Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
ALT DELLA LEGA: “NON PUO’ ANDARE A UN MINISTRO DEL SUD”… ROMANO MINACCIA DI ABBANDONARE IL GRUPPO…VETI INCROCIATI TRA I RESPONSABILI CHE SONO GIA’ DIVISI TRA LORO… GALAN VERSO LE POLITICHE COMUNITARIE, ENTRA BONAIUTI
“Saverio, tu sei ministro dell’Agricoltura. Sereno. Con Umberto ci parlo io, devi solo
pazientare” sussurra in serata il premier Berlusconi a Montecitorio all’orecchio del fedele Romano.
In quell’esatto momento, il co-fondatore (con Moffa) dei Responsabili, artefice dello strappo dei cinque ex Udc, ha capito che l’agognato riconoscimento per ora si allontana.
Per lui come per gli altri pezzi acquisiti di maggioranza, pronti a passare all’incasso.
Pesa il veto di Bossi sul dicastero più pesante tra quelli in ballo.
Il Senatur al premier suggerisce di “prendere tempo”, quando si chiude con Calderoli, Cota e Bricolo nella saletta del governo adiacente all’aula per festeggiare l’approvazione del federalismo municipale.
Il Carroccio non molla la presa sull’Agricoltura, poltrona finora occupata da Galan e dalla quale pendono le sorti dei ladroni delle quote latte.
Ma se l’operazione rimpasto data per imminente addirittura per il consiglio dei ministri di oggi, è poi slittata a martedì se non oltre, è perchè in 48 ore sulle seggiole in gioco si è scatenata la guerriglia.
C’è mezzo gruppo dei Responsabili, da Moffa alla Polidori fino a Pionati pronti ad alzare barricate sull’ascesa al collega siciliano.
E così, prigioniero della “tribù degli Scilipoti” – come in Transatlantico bollano la terza gamba della maggioranza – il presidente del Consiglio è costretto a soprassedere per ora.
Un rinvio strategico, che fa molto gioco al premier impelagato nella partita politico-giudiziaria legata allo scandalo Ruby.
“Non posso permettermi di correre rischi, di perdere pezzi di maggioranza a pochi giorni dal probabile voto in aula sul conflitto di attribuzione” ha ragionato con i suoi il Cavaliere, chiuso tutto il giorno a Palazzo Grazioli prima di spostarsi alle 19 a Montecitorio.
Fini è intenzionato a rimettere all’aula la decisione sull’apertura del conflitto coi giudici di Milano davanti alla Consulta.
Ma se il rimpasto si chiuderà prima – con l’assegnazione di tre ministeri e altrettanti vice e una sfilza di sottosegretariati – i troppi scontenti si trasformerebbero in altrettanti pericolosi disertori.
I mal di pancia serpeggiano, in Transatlantico, e Berlusconi ne è informato. “Per quanto tempo ci dovranno prendere in giro? Sta rinviando di settimana in settimana questi incarichi, non è più tollerabile” alza la voce Mario Pepe (Responsabile) con i colleghi di gruppo nei quali si imbatte.
Gli artefici della fiducia del 14 dicembre stanno perdendo la pazienza. “Il presidente faccia come vuole, ma io gli ho suggerito di ragionare bene sull’Agricoltura – racconta a un collega Francesco Pionati – Ma vi pare che si possa dare un ministero così pesante a un siciliano non pidiellino, di un partito mini che ha perso pure Mannino e Cuffaro?”.
Eppure, in giornata Berlusconi aveva provato a mettere a posto i tasselli. Incontrando il ministro (uscente) all’Agricoltura Giancarlo Galan a Palazzo Grazioli e provando a convincerlo ad accettare le Politiche comunitarie.
Sandro Bondi lo considera già dimissionario e Paolo Bonaiuti è stato allertato.
A Bossi e Calderoli che hanno continuato a sponsorizzare Bricolo per l’Agricoltura (“Ha pure la faccia da contadino” hanno ironizzato col Cavaliere) il premier ha assicurato che tre sottosegretari saranno loro, compreso uno “di sentinella” all’Agricoltura, il piemontese Fogliato, qualora il ministero più delicato dovesse andare davvero al “siciliano”.
