Marzo 28th, 2021 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DEL MINISTERO DELLA SALUTE SU CUI PESANO DUE INCOGNITE: LE VARIANTI E LA DURATA DELL’IMMUNITA’
Le incognite sono numerose. Ma è ipotizzabile una ripartenza dell’Italia verosimilmente per agosto,
alla condizione di riportare al più presto i contagi a 50 ogni 100 mila abitanti a settimana (oggi sono oltre 4 volte tanti), vaccinare 500 mila persone al giorno e riaprire gradualmente tenendo l’Rt a 1 in modo da bilanciare l’effetto vaccini con l’allentamento delle misure. I nuovi decessi si attesterebbero tra i 10 e i 30mila, con una letalità del virus simile all’influenza.
Il ritmo dei vaccini
Sono i risultati dello studio elaborato da un gruppo di esperti del ministero della Salute, dell’Istituto superiore di Sanità e della fondazione Bruno Kessler, pubblicato qualche giorno fa e che segnano un road map in positivo.
Se le vaccinazioni andranno avanti a ritmo sostenuto (che vuol dire come minimo quello attuale, ma servirà un enorme sforzo per recuperare i ritardi accumulati da gennaio a oggi), la campagna si chiuderà in 13 mesi totali.
Dunque, data la partenza a gennaio, per l’inizio del 2022. Così sarà evitato l’80 per cento dei potenziali decessi che si avrebbero in assenza di vaccini.
In questa situazione, le misure di contenimento potranno essere eliminate del tutto in 12 mesi (sempre per inizio 2022).
Per arrivare infine a una situazione «Zero-Covid» (con due settimane consecutive senza contagi) ci vorranno invece, in tutto, 18 mesi.
Questi sono i dettagli dello scenario migliore, quello che delinea l’uscita dell’Italia dalla pandemia. Quando è solido? Impossibile dirlo. Perchè ci sono variabili molto concrete che potrebbero definire scenari molto più negativi.
Si parte dall’ipotesi che si riesca a somministrare 4 dosi di vaccino al giorno per ogni mille abitanti (240 mila al giorno in totale), che si arrivi a coprire il 75 per cento della popolazione, che le fasce deboli siano protette in via prioritaria, che i vaccini prevengano anche l’infezione (non solo la malattia) e che il loro effetto duri almeno un paio d’anni.
Dunque, il primo aspetto da valutare è: riusciremo a tenere un ritmo di vaccinazioni adeguato e sostenuto? Fino ad oggi, di fatto, la campagna ha viaggiato circa alla metà di questo traguardo: ci sarà dunque la necessità di recuperare, salendo per un certo periodo a 500 mila dosi al giorno, per arrivare ad aver vaccinato circa il 75 per cento della popolazione entro luglio.
Se la campagna vaccinale procedesse invece al ritmo di 2 dosi al giorno per ogni mille abitanti (e qui si delineano gli scenari peggiori), la campagna durerebbe 2 anni, la mortalità salirebbe e per allentare del tutto le misure di contenimento servirebbero 21 mesi.
Durata e varianti
Sull’aumento del ritmo delle vaccinazioni, arma primaria per uscire dalla pandemia, il governo può intervenire. Le variabili che creano maggiori incognite quindi sono altre, quelle sulle quali non ci sono ancora certezze medico-scientifiche.
La prima: quanto dura l’«immunità » su chi viene vaccinato? Se l’effetto del farmaco scomparisse prima di un anno, o addirittura dopo 6 mesi, a partire dal prossimo autunno, o comunque dalla fine dell’anno, ci sarebbe nuovamente la necessità di misure di contenimento forti per evitare una ripartenza del virus (e la mortalità rischierebbe di essere quadrupla rispetto allo scenario di riferimento).
Anche in questo caso però la rapidità del ritmo di vaccinazione sarebbe decisiva, «perchè se la prima campagna vaccinale durasse 13 mesi – scrivono gli studiosi – anche con una copertura breve sarebbe possibile avviare una seconda campagna di vaccinazione mantenendo comunque l’epidemia sotto controllo». Si sposterebbe soltanto in avanti l’obiettivo ultimo di arrivare alla situazione «Zero-Covid».
(da “Il Corriere dela Sera”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
IN REGIONE PIU’ DI DUEMILA RICOVERATI, PAZIENTI TRASFERITI IN ALTRE PROVINCE
Gli ospedali di Bari, Lecce e Taranto sono al collasso. 
Con oltre 2mila persone ricoverate nelle strutture sanitarie della Puglia, la Regione è stata costretta ad attivare i trasferimenti dei pazienti Covid in altre province e continua la corsa a riconvertire i reparti per accogliere i positivi che necessitano di ospedalizzazione.
Con i dati odierni si arriverà a sfiorare il 50% dei posti in area medica occupati da Covid positivi. Come spiegato da un servizio del TgR Rai, il Dipartimento Salute non nasconde la preoccupazione per il momento più difficile da inizio pandemia per la Puglia. Una situazione assai delicata, come raccontato da Ilfattoquotidiano.it anche dall’interno della terapia intensiva allestita nella Fiera del Levante.
I posti letto occupati nel Leccese sono 122, mentre l’area medica degli ospedali di Taranto è sostanzialmente piene, come pura la terapia intensiva dell’ospedale Moscati, dove restano solo 4 posti letto a disposizione. Piena anche la rianimazione dell’ospedale di Bisceglie.
