Destra di Popolo.net

SABRINA FERILLI CHIAMA L’OPERAIO LICENZIATO DA ARCELORMITTAL: “PAGO IO LE SPESE DEL RICORSO”

Aprile 13th, 2021 Riccardo Fucile

RICCARDO CRISTELLO LA RINGRAZIA MOLTISSIMO PER IL GESTO MA NON VUOLE AIUTI: “SONO GIA’ ASSISTITO DAL SINDACATO”… IL MINISTRO ORLANDO A MUSO DURO CONTRO L’AZIENDA: “NON E’ FINITA QUA”

Sabrina Ferilli ha telefonato a Riccardo Cristello per esprimere la propria solidarietà e offrirgli il supporto per le spese legali nel ricorso contro il licenziamento di Arcelor Mittal, assieme al pagamento di uno stipendio.
L’attrice protagonista di ‘Svegliati amore mio’, la fiction Mediaset al centro del messaggio condiviso dall’impiegato dell’acciaieria ex Ilva sulla propria bacheca Facebook che gli è costato il posto di lavoro, ha voluto così compiere un passo concreto in favore del lavoratore cacciato dopo 21 anni dalla fabbrica proprio a causa di quel post
Cristello ha rifiutato l’offerta spiegando che le spese legali sono comunque pagate dal sindacato Usb ma ha ringraziato l’attrice per la piena solidarietà espressa anche grazie alla propria notorietà. Il lavoratore ex Ilva aveva subito prima un provvedimento di sospensione da parte della dirigenza della multinazionale che gestisce il siderurgico di Taranto, poi il licenziamento per giusta causa.
L’azienda ha ritenuto denigratori, offensivi e minacciosi i contenuti di quel messaggio. Copiato e incollato sul suo profilo social chiuso, invitava a vedere la miniserie che racconta la lotta di una mamma, interpretata da Ferilli, che denuncia l’inquinamento di una fabbrica siderurgica ritenendola responsabile della leucemia di sua figlia. Non c’è alcun riferimento alle vicende di Taranto.
Ma si lega la narrazione della fiction diretta da Ricky Tognazzi e Simona Izzo alle vicende della città pugliese. L’acciaieria della fantomatica città del Sud è Ghisal, che “altro non è – è scritto – che lo stabilimento siderurgico di Taranto”.
Di qui l’invito a vedere l’opera perché “non mi meraviglio che interessi forti si siano mossi per occultare l’ennesima che colpisce i bambini della nostra città” e ancora “lo trovo vergognoso”.
Parole che hanno decretato il licenziamento sul quale è intervenuto anche il ministro del Lavoro Andrea Orlando che ha chiesto nuovamente spiegazioni all’ad di Mittal, Lucia Morselli.
L’invio del provvedimento di licenziamento è stato ritenuto insufficiente da parte del ministro che ha dichiarato: “Non è finita qui”.
Anche i registi della fiction Ricky Tognazzi e Simona Izzo si sono offerti per supportare il lavoratore che mercoledì 14 aprile partecipa al presidio permanente davanti alla direzione Mittal organizzato dal sindacato Usb.
(da agenzie)

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L’ALLARME DEI MEDICI: “OSPEDALI PIENI, NON SI ALLENTINO ORA LE MISURE”

Aprile 13th, 2021 Riccardo Fucile

“TERAPIE INTENSIVE BEN OLTRE LE SOGLIE, LA MORTALITA’ RESTA ELEVATA, LA POLITICA ASCOLTI IL NOSTRO GRIDO”… “MENO RESTRIZIONI SOLO CON CONTAGI GIORNALIERI SOTTO I 5.000”

