Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LA SATIRA DEL M5S CHE PUBBLICA L’ANNUNCIO IMMOBILIARE .. LA RESPONSABILITA’ DELLA DESTRA ROMANA CHE ORA GRIDA ALLO SCANDALO
La vicenda dello sgombero della sede di Fratelli d’Italia a Colle Oppio continua ad
alimentare polemiche tra il partito di Giorgia Meloni e il MoVimento 5 Stelle.
Su Facebook è Paolo Ferrara, capogruppo grillino in Campidoglio, a dare fuoco alle polveri pubblicando un “annuncio immobiliare”: «Cercasi immobile per ospitare la sede di un partito politico. Possibilmente in area archeologica di pregio. Canone massimo 13 euro al mese. Chiamare ore pasti. No perditempo. Chiedere di Fratelli d’Italia o Monica Picca».
Il riferimento è al canone mensile per la sede di via delle Terme di Traiano 15a, di cui la banca dati del Dipartimento Patrimonio certifica il versamento di quattro bollettini mensili da 13,43 euro negli ultimi quindici anni.
Giorgia Meloni ha replicato che la pratica di locazione è ferma da anni e ha definito la Raggi “il peggior sindaco della storia” e la sede è solo un rudere.
Una guerra di dichiarazioni e di carte bollate che potrebbe avere come vittima proprio la storica sede del Movimento Sociale Italiano, aperta nel 1947.
Il ‘rudere’ di cui parla oggi Meloni nel suo post presenta al suo interno ambienti di età romana pertinenti al complesso delle Terme di Traiano, cosi’ come sottolineato anche dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali che aveva gia’ ricordato piu’ volte, da ultimo nel 2015, la necessita’ di riacquisire il bene per sottoporlo alla sorveglianza degli organi di tutela.
Chi ha ragione? Possiamo solo dire chi ha certamente torto: la destra romana che ora strilla ai quattro venti.
Il contratto di locazione stipulato dai Giuliano-dalmati è scaduto nel 1972, da allora di fatto si tratta di occupazione abusiva, piaccia o meno giuridicamente le cose stanno così. Una situazione che andava bene nei tempi in cui nessuna Amministrazione andava a verificare gli immobili dati ad affitti irrisori ai partiti (di qualsiasi colore fossero).
La Meloni sostiene che era in corso da anni una trattativa con il Comune per ridefinire il contratto di locazione e si lamenta “di non avere più avuto notizie in tal senso dall’Amministrazione capitolina”, confermando di fatto che il canone non veniva più pagato, salvo i versamenti saltuari della cifra simbolica di 13 euro.
In realtà il Comune di Roma aveva richiesto un canone di mercato di 990 euro mentre Fdi riteneva equo un canone di 250 euro, alla stregua di un magazzino.
Considerando che dal 1972 ad oggi si sono succeduti vari sindaci, non ultimo Alemanno, ci voleva tanto a mettere nero su bianco e regolarizzare la situazione a un canone intermedio?
Quel che ha perso è il buon senso, ammesso che esista ancora a destra.
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Novembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“AUSPICHIAMO CHE LA PROSSIMA COMUNICAZIONE DELLA MELONI SIA RELATIVA AL PAGAMENTO DELLA SOMMA DOVUTA”
Stamattina la Meloni sulla vicenda della sede di Fdi di Colle Oppio a cui il Comune di Roma ha apposto i sigilli per morosità dal 1975 si era lanciata in un vittimismo dietrologico che avrebbe potuto riservare a una causa migliore.
“Siccome domenica si vota a Ostia, avendo paura di perdere perchè noi di Fratelli d’Italia abbiamo una candidata molto capace che fa tremare i grillini, la Raggi ha pensato bene, a tre giorni dalla chiusura della campagna elettorale, di mettere i sigilli alla sede di Colle Oppio”
Giorgia Meloni per fare buon peso ha poi aggiunto: “Se non ci fosse stata la sede della Destra italiana che, in questi anni, ne ha fatto un presidio di legalità , quel rudere sarebbe stato un bivacco per spacciatori, immigrati clandestini, sbandati, esattamente quelli per i quali la Raggi fa politica”.
