Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
A PALERMO SOTTO INDAGINE 145 PERSONE
La guardia di Finanza di Palermo ha indagato 145 persone con precedenti condanne per mafia che hanno
richiesto il reddito di cittadinanza senza averne diritto.
L’operazione, voluta dalla Procura, si è conclusa con denunce per dichiarazioni mendaci volte all’ottenimento del reddito di cittadinanza e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ed all’Inps, come spiegato dall’Ansa. Il passo successivo sarà la revoca del sussidio ed il recupero del beneficio economico. Le ricerche hanno riguardato circa 1.400 persone, tra cui sono stati selezionati coloro che a partire dal 2009 hanno subito condanne definitive per reati che impediscono di fruire del reddito di cittadinanza.
La dinamica
Per fare domanda all’Inps, e quindi per ottenere il reddito, i soggetti — che spesso si sono serviti dei propri familiari per compilare i moduli e presentarli all’Istituto di previdenza sociale — omettevano l’esistenza di condanne avute in precedenza. Gli indagati o i familiari degli indagati hanno infatti subito condanne per i reati di associazione di tipo mafioso, oppure per reati aggravati dal metodo mafioso come tentato omicidio, estorsione, rapina, favoreggiamento, trasferimento fraudolento di beni, detenzione di armi, traffico di sostanze stupefacenti, illecita concorrenza con minaccia o violenza, scambio elettorale politico-mafioso.
Dal 2019, secondo la guardia di Finanza, sono stati ottenuti, tramite il bonus erogato dall’Inps, circa un milione e 200 mila euro. Gli investigatori hanno poi sequestrato preventivamente oltre 70 mila euro.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
GIOVANNI RUSSO: “SE TRE ANNI FA MI AVESSERO DETTO CHE SAREI FINITO A VOTARE UN GOVERNO COME QUESTO MI SAREI MESSO A RIDERE”
Tra la fronda e i governi sti volano gli stracci: “E’ la resa della politica e del M5S, per questo ho votato
‘no’ al governo Draghi. Il mio ‘no’ non è contro di lui in particolare, ma contro un governo tecnico, tenuto conto della crisi pandemica che stiamo attraversando. Per me questo non è il governo dei migliori. Anzi”.
Così Giovanni Russo, tra i 16 deputati M5S che alla Camera non ha votato la fiducia al nuovo esecutivo, spiega le ragioni della sua decisione. “Se il 3 marzo del 2018, ovvero il giorno prima delle elezioni che sancirono il mio ingresso in Parlamento, mi avessero detto – sottolinea – che si sarebbe andati a votare la fiducia a un governo con l’attuale composizione, mi sarei messo a ridere immaginando che non sarebbe mai stato possibile. E invece purtroppo è accaduto…”.
Contro le accuse di trasformismo (prima il sì al governo con la Lega, poi il sì all’esecutivo con le forze di centrosinistra) “dico solo che ho votato la fiducia perchè c’era Conte, garanzia del Movimento Cinquestelle, persona di grande spessore, che si è trovato a gestire una crisi pandemica assolutamente inaspettata. Ma soprattutto espressione di una guida politica. Ora – precisa Russo – le forze rappresentative dei partiti che sono nell’attuale governo non sono quelle che andranno a dare l’indirizzo politico al premier Draghi, saranno invece quelle che prenderanno gli schiaffi in faccia rispetto alle scelte di un dominus assoluto”.
“Un gioco al massacro e il M5S per non infilarsi nel tritacarne si sarebbe dovuto collocare all’opposizione. Qualcuno per assicurarsi la permanenza al governo ha sacrificato il Movimento e io non ci sto. Con un governo tecnico, di fatto c’è una resa della politica”, scandisce Russo.
Intanto, Crimi ha annunciato l’espulsione dei deputati che ieri non hanno votato la fiducia a Montecitorio. “Per ora non ho ricevuto nessuna comunicazione. Se farò ricorso? Scioglierò la riserva quando è il momento”. Russo, che è anche membro dello Commissione parlamentare Difesa, dove ha svolto per oltre un anno il ruolo di capogruppo, aggiunge: “vorrei comunque confermare la mia fiducia e stima al ministro Guerini. Anche i sottosegretari alla Difesa Tofalo e Calvisi hanno svolto un ottimo lavoro e mi auguro possano trovare una nuova collocazione”.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
TRA DITTATURE SOVRANISTE E DEMOCRAZIE ILLIBERALI
Non è stata ancora ufficialmente tracciata, ma esiste una mappa nel territorio compreso tra Varsavia e
Mosca, dove stampa vuol dire solo propaganda e la libertà di parola equivale alla prigione.
