Gennaio 7th, 2018 Riccardo Fucile
ALDO GRASSO SUL “CORRIERE” SCHIAFFEGGIA IL GIORNALISTA EMILIO CARELLI
Aldo Grasso sul Corriere della Sera oggi schiaffeggia con una discreta dose di violenza il
giornalista Emilio Carelli, che ha sostenuto di volersi candidare con il MoVimento 5 Stelle perchè “conquistato dai valori di una forza politica giovane che s’ispira a principi come l’onestà , la trasparenza, il merito e la competenza»:
Che un giornalista avveduto come Carelli parli di trasparenza, merito e competenza a proposito di un movimento gestito da un’azienda privata (la Casaleggio Ass. attraverso l’Associazione Rousseau) che impone ai soci multe anticostituzionali in caso di dissenso e bavaglio alle interviste, lascia perplessi. Alla corsa per diventare parlamentari grillini si sono presentati in migliaia, scambiando la politica per un’agenzia di collocamento.
Fra questi, però, ci sono anche volti conosciuti come il capitano Gregorio De Falco (celebre il suo urlo allo Schettino fuggente: «Vada a bordo, cazzo!»), il giornalista Gianluigi Paragone, ex direttore della Padania, forse Dino Giarrusso, inviato delle Iene, quello che ha accusato il regista Brizzi di molestie sessuali. Giornalisti, capitani coraggiosi, non miracolati dell’ultima ora. Speriamo non siano mossi solo dal risentimento, lo stato d’animo che più facilmente degenera in beatificazione dell’onestà .
Giarrusso ieri ha intanto detto di averci ripensato sulla candidatura, mentre oggi anche un costituzionalista come Antonio D’Andrea, candidato M5S alla Corte, ha spiegato che la multa per i voltagabbana non vale nulla.
E bisognerebbe ricordare a Grasso che la Casaleggio non gestisce il MoVimento 5 Stelle e Rousseau, creato da Davide Casaleggio, è cosa diversa dall’azienda. Tecnicamente non sono loro a imporre bavagli e multe. Che tra l’altro, Costituzione alla mano, non valgono nulla.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 6th, 2018 Riccardo Fucile
NIENTE INTERVISTE, NIENTE TRASMISSIONI TELEVISIVE E NIENTE MATERIALE PUBBLICITARIO AUTONOMO
Diego Longhin su Repubblica oggi racconta le linee guida per gli aspiranti parlamentari,
ovvero per la carica dei 15mila che si prepara a partecipare alla lotteria di Beppe.
Tra i divieti c’è quello alle interviste, per le quali va chiesto l’ok al candidato premier o allo staff comunicazione, e quello di presentarsi in luoghi o incontri non consoni.
Nelle norme si legge che si potranno usare sale gratuitamente a patto «che non sia state richieste contropartite di nessun tipo e che il proprietario o il responsabile legale, nel caso di sedi di associazioni o onlus, non sia mai stato eletto in un partito politico o che l’accostamento del proprio nome a quello del Movimento 5 Stelle non possa provocare imbarazzo o danno d’immagine a giudizio dello Staff Comunicazione nominato dal capo politico».
Un capitolo delicato è quello delle donazioni. Quattro i punti. Regole dettagliate.
I candidati possono accettarle a determinate condizioni. La prima: «L’importo contante non superi i 200 euro e sia rilasciata la ricevuta». La seconda: «Nessun soggetto può contribuire alla campagna elettorale con una donazione superiore a mille euro». La terza: «Le donazioni vangano rendicontate pubblicamente». La quarta: «Per importi superiori a 200 euro va effettuato un bonifico direttamente sul conto corrente del mandatario».
Gli aspetti su cui Di Maio e lo staff battono di più sono quelli comunicativi:
Nove i punti. Si percepisce la paura che le pattuglie di candidati inesperti, tra gaffe e interviste senza rete, provochino problemi e facciano perdere consensi.
