Settembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO CANDIDATO UNICO: NEL MIRINO LE REGOLE CAMBIATE NEGLI ULTIMI GIORNI… LA BASE E’ SCONCERTATA
Non doveva finire così. Lo sconforto che si respira nelle stanze del M5S alla Camera e al Senato consegna l’impressione che qualcosa sia davvero andato storto, che il meccanismo si sia inceppato malamente.
I dipendenti compulsano ossessivamente la rete e i social network per capire quale sia l’umore degli italiani di fronte a questo enorme pasticcio della votazione online. L’hashtag #gigginarie rimbalza impietoso da un profilo all’altro, il sarcasmo e gli sfottò annacquano ovunque qualsiasi parvenza di credibilità .
La base del M5S è incredula, una grossa fetta dei parlamentari si lamenta nelle chat e per la prima volta il bersaglio diventa Davide Casaleggio.
Qualcuno anche nello staff e nella fedele cerchia di Luigi Di Maio, leader già consacrato, storce il naso.
È lui, il figlio del fondatore, l’erede della società di consulenza che decide le strategie del M5S e gestirà la votazione sulla piattaforma Rousseau, a essere considerato il principale responsabile di queste primarie sconnesse e surreali.
Anche perchè, appunto, sarebbe dovuta andare diversamente. Il 5 settembre era ancora in piedi l’ipotesi di votare secondo il metodo adottato nel 2013 per le candidature al Quirinale: primo turno aperto, secondo turno ristretto alla rosa dei più votati. Poi qualcosa è cambiato.
Il terrore di altri attacchi hacker ha condizionato la decisione di Casaleggio jr e lo ha convinto a puntare sul metodo delle autocandidature.
Di fatto una garanzia maggiore per Di Maio, perchè ha tagliato di netto le ambizioni di tutti i suoi più forti competitor. Il risultato però è sotto gli occhi di tutti. Di Maio veleggia verso la vittoria senza un vero e proprio sfidante, ma contro sette comparse convinte a partecipare per evitare la farsa della gara in solitudine del futuro candidato.
Tutti i protagonisti di questa storia un po’ sgangherata tacciono o quasi.
Alessandro Di Battista si sfila e lo fa con un annuncio che crea un altro scompiglio. «Tra poco si inizierà a votare e invito alla massima partecipazione».
Tra poco? Si scopre così che non è escluso che il voto, previsto con tanto di proclamazione per sabato a Rimini, nel secondo giorno di festa del M5S, possa essere anticipato.
Aspettare ancora quattro giorni – è il timore di Casaleggio – significa dare il tempo agli hacker di fare quello che vogliono e alle voci più critiche, che si stanno alzando dalla pancia del M5S, di ingigantirsi.
Roberto Fico, il grande atteso, lo sfidante che alla fine non è stato tale, continua ad opporre un insistito silenzio a Casaleggio jr, a Grillo e allo staff, che fino all’ultimo hanno sperato nella sua candidatura per scongiurare questo epilogo.
Escluso dal palco di Rimini, Fico, secondo alcuni parlamentari a lui vicini, potrebbe anche non presentarsi alla kermesse.
Sarebbe un gesto clamoroso, forse il preludio di un addio o di una nuova battaglia da combattere con l’armatura del dissidente. Un suo post, comunque, è atteso a ore.
Mai come ora, però, il M5S si è chiuso a qualsiasi domanda di chiarimento, insensibile alle accuse di opacità .
Ma così funziona ormai nella creatura di Grillo all’alba di un nuovo inizio con Di Maio candidato e capo politico.
Una prospettiva che per i custodi dell’ortodossia o i semplici nostalgici delle origini è indigesta. L’unico a dirlo apertamente resta il deputato Luigi Gallo.
Chiede ai candidati di rifiutare il ruolo di capo politico: «Auspico che prima della votazione si separino» le cariche. «È la cosa più sana, che tranquillizzerebbe tutta la comunità del M5S».
Chiede insomma che capo politico resti Grillo, come garanzia di unione.
Ma il comico, ormai leader riluttante, non vuole, e lo ha detto anche a Fico. Non vuole più caricarsi di responsabilità politiche, delle beghe interne, nè vuole vagare per le aule di giustizia di ricorso in ricorso. «Se ne occuperà Di Maio».
Ieri, intanto, è rimasto a Roma, all’Hotel Forum. Nessuno gli ha fatto visita fino a sera. Tutti i contatti sono stati telefonici. Grillo però non resiste al gesto teatrale e cala le lenzuola dalla finestra per simulare una fuga.
E così, forse inconsapevolmente, svela il desiderio di non rimanere più prigioniero del suo Movimento.
(da “La Stampa”)
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Settembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
AVEVA CRITICATO IL PROGETTO DELO STADIO RIFIUTANDOSI DI VOTARLO… SOSPESA, AVEVA CITATO GRILLO DAVANTI AL GIUDICE….L’AVV. BORRE’ COLPISCE ANCORA
La consigliera capitolina Cristina Grancio resta nel M5S. 
A quanto scrive l’Adnkronos, il Collegio dei Probiviri ha annullato il provvedimento di “sospensione cautelare” per un vizio di procedura nei confronti della consigliera grillina, finita nel ‘mirino’ del M5S per le critiche espresse sul progetto del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle.
Grancio, che era stata sospesa il 9 giugno scorso dopo essersi rifiutata di votare sulla delibera in commissione, non partecipò alla votazione della delibera approvata il 14 giugno dalla maggioranza M5S in Assemblea Capitolina.
Con l’annullamento del provvedimento di sospensione, viene dunque chiuso il procedimento disciplinare nei confronti della Grancio.
