Febbraio 8th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA DETTO: “IN ROUSSEAU SONO VOLONTARIO, NON C’E’ CONFLITTO DI INTERESSI”… MA LA LETTERA DI DETTORI LO SMENTISCE
“Io ho un ruolo nella Casaleggio Associati perchè ci lavoro: in Rousseau presto attività come volontario: non vedo dove sia il conflitto di interessi”.
Oggi in conferenza stampa alla Camera Davide Casaleggio, lì per presentare le nuove funzionalità del “sistema operativo” del M5S, è stato chiarissimo nel delineare il suo ruolo di grillino, che già Luigi Di Maio aveva definito “un informatico” in una celebre intervista in tv.
Ma c’è un problema.
L’«informatico» che presta volontariamente attività a Rousseau, ovvero la piattaforma attraverso la quale il M5S sceglie i suoi parlamentari, fa parte della leadership del MoVimento 5 Stelle.
La lettera di Pietro Dettori su Cristina Belotti in cui si certifica che Casaleggio fa parte della leadership del M5S
Lo ha scritto Pietro Dettori, uno dei principali collaboratori di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, in una lettera all’amministrazione del gruppo EFDD per coprire alcune missioni sospette di Belotti a nome del vertice del Movimento nella vicenda portata alla luce ieri da Repubblica: “Nelle date dal 16 novembre al 20 novembre Cristina Belotti, in qualità di Responsabile della Comunicazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, ha partecipato ad incontri natura privata con la leadership che si compone di Davide Casaleggio, Beppe Grillo e il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio“.
Ora, mentre sappiamo che il capo politico Luigi Di Maio è stato eletto nelle ormai famose Gigginarie in cui hanno votato 37mila persone e Beppe Grillo è il cofondatore (insieme a Gianroberto Casaleggio) del MoVimento 5 Stelle, sfugge ai più in che modo chi “presta attività come volontario” in Rousseau sia entrato a far parte della leadership del MoVimento 5 Stelle tanto da venire citato da Dettori nella rosa dei tre che compone la leadership e non come un semplice “informatico” (copyright: Luigi Di Maio) o “collaboratore volontario”.
Ma questi sono misteri poco gaudiosi.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 8th, 2018 Riccardo Fucile
NEL CONFRONTO IL NEOGRILLINO HA DIMOSTRATO DI NON SAPERE NEANCHE COME VIENE DATA LA FIDUCIA A UN GOVERNO, HA CONFUSO SIMBOLI NAZISTI CON FASCISTI E SUI PLAGI AL PROGRAMMA SI E’ ARRAMPICATO SUGLI SPECCHI
Entusiasmante debutto dell’ex Iena Dino Giarrusso ieri a Otto e Mezzo da Lilli Gruber. Al di fuori del suo ambiente naturale, senza i tagli e il montaggio serrato che rende ogni servizio del programma Mediaset un’esaltante cavalcata verso lo “scoop” Giarrusso è apparso proprio come quei politici spesso sbeffeggiati e dileggiati dal programma per cui ha lavorato per quattro anni.
Chi si ricorda le imboscate degli inviati delle Iene fuori dal Parlamento sa di cosa parliamo.
Deputati e senatori che danno risposte goffe, impacciate, che dimostrano di avere scarsa cultura e — cosa assai grave — non conoscono la Costituzione sulla quale hanno giurato.
Ieri sera a Otto e Mezzo Giarrusso, che si confrontava con il renzianissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alessandro Gozi, ha dato proprio l’impressione di non essere una Iena ma un politico come tanti.
Di quelli che annaspano e si arrampicano sugli specchi quando sono messi in difficoltà , che dicono cose banali e perchè no, populiste.
Partiamo dal principio: tutti sanno che Giarrusso aveva annunciato la sua intenzione di partecipare alle Parlamentarie. Dopo attenta riflessione però la Iena decise di ritirarsi dalla corsa facendo sapere di volere continuare a fare il giornalista. Poi però è successa “la cosa dell’Ammiraglio“, come l’ha chiamata Giarrusso e si è liberato un posto.
Per chi non si ricorda “la cosa” è il fatto che dopo l’annuncio della candidatura di Rinaldo Veri si è scoperto che il candidato pentastellato è attualmente consigliere comunale a Ortona grazie ai voti di una coalizione a guida PD.
Ma perchè Giarrusso ha deciso di accettare l’offerta del MoVimento 5 Stelle quando all’inizio aveva detto di no?