“Il sistema ospedaliero è ancora in sovraccarico. Gli indici di occupazione delle terapie intensive e delle aree mediche Covid sono ben oltre le soglie critiche individuate. La mortalità resta elevata. Sì, i dati delle ultime settimane mostrano progressivi segnali di rallentamento della crescita dei contagi, ma siamo sempre sui 530mila e serve molta cautela nell’allentare le misure restrittive della movimentazione sociale”. E’ l’appello dell’intersindacale che riunisce i principali sindacati dei medici.
“Il personale sanitario, impegnato quotidianamente – 7 giorni su 7, di giorno e di notte – e da oltre un anno nella lotta contro la pandemia – sottolinea il comunicato – si trova ad affrontare ancora per tutto il 2021 criticità di ogni tipo dovute al sovraffollamento degli ospedali, che con la terza ondata interessa in successione tutta la nostra penisola, anche aree precedentemente risparmiate, come dimostra il caso Sardegna. Ogni prematuro allentamento delle restrizioni potrebbe mettere a rischio tanto la vita dei pazienti affetti da Covid, costringendo per carenza di posti letto gli operatori a scelte strazianti sotto il profilo etico, come il triage inverso, quanto la salute dei pazienti con altre patologie, la cui prevenzione e cura rischia di essere ancora una volta sacrificata a causa della sottovalutazione del rischio di una persistente elevata circolazione del virus, sulla quale i medici e i dirigenti del servizio sanitario nazionale lanciano da tempo, inascoltati, tutti gli allarmi possibili”.
Per la terza volta, fa notare ancora l’intersindacale medica, “gli operatori sanitari sono costretti, dopo il secondo picco epidemico autunnale, a ulteriori sacrifici, anche a rischio della salute personale, oltre che ad affrontare una situazione di costante super lavoro fisico e psichico che sta fiaccando le loro resistenze. Le decisioni competono, certo, alla politica, ma è compito, anche deontologico, di chi lavora in prima linea fornire una fotografia chiara dell’andamento clinico ed epidemiologico della pandemia”.
Secondo i sindacati dei medici, un rallentamento delle restrizioni sarà possibile solo con contagi giornalieri al di sotto di 5mila casi, mantenendo una larga capacità di testing e riprendendo il contact tracing per il controllo della diffusione dell’epidemia, i ricoveri in area Covid medica e intensiva largamente al di sotto delle soglie critiche, rispettivamente 40% e 30%, e la vaccinazione completata almeno per i soggetti fragili e gli ultra 60enni, categorie a più alto rischio di ricovero e mortalità.
I camici bianchi chiedono “alla politica di ascoltare le decine e decine di migliaia di colleghi che da 13 mesi lavorano senza tregua nell’emergenza territoriale e negli ospedali, e che non nascondono la loro perplessità e amarezza per il dibattito in corso su riaperture che, sotto le pur comprensibili esigenze economiche e sociali, celano una non corretta valutazione del rischio di un prolungamento della pandemia e di una persistente elevata mortalità tra i cittadini non ancora protetti con la vaccinazione. Senza una soluzione duratura della crisi sanitaria non vi potrà essere una ripresa economica nè un ritorno in sicurezza alle normali relazioni sociali”.
(da “La Repubblica”)

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CROSETTO CONTRO CASAPOUND: “GIU’ LE MANI DI QUESTI PARASSITI DAI RISTORATORI”

Aprile 13th, 2021 Riccardo Fucile

“LASCINO IN PACE CHI E’ DISPERATO”

Guido Crosetto, fondatore ed esponente di punta di Fratelli d’Italia, attacca CasaPound.
“Lo dico da giorni” ha scritto Guido Crosetto su Twitter, “i peggiori nemici di chi protesta (giustamente) sono quei parassiti che colgono ogni occasione per farsi pubblicità con la violenza, i cori, le bandiere ed i bracci tesi. Si facciano le loro manifestazioni e lascino in pace chi manifesta perché è disperato.”
Poche parole, ma chirurgiche, che mettono finalmente nella giusta dimensione (anche a destra) un fenomeno che in molti avevano provato a portare all’attenzione nei giorni scorsi, denunciando come la strumentalizzazione di una protesta finisse per disinnescare le istanze della stragrande maggioranza di ristoratori onesti che magari non hanno neanche la forza, le risorse, l’organizzazione per scendere in piazza, e che vedono le proprie battaglie sequestrate da un nugolo di braccia tese, banalizzate e ridicolizzate da un paio di corna stile QAnon e squalificate da cariche, lanci di oggetti e violenza, che finiscono puntualmente col fagocitare l’attenzione mediatica e cancellare le legittime richieste di lavoratori che, da un anno ormai, patiscono, come altri, le conseguenze sociali ed economiche della pandemia.
Crosetto, col suo tweet, ha messo a nudo questa strumentalizzazione, lanciando un sasso a destra, dove invece da anni i leader dei due principali partiti (uno dei quali proprio quello di Crosetto) stuzzicano e solleticano la pancia di quella destra estrema senza riuscire ad esprimere parole chiare di distanza
Qualcuno prenda esempio.
(da “NextQuotidiano”)