Ma ai leghisti ha garantito soprattutto la cosa che a loro sta più a cuore: il voto di fiducia anche per i prossimi decreti in arrivo sul federalismo, a cominciare da quello regionale.
E tanto basta al Senatur per stringere la mano e incoraggiare per ora l’amico sulla tenuta dell’asse: “Per adesso teniamo”.
Prendere tempo, rinviare le grane, tenere serrate le file.
Eccole le priorità di un Berlusconi che ha altro a cui pensare.
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Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO SFOGGIA POCHEZZA POLITICA E “POCHETTE” VERDE: APPENA 314 FAVOREVOLI, ALTRO CHE QUOTA 325… I NOMI DEGLI ASSENTI E DEGLI ASTENUTI, TRA RICATTI E MALUMORI NELLA MAGGIORANZA
La Camera conferma la fiducia al governo approvando la risoluzione di maggioranza relativa al testo sul federalismo fiscale municipale, come da desiderata della Lega.
La risoluzione è passata con 314 sì e 291 no e 2 astenuti.
Silvio Berlusconi era in aula alla Camera con il fazzoletto verde della Lega nel taschino della giacca.
Subito dopo il voto di fiducia, racconta Giacomo Stucchi, «Maroni mi ha preso il fazzoletto e l’ha messo nel taschino di Berlusconi».
Cosi il premier è passato dalla pochezza politica del suo governo alla pochette verde nel taschino.
Berlusconi ha ostentato poi la solita apparente soddisfazione per il risultato ottenuto, anche se 314 non rappresenta la maggioranza assoluta dell’Aula:
«Sono tranquillo, sapevamo che c’erano alcuni malati e due in missione – ha detto il premier -. Altrimenti saremmo a quota 322».
Anche se in realtà i voti mancanti all’appello sono stati solo 5 (un leghista non ha votato, due pidiellini erano assenti e due in missione) e quindi anche se fossero stati tutti presenti la maggioranza sarebbe stata di 319 voti e non 322.
Ad astenersi sono stati i due deputati delle Minoranze linguistiche, Brugger e Zeller.
I deputati in missione erano sette, di cui due del Pdl (i presidenti di commissione Gianfranco Conte e Paolo Russo), Salvatore Lombardo e Carmelo Lo Monte dell’Mpa (che pure aveva svolto la dichiarazione di voto per il suo partito), la Liberaldemocratica Daniela Melchiorre, Luca Volontè dell’Udc e Mario Brandolini del Pd.
A non partecipare al voto sono stati in 15.
Per la maggioranza erano assenti Giancarlo Abelli e Giuseppe Palumbo del Pdl, Daniele Molgora della Lega, Antonio Gaglione e Calogero Mannino del gruppo Misto.
Quanto all’opposizione, non hanno risposto alla chiama Andrea Ronchi e Giulia Cosenza di Fli, Roberto Commercio e Ferdinando Latteri dell’Mpa, Sergio Piffari di Idv, Marco Fedi e Maria Paola Merloni del Pd e Anna Teresa Formisano e Luca Volontè dell’Udc.
Alla chiama non ha risposto neppure il liberaldemocratico Italo Tanoni. L’unico gruppo presente con il 100% dei suoi deputati è stato Iniziativa Responsabile.
Solo all’ultimo momento il governo ha recuperato il dissenso dei 10 deputati di Noi Sud di Miccichè, impegnandosi a non tagliare le risorse sull’eolico, altrimenti l’esito del voto sarebbe stato disastroso.
Senza contare che anche nel gruppo dei Responsabili sono in diversi ormai a manifestare palese malumore per le mancate nomine a ministri e sottosegretari.
Una situazione di disagio che non promette nulla di buono per il futuro.
Nel frattempo Silvio e i suoi compagni di merende leghisti hanno festeggiato al motto “più tasse per tutti”, sventolando le bandiere verdi miseria.
