Settembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
NIENTE OSCURO COMPLOTTO… RIMANE UNA FIGURA BARBINA
Un oscuro complotto. O un’evidente gaffe. 
Il capogruppo capitolino M5S Paolo Ferrara ha pubblicato sul suo profilo twitter la foto che mostra l’avvio dei lavori in una via Zotti, a Ostia: l’immagine mostra come alcune transenne per delimitare il piccolo cantiere siano finite all’interno delle voragini da riparare.
Per Ferrara il caso è già risolto: “X Municipio, in via Zotti una mano vile e sconosciuta boicotta il cantiere sulle voragini: non riusciranno a fermare il cambiamento!”.
C’è del marcio secondo Ferrara, che continua: “Una mano vile e sconosciuta ancora una volta agisce sempre in piena notte a Ostia, divertendosi a boicottare — come testimonia la foto a corredo — in via Zotti il cantiere per i piantonamenti e la chiusura delle voragini che qualche losco affidamento ha fatto in modo di creare e sedimentare nel tempo, causando notevole nocumento e pericoli micidiali alla cittadinanza”.
Il segnale è chiaro, per il consigliere grillino: “Le transenne di segnalamento delle voragini sono state infatti lanciate dentro i crateri stessi, a mo’ di sfida e avvertimento. Chi ha interesse a perpetrare quest’opera di ignominioso sabotaggio a danno dei cittadini del X Municipio?”.
Peccato che a far finire le transenne nelle voragini sia stato il vento dei giorni scorsi. “Io vivo al terzo piano proprio dove dite che stanno facendo i lavori .. e posso dire che le transenne le ha buttate giù il vento …”, scrive un utente su Facebook.
“Per quanto riguarda i lavori ricoprire le buche di terra non sono lavori ma solo nascondere il degrado in cui viviamo . Ci dobbiamo aspettare un altro video della Raggi quando avranno finito di seppellire le vergogne. E aggiungo che il vento c’è stato 5 giorni fa e ancora stanno così.. così come stanno i lavori da quando Virginia alle 5 di mattina è venuta a farsi il video con le scagnozza ben pagata della Di Pillo”.
Vincenzo, un altro utente, è d’accordo: “Signor Ferrara, vorrei ricordarle che a mezzodì del 01 settembre e la notte (23,30) del 02 settembre ci è stato un violento temporale con vento violentissimo”.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
CINQUE PERSONALITA’ ANALIZZANO LA PARABOLA DEL MOVIMENTO
A 10 anni dal primo Vaffa Day di Bologna come è cambiato il MoVimento 5 stelle?
Il Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio nel frattempo è entrato in Parlamento e governa alcuni comuni tra i più importanti d’Italia.
È riuscito a cambiare la politica italiana e guarirla dai suoi antichi vizi?
Il Fatto Quotidiano ha raccolto il parere 5 personalità del panorama culturale per analizzare la parabola dei grillini.
Il punto comune è che per ora la rivoluzione a 5 stelle non c’è stata.
Secondo il politologo Gianfranco Pasquino è stato il sistema politico italiano a cambiare il MoVimento 5 stelle e non viceversa. “Per cambiare la politica e il sistema politico – afferma – non basta ridurre i costi e i mandati elettivi. È indispensabile un vero e proprio progetto elettorale e costituzionale.
Per il giornalista Massimo Fini, i 5 stelle sono rimasti fedeli allo spirito di Bologna. “I suoi limiti – spiega – sono proprio stanno proprio nei suoi pregi. Le linee guida del MoVimento, tutte condivisibili e vere, sono state interpretate in modo eccessivamente rigido, poco duttile”.
Al Vaffa day c’era anche la comica Sabina Guzzanti che afferma: “Il punto non è quanto si risolva con un ‘vaffa’ (…). Il punto è che quando poi si tratta di costruire c’è bisogno di un’etica condivisa. E l’etica non è essere contro il doppio mandato o gli inceneritori”.
Secondo il sociologo Luca Ricolfi “al V-day c’erano idee ottime e altre discutibili. Ma il punto è che il MoVimento 5 stelle non ha vere soluzioni su lavoro e crescita”.
Carlo Freccero, membro del consiglio d’amministrazione della Rai, non ha dubbi: “Ormai il MoVimento si è normalizzato. Quella piazza del V-Day era molto bella perchè lanciava un grido di libertà . Ma intristisce vedere che, esattamente dieci anni dopo. Luigi Di Maio è andato a Cernobbio a dare l’esame davanti ai poteri forti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
NEL LIBRO DEI DUE EX: LA STORIA DELLO SBIANCAMENTO DENTALE PER ANDARE IN TV, I PARLAMENTARI NON ALL’ALTEZZA, I SOLDI E I PETTEGOLEZZI CHE PIACCIONO A DI MAIO… L’ANEDDOTO SU SARA VIRGULTI E IL CAPPELLINO DI CASALEGGIO
A distanza di un anno dalla sua presentazione, arriva “Supernova. Com’è stato ucciso il M5s”, scritto dai due ex Nicola Biondo (già capo dell’ufficio comunicazione M5S alla Camera) e Marco Canestrari (informatico, ex dipendente della Casaleggio Associati).
