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LE MOSSE DI GIORGIA MELONI PER USCIRE DALL’ANGOLO

BLINDARE L’ESECUTIVO, SIGLARE A TREGUA TRA SALVINI E TAJANI, ABBANDONARE LE VELLEITA’ TRUMPIANE, CONCENTRARSI SULLA POLITICA INTERNA E CAMBIARE COMUNICAZIONE

Il governo Meloni è diventato da poco il secondo più longevo della storia repubblicana e non era affatto scontato. Dopo la sconfitta del Sì al referendum sulla giustizia, infatti, Giorgia Meloni si era trovata di fronte a un bivio: prendere atto del fallimento e rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica (e magari successivamente in quelle degli elettori), oppure cambiare radicalmente registro, provando a ricucire il rapporto con la propria base, in modo da preparare la durissima battaglia per la riconferma alle Politiche. C’erano diversi elementi che avrebbero consigliato alla presidente del Consiglio di rimettere il mandato: le difficoltà dell’esecutivo, la complicatissima congiuntura internazionale (con le tante ripercussioni sulla stabilità economica di famiglie e imprese), le tensioni interne alla maggioranza e, non da ultimo, la constatazione delle divisioni nell’opposizione. Agire rapidamente avrebbe significato non solo costringere gli avversari ad accelerare un percorso di costruzione dell’alternativa che si annuncia molto complesso (in particolare per la scelta del leader), ma anche ridimensionare le possibilità dei suoi competitor (attuali e potenziali) nel campo del centrodestra. Né
la famiglia Berlusconi né Vannacci, in effetti, sarebbero stati pronti a insidiare l’egemonia di Meloni, nel caso di ritorno alle urne in tempi brevissimi.
La presidente del Consiglio ha evidentemente scelto un’altra strada, probabilmente ancora più complessa dal punto di vista politico. Perché si è trattato di ripensare la strategia in modo globale, analizzando gli errori commessi negli anni e impostando cambiamenti consequenziali. Tanto si è detto della svolta in politica estera, con la fine della pia illusione di porsi come ponte tra Trump e l’Unione Europea in nome di una visione ormai anacronistica (e sicuramente semplicistica), che non teneva conto della trasformazione della democrazia statunitense e degli enormi sconvolgimenti globali degli ultimi anni.
Tanto si è scritto anche della questione dell’egemonia culturale, ricordando la pretesa di fare dell’Italia il laboratorio della coesistenza fra la nuova destra identitaria e quella conservatrice. Un progetto sul quale il cerchio magico di Meloni aveva investito molto, nella consapevolezza che si trattasse di un tema molto caro ai militanti e nella speranza di dover guidare il Paese per un lungo lasso di tempo. Dopo aver piazzato (o cercato di piazzare) pedine nei gangli vitali della cultura e dichiarato guerra al vecchio establishment, il vascello della destra ha più volte rischiato il naufragio, non dando mai l’impressione di conoscere la rotta (malgrado al timone si siano alternati Sangiuliano, Giuli, lo stesso Fazzolari e altri capitani de facto). Il disimpegno della presidente sul caso Venezi e sul disastro della Biennale, in tal senso, è la testimonianza di una resa o, al massimo, di come la questione sia stata messa in ghiaccio, in attesa di tempi migliori.
Un po’ meno si è parlato di quanto Meloni abbia lavorato sul piano interno, dopo la batosta al referendum e gli ultimi sondaggi.
Eppure, si tratta della scelta strategica più importante, non solo in previsione del “sorpasso” sul Berlusconi II per passare alla storia come il governo più longevo della storia d’Italia. Il primo passaggio è stato blindare l’esecutivo dopo le uscite di Delmastro, Santanché e Bartolozzi, mostrandosi resiliente agli attacchi che in vario modo e per diverse ragioni sono piovuti su Nordio, Piantedosi e Urso. Scelta probabilmente esistenziale (sarebbe stato difficile andare avanti se fosse caduta un’altra testa “pesante”), ma che ha contribuito a dare un orizzonte a una
compagine che sembrava sul punto di disgregarsi. E che è stata accompagnata dal secondo tassello: un patto con (e fra) Salvini e Tajani per rafforzare la maggioranza. Intendiamoci, i rapporti tra il leader restano tesissimi, ma in questo momento ognuno ha bisogno dell’altro. L’equilibrio raggiunto sui due provvedimenti più importanti di questa fase della legislatura (che segue all’immondo pastrocchio sul decreto sicurezza) è un segnale importante.
Parliamo, appunto, del tassello più importante della nuova strategia meloniana: la ritrovata attenzione ai temi concreti, quelli che, fuori di propaganda, incidono davvero nella vita delle persone. L’intervento su lavoro/salari e il piano casa vanno esattamente in questa direzione: contribuiscono a dare l’idea di un governo “attento” e presente, si concentrano sulle condizioni di vita delle persone a basso reddito, coinvolgono le parti sociali e gli amministratori locali, aiutano tutti i partiti della maggioranza a riconnettersi con le istanze del proprio elettorato. Certo, la loro riuscita andrà valutata nel tempo e molto dipenderà da quali saranno le reali risorse che il governo riuscirà a mobilitare, ma aver recuperato l’iniziativa è un segnale importante. Anche perché, sia detto per inciso, il quadro economico complessivo è disperante e il governo si prepara a un complicatissimo braccio di ferro con l’Unione Europea per recuperare un minimo margine di manovra. Dunque, occorrerà far capire agli italiani un concetto che suona più o meno così: “Noi siamo pronti e abbiamo la volontà di migliorare le vostre condizioni, intervenendo su salari, prezzi, lavoro, casa, sanità, ma non possiamo farlo per ottusi e freddi vincoli europei, che non tengono conto della situazione generale”. Sarà una partita che si giocherà soprattutto sul piano mediatico, che inciderà molto sulla corsa alle prossime Politiche. Meloni si sta già preparando, l’opposizione farebbe meglio a darsi una svegliata.
Infatti, come dato di fondo, stiamo assistendo a un importante cambio di registro comunicativo da parte della presidente del Consiglio. Che ha un obiettivo centrale: riprendere il controllo della narrazione, oscurare quattro anni di scelte prudenti e tentativi più o meno fallimentari di riformare il Paese, restituire appeal alla proposta politico-ideologica di Fratelli d’Italia e riabilitarsi agli occhi di quella parte di elettorato che aveva scelto lei, prima ancora di partito e coalizione
Le prese di posizione sulle scelte di Donald Trump e sulle mosse degli israeliani sono un indicatore di un diverso approccio, che si basa principalmente sulla necessità di riconnettersi con il proprio elettorato. Perché se Giorgia Meloni è la donna che viene dal basso e che capisce le persone, se è l’underdog contro le elite, allora dovrà agire e comportarsi come tale. Serve ritrovare l’autenticità di un tempo, costi quel che costi. Anche litigando con i giornalisti, ma presidiando lo spazio pubblico e non solo i salotti amici. Anche rinunciando ai sorrisi di approvazione di Donald Trump e all’abbraccio della von der Leyen, se proprio è necessario.

(da Fanpage)

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