Perchè è chiaro, è sempre colpa degli immigrati “clandestini” anche quando i sovranisti italiani non pagano l’affitto.
Sostenere poi che la Raggi faccia politica per favorire gli spacciatori e gli sbandati, oltre che da querela, è un concetto che ben rappresenta a che livello sia giunta la ex mascotte di Fini.
In serata è arrivata la risposta della Raggi, una mazzata che non lascia scampo, ricevute alla mano.
“In merito alle polemiche circolate in queste ore sulla riacquisizione da parte di Roma Capitale dell’immobile di proprietà capitolina in Via delle Terme di Traiano 15a, finora utilizzato senza titolo da ‘Fratelli d’Italia — Alleanza Nazionale Roma e Lazio’, si conferma che non risulta il pagamento dell’intera somma richiesta. Al momento, la banca dati del Dipartimento Patrimonio certifica il versamento di quattro bollettini mensili da 13,43 euro negli ultimi quindici anni. Si invita a non diffondere notizie non supportate da riscontri oggettivi”.
Così in una nota il Campidoglio. “Auspichiamo che la prossima comunicazione da parte dell’on. Giorgia Meloni sia relativa al pagamento di quanto dovuto fino ad oggi, fosse anche solo per rispetto nei confronti dei cittadini romani”, dichiara l’Assessora al Patrimonio e alle Politiche Abitative di Roma Capitale Rosalba Castiglione.
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Ottobre 31st, 2017 Riccardo Fucile
UN TIPICO CASO DI OCCUPAZIONE ABUSIVA, VISTA LA MOROSITA’… CON CHE CREDIBILITA’ LA MELONI INVOCA POI LO SGOMBERO DELLE CASE OCCUPATE DAI SENZATETTO?
“È stata sgomberata a via delle Terme di Traiano una sede di FdI e AN” con “una
soluzione di morosità prolungata nel tempo. Si trovavano all’interno della sede comunale. Il contratto era scaduto nel 1972. Quindi da quella data occupavano una sede del Comune. E non pagavano i canoni”.
Così su Facebook la sindaca di Roma Virginia Raggi.
“Io credo che un’azione di ripristino della legalità passi anche da un’azione particolarmente energica nei confronti di tutti quei soggetti, in questo caso partiti, che tra l’altro prendono rimborsi elettorali assai cospicui, che per anni hanno approfittato di un’amministrazione particolarmente disattenta” ha aggiunto la sindaca di Roma.
La concessione degli spazi era stata stipulata nel 1959 con l’allora Sezione “Istria e Dalmazia” del Movimento sociale italiano e successivamente rinnovata nel 1963 per nove anni. L’immobile presenta al suo interno ambienti di età romana pertinenti al complesso delle Terme di Traiano, così come sottolineato anche dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali che aveva già sottolineato più volte, da ultimo nel 2015, la necessità di riacquisire il bene per sottoporlo alla sorveglianza degli organi di tutela.
“Finalmente l’amministrazione rientra in possesso di un immobile di grande valore archeologico nel cuore di Roma, di fatto occupato dal 1972. Uno scandalo a cui è stato posto fine – spiega l’assessora al Patrimonio e alle Politiche Abitative di Roma Capitale, Rosalba Castiglione -. Adesso l’immobile torna ai romani e potrà essere valorizzato in un’ottica di legalità , anche in considerazione del suo valore storico, sotto la sorveglianza degli organi di tutela. Andiamo avanti determinati per porre fine allo scempio gestionale di cui il patrimonio immobiliare romano è stato vittima”.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2017 Riccardo Fucile
CON IL ROSATELLUM FDI RISCHIA DI ESSERE SCHIACCIATO NEI COLLEGI UNINOMINALI, TANTO VALE GIOCARSELA IN QUELLI COL PROPORZIONALE DOVE POTREBBE AUMENTARE I CONSENSI FINENDOLA DI FARE LA RUOTA DI SCORTA DI SALVINI….LA BASE PREME PER PRESENTARSI DA SOLI ANCHE DOPO LE PAROLE SPREZZANTI DELLA ZECCA PADANA: “VI FATE PIPPE MENTALI”
E pensare che è stato elaborato anche per favorire le coalizioni. E, invece, nel centrodestra
sta producendo esattamente l’effetto contrario.