Il Giornale e la Stampa oggi pubblicano una serie di anticipazioni dell’opera.
Il Giornale pubblica una serie di estratti in forma di aneddoto del racconto di Biondo e Canestrari. Come ad esempio la storia dello sbiancamento dentale:
Racconta Dario Tamburrano, europarlamentare M5s, di professione dentista: «Rocco Casalino (capo comunicazione al Senato, ndr) mi ha portato in studio un sacco di parlamentari. Per tutti sbiancamento dei denti e cura delle carie. Per me va bene, ma quel fare untuoso, questa cura davvero eccessiva della forma. Mi sbaglierò, ma sento una strana aria in giro». Dalla rivoluzione morale allo sbiancamento dentale
Poi ci sono gli europarlamentari non all’altezza:
A preoccupare i due fondatori era il gruppo parlamentare. «Abbiamo un dieci per cento di Scilipoti…» dice Grillo. «Il gruppo parlamentare non è all’altezza. Non potevamo candidare persone molto brave ma già elette negli enti locali. Le elezioni ci hanno colto di sorpresa e le nostre liste sono state riempite alla rinfusa» confida invece Casaleggio a Nicola Biondo.
«Loro sono lì per il MoVimento, non devono fare politica, non tocca a loro, sono solo lo strumento di un programma e devono rispettare le regole che hanno sottoscritto. Grazie al MoVimento hanno avuto uno stipendio e un minimo di visibilità , chi non ci sta si accomodi fuori».
E la storia dei francescani:
Inizi di maggio 2014. «Poche sere fa Beppe era a Roma. Eravamo a cena. Incalzato da una serie di racconti di alcuni miei colleghi, ha detto una cosa che mi ha lasciato stupefatta. “Con la vita di merda che fate a Roma, tremila euro sono pochi”.
Se oggi qualcuno mettesse a paragone l’entità delle restituzioni di quel periodo con quelle odierne, capirebbe tutto. Le rendicontazioni — prive di qualsiasi controllo e autoreferenziali — sono insieme arma e luogo del delitto del francescanesimo, della lotta ai privilegi, del MoVimento. Oggi quasi tutti i parlamentari hanno uno stipendio in busta di circa tremila euro ma ne percepiscono trai settemila e i diecimila al mese per le spese. E si definiscono francescani».
I pettegolezzi di Di Maio e il cappellino di Casaleggio
Divertenti anche le polemiche su Luigi Di Maio e sul suo modo di interpretare la leadership: “Il suo mondo si divide «tra chi è sfigato e chi non lo è», parole sue. Sinonimi di sfigato:chi critica, chi non veste in giacca e cravatta, chi nutre dubbi. Racconta un insider grillino: «L’arma vincente della scalata di Di Maio è stata quella di escludere ogni discussione dal gruppo parlamentare. O sei con lui o sei contro, in un brutto alone di omertà , che poco ha a che fare con l’Onestà ».
Di Maio governa col do ut des. È molto riconoscente con chi gli riferisce pettegolezzi interni al Movimento. «Racconta una storia interna al Rampollo e raggiungerai il paradiso per sempre entrando nelle sue grazie».
Infine, l’aneddoto sul cappellino di Casaleggio e Silvia Virgulti: “Dopo il flop del M5s alle Europee, in una riunione dei parlamentari Silvia Virgulti, fidanzata di Di Maio, dice: «Le elezioni le abbiamo perse per il look lugubre di Casaleggio con il suo cappellino (Casaleggio era malato di tumore,ndr)».
Gelo tra i presenti. Poco dopo un deputato va a complimentarsi con la Virgulti. È Alessandro Di Battista”
Rodotà e la Boldrini
Nell’articolo di Iacoboni invece si raccontano due dialoghi tra l’autore Nicola Biondo e Gianroberto Casaleggio che riguardano Stefano Rodotà , prima candidato presidente della Repubblica con il M5S e poi definito un vecchietto miracolato dalla Rete, e il “famoso” post “Cosa fareste in macchina con la Boldrini”:
Biondo gli chiese il perchè dell’inqualificabile attacco a Rodotà , Casaleggio rispose: «Abbiamo dato un’opportunità a questo signore. Lui l’ha utilizzata come ha creduto. Io non mi faccio scalare, il Movimento non è scalabile. Lo abbiamo miracolato e lui ci ha ripagato in questo modo. Per me la storia è chiusa».
Quando Biondo gli disse che il blog sulla Boldrini era stato vergognoso, rispose, gelido: «Nicola, noi dobbiamo imparare a canalizzare il sentiment della Rete e usarlo. Oggi abbiamo sbagliato ma il risultato che ne è venuto fuori ci dice che la Rete è dalla nostra parte. È la Rete che decide la reputazione delle persone. Per il futuro dobbiamo essere in grado di canalizzare questo sentiment senza apparire direttamente, governandolo».