La spiegazione è disarmante, nella sua semplicità . Spiega il pentastellato che c’era stato un contatto «purtroppo come a volte capita è uscita questa indiscrezione su Dagospia, chiaramente per il lavoro che faccio questa cosa ha accelerato i tempi non avevamo ancora parlato adeguatamente e devo dire che ho dovuto decidere in tempi molto brevi e anche per non fare le Parlamentarie da personaggio tra virgolette famoso e magari togliere il posto a uno che è militante da tanti anni, per varie ragioni avevo deciso di no».
Poi fortunatamente per i suoi elettori se ne è pentito perchè ha capito che “le elezioni sono decisive” e avrebbe sofferto a non esserci. Poi magari si vanno a guardare i risultati delle Parlamentarie e si trova il nominativo di tal “Giarrusso Dino Riccardo” candidato al Senato in Lazio che ha preso la bellezza di sette voti.
Poco dopo Giarrusso spiegherà che «le parlamentarie erano per i posti al proporzionale. All’Uninominale sono state proposte delle personalità di altissimo livello, di altissimo livello e io sono una di quelle personalità ». Che modestia.
Proprio ieri un articolo sul Post ha evidenziato come molte parti del programma del M5S siano state copiate di sana pianta. Ai più distratti ricordiamo che in teoria quel programma è “stato scritto in Rete”.
In realtà si è scoperto che è frutto di un impegnativo lavoro di copia-incolla dalle fonti più disparate. Si va da Wikipedia a brani di un’interrogazione parlamentare fatta nel 2012 dal senatore PD Giorgio Roilo.
Ma ci sono anche brani “liberamente tratti” da uno studio IEFE Bocconi, da articoli di Repubblico e anche uno scritto dall’economista Jean-Paul Fitoussi. Il comune denominatore è che tutti questi “inserti” del programma sono stati copiati senza citare la fonte. Si tratta quindi di plagio.
Oggi il MoVimento 5 Stelle ha dato una ridicola giustificazione a quei plagi. Ieri ad Otto e Mezzo Giarrusso è riuscito a fare ancora meglio spiegando che è falso che sia stato copiato, nel senso che è chiaro che quando vai a fare un programma elettorale, e per una volta c’è un programma in venti punti, bello, semplice che tutti possono comprendere e che comprende anche le coperture quindi è un caso più unico che raro. Però cerchiamo di chiarire questa cosa: quando si fa un programma si possono citare degli studi analitici, studi di settore, cose che stanno scritte da altre parti. Noi non abbiamo copiato nulla, abbiamo citato alcuni studi. Semmai è il PD che ha copiato alcune idee dal MoVimento 5 Stelle.
La confusione e l’impreparazione di Giarrusso sono palesi. Innanzitutto non si tratta del programma “in venti punti” (ovvero di questa cosa qui) ma del programma esaustivo.
Le coperture non c’entrano nulla, ma se Giarrusso un giorno vorrà spiegarle agli elettori siamo pronti ad ascoltarlo.
Dal momento che nessuno degli esperti o degli articoli “citati” è propriamente citato quindi mancando la citazione (ovvero l’attribuzione della paternità dello scritto) un lettore è portato a pensare che quegli scritti siano idee originali del M5S.
Per Giarrusso sembra quasi “una cosa di analfabetismo” perchè “citare degli studi all’interno di proposte politiche non significa copiare, significa citare uno studio che avalla una nostra proposta politica”. Giarrusso, come tutti i politici di mestiere (o peggio, gli intervistati delle Iene messi alle strette) finge di non sapere la differenza tra citare e plagiare.
Ma del resto Giarrusso ritiene che il reddito di cittadinanza sia un’idea del MoVimento 5 Stelle, un’idea che tutti cercano di copiare.
In realtà non è vero, perchè l’idea di un basic income universale, non è certo scaturita dal M5S. Semmai sarebbe più corretto dire che il M5S è stato uno di quei partiti (un altro è SEL) che hanno proposto di applicarlo anche nel nostro paese.
Poi Giarrusso ha tirato fuori la proposta di legge Richetti, arenatasi al Senato perchè il PD non ha saputo (o voluto) trovare la maggioranza per farla approvare. Una proposta di legge inutile, che avrebbe introdotto un risparmio minimo per le casse dello Stato, ma dal forte significato simbolico.
La mancanza di una maggioranza stabile durante questa legislatura è il pretesto per Giarrusso per ricordare che durante questa legislatura il PD si è alleato con partiti come NCD di Alfano e Lorenzin e che Renzi e Gentiloni “hanno fatto un governo con una coalizione che non era prevista da la coalizione PD più SEL che gli ha dato la maggioranza alla Camera hanno fatto un governo contro il volere degli italiani perchè quelli erano stati eletti con la destra“.
