Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA CAMPANA HA VOTATO NO ALLA FIDUCIA
Doriana Sarli, 59 anni, deputata napoletana, è una dei 40 (per ora) espulsi dai gruppi parlamentari del
M5S.
Come siete orientati a muovervi adesso?
“Non esiste un ‘noi’ coordinato, ci sono persone diverse che si sono trovate in questa situazione per motivi e con percorsi diversi”
Lei quindi come si muoverà ?
“Troverei inopportuno fare ricorso contro l’espulsione sapendo come funzionano le dinamiche interne del Movimento. Già votai contro al decreto sicurezza 2, ma allora non furono presi provvedimenti. Il mio nemico comunque non è il M5S, per cui non ho intenzione di fare azioni legali. Ovviamente la cosa è diversa per chi è uscito dall’aula e per i quali un provvedimento di espulsione mi sembra non opportuno, tante volte ce lo siamo detti tra noi, ‘se non te la senti di votare questa cosa…’, ed era una forma finora contemplata ecco”.
Il suo no come nasce?
“Penso che sarebbe stato possibile un appoggio esterno al governo per valutare provvedimento su provvedimento, ma anche fare una opposizione non preconcetta è un bene per il funzionamento democratico. Capisco chi crede che da dentro sia possibile condizionare il governo ma non è il mio caso. Personalmente aggiungo che non sono mai riuscita a superare la prima fiducia data alla Lega come ideali e valori, per me i diritti umani e la tutela dell’ambiente sono fondamentali, per cui ridare fiducia a un governo ad alta trazione di centrodestra e con un esponente dell’alta finanza alla guida era veramente troppo”.
Che sentimenti prova dopo questa espulsione?
“Dispiace perchè avrei voluto sin dal primo giorno una maggiore collegialità interna e meno verticismo. Il limite della piattaforma Rousseau è aver spersonalizzato i processi democratici, ci sarebbe voluto quindi un metodo più assembleare. Il meccanismo delle espulsioni non è la soluzione ai mali, anzi. Altro errore fatto dal M5S, ma è un po’ della politica tutta: prevale il razionalismo tecnico, a me non sembra giusto, le decisioni devono spettare alla politica. Una cosa è la competenza, un’altra è la politica che si assume la responsabilità delle decisioni”.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
RIDICOLO ESPRIMERE SOLIDARIETA’ ALLA MELONI DA PARTE DI CHI SCATENA GOGNE MEDIATICHE CONTRO RAGAZZINE SUI SOCIAL O ESPONE BAMBOLE GONFIABILI PARAGONANDOLE A LAURA BOLDRINI… I SOVRANISTI ISTIGANO ALL’ODIO E POI SI LAMENTANO QUANDO TOCCA A LORO
Nella vasta mole di messaggi di solidarietà ricevuti, arriva anche il commento di Matteo Salvini su Meloni e sull’insieme davvero poco professionale — e certamente non adatto a un dibattito politico civile — di insulti che la leader di Fratelli d’Italia ha ricevuto nel corso della trasmissione radiofonica di Controradio Firenze, pronunciati dal docente dell’università di Siena Giovanni Gozzini.
Quando una donna della politica (ma lo stesso vale anche quando a essere bersaglio di insulti, offese e minacce inqualificabili sono gli uomini) viene attaccata così ferocemente, è giusto che venga difesa da un largo schieramento bipartisan.
Ne va della salute del dibattito pubblico, anche se spesso quest’ultimo viene inquinato da toni troppo alti espressi da esponenti dello stesso partito di Giorgia Meloni.
Non fa niente: è giusto non fare distinzioni e essere ipercritici anche in questo caso.
Ma cosa succede quando, a esprimere solidarietà , è Matteo Salvini che — in passato — ha esposto bambole gonfiabili sul palco paragonandole a Laura Boldrini o ha pubblicato — senza censura — foto di donne sui propri account social che, puntualmente, sono state oggetto di bersagli di haters che seguivano la pagina del leader della Lega?
Salvini ha attaccato duramente il docente dell’Università di Siena su Twitter, chiedendone l’immediata rimozione: “Parole vergognose, insulti inauditi, autentico odio politico. Altro che scuse, questo “professore” merita il licenziamento. Tutta la mia solidarietà e il mio abbraccio a Giorgia Meloni”
Paradossalmente, le parole di solidarietà di un alleato (o “ex” alleato? Chissà come dovremo comportarci da qui in avanti) per offese e attacchi ricevuti da una donna della politica sottraggono e non aggiungono alla battaglia per l’equilibrio nella retorica delle controparti.
Succede perchè, da questo punto di vista, il curriculum di Matteo Salvini e della sua pagina Facebook gestita dal suo staff di comunicazione è ricco di episodi che rientrano nella più ampia sfera dell’odio online.
Chi vuole combattere questo fenomeno deve sapersi comportare in maniera coerente sempre e non soltanto quando si tratta di offese ricevute da una donna che “sta dalla stessa parte”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
“PICCHI DI VIOLENZA MAI VISTI, META’ DEGLI OSPITI HA LA SCABBIA”
La cooperante Silvia Maraone ci racconta la crisi umanitaria sulla rotta balcanica. A far più paura è la
polizia croata, che «non risparmia nessuno, nemmeno i minori non accompagnati»
«Siamo duri a morire». Davanti alla telecamera del cellulare Silvia Maraone sorride. Ha bisogno di tutta la sua carica per andare avanti.