Paradossi del Rosatellum bis.
In pochi giorni va in soffitta l’asse sovranista Salvini-Meloni che doveva rottamare Silvio Berlusconi e ci si ritrova, invece, con il leader della Lega e quello di Forza Italia che dopo mesi di gelo “combattono” dallo stesso lato della barricata.
Anche il nervosismo tra i due “quarantenni” del centrodestra sul referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, va legato a doppio filo alla competizione elettorale interna che è di fatto appena partita.
Dentro Fratelli d’Italia c’è fermento, si ipotizzano contromosse per cercare di tirarsi fuori dall’angolo.
Perchè questa legge impone che gli alleati si siedano a un tavolo per “spartirsi” i collegi uninominali. Ed essere il Davide della situazione, con un consenso a una sola cifra, rende difficile battere gli altri due “Golia, a loro volta impegnati a giocarsi la battaglia per la leadership della coalizione.
In più, non c’è “l’aiuto” di voto disgiunto e preferenze.
E così, nelle conversazioni tra i dirigenti, è cominciata a circolare l’ipotesi più estrema: mollare gli “alleati”, provare a giocarsela da soli.
Il ragionamento è più o meno questo: da una parte sarebbe possibile fare una battaglia identitaria che consentirebbe di raccogliere più consensi nel proporzionale e, dall’altra, si tratterebbe di fatto di piazzare dei candidati di disturbo nei vari collegi uninominali.
Quanto è possibile che questa minaccia si traduca in realtà è ancora da decidere, anche perchè già il solo rischio potrebbe sortire l’effetto di “ammorbidire” il resto della coalizione.
Ma a confermare, seppure implicitamente, che l’idea sia circolata è Ignazio La Russa. “Una cosa è certa, dovremo faticare molto — dice ad Huffington — per convincere i nostri dirigenti a partecipare a una coalizione e a non andare da soli”.
E’ possibile che si tratti solo di schermaglie per alzare il prezzo sulla distribuzione dei collegi, ma man mano che lo scetticismo sull’approvazione del Rosatellum si indeboliva, i toni all’interno della coalizione salivano.
Durante i lavori della commissione Ignazio la Russa non ha perso occasione per attaccare i due alleati e Forza Italia in particolare.
Nell’ordine, li ha accusati di non volere davvero le coalizioni dopo aver bocciato un suo emendamento sul premio e ha definito il Rosatellum una legge fatta appositamente per dare vita a un inciucio Renzi-Berlusconi.
Nè il segretario del Carroccio, negli ultimi giorni, ha usato nei confronti della leader di Fdi toni galanti visto che la ha descritta come una che si fa “pippe mentali” sulla legge elettorale e ha sostenuto che i toni sul referendum per l’autonomia sono stati da lei alzati solo “per recuperare lo zero virgola alle elezioni che peraltro manco recuperate”.
Lo stesso vertice a tre della Meloni con Salvini e Berlusconi sembra al momento sparito dai radar e questo mentre, invece, la Lega continua a “lusingare” il leader azzurro affinchè partecipi a eventi in sostegno dell’appuntamento referendario del 22 ottobre.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
COSA SI CELA DIETRO LA POLEMICA DELLA MELONI SUL REFERENDUM IN LOMBARDIA E VENETO… L’ATTACCO PER INTERPOSTA PERSONA E’ A MARONI E ALLA VECCHIA GUARDIA, GIORGIA E’ SOLO IL KILLER
Spesso in politica la verità non è quella che appare, ma “cosa ci sta dietro”.
Apparentemente il “fronte sovranista” da due giorni sembra dilaniato dalla polemica sul referendum “autonomista” in Lombardia e Veneto, voluto da Maroni (come trampolino di lancio per le prossime Regionali) e da Zaia, ma non certo da Salvini che l’ha solo subito.
Questo referendum infatti si inquadra più nell’ottica della “vecchia Lega” indipendentista bossiana che in quella “nazionale” di Salvini, il quale teme di subire contraccolpi negativi nel Centrosud da un partito riposizionato sulle tematiche “nordiste”.
Da qui bisogna partire per capire che l’attacco della Meloni è più un assist per Salvini che una differenziazione tra sedicenti “sovranisti”.