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ALTRO SPOT INUTILE DI TOTI, VACCINI IN FARMACIA A RILENTO

Aprile 12th, 2021 Riccardo Fucile

“MANCANO LE DOSI, NE FACCIAMO LA META’ DI QUELLE PREVISTE”

La carenza di dosi che nelle scorse settimane aveva portato a rallentare le prenotazioni dei medici di base in Liguria, anche per consentire un ritmo sostenibile al mega-hub della Fiera del Mare di Genova, sta creando problemi anche anche ai punti vaccinali organizzati da una rete di cinquanta farmacie su tutto il territorio.
Lo scopo del coinvolgimento dei farmacisti, che per ora non possono vaccinare ma mettono a disposizione spazi e organizzazione logistica curando anche la preparazione delle singole dosi, era quello di aumentare la copertura sul territorio.
Eppure a due settimane dall’avvio del coinvolgimento delle farmacie, che da 50 dovevano diventare 150 inserendosi a scaglioni una settimana dopo l’altra, tutto si muove a rallentatore.
Delle circa 5mila dosi che le farmacie potrebbero somministrare ne vengono consegnate meno della metà, circa 2mila, con casi concreti come quello della farmacia Savio di Recco, che si è organizzata per dare il suo contributo immunizzando 200 persone a settimana e invece per ora ne arriva a coprire solamente 50.
Come nel caso degli hub della Toscana, in questa fase non sembrano mancare né i punti vaccinali né le persone in attesa di poter prenotare il vaccino, ma le dosi continuamente promesse ma, per ora, solamente attese
(da Il Fatto Quotidiano)

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NELL’UMBRIA DELLA LEGA A 82 ANNI PUOI RIMANERE IN CODA TRE MESI PRIMA DI VACCINARTI

Aprile 12th, 2021 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA: IL CASO DI UN ANZIANO PRENOTATO A FEBBRAIO PER META’ MAGGIO E DELLA MOGLIE 79ENNE CON ALZHEIMER PER CUI NON C’E’ POSTO FINO A MAGGIO E A 50 KM DI DISTANZA

Umbria, regione amministrata dalla Lega di Salvini da Donatella Tesei. Lui 82 anni, lei 79 e malata di Alzheimer. Lui si è prenotato in tempi ‘regolamentari’, il 27 febbraio, in farmacia, come previsto per la sua classe di età, il 1939, dalla Regione Umbria. L’appuntamento però è stato fissato il 13 maggio.
Per la moglie 79 enne, affetta da Alzheimer, la possibilità di prenotarsi è arrivata solo appena dopo Pasqua: la data più vicina, fine maggio, è però a Orvieto, a circa 50 km di distanza da Città della Pieve, dove risiede.
A denunciare il caso la figlia dei due anziani che al numero verde regionale dedicato alle informazioni si è sentita rispondere “purtroppo sono questi i tempi. Ci sono appuntamenti fissati anche a giugno per le persone dell’età di suo padre”.
E al danno si aggiunge la beffa perché una possibilità di ridurre i tempi in realtà, a fine marzo, c’era stata. All’anziano era stato inviato un sms, che, grazie a una maggiore fornitura di dosi, invitava a prenotarsi nuovamente per ridurre i tempi di attesa.
Ma purtroppo il servizio sms della sua utenza non era attivo e l’offerta si limitava solo ad una settimana. Così, l’occasione è andata persa.
“Credo che la Regione potrebbe trovare mezzi più efficaci e più adatti alle persone ultraottantenni per comunicare informazioni di questa importanza. C’è il medico di famiglia, il farmacista, la telefonata diretta”, dice la figlia che ha scritto anche all’Urp, su consiglio del numero verde, senza ricevere alcuna risposta se non quella automatica.
“Gentili operatori – ha scritto la figlia dell’uomo all’Urp – purtroppo mio padre 82enne ha ricevuto un sms per anticipare la prenotazione, non l’ha visto e ovviamente non ha risposto, infatti è ancora prenotato per il 13 maggio. È possibile, considerata l’età – chiede – che venga vaccinato il prima possibile? Ritengo che un uomo di 82 anni debba, come il Governo italiano ha più volte dichiarato, avere la priorità e vi prego di scusarlo se non è avvezzo all’uso dei messaggi/whatsapp/email e non ha profili social. Sapete, lui è nato sotto le bombe e una di quelle ha ucciso suo padre, un giovanissimo italiano ‘in guerra per la Patria’, lasciandolo orfano…proprio come ora che è abbandonato a se stesso dal ‘Sistema sanitario umbro’ che forse considera un ultra ottantenne così poco importante da scrollarsi di dosso il problema con uno sterile sms. Benvenuti nell’era pandemica dove è meglio che la storia si cancelli per sempre”.
(da NextQuotidiano”)