È il manifesto, lucidissimo, della cyber propaganda che verrà .
Che dire? Bei tempi.
(da “NextQuotidiano“)
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Settembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
IN “SUPERNOVA” I DUE EX DELLA CASALEGGIO RACCONTANO I RETROSCENA DELL’ASCESA DEL CANDIDATO PREMIER IN PECTORE
Un clima da cupio dissolvi, da fine impero, da caduta degli dei (cinematograficamente parlando). 
La metafora sceglietela voi. Ma su un punto “Supernova” è chiaro. Ed è quello del raccontare la metamorfosi degli “splendidi ragazzi” di Beppe Grillo in un coacervo di invidie, ricattucci, pressioni meschine.
Complice lo sbarco in Parlamento, il contatto epidermico con il potere, l’inebriamento di trenta secondi sotto il faro di una telecamera. Un mondo che è passato dall’orizzonte tangente l’infinito del web a, per usare le parole dei due autori – Nicola Biondo e Marco Canestrari – una ridotta dove “tutto resta negli spifferi delle finestre di Montecitorio, in un brutto alone di omertà , che poco ha a che fare con l’onestà “.
Parole che si imprimono del peso specifico del piombo, un libro – acquistabile online dall’8 settembre – di cui tutti mormorano nei corridoi della Camera, e che spaventa molto la dirigenza 5 stelle.
Perchè Canestrari&Biondo non è un duo qualsiasi. Il primo ha lavorato per quattro anni in Casaleggio&Associati. Conosce i segreti dell’eterea macchina da guerra messa a punto da Gianroberto, ha collaborato attivamente alla vita del sacro blog.
Il secondo è stato il deus ex machina del gruppo parlamentare stellato alla Camera per quasi due anni.
Giacca stazzonata, una sigaretta di tabacco di traverso tra le labbra, nel cortile di Montecitorio era il banco nel dare le carte di quello che si poteva o non poteva sapere. Il sorriso sulla bocca e il ciarliero gesticolare, o gli occhi seri e il mormorare nelle orecchie di un deputato, erano il termometro di quello che bolliva in pentola.
Quando Alessandro Di Battista non era ancora Alessandro Di Battista, ma soprattutto Luigi DI Maio non era ancora il candidato premier in pectore Di Maio.
Ecco, Di Maio. C’è un capitolo in Supernova, che fa letteralmente a pezzi il vicepresidente della Camera.
Tutto costruito su quello che gli autori definiscono “un insider, una fonte parlamentare di alto livello, oggi al vertice della leadeship”. E che si dipana nei mesi in cui l’uno vale uno è diventato, a furia di strappi, carezze e scossoni, tutti per Di Maio, Di Maio per tutti.
Quando nasce il Direttorio, raccontano i due autori, “prende corpo nel gruppo una strategia precisa: quella di trasferire a Roma il baricentro dell’azione. A mettere in campo questa strategia è Luigi Di Maio e un piccolo gruppo a lui legato.
Il primo step è influenzare Casaleggio, convincerlo, anche a causa delle sue pessime condizioni di salute, che bisogna delegare”.
È così che Gianroberto “inizia a comunicare solo con Di Maio”, racconta l’insider, e che “qualunque informazione viene filtrata da lui”.
Presidente del gruppo e tesorire si vedono quindi sostanzialmente tagliati fuori dal rapporto con Milano. Tutto viene delegato a riunioni con il Direttorio, spesso infruttuose. È allora che prende il via la consuetudine di inviare “letterine” da parte dei “capi fondatori, che fanno subito capire chi comanda”.
“Tutto si svolge nel silenzio – sottolineano Biondo e Canestrari, uno dei due fonte diretta di quel periodo – in un cupo delirio omertoso, come ogni delitto politico che si rispetti”.
Un clima che rischia di sfuggire dalle mani di un controllo selettivo che ha poco a che fare con la sterminata immensità del web. Fino al punto di rottura.
La fonte degli autori parla di una specifica mail dei due fondatori. La riportiamo integralmente:
“Cambio regole
– rotazione capigruppo;
– utilizzo soldi (dei gruppi parlamentari, nda);
– allentamento dei due mandati”
È lì che cambia tutto. Il flusso informativo che scende da monte a valle favorito dalla rotazione trimestrale dei capi delegazione parlamentare inizia a inaridirsi.
La gestione francescana e a costo zero delle attività politiche inizia a incrinarsi.
Una classe dirigente inizia a coltivare il desiderio di perpetrarsi, a concepirsi non più come meteora politica ma a vedersi in un orizzonte a lungo termine.