Tra Budapest, Varsavia, Praga — e all’elenco si aggiunge in fila anche Lubiana — fiorisce, come in una capsula di petri, il soggetto ibrido delle democrazie illiberali dell’est, con un perimetro che va allargandosi, senza argine che possa contenerlo all’orizzonte.
Se nella Bielorussia di Lukashenko, dove sono state appena condannate a due anni di galera due giornaliste ventenni della tv Belsat, “vediamo un approccio dittatoriale tradizionale, quello classico dei regimi, verso reporter arrestati arbitrariamente, nella zona centro-orientale gli attacchi ai media sono più sofisticati, mirati a distorcere il mercato editoriale e dividere la comunità di giornalisti”.
Con immediatezza, dagli uffici dell’organizzazione European Centre for Press and Media Freedom risponde il responsabile Laurens Hueting: “l’Europa ha fallito nell’intervenire nei momenti più cruciali per mancanza di riconoscimento del problema, composto, nell’area centro-orientale, da un complesso sistema di leggi ed abusi legislativi, sfruttamento degli aiuti di Stato, distorsione del mercato pubblicitario, il tutto inserito in un’atmosfera in cui il giornalismo indipendente è soggetto a molestie digitali quanto reali”.
Alcuni Paesi in cui la stampa libera è minacciata sono membri d’Europa e Nato, ma fino a ieri orbitavano nella sfera del Cremlino sovietico: “più che un paradosso, una vergogna che la lezione sull’assenza di libertà non sia stata appresa, un peccato che non abbiano capito quanto sia importante il giornalismo indipendente e l’hanno represso invece di rafforzarlo”.
Tra tutte è l’Ungheria il più antico e primario esempio di democrazia illiberale: a Budapest “un sistema mediatico allineato al potere è stato costruito mentre contemporaneamente quello indipendente veniva eliminato, o comprato o messo al bando, o comunque buttato fuori dal mercato”.
A Varsavia le pagine di giornali e siti sono rimaste oscurate, nere come il lutto e come il futuro che attende i media nazionali, dopo la decisione del governo di tassare del 5% le pubblicità , che andranno a finanziare contenuti nazionalistici e allineati alla narrazione del Pis, partito al potere Diritto e Giustizia.
Per distogliere l’attenzione dall’inettitudine e dalla corruzione ormai endogena del suo sistema, letteralmente e metaforicamente, a Budapest, regna il silenzio: sono stati chiusi o comprati, uno dopo l’altro, i giornali non vicini alle politiche del governo, e non trasmette più dallo scorso 14 febbraio nemmeno Klubradio, l’ultimo radio libera di criticare il governo sovranista di Orban.
Come a domino, una dopo l’altra, le Capitali dell’est sono cadute tutte tra le mani di leader repressivi: “un Paese che è divenuto esempio da manuale delle democrazie illiberali, il primo Stato che ha smantellando i media in maniera sistematica e minatoria è l’Ungheria”, testa d’ariete del gruppo di Visegrad, unitosi all’Unione nel 2004. Le piccole Budapest che si replicano da Lubiana a Praga “guardano tutte al modello Orban o quello del Pis polacco: usano quelle tattiche adattandole ai territori in cui operano”. È quella che Laurens chiama “morte per un migliaio di tagli”.
Sempre schierate e pronte nelle dichiarazioni, ma inermi nelle azioni incisive che tardano a intraprendere, le istituzioni europee assistono mute mentre cresce e si allarga la piccola Unione di illiberali all’interno dell’Unione più estesa. Zitta come i giornalisti nelle piccole patrie europee dell’est, sta anche la “vecchia” Europa, però avvolta da un silenzio diverso, quello asfittico degli stanchi, dei rassegnati, che la storia chiamerà complici.
Se Bruxelles non si muove, l’ultima generazione centro-orientale invece continua a farlo, e per le strade dove si affacciano le finestre delle autorità , marcia per sfidarle, spesso a temperature che scendono sotto lo zero del meteo e dei diritti umani.
Accade in Bielorussia come in Polonia, dove trascinati dalle ragazze e dal movimento Straik Kobiet, “sciopero delle donne”, anche gli uomini sono finiti in piazza nonostante manganelli, arresti e idranti per avere diritto di scelta, di parola e opposizione, civile e politica.