Da quattro anni è sulla rotta balcanica, tra Serbia e Bosnia, a lavorare come cooperatrice per l’Ong Ipsia-Acli.
Durante la sua permanenza in quelle zone ne ha viste tante, tantissime, ma quest’anno la situazione nei campi profughi è particolarmente dura. L’inverno rigido e le nevi fino a febbraio stanno mettendo a dura prova la resistenza dei migranti bloccati ai confini d’Europa, nell’altipiano bosniaco battuto incessantemente dai venti.
Dopo l’incendio al campo di Lipa, avvenuto lo scorso 23 dicembre, i volontari e gli operatori stanno continuando a montare tendoni di fortuna e, negli ultimi giorni, tensostrutture. Che però non bastano a difendere i migranti dal freddo e dalle malattie.
Le condizioni igienico-sanitarie
«Lipa è un disastro e lo resterà finchè le istituzioni non faranno qualcosa», racconta. «Ma si tratta solo della punta dell’iceberg di una crisi che va avanti da anni, legata a un modello di accoglienza sbagliato. La situazione sta peggiorando su tutta la rotta».
Come sottolinea Silvia, con il Covid sono aumentate sia le tensioni con la popolazione locale, che da diversi anni convive con la presenza dei rifugiati ai margini delle città , sia le difficoltà nell’organizzare gli aiuti. I campi profughi sono in quarantena e, «con la scusa del rischio assembramenti», è stata limitata al massimo la solidarietà nei confronti dei migranti da parte delle autorità locali.
«Ci sono picchi di violenza che non avevamo mai visto», spiega ancora. «I migranti sono bloccati ai confini contro la loro volontà e aumentano le risse e gli accoltellamenti». In un contesto già estremamente difficile, a minare la tenuta psicologica e fisica dei migranti bloccati nei paesi di transito sono anche le condizioni igienico-sanitarie: oltre alle preoccupazioni legate al Coronavirus, si sta registrando un’impennata di casi di scabbia e malattie dermatologiche trasmissibili. «Quasi il 50% della popolazione del campo di Lipa ha la scabbia», dice Silvia. A fronte di quest’epidemia interna, una delle tende allestite dovrà essere ora impiegata per l’isolamento dei malati.
I respingimenti
Come riportato nelle testimonianze dei volontari, dei giornalisti sul posto e dei migranti stessi, le difficoltà non iniziano nei campi dei Paesi di transito. Durante tutto il percorso verso l’Europa, i profughi in fuga devono fare i conti con le violenze delle forze dell’ordine ai confini — spesso, come dimostrato da alcune inchieste, anche con il benestare di Frontex, l’autorità europea incaricata di sorvegliare quanto accade ai confini dell’Ue. A far più paura è la polizia croata, che «non risparmia nessuno, nemmeno i minori non accompagnati». Se la polizia bosniaca è conosciuta per i loro abusi di potere con spintoni e strattonamenti, quella croata è famosa per i suoi «massacri sistematici a colpi di manganelli, fruste e bastoni».
Nella fuga verso l’Europa — che parte da molto più giù della Grecia — si addentrano famiglie, donne, minori non accompagnati, uomini adulti. Tutti provano disperatamente a vincere il cosiddetto Game, il gioco della vita e della morte. «I migranti tentano il tutto e per tutto per attraversare i confini», spiega Silvia. «Saltano sui camion, sui furgoni, sui treni. Quando partono lo sanno: o la va o la spacca. E nella maggior parte dei casi non ce la fanno, muoiono a causa delle violenze o a causa dei percorsi che devono intraprendere. Troviamo i loro corpi nei fiumi, tra le montagne. Ma le persone continuano a provarci, perchè tornare indietro è impossibile».
(da Open)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
VIOLATO IL DIVIETO DELLE 22, MOLTI SENZA MASCHERINA
A Napoli migliaia di persone in piazza ieri sera, nella notte della movida, molti senza mascherina
nonostante le norme anti-Covid19.
Tantissimi giovani in strada a bere oltre l’orario del coprifuoco alle 22. Gli agenti della Polizia Municipale sono intervenuti sul Lungomare di via Partenope dove un gruppo di ragazzi, tra cui anche un minore, stava festeggiando una festa di 18 anni.
Delirio in piazza Bellini al centro storico, dove dei balordi hanno lanciato bottiglie anche contro i palazzi e all’interno delle scale negli androni e sono dovute intervenire le forze dell’ordine. Sanzionati pub e baretti che avevano tavoli occupati e clienti anche oltre le 18 o hanno continuato a servire i clienti per l’asporto anche dopo le 22.
“Tantissime persone — racconta Gennaro Esposito, del Comitato Vivibilità Cittadina — ieri sera tra piazza Bellini e piazza Miraglia sono state costrette a rimanere barricate in casa, a causa di urla, schiamazzi e lanci di bottiglie contro i palazzi”.
La Campania dalla mezzanotte di stanotte è entrata in zona arancione Covid, con regole anti-contagio più stringenti, e vi resterà per i prossimi 15 giorni. La Polizia Municipale ieri sera, a seguito di segnalazioni alla Centrale Operativa su un grosso assembramento in Largo Banchi Nuovi, denunciato anche a mezzo social da molti cittadini, è intervenuta in sinergia con i carabinieri di Napoli per i controlli sul rispetto delle norme Covid.