Meglio il bavaglio. «I candidati potranno partecipare a trasmissioni televisive e radiofoniche locali secondo un calendario condiviso con gli altri candidati ed autorizzato dallo staff comunicazione nominato dal capo politico».
Vietata la tv nazionale «se non espressamente convocati dallo staff comunicazione».
Sì alla partecipazione ad incontri pubblici «organizzati esclusivamente in coordinamento con lo staff». Si usa solo il materiale realizzato a livello nazionale dal Movimento.
E i santini? Permessi, ma «il layout deve essere uguale per tutti».
L’unica cosa su cui Di Maio non mette becco sono i social: «I candidati potranno far uso dei propri spazi personali di comunicazione on line».
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 6th, 2018 Riccardo Fucile
ILLEGITTIMO IL MANCATO VOTO DELL’ASSEMBLEA DEGLI ISCRITTI
Immaginate di far parte insieme a una decina di amici di un’associazione per la diffusione
del calcetto che organizza tornei; vi siete dati delle regole, le avete votate all’unanimità e avete cominciato le vostre attività . Immaginate che il presidente e il segretario dell’associazione da un giorno all’altro vi avvertano di aver cambiato le regole che erano state votate con altre e che da oggi dovete attenervi a quelle. Considerato l’amore per il calcio degli italiani, il giorno dopo in quell’associazione scoppierebbe una rivoluzione.
Non è stato così nel MoVimento 5 Stelle: in quello che i sondaggi definiscono il primo partito italiano da un giorno all’altro sono state cambiate le regole votate appena un anno prima dagli iscritti, una decisione presa d’imperio dal candidato premier Luigi Di Maio e dal garante Beppe Grillo, quindi annunciate al popolo in occasione delle Parlamentarie.
Con le nuove regole si è permesso a chi non aveva fatto nemmeno un giorno di attivismo di potersi candidare per arrivare in parlamento a rappresentare il MoVimento 5 Stelle, alla faccia di tutti quelli che si sono ammazzati di fatica negli anni scorsi, quando i grillini prendevano percentuali da prefisso telefonico e in alcuni territori nemmeno riuscivano a candidarsi.
Eppure tutto questo — a parte le proteste di alcuni già sottoposti a provvedimenti disciplinari, che non avevano chances di fare il bis — non ha in alcun modo scalfito i grillini e per un motivo ben preciso: nello stesso giorno in cui sono state cambiate le regole è stata riaperta la lotteria delle Parlamentarie.
E così chi doveva protestare ha avuto improvvisamente ben chiaro che così avrebbe rischiato di essere escluso dalle candidature.
Per questo è sceso un improvviso silenzio sulle decisioni di Di Maio, un silenzio che probabilmente arriverà fino al giorno dopo le elezioni. Poi da lì, se Di Maio non dovesse vincere, si aprirà il fronte: scatterà di colpo il processo allo sconfitto, come in pura tradizione italica
I ricorsi in arrivo
D’altro canto, scrive oggi Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano, sono appena 15mila coloro che hanno deciso di presentare la propria candidatura per il prossimo parlamento: se considerate che hanno votato in trentamila per Di Maio candidato premier, vi rendete conto della curiosa condizione in cui si trovano i grillini nella necessità di selezionare la loro classe dirigente.
Resa ancora più difficile dagli errori come quello dell’indirizzo di spedizione dei documenti necessari a inviare la candidatura, dove via Piemonte 32 è diventata via Piemonte 3.
Per questo, spiega ancora il Fatto, nel M5S già rischiano l’esaurimento per verificare dati e curricula incrociati.
E crescono i rimpianti per i no di tanti personaggi di peso.
Possibili candidati che però “pretendevano collegi blindati o posti da capilista”. Il M5S non è stato in grado di garantirli, e in tanti si sono tirati indietro. Bel guaio, e infatti Di Maio continua a lanciare appelli “a farsi avanti”per gli uninominali.