Cristina Grancio aveva portato Beppe Grillo in tribunale con l’ausilio dell’avvocato Lorenzo Borrè per chiedere l’annullamento della sua sospensione.
Successivamente, come capitato a Giulivi ed altri, la consigliera comunale era stata sottoposta a pubblico processo per essersi azzardata a portare Beppe in tribunale.
La Grancio non era nemmeno stata fatta entrare alla festa del M5S Roma con Raggi e Grillo. L’annullamento della sospensione oggi fa pensare che il M5S Roma si è reso conto dell’impossibilità di sostenere la bontà delle motivazioni che hanno portato alla sanzione davanti a un giudice, dove spesso ai legalitari grillini dice male
Perchè il M5S si rimangia la sospensione di Cristina Grancio?
Come avevamo fatto notare nell’articolo che annunciava il ricorso di Grancio, tra le motivazioni c’erano molte contestazioni formali.
Ovvero che la procedura che ha portato alla sospensione della consigliera Grancio prevede che «Nei casi nei quali è applicabile una sanzione disciplinare, il gestore del sito, su segnalazione comunque ricevuta che non risulti manifestamente infondata, ne dà contestazione all’interessato con comunicazione a mezzo e-mail, assegnandogli un termine di dieci giorni per la presentazione di eventuali controdeduzioni, dandone comunicazione al collegio dei probiviri, al quale vengono successivamente trasmesse anche le controdeduzioni eventualmente presentate. Nei casi più gravi, il collegio dei probiviri ha facoltà di disporre la sospensione cautelare dell’iscritto, dandogliene comunicazione a mezzo e-mail».
Nell’occasione però il gestore del sito, sosteneva la parte in causa, non ha inviato alcuna comunicazione della contestazione disciplinare: «Si rileva che nel caso specifico il potere sanzionatorio “cautelare” è stato esercitato in difetto delle condizioni indicate nel Regolamento, e cioè la preventiva ricezione della contestazione da parte del Gestore, con conseguente illegittimità del provvedimento di sospensione “cautelare”», si sostiene nell’atto
Un errore nella procedura potrebbe invalidare tutto
Proprio per questo Cristina Grancio contestava una violazione del diritto alla difesa, perchè in quella comunicazione dovevano essere elencati i motivi oggetto del provvedimento disciplinare. Vero è che nella lettera che le hanno inviato i probiviri era presente un generico riferimento a «2. “dichiarazioni pubbliche contrarie alle decisioni assunte dal gruppo a maggioranza, nonchè nella presentazione in consiglio comunale di atti contrari alla posizione della medesima maggioranza e in atteggiamenti volti a favorirne la bocciatura di un progetto”».
Ma, appunto, a parte che la Grancio non ha fatto dichiarazioni pubbliche contrarie alle decisioni del gruppo M5S in Aula Capitolina, mancava appunto la comunicazione di partenza del procedimento.
“ IL COLLEGIO DEI PROBIVIRI
Nel procedimento disciplinare nei confronti di Cristina Grancio
Vista la comunicazione del gestore del sito del Movimento 5 stelle pervenuta in data odierna, relativa alla posizione della consigliera capitolina, Cristina Grancio, con riferimento ai fatti oggetto del presente procedimento disciplinare, il cui contenuto è da intendersi integralmente richiamato nel presente provvedimento;
Visti gli artt. 4 e 5 del regolamento del Movimento 5 Stelle;
Considerato che, secondo quanto segnalato, Cristina Grancio, avrebbe tenuto un comportamento scorretto nei confronti del gruppo consiliare e non rispettoso della sua linea politica. Tale comportamento, in particolare, si sarebbe estrinsecato in dichiarazioni pubbliche contrarie alle decisioni assunte dal gruppo a maggioranza, nonchè nella presentazione in consiglio comunale di atti contrari alla posizione della medesima maggioranza e in atteggiamenti volti a favorirne la bocciatura di un progetto
[…] Roma, 9 giugno 2017
Riccardo Fraccaro
Nunzia Catalfo
Paola Carinelli”
Non solo: faceva notare all’epoca l’avvocato Borrè che il voto contrario alle indicazione dei gruppi parlamentari non è mai stato motivo di provvedimento disciplinare per i parlamentari M5S, «tant’è che come risulta dall’elenco pubblicato da Openpolis — che si allega — i voti contrari contrari alle indicazioni del rispettivo Gruppo ascrivibili a ciascun senatore pentastellato oscillano da un minimo di 43 ad un massimo di 218, con una media di 120 voti contrari a testa, mentre alla Camera i voti contrari oscillano tra un minimo di 13 ad un massimo di 361».
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
GLI ALTRI CANDIDATI DI FACCIATA SONO ILLUSTRI SCONOSCIUTI
Il primo è Vincenzo Cicchetti, 61 anni, imprenditore informatico di Riccione, consigliere comunale per i pentastellati (era entrato come riempilista) che alla voce dichiarazione di intenti scrive: «Un solo metro di giudizio e condotta: BuonSenso nel pieno rispetto della volontà manifestata dai cittadini!! Si all’esperienza, alla competenza, al merito, alla fatica, al lavoro serio e responsabile. No all’arrivismo, al pressapochismo, al parassitismo, all’inefficienza, al paraculismo, all’improvvisazione».
Nel mirino di Cicchetti in particolare Di Maio: «Ci è stato imposto solo perchè giovane e telegenico. Ma non possiamo presentarci con uno che non è laureato, non ha mai lavorato e non sa l’inglese».
Elena Fattori, di Genzano Di Roma, di anni ne ha 51 e siede fra i banchi del Senato . Sulla sua pagina Facebook spiega perchè ha deciso di «metterci la faccia».