Gozi ha questo punto ha buon gioco a far notare che “c’è un momento di confusione costituzionale” perchè le maggioranze si fanno in Parlamento e il Parlamento ha dato una maggioranza ai Governi Letta, Renzi e Gentiloni. Avrebbe potuto darla ad un governo Bersani se il M5S avesse accettato di “tradire il volere degli italiani”?
Non lo sapremo mai. Quello che è certo è che oggi anche lo stesso Luigi Di Maio non esclude la possibilità che un suo governo possa ottenere l’appoggio di altre forze politiche. E anche Giarrusso, ovviamente, è d’accordo con Di Maio.
Per Giarrusso inoltre Renzi quando “era a capo dell’Unione Europea” (?) avrebbe potuto cambiare il Trattato di Dublino.
Ci sono poi anche altre cose divertenti, ad esempio Giarrusso dice « non sono assolutamente contrario ai vaccini obbligatori e penso che bisogna tutelare la salute dei cittadini» cosa che un giorno sì e uno no potrebbe essere in contrasto con la linea ufficiale del M5S. Dipende se quel giorno a dettarla è Roberta Lombardi o Elena Fattori.
Infine registriamo che per Giarrusso “la svastica tatuata sulla testa, il mein kampf a casa” di Luca Traini (era una runa delle SS ma facciamo finta di nulla) sono simboli fascisti e non nazisti.
Se il parlamentare Giarrusso fosse stato intervistato fuori dalla Camera da uno dei suoi colleghi delle Iene e avesse dato queste risposte sarebbero sicuramente partite le risate registrate.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
UN’ANALISI SVELA CHE TRA LE FONTI NON CITATE VI SONO ANCHE WIKIPEDIA, REPUBBLICA E LEGAMBIENTE
Se a Sanremo la caccia al plagio è ormai divertissement da assuefatti, quanto affermato da Il Post
dovrebbe invece, condizionale obbligatorio, scuotere gli italiani e con essi la campagna elettorale che porta al voto del 4 marzo.
Suscitando ben altro dibattito rispetto all’opportunità di tenere in gara al Festival l’accoppiata Fabrizio Moro-Ermal Meta.
Perchè Il Post ha fatto le pulci al programma del Movimento 5 Stelle, la forza politica che della propria diversità nell’onestà ha fatto la bandiera, scoprendo che in realtà si tratta di un puzzle di idee e contributi altrui.
Ovvero, tutto tranne che il frutto di quello sforzo collettivo dal basso che avrebbe portato a un programma elettorale “scritto ed elaborato dagli attivisti tramite la cosiddetta piattaforma Rousseau”, il sito controllato da Davide Casaleggio su cui si svolgono le votazioni interne al partito.
Secondo Il Post, invece, un’attenta analisi di quel programma rivelerebbe che “molte sue parti, in alcuni casi intere pagine, sono state copiate da altri documenti di tutt’altra natura, senza alcuna indicazione della loro provenienza. Tra le fonti ricopiate ci sono studi scientifici, articoli di giornale, pagine di Wikipedia, oltre a numerosi dossier e documenti prodotti dal Parlamento, in alcuni casi scritti da esponenti di partiti avversari del Movimento 5 Stelle”.
Il programma del M5s è composto di 20 punti tematici. Secondo Il Post, ben 11 conterrebbero tracce spurie di ben diversa provenienza rispetto a un sincero brainstorming della base. Il punto sullo “Sviluppo economico” ospiterebbe, ad esempio, una decina di paragrafi “copiati senza che sia specificata la provenienza”. Ci sono stralci “di un’interrogazione parlamentare fatta nel 2012 dal senatore Pd Giorgio Roilo, di uno studio IEFE Bocconi e di un articolo del 2010 scritto dall’economista Jean-Paul Fitoussi, le cui parole sono riprodotte come se fossero idee del M5S. C’è anche un’intera intervista di Carlo Sibilia all’attivista svedese Helena Norberg-Hodge, senza che però i nomi di Sibilia e Norberg-Hodge vengano segnalati da nessuna parte”.
“Il plagio più esteso – segnala ancora Il Post – si trova nel capitolo ‘Ambiente'”: due intere pagine copiate da un dossier di Legambiente e “quasi 300 parole copiate senza citazione da un articolo di Repubblica, eliminando i virgolettati e facendo così apparire le parole degli esperti intervistati dal giornale come idee e proposte del Movimento 5 Stelle”. Ci sarebbero ricopiature provenienti da documenti parlamentari, risoluzioni, dossier e altre relazioni anche nei capitoli “Agricoltura”, “Immigrazione”, “Telecomunicazioni”, “Giustizia”, “Sicurezza”, “Beni culturali”, “Trasporti”, “Turismo”. Mentre “diverse definizioni – rileva ancora Il Post – sono copiate da manuali di diritto o direttamente da Wikipedia”.