Finora sono arrivate soprattutto candidature di giornalisti, un paradosso per il Movimento che ha sempre avuto un rapporto difficile con la stampa (il blog di Grillo è sempre quello che ospitava “il giornalista del giorno”, gogna per i cronisti sgraditi).
Ma il vero banco di prova per i nervi grillini saranno i ricorsi in arrivo.
Dopo gli annunci dei giorni scorso e le tante debolezze individuate nella procedura che ha portato alle candidature, tra poco il contenzioso si sposterà in tribunale: «L’eliminazione del voto dell’assemblea, elemento fondamentale della prima associazione, non appare legittima. C’è il codice civile a impedirlo, e una sentenza dell’81: l’assemblea non può essere eliminata d’emblèe, nè essere confinata al voto online. Per usare una metafora, stanno costruendo una nuova casa sopra la vecchia, senza demolire la vecchia. Gli abitanti della vecchia casa possono far valere i loro diritti. Che economicamente, sommati, possono costare molti soldi», ha detto qualche giorno fa l’avvocato Lorenzo Borrè in un’intervista alla Stampa.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 5th, 2018 Riccardo Fucile
E’ POSSIBILE CHE LA CANDIDATURA DI PAOLO PALLESCHI VENGA RIFIUTATA… SI PREVEDE UNA PIOGGIA DI RICORSI
L’espulso degli espulsi. L’avvocato dei sospesi: Paolo Palleschi ha presentato la sua candidatura alle parlamentarie M5s che serviranno a scegliere i candidati alle elezioni del 2018.
Difficile che il tentativo vada a buon fine essendo egli stesso espulso dal Movimento 5 Stelle. Ma ciò la dice lunga sul lungo lavoro che i vertici grillini stanno facendo in questi giorni per vagliare le circa ottomila candidature ed è facile prevedere una pioggia di ricorsi da parte di chi non sarà ammesso.
Perchè in fondo non sarebbe neanche la prima volta che un escluso dalla consultazione online presenti ricorso e per le comunarie di Roma era stato proprio l’avvocato Palleschi a portare le carte in tribunale.
Palleschi scende in campo parafrasando Cecco Angiolieri: “S’i fossi foco… Se fossi senatore…”.
E poi via ad elencare tutto ciò che vorrebbe fare una volta eletto: “Mi batterei per la difesa della nostra identità nazionale. Mi batterie per trasformare i nostri ospedali in Ospedali” con la O maiuscola. E per finire: “S’i fossi foco… Se fossi Senatore mi batterei per riportare in Patria i nostri ragazzi migliori, costretti ad emigrare all’estero da uno Stato che lascia disoccupati i migliori e fa lavorare gli amici degli amici”.
La comunicazione arriva così: “Vi annuncio solennemente che mi sono proposto per il voto online M5s”.
La richiesta sul sistema è stata dunque accettata, con ogni probabilità sarà rifiutata e a seguire il ricorso.
Il copione è sempre lo stesso.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 5th, 2018 Riccardo Fucile
IN UN AUDIO SE LA PRENDE CON I CANDIDATI CONSIGLIERI CHE NON DANNO CONTRIBUTI AL PROGRAMMA
«Allora ragazzi, facciamo che ci capiamo dall’inizio: vi siete candidati a ottobre, siamo a gennaio e vorrei capire il vostro contributo alla stesura del programma»: con l’affabilità che le è propria, Roberta Lombardi avrebbe detto proprio questo in un audio mandato sulla chat dei candidati alle elezioni del Lazio per cazziarli e accusarli di scarso impegno nella guerra per la Regione.
Il problema, racconta il quotidiano, è che il programma elettorale di Roberta Lombardi, candidata M5S contro Nicola Zingaretti, Sergio Pirozzi (per ora) e un candidato del centrodestra che si deve ancora presentare (se mai lo farà , visto che il tempo passa e l’accordo non si trova), ancora non è pronto.