Nei pressi di via Santa Chiara un ristoratore della zona era rimasto aperto continuando l’attività di somministrazione, senza rispettare le limitazioni previste dalla normativa nazionale e regionale per il contenimento epidemiologico.
Pertanto le pattuglie sono intervenute ritrovando dinanzi al locale decine di giovani, alcuni dei quali intenti ad attendere il turno per entrare e consumare i prodotti venduti.La Centrale Operativa ha disposto quindi un intervento di diverse autoradio della Polizia Locale, volte alla dispersione della folla con particolare attenzione alle ripercussioni di ordine pubblico e sicurezza. Identificato e verbalizzato il proprietario del ristorante, applicando la sanzione accessoria della chiusura per 5 giorni. Sempre nella zona di Mezzocannone sono stati elevati 55 verbali per sosta selvaggia.
Nella stessa serata gli Agenti dell’Unità Operativa Chiaia, in via Partenope, durante i controlli predisposti sul territorio, hanno sorpreso 8 ragazzi, di cui uno minore, intenti a festeggiare con bottiglie di alcolici il diciottesimo compleanno di una giovane del gruppo. Il minore è stato affidato ad i genitori e per i ragazzi oltre a scattare i previsti verbali sono stati effettuati gli accertamenti ai terminali tramite la Questura della provincia di provenienza per le verifiche di casi Covid tra di essi. Mentre i carabinieri della compagnia Napoli Bagnoli hanno sanzionato per mancato uso della mascherina alcuni cittadini nei pressi degli chalet e dellungomare Mergellina.
In via Ferrigni un bar è stato verbalizzato dalla Polizia Municipale perchè sorpreso ad effettuare somministrazione dopo le ore 18, in violazione del Dpcm del 14 gennaio scorso. Ai gradoni di Chiaia, un bar è stato verbalizzato perchè sorpreso con tavoli ancora occupati dopo le ore 18 e mentre effettuava servizio di somministrazione ed è scattata anche la sanzione accessoria di 2 giorni di chiusura. Nella zona dei baretti di via Bisignano sono state controllate 4 persone, due di queste, sorprese a bere dopo le ore 18 alcolici sulla strada, sono stati multati.
Al Vomero elevati 30 verbali per violazione delle norme Covid: assenza di mascherina, consumo di cibi e bevande in strada e persone in giro dopo le 22. Altri 4 verbali per l’assenza di mascherina nella zona di piazza Garibaldi.
Sempre al Vomero, passata da poco la mezzanotte, e quindi in piena Zona Arancione, i carabinieri della locale compagnia — allertati dal 112 — sono intervenuti presso un pub di via Malatesta. Qui hanno sorpreso e sanzionato 15 persone che stavano cenando oltre l’orario consentito. La titolare è stata denunciata per omessa visita medica ai 5 dipendenti presenti che erano in “nero”. Locale chiuso per 5 giorni, imprenditrice e dipendenti sanzionati.
Nel complesso, i carabinieri del Comando Provincia di Napoli hanno effettuato controlli a tappeto anti-Covid in tutta la provincia, elevando 104 sanzioni anti-contagio. Verifiche a Napoli in tutta la città , che si sono concentrate in particolare nelle zone della movida e dello “struscio” cittadino. I Carabinieri della compagnia Napoli Centro hanno setacciato le strade: 119 i cittadini identificati di cui oltre 40 con precedenti e 36 i veicoli controllati; 3 i parcheggiatori abusivi denunciati a piede libero e 5 ragazzi segnalati alla prefettura quali assuntori di sostanze stupefacenti. Massimo l’impegno profuso per il rispetto delle normative anti-contagio: 104 le sanzioni in totale e 3 locali chiusi.
Carabinieri impegnati nei controlli anche nell’area Flegrea. I militari della locale compagnia hanno arrestato per spaccio un cittadino di origine africana sorpreso a bordo della sua auto nell’atto di cedere una sostanza stupefacente di tipo eroina a un acquirente segnalato alla Prefettura: 79 persone identificate, 13 di queste sono state sanzionate perchè non indossavano la prevista mascherina: 45 i veicoli controllati, 4 mezzi sono stati sequestrati.
(da Fanpage)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
SALTATO OGNI DISTANZIAMENTO, SI RISCHIA IL CONTATTO TRA SCHIERAMENTI… LA POLIZIA SI LIMITA A TENERE SOTTO CONTROLLO LA SITUAZIONE SENZA INTERVENIRE, GOVERNO LATITANTE: CON CHE CREDIBILITA’ POI SI CHIUDONO BAR E RISTORANTI?
Il giorno dei bandieroni e dei tamburi. Delle sciarpe e dei fumogeni. Il giorno delle due curve. Cinquemila sotto la Nord e altrettanti nel piazzale che guarda la Sud. Strizzati, per nulla distanziati, guidati dai capi coi megafoni, dal ritmo dei cori.
È il giorno dell’orgoglio ultras, che più che da corredo a un derby, quello tra Milan e Inter, che vale il primo posto in classifica, una fetta di scudetto e anche altro.
Vale a riaffermare il protagonismo delle due tifoserie, che si sono date appuntamento davanti ai cancelli sbarrati dei due punti cardinali del Meazza. La tensione tra le due tifoserie, inesistente per tutta la mattinata, si accende quando decine di milanisti corrono lungo il piazzale per accompagnare l’ingresso del pullman del Milan – festeggiato da cori e fumogeni in piazzale Axum – nel parcheggio di San Siro, il cui ingresso è sotto la Nord.
