Destra di Popolo.net

LA NUOVA FRONTIERA DELLE LOBBY: I BIG DELLA TECNOLOGIA FLIRTANO CON CASALEGGIO

Novembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile

L’AZIENDA E’ UNA REALTA’ DI PICCOLE DIMENSIONI, MA TROVA PARTNERSHIP DI PESO

L’azienda è in perdita , ma (per fortuna sua) ha sponsor di peso gigantesco.
L’altro giorno a Milano la Casaleggio Associati – mente informatica su cui
si poggia il Movimento 5 stelle – ha celebrato un convegno sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel business tra aziende: un’innovazione che a detta del suo presidente, Davide Casaleggio, ha un «impatto dirompente» e sta portando «a una nuova rivoluzione industriale che sarà  molto più veloce e pervasiva».
Bene. Main sponsor dell’iniziativa: la Microsoft.
Un gigante, al confronto della piccola società  milanese. E non l’unico a danzarle nei pressi.
In aprile, alla kermesse di Ivrea in onore di Casaleggio senior aveva parlato l’amministratore delegato di Google Italia Fabio Vaccarono.
In maggio, Davide Casaleggio s’era seduto accanto ai grandi (Microsoft, Ibm, Airbnb) per l’Internet day organizzato dall’agenzia Agi, proprietà  di Eni.
In giugno, al convegno dei giovani industriali a Rapallo, da ospite d’onore il giovane Davide aveva avuto il privilegio di parlare prima dei colossi là  presenti (Facebook, Huawei, Microsoft, Ibm), dovendosi poi assentare.
Nel complesso un pulviscolare trattamento di grande attenzione e guanti bianchi che, almeno all’apparenza, suona curioso viste le dispari dimensioni dei Golia e del David. Ancor più se si pensa che parliamo di un’impresa che da tre anni presenta bilanci in rosso (l’ultimo, di 48 mila euro) e in tre anni ha subito una brusca riduzione dei ricavi: dai 2 milioni di euro nel 2013, ai 974 mila nel 2016.
I nuovi orizzonti di lobby e politica passano di qui?

(da “L’Espresso”)

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ALESSANDRO FERRO, IL SINDACO DEL M5S CHE NON SA PERCHE’ E’ INDAGATO

Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI CHIOGGIA FORSE FAREBBE BENE A LEGGERE I GIORNALI… SI TRATTA DI UNO STABILIMENTO BALNEARE GESTITO DA UNA SOCIETA’ DI CUI FERRO ERA SOCIO E AFFIDATOGLI SENZA GARA PUBBLICA

Alessandro Ferro, sindaco di Chioggia del MoVimento 5 Stelle, ha pubblicato su Facebook un post in cui annuncia di essere indagato per abuso d’ufficio.
Dice di averlo pubblicato in nome della trasparenza ma sostiene di non sapere per cosa è indagato. In effetti, avendo ricevuto soltanto una richiesta di proroga d’indagini è possibile che non siano illustrate le accuse nei confronti di Alessandro Ferro.
Tuttavia è facilmente intuibile a cosa si riferisca la proroga d’indagine.
Tutto parte da Ultima Spiaggia, uno stabilimento balneare gestito da una società  di cui Ferro era socio di capitale che era stato affidato senza gara pubblica nel 2014, quando non era ancora sindaco.
Una società  concorrente, la Chiara SRL, ha fatto ricorso al TAR contro la decisione e ha vinto prima davanti al tribunale amministrativo regionale e poi davanti al Consiglio di Stato.
Il Comune di Chioggia però non ha mai messo a gara la spiaggia.
All’epoca, racconta La Nuova Venezia, sulla vicenda, presentarono un esposto dei consiglieri di opposizione.
Quindi diversi elementi concorrono a identificare quella vicenda come «l’abuso d’ufficio» di cui parla Ferro.
Il GIP potrebbe non concedere la proroga d’indagine: a quel punto la procura dovrà  decidere se chiedere o meno il rinvio a giudizio o archiviare tutto.