Per questo la candidata è arrabbiata e l’audio nella chat segreta riportato dal quotidiano romano lo conferma:
«Allora ragazzi, facciamo che ci capiamo dall’inizio: vi siete candidati a ottobre, siamo a gennaio e vorrei capire il vostro contributo alla stesura del programma. Se non queste sterili critiche in merito a errori, refusi scarsezze del programma che, sì è vero, c’erano, perchè evidentemente non abbiamo grosse idee: nè da parte dei sette consiglieri uscenti nè da parte dei candidati nuovi nè da parte dei sedicenti tavoli di lavoro».
Un’accusa pesante e netta, ma anche una mezza ammissione, da parte di Lombardi nei confronti sia dei consiglieri veterani sia degli aspiranti che puntano a un posto alla Pisana. La deputata uscente si sfoga con i suoi (?) «perchè il lavoro che è stato fatto è un lavoro di collazione, di contributi che in alcuni casi ci sono e in altri evidentemente no». Prendiamone consapevolezza, attacca la grillina che si rivolge così alla squadra che dovrebbe sostenerla portandole voti in giro per il Lazio: «Voglio capire da voi, oltre che criticare chi ha lavorato, cioè uno staff di volontari, cosa avete fatto come i contributi di valore per dare una sostanza al programma che porteremo in Regione Lazio? Aspetto vostre delucidazioni.Grazie».
Più interessante del (comprensibile) sfogo di Lombardi è il retroterra politico in cui nasce la guerriglia.
Gran parte dei candidati regionali, dopo l’accaduto, ha creato una chat per scambiarsi messaggi escludendo proprio la candidata.
E in tutto ciò è impossibile non vedere gli strascichi dei veleni che hanno incendiato le Regionarie laziali, con lo schieramento della consigliera Valentina Corrado appoggiata da Fabio Fucci, sindaco di Pomezia, e le polemiche sull’utilizzo dei canali ufficiali del MoVimento regionale per sponsorizzare la candidatura di Corrado.
La polemica sulla carta intestata
Intanto ieri il Partito Democratico è tornato all’attacco della candidata grillina, stavolta tirando fuori una lettera su carta intestata della Camera dei Deputati in cui la Lombardi chiede un incontro al direttore di una ASL laziale in occasione del suo tour negli ospedali del Lazio: “In occasione di tali visite avrei piacere di incontrarla per poter parlare delle problematiche inerenti la sanità laziale e dei possibili modi in cui la Regione potrebbe intervenire per migliorare la situazione attuale del servizio. Tale incontro potrebbe essere un’interessante occasione di dialogo per permetterci di implementare il programma del MoVimento 5 Stelle del Lazio”.
In una nota il deputato PD Marco Miccoli va all’attacco: “Ecco il vero volto dei ‘cittadini portavoce’ del Partito dei 5Stelle, assetati di potere e fruitori seriali di tutti i privilegi dei Deputati a cui non riescono a rinunciare neanche a Camere sciolte. L’onorevole Lombardi smetta di fare la propria campagna elettorale a spese dei cittadini italiani e si apra un comitato come hanno gia’ fatto gli altri candidati. E soprattutto, una volta tanto vada in cartoleria, come fanno tutte le persone normali, e si compri delle normali lettere, senza lo stemma della Camera dei Deputati. Ce la può fare, Onorevole Lombardi?”.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 4th, 2018 Riccardo Fucile
ARRESTATO NEL 2013, UN PATTEGGIAMENTO PER TRUFFA E AGGIOTAGGIO, MAXIMULTA DALLA CONSOB
Il finanziere Alessandro Proto, passato agli onori della cronaca per aver racimolato a suo tempo quasi il 3% di Rcs Mediagroup grazie ai capitali di alcuni investitori stranieri e poi arrestato con l’accusa di manipolazione del mercato e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, annuncia di volersi candidare con il M5S.