Su tutti, Luigi Di Maio, ormai catena di trasmissione principale se non univoca del triangolo Milano-Genova-Roma. Così “la comunicazione del Movimento (di cui Biondo è stato uno dei principali artefici n.d.r.), prima esclusivamente pensata per Grillo, ha subito un taglio sartoriale sull’immagine di Di Maio”:
“È la carica politica di più alto grado all’interno del Movimento: gli consente di avere uno staff e una segreteria, la possibilità di muoversi in un contesto istituzionale che ad altri è precluso. È l’unico del Movimento a partecipare di diritto alla conferenza dei capigruppo dove si decide il programma dei lavori alla Camera, cosa che gli consente di avere un potere di interdizione e controllo del suo gruppo parlamentare”
Una leadership la cui nascita viene collocata “alla fine dell’inverno del 2014 quando si rende disponibile ad un tour personale nelle piazze e nei MeetUp”, e che “si solidifica nel giugno seguente quando convince Grillo e Casaleggio ad incontrare Renzi, in parallelo con il passaggio di consegne tra Gianroberto e il figlio Davide”.
Il Movimento del suo debutto al gran ballo del Palazzo, quello preso in giro per le assemblee in cui si decideva se fare o meno un’assemblea, delle votazioni per decidere se votare oppure no, si dissolve nel giro di qualche mese.
“Le conseguenze di questa investitura sono state plurime – si legge in Supernova – È stata dichiarata la morte dell’assemblea dei parlamentari, ha dato il via alla nascita di una corrente – una corte dice qualcuno – che ha sostituito i vecchi cerchi magici voluti da Casaleggio, ha appaltato alla sua visione del mondo l’intera comunicazione del Movimento – mentre altri, compreso Di Battista hanno una comunicazione da politica spettacolo senza capacità di impulso strategico”.
Assemblea svuotata, dunque, per fare posto a un sistema correntizio che fa perno su Di Maio e sul fu Direttorio. Per convincere i peones a saldarsi attorno al leader designato, questa struttura inizia a distribuire “parti, ruoli, post sul blog, citazioni pubbliche”.
Un vero e proprio sistema di potere, in cui alla base della piramide ci sono i deputati fedeli al vicepresidente della Camera, blanditi attraverso il passaggio su corsie preferenziali di un emendamento o una proposta di legge e la visibilità concessa da una telecamera.
E sulla sommità una cerchia selezionata di collaboratori che ne cura l’agenda e ne organizza “incontri – quasi tutti privati – con diplomatici, imprenditori, lobbisti, amministratori delegati, direttori di giornali.
Anche qui un tour personale, leaderistico, in cui mai l’aspirante inquilino di Palazzo Chigi ha pensato di coinvolgere altri colleghi e sui quali poche e scarne sono le informazioni in nome della trasparenza”.
La chiosa di tutto questo iter è da distopia orwelliana:
L’investitura nei fatti data a Luigi Di Maio è la seconda tappa del processo di verticalizzazione che il Movimento subisce da parte dei suoi fondatori: la prima ha visto la compressione autoritaria dei diritti degli iscritti, questa più recente scardina del tutto i principi fondativi, struttura definitivamente un partito padronale, che decide la leadership parlamentare e costruisce intorno ad essa un muro di protezione, relazioni, alleanze. Se nel Movimento la parola di Casaleggio, e la voce di Grillo, fanno e disfanno linee politiche e carriere, nel gruppo parlamentare questo compito è nelle mani di Luigi Di Maio.
Il finale di questa storia è tutto da scrivere. Dipenderà soprattutto dalla vittoria del Movimento 5 stelle alle prossime elezioni.
Allora Di Maio dovrà formare un governo e dovrà governare. Se ci riuscisse, si svincolerebbe definitivamente dall’ombrello di Roma e Genova.
E il Movimento 5 stelle avrebbe definitivamente chiuso il cerchio della propria trasformazione.
O, per dirla con Biondo e Canestrari: “A quel punto il Movimento non sarà altro che lui”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
“VOGLIONO SOLO ANDARE AL GOVERNO, PER FARE COSA NON IMPORTA”
“Ormai il MoVimento 5 Stelle è un partito di risultato. Volevano vincere a Roma e Torino. Vogliono
vincere in Sicilia. Vogliono andare al governo. Per fare cosa non importa. È lì che è scattata la scelta di Di Maio, l’elemento più rassicurante”.
La dura analisi al momento dei pentastellati arriva dal docente di storia Aldo Giannulli, per anni consigliere di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, intervistato da Repubblica.
“I 5 Stelle sono nati come forza antisistema, con l’idea di creare un’alternativa al sistema. È da qui che deriva il divieto di allearsi con altri partiti. Ma questa impostazione sta svanendo. Fino a quando c’era Gianroberto, il gruppo della “comunicazione” dipendeva dalla Casaleggio. Giusto o meno che fosse, era così”.
Giannulli cita direttamente Di Maio solo tre volte, ma si capisce che il rapporto tra i due non è esaltante.
“Ora si sono spostati alle dipendenze del vicepresidente della Camera assumendo un ruolo di ufficio politico per il quale nessuno li ha eletti”.
Anche le primarie previste per fine settembre, con cui verrà scelto il candidato premier per le elezioni politiche del 2018, finiscono nel mirino di Giannulli.