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Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
MA IN SENATO TRA GLI SCANSAFATICHE CI SONO DUE PD, TEDESCO E CRISAFULLI… IL RAPPORTO OPENPOLIS SULL’ATTIVITA’ DEI PARLAMENTARI: L’AVVOCATO DEL PREMIER ASSENTE IN OCCASIONE DEL 77% DELLE VOTAZIONI, IL COORDINATORE DEL PDL NEL 70%
Sarà che hanno altro da fare, sarà che in Parlamento si annoiano, sarà che sono
fannulloni, ma eccolo qui: Niccolò Ghedini, Denis Verdini, Antonio Angelucci del Pdl alla Camera, Sebastiano Burgaretta Aparo (Pdl), Alberto Tedesco e Vladimiro Crisafulli del Pd al Senato si sono conquistati la palma di parlamentari meno produttivi degli ultimi anni, calcolata attraverso il nuovo Indice di Produttività dell’associazione Openpolis.
Dopo aver scosso il mondo politico con le classifiche di presenza e il monitoraggio attento dell’operato di deputati e senatori (resta negli annali il tentativo della Carlucci di accreditarsi come parlamentare da record, firmando 241 disegni di legge in un giorno) Openpolis ha affinato ancora le sue armi: l’ultima creatura del gruppo di volontari è l’indice di produttività parlamentare, un parametro che stabilisce l’entità e l’impegno dell’onorevole durante la legislatura, considerando fattori diversi come la sua presenza in aula, i disegni di legge firmati e presentati, le mozioni, gli emendamenti e altro ancora.
Una ricerca che non serve però ad alimentare antipolitica e demagogia, come ci tengono a precisare da Openpolis: «Non siamo alla ricerca della formula magica per calcolare la buona politica. Non pretendiamo, nè vogliamo far credere, che il lavoro, e in particolare quello politico, possa essere ridotto a unità fisiche omogenee e misurato a chili o a metri. La nostra ambizione è di mettere a disposizione strumenti che aiutino a leggere e interpretare una realtà complessa come quella dell’attività parlamentare partendo, però, dai dati ufficiali, quelli forniti dal Parlamento stesso, invece che da giudizi e opinioni preconfezionati», spiega uno dei responsabili del progetto, Ettore Di Cesare..
La domanda adesso è quanto mai lecita: perchè gli italiani pagano Niccolò Ghedini?
L’avvocato di Berlusconi è a tutti gli effetti troppo impegnato a seguire i processi del suo cliente per poter svolgere qualunque altra attività .
I numeri di Openpolis parlano chiaro; in più di due anni e mezzo di legislatura, Ghedini non è mai stato primo firmatario di un disegno di legge, di un emendamento, di una mozione: solo otto volte risulta cofirmatario di atti parlamentari, tra cui il disegno di legge per realizzare un museo borbonico. Se questo non bastasse, Ghedini è assente al 77 per cento delle votazioni (quando la media dei deputati è del 15 per cento circa).
A seguire nella graduatoria si trova un altro big del centrodestra, il re delle cliniche e dell’editoria Antonio Angelucci.
Rimasto a casa nel 72 per cento delle votazioni, può contare su circa una quarantina di atti in cui compare la sua firma, solo una volta da primo firmatario (un’interrogazione in Commissione di 8 righe esatte).
Non è ancora dato sapere come Angelucci reagirà alla sua seconda posizione, ma ad Openpolis farebbero bene a preoccuparsi visto che l’anno scorso lo stesso Angelucci chiese venti milioni di euro a Wikipedia per diffamazione.
Soldi che potrebbero tornare comodi per mettere una pietra sopra ai problemi con la Guardia di Finanza, collegati a quelle “decine di milioni di euro” ricevute da Libero e dal Riformista come finanziamento di stato all’editoria, senza però averne diritto.
Depurando la classifica da chi è stato bloccato a lungo per malattia, al terzo posto sale un altro colonnello del Pdl, Denis Verdini.
Sette volte su dieci non alle votazioni, ha messo la sua firma su soli otto atti parlamentari tra interrogazioni e mozioni.
Pochi ma buoni verrebbe da dire, visto che una delle sue (poche) interrogazioni puntava il dito contro la procura di Bari e la fuga di notizia legata al caso D’Addario, dipingendo scenari complottistici architettati da D’Alema e dalle toghe rosse in Puglia. I problemi del paese prima di tutto insomma.