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LA FIGURACCIA DI SALVINI SUI VACCINI AI DETENUTI DI LAZIO E CAMPANIA

Aprile 12th, 2021 Riccardo Fucile

SI SCANDALIZZA CHE SIANO “PRIVILEGIATI” I CARCERATI DELLE DUE REGIONI (DOVREBBERO FORSE MORIRE DI COVID?), MA NON SA CHE IN LOMBARDIA E VENETO SONO INIZIATE DA UN MESE LE STESSE VACCINAZIONI

Un mondo fantastico, fatto di scarsa consapevolezza di quel che accade in casa propria ma di elevato zelo (poco lungimirante) nell’analizzare quel che succede fuori dalle proprie quattro mura.
È l’universo verde della Lega che – come accaduto per la campagna vaccinale in Lombardia – vede nel suo leader Matteo Salvini la sua massima espressione.
L’ultima polemica priva di senso riguarda le vaccinazioni dei detenuti rinchiusi nei carceri di Lazio e Campania.
Secondo il segretario del Carroccio, questa mossa di Zingaretti e De Luca è priva di senso. Peccato per lui (e per il suo partito) che Veneto e Lombardia – guidate dalla Lega e dal Centrodestra – abbiano avviato la campagna vaccinale nei penitenziari delle loro Regioni nel mese di marzo.
Ed ecco la reazione, come quella di un bambino intento a scartare un uovo di Pasqua o un regalo sotto l’albero di Natale, del leader leghista alla notizia dell’avvio della campagna vaccinale nei penitenziari del Lazio con Johnson & Johnson (in arrivo in Italia tra martedì e mercoledì).
“Roba da matti”, grida sui social. E forse ha ragione: è roba da matti che al 12 aprile ancora nessuno abbia pensato di immunizzare i detenuti che vivono nelle carceri italiane perché, come evidenziato dalle ultime notizie, i focolai sono in netto aumento. Poi, però, arriva la clamorosa sorpresa che fa fare la figuraccia a Matteo Salvini.
A parlare non è uno sprovveduto utente social, ma il Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria dal 2016 e dal 2018 Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali nominati dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni italiani.
E lo fa citando il leader della Lega e riportandolo con i piedi per terra: in Veneto e in Lombardia, la campagna di vaccinazione per i detenuti è stata avviata a marzo. Insomma, le amministrazioni regionali guidate da Lega e Centrodestra sono state le prime a dare il giusto esempio. Con buona pace di Salvini.
(da “NextQuotidiano”)

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ASPETTIAMO ANCORA CHE SOLINAS FACCIA I NOMI DEI POLITICI DELLA SUA GIUNTA A PRANZO IN HOTEL, VIOLANDO LE REGOLE CHE PER PRIMI DOVREBBERO RISPETTARE