Il richiamo allo “Stato nazionale contro pericolose derive alla Catalogna” ha infatti fatto infuriare Maroni, il vero obiettivo della polemica, non certo Salvini che si è dedicato a precisare che non si tratta di alcuna richiesta di secessione, ma solo di “maggiori risorse che devono restare al Nord”, derubricando il tutto ad un equivoco.
Quello che avrebbe voluto dire (ma avrebbe aperto una polemica con Zaia e Maroni e non se la può permettere) lo ha demandato alla fida Meloni che si è prestata al servizio, come sempre.
Accontentando una parte della sua base che vorrebbe maggiori distinguo con i padagni, ma soprattutto attaccando i “nemici interni” di Salvini.
Basterebbe leggere la dura reazione di Maroni e soprattutto di Fava per capire “tra le righe” che la questione è tutta interna alla Lega.
E il silenzio di Salvini è significativo.
Questo referendum rischia infatti di allontanare definitivamente l’elettorato del centrosud dall’orbita del “capitano”. Perchè è evidente, anche nella versione edulcorata, che “se le tasse del nord devono restare al nord” , questa differenza la pagherebbe il sud, ovvero quella parte dell’Italia che ha meno risorse e che, nell’ottica di uno Stato nazionale, va aiutata.
Non si può tirare la coperta da un lato senza scoprire l’altro.
Maroni, che è molto più intelligente di Salvini, ha fatto la contromossa, minacciando la crisi in Regione Lombardia, dove Fdi è in giunta e dove ha appoggiato senza riserve il referendum, andando come sempre a ruota della Lega.
Maroni ha così creato un corto circuito in Fdi tra la lombarda Beccalossi e la romana Meloni che si è beccata “o è ignorante o è in malafede chi non capisce le istanze del Nord”.
La Meloni, per voler fare un favore a Salvini, ha così finito per creare sconcerto nel proprio partito, visto che Fdi in Lombardia e Veneto è nei comitati referendari.
E al nord Fdi, senza l’appoggio di Maroni e Zaia, sarebbe a fare le pulizie ai banchi dei parlamentini regionali, non certo assisa sulle poltrone che contano.
Ecco perchè questa polemica non giova ai sovranisti e Berlusconi se la ride davanti ai sondaggi che lo vedono in risalita: da vecchia volpe ha capito da tempo che le contraddizioni non pagano.
E l’offerta di un seggio a Bossi potrebbe essere la mossa finale per ridimensionare chi troppo vuole e potrebbe nulla stringere.
Con buona pace di chi avrebbe potuto e dovuto distinguersi su ben altri temi e per attaccamento alla poltrona non l’ha fatto, tradendo di fatto la destra italiana.
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Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile
BASTAVA CHE SI LEGGESSE PRIMA L’ART. 1 DELLO STATUTO DEL CARROCCIO, MAI ABROGATO DA SALVINI… ARRIVANO PURE ALEMANNO E STORACE IN SOCCORSO DELLA LEGA NORD, TIPICO SUICIDIO POLITICO PER DUE ROMANI CHE PASSANO DA 4 A 2 VOTI NELLA CAPITALE
Giorgia Meloni ha un problema. 
La leader di Fratelli d’Italia si è accorta solo oggi di essere alleata con un partito che all’articolo 1 del suo statuto ha scritto questa cosa qui: «è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana».
Il partito in questione è la Lega Nord, che da qualche tempo sta organizzando — a nostre spese — un inutile doppio referendum in Lombardia e Veneto.
Per Giorgia Meloni l’autonomia apre la porta alla secessione
Del referendum per chiedere a veneti e lombardi se vogliono che le rispettive Regioni chiedano al governo centrale “maggiore autonomia” si parla da qualche tempo, per non dire un anno.
Però Giorgia se ne è accorta solo in questi giorni e solo di recente — e dopo quello che è successo in Catalogna — ha scoperto che le finalità del referendum non le sono chiare.
Certo, se se ne fosse accorta prima magari avremmo pure evitato che Maroni e Zaia bruciassero 64 milioni di euro.
Evidentemente però la Meloni all’epoca aveva altre priorità , non ultima quella di trovare un modo per contendere a Berlusconi e Salvini la leadership del centrodestra.