(da “NextQuotidiano“)

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E ANCHE OGGI IL M5S PERDE IN TRIBUNALE: RESPINTO A PALERMO IL RICORSO DI CANCELLERI CONTRO LA SOSPENSIVA A FAVORE DI GIULIVI

Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

IL MOVIMENTO HA QUALCHE PROBLEMA NELLA COMPRENSIONE DELLA LEGGE

«Alla luce del decreto del Tribunale civile di Palermo, il MoVimento 5 Stelle annuncia che esercitando un suo diritto farà  ricorso per far valere le proprie ragioni. I tempi per aspettare la fine del procedimento e per rinnovare le votazioni purtroppo non ci sono più».
Così Giancarlo Cancelleri all’indomani del decreto del Tribunale che il 19 settembre aveva confermato la sospensione delle Regionarie M5S che lo avevano incoronato candidato Presidente della Regione Siciliana per il MoVimento.
La sentenza dell’8 novembre del Tribunale di Palermo ha però stabilito che Cancelleri ha torto e che quel ricorso è inammissibile.
A chiedere l’annullamento delle Regionarie M5S in Sicilia il 14 luglio scorso era stato Marco Giulivi, che lamentava di non essere stato avvertito del procedimento disciplinare nei suoi confronti aperto dal MoVimento 5 Stelle per la storia del codice etico non firmato all’epoca della sua corsa come candidato consigliere comunale a Palermo.
Giulivi aveva ricordato come nemmeno la sindaca di Torino Chiara Appendino avesse firmato il codice etico, eppure le fu consentito l’utilizzo del simbolo.
Il partito di Beppe Grillo aveva scelto però di non rifare le votazioni, sostenendo che non ci sarebbe stato il tempo quando in realtà  per scegliere Cancelleri come candidato le urne elettroniche del M5S erano rimaste aperte per appena 9 ore.
Inoltre   Cancelleri in due interviste diverse sulla Stampa e sul Corriere della Sera si era detto invece pronto a ripetere il voto prima e poi l’aveva escluso.
La giudice però aveva detto un’altra cosa: ovvero che non è possibile dire che dal momento che bisogna fare la raccolta delle firme allora non è più possibile rifare le votazioni. Contrariamente a quanto scritto da Cancelleri sul Blog di Grillo il decreto della giudice Spiga spiegava chiaramente questo fatto:
Deve distinguersi l’eventuale incidenza temporale dell’atto prodromico alla consultazione elettorale rappresentato dalle primarie, dall’adempimento di cui all’art. 14 bis co. 5 L.R. 29/1951. Mentre il primo adempimento costituisce procedimento rimesso alle determinazioni dell’associazione sia quanto all’an della celebrazione, sia quanto alle modalità  di svolgimento e per il quale nessuna statuizione può essere disposta nel presente giudizio, l’attività  di raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste (adempimento da compiersi entro il trentesimo giorno antecedente a quello previsto per la votazione), sulla base di quanto allegato dalle parti, non risulta ancora avviata, proprio in ragione dell’incertezza sui candidati da inserire nelle liste provinciali e regionali. Conseguentemente è certo che l’attività  di raccolta delle firme necessarie per la presentazioni delle liste dovrà  comunque compiersi (sia in caso di sospensione che di rigetto della domanda cautelare) nell’arco temporale che residua sino al termine ultimo fissato nella norma. Si tratta quindi di circostanza neutra nella comparazione degli opposti interessi
Invece il M5S, come al solito, ha cercato di rigirare la frittata, dicendo che servivano 3.600 firme entro il 23 settembre quando in realtà  la scadenza per la raccolta delle firme era fissata al 5 ottobre, e che il numero minimo di firme necessario è 1.800.
Difficile credere che il MoVimento non potesse raccogliere meno di duemila firme in più di dieci giorni.
Era apparso evidente fin da subito che la volontà  di fare ricorso non era dovuta al fatto che il M5S ritenesse di avere ragione quanto a quello di poter prendere tempo e rinviare la decisione del giudice a dopo le elezioni regionali quando ormai per Giulivi ogni possibilità  di reintegro in lista sarebbe stata vana.
E così infatti è accaduto.
Però il Tribunale di Palermo, così come i giudici nelle istanze precedenti, ha anche questa volta dato ragione al ricorrente e torto al MoVimento 5 Stelle dichiarando inammissibili il ricorso e l’istanza di revoca del provvedimento di sospensione presentati da Giancarlo Cancelleri e da altri 17 candidati pentastellati all’Assemblea Regionale Siciliana.
Il Tribunale fa inoltre notare che “alla data di proposizione del reclamo il termine per il deposito delle liste era decorso senza che Giulivi vi fosse stato inserito” e che quindi la situazione era ormai irreversibile.
I giudici fanno però notare che il pronunciamento che al momento della sospensione a titolo cautelare il M5S “non aveva ancora tuttavia formalizzato il deposito delle liste dei candidati” e che quini il reintegro di Giulivi fosse ancora possibile dal punto di vista formale.
Il M5S di cui è noto l’innato rispetto delle regole e delle leggi aveva invece deciso di non tenerne e conto e di procedere per la sua strada.
Una strada però sbagliata, visto che l’appello non sospendeva l’efficacia del provvedimento della giudice e soprattutto che il ricorso era stato appunto presentato dopo lo scadere del termine di presentazione delle liste, ovvero in una circostanza in cui la situazione era ormai immodificabile.
Insomma non solo il MoVimento ha agito in maniera opposta a quanto stabilito in via cautelativa dal Tribunale ma è stato riconosciuto che il tentativo di fare ricorso era inammissibile perchè presentato troppo tardi.
Ed è curioso che a fare questi giochetti siano proprio coloro che hanno accusato (salvo poi scusarsi in codice) l’avvocato della controparte di fare “ricorsi da azzeccagarbugli“
.
(da “NextQuotidiano”)

