SPAZI RISTRETTI E NOSTALGIA IL MESTO COMIZIO DI SALVINI CHE SA GIÀ DI COMMIATO
È UNA PONTIDA CARICA DI MESTIZIA. POCHI GIOVANI. SPAZI RISTRETTI, PALCHI E TORRI A MASCHERARE I VUOTI… LA SENSAZIONE CHE QUESTA LEGA NON ABBIA PIÙ NIENTE DA DIRE”
Come ci si sente a guidare un partito in discesa costante, superato a destra da un movimento creato dall’uomo che avevi scelto come numero due, che solo un anno fa saliva con te sul palco di Pontida e accendeva il pratone? È una Pontida carica di mestizia questa di Matteo Salvini.
Pochi giovani, a occhio la metà dello scorso anno, spazi opportunamente ristretti da gazebo, palchi e torri di tubi innocenti a mascherare i vuoti. Sarebbe quasi augurabile se il problema fossero solo gli Zaia e i Romeo, e non la sensazione che questa Lega non abbia più niente da dire.
Matteo Salvini, in attesa del comizio di questa mattina, davanti ai giovani gioca la mozione degli affetti: «Ci sono ragazzi da Roma, dalla Sicilia e dalla Sardegna, dalla Calabria, il Trentino, ciò mi porta a essere sempre più convinto che la Lega vince se è forte, unita e libera da Nord a Sud e lo dico da milanese».[…]
In fondo questi ragazzi nemmeno erano nati quando Bossi gridava «con i fascisti mai», non c’erano nemmeno quando Salvini mandò a casa il Senatùr sconfiggendolo alle primarie del 2013. E si spellano le mani sentendo Salvini ricordarlo così, come se ne fosse l’erede: «Se io sono qua stasera è perché tanti anni fa un visionario seppe ridare orgoglio e speranza a un popolo». Forse è un po’ tardi per evocare lo spirito degli inizi, quando su questo pratone i militanti si contavano a decine di migliaia, mentre oggi per tappare i buchi ci si affida al laziale Claudio Durigon, che farà salire dall’odiata Roma ladrona seicento dei suoi, la sottile linea nera (dal colore delle maglietta, con dietro la scritta «Matteo siamo con te»).
C’è aria di smobilitazione e fanno quasi tenerezza questi ragazzi che sfilano con i fumogeni, come se stessero allo stadio, urlano «remigrazione» e «Veneto nazione», a beneficio delle telecamere, con le loro t-shirt piene di slogan machi scritti in fascio-font: «La Storia ci giudica, il futuro ci appartiene».
Ma poi, quando parlano dal palco, scopri che molti hanno fatto carriera, sono consiglieri comunali, provinciali, sindaci e consiglieri regionali. In cosa credono? Quando Roberto Calderoli annuncia che il federalismo è cosa fatta, la battaglia storica è vinta, che l’autonomia finalmente è arrivata, «anche se abbiamo dovuto aspettare 40 anni», non se lo fila quasi nessuno, stanno al bancone del bar a spillare birre. Salvini ripiega sul piano Casa, ma anche quello non scalda.
Allora resta l’amarcord, il vogliamoci bene, anzi “volèmose bene” tanti sono i laziali sotto il tendone. «Io ho atto delle Pontide dormendo in tenda o in macchina – rimembra il segretario – anzi una volta degli amici mi portarono via pure l’Y10 con dentro la valigia e mi lasciarono sul prato senza vestiti. A 53 anni mi accontento di una stanza d’albergo, ma che tempi! Il bello della Lega è l’amicizia e la fratellanza». Ecco, soprattutto la fratellanza. Come quella che si è vista in queste settimane di fratelli-coltelli.
Chi sarà più credibile come leader remigratore? Non resta allora che rievocare il processo, la scampata condanna per sequestro di persona. Ecco Salvini-Mandela, con la mano destra sul cuore: «Mai avere paura. Quando volevano mandarmi 6 anni in galera, non era la paura del carcere a pesarmi, perché per la Lega, per il mio popolo, bisogna essere disposti anche a fare questo. Non avevo paura per me, ma pensavo al dispiacere per i miei figli». I giovani gli battono le mani, tutti in piedi gridano «Matteo, Matteo». Per una sera la magia ha funzionato.
(da Repubblica)
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