Nonostante i richiami al megafono dei capi ultras, si sfiora il contatto, evitato dalla manovra di alleggerimento di carabinieri e polizia, che sbattono i manganelli sugli scudi in plastica mentre avanzano. “Ci sono bambini!”, urlano un paio di sostenitori, ma tutto si risolve senza violenze. Poco dopo arrivano i due pullman dell’Inter, salutati dal coro “Uccideteli! Uccideteli!”
Cori, bandiere, petardi e fumogeni: circa 5000 tifosi dell’Inter e altrettanti del Milan a poca distanza si sono dati appuntamento nel piazzale del ‘Baretto’ di San Siro, punto di ritrovo della Curva Nord, dalla tarda mattinata, per supportare la squadra nel derby di oggi pomeriggio. Una festa, anche con famiglie e bambini, in un momento in cui l’Inter è prima in classifica e lotta per lo scudetto. Il divieto di assembramento imposto dal Governo per limitare la diffusione del Covid è stato di fatto dimenticato e il distanziamento praticamente inesistente
C’è tutta la geografia del tifo organizzato, con i suoi rituali, le sigle, le gerarchie. Ma anche tanti supporter comuni, arrivati in bici e coi mezzi, con le magliette di Lukaku e Ibrahimovic e quelle personalizzate per il calcetto con gli amici.
Ci sono i vigili e le camionette di carabinieri e polizia, le ricetrasmittenti di Digos e Nucleo Informativo e, insomma, tutto il contorno di un derby pre-Covid. Compreso l’inesistente metro di precauzione tra tifoso e tifoso, anche se le mascherine sono tante, bianche o in rossonerazzurro, a secondo della curva.
Due gli striscioni che campeggiano. “Sempre insieme a te sarò”, su sfondo rossonero, quello attaccato alle rampe di accesso alla Sud. “Buon viaggio Bellugi eroe nerazzurro”, quello esposto accanto al baretto sotto alla Nord, che ricorda lo stopper toscano scomparso ieri dopo una battaglia contro il Covid che aveva comportato l’amputazione delle gambe
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
L’ITALIA PAGA I CARCERIERI NON PER LIBERARE GLI OSTAGGI, MA PER TENERLI PRIGIONIERI
“Due fratellini, 12 anni lei, 10 lui, rinchiusi da mesi in quei capannoni senza un raggio di luce, a fare la
fame, a dividersi un boccone di pane duro e un goccio d’acqua, in condizioni igieniche e sanitarie terribili. E soprattutto soli, spaventati, con l’assoluta incognita del loro futuro. Mi hanno chiesto aiuto, volevano uscire, ma soprattutto mettersi in contatto con quel che restava della loro famiglia. Anche solo per sentire una voce amica, per convincersi di non essere davvero soli ad affrontare tutto questo”.
A raccontarlo, nella bella intervista di Alessandra Ziniti di Repubblica, è Bianca Benvenuti, responsabile degli Affari umanitari di Medici senza frontiere, che in Libia ha lavorato negli ultimi due mesi.
“Loro — prosegue Benvenuti – mi hanno raccontato che venivano dal Mali, i loro genitori erano stati uccisi ed una zia li aveva presi e caricati d’imperio sul cassone di un camion con altri ragazzi che stavano per partire verso la Libia. Non so poi come sono finiti lì dentro ma so che in quei capannoni di bambini come loro, totalmente soli sotto i 14 anni, ce ne sono centinaia. Molti sono arrivati in Libia da soli, molti hanno perso i familiari con cui viaggiavano prima di arrivare in Libia, ma ne ho visti anche molti che erano riusciti ad imbarcarsi, magari con la mamma o con il papà poi morti durante un naufragio e loro, che si sono salvati, finiscono in quell’orrore. Credetemi, è una cosa terribile. Bisogna tirarli fuori di lì, noi come team medico facciamo quello che possiamo, le agenzie dell’Onu, Unhcr e Oim, cercano di individuare all’interno dei centri le persone più fragili e tutelarle, i bambini innanzitutto, ma la situazione in Libia è terribile. E tra la guerra e il Covid, i corridoi umanitari sono stati quasi del tutto sospesi”.
Cartoline dall’inferno libico
Questa è la realtà dei lager libici. A cui si aggiunge quella dei disperati in mare. Almeno 750 persone nella sola giornata di ieri era in mare, in fuga dall’inferno libico A lanciare l’allarme è AlarmPhone. Ma questa umanità disperata, senza voce nè diritti, non sembra avere ascolto neanche nel “Governo dei migliore” guidato da Mario Draghi.
Le condizioni di vita all’interno di quei lager sono ormai conosciute: grave sovraffollamento, carenza di cibo, igiene inesistente, mancanza di accesso alle cure mediche, nonchè segnalazioni di abusi, lavoro forzato e sparizioni misteriose di persone
Solitamente, quando un’imbarcazione viene intercettata, i migranti a bordo vengono sbarcati in uno dei punti sulla costa, quindi le compagnie di autobus private convenzionate con il Dipartimento del ministero degli Interni li trasportano nei centri di detenzione.
Nella maggior parte dei casi, i migranti vengono inviati nelle strutture situate nello stesso territorio delle milizie che li hanno intercettati.