Andrea Davide Frallicciardi, 39 anni, Perito Elettronico di Figline Valdarno (di cui è stato consigliere comunale fino alla fusione con Incisa Valdarno) ha un curriculum fatto di esperienze in ambito informatico, si occupa di assistenza tecnica presso un gruppo informatico, cui aggiunge «eccellenti» competenze artistiche, una grande passione per la musica. Si candida per «riportare in prima fila i cittadini», per far sentire il «fiato sul collo», per dedicare il suo tempo ad una «missione», prima, promette, di ritornare al suo lavoro: «Siamo umani, cittadini prestati alla politica, a termine».
Domenico Ispirato di anni ne ha 53, geometra napoletano trasferito a Verona per seguire la moglie insegnante. Iscritto al Blog di Grillo dal 2009, consigliere in circoscrizione, dichiara di avere creato mestiere per «disagio» nella società in cui lavorava, dedicandosi alla passione di sempre, la cucina. È fra i membri dell’associazione che porta avanti l’idea di dotare Verona della prima pista ciclabile, il «Ring Scaligero».
Gianmarco Novi, 40 anni, di Monza, ha una azienda che si occupa di eco marketing e risparmio energetico. Cintura nera di arti marziali tradizionali cinesi, per «motivi si salute, etici e ambientali», da tre anni è vegano.
Attivista grillino dal 2008, già consigliere comunale si propone di «riportare in Italia la Sovranità Monetaria, istituire il Bilancio Partecipativo Statale, istituire i Referendum Dispositivi e Abrogativi sul modello Svizzero».
Nadia Piseddu , 28enne di Vignola, è laureata in Ingegneria Aerospaziale e lavora in una azienda che si occupa di stampaggio e imballaggio . È stata nel 2014 candidata sindaco nel suo paese, dove ha fondato il gruppo grillino, organizzando «aperitivi e pizzate pentastellate». Alla voce Esperienze politiche scrive: «NADIA NADIA NADIA NADIA».
Lapidaria la scheda Marco Zordan. Di lui si sa solo che è una artigiano di 43 anni, di Arzignano, in provincia di Vicenza.
Tra delusi, tifosi di Di Maio e difensori dell’unità del M5S, gli iscritti si dividono nel commentare sul blog la lista dei candidati: «Chi va a votare una simile lista? Da ridere, se non fosse in gioco il futuro del M5S, il nostro M5S!», protesta Maurizio mentre un altro utente confessa: «ci aspettavamo di più».
«Molto deluso! Nessun nome noto tranne Di Maio», osserva Lucio.
Maria sottolinea: «Mi spiegate che caspita di lista è questa? O Di Maio o emeriti sconosciuti (tranne la senatrice). Se la logica è che qualunque persona va bene per portare avanti il programma allora non c’era bisogno di tutta questa procedura».
Ma c’è chi, tra i primi commenti, difende comunque la scelta della lista.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
INTORNO A LUI PARLAMENTARI, COMUNICATORI, AFFARISTI… E SILVIA VIRGULTI, LA POTENTE E MISTERIOSA DONNA DEL CAPO
Appena eletto, per via dei suoi ventisei anni, lo chiamavano “il cucciolo”: un nomignolo fuori
luogo. Perchè Luigi Di Maio, il virgulto magico dell’M5S, un cucciolo non lo è stato mai.
A ventun anni, nel 2008, da iscritto a Giurisprudenza e sconosciuto fondatore di una associazione studentesca, Di Maio riuscì nel colpaccio di intervistare un signore dall’agenda tutt’altro che vuota: il prefetto di ferro Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, in quel momento commissario per i rifiuti in Campania.
Uno sprovveduto, insomma, almeno per capacità di relazioni, Giggino da Pomigliano d’Arco non lo era neanche allora.
E adesso che – con la festa a Cinque stelle di Rimini e l’indicazione che sarà il candidato premier del Movimento si appresta a coronare la conquista di un ruolo al quale ha lavorato per un quinquennio; solo adesso si può abbracciare in un sol colpo l’implacabile ambizione grazie alla quale è riuscito – senza troppo darlo a vedere e anzi rendendo il risultato scontato, persino banale – a scalare il Movimento Cinque stelle fino a farne una creatura tutta Di Maio-oriented. A mangiarselo in un bel boccone, l’M5S: altro che cucciolo.
L’ARTE DEL TRAMPOLINO
«A molti studenti è stato fatto credere che la politica universitaria fosse il trampolino di lancio per la politica in generale, quella che vediamo in tv», invece «l’importante è l’esperienza della partecipazione, poi è un percorso naturale».
Ecco, quando nell’inverno 2013 da studente impegnato si candida per la Camera e parla così in un video forum, Di Maio ha già chiarissima la dinamica del trampolino: dall’università al Movimento, in quel caso.
Ce l’ha chiara e la nega. Trampolino io, ma quando mai. «Quando ho visto i fuori onda di Favia e Salsi, ho pensato che volessero usare il Movimento come trampolino», rimarca ad Avvenire, nella sua prima intervista da candidato M5S. Niente trampolini, proclama lui. Il percorso deve essere “naturale”.
Proprio come gli è “venuto naturale”, anni dopo, fidanzarsi con la sua attuale (e fondamentale) compagna, Silvia Virgulti.
Naturalmente, quindi, e non per calcolo, nell’inverno 2013 grazie a quella che nel libro sui Cinque stelle di Biondo e Canestrari (Supernova) è definita una «meticolosa conoscenza dei regolamenti parlamentari», Di Maio agguanta una delle tre chiavi del suo successo: il ruolo di vicepresidente della Camera.
L’incarico più importante nel M5S, che gli consente uno staff, una segreteria e insomma di avere più potere, autonomia.
