Febbraio 24th, 2011 Riccardo Fucile
“QUA FACCIAMO LEGGI SOLO PER BERLUSCONI”…”SOSTENIAMO UN GOVERNO DOVE IL BRACCIO DESTRO DEL PREMIER E’ LO STESSO CHE AVEVA CRAXI”… “NON MI PIACETE PIU’, SIETE TROPPO MOSCI”
«Ma questa è radio Padania o radio Arcore? Non mi sembrava che lo statuto della Lega contemplasse anche la fedeltà a Berlusconi».
Una diretta lunga un giorno sulle onde dell’emittente del Carroccio; e nonostante le manciate di cloroformio sparse dai conduttori, arrivano anche telefonate come questa.
Arrivano all’indomani del niet dei vertici del partito alle “codiretta” che era stata programmata per domenica pomeriggio, con Lucia Annunziata ad ascoltare gli umori della base leghista e con radio Padania a fare da collettore delle telefonate.
Ma è saltato tutto perchè si temeva, com’era successo più volte, che dal popolo verde arrivassero strali contro Berlusconi.
È così il leit motiv del lungo “microfono aperto” è stato il «trappolone» che avrebbe costruito l’Annunziata per mettere zizzania tra alleati.
«Ho voluto dare questo taglio – spiega alle otto di sera il conduttore Roberto Ortelli – perchè la nota giornalista ha sostenuto che la Lega vuol far tacere radio Padania; di Berlusconi e del governo non abbiamo volutamente parlato».
In effetti la tesi del “trappolone” è stata gettonatissima.
Ma non sono mancati distinguo, malumori e anche contumelie all’indirizzo del Cavaliere.
«Guardate – ha suggerito un leghista – che si può essere autonomisti e federalisti anche senza essere berlusconiani; la Lega faccia meno retorica e più fatti».
E un altro: «Qui facciamo leggi solo per Berlusconi».
In studio, e anche da casa, si è sostenuto che le telefonate critiche fossero di esponenti della sinistra, che avrebbero potuto benissimo chiamare domenica durante la trasmissione dell’Annunziata spacciandosi per leghisti.
E c’è chi ha messo le mani avanti: «Io non ho mai votato per il Pd, ma in questo momento voi siete il tappetino di Berlusconi».
Un elettore ha spiegato così il suo momento di crisi: «Non mi piacete più, siete troppo mosci, mentre la gente come me vi vota per essere più cattivi». Un altro è andato indietro con la memoria: «Andavamo in giro ad attaccare gli adesivi “Comune de-berlusconizzato”, ricordate? Mentre adesso sosteniamo un governo dove il braccio destro di Berlusconi è Cicchitto, lo stesso che aveva Craxi».
E a rintuzzare il coro di chi mostrava di credere alla tesi del “trappolone”, un signore è sbottato così: «Ma chi è il direttore di radio Padania, Salvini o Calderoli?».
Lui, il responsabile dell’emittente che con l’Annunziata aveva preparato la “codiretta” poi saltata, in studio non c’era, si è limitato a intervenire al telefono.
Prendendosi tutta la responsabilità del dietro front.
Dal Veneto un militante, Alessandro, si è infervorato: «Spiace difendere l’Annunziata, che è un ingranaggio del regime, ma lei ha messo il dito nella piaga: il vertice si sta staccando dalla base».
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Febbraio 24th, 2011 Riccardo Fucile
DA “VOCI GLOBALI” LE REAZIONI DEI LIBICI ALLE MINACCE DEL DITTATORE LIBICO…”E’ MATTO DA LEGARE”…”QUALCUNO PUO’ MICA LANCIARGLI UN MISSILE CONTRO E LIBERARCI DA QUESTA MISERIA?”… “ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO: FERMIAMO LO PSICOTICO”
Nella serata di martedì 22 febbraio, il dittatore libico Muhammed Al Gheddafi ha da
poco terminato il suo discorso alla Tv di Stato.
Un intervento furioso in cui ha rivolto avvertimenti e minacce a tutti coloro, sostenitori inclusi, che in questi giorni stanno portando avanti manifestazioni anti-governative.
La Libia rischia di finire come l’Afghanistan, l’Iraq, la Somalia – questo l’avvertimento lanciato dal dittatore libico.
Gheddafi ha incoraggiato poi i cittadini ad uscire, domani, dalle proprie case per cacciar via i “terroristi” e consegnarli alle forze di sicurezza affinchè vengano “puniti con la morte”.
Ha aggiunto di essere pronto a lottare fino “all’ultima goccia di sangue” e ha continuato elencando con ampiezza di dettagli ogni singola cosa che avrebbe punito con la morte, incluso lavorare per un’Organizzazione internazionale, usare violenza contro le forze governative o minacciare l’unità del Paese.
Tale discorso delirante e, sembrerebbe improvvisato a braccio, è stato seguito da libici, arabi e in ogni parte del mondo.
In molti hanno colto e rilanciato immediatamente su Twitter il sarcasmo e il ridicolo derivante da certe espressioni del dittatore libico, pur non dimenticando le tragiche uccisioni e l’instabilità che vanno caratterizzando il Paese.
Gheddafi ha giustificato la brutale repressione contro le proteste degli ultimi giorni, elencando altri momenti nella storia, portando esempi di governi che hanno ucciso i manifestanti e affermando cose del tipo: “L’unità della Cina era più importante della gente a piazza Tienamen.”
Domani – ha poi detto – i giovani (non quelli “drogati”) dovrebbero costituire dei comitati per difendere la sua rivoluzione. “Voi siete più di loro”, ha aggiunto.
Mentre, in attesa dell’intervento, il popolo di Twitter aveva già caratterizzato in maniera umoristica il motivo per cui il leader libico ritardasse il tanto anticipato discorso, ecco di un’ampia raccolta di ‘tweet’ diffusi man mano durante il discorso stesso.