“Sono primarie bulgare. Non so se ci sarà gente disposta a candidarsi in una situazione già così pregiudicata. L’unico che avrebbe potuto sfidarlo [Di Maio] era Di Battista, ma facendo il tour con lui ha perso credibilità . Che alternativa potrebbe rappresentare ormai?
L’attacco “interno” ai 5 Stelle verte anche su alcune non-scelte degli ultimi tempi:
“Gli iscritti hanno deciso a cosa dare più rilievo in base a scelte già fatte. Ma da quando è morto Gianroberto Casaleggio, non mi sembra si sia più votato su questioni calde come fu per il reato di immigrazione clandestina. Ad esempio, non si è votato sullo ius soli”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
A CERNOBBIO DI MAIO: “IL M5S NON E’ UNA FORZA POPULISTA E NEMMENO ANTIEUROPEISTA, SOLO STRUMENTALIZZAZIONI DEI GIORNALI”
Tre giorni fa Luigi Di Maio calcava il red carpet della Mostra del Cinema di Venezia. Poi è andato a
Cernobbio, alla corte delle èlite finanziarie del Paese.
Poi è andato all’Autodromo di Monza — a casa di Sergio Marchionne — per assistere, vestito di rosso Ferrari, al Gran Premio.
Cosa non deve fare un politico per poter rassicurare i cosiddetti Poteri Forti e accreditarsi come candidato alla Presidenza del Consiglio.
Ad esempio deve dire che non è vero che il M5S è un partito populista. Anzi, non lo è mai stato, sono i media ad aver strumentalizzato ed esasperato alcune posizioni dei 5 Stelle.
Al Forum Ambrosetti Di Maio ha detto che il MoVimento 5 Stelle non vuole “creare un’Italia populista, antieuropeista, estremista”.
L’obiettivo del M5S è creare, costruire e non distruggere. Un messaggio rassicurante, senza dubbio. E solo un leader maturo come Di Maio potrebbe dare la colpa ai media per aver in qualche modo distorto il messaggio salvifico del M5S.
Ad esempio quello di aver raccontato la clamorosa bugia del MoVimento 5 Stelle come partito populista. Non è vero. Non è così.
Il M5S è infatti un partito fieramente populista. Non perchè lo dicevano i giornali ma perchè lo ha detto l’house organ ufficiale del partito di Beppe Grillo.
Dicembre 2013, il M5S era appena entrato in Parlamento e aveva appena organizzato il suo terzo V-Day (manifestazione leggermente populista quella di mandare affanculo i politici, ma non vogliamo strumentalizzare).
Beppe Grillo sul Blog pubblicava un post per dire che il “M5S è populista, nè di destra nè di sinistra” ma #fieramentepopulista.
Perchè all’epoca l’essere “populisti” per il M5S era una cosa positiva che li rendeva diversi dai partiti della vecchia politica. Significava fare il volere del popolo, non certo esaltare in modo demagogico laggente.
Ma si sa, il M5S ha sempre cercato di inventare una sua neolingua dove termini negativi assumevano significati positivi perchè li usavano loro.
Mentre altri concetti — ad esempio quello di accordo politico — diventavano improvvisamente il male assoluto.
Ed infatti c’è stato chi — responsabile per la comunicazione del M5S Veneto — all’epoca ci ha spiegato che Grillo è riuscito ad esorcizzare un aggettivo negativo. Col senno di poi non sembra ci sia riuscito.
Ed infatti il M5S ha sempre detto che avrebbe rifiutato ogni accordo con le altre forze politiche. E per simboleggiare la distanza dai vecchi partiti (popolati di morti-zombie) i pepputati rifiutavano fieramente di indossare la cravatta.
Del resto è una mossa populista — che solletica l’oscuro piacere del popolo di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” — quella di salire sul tetto della Camera “per fare come gli operai” che salivano sui tetti delle aziende.
Oppure quella di fare irruzione nell’ufficio di Presidenza. Sono populiste le misure contro gli immigrati e i discorsi da bar sul complotto delle ONG.
Sono populisti gli insulti sessisti alla Presidentessa della Camera, a Maria Elena Boschi e alle parlamentari del Partito Democratico.
Populismo della peggior specie quanto mai distante dal “senso alto della politica” professato a Cernobbio da Di Maio
Il silenzioso riposizionamento del M5S
Ad Aprile Beppe Grillo provava ancora a convincerci che “populista” era un termine con un’accezione positiva. Del resto se “loro” sono populisti non può essere una brutta cosa.
Eccolo qui che ci spiega che anche i mercati finanziari sono populisti e amano il voto popolare (ma come, e le lobby? E gli speculatori come Soros?).
Di conseguenza, scriveva Grillo, il MoVimento 5 Stelle “non è avversario del mercato finanziario piuttosto suo alleato nel contribuire a ridurre i rischi di oggi e le incertezze di domani proponendo un nuovo modello sostenibile di società per il futuro”.
Un bel cambiamento da quando Grillo tuonava contro i bond, i derivati, lo scandalo Parmalat o la dittatura delle agenzie di rating e dello spread.