E di averceli a prescindere dai diktat di Grillo e di Casaleggio: dei quali diventa, al contrario, un punto di riferimento, una voce ascoltata.
«Di Maio è fantastico», dice Grillo a Renzi un anno dopo, quando nell’inverno 2014 si incontrano al tavolone delle consultazioni per il governo. Di lì a poco Di Maio spiccherà il volo: a giugno di quell’anno sarà il capo delegazione a Cinque stelle che tratta con il premier sulla legge elettorale, non lo ferma più nessuno.
Comandano i fondatori del Movimento, certo, ma le regole le detta lui. «Vogliamo cambiare le cose. Ma dal di dentro. Non vogliamo stravolgere le cariche istituzionali», era stata del resto la sua prima dichiarazione da vicepresidente della Camera.
IL GASTEROPODE
E così, rannicchiato dentro il Movimento come un gasteropode, come una lumaca democristiana dentro il guscio grillino, il giovane virgulto Luigi Di Maio si costruisce la sua fortezza.
Un sistema di relazioni, dentro e fuori M5S.
Dentro, si mette vicino quelli che contano qualcosa e disobbediscono zero, instaurando peraltro un circolo che si può definire persino virtuoso, nel suo genere. Vale a dire: chi conta qualcosa sta con Di Maio, e forse anche per questo continua a contare, o almeno va un po’ più in televisione.
Non è nemmeno difficile: a volte, per entrare nelle grazie, è sufficiente cedere all’aspirante leader le proprie buone idee.
È ancor più che vecchia politica: è solida e antica tradizione modello Re Sole.
Tra i fedelissimi di antico conio vi è Alfonso Bonafede, avvocato, che è rimasto vicepresidente della commissione Giustizia pure nella seconda metà della legislatura, nonostante gli sia cambiato il mondo intorno.
Come anche il segretario in ufficio di presidenza per i Cinque stelle, Riccardo Fraccaro, uomo di contatto con le aziende partecipate e i lobbisti in genere, papabile come eventuale ministro della democrazia diretta in un futuribile governo a Cinque stelle, e talmente incline al contraddittorio da rispondere «che ne pensi?» a qualsiasi domanda.
Ci sono Danilo Toninelli, uomo chiave per tutte le faccende di legge elettorale, o Mattia Fantinati, al Senato Nunzia Catalfo.
Ovviamente ci sono gli emergenti sul territorio: Cancelleri in Sicilia, ma anche Berti in Veneto, Alice Salvatore in Liguria, Buffagni in Lombardia.
Tra i nuovi ingressi, la piemontese Laura Castelli, che è la tesoriera del gruppo Camera: quella che giusto nell’ultimo anno si è vista esplodere sotto il naso, fino a un +375 per cento, le spese destinate alla comunicazione del gruppo, cioè soprattutto alla comunicazione di Di Maio.
DONNE, AMICI, LOBBISTI
Perchè mentre da fuori il movimento muta, e gli attivisti diventano fan, da dentro l’asse principale, il crocevia, il metro, diventa lui solo.
Altri due elementi sono fondamentali, a determinare questo disegno: il patto di non belligeranza con Alessandro Di Battista, che sarebbe poi l’unico in grado di contendergli la leadership; e, fondamentale, l’arrivo della Virgulti.
Un ciclone, nella vita del non cucciolo di Pomigliano d’Arco.
Arrivata alla Casaleggio attraverso i fratelli Pittarello, spedita a inizio 2014 da Gianroberto a fare la coach tv ai parlamentari e poi stabilizzata all’ufficio comunicazione della Camera, Virgulti è una misteriosa e intoccabile divinità laica del Movimento.
Perchè è la donna del capo, ma non solo. Laureata in glottologia, esperta di Programmazione neurolinguistica, e coautrice di un corso d’inglese nel quale si applicano alcuni grandi classici manipolativi di quella controversa teoria, contiene in sè molti dei contraddittori elementi del mondo grillino.
Tra il new age e l’iper tecnologico, tra l’animalista e il moderato no vax, Virgulti risulta ad esempio curiosamente nella lista delle “mujeresquedespiertan” (donne che risvegliano) come pure delle Moon Mother italiane, cioè è, citiamo dal sito, «una donna che ha sentito nel cuore il richiamo a farsi tramite per la vibrazione del Divino Femminile condivisa durante la Benedizione Mondiale del Grembo» e che la trasmette «personalmente ad altre donne per facilitare il loro risveglio e la loro guarigione profonda».
Quando non pensa alla vibrazione del Divino femminile, Virgulti si perita di eliminare le proprie tracce dalla rete: l’ultima volta, la settimana passata, cancellando da Facebook ogni traccia del proprio profilo; ma anche del suo blog sull’inglese non vi è più alcun segno.
Di Maio poi non potrebbe fare a meno di quella che forse è l’ultima metamorfosi che lo porta al suo profilo attuale.
Vale a dire, il consigliere per le relazioni istituzionali Vincenzo Spadafora: suo uomo ombra dal 2016 e terza chiave di volta del virgulto magico, pure lui campano e senza laurea, trasversale oltre ogni immaginazione (nato con Rutelli e Pecoraro Scanio, nominato garante per l’infanzia da Fini e Schifani, nel mezzo presidente all’Unicef) fondamentale per tessere la rete nazional-internazionale e organizzare tutti i viaggi di peso dell’aspirante leader: la trasferta a Londra, il viaggio in Israele, l’incontro all’Ash Center di Harvard della scorsa primavera, e via elencando accreditamenti che Di Maio, tramite Spadafora, ha realizzato come rappresentante del Movimento, pur senza avere alcuno specifico mandato.
Un lavorio che sta dando i suoi frutti e che è già valso per Spadafora un eventuale posto a Palazzo Chigi.