Oggi la Meloni, che improvvisamente ha scoperto che partito è la Lega Nord si chiede «è vero che il referendum è sull’autonomia e non sulla secessione, ma qual è la finalità di parte delle realtà che lo sostengono?».
Evidentemente negli ultimi vent’anni Giorgia non ha mai avuto la curiosità di sapere quale fosse la finalità di un partito che si chiama “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania”.
Eppure qualcuno ricorderà che la Meloni è stata ministro di un governo del quale Roberto Maroni era ministro dell’Interno e Luca Zaia era titolare del dicastero per le Politiche agricole.
Non una parola sullo spreco di soldi pubblici per fare una cosa per la quale sostanzialmente bastava scrivere una lettera al governo.
E a Meloni non piace nemmeno la tesi secondo la quale il referendum serve “solo” a chiedere maggiore autonomia fiscale: «Uno Stato unitario ha come riferimento l’unità economica del territorio ed è perciò costretto ad effettuare le scelte di politica economica, industriale, infrastrutturale, trasportistica con una visione nazionale e non locale».
Il grande ritorno del complotto demo-pluto-giudaico in salsa autonomista
Insomma per Giorgia Meloni “aprire il vaso di Pandora dell’interesse particolare può riservare sorprese inimmaginabili”.
Una su tutte la dissoluzione della Patria.
E Meloni teme soprattutto che questo possa avvantaggiare “i tecnocrati europei, la BCE, gli speculatori finanziari, i lobbisti e il grande capitale” che “preferirebbero avere a che fare con le piccole “Catalogne” di tutta Europa piuttosto che con Stati forti e coesi”.
Non a caso la Meloni ha condiviso ieri un articolo dove veniva “spiegato” l’interesse di George Soros — definito “campione del mondialismo senza confini e senza Patrie” a finanziare l’indipendenza della Catalogna donando la fantasmagorica cifra di 27.049 dollari al consiglio per la diplomazia pubblica della Catalogna.
Siamo sicuri che se potesse Giorgia Meloni si farebbe promotrice di una consultazione nazionale per dire no a George Soros come quella organizzata dal governo di ultradestra ungherese.
Ormai Soros è il luogo comune tirato in ballo da tutti i cazzari del pianeta che vedono complotti anche al cesso.
Il fatto che sia ricco ed ebreo è la ciliegina sulla torta per addebitargli le trame più oscure e fantasiose, tanto c’è sempre qualche imbecille che ci crede.
Le uscite di Giorgia Meloni contro il referendum di Lombardia e Veneto non sono piaciute ovviamene alla Lega Nord ma nemmeno ai dirigenti del suo stesso partito che lassù al Nord appoggiano il referendum autonomista.
Vivana Beccalossi, coordinatrice milanese di FdI ha dichiarato a Radio Radicale che “Il referendum del 22 ottobre non c’entra nulla con la Catalogna e tanto meno parla di secessione, quindi sono proprio due temi che non possono essere messi insieme se non per ignoranza o cattiva fede, e lo dico senza peli sulla lingua: o sei in malafede o sei ignorante“.
Succede infatti che tutti gli amministratori di Fratelli d’Italia della Lombardia stiano facendo attivamente propaganda per il Sì al referendum del 22 ottobre.
Poveretta, la Beccalossi vive in simbiosi con la Lega, qua si tratta di sopravvivenza politica, chi gliela darebbe una poltrona a un soggetto del genere?
Meno male che in suo aiuto arrivano due ex sociali che sono diventati sovranisti per necessità pure loro, come Francesco Storace e Gianni Alemanno.
Secondo Storace la Meloni rompe il fronte sovranista mentre per Alemanno la leader di FdI “sta scatenando una infondata crociata contro il referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, rischia di scatenare una pericolosa guerra tra sud e nord”.
Tesi umoristica, visto che anche un idiota capirebbe che semmai è l’opposto: la guerra la scatena chi vorrebbe sottrarre risorse alle regioni più povere, trattenendo le tasse al Nord.