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DI BATTISTA, IPOTESI CAMPIDOGLIO SE LA RAGGI VERRA’ CONDANNATA

Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

DI MAIO UMORISTICO: “DOPO LA SUA SCELTA NON POTRA’ ENTRARE NEL MIO GOVERNO” (MA QUALE?)

«Di Battista? Lui può fare quello che vuole, che più gli va». Così sta rispondendo Beppe Grillo a chi gli domanda delle sorti del figliolo più amato dalla gente grillina, sicuro che sarà  ancor più prodigo al suo ritorno.
Cosa farà  Dibba – nomignolo brand con cui tutti ormai lo conoscono – è una questione che si stanno ponendo in tanti tra i 5 Stelle, perchè sembra quasi impensabile non vederlo in azione tra piazza, Parlamento e tv.
Lui, con il volto di chi si sente più leggero, dopo aver annunciato che non si ricandiderà , scaccia con un sorriso le voci di chi dice che è già  pronto a prendere il posto di Luigi Di Maio come candidato premier se a queste elezioni il M5S non dovesse incassare il tagliando vincente per Palazzo Chigi.
Ma non è l’unica ipotesi che nella sartoria dei destini pentastellati stanno cucendo addosso a Di Battista.
Un’altra, che proviene dai vertici e passa dal Campidoglio, condivisa dalla candidata alla Regione Lazio e sua amica Roberta Lombardi, immagina il deputato-star al posto di Virginia Raggi nel caso in cui la sua vicenda giudiziaria dovesse mettersi male.
La sindaca andrà  in udienza il 9 gennaio, dopo qualche settimana potrebbe esserci il rinvio a giudizio.
E se a questo seguirà  una condanna, la dimissioni diventeranno d’obbligo per i 5 Stelle.
A quel punto potrebbe rientrare in scena Di Battista, per tentare di riprendersi la Capitale e proseguire il lavoro appena iniziato dai grillini.
«Chiunque sarebbe felice di averlo al proprio fianco» ci conferma non a caso Marcello De Vito, presidente dell’assemblea in Campidoglio, considerato uomo di fiducia di Lombardi e da sempre antagonista di Raggi. Perchè, comunque vadano le cose, anche solo come supporto mediatico, se il Raggigate dovesse precipitare, Dibba scenderà  a fianco di chi avrà  bisogno del suo carisma.
In un eventuale governo Di Maio, invece, Di Battista non ci sarà .
Sarebbe stata una delle prime scelte del candidato premier, agli Esteri o alla Difesa, ma la sua decisione di andare per il mondo ha cambiato le cose.
Lo ammette lo stesso Di Maio mentre aspetta di entrare per presiedere l’aula di Montecitorio: «Ha detto lui che dopo l’estate partirà …». Fino ad allora, aggiunge, «Alessandro sarà  comunque al mio fianco in campagna elettorale. Non mi sentirò orfano, insomma».
È vero, Di Battista nell’annunciare l’addio (o l’arrivederci) alla Camera, ha promesso che continuerà  il suo viaggio elettorale per l’Italia. Comincerà  subito, con il «Question time on the road», prime tappe in Liguria, per raccontare il programma del M5S e chiedere una mano ai sostenitori perchè, spiega, «ce la possiamo fare ad andare al governo se venite con noi».
Poi c’è il nuovo libro, che uscirà  domani per Rizzoli. Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare, un titolo che è la sua dichiarazione d’intenti: «Sì, è così. Ora mi sento libero di fare quello che più mi piace. La politica si può fare anche fuori dal palazzo senza per forza essere imbullonati alle poltrone».
Di certo farà  quello che sa fare meglio. Perchè del palazzo Dibba non ama ritmi e rituali: «Si sveglia troppo tardi» ricordano un po’ scherzando un po’ no nello staff della Camera, e non ha mai avuto tutta questa passione per la parte legislativa del lavoro da deputato. Ma la perdita in Parlamento si sentirà , assicura Angelo Tofalo e lo spiega con un esempio: «Quando mi sono alzato in aula per intervenire sulla morte di Giulio Regeni, nessuno mi ha calcolato. Ha parlato Di Battista e hanno battuto dieci agenzie su di noi».
«Dibba è Dibba», dice Ivan Della Valle, altro deputato che non si ricandiderà , ma nel suo caso per aver già  consumato i due mandati a disposizione: «Alessandro sarà  come Beppe Grillo. Anche lui non è in Parlamento, ma ogni sua parola viene ascoltata, eccome».