A supplire alla situazione critica di alcune Asl è in particolare la provincia di Brindisi, quella meno colpita dall’onda del virus. Nell’ospedale Perrino del capoluogo sono ricoverate 21 persone arrivate da fuori provincia, 3 delle quali in rianimazione, e la rete di strutture sanitarie del Brindisino è pronta a riconvertire altri 50 posti in area medica. In soccorso anche alcuni ospedali privati del Barese, dove vengono dirottati alcuni pazienti in arrivo nei pronto soccorso per altre patologie e che risultano negativi al tampone.
E nuovi incrementi di ospedalizzati sono previsti nei prossimi giorni. La Puglia infatti non ha ancora raggiunto il picco della curva epidemica.
L’ultimo bollettino regionale del 27 marzo conteggia 2.008 nuovi casi, ben 820 dei quali in provincia di Bari, e 32 decessi. Da oggi e fino al 6 aprile, la regione è entrata in zona rossa “rafforzata”, disposta dal presidente del Michele Emiliano con un’ordinanza che vieta l’asporto dopo le 18, salvo prenotazione telefonica, vieta gli spostamenti verso le seconde case e introduce qualcosa di molto simile a un lockdown nella Domenica delle palme, a Pasqua e e Pasquetta.
Venerdì è tornato a farsi sentire anche il sindaco di Bari, Antonio Decaro, sottolineando che “i numeri sono altissimi” e “gli ospedali sono tornati in crisi”. Nell’ultima settimana la provincia del capoluogo pugliese è stata una delle peggiori in Italia per numero di nuovi casi in rapporto agli abitanti.
“Se ci vogliamo ammalare sicuramente un modo c’è: basta uscire e stare tutti insieme — ha detto — Prima di uscire pensiamo alle persone che stanno in ospedale e che può succedere a ciascuno di noi”. Quindi ha avvertito: “Se mi arriveranno segnalazioni di assembramenti, le trasferirò immediatamente alle forze dell’ordine”.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DELLA REGIONE SICILIA FAREBBE MEGLIO A CHIEDERSI COME MAI SONO STATI VACCINATI CON DUE DOSI SOLO IL 20% DEGLI OVER 80 IN SICILIA
L’ira di Miccichè esplode in Aula. “Sono talmente inc… Quando ho detto che i deputati dovevano
essere vaccinati sono stato preso per il cu…”, sbotta il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, dopo avere comunicato a Sala d’Ercole, riunita per l’esame della legge di stabilità , la positività al tampone di un collaboratore del ragioniere generale della Regione siciliana.
Un caso di Covid che ha costretto Miccichè a sospendere i lavori almeno sino a martedì quando arriverà il responso del tampone effettuato dallo stesso ragioniere generale. “Era sicuro che con questo tipo di lavoro ci saremmo contagiati, era matematico — ha aggiunto visibilmente alterato -. Ma noi siamo la casta e prima di noi ci sono i poveri, gli avvocati, i magistrati. Ci sono tutti e noi siamo la casta di mer… che non deve ottenere niente. Io rischio la vita, il presidente della commissione Bilancio anche e così molti di voi. Io ho 67 anni, se prendo il Covid sono a rischio, e il presidente della Regione ha qualche mese in più di me — ha detto ancora -. Dico a tutti di essere prudenti, evitate di incontrare persone, fate il tampone e lo dico anche ai dipendenti del palazzo”.
Per domani è stata disposta la sanificazione del Palazzo. Fino a martedì, quindi i lavori saranno sospesi. “Il presidente della Regione mi ha dato il suo ok. So cosa comporta l’interruzione della finanziaria in questo momento, ma non ci sono altre possibilità ”, ha concluso. Miccichè aveva chiesto che i parlamentari regionali fossero vaccinati in via prioritaria, come raccontava il Fatto:
Una richiesta “precauzionale“. Con quest’aggettivo in Sicilia motivano l’istanza indirizzata dal presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, all’assessore alla Salute, Ruggero Razza. Oggetto della richiesta: somministrare il preziosissimo vaccino anti-Covid ai componenti e ai dipendenti dell’Ars. Il chè vuol dire vaccinare circa 300 persone, compresi ovviamente i 70 consiglieri regionali che in Sicilia si chiamano deputati e dunque “onorevoli“. Il Parlamento più antico d’Europa, insomma, vuole essere pure il primo Covid free del mondo.
Forse però Miccichè non sa che la Sicilia è tra le otto regioni italiane che non hanno ancora vaccinato con le due dosi almeno il 20 per cento degli over 80, come emerge dall’aggiornamento pubblicato sul sito internet del governo. Non sarà il caso di lasciare il posto a loro?
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
STUDI RECENTI PARLANO DI UN MINIMO DI SEI MESI, MA CERTEZZE ANCORA NON CE NE SONO
La questione della durata dell’immunità indotta dall’infezione da coronavirus o dalla somministrazione del vaccino ha, com’è facile immaginare, un ruolo centrale per capire come evolverà la pandemia e quando potremo tornare alla normalità , e a che tipo di normalità .
Ed è una delle tante domande per cui la scienza, al momento, non ha risposte definitive, ma soltanto ipotesi, indicazioni, suggerimenti, che stanno diventando sempre più solidi man mano che si accumulano dati ed evidenze provenienti sia dai test di popolazione che dalle analisi delle campagne di vaccinazione.
Uno sguardo alle altre malattie: influenza e morbillo
Per cominciare, può essere utile guardare all’esperienza proveniente da altre malattie virali con le quali conviviamo da tempo e per le quali abbiamo già sviluppato, testato e distribuito un vaccino.