@acarvin: Gheddafi: i giovani sono stati presi di forza dalle famiglie e gli sono stati dati allucinogeni. La punizione colpirà chi glieli ha forniti.
@rania_hafez: Gheddafi: coloro che si oppongono alle autorità libiche, puntano le armi contro altri libici, saranno puniti con la morte secondo la legge libica.
@habibh: Gheddafi sta minacciando il suo popolo in tv con sentenze di morte.
@kimo79: Il più grande servizio che Gheddafi sta facendo con il suo discorso spazzatura è quello di unificare sempre di più la rivoluzione in Libia.
@blakehounshell: da dove sta leggendo?
@themoornextdoor: Sta leggendo da un libro con le pagine bianche: lo scrive man mano che parla.
@Edsetiadi:Questo pazzo sta cominciando a leggere dal suo libro verde: cavoli, si prospetta lunga…
@timrylands: Gheddafi sta recitando la parte del mio pazzo maestro d’arte mentre correggeva il mio quaderno di schizzi
@Ssirgany: Ha cambiato occhiali per leggere dal libro verde.
@iandstone: Gheddafi delirante. “Dove sono i topi e i roditori?” “Attaccare la stazione di polizia come i topi?” Questo ragazzo ha bisogno di Rentokill.
@tololy: Gheddafi: “Se le cose raggiungono un livello che richiede l’uso della forza, noi la useremo in conformità al diritto internazionale e alla Costituzione libica”.
@Raafatology: Gheddafi dice, “Gheddafi è la Gloria” Non sto scherzando, l’ha appena detto.
@rania_hafez: Gheddafi chiede a coloro che lo amano di uscire e proteggere il Paese da quelle bande di drogati per strada ora!!
@avinunu: Gheddafi: “Tutte i paesi e le città che amano Muammar Gheddafi devono scendere in strada”.
@acarvin: Gheddafi: Con la proprietà del petrolio tornata di nuovo al popolo, uscite dalle vostre case, mettete al sicuro le strade, liberatele dai grassi ratti.
@nour_odeh: Gheddafi: il mondo sta ridendo di voi [ribelli]. Le persone devono formare nuove municipalità , commissioni popolari come ha detto Saif.
@ChangeInLibya: Sta bestemmiando contro la gente, quelli che “lo sostengono”, “nella piazza verde” …
@acarvin: Gheddafi: c’è il consenso del popolo libico. Negli ospedali, uffici, aziende agricole, ovunque.
@Dima_Khatib: Gheddafi: c’è qualche ragazzo che prova ad imitare quanto è successo in Tunisia ed Egitto.
@avinunu: Gheddafi nega di avere in mano tutto il potere e dice di averlo consegnato al popolo libico nel 1977.
@draddee: Gheddafi: Noi siamo quelli che hanno combattuto gli Stati Uniti e il Regno Unito sul nostro suolo, e abbiamo detto che saremmo morti se non lo avessimo liberato. Dove eravate voi?
@acarvin: Gheddafi: in ospedale, nessuno ha osato cambiarsi nome. Dove eravate voi mercenari? Chi ha avuto il coraggio di fare queste cose?
@avinunu: Gheddafi ha anche affermato che tutti coloro che erano stati uccisi erano dei poliziotti.
@TravellerW: Ma i dittatori non si stancano mai di “incolpare gli stranieri”?
@JNovak_Yemen: il pazzo esorta la gente a scendere in strada per combattere i manifestanti, prendendo una pagina da AliSaleh.
@Ssirgany: Ha chiaramente esortato alla guerra civile, dicendo ai suoi sostenitori a scendere in piazza
@evanchill: La TV di Stato libica cerca qualche folla “pro-Gheddafi”, ma devono andare su uno schermo senza data e senza luogo per trovarla.
@sate3: Chiaramente questo è un discorso delirante di sfida e di rabbia da parte di un dittatore frustrato e impotente.
@Arabista: È davvero matto da legare!!!
@artate: nel riflesso delle lenti di Gheddafi si può vedere che non c’è nessuno davanti a lui, giusto? …
@ChangeInLibya: Sono io che non capisco o cosa? Se sta insultando i nostri nonni per non aver combattuto gli americani .. ciò non vuol dire essere egiziani e tunisini?
@blakehounshell: Incredibile come sia profonda la retorica che riguarda l’anti-americanismo ora.
@sate3: Ecco cosa si vede dall’edificio dove Gheddafi sta tenendo il suo discorso
@alexlobov: Qualcuno può mica lanciargli un missile contro e tirarci tutti fuori da questa miseria?
@ceoDanya: Gheddafi è uno psicolabile.
@Cyrenaican: Non abbiamo paura di te, non siamo mai stato il tuo popolo.
@ceoDanya: Abbiamo bisogno di aiuto! Gente, fermiamo lo psicotico!!!
@lisang: Penso che questi dittatori seguano un copione comune. Media stranieri cattivi, negativi influssi stranieri, ho versato il mio sangue per questo paese, è l’ora delle riforme.
@tomgara: Guardate, americani, quest’edificio è già stato ammorbidito da Reagan. Non dovrebbe essere troppo difficile finire il lavoro. I migliori programmi TV in diretta non finiscono mai
@algergawi: I discorsi di Gheddafi in arabo andrebbero anche trascritti in arabo.
@Mustafa_Qadri: “Non è vero, è stato Michael Jackson a copiarmi la divisa da colonnello”, ha detto Gheddafi. “Il guanto bianco era una mia idea!”
@TravellerW: Un tema frequente nei discorsi dei dittatori è che i manifestanti sono “bambini/ragazzi/malconsigliati / etc”, allo scopo di screditare gli avversari.