Qualche posizione più giù tra i fannulloni della Camera si possono trovare degli habituè delle graduatorie di improduttività , come mister assenteismo Antonio Gaglione (nove volte su dieci rimasto a casa al momento del voto) o Italo Tanoni, uno dei nomi più gettonati quando si parla di cambiare casacca in Parlamento (prima Pdl, poi misto, per qualche ora tornato con Berlusconi, poi nel terzo polo, adesso tentato di tornare da B.).
Se alla Camera è il centro destra a fare filotto, con sette suoi deputati tra i peggiori dieci, al Senato è invece il centrosinistra a vincere per 6 a 4 la poco prestigiosa gara dell’improduttività .
Il primo posto resta comunque in mano al Pdl grazie a Sebastiano Bulgaretta Aparo, senatore siciliano subentrato in Senato a fine 2009, e che può essere parzialmente giustificato proprio dal numero inferiore di giorni passati alle Camere.
Al secondo posto c’è invece il Pd Alberto Tedesco, raggiunto in queste ore da un’ordinanza di custodia cautelare collegata all’inchiesta sulla sanità pugliese. Dietro di lui Vladimiro Crisafulli, quattro volte su dieci assente al momento delle votazioni, che precede gli altri democratici Zavoli, Latorre e Agostini.
Mauro Munafò
(da “L’Espresso“)
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Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SEGNALAZIONE DELL’AUTORITA’ A FINI E SCHIFANI: E’ INOPPORTUNO ALLA LUCE DEL CONFLITTO DI INTERESSI… SENZA UNA PROROGA SAREBBE AUTOMATICA L’APERTURA DI UN’INCHIESTA A CARICO DEL PREMIER
Non può essere il Silvio Berlusconi premier a firmare la legge chiamata a decidere se il Silvio Berlusconi imprenditore possa estendere il suo impero mediatico con l’acquisto di altri giornali.
Sembra scontato, ma nell’Italia del Cavaliere serve uno specifico intervento dell’Antitrust per sancire un principio messo in discussione dal Milleproroghe approvato (con la fiducia) la scorsa settimana.
Colpa di un blitz della maggioranza che all’ultimo momento, nel decreto ha inserito la fine del divieto di acquisto di quotidiani da parte dei proprietari di televisioni in posizione dominante.
In una lettera inviata a Berlusconi e ai presidenti delle Camere Fini e Schifani l’Antitrust afferma che «attribuire al premier il potere di prorogare o no il divieto di incroci proprietari tra giornali e tv successivamente al 31 marzo 2011 è inopportuno».
La vicenda inizia al Senato, che aveva deciso di prolungare il divieto di incroci per due anni, andando incontro alla richiesta dell’Autorità per le comunicazioni (Agcom) giunta dopo un esposto del deputato del Pd Paolo Gentiloni.
Poi alla Camera il blitz della maggioranza: prima il divieto viene tagliato di un anno (fine 2011).
Poi arriva una nuova modifica – scritta a penna poco prima del voto in aula – secondo cui l’embargo scadadrà il prossimo 31 marzo.
Tra un mese.
Di più, si prevede che sarà proprio il premier Silvio Berlusconi a decidere se reintrodurre o meno il divieto.
Una scelta inaccettabile per l’Antitrust, per il quale «senza una modifica della norma, l’adozione o la mancata adozione dell’atto di proroga» porterebbe automaticamente all’apertura di un’inchiesta per «conflitto di interessi» a carico del Cavaliere per «verificare» se il suo «patrimonio» ne sia stato arricchito e l’eventuale «danno per l’interesse pubblico».
L’Antitrust, inoltre, ricorda che il 20 gennaio l’Agcom aveva richiesto di confermare il divieto «per tutelare il pluralismo dell’informazione».
«La segnalazione – commenta Gentiloni – è ineccepibile: qualsiasi cosa Berlusconi faccia in questa materia configurerebbe un conflitto di interessi perfino secondo la inutile legge Frattini».
Sulla stessa linea l’Idv e Futuro e libertà (Briguglio).
A questo punto servirà un atto collegiale del governo, e non unilaterale del premier, per decidere l’eventuale proroga al divieto.