Non si prescinde dalla forza delle immagini, quando diventano icone: l’ultima di Bratislava porta il volto dell’impavido e giovanissimo reporter anti-corruzione Jan Kuciak, assassinato nel 2018 insieme alla sua fidanzata Martina. L’anniversario della sua morte verrà celebrato domenica prossima come esempio di lotta estrema per ottenere giustizia. L’omicidio più vergognoso della storia della Slovacchia indipendente ha portato alla caduta del governo vicino alla criminalità organizzata e alle più partecipate manifestazioni dalle marce contro Mosca del 1989, perchè, infine, la storia centro-orientale, sta dimostrando che è vero anche quello che scrisse Holdering: “dove c’è pericolo, cresce anche ciò che lo salva”.
(da Open)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
REPORT SVELA GLI OMISSIS
Report svela in esclusiva gli omissis del contratto tra l’Unione europea e AstraZeneca. E dal primo accordo in assoluto tra Bruxelles e le case farmaceutiche per i vaccini contro il Coronavirus emerge che il prezzo “no profit” c’è, sì, ma solo fino a luglio.
Dopo quella data l’azienda potrà eventualmente aumentarlo. Emerge anche che entro giugno 2021 erano attese 300 milioni di dosi: una scadenza assai difficile da rispettare a questo punto.
Nel contratto però non sono previsti automatismi per eventuali penali. Gli omissis riguardavano le regole per i pagamenti, la misura economica del contratto (certamente oneroso: ben 870 milioni di euro per 300 milioni di dosi) e le scadenze per la distribuzione del vaccino anti-Covid.
Il contratto, ricorda Report, firmato a fine agosto scorso, fino all’inizio dell’anno era avvolto da una totale segretezza, «nonostante le richieste di trasparenza provenienti da molti parlamentari europei, dal mondo dell’informazione e dalle associazioni della società civile» Ma poi è arrivato il contrasto tra la Commissione europea e la casa farmaceutica, causato da un calo delle quantità di siero attese. Da qui la pubblicazione del contratto da parte dell’Ue. Con la persistenza però di molti omissis.
I costi
I costi, spiegano ancora sul sito della trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, sono distribuiti tra Ue e stati membri. «Bruxelles paga 336 milioni di euro per i costi di base, che — a quanto si evince dal contratto — sono stati integralmente versati, in due tranche, ancor prima della consegna delle prime dosi. Gli stati contribuiscono invece con circa 534 milioni, da versare alla consegna». Ogni dose viene quindi pagata con 1,12 euro dall’Ue e 1,78 dagli Stati. Si tratta del prezzo “no profit” di cui sopra, che a quanto emerge dagli omissis svelati, da luglio potrà aumentare per decisione autonoma di AstraZeneca. Non solo: se i costi dovessero aumentare entro il 20%, l’incremento del prezzo sarà automatico. Per eventuali ristori invece in caso di costi più bassi servirà una commissione ad hoc.
I risarcimenti
Tutti destinati agli stati membri in caso di effetti collaterali, tranne che nell’ipotesi in cui il danno sia causato da un difetto nel vaccino derivato dal mancato rispetto da parte di Astrazeneca delle attuali buone pratiche di fabbricazione o delle normative di farmacovigilanza Ema.
Le consegne
Le prime dosi dovevano essere consegnate entro la fine dello scorso anno: dai 30 agli 80 milioni. La deadline non è stata rispettata anche a causa dei tempi di approvazione del siero da parte dell’Ema. Le 300 milioni di dosi erano attese entro giugno: 40 milioni per gennaio, scrive ancora Report, 30 a febbraio, 20 a marzo, 80 ad aprile, 40 a maggio e 60 a giugno. Scadenze impossibili da rispettare con l’annunciata riduzione dei tempi di consegna. Non ci sono penali automatiche, si diceva, ma c’è la possibilità per l’Europa di interrompere il contratto nell’eventualità di una mancata consegna.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
PARAFRASANDO L’ELEVATO: “AVANTI COSI’, VERSO LA CATASTROFE, PERO’ CON OTTIMISMO”
La nascita dell’intergruppo al Senato, con dentro M5S, Pd e Leu, è una buona notizia (anche se mezzo Pd
è già in rivolta). Una delle poche liete novelle, nelle ultime settimane, per la vecchia maggioranza giallorosa. Beppe Grillo ha avuto intuizioni rare negli ultimi decenni, ma è quasi commovente la sua capacità nell’avere sbagliato tutto durante la trattativa (si fa per dire) con Draghi.