Due buoni esempi, per i quali la risposta immunitaria funziona in modo completamente diverso, sono il morbillo e l’influenza. Sappiamo che il contatto con il virus del morbillo (sia naturale che tramite il vaccino) innesca una forte risposta immunitaria nell’organismo, la cui durata temporale è molto estesa nel tempo: uno studio pubblicato nel 2007 sul New England Journal of Medicine parla addirittura di lifelong immunity, cioè di immunità che dura tutta la vita. Molto probabilmente questo è dovuto al fatto che il virus del morbillo, a differenza di Sars-CoV-2, ha un basso grado di mutabilità , cioè è più stabile e non tende a produrre varianti più pericolose nel tempo.
All’estremo opposto c’è il virus dell’influenza, che muta molto velocemente. Ed è questa la ragione per cui ogni anno è necessario tornare a vaccinarsi con un prodotto sviluppato ad hoc per la specifica variante stagionale, dal momento che l’immunità (naturale o non) ottenuta dal contatto con la variante dell’anno prima non conferisce una protezione rispetto alla nuova ondata.
Dove si colloca Covid-19? Per quello che sappiamo, sembra essere più o meno a metà strada, probabilmente più spostato verso l’influenza che verso il morbillo: gli studi di popolazione sembrano suggerire che l’immunità duri per un certo lasso di tempo, ma non per tutta la vita, e non protegga completamente da tutte le varianti. Per questi motivi, secondo molti esperti, dovremo sviluppare nuovi vaccini per le varianti e tornare a vaccinarci periodicamente.
Come funziona la memoria immunitaria
La protezione immunitaria del nostro organismo si fonda sostanzialmente su quattro componenti: gli anticorpi, proteine che circolano nel sangue, riconoscono i corpi estranei come virus e batteri, e li neutralizzano; le cellule T helper, che aiutano a riconoscere i patogeni; le cellule T killer, che li neutralizzano; le cellule B, che producono nuovi anticorpi quando l’organismo ne ha bisogno.
Quando veniamo a contatto con un potenziale patogeno, il primo meccanismo a entrare in azione è quello delle cellule B, che producono anticorpi in gran quantità , ma la cui vita è in generale abbastanza breve; la seconda risposta è quella delle cellule T, ciascuna delle quali è specificamente prodotta per identificare un particolare patogeno ed eliminarlo. Alcune di queste cellule, le cellule T di memoria, hanno vita molto lunga, e (in generale) possono rimanere nell’organismo anche per svariati decenni, come nel caso del morbillo, di cui parlavamo poco fa.
Cosa succede nel caso di Sars-CoV-2? Un elemento che gioca a nostro favore è la natura regolare della sua superficie, ricoperta in modo abbastanza uniforme dalla ormai celebre proteina spike (sappiamo per esempio che gli anticorpi contro il vaiolo, il cui virus ha una natura regolare simile a quella del coronavirus, durano in genere tutta la vita): questa uniformità fa sì che i macrofagi (i globuli bianchi che inglobano i patogeni) siano in grado di legarsi facilmente al virus, anche se potrebbero non essere più così efficaci quando incontrano varianti del virus con la proteina spike mutata rispetto a quella che hanno imparato a riconoscere.
Pare che le cellule T, invece, funzionino abbastanza bene contro le varianti: se così fosse, potremmo addirittura non aver bisogno di nuovi vaccini (a meno che il virus non muti così tanto da rendere inefficaci anche le cellule T, ma al momento non sembra questo lo scenario più probabile); e comunque resteremmo protetti per lo meno dalle forme più gravi della malattia.
Un altro fattore da tenere in considerazione per prevedere la durata dell’immunità a Covid-19 è quello legato alla forza della risposta immunitaria iniziale.
Per esempio, il raffreddore comune, che è un disturbo lieve, innesca spesso una risposta limitata alle vie aeree superiori, che scema velocemente una volta passata l’infezione: questo lascia supporre che chi si ammala di Covid in forma asintomatica o lieve potrebbe avere una protezione più limitata nel tempo rispetto a chi subisce la malattia nella forma più grave.
La risposta immunitaria all’infezione naturale
Vediamo cosa dicono i numeri, partendo dall’immunità naturale, cioè quella conferita dal contagio reale e non dalla vaccinazione. Gli autori di un lavoro pubblicato a ottobre 2020 sul New England Journal of Medicine, condotto in Islanda, hanno misurato la quantità di anticorpi prelevati da 30.576 soggetti positivi al coronavirus, e poi hanno analizzato 2.102 campioni, raccolti da 1.237 pazienti quattro mesi dopo la diagnosi di positività , confrontandoli con quelli di 4.222 persone in quarantena esposte al virus e di 23.452 persone mai entrate in contatto con il virus. I risultati dell’analisi hanno mostrato che gli anticorpi antivirali contro Sars-CoV-2 non diminuiscono nei quattro mesi successivi alla diagnosi.
Un altro lavoro, pubblicato poco dopo su Immunity, che ha preso in esame circa 30mila pazienti in Arizona, ha allungato di un altro mese l’arco temporale di produzione degli anticorpi. Ma lo studio più incoraggiante (seppur condotto su un gruppo più piccolo) è quello pubblicato su Science a febbraio scorso, i cui autori hanno esaminato estensivamente 254 campioni provenienti da 188 pazienti Covid, prelevati tra 6 e 8 mesi dopo l’infezione, caratterizzando le dinamiche di tutte e quattro le componenti della risposta immunitaria.