Curioso, poi, notare come “quando manca meno di un mese alle elezioni, alcuni capitoli del programma, come quello “Immigrazione” e quello “Giustizia”, sono ancora indicati come “parziali”, anche se ormai votati dagli iscritti, pubblicati online e usati per produrre” il documento in 20 punti “presentato ufficialmente e che Luigi Di Maio descrive da giorni come il programma del partito”.
“Non è facile” ammette Il Post, “risalire a chi abbia commesso i plagi”.
Il deputato pentastellato Manlio Di Stefano ha spiegato al Post “che non c’è un vero e proprio autore per ogni capitolo, ma soltanto dei responsabili che si sono occupati di mettere insieme i testi usciti dalle votazioni sul sistema operativo Rousseau, quelli prodotti da esperti e quelli prodotti dagli stessi parlamentari e dai loro staff”. L’analisi si conclude ricordando come non sia di certo la prima volta: le “Linee Programmatiche” per il Comune di Roma, presentate dalla sindaca Virginia Raggi poche settimane dopo l’elezione, “risultarono in parte sottratte ad altri documenti, tra cui una relazione dei Verdi ( allora alleati del Pd)”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
“E’ ORA DI PARLARE CONTRO LA VIOLENZA”… MA SEMBRA UN GIOCO DELLE PARTI
Toglierebbe la parola razza dalla Costituzione, come ha proposto la senatrice a vita, sopravvissuta ad Auschwitz, Liliana Segre?
Roberto Fico ci pensa un attimo, e prima di rispondere raccoglie i pensieri per dire la cosa più giusta: «Io conosco solo la razza umana. Anzi, la specie umana. Quindi sì, la toglierei senza problemi».
Dopo Macerata, dopo la tesi del leghista Attilio Fontana sulla «razza bianca», la questione del razzismo è riemersa con durezza in una campagna elettorale dove l’immigrazione è preda di facile propaganda.
Persino Beppe Grillo torna a parlare di politica e consegna la sua visione in uno strampalato post sul suo nuovo blog: «La globalizzazione ha bisogno che scompaiano le razze ma ha anche la necessità che nasca l’eupensiero, dal razzismo al pensierismo».
La razza per Grillo sono i neri a cui «riesce meglio il jazz», è Louis Armstrong alla tromba.
La razza, dunque, esiste per Grillo che considera la ritrovata campagna anti-razzista un diversivo per non parlare delle nuove ingiustizie, dall’omologazione dei media alla riduzione del costo del lavoro.
Non una parola per le vittime di Macerata, per lo sparatutto neonazista. Ma Grillo può, al solito, ammantare le sue parole della libertà concessa ai comici, soprattutto ora che non ha più responsabilità politiche.
Non possono fare altrettanto i grillini. I termini sono importanti per Fico che invece di razzismo parla eccome e va pure oltre: «Quello di Macerata non è stato solo razzismo, è stato terrorismo, esattamente come l’Isis».
Il deputato campano non si accoda al silenzio dettato da Luigi Di Maio come strategia. Per oltre 48 ore dalla sparatoria di Macerata l’intero M5S ha taciuto.
L’unica eccezione, già poche ore dopo i fatti, è stato Fico, su Facebook.
Attacca Matteo Salvini, e avverte «la democrazia prevede vicinanza ai più deboli e cooperazione, accoglienza e dialogo. L’unica forma di Paese che riconosco è un Paese non violento e contro ogni idea che inciti al razzismo o alla violenza».
Eppure Fico, sebbene non sposi la linea di Di Maio, è il rappresentante di punta di un Movimento che ha preferito stare zitto.
Una mossa che non è piaciuta ai militanti che sui social hanno ammonito i grillini di essere «pavidi per tattica elettorale».
Fico sorride: «Andate a vedere invece i commenti sotto il mio post». Molti lo sostengono, qualcuno lo critica, lo definisce «vicino alla signora Boldrini».
Lui risponde e difende lo Ius soli, la legge sulla cittadinanza affossata anche dal M5S. Ma il silenzio su Macerata è stata una giusta scelta o no, secondo Fico?