Aprile 12th, 2021 Riccardo Fucile

INUTILE DISSOCIARSI SE NON SI SA DA CHI: ABBIA LE PALLE DI FARE I NOMI DEI 40 PRESENTI

Chi c’era al pranzo in hotel a Sardara che sta facendo polemica? Non si conoscono i nomi della quarantina di persone che erano presenti, ma si sa che a violare le regole c’erano politici e membri della giunta regionale della Sardegna.
La storia ha fatto scalpore perché in una regione che è diventata rossa senza passare dall’arancione è stata violata la norma che impedisce la ristorazione agli esterni in hotel. Che poi fossero dei rappresentanti delle istituzioni a farlo ha sollevato molte polemiche.
Racconta il Fatto:
Un pranzo con una quarantina di persone, politici e figure apicali della Regione o responsabili di Enti strumentali sopresi da un blitz della Guardia di Finanza. In una Regione arancione fino a ieri, in cui i vaccini vanno a rilento mentre i contagi corrono e da oggi è zona rossa. La vicenda è di qualche giorno fa. Nella struttura alberghiera di Sardara (Cagliari), mentre è in corso un pranzo con una quarantina di persone arrivano i finanzieri della tenenza di Sanluri (nel Medio Campidano). Si racconta di un fuggi e così, dei presenti, solo 19 vengono identificati dalle fiamme gialle, che ritirano le autocertificazioni e avviano l’indagine. Per il gestore del locale scatta la sanzione perché, in zona arancione, gli alberghi non possono effettuare ristorazione agli esterni. Non si conoscono ancora i nomi dei partecipanti, ma è già scontro e polemica.
La situazione ha creato non poco imbarazzo, tanto che il capogruppo della Lega in Consiglio regionale, Dario Giagoni si è dissociato: “In una situazione delicata come quella che attualmente viviamo, con l’isola che si accinge ad essere relegata in zona rossa per due settimane, riteniamo quanto mai sconveniente che a infrangere le regole sia proprio chi dovrebbe dare il buon esempio”
Anche il presidente della regione Solinas non ha preso bene il pranzo di Sardara, annunciando provvedimenti perché”è inconciliabile la permanenza in qualunque ruolo o incarico regionale di chi abbia violato le norme di contenimento della pandemia sulle quali i pubblici ufficiali o coloro che sono incaricati di pubblico servizio devono per primi dare il buon esempio”.
Ma i fatti dove sono? Si parla si vari esponenti dell Giunta di centrodestra presenti al pranzo, ma i nomi Solinas non li fa.
(da NextQuotidiano)