Queste le conclusioni: l’infezione da Covid genera una risposta immunitaria molto forte, che coinvolge tutti i tipi di memoria immunitaria, e il 95% dei pazienti mantiene tale risposta a circa sei mesi di distanza dall’infezione.
Confrontando questi risultati con analoghe analisi condotte su pazienti guariti dalla Sars (in cui si osservano cellule immunitarie specifiche anche 17 anni dopo l’infezione), gli autori del lavoro hanno concluso che “una volta passato il peggio — cioè le settimane acute della malattia — la risposta immunitaria del corpo all’infezione da Sars-CoV-2 è molto simile a quella che si ha per altre malattie”, il che fa pensare che “la memoria immunitaria, molto probabilmente, previene l’ospedalizzazione e il rischio di malattia grave per molti anni”, addirittura (si spera) per decenni.
Un piccolo numero di pazienti, concludono gli autori, non aveva alcuna memoria immunitaria a lungo termine dopo l’infezione, probabilmente a causa delle differenze della quantità di virus a cui erano stati esposti: ed è qui che entrano in gioco i vaccini, che dovrebbero aiutare a livellare queste disomogeneità individuali
Memoria immunitaria
I quattro tipi di memoria immunitaria e la loro permanenza nel caso di infezione da SARS-CoV-2. (da JENNIFER M. DAN et al., Immunological memory to SARS-CoV-2 assessed for up to 8 months after infection, Science, 05 Feb 2021: Vol. 371, Issue 6529, eabf4063 DOI: 10.1126/science.abf4063)
Ci sono poi i risultati di uno studio di sieroprevalenza da poco condotto a Wuhan, pubblicati su Lancet: gli autori del lavoro hanno sottoposto 9mila persone residenti nella città a diversi test per gli anticorpi, prima ad aprile e poi a giugno e infine tra ottobre e dicembre 2020. 522 persone sono risultate positive al test, e 40% delle persone con anticorpi aveva sviluppato anticorpi neutralizzanti (quelli che proteggono da reinfezioni) già in aprile: i livelli di questi anticorpi sono rimasti stabili per almeno nove mesi, indipendentemente dalla gravità della prima infezione.
Oltre a dare un’indicazione sulla durata dell’immunità , comunque, lo studio suggerisce anche che la maggior parte della popolazione non è mai entrata a contatto del virus, e che quindi è indispensabile continuare le campagne di vaccinazione per avvicinarsi all’immunità di gregge (concetto su cui torneremo tra poco) e prevenire future ricomparse della malattia
La risposta immunitaria al vaccino
I vaccini, di solito, sollecitano una risposta immunitaria più forte rispetto all’infezione naturale, dal momento che sono stati progettati appositamente a questo scopo, mentre il virus che circola in natura cerca in ogni modo di eludere le difese dell’organismo.
Al momento non abbiamo certezze sulla durata dell’immunità conferita dal vaccino: quello che sappiamo è che il vaccino, se somministrato correttamente e completamente (ovvero con entrambe le dosi previste), induce, nell’arco di poche settimane, una risposta immunitaria completa e ragionevolmente efficace nella maggior parte dei pazienti. Secondo l’immunologo statunitense Anthony Fauci, l’immunità indotta dal vaccino potrebbe durare mesi o potenzialmente anche anni. Ma per saperlo con più sicurezza c’è ancora da attendere
La questione delle reinfezioni
Al tema della durata dell’immunità è legato anche quello delle reinfezioni. I Centers for Disease Control and Prevention spiegano che, sebbene siano stati riportati diversi casi di reinfezione, si tratta di eventi molto rari, la cui natura va però ancora chiarita. In particolare, resta ancora da capire qual è la probabilità che si verifichi una reinfezione, quanto tempo può avvenire dopo la prima infezione, quanto sono gravi i casi di reinfezione, chi sono i soggetti a maggior rischio, cosa comporta la reinfezione per l’immunità , se i reinfettati sono contagiosi.
Uno studio appena pubblicato su Lancet, condotto in Danimarca, ha mostrato che la maggior parte dei pazienti Covid rimane protetta dal virus per almeno sei mesi: la probabilità di infezione, dicono gli autori, si riduce dell’80% negli under 65 e del 50% negli ultrasessantacinquenni.
In particolare, il lavoro ha preso in esame 11.068 persone positive al coronavirus durante la prima ondata della pandemia; durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020, 72 di queste persone (lo 0,65% dei positivi) si sono reinfettate, rispetto al 3,27% delle persone infettate per la prima volta.
Lo studio, però, ha diversi caveat: il numero di persone anziane esaminate è molto basso, e i ricercatori non hanno raccolto altre informazioni oltre ai risultati dei tamponi, per cui è possibile che persone con sintomi di media entità (alla prima infezione) si siano reinfettate in modo asintomatico e quindi siano sfuggite al conteggio.
Per questi motivi, gli autori sottolineano, ancora una volta, il fatto che l’immunità a un’infezione naturale è “disomogenea e non prevedibile”, il che rinforza la necessità di vaccinare tutti, in particolare i più anziani: “Non possiamo certamente permetterci”, ha commentato Steen Ethelberg, epidemiologo dello Statens Serum Institut, l’agenzia sanitaria pubblica danese, “di considerare protetti i pazienti che si sono già infettati: non è detto che siano protetti dalla reinfezione, nè da reinfezioni con sintomi pesanti, specie se si tratta di persone anziane”. Per livellare queste disparità la ricetta è sempre la stessa: vaccinare il più possibile. “Dopo la vaccinazione, le disomogeneità scompaiono: le risposte immunitarie sono alte in tutti i soggetti, con poche eccezioni”
E allora, l’immunità di gregge?