Sempre ad Aprile Grillo tranquillizzava il quotidiano dei Vescovi presentandosi di fatto come la nuova DC.
Con il discorso di Di Maio a Cernobbio il Cerchio si è chiuso. Ma con una sconfitta per la comunicazione pentastellata che non è riuscita — oh che peccato — a dare un senso positivo al termine populista.
Il M5S è antieuropeista
Non c’è alcuna strumentalizzazione rispetto al fatto che il M5S sia populista. E la storia di questi ultimi 5 anni ci racconta di un partito che si è conteso con la Lega Nord di Salvini l’elettorato populista.
La storia stessa del M5S, questo partito dell’Uomo Qualunque 2.0 con il suo ormai dimenticato slogan “uno vale uno” e l’arrugginito e malfunzionante apparato per la democrazia diretta in Rete ci parla di un partito populista. Ma ora essere populisti, duri e puri non va più di moda. Bisogna parlare con tutti, anche con quelli che fino a qualche anno fa erano i “nemici”.
Ma è sull’Europa che si misura quanto sia cambiato il M5S. C’è stato un tempo in cui il M5S raccoglieva le firme per un’uscita dall’euro.
Una battaglia che difficilmente si può dire essere europeista e non populista. Referendum che si sarebbe dovuto tenere entro il gennaio 2016.
Poi si è passati al referendum sulle modifiche alla Costituzione per poter indire un referendum per uscire dall’euro. In mezzo abbiamo avuto l’idea di un “doppio euro” o di un euro a due velocità (stranamente Di Maio non è stato molto chiaro).
A Cernobbio Di Maio ha detto invece che «l’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate. Il problema andava posto, e siamo orgogliosi di averlo fatto».
Insomma il M5S, che prima voleva uscire dall’euro senza se e senza ma ora vorrebbe usare il referendum come arma di ricatto con l’Unione Europea.
Una brillante strategia che ricorda quella di David Cameron che agitava lo spettro della Brexit durante le trattative con la UE. E sappiamo tutti come è finita.
E non è certo un caso che il M5S, questo partito assolutamente non antieuropeista, all’Europarlamento sia nel gruppo con gli antieuropeisti populisti dell’UKIP.
Perchè quando il M5S ha provato a entrare nell’ALDE le cose non sono andate così bene.
Ora però essere antieuropeisti, populisti, per la democrazia diretta, per il limite dei due mandati, per la selezione dei curricula e delle competenze non sembra essere più una priorità per il M5S.
Perchè l’importante è andare al governo.
E poco importa se il M5S diventa un partito come tutti gli altri. In fondo mica sono stati eletti perchè erano diversi dagli altri.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
E VACILLA PURE IL TETTO AI MANDATI: “E’ UN PARTITO GESTITO DA UNA SOCIETA’, TUTTI HANNO UNO STRAPUNTINO DA DIFENDERE”
«Ormai è un partito, che può dire tutto e il contrario di tutto». Marco Agostini non è un militante qualunque del Movimento.
È stato tra gli attivisti storici del meet-up romano, aveva un ruolo delicatissimo nell’organizzazione (teneva i rapporti a Roma tra la comunicazione del Movimento e la Casaleggio associati), nell’ottobre 2016 Virginia Raggi aveva addirittura pensato di dare una scossa nominando lui capo di gabinetto, cosa che poi non avvenne perchè Agostini ha troppi nemici.
«Il Movimento partecipativo, spiega, non è mai nato. Io sapevo bene che ci sarebbe voluto del tempo, per la democrazia partecipativa, ma ormai sono passati tanti anni, e si fanno passi indietro, non avanti: è un partito gestito da una società , non si capisce a che titolo, questo andrebbe chiarito. Ora stanno per cancellare anche le poche regole che si sono dati».
Agostini si riferisce ovviamente al doppio mandato.
L’altra sera, parlando alla festa del Fatto, Alessandro Di Battista ha detto che sul doppio mandato «deciderà la rete. Penso sia la decisione migliore. Noi abbiamo sempre interpretato la regola dei due mandati come dieci anni all’interno delle istituzioni».
Era la regola chiave di Gianroberto Casaleggio: due mandati per tutti e stop, per non diventare una casta. Giovanni Favia fu espulso perchè fece notare che chi aveva fatto due mandati, poniamo, di due e tre anni, doveva poter restare in politica altri cinque anni.
Disse la stessa cosa che dice ora Di Battista, lo calunniarono dipingendolo come uno attaccato alla poltrona, parlarono di “candidite”, infine fu cacciato.
Adesso il malumore avanza in quel che resta degli attivisti per questa sfacciata metamorfosi del Movimento; ma – come osserva Agostini – «se tutti hanno uno strapuntino, o qualcosa da difendere, quasi nessuno parlerà mai».
Vedere Di Maio a Cernobbio, con le giravolte su euro e populismo, ha aperto tanti occhi, e peserà .