Piccolo inciso: chissà come saranno contenti i romani di avere meno risorse grazie ad Alemanno e Storace…
E’ da ridere che i sedicenti sovranisti italiani, che dovrebbero avere un unico obiettivo comune ovvero la difesa della sovranità nazionale( salvo fottersene quando un Italiano viene torturato e ucciso da un regime criminale) mom riescono a mettersi d’accordo su come farlo.
C’è chi va con la Lega e chi ritiene che questo referendum non s’abbia da fare.
Ma del resto quando si appoggia (con la Lega) un candidato sindaco farsa o si crede a cazzate come il Piano Kalergi risulta difficile riuscire a interpretare la realtà e farsi prendere sul serio.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LA NUOVA STRATEGIA DI FDI: DIFFERENZIARSI DALLA LEGA…IL GOVERNATORE MINACCIA LA CRISI: “PAROLE GRAVI, VALUTERO’
Per Roberto Maroni potrebbe avere ripercussioni sull’alleanza, a partire da quella a livello regionale,
l’invito di Giorgia Meloni all’astensione ai referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto.
“C’è un problema – ha detto il governatore – perchè queste dichiarazioni sono negative, sbagliate e molto pesanti. E siccome il referendum è una cosa importante, sia sul piano politico sia sul piano istituzionale, mi riservo di valutare queste dichiarazioni sul piano della lealtà dell’alleanza di governo. Non posso far finta di niente”, ha affermato il governatore lombardo parlando a margine di un incontro dedicato proprio al referendum del 22 ottobre.
Al suo arrivo il presidente della Lombardia ha espresso tutto il suo disappunto, interpellato dai giornalisti, sulla posizione assunta in questi giorni dalla leader di Fratelli d’Italia, il cui partito a livello locale ha invece sostenuto l’indizione della consultazione. Meloni aveva dichiarato “se io fossi fra i chiamati a referendum in Lombardia e Veneto io non ci non andrei, è un referendum solo propagandistico”.
Parole che non sono andate giù ai leghisti, ma soprattutto a Maroni che nella consultazione ha investito molto in termini politici e di promozione.
Per Ignazio La Russa, uno dei fondatori di Fdi, la reazione di Maroni nasconderebbe in realtà problemi interni alla Lega. “Non vorrei – le sue parole – che la polemica nei confronti di un leader di un partito alleato sia in realtà frutto di questioni tutte interne alla Lega sul significato e la valenza del referendum”.
Maroni ha precisato che agirà “a livello di alleanza Lombarda. Certo – ha aggiunto – qui FdI ha sostenuto lealmente e sostiene il referendum. Ma devo valutare – ha rimarcato – se c’è qualcosa da fare, come penso, sul piano delle alleanze anche in Regione Lombardia”. L’ultimo acceso scambio tra alleati arriva dopo che anche il segretario della Lega Matteo Salvini era intervenuto per difendere i referendum del lombardo-veneto.
Non soltanto assicurando che quello del 22 ottobre è “diverso da quello della Catalogna”, ma anche rispondendo indirettamente a Meloni, che già aveva detto: “Io non sono favorevole alle spinte autonomiste. Per me oggi lo Stato nazionale è l’unica realtà in grado di competere contro la globalizzazione sfrenata e gli interessi delle grandi multinazionali”.
Risposta netta di Salvini: “Giorgia Meloni ha toppato: più i popoli decidono, meglio si spendono i soldi, più è difficile rubare. E soprattutto meno ci mette becco lo stato centrale e l’Ue, meglio è. La Meloni ha toppato perchè l’autonomia farà bene non solo al Veneto e alla Lombardia, ma anche alle altre regioni”.
E alla leader di FdI ha risposto anche l’assessore lombardo delegato al referendum, il leghista Gianni Fava – sfidante di Salvini alla carica di segretario, nel maggio scorso – definendola una “franchista all’amatriciana” e aggiungendo: “Io con loro non ho nulla a che fare. Mi chiedo come possa continuare a tollerarlo silenziosamente la nuova Lega, confesso che pensare che con una così ci aspetta un’alleanza strategica alle Politiche mi fa venire i brividi”.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
BACIARSI IN PUBBLICO CONTRO L’OSCURANTISMO: BASTA UNO FUORI DI TESTA E SCATTA LA LINGUA IN BOCCA DAVANTI A UNA MOSCHEA (PURE CHIUSA DA MESI)
Se non fosse che la protagonista e organizzatrice del flash mob (nel 2017?) a base di “baci e abbracci”
a Giorgia Meloni si potrebbe dire “fate l’amore, non fate la guerra”.