Quali sono le implicazioni di tutto questo sull’immunità di gregge? Purtroppo, in questo momento, le prospettive non sono rosee. Nature ha da poco pubblicato un lungo editoriale sul tema, dichiarando senza troppi giri di parole che l’immunità di gregge, al momento, è fuori dalla nostra portata, tanto da indurre l’epidemiologo Youyang Gu a cambiare il nome del suo modello previsionale da Path to Herd Immunity (“Il cammino verso l’immunità di gregge”) a Path to Normality (“Il cammino verso la normalità ”).
La prima ragione è che non sappiamo se e quanto il vaccino impedisca di essere contagiosi (è la cosiddetta questione dei vaccini sterilizzanti): il concetto chiave dell’immunità di gregge sta nel fatto che, nel momento in cui un soggetto si infetta, non ci sono altri soggetti infettabili intorno a lui, e di conseguenza l’epidemia si spegne. Dal momento che non sappiamo se i vaccini sono realmente sterilizzanti, e che la loro efficacia non è del 100%, al momento non possiamo sperare di raggiungere a breve l’immunità di gregge: stando alle conoscenze attuali, ci saranno ancora per parecchio tempo dei soggetti infettabili che potranno ospitare e far proliferare il virus.
C’è poi da considerare il fatto che la distribuzione dei vaccini non è omogenea. Teoricamente, dice qualche esperto, se le campagne di vaccinazione fossero state perfettamente coordinate in tutto il mondo, avremmo avuto qualche speranza di spazzare via il virus; ma questa ipotesi è del tutto irrealizzabile da un punto di vista pratico e logistico.
Anche posto che la percentuale di popolazione vaccinata necessaria a raggiungere l’immunità di gregge fosse intorno al 70% (in realtà sembra che sia addirittura maggiore), al momento nessun paese al mondo, nemmeno Israele, ha superato questa soglia; ci sono paesi dove addirittura la percentuale di vaccinati è inferiore all’1% dell’intera popolazione. Le disomogeneità , tra l’altro, sussistono anche all’interno dello stesso paese: la maggior parte dei sistemi sanitari prevedono una distribuzione del vaccino stratificata per età , e al momento i bambini sono esclusi ovunque dalla vaccinazione.
Ancora: a ostacolare il raggiungimento dell’immunità di gregge ci sono le varianti, che potrebbero rendere il virus più trasmissibile e più resistente ai vaccini. Si innescherebbe così un circolo vizioso difficile da interrompere: più tempo impieghiamo a fermare il virus, più le varianti proliferano e si diffondono, e ancora più tempo impieghiamo a fermarle. Il caso di Manaus, in Brasile, è molto esplicativo: tra maggio e ottobre 2020, come spiega una ricerca pubblicata su Science, almeno il 60% della popolazione è stata infettata da Sars-CoV-2. La percentuale sembrava prossima a quella necessaria per il raggiungimento dell’immunità di gregge, ma l’arrivo della variante P.1 ha sparigliato le carte in tavola, provocando un nuovo aumento dei contagi: a gennaio 2021 tutti i casi di positività a Manaus erano legati alla nuova variante. Tra l’altro, c’è da considerare un effetto collaterale: man mano che aumenta la quota di popolazione immune, il virus è sottoposto a una pressione selettiva sempre maggiore, il che favorisce — ancora una volta — la selezione di varianti in grado di infettare anche chi è immune.
C’è infine un tema sociale: le campagne di vaccinazione, in qualche modo, stanno modificando il nostro comportamento. Le persone si vaccinano, tendono inevitabilmente (e comprensibilmente) ad abbassare la guardia anche se non si dovrebbe: più persone sono vaccinate, più aumentano le loro interazioni, il che, tenuto ancora una volta conto del fatto che nessun vaccino è sicuro al 100%, ha un impatto sull’equazione dell’immunità di gregge. E la allontana ancora di un po’. Forse così tanto che dovremo rinunciarci.
(da Wired)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
INUTILE TRASCINARE CAUSE IN TRIBUNALE PER ANNI, BLOCCARE L’EXPORT ALLA FINE CI DANNEGGIA (COME AVEVAMO SOSTENUTO FIN DALL’INIZIO)
“Si ha il sospetto che alcune società , non faccio nomi, si siano vendute le dosi due-tre volte…”. La
frase è un inciso nel ragionamento di Mario Draghi, in conferenza stampa all’indomani del Consiglio Europeo. Ma è sufficiente per segnalare che ormai i dubbi su Astrazeneca hanno superato il livello di allerta.
Draghi non si fida più dell’azienda anglo-svedese che sta consegnando all’Europa solo un quarto delle dosi pattuite, la casa farmaceutica al centro dello scontro tra Bruxelles e la Gran Bretagna, il marchio che ha contribuito a far deragliare la campagna vaccinale del vecchio continente.
Non è una sfiducia sull’efficacia di questo vaccino, con cui lo stesso capo del governo si vaccinerà la settimana prossima, ma sull’affidabilità dell’azienda. Però anche Draghi si ritrova stretto nella tenaglia europea dei vaccini, costretto a muoversi su opzioni di soluzione che richiedono tempo: tutte.