Era ed è lecito dire “sì” a Draghi. Ma i 5 Stelle, che avevano il coltello dalla parte del manico, si sono incredibilmente accontentati delle briciole. Facendo poi pure finta di esultare per i grandi risultati ottenuti nella trattativa. Riassumendo in 11 punti (e qualche bis qua e là ).
1. Subito dopo che Crimi aveva sentenziato “Mai con Draghi”, Grillo si lascia folgorare al telefono dallo stesso Draghi per poi incontrare a Roma l’ex presidente della BCE, gestendo in prima persona la trattativa in tandem con Franklin Delano Crimi Roosevelt. Wow.
2. Grillo farfuglia, in un video francamente imbarazzante, che Draghi è grillino e che bisogna appoggiarlo per forza.
3. Grillo ritarda la votazione sulla piattaforma Rousseau, lasciando intendere che si dovrà votare sì solo se Draghi darà al M5S il super ministero supercazzola con tapioca a destra della transizione ecologica. Però come fosse Antani.
3 bis. La formulazione del quesito su Rousseau si rivela imbarazzante. Una sorta di: “Vuoi votare sì o preferisci essere un reietto?”
4. Nasce il governo dei migliori (?) e i 5 stelle non solo hanno la miseria di un ministro in più di Forza Italia e vedono retrocesso Patuanelli, ma non hanno neppure il super ministero. Che peraltro neanche esiste, perchè Draghi lo ha spacchettato tra vecchio ministro dell’ambiente, Colao al digitale e il leghista Giorgetti al Mise. Un successone!
5. Di fronte alle critiche (tante) della base e (molte meno) dei parlamentari, che tengono famiglia e quindi al voto non vogliono andare, l’intoccabile Grillo reagisce con post onirici pieni di foto in bianco e nero, citazioni in inglese di Draghi e spruzzate a caso di Andy Warhol.
6. Nel frattempo il ministero (per niente super) non solo non è andato ai 5 Stelle, ma a un renziano. Ovvero Cingolani, noto (?) frequentatore della Leopolda.
7. Ciò nonostante, i profili ufficiali del M5S inseriscono Cingolani nella squadra grillina del governo Draghi accanto a Di Maio, Patuanelli, D’Incà e Dadone. Come se Cingolani fosse un attivista dai tempi dei Meet Up. Una prece.7 bis. Con vivo sprezzo del pericolo, Crimi va dieci giorni fa da Floris. Ne riceve una macellazione a cielo aperto, sangue ovunque e viscere sul selciato. De Gregorio, Sallusti e quell’altra ancora ridono.
8. Pare peraltro che sia stato proprio Grillo a fare a Draghi i nomi (qualificati, ma certo non grillini) di Colao e Cingolani. Se così fosse, saremmo oltre ogni leggenda politica masochistica.
8 bis. Ah: Cingolani, da grande grillino (inconsapevole) qual è, ha scelto come capo di gabinetto Roberto Cerreto, già capo gabinetto della Boschi. Daje Beppe!
9. Martedì Il Fatto (noto giornale vicino a Renzi) ha scritto che Cingolani sembrerebbe coinvolto in un conflitto di interessi in merito a un finanziamento del 2006 di 3,5 milioni di euro elargito dall’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), all’epoca diretto dallo stesso Cingolani, al laboratorio di nanotecnologie di Lecce diretto dalla sua ex-moglie. Sono passati tanti anni, ma chiarire sarebbe bello (e Cingolani lo farà senz’altro). L’Elevato Grillo ha qualcosa da dire in merito?
10. Di Maio e la maggioranza dei parlamentari, tipo i carneadi Crippa e Licheri (io conoscevo solo Santi Licheri), continuano però a ripetere che Grillo ha sempre ragione. Anche quando ha torto. Un ragionamento davvero granitico.
10 bis. Ieri 15 senatori M5S hanno votato no e 8 si sono astenuti (solo due erano “giustificati”), 12 erano assenti. Tra loro anche alcuni big come Morra e Lezzi. Crimi, dall’alto della sua evanescenza politica, ha appena fatto sapere che verranno espulsi. Ne resterà solo uno: lui.
11. Dopo sedicimila anni di attesa, la piattaforma Rousseau (con affluenza risibile) vota ieri il passaggio dal “leader unico” al “comitato direttivo” composto da 5 elementi. Che bella idea! Una segreteria collegiale e niente “capi”, proprio quando l’unica salvezza per i 5 Stelle sarebbe quella di affidarsi mani e piedi a Giuseppe Conte. L’unico in grado di farli uscire dal sarcofago in cui si sono chiusi da soli. Siete dei geni, boys and girls!