“Ho preso questa decisione dopo aver appreso che si possono candidare anche persone indagate. Sono da sempre un estimatore della mentalità del Movimento e purtroppo negli ultimi mesi, sto vedendo una caduta verso il basso della prima linea, a partire da Di Maio, che di leader ha davvero poco” dice il finanziere che nel 2012 si candidò anche per le primarie del Pdl.
Oggi Proto è sicuro di farcela: “Con la popolarità acquisita negli anni e radicata sui social sono sicuro di poter vincere senza grandi problemi” dice di sè lanciando la sfida al candidato premier: “Quanto da me previsto nel 2013, poi bloccato a causa del mio arresto, e cioè diventare Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana potrebbe avverarsi nel giro di pochi mesi”.
Proto svela la sua ambizione in una nota inviata in qualità di “Chairman, CEO & Founder” della Proto Group Ltd, con sede londinese nella prestigiosa Berkeley Square. Oltre al suo movimentato passato di finanziere, che va dall’arresto del 2013, al patteggiamento per truffa e aggiotaggio, alle mega-multe della Consob, Proto è passato agli onori della cronaca anche per aver tentato l’acquisto del Parma Calcio e per aver intermediato l’acquisto di alcune isole per conto di alcuni “Paperoni”.
L’ultima sarebbe la star internazionale degli investitori, Warren Buffet ma a servirsi della mediazione della Proto Enterprises per acquistare isole in Grecia ci sarebbe anche l’attore statunitense Johnny Depp.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 4th, 2018 Riccardo Fucile
PER ANNI ERA UNA “PROVA TECNICA DI DITTATURA”, ORA “VA VOTATA OGNI QUALVOLTA SARA’ RICHIESTA”
Il MoVimento 5 Stelle è finito, evviva il MoVimento 5 Stelle. Il M5S non è in picchiata nei
sondaggi e Di Maio, Grillo e Casaleggio (quest’ultimo non si sa bene a che titolo) sono ancora saldamente in sella.
Ma il MoVimento di oggi è sempre più partito e meno movimento. Per poter andare a governare il M5S si è ormai spogliato definitivamente di tutte quelle caratteristiche che — nel bene e nel male — avevano convinto molti a votarlo negli ultimi anni. Il M5S ora è un partito come tutti gli altri, dove la Democrazia Diretta non esiste e dove i vertici guardano agli eletti come dei bravi soldatini che devono ubbidire punto e basta.
All’articolo 3 del codice etico del M5S vengono esposti gli obblighi per i portavoce eletti sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle troviamo alcune interessanti novità .
Ciascun portavoce eletto all’esito di una competizione elettorale nella quale si sia presentato sotto il simbolo del MoVimento 5 Stelle è tenuto ad esempio «a votare la fiducia, ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del consiglio dei ministri espressione del MoVimento 5 Stelle».
Questo significa che qualora alle prossime elezioni Luigi Di Maio ricevesse l’incarico di formare il nuovo governo i parlamentari eletti nel M5S sono obbligati a votare la fiducia all’esecutivo ogni qualvolta il governo deciderà di porre la questione di fiducia il deputato/senatore a 5 Stelle sarà obbligato a votarla. Inoltre i deputati e senatori pentastellati saranno obbligati a dimettersi dalla carica in caso di espulsione dal MoVimento 5 Stelle.
Il codice etico suscita più di qualche perplessità e non solo per il modo in cui è stato discusso (non è stato discusso dall’Assemblea degli iscritti) votato (non è stato votato) e approvato.
Il problema principale è che il partito che più di ogni altri si è speso (a parole) in questa legislatura per difendere la Costituzione e la democrazia ha deciso di dotarsi di una serie di norme e regole palesemente anticostituzionali.