@AfriNomad: Questo vale come discorso n.2 or n.3? E come mai Gheddafi ha un fascino per ratti e allucinogeni?
@lioncub4justice: Notizia dell’ultim’ora: Gheddafi è pazzo.
@warrenellis: Il discorso di Gheddafi sembra ridusi a “Tutti fanno uso di droga tranne me. E io sono anche Batman.”
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Febbraio 24th, 2011 Riccardo Fucile
PRESSATO DA MARONI CHE FA PROSELITI E DALLA BASE PADANA CHE NON APPREZZA L’ATTEGGIAMENTO MORBIDO DEL SENATUR VERSO IL PREMIER, BOSSI E’ STATO COSTRETTO A SPOSARE LA STRATEGIA DEL MINISTRO DEGLI INTERNI.. PALETTI SULLA LEGGI SALVA PREMIER E DIALOGO CON L’OPPOSIZIONE PER NON COMPROMETTERE IL FEDERALISMO, ALTRIMENTI SI PERDONO VOTI
La riunione di due giorni fa in via Bellerio ha riportato all’unità interna: il senatùr ha sposato la linea da mesi proposta dal ministro dell’Interno.
Dialogo a tutto campo per arrivare a staccare la spina al governo.
Se ancora sembra ci siano delle crepe, si stanno rapidamente chiudendo. Umberto Bossi è riuscito, per l’ennesima volta e contro ogni previsione, a rinsaldare i suoi.
Il senatùr ha individuato uno spiraglio per far uscire la Lega Nord dalla palude in cui fino a pochi giorni fa appariva invischiata, trascinata dal malessere della base e le difficoltà politiche delle ultime settimane.
Come? Durante il vertice di ieri sera nel quartier generale di via Bellerio, dopo un confronto con l’intero stato maggiore del partito, Bossi ha scelto la linea che da mesi propone Roberto Maroni: individuare un’exit strategy per abbandonare, nel modo meno traumatico possibile, Silvio Berlusconi.
Già a novembre il ministro dell’Interno, durante una riunione con Bossi, aveva sbottato: “Non ci sto a sostenere un governo inesistente”.
Inascoltato.
Già prima dell’estate Bobo aveva spinto affinchè il Carroccio staccasse la spina per andare a elezioni anticipate, ricevendo anche il sostegno del “rivale” interno, Roberto Calderoli.
Ma Bossi non ha voluto sentire ragioni: “Si va avanti con Berlusconi, resisterà ”, ha ripetuto spesso durante i vertici del lunedì sera.
Una posizione di fermezza fortemente criticata da Maroni, a cui nel frattempo si sono avvicinati in molti.
Tanto che nelle ultime settimane, durante i vertici di via Bellerio, c’è stata una sorta di conta su quanti si erano “iscritti” all’istanza Bobo.
Una lista che si è costantemente allungata.
Il fallimento del federalismo, le vicende in cui il premier è coinvolto, la quasi rivolta della base hanno spinto Bossi a rivedere la linea.
Il senatùr settimana scorsa ha incontrato il premier, cercando di trovare insieme a lui una strategia comune.
Ma a Palazzo Chigi ha trovato un uomo ostinato ad andare avanti.
Così ha convocato in via Bellerio l’intero stato maggiore e ha comunicato la decisione raggiunta: “Con Berlusconi abbiamo fatto molto ma purtroppo il suo tempo è finito, non possiamo rischiare di affondare con lui, dobbiamo pensare al dopo e dobbiamo farlo da subito”.
Come? Affidando a Maroni l’incarico di portare avanti il dialogo con il Partito Democratico, aperto con l’intervista pubblicata su La Padania al segretario Pier Luigi Bersani.
L’obiettivo: individuare una potenziale maggioranza in grado di portare a termine il federalismo e sostenere un eventuale governo di transizione guidato dallo stesso Maroni.
Sì, il ministro dell’Interno l’ha spuntata su tutta la linea: da sempre favorevole a un esecutivo tecnico alternativo a Berlusconi e contrario al sostegno a Giulio Tremonti premier.
A nome del Carroccio può garantire un distacco lento del premier e una riforma elettorale che superi il porcellum, come invoca l’opposizione.
Realizzando la Camera delle Regioni, passo ulteriore del federalismo e visto positivamente anche da Gianfranco Fini e dal leader dell’Udc, Pierferdinando Casini.
La nascita della nuova aula, nell’ottica leghista, è la chiave di volta per il definitivo abbandono del Cavaliere.
Gli unici dubbi sono i tempi.
In Senato c’è il passaggio del federalismo, con la relazione invocata dal Capo dello Stato.
Poi si tornerà di nuovo a doversi concentrare sui guai giudiziari del premier.
E se la base è stanca di dover “parare il culo flaccido del Cavaliere”, Bossi non è da meno.
“Agiamo lentamente, non parliamo in troppi e interveniamo senza bocciare niente ma lasciando capire la nostra posizione critica”, ha dettato la linea ieri sera.
Perchè questa volta la Lega vuole che il Pdl si concentri sul federalismo, basta pensare ai guai del premier.
Prima la riforma bandiera del Carroccio.
La bocciatura arrivata dalla Corte dei Conti, che ha detto di apprezzare i “profili di positività ” dell’impianto del federalismo fiscale municipale ma ha messo in guardia sui rischi di squilibrio e incertezza che potrebbe produrre, ha convinto ulteriormente la Lega a trovare un percorso alternativo al governo attuale per eventualmente corregere ma comunque approvare la riforma tanto cara al popolo del Nord.
Così, dopo giornate di silenzio totale, nonostante gli inviti del Pdl a intervenire, il Carroccio ha aperto la nuova stagione.
Berlusconi e i suoi invocano la riforma della giustizia tornando all’impunità e sostenendo di avere il beneplacito della Lega?