11 bis. L’Elevato Grillo ha poi deciso che, in attesa della nascita del comitato direttivo, Crimi resterà reggente. Ormai Crimi è una sorta di Reggente Perpetuo (cit Lezzi). E in effetti era giusto premiarlo, dopo tutti questi capolavori.
Disastro su tutta la linea. E intanto il Sistema, nel vederli così agonizzanti, se la gode.
Per parafrasare proprio Grillo: “Avanti così. Verso la catastrofe, però con ottimismo”.
Andrea Scansi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
MARCO TRAVAGLIO DEMOLISCE BEPPE GRILLO: NON NE HAI AZZECCATA UNA
Spunti per il nuovo spettacolo di Grillo. Belìn, c’era una volta un comico che capiva tutto prima degli altri. Tipo che la politica era marcia, la finanza anche peggio e la stampa teneva il sacco a entrambe. Così cominciò a informare la gente nei suoi show (chi ci andava scoprì che la Parmalat era fallita ben prima della Consob e dei pm). E fondò il Movimento 5 Stelle: tutti risero, poi piansero, poi passarono agli insulti, ai corteggiamenti e infine alle alleanze.
E gli “scappati di casa”, in tre anni, trovarono un premier più che degno e portarono a casa quasi tutte le loro bandiere prima che il Matteo maior e il Matteo minor buttassero giù i loro due governi per liberarsi di loro.
Nel momento del massimo trionfo, anzichè rendersi prezioso e vendere cara la pelle, Grillo sbarellò. Scambiò per “grillino” Draghi, che a suo tempo chiamava “Dracula” e voleva “processare per Mps”. E spinse i grillini quelli veri ad arrenderglisi senza condizioni, in nome di un superministero-supercazzola alla Transizione Ecologica che doveva inglobare Ambiente e Sviluppo economico.
Su quella promessa fece votare gli iscritti con un quesito che diceva mirabilie del Sì, nulla del No e non prevedeva l’astensione.
Quelli si fidarono di lui, unico ammesso al cospetto di SuperMario, e dissero Sì al 60%. Poi scoprirono che era una battuta (quella di Draghi): il superministero era mini, per giunta diretto da un renziano per giunta indicato da Grillo; e il Mise, lungi dallo scomparire, passava semplicemente da Patuanelli a Giorgetti, noto ambientalista padano (vedi trivelle, Tav, Terzo Valico e altre colate di cemento).
Molti iscritti gabbati chiesero di rivotare, ma furono narcotizzati con altre supercazzole: “i ragazzi del 2099”, “la sonda Perseverance atterra su Marte e la Perseveranza atterra alla Camera”, “i Grillini non sono più marziani”.
E i loro “portavoce” andarono al patibolo fornendo la corda al boia e dandogli pure la mancia. Donarono sangue e organi all’ex Dracula, che li liquidò con quattro perline colorate (Esteri, Agricoltura, Giovani, Rapporti col Parlamento), trattandoli peggio dei partiti con metà o un quarto dei seggi.
I parlamentari coerenti col giuramento fatto agli elettori “mai con B.” votarono contro o si astennero, ma, anzichè essere rispettati come minoranza interna, furono espulsi da chi era andato al governo con B. (già “testa d’asfalto”, “psiconano”, “psicopedonano”), col Matteo maior (già “pugnalatore dell’Italia da mandare a lavorare a calci”) e col Matteo minor (già “ebetino” e “minorato morale”).
“Belìn”, ridacchiò il comico, “è il mondo alla rovescia! È come se Ario, Lutero e fra’ Dolcino avessero scomunicato il Papa! Lo dicevo io che ne resterà uno solo: io!”. Applausi. The end.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 18th, 2021 Riccardo Fucile
“NON C’E’ USCITA DALLA PANDEMIA SENZA ACCESSO EQUO E RAPIDO”
“Solo 10 paesi hanno somministrato il 75% di tutti i vaccini Covid. Più di 130 paesi non hanno ricevuto una singola dose. Le persone colpite da conflitti e insicurezza vengono lasciate indietro. Tutti, ovunque, devono essere vaccinati il prima possibile”.
Con queste parole il segretario generale delle Nazioni Unite Antà³nio Guterres ha denunciato gli sviluppi “enormemente diseguali e ingiusti” della campagna vaccinale nel mondo, auspicando la nascita di “un piano vaccinale globale per riunire tutti coloro che possiedono la potenza, le competenze e le capacità di produzione richieste”.