Non c’è alcun dubbio che la pretesa che gli eletti votino obbligatoriamente la fiducia non ha alcun fondamento costituzionale. Ma è molto più interessante che quando a votare la fiducia erano gli altri allora erano tutti servi, ora invece no.
Ma in fondo il MoVimento 5 Stelle è quel partito che da anni si batte per l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione, quello che sancisce che ogni membro del Parlamento esercita le sue funzioni senza alcun vincolo di mandato.
Nel marzo 2013 Grillo definì l’articolo 67 “circonvenzione di elettore” spiegando che “l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno”.
Appena tre anni prima però Grillo ci ricordava che «chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito». A quanto pare il ragionamento aveva senso fino a che Grillo non si è trovato ad avere un partito e un centinaio di eletti in Parlamento da tenere sotto controllo.
Le nuove regole rispondono alle nuove esigenze di Grillo e del M5S di esercitare quanto più potere possibile sugli eletti. Il MoVimento 5 Stelle si è accorto così che anche il voto di fiducia, una modalità prevista dai regolamenti parlamentari, non è assolutamente anticostituzionale.
Dopo 5 anni spesi a spiegare che il voto di fiducia significa “commissariare il Parlamento” e che il ricorso alla fiducia da parte di Renzi era il sintomo “della deriva autoritaria delle istituzioni” (parole del componente del Collegio dei Probiviri Riccardo Fraccaro) ora il M5S scopre che non solo la fiducia può essere chiesta ma che addirittura deve essere obbligatoriamente votata dai parlamentari del M5S.
Perchè se da un lato è giusto che il M5S pretenda (lo fanno tutti i partiti) che gli eletti rispettino gli impegni presi dall’altro non può non stupire il radicale mutamento cui è andato incontro il M5S.
Da partito che sosteneva che il ricorso alla fiducia fosse sostanzialmente illegale a partito che contempla l’obbligo di votare tutte le questioni di fiducia (pena una ridicola multa da 100 mila euro che nessuno pagherà mai) il passo è decisamente lungo.
Alcuni provano a giustificarsi dicendo che «per poterci presentare alle elezioni ci siamo dovuti dotare di un nuovo Statuto» lasciando intendere che i cambiamenti radicali siano dovuti alla nuova legge elettorale.
Ma non è così, il nuovo Statuto, il nuovo regolamento e il nuovo codice etico servono solo a giustificare la necessità dei vertici di esercitare un controllo sugli eletti. Ma al di là degli obblighi morali non c’è alcun obbligo giuridico per rispettare quanto stabilito dal Grillo e Di Maio.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 4th, 2018 Riccardo Fucile
IL CAMPIONE DEI POPULISTI SCENDE IN CAMPO CON I GRILLINI: NON AVEVA IMPEGNI, LA7 AVEVA CANCELLATO “LA GABBIA”… ENTRATO IN RAI IN CONTO LEGA, AVEVA ABBANDONATO IL CARROCCIO QUANDO IL MARE SI FACEVA TROPPO MOSSO
Qualche giorno fa Gianluigi Paragone ci spiegava su Facebook che il nuovo regolamento
del M5S varato da Beppe Grillo ha lo scopo di “stringere i bulloni” del partito per portare in Parlamento “persone che credono realmente in una battaglia che è di antisistema”.
Una battaglia che — come casualmente dice sempre lui — è quella di “rovesciare il paradigma macroeconomico”.
E chi meglio di Paragone quindi per portare avanti la battaglia del MoVimento 5 Stelle?
A quanto pare nessuno visto che secondo alcune indiscrezioni Paragone potrebbe essere uno dei candidati del MoVimento 5 Stelle alle prossime politiche.
Per farlo dovrà prima superare la formalità della lotteria dei click delle Parlamentarie.
Lui al momento non si sbilancia troppo e si limita a scrivere “se son rose fioriranno, se son stelle brilleranno”.