Il caso dello stabilimento di Anagni, dove su segnalazione di Bruxelles i Nas hanno scoperto 29 milioni di dosi AstraZeneca di ancora non chiara destinazione – ufficialmente Belgio e paesi Covax – è stata la ciliegina sulla torta di una storia nata male e andata peggio.
Al governo e nelle cancellerie di tutta Europa non credono fino in fondo alle spiegazioni dell’azienda, che accusa problemi di capacità produttiva. Sospettano un giro di affari sulle stesse dosi promesse all’Ue. E si sospetta che parte delle dosi prodotte in Europa e destinate all’Ue siano invece finite in Gran Bretagna, attraverso il Belgio e l’Olanda, paesi che ospitano il centro di smistamento delle fiale (nel primo caso) e stabilimenti di produzione (oggi l’Ema ha autorizzato anche quello di Halix). S
oprattutto, paesi fin dall’inizio critici del regolamento di controllo sugli export messo in campo dalla Commissione Europea e applicato da Draghi, unico in Ue a bloccare l’esportazione di 250mila dosi di AstraZeneca verso l’Australia.
Insomma, per dirla tutta: il sospetto che è una volta arrivate in Belgio, le fiale di Anagni sarebbero poi partite per la Gran Bretagna, in forza del contratto in esclusiva che Downing Street ha firmato con la casa farmaceutica.
Mentre quello firmato dall’Ue impegna l’azienda a compiere solo “il migliore sforzo possibile”, come fa notare beffardo il ministro della Sanità britannico Matt Hancock. In altri termini, non la impegna così tanto o la impegna a dare la priorità a Londra.
Non a caso, fanno notare fonti europee, solo dopo che si è saputo di Anagni, il premier Boris Johnson ha teso la mano a Bruxelles per trattare.
E a questo punta anche Draghi, d’accordo con Angela Merkel e gli altri leader Ue e a valle di tutti i legittimi sospetti. “La cosa più normale da fare è trovare un accordo con la Gran Bretagna dopo queste schermaglie – dice – Questa sarà la strada. Da qui si esce solo con un accordo. Nessuno ha voglia di stare anni in tribunale per capire a chi appartengano le dosi che escono da Olanda e Belgio”.
Un approccio che ridimensiona anche la portata della nuova versione del regolamento sugli export presentata dalla Commissione Europea. Draghi l’ha sostenuta in Consiglio, ma anche lui non la applicherà alla lettera, proprio perchè ora si cerca un’intesa con Johnson.
Nella vecchia versione, spiega il capo del governo, “il principio era di rispettare i contratti. Ora invece il meccanismo è allargato al criterio della proporzionalità e della reciprocità ”, cioè per poter bloccare gli export “conta anche cosa fa il paese di destinazione delle fiale, se esporta a sua volta e come è messo con la campagna vaccinale”.
Ma – ed è questo il punto – “il mancato rispetto dei contratti resta il requisito più importante”. Della serie: nessuno fermerà dosi di Pfizer/Biontech, che sta rispettando il contratto, solo perchè vanno in Gran Bretagna o negli Usa.
È una strada che lascia spazio alla diplomazia. “Al blocco totale non ci dobbiamo arrivare e non ci arriveremo, può innescare reazioni analoghe”, sottolinea Draghi. Ed è la strada della mediazione tra gli Stati Ue, divisi anche su questo tema. Il punto è che richiede tempo, risorsa che scarseggia come il siero anti-covid in Europa. Ma nemmeno le altre vie sono più veloci. Quella americana è ferma in attesa che Joe Biden, ieri in grande spolvero al summit Ue, finisca di vaccinare la popolazione adulta d’oltreoceano. Quella russa pure non è breve.
Draghi torna a dire che “dobbiamo sempre cercare il coordinamento europeo, cercare di rafforzarlo, poi se non si vede una soluzione, è chiaro che dovremo cercare altre strade”, ma poi chiarisce: “Starei attento a fare questi contratti” su Sputnik “perchè ieri la presidente della Commissione ha messo in luce come, da un’indagine fatta dalla Commissione, i russi possono produrre massimo 55 milioni di dosi, di cui il 40% in Russia e il resto all’estero. È un vaccino in due dosi, a differenza di Johnson & Johnson, e all’Ema non è stata ancora presentata formale domanda”. In poche parole: “Non si prevede che l’Ema si pronunci prima di tre o quattro mesi. Se va bene, il vaccino sarebbe disponibile nella seconda parte dell’anno”.
“Ne usciamo con la produzione dei vaccini in Europa, è l’unica via che ci tirerà fuori”, continua Draghi indicando un’altra strada che pure non è corta. “Ci sono 55 nuovi siti di produzione in Europa. Le previsioni su Johnson&Johnson sono consistenti, inviterei a guardare al futuro con ottimismo”.
La tenaglia europea sui vaccini è realtà ormai. Tirarsene fuori non porterebbe vantaggi immediati. Incredibile ma anche sui vaccini l’Ue è riuscita a infilarsi in una trafila lunga, mentre la pandemia incalza.
Proprio come è sempre successo sull’economia, eccezion fatta per il ‘parto’ del Next Generation Eu e la sospensione del Patto di stabilità l’anno scorso, decisi nel giro di pochi mesi. Eccezioni appunto, perchè anche sull’economia sembra che la rivoluzione sia finita e si stia tornando alle vecchie abitudini.