«Il silenzio va bene all’inizio, quando parte la gran cassa dei partiti che speculano. In questo sono d’accordo con Di Maio. Ma il silenzio deve durare poco».
Perchè ha parlato allora? «Perchè siamo una squadra. Uno dice una cosa, l’altro aggiunge». O forse compensa.
In fondo Fico è identificato con l’anima di sinistra del Movimento, anche se lui preferisce definirsi «post-ideologico». Lo ribadisce mentre esce dal Senato, dopo la conferenza sui lobbisti, dove Di Maio ha promesso che abolirà il 2 per mille ai partiti e le detrazioni sulle donazioni.
Qualcuno vocifera che se però il M5S resterà all’opposizione a Fico potrebbe toccare la presidenza della Camera.
Discuterne ora, per lui, è troppo presto: «Mica è come prendere un aperitivo».
Con Di Maio si parlano a lungo e sembra tornata l’armonia. Fuori da Palazzo Madama si incrociano, Di Maio lo invita a pranzo e Fico ne approfitta per liberarsi dei cronisti: «Tranquillo – scherza il candidato premier – a me non si avvicinano, ho la kryptonite».
(da “La Stampa“)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
DI BATTISTA E LA TRASPARENZA CHE NON C’E’
Il MoVimento 5 Stelle, è noto, ha una vera e propria ossessione per gli scontrini. Nessuno li ha mai visti ma i pentastellati giurano che tutte le spese sostenute dai propri parlamentari sono “rendicontate al centesimo”.
Questo significa ad esempio arrivare a farsi rimborsare — è successo — novanta centesimi per un caffè invece che pagarselo di tasca propria.
Significa anche raccontare di campare con la metà dello stipendio base di un parlamentare (e magari farsi fotografare mentre si mangia un panino) e al tempo stesso farsi rimborsare quasi mille euro al mese di spese per ristoranti e supermercati e colazioni al bar.
Come spiega Di Battista il Bancomat per le donazioni è necessario perchè MoVimento 5 Stelle “ha rinunciato” a 42 milioni di euro di finanziamento pubblico per le spese della campagna elettorale.
Una storiella che il M5S racconta da diversi anni e che non è del tutto vera.
Perchè non è vero che il partito di Grillo ha “rinunciato” ai rimborsi elettorali: semplicemente non ne aveva diritto.
Questo poichè al momento delle elezioni non aveva uno statuto, cosa che è nota almeno dal 2012 ovvero da quando è stata approvata la legge che regola i rimborsi elettorali che prevede che per ottenere i rimborsi i partiti (ma anche i movimenti) devono dotarsi di uno statuto, ovvero di quella cosa che per diversi anni il M5S si è rifiutato di avere.
A certificarlo non sono le “fake news” di parti e giornali della casta: è la Corte dei Conti. Come spiega Pagella Politica dal momento che il M5S non ha mai maturato il diritto ad ottenere quei rimborsi è quantomeno improprio parlare di rinuncia.
Questo però non significa che il M5S non goda di altre forme di finanziamento pubblico.
Ad esempio quella ai gruppi parlamentari di Camera e Senato ricevono un contributo unico e onnicomprensivo per coprire le spese sostenute per il loro funzionamento.
Per il 2016 il MoVimento 5 Stelle ha ricevuto dalla Camera dei deputati poco meno di 4 milioni di euro (3.780.845 €).
Il gruppo dei senatori invece nel 2016 ha ricevuto un contributo (ovvero un finanziamento pubblico) pari 2.407.925,97 euro.
Si tratta di denaro che per la maggior parte viene utilizzato per pagare gli stipendi dei dipendenti del M5S alla Camera.
Ma non solo visto che sono stati utilizzati anche per pagare le spese della campagna elettorale per il No al referendum costituzionale.
Perchè chi pensa che tutto sia stato affidato allo scooter di Dibba evidentemente dovrebbe dare un’occhiata ai rendiconti.
Il M5S però è alla ricerca di finanziamenti, e avendo “rinunciato” a quelli statali non resta che rivolgersi ai cittadini.
Ovvero gli stessi dalle cui tasche vengono prelevati i soldi che poi vengono girati ai partiti. Ecco quindi la geniale trovata: il Donamat. È come un bancomat, è portatile e ad Alessandro Di Battista piace tantissimo.
Come funziona? È molto semplice: si inserisce il contributo volontario nell’apposita fessura e in cambio il Donamat cosa fa? Vi restituisce uno scontrino! Non è un’esperienza esaltante? Non è fantastico? Uno scontrino a 5 Stelle, un pezzo rarissimo!