Ad ogni buon conto questa mattina Paragone ha cambiato l’immagine di copertina della sua pagina Facebook, che ora sfoggia una foto dal palco di Italia a 5 Stelle di Rimini. Giusto per ricordare che è stato lui a condurre la kermesse pentastellata che ha incoronato Di Maio candidato premier.
E fra un paio di giorni il conduttore de La Gabbia sarà a Marghera (Venezia) a presentare il suo ultimo libro assieme al candidato premier del 5 Stelle Luigi Di Maio.
Gianluigi Paragone del resto al momento è libero da impegni. La 7 ha deciso di cancellare dal palinsesto La Gabbia sostituendolo con Non è l’Arena di Giletti.
Niente di meglio da fare quindi che tentare la sorte in Parlamento.
Tanto più che il nuovo regolamento tanto lodato dal nostro apre alle candidature di esponenti della cosiddetta società civile. Anche chi non ha uno specchiato passato da attivista a 5 Stelle ed anzi ha avuto qualche contatto con altri partiti può aspirare ad un posto al sole sotto le stelle di Grillo
E Paragone di contatti ne ha avuti parecchi.
È stato infatti direttore de La Padania, il defunto quotidiano della Lega Nord finanziato con i soldi pubblici e poi fallito.
Chissà cosa ne diranno gli attivisti, da sempre pronti ad attaccare quei giornali “colpevoli” di godere dei finanziamenti pubblici all’editoria.
La vicinanza alla Lega ha consentito a Paragone di essere nominato in Rai, prima alla vicedirezione di Rai1 e successivamente a quella di Rai2, sempre in quota Lega Nord. Fatto curioso: Paragone non è mai stato un giornalista Rai.
Nel 2011 però ci fu la rottura. Umberto Bossi “scomunicò” Paragone invitando i leghisti a disertare il suo “L’ultima Parola”.
Durante una puntata della trasmissione, il deputato PDL Giorgio Stracquadanio accusò apertamente Paragone di “salire sul carro dei vincitori”. Fino ad allora era stato un semplice Carroccio, oggi potrebbe essere la vettura sportiva del “rally per l’Italia” di Di Maio.
Lui sostiene di essersi messo in pari con la politica dicendo che non è da tutti “lasciare un contratto a tempo indeterminato” e che dopo essere stato fatto fuori dalla Rai “non ha più debiti con il Palazzo”
Le cronache ci ricordano che all’epoca l’allora maggioranza di centrodestra navigava in cattive acque e il dietrofront di Paragone è sembrato il tentativo di abbandonare la nave prima che si schiantasse contro gli scogli dell’austerity.
Meglio criticarla da fuori che avere rapporti con il governo che non ha saputo affrontarla e lo ha piazzato in Rai.
Raggiunta la salvezza a La 7 Paragone ha potuto continuare a portare avanti un’agenda ispirata al nuovo leghismo di Matteo Salvini.
In questi anni La Gabbia è diventato il punto di riferimento di tutti quelli che vogliono ribellarsi ai Poteri Fortiâ„¢, che si chiamino Unione Europea, banche o Partito Democratico.
Profeta e portavoce di un nazionalismo d’accatto che strizza tutti e due gli occhi ai sovranisti Paragone si è molto impegnato a spiegare i nefasti effetti del piano organizzato d’invasione per la sostituzione del Popolo Italiano ordito niente meno che da Laura Boldrini.
Euro? Globalizzazione? Gasdotto Tap? Critiche alla legge sui vaccini obbligatori? C’è tutto. Paragone andò a Pesaro a parlare ai 15 mila Free Vax, su FQ Millennium — il magazine del Fatto Quotidiano — se la prese con i professoroni che incarnavano il Sapere.
Perchè Paragone è il paladino dell’uomo della strada, l’eroe televisivo del populismo spicciolo di chi si oppone per principio a tutto quello che non capisce.
Paragone si sarebbe trovato benissimo con Salvini, condividono molte idee. Però ormai con la Lega la storia d’amore è finita, non restava che il Movimento 5 Stelle.
