo cui i migranti, gli sbarchi, costituiscono una minaccia per la società (‘la difesa dei confini’, per intenderci), per la nostra sicurezza ed il nostro benessere. Riace ha dimostrato non soltanto che i migranti non ci tolgono il lavoro, ma che grazie a loro possono aumentare le occasioni di lavoro anche per gli abitanti del posto, mitigando il fenomeno della fuga dalle aree interne, che nel Mezzogiorno sta diventando una vera e propria piaga sociale”.
Quindi un modello da rilanciare?
“Certamente. Dopo i tentativi di demolizione dell’intera esperienza, è importante rilanciare l’idea di un’accoglienza che non sia emergenziale, ma progettuale, capace di attivare processi economici virtuosi e di sviluppo. Lo dico anche a partire dalle mie origini calabresi, quelle che mi hanno spinto a divulgare l’immagine di una Calabria progressista e innovatrice, in grado di superare le sue contraddizioni per proporsi come modello e progetto di futuro, anche rispetto ad altre realtà italiane, che invece rispetto al fenomeno migratorio hanno proposto soluzioni primitive e arretrate”.
In autunno si terranno in Calabria le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale. Quale migliore occasione per parlare del modello Riace e farne il cuore di una proposta programmatica che coniughi visione e pragmatismo.
“Sono d’accordo. Penso che il modello Riace debba essere uno dei punti qualificanti del programma di una coalizione per il cambiamento che veda Mimmo Lucano tra i protagonisti. La traduzione in Giappone può essere un argomento ulteriore a favore della bontà di quella proposta politica e culturale che ha messo al centro l’uomo e la solidarietà incondizionata”.
Mimmo Lucano insieme a te in Giappone a parlare della sua Riace e del modello di integrazione che lo ha consacrato come una delle cinquanta personalità più influenti al mondo?
“Sarebbe bellissimo”.
(da TPI)
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