A tutto svantaggio di un personaggio pur potente nel movimento come Rocco Casalino, che contrariamente alle aspettative sarebbe destinato a rimaner fuori dal governo.
O almeno così dicono.
(da “L’Espresso”)
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Settembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
PARLA L’EX CONSIGLIERE M5S BERTOLA: “QUESTE VOTAZIONI NON SONO MAI STATE UNA COSA SERIA, CHI CERCA DI FERMARE LA DERIVA DEL MOVIMENTO VIENE BLOCCATO”…”DI MAIO E’ LUNICO ITALIANO AD AVERE GIA’ UNA PENSIONE PRIMA DI AVER FINITO GLI STUDI”
Scrivo questo post per ringraziare tutti quelli che, con la massima serietà , mi hanno incoraggiato in questi giorni a partecipare alle “gigginarie”, le votazioni per nominare ufficialmente come futuro premier del Movimento 5 Stelle il “candidato naturale” Luigi Di Maio, l’unico italiano che ha già una pensione prima ancora di aver finito gli studi.
Sono tanti, tra cui persone di grande valore, molti di quelli che hanno fondato il M5S in varie parti d’Italia, per poi diventare, come me, dei fuoriusciti o dei critici pensanti; e mi ha fatto piacere che abbiano pensato a me, uno dei pochi critici tecnicamente in regola per candidarsi, come possibile rappresentante della delusione collettiva.
Ho tuttavia deciso che non fosse il caso di presentare la mia candidatura, e vi spiego perchè.
Intanto, io sono una persona seria, per cui, paradossalmente, avrei potuto accettare più facilmente se le gigginarie fossero state una cosa seria.
Cioè, non l’avrei fatto comunque per scelta personale, perchè la passione per la politica resta ma prima vengono il mio lavoro e la mia famiglia, che ho sacrificato per troppi anni; per motivi politici, perchè comunque non ho alcuna intenzione di rimettere la mia faccia al servizio di ciò che il M5S è diventato oggi, nemmeno come oppositore interno; e perchè non so che competenze abbia io per fare il presidente del consiglio (però, se lo può fare Di Maio lo può fare chiunque).
Tuttavia, candidarsi con la possibilità concreta di rovesciare la deriva del Movimento 5 Stelle verso un partito qualunque, di riportarlo ai principi originari, di cacciare i mediocri che ne hanno preso il controllo e gli esagitati che ne sono i pretoriani in rete, o perlomeno di avviare un dibattito serio con la base, di provocare un sussulto di coscienza negli ex cittadini attivi ora diventati militanti, avrebbe avuto un senso.
Ma questa possibilità non c’è, e questo è evidente – oltre che dai precedenti, vedi il caso di Genova – da come è stata concepita tutta l’operazione: con l’annuncio il venerdì pomeriggio per il lunedì mattina, senza alcun preavviso, senza alcuna indicazione di cosa sarebbe successo dopo, senza comunque il tempo per alcun tipo di approfondita discussione collettiva, visto che già si era detto che sabato prossimo sarebbe stato tutto finito.
Se anche io o qualsiasi altro candidato davvero alternativo ci fossimo messi in gioco, anche solo per provocazione, avrebbero trovato una scusa per escluderci; o peggio ci avrebbero fatto correre in una gara truccata, in cui prima ci avrebbero rovesciato addosso una tonnellata di fango, descrivendoci come rosicatori in cerca di visibilità o di un contentino, e poi ci avrebbero sottoposti al gioco di una piattaforma priva di trasparenza, frequentata ormai quasi solo da squadristi da social e truppe in carriera; e infine, dopo averci concesso dieci voti in tutto, ci avrebbero usati per legittimare la nomina di Di Maio, già decisa dall’alto da un pezzo.
Con questa gente ho, abbiamo già perso troppo tempo: non vale la pena nemmeno di partecipare al voto. Si facciano la loro strada da soli, chiusi in un circoletto di mediocrità , di ambizioni sproporzionate alle capacità , di complottismi, di propaganda e di rabbia popolare montata ad arte, con cui nessuna persona dotata di un minimo di raziocinio e di credibilità vuole più avere a che fare (l’avete letta la lista dei “grandi artisti” di Rimini?).
Forse troveranno all’ultimo altri candidati semisconosciuti per fingere una democrazia di cartone, ma la votazione per acclamazione di un candidato unico, il perfetto contrario della partecipazione popolare attiva, sarebbe un ottimo simbolo per smascherare il loro inganno.
Magari, nel triste panorama politico dell’Italia odierna, Di Maio e soci andranno anche al governo, regalandoci inferni lastricati di buone intenzioni, diktat ideologici da stato libero di Bananas, e disastri su scala nazionale.
Ma non avranno la soddisfazione di poter dire che, ancora una volta, sono riusciti a sfruttare le energie e le intelligenze dei cittadini e degli attivisti di un tempo per legittimare la propria personale scalata al potere.
Vittorio Bertola
ex consigliere comunale a Torino per il Movimento 5 Stelle.
(da “L’Espresso”)
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Settembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IL FINANCIAL TIMES: “SCARSA TRASPARENZA DEI CAPI DEL MOVIMENTO”… L’AVVOCATO DEI DISSIDENTI: “VIOLATO L’ART 7 DEL NON STATUTO”
Da imbattibile super-favorito a imbattibile per assenza di avversari “alla sua altezza”: scaduto il termine per l’invio delle candidature, Luigi Di Maio resta per ora l’unico “big” in corsa per le primarie del M5S. Ma in arrivo ci sarebbero i nomi di altri esponenti “minori” del Movimento.
Nessuno dei leader pentastellati si è fatto avanti per sfidare il vicepresidente della Camera.