Guterres ha promesso di “mobilitare tutto il sistema delle Nazioni Unite al sostegno di questo sforzo”, che però richiede la volontà politica dei grandi del mondo per poter decollare. Il tema dell’equità nell’accesso al vaccino — definito dal leader Onu come “il più grande test morale sotto gli occhi della comunità globale — arriva così sui tavoli virtuali del G7 e del G20 a presidenza italiana.
Nel suo appello Guterres ha invitato le maggiori potenze economiche mondiali nel Gruppo dei 20 a istituire una task force di emergenza per stabilire un piano e coordinare la sua attuazione e finanziamento. La task force — ha suggerito – dovrebbe avere la capacità di “mobilitare le aziende farmaceutiche e gli attori chiave dell’industria e della logistica”. La videoconferenza di domani tra i sette Paesi più industrializzati del mondo – Stati Uniti, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Canada e Italia – “può creare lo slancio per mobilitare le risorse finanziarie necessarie”, ha aggiunto.
Il premier italiano Mario Draghi è la grande novità di entrambi i tavoli, e il fatto di avere per la prima volta la presidenza del G20 aumenta la responsabilità dell’Italia nella risposta globale alla pandemia. Lo ha detto lo stesso Draghi nel suo discorso al Senato: “L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti. Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio”.
Il punto è che — secondo voci influenti della comunità scientifica — non ci può essere via d’uscita dalla pandemia senza un equo accesso ai vaccini. Lo ha ribadito in una lettera aperta pubblicata sulla rivista medica Lancet un gruppo di esperti in Salute pubblica, secondo cui lo sviluppo di nuovi vaccini Covid-19 non riuscirà a porre fine alla pandemia a meno che tutti i Paesi non ricevano le dosi in modo rapido ed equo. Nel testo, gli autori criticano lo stoccaggio di vaccini nei Paesi più ricchi, mettendo in guardia dai pericoli del “nazionalismo vaccinale” che minando le possibilità di successo di Covax (l’iniziativa Oms per la distribuzione dei vaccini nei Paesi più poveri) rischia di prolungare l’emergenza sanitaria globale.
“La cruda realtà è che il mondo ora ha bisogno di più dosi di vaccini Covid-19 rispetto a qualsiasi altro vaccino nella storia per immunizzare abbastanza persone per ottenere l’immunità vaccinale globale”, ha detto l’autore principale, Olivier Wouters, professore di Politiche sanitarie presso la London School of Economics and Political Science. “A meno che i vaccini non vengano distribuiti in modo più equo, potrebbero passare anni prima che il coronavirus sia portato sotto controllo a livello globale”.
È il chiodo su cui battono da mesi le organizzazioni internazionali, da Emergency a Medici Senza Frontiere, da Oxfam a Save The Children: governi e industria farmaceutica devono aumentare la produzione superando logiche nazionaliste e monopoli. Guterres ha esortato i big del mondo a farsi carico del problema, anche in chiave egoistica: “Se si permette al coronavirus di diffondersi a macchia d’olio nel sud del mondo, muterà ancora. Nuove varianti potrebbero diventare più trasmissibili, più mortali e, potenzialmente, minacciare l’efficacia dei vaccini”.
Una parte del problema è certamente rappresentata dai brevetti dei colossi farmaceutici che hanno sviluppato — o stanno sviluppando — i sieri più promettenti. Si tratta però di una questione complessa, in cui rientra anche il ruolo degli ingenti investimenti pubblici nello sviluppo e nell’implementazione, come spiega Tancredi Buscemi, dottorando in Economics all’università di Perugia, in un articolo pubblicato sul sito del Sole24Ore dal titolo “Vaccini e brevetti: quello che le holding e i governi non dicono”. “La liberalizzazione dei brevetti e il loro utilizzo come bene pubblico comporterebbe una produzione su larga scala in tempi molto più rapidi mettendo i paesi in sicurezza e garantendo l’accesso anche ai paesi in via di sviluppo. Il vicolo in cui il mondo si trova è abbastanza stretto e indugiare su questo tema potrebbe anche essere fatale, visto il sorgere di nuove varianti”
Al momento sul mercato sono presenti pochi marchi che di fatto agiscono in un regime di cartello: Pfizer, Moderna e Astrazeneca, cui prossimamente dovrebbe aggiungersi Johnson & Johnson. “Moderna è l’unico dei tre marchi ad avere autorizzato l’utilizzo del suo brevetto, una comunicazione che è tuttavia una sorta di campo minato”, osserva Buscemi: “l’azienda americana, infatti, si è riservata soltanto di non citare in giudizio le aziende che svilupperanno vaccini simili fino alla fine della pandemia”.