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L’ITALIA HA RINUNCIATO A CURARE I MALATI DI COVID PRESTO A CASA

Aprile 12th, 2021 Riccardo Fucile

SCONFITTI PER AVER OSPEDALIZZATO LA LOTTA AL VIRUS

Siamo tutti presi dal vaccino. E le cure? Perché questo è il punto. Chi si occupa della cure? Mentre scriviamo, in Italia ci sono 533mila positivi. Più di trecento purtroppo moriranno nelle prossime 24 ore.
Tremilaseicento stanno in rianimazione, ventisettemila nei reparti ordinari. Ma i restanti 500mila sono a casa. La maggior parte asintomatici, ma più o meno cinquantamila sono ammalati. Chi si occupa di loro? Adesso che ogni sforzo è teso a vaccinare, vaccinare, vaccinare, chi pensa alle terapie sul territorio?
Ci pensa il Senato. L’8 aprile ha approvato un protocollo per la gestione domiciliare del Covid. Che vuol dire? Vuol dire andare a casa dei malati che invano aspettano il medico di famiglia che non verrà, che invano chiamano centralini muti, e curarli subito. Superare quella “vigile attesa” che è stata per molti l’anticamera della morte. Duecentododici voti favorevoli, due contrari, due astenuti. Tutti d’accordo. Quanto vale? Zero. Non a caso la notizia è ignorata dai quotidiani cartacei.
A quattordici mesi dallo scoppio della pandemia chi va a casa dei malati di Covid? Ci vanno i medici di famiglia, oggi tutti vaccinati? No, non ci vanno affatto, al netto di qualche generosa eccezione.
Ci vanno però le Usca, acronimo di un’entità misteriosa che aleggia sulla pandemia come un fantasma. Vuol dire unità speciali di continuità assistenziale, un medico neolaureato e un infermiere. Quando chiedi al Ministero della Salute quanti sono in circolazione, quanti malati hanno in carico, quale bilancio si fa di un anno di attività, ti rispondono che non si può sapere.
Se vuoi, possono inviarti le linee guida. E che ci facciamo con le linee guida? In concreto, ti rispondono, se ne occupano le Regioni. Già, le Regioni. Come per i ventilatori polmonari, lo Stato mette i soldi, le Regioni comprano e assumono. Ma se poi non accade, chi controlla? Nessuno.
Al ministro Roberto Speranza non è venuto in mente di chiedere conto di come le Regioni spendono i soldi dello Stato? Proprio no.
E qui qualcuno, in uno dei talk dove si alzano nubi di chiacchiere sulla tragedia, tirerà in ballo il Titolo V della Costituzione. Ma perché, il federalismo impedisce forse al responsabile della Salute di capire che accade nella medicina di territorio? Magari lo spronerà la fiducia tributatagli in pubblico dal premier Mario Draghi. Certo è che, dopo 115mila morti, qualche domanda potrebbe pure porsela.
Se la sono posta giorni fa sul Corriere della Sera Marco Imarisio e Simona Ravizza. Perché il nostro – hanno fatto notare i due giornalisti – è l’unico Paese d’Europa che a marzo ha registrato un aumento dei morti: 43 per centomila abitanti.
Pesa il nostro tardivo rincorrere un virus che va veloce. Pesa il disastro di una campagna dei vaccini che ha spostato l’immunizzazione dal suo naturale bersaglio, gli anziani e i vulnerabili, per indirizzarla verso le categorie capaci di fare pressione, e cioè i più forti. Ma non basta.
Perché c’è un’anomalia italiana che segna tutte le stagioni della pandemia e che ci condanna al record di letalità tra le democrazie avanzate, cioè al peggior rapporto tra vittime e contagi. Quest’anomalia si chiama medicina di base.
Ce lo raccontiamo da un anno, limitandoci a constatarlo come un dato ineluttabile, senza che nulla cambi: l’Italia ha perso la sfida con la pandemia perché ha ospedalizzato la lotta al virus, ha rinunciato a curare i malati presto e a casa. La medicina di territorio è ancora una terra di nessuno.
Dove nulla fa la burocrazia dei medici di famiglia, e poco può l’intermittente e insufficiente impegno delle Usca. Il saturimetro nelle mani del paziente, lasciato a casa in attesa che vada come deve andare, è una roulette russa. Metafora di una scommessa incosciente che la sanità pubblica ha perso da tempo.
Pierluigi Bartoletti, responsabile delle Usca del Lazio, racconta con icastica chiarezza ciò che non si vuol sentire: “Questa malattia ha una faccia a casa e un’altra in ospedale. La prima è decisamente migliore. Il trucco è fare in fretta tampone e diagnosi, valutare il rischio e anticipare le cure per evitare il decorso maligno. Se sbagli e aspetti, il paziente ti crolla in poche ore e finisce nel tubo”.
Se gli chiedi perché l’Italia continua ad aspettare, ti risponde: “Perché tutto, dalla diagnosi alla terapia, è ospedalizzato. Perfino le linee guida sono scritte su una casistica ospedaliera, ma la malattia inizia prima ed è un’altra cosa”.
L’assenza della medicina di base fa sì che siano ospedalizzate anche le cure che funzionano solo se somministrate precocemente: gli anticorpi monoclonali.
Il comitato tecnico scientifico li ha sdoganati per “quei pazienti non ospedalizzati che, pur avendo una malattia lieve/moderata, risultano ad alto rischio di sviluppare una forma grave, con conseguente aumento delle probabilità di ospedalizzazione e/o morte”.
Il ministero della Salute ha avviato una sperimentazione acquistando 150mila dosi al prezzo di circa duemila euro ciascuna. Vanno somministrate nei primi tre giorni dalla comparsa dei sintomi, prima che intervenga la polmonite interstiziale. Lombardia, Veneto, Lazio, Marche e Toscana hanno firmato un protocollo con la società italiana di medicina generale e delle cure primarie: i medici di famiglia segnaleranno i pazienti a rischio, le Usca faranno le verifiche a casa, ma la terapia verrà eseguita in day hospital. Perché tutto, in questa vicenda, finisce in ospedale.
E dove i protocolli mancano, dove le Usca sono fantasmi, come si fa? Lo scopriremo solo vivendo, o piuttosto morendo. Un anno è passato invano e la medicina di territorio è ancora un’incompiuta.
Curare presto e curare a casa sono i comandamenti traditi della lotta italiana alla pandemia. E adesso pensate davvero che il vaccino sia il colpo di spugna su questa immane rinuncia politica? Quando avremo immunizzato tutti gli immunizzabili, il Covid sarà scomparso? O piuttosto si dovrà convivere con le sue varianti e concepire una sanità che impara a combatterlo con priorità, senza però annientarsi?
Perché questo è il punto. L’ospedalizzazione della strategia ha messo in coda i malati di tumore e i cardiopatici, ha fatto saltare interventi chirurgici, visite ed esami diagnostici, ha ingolfato le liste d’attesa, scoraggiando il ricorso alle cure. Ha trasformato la pandemia in una sindemia, cioè in una patologia che dalla sanità sconfina nella società e colpisce i più deboli. Dopo esserci ammalati del virus, potremmo ammalarci della cura al virus.
(da Huffingotonpost)