Lo stesso Alessandro Di Battista su Facebook ribadisce di non voler correre: “È la scelta giusta. Tra poco si inizierà a votare e invito alla massima partecipazione”. Rinuncia definitivamente a candidarsi anche Roberto Fico, esponente dell’ala ortodossa e in dissenso con la regola secondo cui il vincitore delle primarie sarà anche il capo politico del M5S, ruolo finora tenuto da Grillo.
Un dissenso che Beppe Grillo, arrivato ieri sera a Roma, proverà a placare incontrando probabilmente lo stesso Fico, che paventa il rischio che una serie di poteri sia accentrata non più nel “garante” ma in un suo esponente, presumendo così un conflitto di interessi.
Un tema ripreso anche dal Financial Times, che dedica un’intera pagina alla “scarsa trasparenza” dei capi del M5S, in riferimento a Davide Casaleggio e al ruolo della sua società all’interno del Movimento. Ruolo che, secondo quanto sostiene il principale quotidiano economico britannico, sarebbe “coperto da segretezza”.
Per il resto, il rebus sui candidati sembra risolversi in un nulla di fatto. Silenti Barbara Lezzi e Nicola Morra.
Fuori dai giochi anche Roberta Lombardi, che venerdì ha annunciato ufficialmente su Facebook la sua candidatura alla presidenza della Regione Lazio nel 2018.
Mentre un altro potenziale avversario di Di Maio, Carlo Sibilia, si fa da parte augurando “in bocca al lupo” a chi correrà alle primarie e richiamando il Movimento delle origini.
Ma in coda alle polemiche interne c’è un’altra ombra all’orizzonte delle primarie, quella dei ricorsi.
“Le regole violano l’art.7 del ‘Non Statuto’ sul punto degli indagati e il codice civile vietando a chi ha fatto causa al Garante di candidarsi”, spiega l’avvocato Lorenzo Borrè rivelando di essere stato contattato, in via precauzionale, già da diversi iscritti. E Borrè oggi sarà al Tribunale di Palermo, chiamato a decidere se confermare o meno il congelamento delle Regionarie in Sicilia dopo il ricorso di Mauro Giulivi.
L’Isola dove, anche ieri, è tornato il candidato premier in pectore Di Maio, a testimonianza di una partita che si preannuncia più difficile del previsto.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
LA RISERVA VERRA’ SCIOLTA ENTRO LE 12 DI LUNEDI, DIPENDE DALLE GARANZIE CHE GRILLO DARA’ SUL CAPO POLITICO
Beppe Grillo arriva a Roma. Tocca a lui mettere pace dentro il Movimenro 5 Stelle in agitazione
dopo la pubblicazione delle regole per le primarie che serviranno a scegliere il candidato premier.
È possibile che il leader pentastellato incontri sia Luigi Di Maio finora unico in corsa, sia Roberto Fico alla guida dell’ortodossa che chiede garanzie sul ruolo del capo politico.
Per ora nessuno si palesa come sfidante di Di Maio.
La deadline è fissata per lunedì alle 12, termine per la presentazione delle candidature, ma per adesso Luigi Di Maio non ha sfidanti.
Anzi, Carlo Sibilia con un post si tira indietro, mentre riflette in silenzio ancora Roberto Fico, tormentato su cosa sia più opportuno fare in questa partita che decreterà le sorti del Movimento 5 Stelle.
In ballo c’è la premiership, ma nello stesso tempo c’è molto di più perchè dalla consultazione online si capirà quale sarà il nuovo corso grillino.
In queste ore infatti l’ala ortodossa che non si ritrova in Luigi Di Maio sta chiedendo garanzie direttamente a Grillo e i contatti sono stati talmente infuocati che Grillo ha deciso di scendere a Roma.
I duri e puri non vogliono che Di Maio, oltre che candidato premier dei 5 Stelle, diventi il capo politico del Movimento, temono “l’uomo solo al comando” – così che viene definito Di Maio dai duri e puri – e alcuni dei quali meditano anche l’abbandono del Movimento se Beppe Grillo dovesse cedere il passo.
Ed è per questo che il post di Sibilia, già componente del Direttorio, appare come un’esortazione a rimanere quelli di un tempo: “Chiunque di noi sarà scelto dalla rete per il ruolo di Presidente del Consiglio ha già una strada tracciata ben chiara. La strada ha un nome e si chiama programma. Questa persona sarà un pezzo di un’orchestra dove il direttore è il popolo. Sarà il primo violino se volete, ma che suonerà insieme a tutti gli altri la stessa sinfonia”.
Sibilia, il cui nome circolava tra i possibili sfidanti di Di Maio, si tira indietro augurando buona fortuna a chi scenderà in campo, ma nello stesso tempo ricorda le origini grilline e non è un caso se sceglie di farlo alla vigilia delle primarie che stanno agitando il Movimento proprio perchè chi vincerà sarà , con ogni probabilità , anche il capo politico del Movimento.
Gli ortodossi sono tormentati su cosa fare.
Qualcuno vorrebbe che Fico si candidasse e fa pressing su di lui: “Così ci contiamo una volta per tutte e facciamo vedere che Di Maio non ha il consenso di tutti”, dice un senatore.
Vi è però la paura di raggiungere una percentuale troppo bassa, soprattutto perchè un endorsement di Alessandro Di Battista catalizzerebbe gran parte dei voti su Di Maio, lasciando gli ortodossi a bocca asciutta: “Chiunque contro Di Maio prenderebbe lo 0,02%. La sua è candidatura costruita ormai da troppo tempo”.
Secondo qualcuno invece resta comunque una partita da giocare per dimostrare che nel Movimento c’è un controcanto. Ma così probabilmente non sarà .