(da “La Stampa”)

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I PARLAMENTARI USCENTI DEL MS5 SONO 17, NON SOLO DI BATTISTA

Novembre 22nd, 2017 Riccardo Fucile

C’E’ CHI LASCIA PER SCELTA, CHI PER CORRERE IN REGIONE O PERCHE’ SOSPESO O AL TERZO MANDATO

Gli altri Di battista dei Cinque Stelle, quelli che conosci, quelli che non ti aspetti.
Saranno almeno 17 (su 123) i parlamentari del Movimento che per una ragiona o per un’altra non vedremo più tra gli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama.
C’è chi ha deciso di correre alle Regionali come Roberta Lombardi nel Lazio o Dino Alberti e Massimo De Rosa in Lombardia.
Per Nicola Bianchi, Ivan Della Valle, Luigi Gaetti ed Enrico Cappelletti scatta invece il tetto pentastellato dei due mandati.
Ci sono i sospesi dal Movimento per il caso firme false a Palermo: a Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino, gira voce tra i Cinque Stelle, non verrà  data la possibilità  di ricandidarsi.
La mamma
Poi spiccano altri no mi, meno noti che rinunciano al seggio per scelta. Silvia Giordano, Vega Colonnese e Vincenzo Caso hanno deciso di non esserci.
Probabilmente non ci sarà  il secondo mandato anche per Matteo Mantero (marito di Giordano), Andrea Colletti e Rosa Enza Blundo.
«Non mi ricandido perchè ho scelto di fare la mamma – dice Colonnese all’Adnkronos – anche nei lavori più privilegiati la maternità  rischia di essere un ostacolo. Ho due bambini di 6 anni e 10 mesi, fare un secondo mandato vorrebbe dire perdere i loro anni più belli. Se fosse un lavoro definitivo sarebbe diverso, ma tenermi impegnata altri 5 anni facendo spola tra Napoli e Roma non è quel che sogno per loro».