La Corte Costituzionale tedesca, che si è già distinta per le sue sentenze contro il Quantitative easing della Bce di Draghi, ora tenta di fermare il Recovery fund. Quanto agli eurobond, Draghi tenta di disseppellirli ma, dice, “io posso pensare quello che voglio ma vanno fatti insieme, ci si arriva quando ci si arriva tutti. Serve impegno politico per marciare il quella direzione, non so quante generazioni ci vorranno…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
VACCINARE 42 MILIONI DI ITALIANI NON E’ UN TRAGUARDO REALISTICO
“In Italia l’immunità di gregge è molto difficile da raggiungere”. Ne è convinto il professore Andrea Crisanti. Il microbiologo è intervenuto in un incontro organizzato a Venezia, spiegando i numeri dietro alla sua affermazione.
“È difficile” che si raggiunga l’immunità vaccinale, perchè, ha spiegato, perchè “in Italia ci sono circa 62 milioni di persone e per arrivare all’immunità di gregge dobbiamo raggiungere 42 milioni di persone. Se incominciamo a levarne 12 (i ragazzi tra 0 e 18 anni) arriviamo a 50 milioni”.
Ma non solo: “Da questi dobbiamo levare altri 10 milioni che sicuramente non si vaccineranno, e siamo quindi a 22 milioni di persone che non si vaccinano — ha proseguito — in più ci sono tutte le persone non raggiungibili, ovvero i senza dimora e tutti quelli che sono entrati in Italia senza permesso e non sono registrati all’anagrafe. Sicuramente ammontano ad altri 4 milioni”. Unendo tutti questi numeri, ha concluso, “l’immunità di gregge in Italia non si raggiunge”.
Quindi, ha proseguito, per tornare alla vita normale restano “tre opzioni“: “O mascherine e distanziamento o addirittura segregazione nel distanziamento come sta succedendo in Israele, nel senso che hai un pass (vaccinale ndr.) e chi non è vaccinato non può stare con altre persone. Oppure si danno degli incentivi per aumentare la vaccinazione, andando anche verso l’inclusione molto presto i ragazzi tra i 13 e i 18 anni”.
Terza opzione è mettere in piedi “un sistema di tracciamento e sorveglianza a livello nazionale — ha sottolineato ancora Crisanti — che sia in grado di fare tamponi molecolari sull’esempio che ci ha dato l’Inghilterra, che ne fa un milione al giorno”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 26th, 2021 Riccardo Fucile
MA ALLA FINE, PER EVITARE CONTENZIOSI LEGALI, FINIRA’ CHE CI SI LIMITERA’ A UN CAMBIO DI MANSIONI
Il governo Draghi sta lavorando a un decreto legge per rendere obbligatorio il vaccino anti-
Coronavirus per il personale sanitario.
Non per tutti i lavoratori di questo settore, però, ma solo per chi lavora a contatto con i pazienti. Nella scrittura del testo, che di fatto è stato annunciato dal premier Mario Draghi oggi, 26 marzo, in conferenza stampa, oltre alla presidenza del Consiglio dei ministri, sono coinvolti anche il ministero della Salute, quello della Giustizia e quello del Lavoro.
Per evitare il proliferare di contenziosi legali, il governo starebbe inoltre valutando di dare un’alternativa agli operatori sanitari che, pur lavorando a contatto con i pazienti, decidessero comunque di rifiutare il vaccino.
L’alternativa consisterebbe in un cambio di mansione, ragion per cui alla stesura del provvedimento stanno partecipando anche i tecnici del ministero del Lavoro. Allo stato si tratta ancora di una bozza. Non si esclude però che il provvedimento possa approdare già la prossima settimana al Consiglio dei ministri.
La sentenza del Tribunale di Belluno
Sulla questione della vaccinazione del personale sanitario, due giorni fa, è intervenuto il Tribunale di Belluno, che ha stabilito che il datore di lavoro può disporre l’allontanamento di un dipendente che rifiuta la somministrazione del farmaco anti-Covid e che opera a contatto con altre persone. Il giudice è stato chiamato a intervenire sulle ferie forzate retribuite imposte a 10 operatori sanitari di due Rsa che avevano detto no alla vaccinazione.
La sentenza, tuttavia, si addentra nell’ipotesi di decisioni più dure, come la sospensione senza retribuzione o addirittura il licenziamento.
Alla luce del mancato rischio evidente di provvedimenti più gravi, il giudice si è infatti limitato a confermare che il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure che, «secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica», sono necessarie a tutelare non solo l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, ma anche delle altre persone che, in ambito lavorativo, entrano in contatto con loro.
(da Open)
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Marzo 25th, 2021 Riccardo Fucile
“NEL REGNO UNITO NELLE DIFFICOLTA’ SI UNISCONO INVECE CHE DIVIDERSI”
Il virologo e direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova
Andrea Crisanti, da sempre sostenitore del massimo rigore sulle misure per contenere il Covid e spesso in contrasto con gli amministratori che tendono invece a riaprire prima del previsto anche quando la situazione contagi è fuori controllo, ha fatto una previsione sull’andamento della curva epidemica nei prossimi mesi: “Molto difficilmente avremo una estate come quella del 2020, quando dopo il lockdown abbiamo riaperto con pochi decine di casi di contagio. Probabilmente quest’anno arriveremo a inizio maggio con almeno 7-8mila casi al giorno, che sono ancora tantissimi purtroppo”
Crisanti ha spiegato che la dinamica della trasmissione del virus è ancora oggi allarmante, che purtroppo questo non lascia elementi di ottimismo: “C’è ancora anche un numero inaccettabile di morti”, ha ricordato il microbiologo.