È possibile che alla fine nessuno osi sfidare Di Maio, quindi i vertici pentastellati.
In cambio però Grillo dovrà dire che il capo del politico sarà ancora lui.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
NUTI: “IO SOSPESO PERCHE’ INDAGATO, RAGGI INDAGATA RESTA AL SUO POSTO E DI MAIO INDAGATO PUO’ ADDIRITTURA FARE IL PREMIER”
Dopo settimane di attesa Luigi Di Maio formalizza la sua canditura alla premiership. Il vice presidente della Camera lo ha annunciato in un post su Facebook: “Siamo ancora qui, più forti di prima. E ora dobbiamo completare l’opera: andiamo a Palazzo Chigi e facciamo risorgere l’italia. Oggi ho accettato la mia candidatura a Premier per il Movimento 5 Stelle”.
Di Maio è attualmente l’unico in corsa alle primarie, per candidarsi ci sarà tempo fino al 18 settembre alle ore 12 ma nessuno dei possibili sfidanti ha ancora ufficializzato la candidatura.
L’annuncio, che era dato ormai per scontato all’interno e al di fuori del Movimento, arriva dai banchetti degli attivisti di Caltanissetta, tappa del tour per le elezioni regionali in Sicilia.
Di Maio con le nuove regole per le primarie pubblicate sul blog a 5 stelle ha potuto candidarsi alla premiership nonostante risulti indagato dalla Procura di Genova per diffamazione dopo la querela presentata dall’ex candidata sindaco Marika Cassimatis, poi espulsa dal Movimento.
In gioco non c’è solo la candidatura alla premiership a Palazzo Chigi ma anche la nomina a capo politico del Movimento, al posto di Beppe Grillo
Le polemiche erano scoppiate già dopo la pubblicazione delle regole per le primarie dall’ala ortodossa del Movimento, quella che nell’ultimo anno si è contrapposta più volte al delfino Di Maio.
Il primo ad attaccare è stato il deputato dei Cinque stelle Luigi Gallo che dalla sua bacheca Facebook ha scritto:”Dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo al Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio. A voi i commenti! Tutti gli iscritti devono sapere quali sono i poteri del capo politico poco definiti dal regolamento interno”.
Essere eletto capo politico significa infatti disporre di ampi poteri di controllo del Movimento. “Il capo”, scrive Gallo, “indice le votazioni in rete, sceglie i temi da mettere in votazione, può far ripetere un voto per le modifiche al non statuto e al regolamento e ripetere votazioni che in prima istanza erano state limitate agli iscritti di una città o di una regione estendendole”.
Critiche anche dal dissidente Riccardo Nuti, ex cinque stelle, sospeso dopo l’affaire delle firme false a Palermo. “Nuti indagato?, sospeso. Altri parlamentari M5S indagati? Non sospesi. Raggi indagata? Non sospesa. Di Maio indagato? Non sospeso e candidato premier”
Le regole
Alle primarie potranno candidarsi tutti gli appartenenti al Movimento 5 stelle che abbiano esperito un mandato da portavoce, da Sindaco, o che siano stati eletti nel 2013 in Parlamento. Unica condizione, non essersi iscritti negli anni precedenti ad alcun partito.
Le primarie sono aperte anche gli indagati purchè coinvolti in fatti non gravi e a condizione che lo dichiarino apertamente. Il vincitore verrà annunciato il 23 settembre a Rimini nel corso della kermesse Italia a 5 stelle. Il voto è aperto a tutti gli iscritti al Blog in regola con l’articolo 4 previsto dal Non Statuto. Si può espriemere una sola preferenza per un solo candidato
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2017 Riccardo Fucile
CON LA DEFINIZIONE DELLE REGOLE PER LA CANDIDATURA A PREMIER, SI RINUNCIA AL PROGETTO ORIGINARIO… E DI MAIO E’ QUANTO DI PIU’ LONTANO DAL M5S DELLE ORIGINI
Cambia l’assetto societario della ditta a 5 stelle: nuovo statuto e nuovo capo azienda. Se ne va il comico garante, l’etereo giullare, l’urlante fondatore pronto a palesare il proprio decisionismo solo quando strettamente necessario.
Arriva il politico, l’uomo di Palazzo, l’elegantissimo enfant prodige, il pugnace primus inter pares (finora, almeno) la punta più alta — lasciando sospeso il giudizio se questo sia un bene o un male — dell’ancora costituenda classe politica movimentista.
Ha chiuso i battenti il Pd tortellini e sezioni per riaprire con la scintillante mise del renzismo da battaglia, non si vede perchè non possa farlo il Movimento 5 stelle.
Nel definire le regole per la candidatura alla premiership, Beppe Grillo ha infatti sparigliato.
I commi sono due, riassumibili in due parole: si possono candidare praticamente tutti, tutti gli attivisti possono esprimere una preferenza. Vincerà chi incasserà un voto più degli altri (postulato questo da noi dedotto dopo un giro di telefonate con i vertici 5 stelle, giacchè il blog rimane ambiguo sul punto). E fin qui nulla di nuovo sotto il sole, si direbbe.
La chiusura della baracca viene annunciata come tutte le decisioni di peso nella vita del Movimento: di nascosto, quasi per sbaglio, con ostentata noncuranza.
Non è un P.S. in coda a un post, questa volta, ma una frasetta all’inizio, che il lettore avido salta per arrivare subito al come e dove. “In vista delle prossime elezioni politiche, riteniamo opportuno che il Candidato Premier e designando Capo della forza politica…”.
Eccoci. Il popolo che accorrerà fra una settimana a Rimini non celebrerà solamente l’investitura del proprio frontman alla corsa delle elezioni.