“E’ una proposta che è emersa come altre, la valuteremo”, ha detto Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera. Sottolineando che l’interesse del partito “è procedere verso una riforma della giustizia che serve ai cittadini e alle imprese”. E l’immunità a loro proprio non serve.
I vertici del Carroccio hanno espresso la loro contrarietà all’accelerazione della riforma della giustizia al sottosegretario Gianni Letta e al guardasigilli Angelino Alfano. In particolare sul processo breve.
E sembrano aver espresso con fermezza il loro no.
Tanto che il ministro della Giustizia, lasciando il vertice, ha detto: “Non voglio che (il processo breve, ndr) sia un elemento di rottura in un momento come questo in cui stiamo lavorando alla riforma costituzionale”.
Oggi in Senato Umberto Bossi e Roberto Calderoli illustreranno il decreto del federalismo municipale e confidano di mostrare un passo avanti ma sanno che è solo apparenza, con effetti neanche troppo pirotecnici.
I fuochi d’artificio veri li sta confezionando Maroni e non illumineranno le Camere ma Arcore.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IN COSTANTE AUMENTO DAL 2008 IL VALORE DELLE ESPORTAZIONI VERSO L’ESERCITO DI TRIPOLI…NEL 2009 L’INCREMENTO E’ STATO DEL 20%, SEI LE MOTOVEDETTE FORNITE: UNA E’ SERVITA AI LIBICI PER MITRAGLIARE IL NOSTRO PESCHERECCIO “ARIETE”….VENDUTI ANCHE 30 ELICOTTERI, SISTEMI AVANZATI DI PROTEZIONE E AEREI DA COMBATTIMENTO…. CURIAMO ANCHE L’ADDESTRAMENTO DELL’ESERCITO E LA MANUTENZIONE DEI MEZZI MISSILISTICI
Petrolio, gas e appalti in cambio di armi. 
Li abbiamo forniti anche noi a Muammar Gheddafi gli elicotteri, i missili, gli aerei, le bombe, con cui il raìs massacra il suo popolo.
Noi italiani che in fatto di produzione bellica ci piazziamo bene, nel gruppo di testa delle classifiche mondiali e quando si tratta di esportare, non andiamo troppo per il sottile nella scelta dei partner, senza badare se si tratta di dittatori o capi di regimi dove le libertà sono sistematicamente represse.
La Libia è un ottimo cliente, l’undicesimo maggior importatore di armi italiane e assorbe circa il 2 per cento delle esportazioni tricolori.
In cambio abbiamo ottenuto materie prime, appunto e un occhio di riguardo per le grandi imprese pubbliche e private, dall’Eni alla Finmeccanica, dall’Impregilo all’Anas.
Commenta Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio disarmo, istituto di ricerche internazionali sull’industria bellica: “Solo ora si scopre che il governo libico è illiberale, come del resto quelli di altri paesi nordafricani.
Ma per anni l’Italia ha appoggiato questi regimi e in particolare la Libia, fornendo armi, opportunamente distraendosi sui temi fondamentali del rispetto dei diritti umani e delle elementari libertà civili”.
Dopo una leggera flessione tra il 2005 e il 2007, nel 2008 le spese libiche per gli armamenti hanno ripreso a crescere, fino a toccare la ragguardevole cifra di 1,1 miliardi di dollari mentre le industrie italiane approfittavano abbondantemente dell’infatuazione bellica del rais riempiendolo di armi. Secondo i Rapporti della Presidenza del Consiglio dei ministri sui lineamenti di politica del governo in materia di esportazione, importazione e transito di armamenti, il valore delle esportazioni di armi italiane alla Libia è in costante aumento.
Le autorizzazioni per il 2009 sono state di 111,8 milioni di euro, con un incremento di circa il 20 per cento rispetto al 2008.
E anche nel 2010 ci sono state vendite massicce.
Una delle ultime forniture, per esempio, ha riguardato 3 motovedette della classe “Bigliani”, inviate in aggiunta ad altre 3 già fornite nel maggio 2009 in base al Trattato di Bengasi, firmato nell’agosto dell’anno precedente tra Silvio Berlusconi e Gheddafi, uno dei primi atti di politica estera della maggioranza di centrodestra vittoriosa alle elezioni della primavera precedente.
Con una di quelle imbarcazioni, 7 mesi fa fu mitragliato nel golfo della Sirte il peschereccio italiano Ariete.
Tra i principali fornitori di armi alla Libia c’è Finmeccanica, il grande gruppo italiano guidato da Piefrancesco Guarguaglini, partecipato al 2 per cento dalla Libia e specializzato in armamenti.
Ma ci sono anche industrie piccole e semisconosciute, come la Itas di La Spezia che secondo una nota del Servizio studi del dipartimento Affari esteri della Camera cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili Otomat, venduti dall’Italia al governo di Tripoli fin dagli anni Settanta del secolo passato.
Due anni fa Finmeccanica ha firmato con la Lia (Lybian Investment Authority) e con la Lap (Libya Africa Investment Portfolio) un Memorandum of understanding per la promozione di “attività di cooperazione strategica”.
Nello stesso periodo, un’altra società del gruppo Finmeccannica, la Selex guidata da Marina Grossi, moglie di Guarguaglini — al centro di indagini della magistratura italiana nei mesi passati — ha siglato con il colonnello di Tripoli un accordo del valore di 300 milioni di euro per la realizzazione di un grande sistema di protezione e sicurezza.
Tra il 2006 e il 2009 la Agusta-Westland, sempre della Fin-meccanica, ha venduta 10 elicotteri AW109E Power a Gheddafi (valore 80 milioni di euro), più altri 20 velivoli tra cui alcuni AW119K.
Finmeccanica fornisce anche l’addestramento degli equipaggi e la manutenzione dei mezzi tramite una joint venture con la Lybian company for aviation industry.