Da oggi spiega Di Battista, «i finanziamenti del MoVimento 5 Stelle sono le vostre donazioni e da oggi possono essere fatte ovunque (davvero ovunque!)».
La stampa dello scontrino è una cosa fenomenale, «cioè, non trasparenza, dippiù».
Ma che trasparenza è? Mica i cittadini possono andare a casa, rendicontare quello scontrino e farselo rimborsare (come invece hanno fatto alcuni consiglieri regionali in passato).
Sarebbe trasparenza se il totem registrasse i dati del donatore. Invece il fatto che si possano inserire dei contanti “dovunque” non ha nulla a che fare con la trasparenza vera e propria.
§Di Battista spiega che il bancomat a 5 Stelle è la dimostrazione che si può fare politica a costo zero grazie alle tante microdonazioni dei cittadini.
Chissà cosa succederà quando i cittadini si accorgeranno che i rimborsi elettorali pagati con le loro tasse sono (una volta suddivisi per il numero di contribuenti) donazioni altrettanto “micro”.
Ma per Di Battista l’importante è ribadire un concetto ovvero che “il nostro unico lobbista è il Popolo Italiano”.
Tutto mentre ieri Luigi Di Maio in Senato teneva una conferenza stampa sui finanziamenti dei partiti e sulle lobby.
Lobby che però per il M5S si chiamano «portatori d’interesse». E poco importa a quella conferenza a fianco di Di Maio Francesco Galietti, capo della società di analisi strategica geopolitica Policy Sonar, organizzatore dell’incontro con i “portatori d’interesse” della City di Londra (i fondi d’investimento).
Galietti, già allievo di Tremonti, è stato definito dal Fatto Quotidiano “lobbista in erba” ed è autore di un libro (“Sovranità in vendita”) nel quale propone di creare una normativa sulle donazioni straniere ai partiti.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
IERI INDAGATO LUIGI GABELLO, OGGI E’ TORNATO IN SCENA ROGUE PER SFOTTERE DAVIDE CASALEGGIO
Luigi Gubello, 26 anni,studente alla facoltà di Matematica di Padova, in arte Evariste Gal0is, ieri è stato formalmente indagato per accesso abusivo a un sistema informatico. Gubello (un «whitehat», ossia un hacker etico che testa la sicurezza dei sistemi) ha spiegato agli inquirenti: «L’ho fatto solo per testare la vulnerabilità del sistema, non avevo fini o motivazioni politiche». ù
Ma è servito a poco per la premiata ditta Casaleggio & Di Maio.
In un post pubblicato sul blog delle stelle Davide Casaleggio ha chiesto di individuare “i mandanti” della violazione: «Chi ha voluto colpire Rousseau lo ha fatto per scopi politici. È stato fermato l’esecutore materiale, ma ora spero che vengano individuati al più presto anche i mandanti e gli eventuali finanziatori delle operazioni criminali contro Rousseau, il MoVimento 5 Stelle e i suoi iscritti».
Luigi Di Maio si è associato poco dopo mentre il M5S auspicava un’indagine del garante anche sul sito del PD di Firenze, ieri violato da Anonymous.
Nessuno dei due è parso rendersi conto che l’azione di Luigi Gubello non aveva nulla di politico, ma era tecnica: ha contribuito a mostrare una serie di falle nel sistema informatico messo in piedi dalla Casaleggio, peraltro avvertendo prima i proprietari della piattaforma.
Non si è mai visto prima un attacco politico che viene preannunciato. A supporto di Gubello si è mossa la comunità hacker italiana con una petizione (su change.org) che nella giornata di ieri ha toccato quota 500 firme.
Intanto tutto il casino di ieri ha riportato in vita anche Rogue0, ovvero l’hacker “cattivo” che invece è tornato a sfottere Davide Casaleggio, annunciando in un messaggio “scusate il ritardo, ecco i mandanti” per poi mostrare un post firmato Davide sul sito del MoVimento 5 Stelle in cui vengono mostrati i dati di Casaleggio:
La realtà è che gli attacchi hacker di questa estate hanno contribuito a dimostrare, come poi ha certificato il garante, lo scarso livello di sicurezza di una piattaforma che viene presentata come una rivoluzione culturale.
Parlare di attacco politico è un modo per sviare il discorso e l’attenzione dal problema certificato dall’intervento dell’Autorità per la protezione dei dati personali.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 7th, 2018 Riccardo Fucile
SPACCATO IL GRUPPO DEGLI EUROPARLAMENTARI SUI CASI GESTITI IN GRAN SEGRETO… ALCUNI ASSUNTI LAVOREREBBERO IN REALTA’ PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DI DI MAIO… IL RUOLO DI CRISTINA BELOTTI
Un articolo di Alberto D’Argenio su Repubblica racconta oggi di un caso scoppiato al Parlamento
Europeo intorno a Cristina Belotti, il capo della Comunicazione dei 5Stelle a Bruxelles e a Strasburgo.