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GLI SPECIALISTI A DRAGHI: “11 MILIONI DI PAZIENTI SONO IN EMERGENZA”

Aprile 12th, 2021 Riccardo Fucile

PENALIZZATI I MALATI CON ALTRE PATOLOGIE

Di tempo da perdere non ce n’è stato mai. Ma adesso il ritardo nella vaccinazione anti Covid delle persone ultra-fragili, che continua a causare tante morti evitabili, è incomprensibile.
Tra queste persone ci sono 160.000 pazienti cardiologici, 150.000 pazienti e 70.000 oncoematologici in corso di trattamento attivo o trattati negli ultimi 6 mesi, che avrebbero già dovuto ricevere i vaccini.
Ma al 20 marzo, solo il 7,3% dei pazienti oncologici che ne avevano diritto è stato effettivamente vaccinato. Non è il solo problema: in queste settimane negli ospedali si sta proiettando un film già visto: interventi rimandati, ritardi nei trattamenti, nei controlli e negli screening.
A fare un’analisi della situazione che stanno vivendo 11 milioni di italiani è il documento “Stato della gestione delle patologie oncoematologiche e cardiologiche durante la pandemia da Covid in Italia”, che Salute ha ricevuto da FOCE (Confederazione degli Oncologi, Cardiologi e Ematologi) e che è stato inviato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Un documento che riporta dati puntuali delle criticità riscontrate finora e, soprattutto, propone azioni concrete per un “Piano Marshall” del sistema sanitario. Di seguito i punti principali presenti nel rapporto, che può essere letto qui nella versione integrale.
Decessi non-Covid, pesa la mancanza di assistenza
Tra marzo e dicembre 2020 – si legge nel rapporto – ci sono stati 108.178 decessi in eccesso rispetto agli anni precedenti. Se il 69% è riconducibile a Covid, almeno il 31% è rappresentato da morti legate a patologie non Covid, soprattutto tempo-dipendenti, duvute alla mancata assistenza. Basti pensare che per le malattie cardiologiche la mortalità è raddoppiata. I motivi erano già stati analizzati in un precedente documento inviato lo scorso novembre all’allora Presidente del Consiglio Conte e al Ministro Speranza: ritardi o cancellazioni di interventi chirurgici cardiologici e per tumore dovuti all’affollamento delle terapie intensive; diminuzione degli accessi al pronto soccorso e alle unità di terapie intensive dei pazienti con infarto; 20-30% dei trattamenti oncologici ritardato, se non cancellato; arresto o forte rallentamento degli screening oncologici; quasi azzeramento dei controlli dei pazienti in follow up.
Oggi come un anno fa
“È doveroso constatare che su questi aspetti dopo un anno di emergenza non è stato operato nessun intervento né strutturale, né organizzativo atto a ridurre queste criticità”, scrivono gli esperti. E ancora, per i pazienti oncologici: “Vengono diffusi dati allarmanti sulla tardività delle diagnosi e quindi l’osservazione di tumori sempre più avanzati. Inoltre, permane la segnalazione dell’eliminazione di oltre 2 milioni di esami di screening e soprattutto l’assenza di dati recenti sullo stato di recupero di questi esami, che sembra assolutamente carente su quasi tutto il territorio nazionale”.
Le cause dell’elevata mortalità
La sintesi è che il Servizio Sanitario Nazionale ha registrato una tenuta complessiva molto scarsa, soprattutto a causa dei “tagli orizzontali indiscriminati e ingiustificati alle Strutture Sanitarie per quel che riguarda il personale medico e infermieristico, il numero di letti e di prestazioni e l’adeguatezza delle strutture ospedaliere”, subiti in tanti anni. Tagli che non hanno risparmiato gli IRCCS. Basti la conta dei posti letto ordinari per centomila abitanti, molto più basso rispetto alla media europea (314 vs 500), che ci colloca al ventiduesimo posto nella classifica tra i Paesi Europei. Non va molto meglio se si considera la spesa sanitaria, che nel 2017 ci poneva al quindicesimo posto per percentuale sul PIL (media europea 9,9% vs 8,8 % per l’Italia). “È anche da osservare – si legge – che all’interno di questa percentuale ci sono almeno tre punti che si riferiscono alla quota parte a carico dei pazienti, quindi in realtà la spesa pubblica per la sanità risulta essere del 6% circa nel nostro Paese” […] per cui l’Italia risulta “davanti solo ai Paesi dell’Europa dell’Est”.