La Alenia Aeronautica, sempre Finmeccanica, fornisce aerei Atr-42 Surveyor per il pattugliamento.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
UN PRIMO RISULTATO DELLA “POLITICA DEL BACIAMANO” E DA SERVI DEL MACELLAIO DI TRIPOLI, IL GOVERNO BERLUSCONI L’HA OTTENUTO…I CITTADINI DI NALUT, DOVE PASSA IL GASDOTTO, FERMERANNO L’AFFLUSSO DEL GAS VERSO L’ITALIA….FRATTINI NEGA CHE CI SIANO PROBLEMI, MA LA UE AMMETTE: “C’E’ STATA UNA DIMINUZIONE”
Frattini nega che ci siano problemi, ma l’Unione europea accerta: “C’è stata una diminuzione”.
Al Arabiya: “Fermi i terminali petroliferi sul Mediterraneo”
La rivolta libica potrebbe avere conseguenze sul nostro Paese: le forniture di gas dalla Libia all’Italia si starebbero avviando verso una progressiva interruzione.
I manifestanti della città libica di Nalut hanno infatti minacciato di fermare l’afflusso di gas verso l’Italia chiudendo il gasdotto che passa proprio per la loro provincia.
I cittadini di Nalut, nella zona dei monti occidentali della Libia, a pochi chilometri dalla Tunisia, in un messaggio pubblicato sul sito Internet del gruppo di opposizione “17 febbraio”, si rivolgono “all’Unione Europea, e in particolare all’Italia”.
“La gente di Nalut ribadisce di far parte di un popolo libico libero e, dopo il vostro silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi, ha deciso che interromperà dalla fonte l’afflusso di gas libico verso i vostri Paesi, chiudendo il giacimento di al-Wafa che attraverso la nostra zona porta il gas verso l’Italia e il nord Europa, passando per il Mediterraneo”.
I manifestanti di Nalut sostengono di aver preso questa decisione “perchè voi non avete fermato lo spargimento di sangue della nostra gente e del nostro caro paese avvenuto in tutte le città libiche. Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas”.
Il messaggio è firmato “la gente delle zone occidentali dalla regione di Nalut”.
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL PDL: “NIENTE LEZIONI DALLA LEGA, IN 15 ANNI HANNO AVUTO 17 MEMBRI NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE”… LA LEGA:”NOI CON LE MANI PULITE”….E LA CIABO’ DI FUTURO E LIBERTA’ ATTACCA: “GLI ELENCHI SONO INCOMPLETI”
Pio Albergo Trivulzio, si riparte da zero. 
Cinque membri del consiglio di amministrazione su sette hanno dato le dimissioni (tra cui il presidente Emilio Trabucchi) e il board è decaduto. Adesso, il governatore Roberto Formigoni di concerto con il sindaco Letizia Moratti procederà alla nomina del commissario straordinario.
Ci vorrà una decina di giorni.
Adesso si attendono gli elenchi del Golgi Redaelli e soprattutto dell’Aler. Spinge il Fli, con il coordinatore regionale, Giuseppe Valditara: «Chiediamo che vengano resi pubblici gli elenchi dell’Aler, la consigliera Barbara Ciabò ha già convocato i vertici per settimana prossima».
La stessa Ciabò (Fli) che chiede per giovedì l’audizione in Commissione Casa proprio del sindaco e del governatore: «Visto che il cda del Pat non c’è più e visto che i vertici del Pat sono stati nominati da Formigoni e dalla Moratti chiedo che ci vengano a spiegare dove sono finiti gli appartamenti scomparsi nel nulla».
In realtà , in commissione arriverà il direttore generale del Pat, Fabio Nitti che consegnerà l’elenco delle 105 abitazioni sfitte.
Mentre l’opposizione chiede che la scelta del commissario sia concordata con il Terzo Polo e il centrosinistra.
«La maggioranza – attacca Basilio Rizzo della Lista Fo – deve avere la sensibilità di fare delle scelte che siano il più possibile multipartisan. Chiediamo un confronto preliminare con i capigruppo sia in Comune sia in Regione».
Va più in là il capogruppo del Pd, Pierfrancesco Majorino: «La Moratti è moralmente corresponsabile. Ci faccia quindi il piacere di tacere e di fare le valigie, anticipatamente».
Se i vertici istituzionali si dicono soddisfatti del passo indietro del cda, la lotta politica non conosce tregua.
Anche perchè sulla nuova Affittopoli ci si giocheranno le prossime elezioni comunali.
L’attacco più duro arriva dal Pdl.
E non riguarda l’opposizione, ma un alleato strategico come la Lega che lunedì aveva definito la vicenda del Pat una «porcilaia».
Ma ieri, tra i consiglieri che hanno dato le dimissioni, manca il nome del rappresentante leghista, l’ex assessore della giunta Formentini, Marco Antonio Giacomoni.
Il motivo? Lo spiega lo stesso cda nella nota finale: «I consiglieri Marco Antonio Giacomoni e Luca Storelli hanno invece deciso di non dimettersi, ritenendo le dimissioni una ammissione di colpa inaccettabile, perchè non riconoscono che generiche contestazioni di stampa giustifichino l’abbandono di un incarico che tutto il cda ha svolto con impegno e correttamente».
Una scelta che non è piaciuta al Pdl: «Ringraziamo i rappresentanti del Pdl all’interno del cda – attacca il capogruppo azzurro in Comune, Giulio Gallera – che con gesto di responsabilità hanno dato le dimissioni e facilitano quell’indagine che dobbiamo fare su come siano state date in locazione le case. Ma siamo molto stupiti dalla Lega che prima urla e lancia accuse infamanti e poi rimane attaccata alla propria poltrona ostacolando il cambiamento».