L’amministrazione dell’EFFD, la famiglia politica che in Ue riunisce M5S e Ukip, le ha contestato i rimborsi chiesti per alcune missioni legate non alla politica europea, ma alle campagne di Luigi Di Maio in Italia.
Le trasferte dei funzionari dei gruppi infatti vengono messe in nota spese solo se legate ad attività di politica UE; nel caso di Cristina Belotti le missioni erano state invece effettuate per le campagne del MoVimento 5 Stelle: per il referendum del 4 dicembre, per le comunali 2017 e per le regionali siciliane.
La situazione è precipitata lo scorso 11 dicembre, quando Belotti si è segnata presente alla plenaria di Strasburgo — con tanto di diaria — mentre per l’amministrazione del gruppo era assente.
A quel punto il caso è esploso tra i grillini e l’amministrazione Efdd ha verificato un trentina di sue missioni per un valore di circa 15mila euro di rimborsi chiesti, chiedendole in via informale di dimettersi.
Ma Belotti è restata in sella, coperta dalla leadership del Movimento: dagli atti dell’amministrazione risultano interventi in sua difesa a nome di Davide Casaleggio, Beppe Grillo e Di Maio.
L’epilogo il 19 dicembre 2017, quando si è tenuta l’ultima riunione tra Belotti e il segretario generale Efdd, Aurelie Laloux.
Per evitare le dimissioni e il rischioso coinvolgimento del segretariato generale del Parlamento, Belotti ha accettato di rinunciare alle diarie e ai costi vivi di alcune missioni stracciando le richieste di rimborso spese, rimaste a suo carico.
Repubblica ha potuto prendere visione dei documenti che certificano la cancellazione di almeno tre missioni: la diaria per la plenaria di Strasburgo di dicembre, il viaggio a Roma e Milano del 25 e 26 ottobre 2017 (comizio di Grillo) e la trasferta a Castelfranco del 21 gennaio 2017 (“Ricorso day” con Di Maio).
La Belotti ha anche restituito 196 euro di diaria più voli e albergo per un viaggio tra il 9 e l’11 giugno, già rimborsati dal Parlamento Europeo, e si è messa in congedo non retribuito fino al 7 marzo 2018, ovvero tre giorni dopo le elezioni.
Magari pronta a un cambio di consegne visto che Silvia Virgulti non compare più al fianco di Di Maio.
Nel frattempo Stefano Torre è stato assunto come stager alla rappresentanza EFDD al Parlamento Europeo accompagnato da un tutor, Andrea Pollano, funzionario UE
Ma nella sede di Via IV Novembre i due si sono visti poco o niente, come testimoniano fonti qualificate del Parlamento europeo a Roma: «Sono stati qui molto raramente».
Il perchè è presto detto: entrambi lavorano alla campagna elettorale di Di Maio, il cui quartier generale è in Via Piemonte, a Roma.
Torre è tra i responsabili della raccolta fondi dell’M5S. Contattato da Repubblica ha spiegato: «Mi occupo della parte tecnica del sito di fundraising».
Successivamente, inviando un sms attribuibile allo staff di Di Maio, ha illustrato i principi con cui il Movimento raccoglie soldi tra simpatizzanti ed elettori.
Pollano invece nega di esistere: «Non sono io», risponde al suo cellulare. Ma fonti Efdd spiegano che nonostante sia pagato da Strasburgo al momento lavorerebbe a un documentario sulla campagna di Di Maio.
L’assunzione di Torre a spese del Parlamento europeo (2.659 euro al mese di stipendio base) è stata comunicata ai vertici del Movimento.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 6th, 2018 Riccardo Fucile
BECCATO SUL FATTO, DI MAIO SPARA UNA BUFALA COLOSSALE: “SE ARRIVANO LE RIMANDIAMO INDIETRO”
Da sempre il Movimento 5 Stelle ha stabilito di finanziarsi solo attraverso micro-donazioni e di non
accettare grandi cifre per non vedere condizionata la propria azione politica.
Da qualche giorno però, come scoperto dall’agenzia di stampa Adnkronos, sul blog del Movimento è spuntato un banner che segnala la possibilità di fare donazioni per la campagna elettorale oltre 5mila euro, con tanto di modulo da compilare per effettuare il versamento.