Il pasticcio delle priorità nelle vaccinazioni
Un’altra causa dell’elevata mortalità andrebbe poi ricercata nella campagna vaccinale per Covid. Un mese fa, lo scorso 10 marzo, venivano finalmente emanate le raccomandazioni ad interim sui “gruppi target delle vaccinazioni anti-SARS-CoVID-2/COVID-19” del Ministero della Salute e del Commissario Straordinario per l’emergenza, che accoglievano la richiesta di FOCE per la definizione delle categorie più a rischio. Anche su questo fronte, si registra una debacle: “I dati attuali – riporta il documento – dimostrano che finora ben il 35% dei cittadini già vaccinati non apparteneva alla categoria a maggior rischio di letalità, e soprattutto dei circa 16 milioni di cittadini a maggior rischio solo il 38% ha finora ricevuto la vaccinazione”. Lo stesso non è avvenuto in altri paesi che hanno usufruito negli ultimi tre mesi di volumi vaccinali simili ai nostri: “Va quindi stigmatizzato come la campagna vaccinale abbia favorito alcune ampie categorie con moltissime persone che non ne avevano i requisiti di urgenza, non tanto per iniziativa di alcuni ‘furbetti’, quanto per alcune scelte errate o prive di chiarezza da parte delle Istituzioni preposte, che oltretutto non hanno esercitato alcun controllo durante il realizzarsi di queste gravi scelte”. Secondo FOCE, per abbattere la mortalità da COVID, sarebbe necessario vaccinare esclusivamente gli over 70 e i pazienti fragili per gravi patologie, e solo dopo passare gradualmente agli altri cittadini, in base all’età. Ad oggi, ad eccezione di una survey condotta da FOCE, non esistono, nelle comunicazioni ufficiali, dati precisi sullo stato delle vaccinazioni dei pazienti fragili.
Le 8 azioni prioritarie
Già in precedenza FOCE aveva individuato 8 azioni da portare avanti con rapidità (il documento era stato pubblicato sul sito di Agenas). Tra queste: “Tutte le strutture di oncologia medica, di cardiologia e di ematologia devono rimanere pienamente operative anche a livello ambulatoriale. Va preservata la rete dell’emergenza cardiologica. Le attività di chirurgia oncologica devono essere garantite e devono avere priorità assoluta”. Inoltre, “Gli ospedali devono essere notevolmente potenziati in personale medico, infermieristico e tecnico e nella dotazione strutturale di posti letto e servizi al fine di colmare le lacune esistenti fra Italia e altri Paesi. Deve essere intanto ripristinata almeno la dotazione originaria di posti letto nei reparti di medicina e chirurgia atta a far fronte all’assistenza dei pazienti affetti da patologie non Covid”.
Il “Piano Marshall” per la sanità
Le proposte di intervento per una riforma radicale della sanità Italiana della confederazione comprendono azioni a breve e a medio termine. Nel breve periodo bisogna affrontare le priorità della prevenzione primaria, della diagnosi precoce e delle cure. Servono: una campagna rivolta ai cittadini di sensibilizzazione sulla necessità di riprendere le cure, per non abbandonare i piani terapeutici e tornare in sicurezza negli ospedali, e un’altra campagna rivolta alle istituzioni nazionali e regionali, perché si riprendano gli screening e si recuperino i ritardi, campagna che Foce intende autofinanziare. Nel medio periodo, invece, servono azioni strutturali sul piano dei finanziamenti e dell’organizzazione della medicina territoriale: “Come FOCE – concludono gli esperti – siamo convinti che solo i clinici, quelli che ogni giorno vivono le corsie, hanno rapporti con i pazienti e i loro famigliari, possono avere una visione di insieme e proporre soluzioni concrete, efficaci, misurabili nel tempo, coinvolgendo i diversi attori che intervengono nella filiera. Purtroppo nessun clinico attualmente è ricompreso negli organismi ufficiali consultivi che assumono le decisioni o che determinano le scelte anche a livello centrale”.
(da “Huffingtonpost”)

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