I trafficanti, i contrabbandieri, gli stessi funzionari militari attendono con ansia gli arrivi. Essi, infatti, comprano i migranti come fossero merci, soprattutto quando credono che saranno in grado di realizzare un profitto attraverso l’estorsione o la vendita dei richiedenti asilo ad altri centri o contrabbandieri.
A questo procedimento standard se ne sta aggiungendo un altro. Secondo quanto pubblicato da un’inchiesta di New Humanitarian, più della metà delle 6.200 persone intercettate in mare e rimpatriate in Libia quest’anno non si trovano nei centri ufficiali. Dove sono? Probabilmente sono stati trasferiti in strutture “non ufficiali” gestite da milizie affiliate al ministero degli Interni libico. Un nuovo allarme è, quindi, scattato.
Si tratterebbe, infatti, di non specificati edifici di raccolta dati, nei quali probabilmente vengono smistate le persone da destinare al traffico di essere umani. Nessuno può accedervi.
Le testimonianze su cosa accade realmente ai migranti intercettati (in mare ma anche lungo le rotte via terra) e portati in Libia sono eloquenti per capire cosa sta succedendo — ancora adesso — nella nazione nordafricana. A darne conto è un report di vociglobali.it.
Yasser (nome di fantasia) è un sudanese fuggito a 33 anni dalle violenze del suo villaggio sui monti Nuba. Imbarcatosi per l’Europa in Libia, il suo gommone è stato intercettato dalla Guardia Costiera e portato indietro. Da qui, è iniziato il suo calvario per la sopravvivenza. Con un pullman è stato portato in un centro. Lui e gli altri uomini sono stati subito vittime di estorsione. È stato ordinato loro di pagare un riscatto di 3.000 dinari libici per la libertà . Ai detenuti è stato detto di chiamare le famiglie e chiedere i soldi. Coloro che non potevano pagare restavano al centro, picchiati e sottoposti a torture, fino a quando non venivano venduti per una somma inferiore a un’altra milizia, che avrebbe cercato di estorcerli per un riscatto più piccolo pur di guadagnare.
Questa è la sorte che è toccata anche a Yasser, che dopo mesi si è ritrovato in un’altra prigione, “trattato come un animale”, secondo le sue parole. È riuscito a scappare solo mesi dopo, a causa di un bombardamento che ha colpito il centro. Ora vive in una struttura con altri richiedenti asilo sudanesi nella città costiera libica di Zawiya. Il suo destino resta appeso a un filo.
Sono tante le storie simili a quella di Yasser. Un uomo eritreo ha raccontato con queste parole la sua permanenza in un centro di detenzione dal 2017 al 2019: “Sono stato trattenuto in un centro di detenzione in Libia. Così tante persone sono malate, la maggior parte ha la tubercolosi. Non sono disponibili cure mediche. Abbiamo visto persone morire ogni giorno. Almeno due o tre ogni giorno. [Le milizie] hanno preso alcune persone, almeno 50 e hanno detto che le avrebbero portate via per il trattamento medico… ma non sono mai tornate. Non sappiamo se sono vive o no. Le persone non hanno accesso alla luce solare o all’aria fresca. Io, non ho visto l’aria aperta per due anni. Le mie sorelle sono ancora lì. Mi fa male dentro.
Un diciannovenne richiedente asilo proveniente da un Paese dell’Africa occidentale, è stato salvato da un peschereccio spagnolo insieme a 11 persone. Era il 2018, lui era partito dalla Libia e successivamente sbarcato in Spagna. Così ha raccontato:
“Sono stato tenuto prigioniero più volte da quando ho lasciato il mio Paese, sono stato rinchiuso in una stanza, senza cibo nè acqua per giorni; nessuno ti dice perchè sei detenuto….ci hanno fermato nel deserto e la loro intenzione era di ucciderci ma puoi morire nel deserto, puoi morire in Libia, puoi morire nel mare.
Drammatica è anche la storia di Abdi (nome di fantasia) somalo, fuggito dal suo Paese a causa delle minacce dei terroristi di al.Shabaab solo per aver fatto commenti contro i jihadisti in un bar. Quando il gommone che viaggiava verso l’Europa ha iniziato a riempirsi d’acqua, è stato salvato dalla Guardia Costiera libica. Il salvataggio si è quindi rivelato una condanna a morte. È iniziata la sofferenza dell’uomo, passato nelle mani di un contrabbandiere all’altro, estorto con raccapricciante violenza.
Abdi è rimasto chiuso in un edificio libico per due mesi, picchiato e per due volte finito sotto shock, finchè sua madre non è riuscita a trasferire denaro a un intermediario.
È stato venduto a un altro contrabbandiere, ha lavorato in una fattoria in condizioni di schiavitù, ha visto morire i suoi compagni di fame e di malattia, ha raccolto escrementi, ha pagato ulteriori somme di denaro per poi finire in un centro di detenzione a Tajoura. Qui è diventato, nuovamente, uno schiavo, costretto a lavare le armi con il gasolio, per le milizie che combattevano nella guerra che intanto divampava nel Paese. Solo grazie al caos dei bombardamenti è riuscito a scappare e a lasciare la Libia.
Vite senza più dignità continuano a perire in Libia, nella piena compiacenza delle potenze del mondo.