Ciò che è mancato finora, però, è soprattutto la volontà politica dei governi di farsi carico di un problema di dimensioni globali, viste le sfide di una campagna vaccinale che si sta rivelando difficile per tutti.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha assicurato che l’amministrazione Biden “lavorerà con i nostri partner in tutto il mondo per espandere la capacità di produzione e distribuzione e per aumentare l’accesso, anche alle popolazioni emarginate”. La posta in gioco non è ‘solo’ sanitaria, ma anche geopolitica, come dimostra l’attivismo cinese e russo nell’esportazione dei propri vaccini. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha criticato la crescente “divisione dell’immunità ” e ha invitato il mondo a “unirsi per rifiutare il” nazionalismo dei vaccini”, promuovere una distribuzione giusta ed equa dei vaccini e renderne accessibile lo sviluppo. Su richiesta dell’Oms, ha detto, la Cina contribuirà “preliminarmente” a Covax con 10 milioni di dosi di vaccini.
G7 e G20 saranno chiamati a dare una risposta chiara e coerente, tenendo conto di quell’aggettivo – “endemico”- che sempre più spesso compare nei testi scientifici al fianco della parola “coronavirus”.
È l’Economist a esortare i governi a pensare al futuro: “Mentre il mondo comincia a vaccinarsi, è diventato chiaro che sperare che i vaccini cancellino Covid-19 è un errore. La malattia circolerà per anni, e sembra probabile che diventerà endemica. Quando Covid-19 ha cominciato a colpire, i governi sono stati presi alla sprovvista. Adesso devono pensare al futuro […]. L’adattamento alla convivenza con il virus comincia con la scienza medica. È già in corso il lavoro di messa a punto dei vaccini per conferire protezione contro le nuove varianti. Questo dovrebbe andare di pari passo con una maggiore sorveglianza delle mutazioni che si stanno diffondendo e un’approvazione normativa accelerata per i richiami. Nel frattempo saranno necessarie cure mediche per salvare dalla morte o dalla malattia grave un numero maggiore di persone che contraggono la malattia. Il risultato migliore sarebbe una combinazione di immunità acquisita, richiami regolari di vaccini modificati e un misto di terapie per garantire che Covid-19 sia raramente una minaccia per la vita. Ma questo risultato non è garantito”.
Ciò che è sicuro è che il mondo non può permettersi di continuare a trattare i vaccini anti-Covid come se fossero un bene di lusso, inaccessibile in 130 Paesi del mondo anche al personale sanitario, ai malati cronici, ai più fragili tra i fragili.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2021 Riccardo Fucile
PAESE CHE VAI, CRIMINALE SOVRANISTA CHE TROVI
L’accusa rivolta alle due reporter è quella di aver condotto «azioni di gruppo che violano gravemente
l’ordine pubblico». Le due avrebbero trasmesso live uno dei memoriali organizzati per il 31enne picchiato a morte dalle autorità
Non si ferma la repressione di Lukashenko. Dopo mesi di proteste pacifiche e di arresti, il regime bielorusso ha da settimane ormai iniziato a prendere sistematicamente di mira anche il mondo dei media. È arrivata oggi la sentenza per due giornaliste bielorusse, condannate a due anni di carcere ciascuna da un tribunale, con l’accusa di aver fomentato le proteste contro il presidente Lukashenko.
L’emittente televisiva di opposizione con sede in Polonia, Belsat, ha reso noto che le due giornaliste — la 27 enne Katerina Bakhvalova e la 23enne Daria Chultsova — sono state condannate per aver condotto «azioni di gruppo che violano gravemente l’ordine pubblico» che consisterebbero nelle riprese di una protesta dello scorso novembre.
La leader dell’opposizione, Svetlana Tsikhanouskaya, ha chiarito che l’episodio per cui le due giornaliste sono state incriminate riguarda l’aver filmato e trasmesso live uno dei memoriali organizzati per Raman Bandarenka, il 31enne picchiato a morte dalle autorità bielorusse dopo aver appeso in cortile una bandiera bianco rossa pro-democrazia.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2021 Riccardo Fucile
UN GIRO DI TRUFFATORI STA OFFRENDO VACCINI CHE NON HANNO
Un milione di dosi di purissimo AstraZeneca offerti da un intermediario brasiliano all’ ufficio del commissario all’emergenza Domenico Arcuri.