Sarà la volta buona?
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 4th, 2018 Riccardo Fucile
IL CASO DELL’EUROPARLMENTARE CHE DOVEVA PAGARE 250.000 EURO CONFERMA CHE SI TRATTA DI FREGNACCE ELETTORALI
Quando uscì la storia dei 100mila euro che il MoVimento 5 Stelle avrebbe chiesto come risarcimento ai presunti voltagabbana, tipico espediente per far abboccare i gonzi in campagna elettorale, segnalammo che all’epoca dell’uscita di Marco Affronte dal gruppo M5S all’europarlamento Beppe Grillo pubblicò un post in cui diceva che avrebbe chiesto a lui 250mila euro da destinare ai terremotati.
Già il fatto che si annunciasse beneficenza con soldi altrui non ancora incassati avrebbe dovuto far sospettare i più svegli che si trattava di una bufala.
La cancellazione del post ne dà la totale conferma.
Nei commenti all’articolo lo stesso Affronte fece sapere che nessuno gli aveva chiesto niente.
L’europarlamentare, nel frattempo passato ai Verdi, ha confermato in un’intervista a Repubblica Bologna che della multa non se ne fece nulla:
Affronte, anche per gli europarlamentari era prevista una multa in caso di cambio di “casacca”, ma a lei è stata applicata questa sanzione?
«No, quando esattamente un anno fa ho deciso di uscire dal Movimento 5 Stelle, ma sono rimasto come eletto nel Parlamento Europeo, Beppe Grillo annunciò dal suo blog che con i soldi della mia sanzione avrebbe aiutato i terremotati. Si trattava di 250 mila euro per quelle che venivano definite inadempienze rispetto al codice di comportamento. Dopo un anno però nessuno mi ha chiesto niente».
Lei aveva firmato un documento in cui accettava la clausola?
«Sì ma era un foglio “volante”. So che adesso nel nuovo codice etico si parla di “indennizzi per gli onere dovuti all’elezione del parlamentare”. Alla nostra epoca questa dicitura non c’era . Comunque io non ho più avuto nessun tipo di contatto in materia».
D’altro canto dal Movimento assicurano come i legali abbiano pronta la formula giuridicamente idonea a rendere costituzionale la maxi-penale anti voltagabbana: «farà parte di una scrittura privata, che sarà slegata dalla funzione costituzionale del parlamentare», spiegano fonti che si occupano del “dossier maximulta”.
Anche questa è una sciocchezza: pure quella di Affronte, come da lui descritto, era una scrittura privata.
Tuttavia nel M5S nessuno alla fine si preoccupò di riscuotere.
Così come è una sciocchezza quella sostenuta da Di Maio: metteremo in Costituzione una nuova norma per rendere impossibili i cambi di casacca, dice il noto professore di diritto costituzionale.
L’articolo 138 della Costituzione però disciplina dettagliatamente il procedimento di approvazione delle leggi costituzionali. I progetti di legge costituzionale sono «adottati da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e approvati a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera» ovvero 316 deputati e circa 161 senatori «nella seconda votazione».
Sono sottoposti a referendum se proprio nella seconda votazione, in ognuno dei rami del Parlamento, i voti favorevoli sono inferiori ai due terzi dei componenti (420 deputati, 215 senatori) e se «entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
La legge sottoposta a referendum «non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi».
Quindi ci vorrebbe un doppio voto e almeno un anno di tempo in un Parlamento in cui il M5S non avrà la maggioranza assoluta, seguito da un referendum, per rendere la norma valida.
Nel frattempo quindi i cambi di casacca sarebbero ammessi. Si fa in tempo ad arrivare a fine legislatura.
Tra le risate del pubblico pagante. E lo scorno dei gonzi che credono alle barzellette da campagna elettorale.
(da “NextQuotidiano”)
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