Nawal Soufi, giovane attivista marocchina che vive in Sicilia, ha cercato di far capire con domande provocatorie il perchè i migranti non vogliono essere riportati in Libia: “Sai cosa significa mangiare un pezzo di pane in 24 ore e vedere un pezzo di formaggino come fosse oro? Ti è mai capitato di essere messo all’asta e venduto come uno schiavo? Ti è mai capitato di essere picchiato a sangue perchè chiedi l’intervento di un medico? Ti è mai capitato d’essere fucilato per colpa di uno sguardo di troppo?”.
Questa è la realtà , inumana, dei lager libici.
“C’è chi paga migliaia di dollari per salire su un gommone, chi fugge, chi viene liberato ma la percentuale di quelli che vengono riportati nei centri di detenzione è molto alta e l’Europa non può consentirlo — dice ancora la responsabile degli Affari umanitari di Medici senza frontiere ad Alessandra Ziniti -. Abbiamo detto dei bambini soli, ma ci sono centinaia di neonati e bimbi piccolissimi con le loro mamme, spesso stuprate, e ci sono migliaia di ragazzi tra i 14 e i 17 anni. Subiscono l’indicibile e quando hanno la possibilità di incontrare operatori umanitari i loro occhi parlano da soli: prima della libertà chiedono di poter dare notizie alle loro famiglie che magari li credono morti. Sono dei sepolti vivi e piuttosto che rimanere lì o essere riportati indietro sono pronti a morire in mare”.
Scrive Paolo Lambruschi, inviato di Avvenire: “Nessuno interviene e continuano le cronache dell’orrore da Bani Walid, unanimente considerato il più crudele luogo di tortura della Libia. Un altro detenuto eritreo è morto qui negli ultimi giorni per le torture inferte con bastone, coltello e scariche elettriche perchè non poteva pagare. In tutto fanno sei morti in due mesi. Stavolta non siamo riusciti a conoscere le sue generalità e a dargli almeno dignità nella morte. Quando si apre la connessione con l’inferno vicino a noi, arrivano sullo smartphone con il ronzio di un messaggio foto disumane e disperate richieste di aiuto, parole di angoscia e terrore che in Italia e nella Ue abbiamo ignorato girando la testa o incolpando addirittura le vittime.
‘Mangiamo un pane al giorno e uno alla sera, beviamo un bicchiere d’acqua sporca a testa. Non ci sono bagni’, scrive uno di loro in un inglese stentato. ‘Fate in fretta, aiutateci, siamo allo stremo’, prosegue. Il gruppo dei 66 prigionieri eritrei che da mesi è nelle mani dei trafficanti libici si è ridotto a 60 persone stipate nel gruppo di capannoni che formano il mega centro di detenzione in campagna nel quartiere di Tasni al Harbi, alla periferia della città della tribù dei Warfalla, situata nel distretto di Misurata, circa 150 chilometri a sud-est di Tripoli. Lager di proprietà dei trafficanti, inaccessibile all’Unhcr in un crocevia delle rotte migratorie da sud (Sebha) ed est (Kufra) per raggiungere la costa, dove quasi tutti i migranti in Libia si sono fermati e hanno pagato un riscatto per imbarcarsi. I sequestratori, ci hanno più volte confermato i rifugiati di Eritrea democratica contattati per primi dai connazionali prigionieri, li hanno comperati dal trafficante eritreo Abuselam ‘Ferensawi’, il francese, uno dei maggiori mercanti di carne umana in Libia oggi sparito probabilmente in Qatar per godersi i proventi dei suoi crimini.
Bani Walid, in base alle testimonianze raccolte anche dall’avvocato italiano stanziato a Londra Giulia Tranchina, è un grande serbatoio di carne umana proveniente da ogni parte dell’Africa, dove i prigionieri vengono separati per nazionalità .
Il prezzo del riscatto varia per provenienza e sta salendo in vista del conflitto. Gli africani del Corno valgono di più per i trafficanti perchè somali ed eritrei hanno spesso parenti in occidente che sentono molto i vincoli familiari e pagano. Tre mesi fa, i prigionieri eritrei valevano 10mila dollari, oggi 2.500 dollari in più perchè alla borsa della morte la quotazione di chi fugge e viene catturato o di chi prolunga la permanenza per insolvenza e viene più volte rivenduto, sale. Il pagamento va effettuato via money transfer in Sudan o in Egitto.
Dunque — annota ancora Lambruschi – quello che accade in questo bazar di esseri umani è noto alle autorità libiche, ai governi europei e all’Unhcr. Ma nessuno può o vuole fare niente. S
econdo le testimonianze di alcuni prigionieri addirittura i poliziotti libici in divisa entrano in alcune costruzioni a comprare detenuti africani per farli lavorare nei campi o nei cantieri come schiavi.
‘Le otto ragazze che sono con noi — prosegue il messaggio inviato dall’inferno da uno dei 60 prigionieri eritrei — vengono picchiate e violentate. Noi non usciamo per lavorare. I carcerieri sono tre e sono libici. Il capo si chiama Hamza, l’altro si chiama Ashetaol e del terzo conosciamo solo il soprannome: Satana’. Da altre testimonianze risulta che il boia sia in realtà egiziano e abbia anche un altro nome, Abdellah. Avrebbe assassinato molti detenuti”.