Durante una conferenza stampa al Senato proprio sul finanziamento ai partiti, il capo politico del M5S Luigi Di Maio spiega così l’apparente contraddizione: “È un’esigenza tecnica per permettere i versamenti dei nostri gruppi regionali che fanno raccolte fondi, qualsiasi altra donazione oltre i 5mila euro sarà rimandata indietro”.
Rimane il fatto che niente di quello che dice Di Maio è segnalato sul sito, dove invece il banner rimane pubblico e in grande evidenza.
Durante la conferenza stampa a Di Maio non è possibile fare altre domande sul tema, nè si possono ottenere maggiori chiarimenti in merito da esponenti di spicco dei pentastellati come Paola Taverna e Carlo Sibilia: “Non sapevamo niente di questa cosa, la abbiamo scoperta oggi”.
(da agenzie)BECCATO SUL FATTO, DI MAIO SPARA UNA BUFALA COLOSSALE: “SE ARRIVANO LE RIMANDIAMO INDIETRO”
Da sempre il Movimento 5 Stelle ha stabilito di finanziarsi solo attraverso micro-donazioni e di non accettare grandi cifre per non vedere condizionata la propria azione politica.
Da qualche giorno però, come scoperto dall’agenzia di stampa Adnkronos, sul blog del Movimento è spuntato un banner che segnala la possibilità di fare donazioni per la campagna elettorale oltre 5mila euro, con tanto di modulo da compilare per effettuare il versamento.
Durante una conferenza stampa al Senato proprio sul finanziamento ai partiti, il capo politico del M5S Luigi Di Maio spiega così l’apparente contraddizione: “È un’esigenza tecnica per permettere i versamenti dei nostri gruppi regionali che fanno raccolte fondi, qualsiasi altra donazione oltre i 5mila euro sarà rimandata indietro”.
Rimane il fatto che niente di quello che dice Di Maio è segnalato sul sito, dove invece il banner rimane pubblico e in grande evidenza.
Durante la conferenza stampa a Di Maio non è possibile fare altre domande sul tema, nè si possono ottenere maggiori chiarimenti in merito da esponenti di spicco dei pentastellati come Paola Taverna e Carlo Sibilia: “Non sapevamo niente di questa cosa, la abbiamo scoperta oggi”.
(da agenzie)
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Febbraio 6th, 2018 Riccardo Fucile
ERA GIA’ FINITO NELLA BUFERA PER LE MAIL INVIATE AGLI ASSOCIATI, ORA L’AVV. VAGLIO , IN NOME DELLA TRASPARENZA ALLA GRILLINA, FA SAPERE CHE NON MOLLA LA POLTRONA
«Non mi dimetto da presidente nemmeno se vengo eletto senatore»: l’avvocato Mauro Vaglio, candidato
M5S a Roma che è finito nella bufera per le mail inviate agli avvocati in cui informava della sua candidatura, e oggetto di una campagna social con richiesta di dimissioni, non ha alcuna intenzione di mollare.
Racconta oggi Giovanna Vitale su Repubblica:
Dopo la prima mail inviata nel giorno dell’investitura a tutti i 25mila iscritti nell’albo cittadino – utilizzando l’indirizzo di posta elettronica che ciascun legale deve indicare al momento della sottoscrizione – ieri ne ha spedito un’altra, molto più lunga e dettagliata: per spiegare i motivi della sua scelta, esaltare le qualità dei grillini (“Non appartengono alla politica clientelare che ci ha sempre danneggiati; sono persone per bene e intellettualmente oneste; chi si schiera con loro viene messo da parte e perseguitato mediaticamente; hanno dimostrato le loro sincere intenzioni di giovare al Paese”) soprattutto denunciare “la campagna denigratoria in atto nei miei confronti” da parte dei suoi avversari interni all’avvocatura.
Da una parte c’è il candidato 5S che difende il suo diritto a schierarsi con chi gli pare, sostenendo che quella «mailing list è del tutto personale e costruita negli anni fin dal 2005».
Dall’altra i suoi detrattori – tra cui gli avvocati Nicodemo, Conte, Rossi e Casali – a denunciare il rischio che la discesa in campo da presidente dell’ordine possa «connotare politicamente l’intera categoria degli iscritti» e «ingenerare il sospetto che la carica venga strumentalmente utilizzata per fini autoreferenziali».
Resta il fatto che in casi analoghi, il presidente di un ordine professionale rassegna le dimissione per una questione di stile, nel momento in cui accetta una candidatura politica di parte.
(da “NextQuotidiano”)
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