Postilla: «La Lega ci stupisce ancora di più perchè è il partito che dal 2001 al 2006 ha retto l’assessorato alla Casa e al Demanio».
Rincara la dose il vicesindaco, Riccardo De Corato che ritira fuori dal cassetto la lista dei consiglieri di amministrazioni leghisti al Pat e all’Ipab.
Nel ’94, epoca Formentini, oltre il presidente, il Carroccio aveva 5 consiglieri. Alle Ipab, 8.
«La Lega, che si chiama fuori, solo dal ’94 a oggi ha avuto ben 17 tra presidenti e membri del cda passati tra il Pat e il Golgi Redaelli. Se era tutto una porcilaia perchè non ci hanno messo mano?».
La replica arriva a stretto giro di posta ed è affidata al segretario provinciale del Carroccio, Igor Iezzi: «Noi, che abbiamo le mani pulite e non compariamo in nessuna lista, vogliamo che sull’intera questione sia fatta piena luce”.
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
DURO ATTO D’ACCUSA SULLO SCANDALO CHE HA COINVOLTO BERLUSCONI E SULLA MACCHINA DEL FANGO OPERATA DAI SUOI GIORNALI… SOSTEGNO ALLE DONNE IN PIAZZA A DIFESA DELLA DIGNITA’
“Mubarak e sua nipote”; “Fermiamo la macchina del fango”; “Cardinale, non incontri il premier”; “Se non ora, quando? Migliaia in piazza”…
Sono solo alcuni dei titoli degli editoriali dei settimanali diocesani questi giorni in edicola dedicati a Berlusconi.
Che testimoniano la “rivolta” morale sul caso Ruby e sui festini di Arcore scoppiata nella base cattolica col placet dei vescovi.
Sono gli editoriali dopo la manifestazione delle donne e il rinvio a giudizio del premier.
Un severo atto d’accusa che arriva dalle Chiese locali attraverso i periodici della Fisc (la Federazione italiana settimanali cattolici): 188 giornali che distribuiscono oltre un milione di copie nelle diocesi, nelle parrocchie, nei conventi e nelle comunità monastiche.
Tra i più indignati La Voce del Popolo (Brescia), che pubblica una lettera-appello al segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone (“Cardinale, non incontri il premier”) per chiedergli di non partecipare con Berlusconi alla celebrazione dei Patti Lateranensi, perchè “la situazione morale e politica, i dubbi (poco dubbi per la verità ) sulla moralità e il rispetto della legge della nostra classe politica impongono scelte coraggiose da parte di chi dovrebbe guidare i fedeli…”.
Bertone – come si sa – poi ha visto il premier il 18 febbraio (un incontro freddo e senza faccia a faccia), ma è significativo che una delle diocesi italiane più importanti, Brescia, non abbia censurato una voce contraria.
Grande attenzione alla manifestazione delle donne del 13 febbraio.
“Dignità al femminile per risalire”, titola l’Unione Monregalese (Mondovì) che racconta l’appello “Se non ora, quando?” lanciato domenica scorsa “anche a Mondovì, per vedere restituita la dignità piena all’universo femminile deturpato da messaggi insistiti sulla bellezza esibita in modo sfacciato, sulla sessualità irresponsabile, sulla compravendita del corpo”.
Anche il Corriere di Saluzzo titola “Se non ora quando, migliaia in piazza” e parla di una “manifestazione rigorosamente apartitica e senza bandiere, ma inevitabilmente caratterizzata da slogan e battute con espliciti riferimenti alla vicenda Berlusconi-Ruby e al bunga-bunga”, col premier “additato più come cattivo esempio da non imitare che come avversario politico da sconfiggere”.
Tra i più severi i due settimanali di Torino: Il Nostro Tempo elogia l’intervento di suor Eugenia Bonetti al palco di piazza del Popolo (“Nelle parole di una suora il senso di un grande basta!”); e La Voce del Popolo, che dedica al premier due articoli: su Ruby, parlando di “Mubarak, e sua nipote”, e sul rinvio a giudizio (“Verso il rinvio…”).
Il Cittadino (Lodi) lancia un appello a reagire all’ondata di “fango e vergogna” invitando a “toglierci le pantofole” e a gridare forte il disagio a causa “della crisi economica e culturale del paese che ha raggiunto il suo culmine a causa dei fatti legati alle vicende del premier”.
Non meno emblematica La Cittadella (Mantova) che fin dal titolo (“Fermiamo la macchina del fango”) critica i giornali del gruppo Berlusconi per le inchieste denigratorie contro gli avversari del premier col vituperato “metodo”Boffo: “Nei giorni in cui nel nord Africa e in Medio oriente esplodeva una rivolta popolare di proporzioni epocali, noi ci trastullavamo, in politica estera, con i fax provenienti dall’isola di Santa Lucia”.
Con chiaro riferimento alla vicenda della casa di Montecarlo.
Il Popolo (Pordenone) si chiede nell’editoriale “Doppia morale pubblica e privata”, se si può “scindere la politica dalla morale” o “se è separabile la vita privata di un politico dalla sfera pubblica”, partendo proprio da Berlusconi.
E la risposta che dà il giornale è “no”, evocando l’insegnamento di Aristotele. L’Avvenire di Calabria sollecita una “necessaria” rivolta morale di fronte “all’indecente panorama politico italiano” nell’editoriale “Il coraggio di tentare”, in sintonia con Luce e Vita di Molfetta, che chiede ai politici “misura, decoro, rispetto”.
In linea con l’Araldo Abruzzese (Teramo) che nell’editoriale “Libere, non leggère”, parla della manifestazione del 13 febbraio sottolineando che “vogliamo un paese che rispetti le donne tutte” perchè “l’Italia non è una Repubblica fondata sul favore sessuale…”.