Denuncia Emma Bonino, leader storica radicale, già ministra degli Esteri e Commissario europeo, oggi senatrice di +Europa: “L’Italia ha pagato un prezzo per fermare con ogni mezzo, anche il più disumano, i flussi nel Mediterraneo. Non so se l’Italia è mandante. Sicuramente è pagante: è il bancomat di queste operazioni insopportabili e lo fa scegliendo interlocutori che, come tanti casi di cronaca hanno dimostrato, erano i rappresentanti di organizzazioni criminali, compreso il famoso Bija, che se ne va in giro per l’Italia e pare che nessuno ne sappia niente”.
E aggiunge: “A me sembra che l’Italia continui a pagare una sorta di riscatto all’incontrario: paga i carcerieri, non per liberare gli ostaggi, ma per tenerli prigionieri, facendo finta di non sapere, mentre invece lo sa e lo fa. Quei soldi — sottolinea Bonino — finiscono dritti diritti a ai carcerieri dei lager libici solo per toglierci un problema”.
L’articolo è del 4 gennaio 2020. Un anno e un mese dopo, l’inferno in terra è ancora così.
Questo scempio di vite e di diritti avviene anche grazie ai finanziamenti che l’Italia continua ad assegnare a quell’associazione a delinquere chiamata “Guardia costiera libica”. Non è un mistero che i boss del traffico di esseri umani e i comandanti della Guardia costiera che dovrebbero stroncarlo siano spesso le stesse persone.
E allora, presidente Draghi, si dimostri il “migliore”: revochi i finanziamenti della vergogna.
(da Globalist)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
A BERLINO, AMBURGO E DRESDA SCOPPIA LA CONTESTAZIONE
Manifestazioni in tutta la Germania organizzate dai no-mask, in cui alcune centinaia di persone hanno preso parte contro le restrizioni per il Covid.
In tutto il territorio tedesco, la situazione è drammatica, con quasi 500 morti e oltre 9mila contagi nelle ultime 24 ore.
A Berlino, ci sono state proteste dai balconi al passaggio dei manifestanti.
Nella capitale erano attese mille persone per una ‘marcia silenziosa’, ma se ne sono presentate 580. Al loro passaggio, vi sono stati fischi dai balconi, insulti, cucchiai sbattuti sulle pentole e grida di “via i nazisti”.
Stessa accoglienza ad Amburgo dove c’erano circa 220 auto che recavano striscioni con gli slogan: “respira liberamente, pensa liberamente”
(da Globalist)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
TRANSIZIONE POCO ECOLOGICA COME ERA PREVEDIBILE… IL CONFLITTO DI INTERESSE DEL MINISTRO
La battaglia su quale futuro economico e industriale dare al Paese, grossa parte della quale si svolge su
quanto greenwashing ci sarà nell’ormai famigerata “transizione ecologica”, è centrale in questa fase.
L’assetto del ministero che porta quel nome (ex Ambiente più deleghe sull’energia) — che gestirà almeno il 37% dei fondi del Recovery Plan — ce ne dà una prima idea: domina il business as usual, soprattutto il business in verità .
Il paradosso è che, pur essendo il motivo principale per cui il M5S ha detto sì a Mario Draghi, la struttura guidata dal fisico Roberto Cingolani nasce di fatto cancellando la stagione di Sergio Costa all’Ambiente, assai poco gradita alla Confindustria come dimostrano gli attacchi del Sole 24 Ore .
La squadra dell’ex generale, membro dei governi Conte in quota 5Stelle, è stata rasa al suolo e a guidare la “transizione ecologica” col neo ministro tornano i dirigenti che accompagnarono la non indimenticabile stagione di Gian Luca Galletti, politico Udc che fu a capo del dicastero con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.
Come abbiamo già scritto, capo di gabinetto sarà il consigliere parlamentare Roberto Cerreto, che ebbe lo stesso ruolo nel ministero per le Riforme di Maria Elena Boschi, che poi lo volle pure come capo del legislativo a Palazzo Chigi quando divenne sottosegretaria di Gentiloni: a proposito di ambiente, da capo di gabinetto della Boschi, Cerreto dovette occuparsi della scrittura dell’emendamento sui giacimenti di Tempa Rossa chiesto dalle compagnie petrolifere per aggirare le resistenze della Regione Puglia (fu al centro del caso che portò alle dimissioni dell’ex ministra dello Sviluppo Federica Guidi).
Anche all’ufficio legislativo tornano i tempi di Galletti: il capo sarà Marcello Cecchetti, professore a Sassari, giurista d’area Pd anche lui con ascendenze renziane (fu assistente di studio di Ugo De Siervo, i cui due figli — Luigi e Lucia — sono amici e sodali del capo di Italia Viva, che da sindaco nominò Cecchetti in una commissione per studiare “una legge speciale per Firenze”).
Il suo vice sarà invece l’avvocato Marco Ravazzolo, anche lui a suo tempo consigliere di Galletti, ma soprattutto dirigente di Confindustria, di cui finora è stato responsabile Ambiente.
Dalle legittime ragioni dell’impresa a dirigente di un ministero spesso in conflitto con quelle ragioni è un cambio non da poco. Ricordiamo per dovere di cronaca che i 5 Stelle si sono assai vantati in questi anni del fatto che Costa avesse imposto a tutti i dirigenti del ministero di tenere uno scrupoloso registro degli incontri coi lobbisti.
D’altra parte, la stessa scelta di Cingolani, che dall’estate 2019 è Chief Technology & Innovation Officer di Leonardo (la ex Finmeccanica), pone l’istituzione in una posizione imbarazzante. Ad esempio, tra i dossier su cui dovrà decidere a breve, il ministro, che è in aspettativa dal colosso della difesa, troverà anche l’ultimo capitolo di un lungo contenzioso proprio tra Leonardo e il ministero dell’Ambiente sul vecchio Sistri, una roba che vale circa 90 milioni di euro.