Ma anche quella del proprio nuovo Capo politico. Proprio così, Capo. Nessun “Coordinatore”, “Segretario”, “Garante”, nessuna formula a tentare ipocritamente di mascherare quel che è. Chi vince, si mangia tutta la torta.
È un segreto di Pulcinella che le palazzochigiarie grilline siano in realtà una passerella per ratificare qual che tutti sanno, vale a dire l’investitura di Luigi Di Maio ad avversario di Matteo Renzi (e Silvio Berlusconi) nella corsa alle urne.
Il principale competitor, forse l’unico, Roberto Fico, difficilmente lancerà il guanto di sfida, troppo furbo per lanciarsi in una sfida a perdere per contrattare qualche posto da minoranza interna, sancendo di fatto una subalternità .
Avrebbe avuto possibilità l’ipermediatico Alessandro Di Battista, che da tempo però ha stretto un sodalizio politico indissolubile con Luigi. Così quella riga di un post di metà settembre cambia seccamente l’assetto societario di una delle principali ditte politiche italiane.
Certificando il sostanziale fallimento del progetto di un garante — a tratti assai decisionista e quasi sempre assai poco liberale — a guardia di una variopinta massa di “cittadini portavoce” che in modo monadistico seguissero placidamente il flusso di volontà incanalato dalla rete.
Il testimone passa a quello che fra tutti incarna l’homo politicus del Movimento, il più lontano dall’idea originaria, della contestazione, della protesta, dei meravigliosi ragazzi arrampicati sul tetto di Montecitorio, delle assemblee fiume per decidere se decidere.
Da sabato sera prossimo, quando sul palco salirà il prescelto, è come se fuori dalla bottega venisse appeso il cartello “Nuova gestione”.
Il negozio rimane quello, cambia tutto il resto. Con esiti al momento imprevedibili. Fino ad oggi le battaglie del M5s sono state estemporanee, velleitarie, chiuse nella ridotta sterile della diversità a tutti i costi.
Grandi stracciamenti di vesti per un emendamento passato, esultanze sguaiate per un codicillo approvato.
Quando c’era da essere determinati sull’uomo che sarebbe salito al Quirinale la trincea aveva scritto sui sacchetti di sabbia l’improbabile nome di Ferdinando Imposimato.
Quando si è trattato di dare uno spintone in avanti allo Ius soli ci si è chiusi dentro il fortino dei distinguo per cavilli.
La grande battaglia per il reddito di cittadinanza, senza cercare sponde, alleanze, compromessi, è da sempre un mero strumento propagandistico. Quella sulle pensioni dei parlamentari una carezza al risentimento greve del proprio elettorato più intransigente, volutamente definite vitalizi per far sembrare enorme una battaglia su una minutaglia che non tocca minimamente le casse dello stato, nè tanto meno incide sul portafoglio della classe politica.
Si guardi il papocchio giudiziario.
Partiti dalle liste pulite, dall’avviso di garanzia come lettera scarlatta con cui marchiare chiunque ne fosse colpito, si è arrivati alla svolta garantista della norma salva-Raggi, alle bizzarre accuse a Pizzarotti (“Sì, è vero che lui è come la Raggi, ma non ce l’ha detto…”), fino al lodo-Di Maio, indagato per diffamazione per una denuncia dell’espulsa genovese Cassimatis.
Così l’indagine in fondo in fondo non è di per sè una sentenza, si sono accorti a Milano, e quindi sì, dai, apriamo le candidature anche a chi ha qualche giudice che scartabella nella sua vita.
Tra confusione e inadeguatezza, senza scomodare Pier Luigi Bersani e il suo mancato governo del cambiamento, i 5 stelle, pur indirizzando alcuni temi, condizionando alcuni (pochi) aspetti dell’agenda pubblica, sono stati sostanzialmente laterali in una fase politica in cui potevano essere al centro del villaggio. Il modello Grillo/Casaleggio sr. si è rivelato quantomeno sterile.
Così l’azienda Casaleggio&Co cambia direttore generale per provare a cambiare pelle, per provare ad avere successo, a incidere anzichè piantare bandierine. E sceglie l’uomo che più fra tutti è quello della mediazione con l’avversario, del calcolo politico, del cedere qualcosa per arrivare a qualcos’altro, del tenersi aperte più porte, spesso divergenti, per poi decidere all’ultimo quale imboccare.
Sempre tenendo fermo il principio che chi non è d’accordo grazie mille, quella è la porta, arrivederci.
Non è un caso che l’ala più intransigente, più vicina ai principi delle origini, quella che negli ultimi mesi si è con più tenacia opposta all’ascesa di Di Maio, sia stata definita “degli ortodossi” (tra le cui fila gira in queste ore “sconcerto e sgomento”, totalmente presa in contropiede dall’accelerazione sulla successione).
Semplificazione giornalistica che, per una volta, restituisce bene il senso e lo spirito di una battaglia.
Elaborato il lutto della scomparsa di Gianroberto, del guru ieratico e visionario che guardava con una prospettiva di decenni annoiandosi delle dispute sul domani, Davide e Di Maio hanno ricalibrato la visione.
Rottamando di fatto il Movimento, e mettendo in cantiere una nuova cosa.
Una cosa che verrà celebrata sul palco di Italia 5 stelle. Niente band improbabili, niente ospiti urlatori. Economisti, intellettuali, giornalisti faranno da corona al nuovo Capo politico.
“La Leopolda di Casaleggio”, la chiamano negli uffici al quarto piano della Camera, dove poco o nulla è noto, essendo l’elaborazione della nuova cosa gelosamente custodita a Milano.
Una cosa gialla, come le stelle del simbolo. Che sancisce la messa in liquidazione di un progetto. E l’apertura uno nuovo.
(da “Huffingtonpost”)
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