(da “La Stampa”)

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LA STORIA DELLE QUASI DUE LAUREE (E UN MASTER) DI DI BATTISTA

Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

IN REALTA’ E’ SOLO LAUREATO AL DAMS E CON UN MASTER IN DIRITTI UMANI (CHE NON USA, VISTO CHE IGNORA IL DRAMMA DEI PROFUGHI)

Silvio Berlusconi ha detto che Alessandro Di Battista è un ignorante.
Il deputato del M5S ha deciso di querelarlo perchè — come ha spiegato durante un comizio ad Ostia — lui non è ignorante dal momento che “ha quasi due lauree e un master”.
L’unica laurea di cui si abbia notizia però è quella in discipline dell’arte, della musica e dello spettacolo (DAMS) conseguita nel 2004 all’Università  degli Studi Roma Tre.
Il curriculum di Alessandro Di Battista parla chiaro: nato nel 1978, si è iscritto al DAMS nel 1998 dove si è laureato nel 2004.
§Nel 2008 ha conseguito un master di secondo livello in tutela internazionale dei diritti umani all’Università  degli Studi di Roma.
Campione di benaltrismo ha tirato fuori quel master durante un’intervista ed è riuscito ad evitare di rispondere ad una domanda sui diritti umani in Russia e in Siria svicolando su quelli negati nel quartiere Tamburi di Taranto.
Nè su LinkedIn nè sul sito della Camera si trova traccia della “quasi seconda laurea” di Di Battista.
Fino a prova contraria quindi Di Battista ha una laurea e un master e non “quasi due lauree”.
Ma del resto anche Di Maio una volta si vantò delle sue conoscenze in materia di diritto dicendo: «Conosco il diritto costituzionale, sono al terzo anno fuoricorso di Giurisprudenza».
Nessuno però dice che Di Maio ha una “quasi laurea” in Giurisprudenza. Anche perchè a voler essere onesti il candidato Premier del MoVimento di quasi lauree ne avrebbe due tenendo conto che prima di iscriversi a Legge ha “frequentato per alcuni mesi” la facoltà  di Ingegneria.
Ma quello che Di Battista non è in grado di cogliere (o fa finta di non capire) è che si possono avere anche “quasi due lauree” ed essere lo stesso ignoranti.
Questo dovrebbe essere chiaro soprattutto ad un esponente di un partito il cui fondatore si vanta spesso di essere “solo un ragioniere” e che nel 2009 proponeva di abolire il valore legale dei titoli di studio universitari
Di Battista, il cooperante che ignora il dramma dei migranti
Se il numero di lauree fosse sufficiente per stabilire se una persona è intelligente o ignorante cosa dovremmo dire di Di Battista, che ha conseguito un master in diritti umani e che non ha detto una parola quando Grillo parlava dei migranti che portano le malattie o quando Di Maio attaccava le Ong che salvano i migranti nel Mediterraneo centrale?
Di Battista all’epoca ha invece raccontato di aver visto — durante la sua esperienza in Congo — «professionisti dello “sviluppo della cooperazione” più che della cooperazione allo sviluppo fare la bella vita».
Cosa c’entra la sua esperienza personale di cooperante con l’attività  di altre ONG che invece lavorano in un altro contesto e che si occupano di tutt’altro? Nulla.
Ma evidemente le “quasi due lauree”, il master in diritti umani, le esperienze lavorative in Congo e in Guatemala, il volontariato con la Caritas non sono stati sufficienti a Di Battista per comprendere il dramma dei rifugiati e dei cosiddetti “migranti economici“.
Quelli che scappano dalla fame e dalla miseria che Di Battista ha toccato con mano durante le sue spremute d’umanità , ma che ha dimenticato una volta entrato alla Camera.
Evidentemente un master in diritti umani non consente di capire che il no del M5S allo Ius Soli nega diritti a migliaia di ragazzi che sono nati e hanno studiato in Italia. Chissà , forse il Dibba imparerà  tutte queste cose con la prossima laurea.

(da “NextQuotidiano”)

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LA MARCHETTA GRILLINA AL CLAN DEI TREDICINE CON IL BANDO COSTRUITO SU MISURA

Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

L’ASSESSORE MELONI “VUOL FARE CHIAREZZA”, MA NASCONDE LA VERITA’