Ma i patrioti di Fratelli d’Italia se potessero la guerra probabilmente ai musulmani che vengono qui e pensano di farla da padroni la farebbero anche domani.
A scatenare la reazione affettuosa della Meloni un’aggressione avvenuta ieri sera in Via San Vito nei pressi di un Centro Islamico in zona Esquilino a Roma
Ieri sera una coppia di fidanzati che stava passeggiando in Via San Vito, è stata aggredita da un ragazzo di 24 anni originario del Mali che si è avvicinato ai due urlando «Non potete baciarvi davanti alla moschea».
Dopo l’avvertimento il giovane ha spintonato la ragazza e preso a calci e pugni il suo fidanzato. L’aggressore è stato successivamente identificato e arrestato — dopo una breve colluttazione — dai Carabinieri.
Secondo quanto è si appreso si tratterebbe senza fissa dimora incensurato che nella giornata di domenica era sembrato “poco lucido e agitato”.
Sembra inoltre che gli inquirenti siano propensi ad escludere che si possa trattare di un soggetto radicalizzato.
Insomma, sarebbe un ragazzo senza tetto che “ha dato di matto”.
Questo non rende l’aggressione meno grave, ed infatti è stato arrestato.
Solo che ricondurre l’aggressione ad un movente “islamico” sembra esagerato. Anche perchè la mosche abusiva vicino alla quale la coppia di fidanzati è stata aggredita è stata chiusa a febbraio.
Il Centro di Via San Vito — poco più uno scantinato — era la sede dell’associazione bengalese «Hil Ful Fuzul» (poco a che fare con il Mali quindi) è stato chiuso perchè non a norma (sono stare rilevate violazioni delle norme antincendio e di sicurezza) e soprattutto perchè al suo interno la Polizia Locale aveva scoperto che era stato allestito anche un asilo nido abusivo.
La “moschea abusiva” quindi al momento non sarebbe nemmeno una moschea e questo dà forse meglio la misura di quanto poco c’entri l’Islam con l’aggressione di domenica notte.
Ma a Giorgia Meloni non la si fa, perchè ritiene che fra poco si arriverà al punto in cui per non infastidire qualche musulmano e rischiare di essere aggrediti per strada saremo costretti a non poterci più baciare in pubblico (solo se siamo etero però…).
Dalla Meloni attendiamo però istruzioni più precise: è giusto baciarsi anche sul sagrato di una Chiesa cattolica o è disdicevole?
E se arriva un ultras cattolico che ci rimprovera come ci si deve comportare?
Che tipo di bacio è permesso?
Casto come tra fratelli (d’Italia) o anche lingua in bocca (come fanno loro con i leghisti) ?
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Settembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
ACCOLTO COME “UNO DI NOI” QUANDO ANDAVA ATTACCATO, CRITICATO QUANDO HA DETTO COSE SENSATE… E ALLA FINE IL COLPO DA KO: “CRITICATE NORME CHE SONO IN VIGORE DA 20 ANNI, PERCHE’ NON LE AVETE CAMBIATE VOI QUANDO ERAVATE AL GOVERNO?”
Non c’è speranza, la becero destra non perde occasione per rimediare figure barbine, il problema di
fondo è l’inadeguatezza dei contenuti e la mancanza di elasticità politica.
Arriva ad “Atreju” il ministro Minniti e Giorgia Meloni fa gli onori di casa.
Capita anche che all’ex comunista Minniti venga chiesto un autografo: la platea è gremitissima come nelle grandi occasioni.
E la “partita” per il responsabile dell’Interno comincia in discesa, è consapevole dell’aspettativa che circonda la sua presenza. E ci gioca. “Venendo qui stavo pensando: ‘Se mi applaudono molto dico: guardate che sono Minniti non Crozza’”. Nell’avvio dell’intervista, fatta da Mario Giordano e Gian Micalessin, a prevalere sono gli ammiccamenti.