“Ogni giorno guadagnato è un giorno che vacciniamo persone, solo così ricominceremo a respirare. Arrivare al numero di vaccinazioni del Regno Unito non è una cosa che si improvvisa, loro sono fondamentalmente molto più organizzati. L’Inghilterra è diversa da noi anche come popolo, di fronte alle difficoltà agisce come una sola persona, tendono a unirsi invece di dividersi”, ha detto ancora Crisanti commentando le differenze sulla campagna di vaccinazione anti-Covid nel Paese di Boris Johnson e nel nostro, dove invece il piano vaccini fatica a decollare.
Il professor Crisanti ha smentito poi anche una delle tante notizie false che circolano sui vaccini contro il Coronavirus: “Il vaccino non è una terapia genica, stiamo iniettando un ‘intermedio genetico’ estremamente labile, che non dura, ma che prima che si degrada produce le componenti del virus che inducono una risposta immunitaria”, ha chiarito il professore.
(da Globalist)
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Marzo 25th, 2021 Riccardo Fucile
OCCORRERA’ ANCORA USARE LA MASCHERINA E RISPETTARE IL DISTANZIAMENTO
No agli incontri in ambienti chiusi con persone non appartenenti allo stesso nucleo famigliare. Nessuna deroga al distanziamento sociale, da “rafforzare” in ragione della maggiore contagiosità della variante inglese di Sars-CoV-2.
E massimo rispetto dell’indicazione a lavarsi frequentemente le mani, in particolare prima di portarsele al volto.
Se si è tra i “fortunati” che si sono già sottoposti alla vaccinazione contro Covid-19, le misure anti-contagio da rispettare non cambiano di una virgola.
Le indicazioni fornite dai governi partono dalle evidenze portate alla luce dalla comunità scientifica. Sebbene siano in fase di consolidamento le prove che alcuni vaccini (quelli a mRna) proteggano all’80% dal contagio, la vaccinazione non deve essere vissuta come lo spartiacque oltre il quale è possibile abbassare la guardia nei confronti della pandemia. A maggior ragione se si è stati sottoposti soltanto alla prima iniezione
Nel Regno Unito e in Israele contagi in aumento dopo la prima vaccinazione
Il richiamo giunge dalle colonne del British Medical Journal. Punto di partenza è l’esperienza del Regno Unito, in cui oltre la metà degli adulti ha già ricevuto almeno una dose del vaccino contro Covid-19.
Ma anche dove l’Agenzia della Salute Pubblica ha evidenziato un “aumento notevole” delle infezioni negli over 70 che avevano ricevuto nei giorni precedenti la prima dose del vaccino AstraZeneca.
Un dato confermato anche in Israele, dove l’incidenza giornaliera è quasi raddoppiata nella prima settimana successiva alla vaccinazione. Evidenze che hanno indotto i sanitari dei due Paesi a sospettare che, una volta intrapreso il percorso di immunizzazione, i cittadini rischiano di abbassare la guardia nei confronti del virus.
“Le statistiche che giungono sia dal Regno Unito sia da Israele ci dicono che, dopo la prima iniezione, ci sono maggiori probabilità che le persone incontrino persone non appartenenti al proprio nucleo famigliare, spesso in cassa e riducendo il distanziamento sociale”, è il monito lanciato da James Rubin, docente di psicologia dei rischi per la salute all’University College di Londra, attraverso il British Medical Journal.
Per l’immunità possono servire fino a tre settimane
In calce all’articolo, oltre alla sua, la firma di altri tre sanitari (Julii Brainard, Paul Hunter e Susan Michie). Unanime la richiesta: aumentare i messaggi per evidenziare i rischi legati a questi comportamenti.
Anche se non è possibile conoscere con certezza le origini di questi aumenti dei contagi, è ragionevole pensare che alla base ci sia un allentamento delle misure di prevenzione del contagio.
Un qualcosa che non è al momento possibile permettersi, considerando che “lo sviluppo dell’immunità completa può richiedere fino a tre settimane”, ricorda Rubin.
Senza trascurare che, come tutti i farmaci, anche i vaccini contro Covid-19 potrebbero in alcuni casi non rivelarsi efficaci. Secondo gli esperti, un luogo e un momento opportuni per rimarcare l’importanza di rispettare la triade dei comportamenti anti-contagio sono rappresentati proprio dai centri in cui le persone si recano per vaccinarsi.
Sars-CoV-2: è possibile infettarsi anche dopo la vaccinazione
I vaccini anti-Sars-CoV-2 attualmente disponibili conferiscono una protezione che va dal 60 per cento di AstraZeneca (dopo la prima dose) a oltre il 90 per cento nel caso dei farmaci sviluppati da Pfizer-Biontech e da Moderna.
Questo vuol dire che, anche dopo la doppia vaccinazione, c’è una quota di persone che può ammalarsi, una volta entrata in contatto con il virus.
Trattandosi di un virus che si trasmette per via respiratoria, altamente contagioso, è necessario continuare a indossare le mascherine, rispettare il distanziamento sociale e lavare frequentemente le mani.
Sebbene tutti i vaccini praticamente azzerino la possibilità di sviluppare una forma grave di Covid-19, adottare queste precauzioni è fondamentale per ridurre la circolazione del virus nella comunità e proteggere coloro che vaccinati non lo sono ancora. A partire – naturalmente – dalle persone più fragili.
(da “La Repubblica”)
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