«Facciamo chiarezza»: così esordisce l’assessore al Commercio Adriano Meloni dopo 24 ore di tiro al piccione — ben assestato — nei suoi confronti per i risultati del bando della Festa di Piazza Navona, che ieri ha certificato il trionfo dei Tredicine (ovvero quelli di cui Di Maio diceva: «Sappiamo bene chi sono e il sistema che rappresentano a Roma, come emerso da Mafia capitale»).
Vuole fare chiarezza, Meloni, ma la parola “Tredicine” la pronuncia soltanto per far sapere (oggi, non ai tempi) che Alfiero ha presentato un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale contro il bando.
Vuole fare chiarezza Meloni, ma non spiega in alcun modo perchè a quelli che Di Maio definiva “sistema…emerso da Mafia Capitale” e ai loro familiari siano andati 22 diconsi 22 banchi su 48 della Festa della Befana a Piazza Navona.
Vuole fare chiarezza, Meloni, ma non spiega come mai i risultati del bando, nonostante fossero pronti da tempo, sono stati pubblicati soltanto il giorno dopo le elezioni di Ostia. Vuole fare chiarezza, Meloni, ma non spiega perchè questo bando dura nove anni mentre i precedenti erano biennali.
Vuole fare chiarezza, Meloni, ma non pubblica i risultati del bando. Pubblica invece i bandi del 2014 e del 2015 del I Municipio “targato Sabrina Alfonsi”, ovvero l’attuale presidente del Partito Democratico.
Come nella migliore tradizione del MoVimento 5 Stelle, insomma, l’assessore si affaccia alla finestra e comincia a urlare “E allora il PD?”, invece di rispondere nel merito alle critiche che gli arrivano, è vero, dagli avversari politici, ma anche da una parte di città  che rimane sconcertata dai fatti dopo le tante parole sul cambiamento.
Ovvero quella parte di città  che quando Di Maio diceva «Ma, anche se mi rubassero 100 foto, i Tredicine rimarrebbero sempre i Tredicine e la loro storia non cambierebbe: sappiamo bene chi sono e il sistema che rappresentano a Roma, come emerso da Mafia capitale», ci aveva creduto.
Vuole fare chiarezza, Meloni, ma non dice che nel 2014 i bancarellari non hanno montato per protesta contro la riduzione dei banchi, mentre il bando del 2015 è stato ritirato in autotutela. E nel 2016 la manifestazione, quando l’organizzazione era in mano al Municipio, non si è svolta. Il Campidoglio si è preso la responsabilità  di organizzare il bando e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Ma che je frega, a Meloni, che ha deciso di non mutare più da fiera a festa.
Vuole fare chiarezza, Meloni.

(da “NextQuotidiano”)

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COSA C’E’ DIETRO IL “PASSO DI LATO” DEL DIBBA

Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

IL FREDDO E CALCOLATORE E’ LUI, NON DI MAIO… HA FATTO BENE I SUOI CONTI E HA CAPITO CHE TRA CINQUE ANNI DI MAIO SARA’ FUORI DAI GIOCHI