Ferdinando Imposimato, che il Movimento scelse come candidato al Quirinale, ha definito «triste» l’aspirante candidato premier. Ernesto Tinazzi, il fondatore dell’«878», storico meetup laziale – che fu il più grande d’Italia, poi epurato in massa – osserva: «Capisco ormai l’abitudine che chi esprime un parere avverso viene bandito, ma le critiche di Imposimato a Di Maio a Cernobbio non erano l’occasione per discuterne?».
Ormai, dice, chiunque critichi «diventa già un nemico , uno che rema contro, uno che non capisce, uno che ha subito un hackeraggio del profilo. E questo profilo è pubblico e qualifica il M5S per quello che è diventato. Una tristezza totale».
Su twitter l’account @antonio_bordin – che non è un account qualunque, durante la campagna per il no al referendum fu il terzo nodo in assoluto per centralità nella rete pro M5S, dopo Il Fatto e un altro – scrive: «Caro Luigi Di Maio, chi rincorre fantomatici moderati (che esistono solo ai buffet di Confindustria), si perde per strada i propri elettori».
Di Maio non convince del tutto neanche i sacerdoti della linea.
Uno degli ex militanti più noti a Roma, Andrea Aquilino, che ha avuto un peso nell’attrarre molti cattolici romani nel Movimento, osserva: «Oggi abbiamo solo correntismo sfrenato, che sia Fico contro Di Maio, Lombardi contro Raggi, fino alla più piccola provincia dell’impero».
In tutto questo, accusa, «le regole non valgono più. Di Battista alla festa del Fatto si pone come baluardo del rispetto delle regole dicendo che non esistono deroghe, e pochi minuti dopo, come si toccano i suoi interessi, mette subito in discussione i due mandati… D’altronde Di Battista fu quello che subito mentì spudoratamente, sulla conoscenza di Palleschi, all’indomani del patetico incontro con monsignor Becciu, lo stesso Di Battista che fummo io e Palleschi a portare in Vaticano».
Il clima è questo, e non basteranno le giravolte sull’euro o gli accreditamenti con salto carpiato a cambiarlo.
(da “La Stampa“)
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Settembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
DIECI ANNI DI METAMORFOSI, COSI’ IL M5S SI E’ FATTO SISTEMA
«Gli imprenditori non sono meglio dei politici», diceva Beppe Grillo all’indomani del primo Vday – piazza Maggiore, Bologna, 8 settembre 2007, davanti a tantissimo popolo e pochissimi giornalisti – in un’intervista alla Stampa in cui si lanciò all’attacco dei politici, sì, ma anche dei manager e delle èlite tipo quelle di Cernobbio.
«In Italia abbiamo imprenditori liberi e belli con le finanziarie in Svizzera, libero mercato ma sovvenzioni statali, una Borsa fatta di consiglieri d’amministrazioni che lo sono in 9 società diverse, oltretutto concorrenti tra loro…».
La promessa, dieci anni dopo, ha prodotto un Luigi Di Maio che si reca tutto contento al Forum più importante di manager, imprenditori, economisti, e dice: «Dobbiamo parlare con tutti». Diceva Alberto Arbasino: non volevano distruggere il salotto della nonna, volevano solo entrarci.
Sono passati dieci anni o diecimila anni, da quel Vday che anticipa la nascita del Movimento.
Tutto è cambiato; ogni slogan ribaltato, ogni promessa, giusta o sbagliata che fosse, tradita (o, per i simpatizzanti, evoluta), ogni purezza estinta.
È quasi scontato partire dal giudizio che Grillo e Casaleggio davano del mondo dell’impresa e del capitalismo di relazione, quello riunito a Cernobbio.
Il blog di Grillo nasce con due campagne, e sono campagne contro le aziende, prima che contro i politici: una contro Parmalat, l’altra contro Telecom.
La prima, il nemico personale di Grillo, la seconda (Telecom) un’antica delusione per Gianroberto Casaleggio, che vi aveva diretto un’importante società , e era stato poi fatto fuori all’arrivo di Marco Tronchetti Provera (Casaleggio peraltro andrà anche lui a Cernobbio, avendo con la grande impresa la stessa relazione di amante deluso che Grillo ha con la Rai).
Il Movimento tuonava contro l’euro, l’establishment, la Trilateral, diceva di difendere i piccoli azionisti: tutti slogan e campagne poi stravolti, una metamorfosi così totale che ne fa più che sospettare il carattere strumentale fin dall’inizio o – in alternativa – che il giocattolo sia totalmente sfuggito di mano.
Il comico dei Vday sull’euro proclamava: «Il problema vero non è uscire dall’euro: è uscire il più velocemente possibile».
E anche sette mesi fa, a gennaio 2017, quando il Movimento provò a iscriversi nell’Alde – il gruppo dei liberali europeisti – ma fu costretto poi a tornare a capo chino da Nigel Farage, toccò a Luigi Di Maio, in diretta da Floris, andare a dire: «In un referendum sull’euro? Io non voterei per restare nell’euro, io voterei per un’uscita da questo euro».