I primi due applausi se li becca quando parla dei flussi migratori, d’altra parte è quello il terreno della becerodestra che Minniti ha arato di più in questi “nove mesi e 11 giorni” in cui è ministro.
“Io avevo due strade: potevo dire che l’Europa non faceva la sua parte. Potevo continuare a dirlo e forse mi avreste anche applaudito. Ma per me non era sufficiente. Io dovevo dimostrare che l’Europa non faceva la sua parte ma l’Italia faceva qualcosa”.
E qui una persona di destra con un minimo di cervello lo avrebbe inchiodato: giusto dire che l’Europa non faceva la sua parte, ma bastava dare dei permessi provvisori e i profughi avrebbero continuato il viaggio verso altri Stati.
Perchè per viltà Minniti non l’ha fatto?
Perchè non abbiamo bloccato i finanziamenti alla Ue?
E cosa ci sarebbe da gloriarsi nel condannare i profughi a rimanere nei lager libici? Quanto ha pagato l’Italia ai criminali libici perchè facciano il lavoro sporco?.
Ma ovviamente nessuno riesce a sintonizzare il cervello sulla realtà e Minniti ha buon gioco.
Momento perfetto per il ministro per ricordare che quando è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio capitò per caso nella stanza in cui c’era la scrivania di Benito Mussolini.
Gioca in casa anche poco dopo, perchè il destino gli ha riservato in sorte anche di aver dimorato da sottosegretario nella stanza che fu di Italo Balbo, lo stesso a cui è intitolata la sala in cui sta svolgendo il dibattito.
Giordano gli chiede conto dei danni fatti dall’ideologia comunista e tira in ballo anche il dittatore della Corea del Nord (applausi scroscianti). “Faccio parte di un governo, una maggioranza e un partito. Ma il cittadino — risponde – si aspetta dal ministro degli Interni più terzietà che da altri, perchè gestisce polizia, carabinieri. A un certo punto in questo paese si è discusso se le Br erano compagni che sbagliavano, io ero piccolo ma dicevo che non erano compagni perchè chi spara è un terrorista punto”.
Poi un riferimento a Giorgia Meloni che a precisa domanda ‘Minniti potrebbe essere ministro dell’Interno in un governo di destra?’ aveva risposto no.
“Dentro di me ho detto ‘menomale’. Noi dobbiamo sapere quello anche siamo: noi siamo avversari politici, che non vuol dire nemici. Io ho vissuto una fase della vita in cui gli avversari erano nemici, non torniamo più a quella storia”.
Poi si passa a parlare di sgomberi, Minniti rivendica di aver ripristino la legalità ma senza dimenticare l’umanità . “Io — spiega – sono sempre per rispettare il principio di legalità . Se uno occupa illegalmente un posto deve essere sgomberato ma la legge, che io condivido, prevede anche che di fronte a situazioni come donne o bambini e quindi di particolare fragilità valga anche un principio di umanità “.
In platea si rumoreggia, anche troppo. Chiara Colosimo, è costretta ad avvicinarsi ad un paio di militanti che si agitano oltre il consentito. “Noi siamo qui per ascoltare e rispettiamo chi ci viene a parlare. Se non volete ascoltare potete accomodarvi fuori”, dice loro.
Solita figura da beceri: invece di contestare a Minniti di non aver usato umanità negli sgomberi fino a che non gli sono piovute addosso critiche, in platea si invocano manganellate sui poveracci.
Se domani capitasse a una sede occupata di CasaPound la penserebbero diversamente o no? Insulsi.
Giordano ripete poi la solita stronzata che ci sono migranti che costano 35 euro al giorno e palesemente non sono rifugiati (super applausi per lui).
“Per stabilire se uno scappa dalla guerra o è migrante economico — puntualizza Minniti – ci sono delle regole internazionali. Quando sono arrivato io ci volevano due anni mediamente, poi a un certo punto è arrivato uno che ha fatto un decreto che ha tolto un grado di giudizio. Quel decreto si chiama guarda caso Minniti”.
E arriva il colpo da ko finale: “Essendo queste norme in vigore da almeno 20 anni perchè non le avete mai cambiate?”.
Anche oggi sono riusciti a far fare bella figura a Minniti: complimenti al cuoco.
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