Sembra ieri quando Alessandro Di Battista se la prendeva con le “solite indiscrezioni mai provate” dei giornali che lo avevano tirato in ballo parlando di una sua “pausa”, di candidature o non canditature.
E invece era il 19 giugno 2017 quando il Dibba, stanco di essere oggetto di gossip, smentiva le voci riguardanti una sua possibile, eventuale, pausa dalla politica attiva. Voci che si rincorrevano da tempo ma che per Di Battista erano solo invenzioni frutto della fantasia (e diciamolo, della cattiveria) dei giornalisti.
Eppure quando dopo qualche mese a Rimini è stato mandato in onda il suo video messaggio (era appena nato il figlio Andrea e Dibba non era potuto andare alla kermesse del 5 Stelle) la faccenda era apparsa molto più chiara.
Di Battista aveva infatti detto: «È giusto non candidarsi, non è il mio ruolo. Mi sento un libero battitore. Ognuno ha il suo ruolo. Voglio essere totalmente libero di portare avanti le battaglie in cui credo». Ieri sempre su Facebook è arrivata la conferma che quelle voci non erano state inventate dai giornalisti cattivi al soldo di editori impuri ma erano la pura e semplice verità .
Dibba invece smentisce sè stesso, perchè aveva detto che fino alle prossime elezioni non avrebbe parlato di candidature o non candidature. Ed è chiaro che a questo punto a mentire non sono i giornali.
Alessandro Di Battista ha annunciato che non si ricandiderà  alle prossime elezioni. Si dedicherà  al figlio, a viaggiare, a scrivere un libro e a fare politica fuori dal palazzo e dalle istituzioni.
Il pentastellato però non lascerà  la politica. Lo aveva detto ad Annalisa Cuzzocrea de La Repubblica ad inizio ottobre: «Lasciare la politica? “Ma figuriamoci!”».
Anche perchè a Di Battista rimane ancora un mandato pieno. I 5 Stelle hanno infatti la famosa regola dei due mandati, che Di Battista ha spiegato vanno intesi come un arco temporale di dieci anni per fare politica. Cinque li ha già  fatti e se la matematica non è un’opinione cinque ancora gli restano da fare.
È da escludere l’ipotesi che Di Battista voglia candidarsi alla Regione Lazio a sostegno di Roberta Lombardi.
Le candidature per un posto in Consiglio Regionale infatti sono già  state chiuse, e Di Battista non si è presentato.
Il futuro politico di Di Battista dipende tutto da quella regola dei due mandati e dalla durata della prossima legislatura. Sulla prima non sembrano esserci dubbi, anche se quella dei dieci anni è un’interpretazione della regola che lascia spazio ad una deroga (se un mandato dura meno di cinque anni allora è possibile correre per tre mandati). La durata della prossima legislatura invece sarà  fondamentale per capire che ruolo Di Battista vorrà  giocare fra cinque anni.
C’è infatti chi sostiene che la scelta di Di Battista sia una sorta di “grande vaffanculo” alla vecchia politica. Insomma il pentastellato starebbe dicendo ai politici di professione che lui non ha bisogno di essere in Parlamento per continuare a fare politica e ad esistere come leader.
Anche perchè a quanto pare grazie al congruo anticipo ricevuto da Rizzoli per la pubblicazione del suo secondo libro (in uscita in questi giorni) la famiglia Di Battista potrà  vivere senza troppi pensieri.
Ma quello di Alessandro Di Battista non è tanto un “vaffanculo” alla tanto odiata Kasta quanto al suo compagno di partito Luigi Di Maio, l’uomo che ha sempre considerato “un fratello”.
Perchè non è difficile capire le ragioni profonde di questa scelta di vita.
Di Battista sa, come lo sa anche Di Maio e lo sanno i vertici del 5 Stelle che la prossima legislatura sarà  molto complicata per il MoVimento.
Il M5S è condannato a vincere ma con la nuova legge elettorale è improbabile che anche in caso di vittoria il prossimo governo sarà  un Governo a 5 Stelle.
Di Maio si troverà  in una situazione complicata e nuova, dovrà  trovare degli alleati, coalizzarsi, fare inciuci con la vecchia politica.
Da fuori Di Battista — che dei due è quello più movimentista e meno di palazzo — potrà  sostenerlo ma anche criticarlo, amorevolmente, come si fa con un fratello. Perchè lui si sente un battitore libero che avere la libertà  di portare avanti le battaglie in cui crede.
Senza contare che senza lui di mezzo un eventuale Governo Di Maio non soffrirebbe delle rivalità  (vere o presunte) tra i due. E nel malaugurato caso il M5S venisse sconfitto e andasse in pezzi (non si può stare all’opposizione per sempre) Di Battista sarà  lì, pronto a raccoglierne i cocci e a diventare il leader di nuova formazione politica o dello stesso M5S.
Quale delle due dipenderà  dalla durata della prossima legislatura, se sarà  breve Di Battista raccoglierà  lo scettro di Di Maio — il 5 Stelle difficilmente riuscirebbe a partorire nuovi leader in un lasso di tempo di un paio d’anni — se invece andrà  a scadenza naturale Di Maio sarà  fuori gioco e il Dibba avrà  campo libero.
Almeno così spera. Nel frattempo si prepara ad invadere le televisioni.