Di Maio che ora a Cernobbio dice «noi vogliamo restare nell’Ue, il referendum sull’euro è solo un’extrema ratio per contrattare meglio».
Grillo durante lo Tsunami Tour sosteneva che «con 2500 euro si vive bene in Italia, noi tutto il resto di quanto incassiamo da parlamentari lo restituiremo».
Non è andata così, perchè i parlamentari M5S incassano in media tra diaria e rimborsi spese cifre al di sopra dei diecimila euro. «Noi siamo i francescani, i pazzi della politica», promise Casaleggio; e fece nascere il Movimento il giorno di San Francesco, il 4 ottobre, nel 2009: ma una serie di grotteschi eventi hanno dato prova di ben poco francescanesimo nel gruppo dirigente, dai weekend coi selfie a Montecarlo al parlamentare che si fotografa con la moto potente appena comprata, alle case in centro a Roma tra piazza Navona e Trastevere.
Nulla di male, sia ben chiaro, ma Grillo parlava di «sobrietà » e «povertà virtuosa».
Il doppio mandato era una regola intoccabile per Casaleggio senior: gli eletti faranno due mandati, poi a casa. Ma ce li vedete Di Maio e Di Battista tornare a Pomigliano o alla chiesa di piazza dei Giuochi Delfici, a neanche quarant’anni?
Ora nel gruppo parlamentare gira l’idea di allungare almeno il tempo a dieci anni di incarichi elettivi. Vedremo.
Grillo disse, citando Gaber, «la tv è una merda, non andate nei talk show».
I grillini sono tutte le sere impancati in talk show generalmente compiacenti. Grillo comiziò di controinformazione, non della ricerca spasmodica del giornalista amico, o dell’intimidazione del dissenso via web.
C’erano attivisti, un tempo, non interviste patinate a Vanity Fair con foto della fidanzata. Grillo criticò il meccanismo delle querele, «arma dei potenti»: oggi i grillini minacciano querele ogni giorno.
Facevano le battaglie ambientaliste in Sicilia, oggi giustificano «l’abusivismo di necessità ».
Erano con Anna Politkovskaja, la giornalista ammazzata dal regime di Putin, oggi elogiano Putin e incontrano i suoi emissari.
Grillo disse, una volta: «Sììì, siamo populisti, siamo gente del popolo. Estremisti, chi dice la verità è un estremista».
Il leader del Movimento attuale, Di Maio, a Cernobbio: «Non vogliamo un’Italia populista, estremista, antieuropeista».
(da “La Stampa”)
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Settembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
ESCONO IN DUE DAL GRUPPO, ORA NOGARIN PUO’ CONTARE SU SOLI 15 VOTI, DUE IN MENO DEL NECESSARIO
Edoardo Marchetti e Alessio Batini escono dal gruppo del MoVimento 5 Stelle a Livorno, pur
continuando ad appoggiare il sindaco Filippo Nogarin.
Con i due consiglieri in meno il gruppo del M5S Livorno scende a 15 consiglieri, due in meno rispetto alla maggioranza necessaria.
I consiglieri dell’opposizione sono sedici. Due dei tre consiglieri che avevano annunciato l’uscita dal movimento di Grillo mantengono quindi la promessa fatta dopo l’addio di Gianni Lemmetti e il transito a Roma dell’assessore al bilancio.
«La decisione è stata presa. Ufficializzeremo le dimissioni nel primo consiglio comunale che si dovrebbe tenere il 12 settembre — dice Marchetti al Corriere — entreremo nel gruppo misto mantenendo però le nostre prerogative e appoggeremo la giunta Nogarin. Le nostre dimissioni, infatti, sono per dimostrare il nostro dissenso contro il vertice nazionale del M5S, soprattutto dopo il caso dell’assessore Lemmetti che di fatto è stato scippato alla giunta livornese per portarlo a Roma da Virginia Raggi. E questo non va assolutamente bene».
«Non è un segreto che tutti i consiglieri pentastellati siano scontenti di quello che è accaduto», chiude Marchetti.
Batini e Sarais sono stati sospesi dal M5S nazionale: il secondo ha ricevuto un decreto penale di condanna (al quale si è successivamente opposto) a una multa di 3750 euro per falso ideologico: ha accettato il mandato ma aveva un debito con la tassa dei rifiuti.
Batini invece non aveva pagato multe e ha chiesto la rateizzazione con Equitalia mentre era consigliere.
I due quindi hanno ricevuto la classica sospensione ad libitum di Beppe Grillo in base al nuovo regolamento del MoVimento 5 Stelle ma hanno deciso di non opporsi. Nogarin all’inizio della consiliatura poteva contare su una solida maggioranza di 20 eletti: nel dicembre del 2015 tre consiglieri, Giuseppe Grillotti, Alessandro Mazzacca e Sandra Pecoretti, furono espulsi perchè contrari all’ipotesi del concordato per la municipalizzata della nettezza urbana e formarono un nuovo gruppo.
(da agenzie)
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