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
BENGASI, QUI NELLA CITTA’ LIBERATA IL POPOLO E’ IN FESTA…E’ UNA RIVOLTA CONTRO IL DITTATORE CHE RISPONDE MASSACRANDO DONNE E BAMBINI NEL SUO DELIRIO… DIVERSI MILITARI CHE SI SONO SCHIERATI CON IL POPOLO SONO STATO MUTILATI
La Libia della rivolta contro Gheddafi è come una cassaforte che soltanto nelle ultime
ore i media cominciano a scassinare.
Come ha insegnato l’Iran dal 2009 in poi, meglio non avere reporter e telecamere in mezzo ai piedi se si vuole stroncare il dissenso come si deve. Così abbiamo dovuto accontentarci di vedere le immagini della nascente rivoluzione attraverso sequenze rubate dai telefonini o immortalate per un attimo dalla mano tremolante di qualche volenteroso dilettante.
Sembra che il primo giornalista a entrare in Libia dopo i massacri sia stato, ieri mattina presumibilmente, Ben Wedeman della Cnn.
Wedeman è passato dal confine egiziano, dove ieri sera torme di giornalisti occidentali erano ancora arenati nella zona dove l’esercito egiziano ha costruito un ospedale da campo per accogliere le migliaia di connazionali che stavano fuggendo in patria.
Poco più là di Marsa Matrouk: luoghi che ricordano l’epica di El Alamein e, più di recente, spiagge estive con acque cristalline.
A giudicare dai suoi reportage che raccontano il clima da Repubblica degli Insorti della Libia orientale, Wedeman non è ancora riuscito ad arrivare a Bengasi, che pure sulla carta non è distante.
Le condizioni di sicurezza devono essere minime.
Con il web messo fuori gioco (altro passaparola molto ascoltato dai dittatori di tutto il mondo), l’unico modo dall’esterno per raggiungere Bengasi è il telefono, che funziona male ma funziona ancora.
Dopo un po’ di chiamate a vuoto, Islam, ingegnere edile, risponde con voce squillante: «No, oggi Bengasi è tranquilla. La gente è nelle strade, non c’è traccia dei miliziani di Gheddafi. Qui sono tutti felici per come stanno andando le cose».
E adesso che cosa succederà ?
«Non lo so proprio, signore, so soltanto che non ci fermeremo. Non torneremo mai più sotto la dittatura di Gheddafi e della sua famiglia».
Si dice che in tutta la zona «liberata» stiano spuntando le bandiere rosso-nero-verdi con la stella e la mezzaluna del Regno di Libia, vietate dal regime. Probabilmente più uno sfregio a Tripoli che nostalgia di re Idris.
Rima, impiegata, abita vicino alla raffineria di Ras Lanuf, più o meno a metà strada tra Bengasi e Tripoli.
All’inizio esita: «Chi le ha dato il mio numero?».
Rassicurata, si scioglie. «A Bengasi la situazione è tranquilla», conferma.
Ma è Tripoli che la preoccupa: «Laggiù è stato un massacro. Ci sono migliaia di mercenari africani che uccidono la gente nelle strade. Non hanno pietà neppure delle donne e dei bambini. La popolazione è terrorizzata, nessuno esce più di casa, neppure per comprare il pane».
Gheddafi dice che a Bengasi la rivolta è guidata dagli islamisti, è vero? «No, è falso. Per favore raccontate al mondo la verità . Non credete alle parole di chi fa sparare addosso al suo popolo. Lo sa che a Tripoli hanno bombardato i dimostranti con gli aerei?».
Colpisce che in questa incipiente rivoluzione (qui, a differenza dell’Egitto, l’assalto al Palazzo c’è stato davvero, con la sua triste e inevitabile contabilità di sangue) non spuntano i nomi dei leader.
Per adesso è difficile farsi un’idea precisa di quale sia il volto dell’opposizione al Colonnello.
A rendere incerto l’esito della lotta è la posizione dell’esercito che in alcuni casi si è schierato con gli insorti.
Raccontano a Bengasi che ieri hanno portato all’ospedale diciassette soldati che erano stati torturati per aver appoggiato i ribelli.
Avevano nasi e orecchie tagliati. Sembra che nessuno sia riuscito a sopravvivere.
Claudio Gallo
(da “La Stampa“)
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Febbraio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLA ZONA “LIBERATA” DELLA LIBIA TRA I GIOVANI PROTAGONISTI DELLA RIVOLTA CONTRO IL MACELLAIO, MENTRE IN TELEVISIONE ESPLODE LA RABBIA DI GHEDDAFI
Per convincere soldati e poliziotti a fraternizzare con la piazza, i manifestanti hanno cominciato col dare alle fiamme il commissariato.
Quel gesto ha reso Tobruk la prima città caduta nelle mani degli insorti.
Ora è proprio davanti alle rovine di quell’edificio che da una settimana i manifestanti continuano a raccogliersi, mentre pennacchi di fumo si stagliano sull’orizzonte cristallino del Mediterraneo, innalzati da un deposito di munizioni bombardato dalle truppe guidate da un figlio di Muhammar Gheddafi.
È accaduto anche ieri pomeriggio, mentre il leader concionava in tv agghindato nella tunica marrone del beduino, nel patetico proposito di restituire spessore alla leggenda da lui confezionata riguardo alla sua nascita, per richiamare alla fedeltà i leader tribali che lo abbandonano: lui che si dice figlio di pastori della tribù dei Qadhdhafiya, nato nel 1942 sotto una tenda beduina nei deserti della Sirte.
Quando il suo ghigno sulfureo riempie lo schermo della tv, pochi si raccolgono a guardarlo, se non i più anziani nei caffè attorno alla piazza dove adesso sventola alto il tricolore con la mezzaluna “dell’indipendenza” al posto del vessillo verde introdotto da Gheddafi nel ’52 come simbolo della “rivoluzione popolare”.