Un’altra offerta pronta per il Pirellone in Lombardia assai consistente. Spiega l’intermediario che giura di avere società in Svizzera e in Italia: «Volete Pfizer, ce l’ho! AstraZeneca in questo momento ho qualche problema. Però se Ema lo autorizzasse ho pronto anche lo Sputnik. Ho già i contratti».
Poi ci sono le 27 milioni di dosi, in due tranche da 12 e 15 milioni, che il Governatore veneto Luca Zaia giura di poter comperare in un amen e per cui ha chiesto autorizzazione a Roma. «Ce le hanno offerte intermediari di un’azienda che collabora già con noi, fornendoci altri medicinali», assicurano da Palazzo Balbi.
Senza sprofondare nel dark web sembra che ci siano vaccini ovunque, basta chiederli.
Un mercato parallelo che vorrebbe saltare alla giugulare di Stati e Regioni che fanno fatica a trovare vaccini.
Ma questi intermediari sono veramente affidabili? Le case farmaceutiche prendono le distanze e l’ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) ha aperto un’ inchiesta dopo aver ricevuto una serie di denunce da parte delle autorità pubbliche di diversi Stati Ue.
Sotto la lente dell’ Olaf ci sono offerte per circa 250 milioni di dosi con richieste di denaro che superano i 2 miliardi di euro.
«Si tratta di truffe» ripetono dagli uffici di Bruxelles dell’Olaf. Vaccini contraffatti o, nella stragrande maggioranza dei casi, millanterie: spediscono qualche campione del vaccino, chiedono il versamento di un acconto, poi spariscono.
E in effetti vien da chiedersi come sia possibile che sul mercato europeo, dove nel primo trimestre di quest’ anno arriveranno tramite i canali ufficiali 100 milioni di dosi, ci sia una così ampia disponibilità di fiale sottobanco.
Il mediatore “lombardo”, non senza qualche lacuna ha una sua spiegazione: «Io li compero dai rivenditori. Anche a Dubai. Certo i prezzi lievitano. C’è la logistica e una filiera. Da me il vaccino Pfizer costa 75 euro (quasi 4 volte tanto, ndr). Ma in una settimana, massimo 10 giorni, posso darvi tutto quello che volete».
L’intermediario aveva agganciato l’ex sondaggista Luigi Crespi e il commercialista Alessandro Arrighi, ritenendo che avessero rapporti in Regione. Loro sono filati da Piazza Pulita su La7 e ora dicono: «Magari non ci saranno reati ma è immorale e disgustoso».
L’intermediario insiste e giura di giocare a carte scoperte: «Le aziende produttrici dopo che hanno onorato l’accordo con la Ue possono vendere a chiunque. Non so se le Regioni possono comperare…».
AstraZeneca, dalla sede centrale di Basiglio alle porte di Milano, smentisce e teme che si tratti di vaccini contraffatti. Spiega la responsabile dei rapporti coi media Ilaria Piuzzi: «Abbiamo sentito anche noi le dichiarazioni del governatore veneto. Per quanto ci riguarda è impossibile. Non esistono mercati paralleli. Non ci sono intermediari. Non possiamo vendere a privati, singoli Stati o enti locali. Ci sono vincoli precisi nel contratto con la Ue. Per tutelarci abbiamo fatto un esposto al Nas dei carabinieri».
Sulla stessa linea anche Pfizer: «Non stiamo fornendo il nostro vaccino al mercato privato in questo momento — spiega a “La Stampa” una portavoce dell’ azienda americana -.
Durante le pandemia, i nostri contratti sono con i governi. È importante che i vaccini rimangano all’ interno della catena di fornitura stabilita».
Ma allora da dove arrivano i vaccini sventolati da Zaia? Il governatore ha parlato di «due diversi lotti» da altrettante società che hanno già ottenuto il via libera dall’ Ema. Che al momento sono tre: Moderna, Pfizer/BioNTech e AstraZeneca.
Due su tre smentiscono l’ esistenza di questi canali e Moderna ha appena annunciato all’ Ue un rallentamento delle consegne a febbraio in seguito a una serie di problemi.
Nei giorni scorsi il premier ceco Andrej Babis ha rivelato in Parlamento di aver ricevuto (e rifiutato) un’ offerta per acquistare il vaccino di AstraZeneca da un intermediario basato a Dubai. Alla firma del contratto chiedeva un acconto pari al 50%. Prendi i soldi e scappa.
(da “La Stampa”)
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