(da “NextQuotidiano”)

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PADRE SEDICENTE FASCISTA E IL CATECHISMO A ROMA NORD: DI BATTISTA HA COSTRUITO LA SCENEGGIATURA PERFETTA

Novembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

TERZOMONDISMO, FOTO DEL CHE, LE EX: DA TESTIMONIAL A EROE GRILLINO

Se la mossa è stata preparata da tempo, stavolta è venuta bene. Se nasce da una valutazione esistenziale o aziendale, poco cambia: con l’annuncio «non mi ricandiderò», «sosterrò sempre il M5S, ma al di fuori dei palazzi istituzionali», Alessandro Di Battista fa quello che non t’aspetti da un politico, e dunque quello che più serve a un Movimento spesso appannato nella sua metamorfosi-partito: mostrarsi diverso dai politici tradizionali.
Che lo sia realmente, diverso, poco importa, adesso. La mossa di Di Battista così lo fa sembrare.
Se Di Maio è il suo D’Alema, Di Battista si candida a fare il suo Veltroni.
La sceneggiatura è stata costruita per tempo. Già  a settembre Dibba creò una buona suspense tra i suoi fan confidandosi con amici e facendo quindi uscire questa frase, «ragazzi, non so se mi candiderò di nuovo a questo giro. Ho voglia di fare tante altre cose. Ho voglia di tornare a scrivere».
E alla festa cinque stelle di Rimini non andò, rendendo evidente come fossero altre in quel momento le sue priorità : la nascita del primo figlio è sicuramente una di queste.
Si collegò in video, proprio lui, il più amato fisicamente dalla folla grillina, e disse «è giusto non candidarsi, non è il mio ruolo. Mi sento un libero battitore. Ognuno ha il suo ruolo. Voglio essere totalmente libero di portare avanti le battaglie in cui credo». Sconcerto tra la folla, che non ci volle credere.
I suoi fan speravano di no, i suoi detrattori si domandavano chi è che mai, in Italia, rinuncia a quella poltrona. E invece ieri sera, zac, colpo di scena.
Chi lo conosce dice che Di Battista ha detto «farò politica a modo mio»: si porta enormemente avanti nella battaglia politica, pronto a una leadership futura tra i grillini che a questo punto pare certa per acclamazione, sia quando sia.
Per ora può far politica anche facendo tour elettorali, in fondo è lui quello del papà  col busto di Mussolini nell’ingresso di casa, ma anche delle foto in brandina posando alla Che Guevara di Roma Nord, dei tour in scooter, delle «spremute di umanità » con cui Il Foglio lo sfotte; oppure scrivendo libri, con ottimi contratti editoriali: il prossimo sarà  un memoir dedicato alla sua paternità , per il gruppo Mondadori (immaginate anni fa cosa gli avrebbe detto Casaleggio, se avesse scritto per una casa editrice di Berlusconi).
Chi ragiona in chiave tutta politica vede solo che l’ex catechista della parrocchia di piazza dei Giuochi Delfici a Roma (l’altra catechista con lui era la moglie dell’allora governatore di Bankitalia Fazio, coi figli del quale Dibba era ottimo amico) si tiene pronto per il prossimo giro, in caso di durata breve della legislatura: Di Battista, così, non si sarebbe bruciato il secondo mandato. Ma sarebbe politichese, e questa mossa non appartiene (solo) al politichese.
Nella politica come performance per ottenere clic, produrre ads (pubblicità ) politiche sui social, e visualizzazioni, la scena intelligente della rinuncia di questo ex animatore di villaggi si vende benissimo.
Specie se recitata dal più telegenico dello spettacolo. Un performer costruito e coccolato dall’azienda: Di Battista fu scoperto e portato alla Casaleggio da Mario Bucchich, il socio storico di Gianroberto.
Casaleggio senior gli diede tremila euro per girare il Sudamerica e scrivere un libricino, poi risultato terzomondista (“Sicari a 5 euro”), venduto per Adagio (la casa editrice della srl). Partì a 25 anni, con l’allora fidanzata, stette in Colombia e Guatemala, poi ritornò per candidarsi (chiamato da Casaleggio; lui voleva restare).
Tornato, cominciò a suggerire di leggere Che Guevara e Marx ad amici che li avevano scoperti a 17 anni. Dibba è così, tocca una cosa e si convince di averla scoperta lui.
Ebbe altre fidanzate, per esempio la fascinosa A. G., moldava, annunciata in gran spolvero e poi sparita.
O la compagna attuale, che lo ha reso papà , una francese che potrebbe rivelarsi, anche, ottima consigliera.

(da “La Stampa”)

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