La storia è antica: come deciso nel 2009 dall’allora ministra Stefania Prestigiacomo, Selex — poi inglobata in Leonardo e liquidata — doveva fornire al ministero il sistema di tracciamento dei rifiuti speciali (il Sistri appunto) per il periodo 2009-2014.
Fu una storia di straordinario fallimento, visto che quel sistema non è di fatto mai entrato in funzione e oggi non esiste più: eppure fino al 2018 era costato allo Stato 141 milioni di euro. Problema: Selex ha fatto causa al ministero, il suo committente, per vedersi riconosciuto comunque l’intero importo del contratto, altri 190 milioni. Dopo anni in tribunale, si è recentemente deciso di transare sulla quota fissa (88 milioni), ma Costa si è invece rifiutato di cedere sui quasi 90 milioni di quella variabile: il neo ministro Cingolani, dipendente in aspettativa di Leonardo, dovrà dunque decidere se resistere in giudizio o andare al Tesoro e chiedere di pagare (e quanto) il suo datore di lavoro.
Non solo transizione, allora, sarà anche ministro della transazione.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
NON ESISTE ALCUNA CORRELAZIONE TRA CARENZA DI VACCINI E INVIO IN AFRICA, VISTO CHE NON E’ STATO MANDATO NULLA…SOLO QUANDO SARA’ FINITA VACCINAZIONE IN EUROPA E USA , LE ECCEDENZE SARANNO MANDATE IN AFRICA (MA CHE BUONI, QUESTI OCCIDENTALI…)
Oggi Libero in prima pagina apre con un bel titolo di quelli che portano pace e amore nel mondo: “Diamo i vaccini all’Africa e restiamo sempre senza”. Ma le cose stanno davvero così?
Il quotidiano spiega: Da Bruxelles miliardi per immunizzare gli Stati poveri, inviando medici e studiando produzioni locali. Intanto a noi tagliano le forniture di fiale”.
Sembra per Libero che ci sia una correlazione tra i problemi di approvigionamento dei vaccini e gli aiuti ai paesi, non solo africani, che hanno difficoltà o non hanno iniziato la campagna vaccinale contro il Coronavirus.
In realtà i due fenomeni sono completamente scollegati. I ritardi di Pfizer però erano dovuti alla riorganizzazione di alcuni impianti di produzione, quelli di Astrazeneca hanno penalizzato l’Europa a favore della Gran Bretagna e anche Moderna ha annunciato ritardi che però dovrebbe colmare a marzo. In tutti i casi i vaccini non sono andati in Africa a discapito dell’Italia e degli altri paesi europei.
Da dove arriva dunque il bizzarro titolo di Libero? Da un’interpretazione davvero personale di quanto è stato discusso ieri al G7.
Come racconta il Corriere è vero che è stato deciso di inviare aiuti e vaccini ai paesi che ne hannno bisogno, ma i motivi esulano completamente dal buonismo.
Innanzitutto ci sono delle ragioni che hanno a che fare con la geopolitica. Cina e Russia aiutano i paesi del Terzo Mondo ad immunizzarsi con “800 milioni di fiale di loro produzione in più di 40 Paesi” e aumentano così la loro sfera di influenza economica e politica.
L’Europa ha tutto l’interesse a contrastare questo fenomeno. Poi c’è un altro motivo che comprenderebbe anche la casalinga di Voghera. Gli europei possono anche vaccinarsi tutti ma fino a che tutto il pianeta non sarà immunizzato saremo anche noi in pericolo:
Il problema è che ci sono almeno 130 Paesi che non hanno neppure cominciato la campagna di vaccinazione, il che non solo espone le loro popolazioni al rischio del Covid, ma accresce anche la possibilità che si sviluppino nuove varianti del virus, una minaccia per tutti.
Come ha avuto modo di dire qualche giorno fa Dame Barbara Woodward, l’ambasciatrice britannica all’Onu, «nessuno è al sicuro finchè tutti non siamo al sicuro».
La cifra di aiuti previsti per « far sì che i vaccini raggiungano tutti quelli che ne hanno bisogno, dovunque siano nel mondo» è di 7,5 miliardi di dollari.
E ora, stabilito perchè a noi europei conviene aiutare i paesi in via di sviluppo a vaccinarsi, vediamo se così rimaniamo senza fiale. In realtà , spiega sempre il Corriere, i “paesi ricchi si sono procurati già 3 miliardi di dosi, oltre 1 miliardo in più di quanto sia necessario per offrire una doppia somministrazione a tutti i loro cittadini”.
Anche Boris Jonhson manderà quelli che potremo definire “avanzi”: gli aiuti riguardano le scorte in eccesso. E anche Francia e Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di regalare dosi senza criterio:
Emmanuel Macron si è fatto precedere da un’intervista al Financial Times in cui proponeva che i Paesi ricchi indirizzino il 5 per cento dei loro vaccini ai Paesi poveri. Un obiettivo, tuttavia, decisamente meno ambizioso di quello delineato dai britannici. E pure l’amministrazione Biden ha fatto sapere che non intende donare vaccini finchè non si sarà assicurata l’immunizzazione degli americani.
(da “NextQuotidiano”)
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