Verde come il Libro pubblicato dal tiranno nel 1975 per regolare la Jamahiriyyia, l’immaginario Stato delle masse.
È lo stesso che, scolpito in copie di dimensioni monumentali, punteggia il Paese e infatti là fuori i giovani ora stanno demolendone uno a colpi di piccone.
“Ecco la giusta fine di quel libro assurdo”, si sgolano i ragazzi.
I tonfi del cemento che rotola a terra fanno da sordo controcanto alle raffiche di mitra che riempiono il cielo di Tobruk, sparate per festeggiare “la liberazione”.
Sono loro, i giovani, gli eroi della Nuova Rivoluzione, i grandi protagonisti dei moti libici.
Per questo, quando la voce di Gheddafi arriva dai televisori, e lui ringhia “Muhammar Gheddafi è il capo della rivoluzione, sinonimo di sacrifici fino alla fine dei giorni” esplodono le invettive degli shebab, i ragazzi: “Per ironia, il “capo della rivoluzione popolare” sta per essere rovesciato dalla vera Rivoluzione popolare della Libia”, fanno in coro.
“L’uomo è disperato”, ironizzano con un misto di rabbia e disgusto per la “stolta furbizia” del leader, che mette le mani avanti: “Se potessi dimettermi lo farei, ma non sono presidente. Però ho il mio fucile e mi batterò fino all’ultima goccia di sangue”.
Il coro quasi si smorza, incredulo, nell’ascoltare Gheddafi che nega le stragi di questi giorni: “Noi non abbiamo ancora fatto ricorso alla forza. Non ho ordinato di sparare un singolo proiettile”, ripete.
Lo fa sullo sfondo della mattanza dei mille morti denunciati questo pomeriggio dalle ong, a fronte dei 400 calcolati dalla Federazione internazionale della Lega dei diritti umani.
Un gruppo di medici mostra alcuni proiettili raccolti sul bitume.
Uno di loro ha in pugno un proiettile calibro 50, lo stesso calibro usato dalla Nato per trapassare i muri.
“Questo spiega l’osceno stato di certi cadaveri, maciullati”, dice.
Ma quando la voce di Gheddafi rimomba, indirizzandosi ai giovani con l’epiteto di “topi di fogna”; quando li minaccia: “Restituite immediatamente le armi, se no ci saranno mattanze”; e poi evoca i massacri di Tienanmen, nell’89 a Pechino, e la fine di Fallujah, il bastione sunnita iracheno distrutto dagli americani nel 2004, anche gli anziani gli lanciano epiteti di “Kalb, kalb”, cane, cane, “rognoso e rabbioso”.
Seguiti da “Abbasso il macellaio”.
Il frastuono copre il discorso del “re dei re d’Africa” (il titolo di cui s’è fregiato nel 2009 a capo dell’Unione africana) quando lui promette ai “rivoltosi la pena di morte”, legge i codicilli del Libro verde, e si appella ai libici: “Voi che mi amate, voi libici tutti, uomini e donne uscite dalle case, attaccate i topi di fogna nei loro rifugi, purgate la Libia centimetro per centimetro, casa per casa, strada per strada. Prendeteli, arrestateli, consegnateli alla polizia. Milioni mi difenderanno, fatevi sentire e gridate “Sacrificheremo l’anima e il sangue per il nostro leader”.
“Muhammar Gheddafi non è una persona normale, che si possa avvelenare o abbattere con una rivoluzione”, urla ancora e poi resta senza fiato il rais. Scrosci di risate in piazza e nei caffè.
“Il muro della paura è caduto”, commentano di rimando.
Finchè al tentativo di sminuirli: “Stanno soltanto copiando l’Egitto e la Tunisia”, gli shebab rispondono con lo slogan universale delle rivoluzioni arabe: “Erhal, erhal”, vattene, vattene.
Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto, e che si preparano a prendere in mano le redini del Paese.
Loro, che vedi pattugliare i posti di blocco che puntellano la Libia liberata, ossia tutta la fascia orientale del Paese.
Indossano gli abiti più strampalati.
Felpe, maglioni a righe, giacconi da cacciatore.
Hanno tutti un cappello in testa, e ce ne sono dalle fogge più strane.
Molti, forse per ridicolizzare quelle di Gheddafi e del suo “amico” Berlusconi, si fasciano la testa di coloratissime bandane. S
cherzano, ridono, ballano, pur essendo tutti armati, chi di Kalashnikov, chi di rivoltelle, chi di mazze ferrate.
Dopo aver controllato il portapacchi delle auto, di solito benedicono il conducente con una frase del Corano.
E sono ancora una volta loro che accolgono i giornalisti con entusiasmo: “Perchè avete tardato?”.
“Finalmente”, dicono, possono consegnare i video dei massacri: immagini a volte troppo raccapriccianti, di corpi esplosi in pezzi. A
ltri filmati confermano le sparatorie sui dimostranti.
Alcuni gruppi sono già partiti verso Tripoli, mentre il movimento si sposta verso occidente a dare man forte alla protesta.
In senso inverso, cioè in direzione del confine egiziano, incrociamo pulmini carichi fino all’inverosimile.
Sono gli immigrati che tornano a casa.
Riportano notizie di Tripoli, di elicotteri che continuano a sparare sui manifestanti, di “orrende sevizie da parte delle milizie di Gheddafi, di notti di terrore coi mercenari che sparano su tutto e tutti, mentre i feriti restano a dissanguarsi sull’asfalto, perchè è impossibile soccorrerli sotto i tiri dei proiettili”.
I lavoratori stranieri vanno a imbottigliarsi alla frontiera di Musaid: aspettano in fila almeno seimila persone.
Altri due milioni pensano di espatriare.
Pietro Del Re
(da “La Repubblica“)
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