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Marzo 3rd, 2011 Riccardo Fucile
“ABBIAMO ILCOLTELLO DALLA PARTE DEL MANICO” DICE LA FAGGIOLI…”NON ABBIAMO UN CAZZO” RISPONDE LA MINETTI… DOPO L’USCITA DELLA NOTIZIA DEI FESTINI, LE RAGAZZE TEMEVANO DI AVER PERSO LA LORO FONTE DI ENTRATE
Dopo una cena ad Arcore si diffonde la notizia della pubblicazione sul Fatto delle
prime notizie sull’inchiesta-Ruby.
“Abbiamo il coltello dalla parte del manico”, dice la Faggioli.
“Non abbiamo un cazzo”, risponde Nicole Minetti.
E Marysthell Polanco prepara la lettera di “rivendicazioni sindacali” da inviare al premier
Il 26 ottobre 2010 è una data che fa da spartiacque nella vicenda Ruby.
Quel giorno, infatti, le storie di festini e ricatti delle notti di Arcore diventano di dominio pubblico.
Le 782 pagine di verbali consegnate dai pm di Milano per chiedere l’autorizzazione a procedere contro Silvio Berlusconi aiutano a ricostruire i retroscena di quella notte.
E c’è subito una sorpresa: la sera che precede la pubblicazione della notizia a villa San Martino c’è una “cena”, con molte delle ragazze che diventeranno protagoniste della vicenda.
Nel corso di quella serata l’umore del premier subisce un cambiamento, inizia a girare la voce che sta per uscire la notizia.
Nelle 24 ore successive accadrà di tutto.
E, come vedremo in seguito, Marysthell Polanco si improvviserà “delegato sindacale” delle ragazze annunciando una lettera di rivendicazioni da far avere al premier tramite Nicole Minetti.
Le intercettazioni della notte del 26 ottobre raccontano proprio il cambiamento di stato d’animo tra l’ingresso “allegro” ad Arcore, intorno alle 22, e gli scambi di sms preoccupati per la vicenda “devastante” che le ragazze si scambiano dopo l’una di notte, quando evidentemente la notizia della pubblicazione è circolata tra gli interessati.
Insomma, tutti sapevano che quell’articolo avrebbe dato il via a una serie di rivelazioni potenzialmente distruttive per loro.
“Abbiamo il coltello dalla parte del manico”, prova a dire Barbara Faggioli. “Non abbiamo in mano un cazzo”, risponde Nicole Minetti: “Non lo vedremo più per un sacco di tempo”.
Poi la stessa Faggioli cambia idea: “Siamo sputtanate a vita”.
Non solo: le ragazze fanno chiaramente riferimento alle preoccupazioni di Silvio Berlusconi. E si regolano di conseguenza.
Ecco allora lo scambio di battute all’una e trentanove minuti del 26 ottobre tra Nicole Minetti e Barbara Faggioli.
Minetti: Amo qui c’è proprio da ammazzare amore. qua la cosa è devastante
Faggioli: lo so
Minetti: devastante! Ma tu lo sai che… guarda che…
Faggioli: lo so, ma sai…
Minetti: guarda che lui è così perchè sa che sta uscendo, lo sa
Faggioli: lo so, lo so, lo so… no ma non puo passare cosi e
Minetti: Amo vuoi sapere una cosa? Ha detto una cosa saggia la Marysthell
Faggioli: a?
Minetti: la Marysthell ha detto parole sacre
Faggioli: sì
Nicole Minetti: noi per tanto non lo vediamo più fidati
Faggioli: ah ma Niki ma noi abbiamo il coltello dalla parte del manico, ricordatelo sempre
Minetti: Tesoro non abbiamo un cazzo noi fidati. Non abbiamo un emerito cazzo noi! Fidati, nulla
Faggioli: Ma te ne rendi conto che siamo sputtanate a vita?
Passata la notte, inizia la giornata più lunga per le ragazze protagoniste dei festini del premier.
Da un lato lo stupore di chi ha scoperto “da Lele” che la notizia è uscita sul Fatto Quotidiano.
Dall’altro iniziano le rivendicazioni sindacali, con Maryshtell Polanco che si lamenta del momento economico difficile e scrive una lettera che Nicole Minetti dovrà consegnare a “lui”.
Ecco la sua telefonata della Polanco con Aris Espinoza del 26 ottobre 2010 alle 12:54, in cui si parla di una lettera di rivendicazioni
Polanco: Adesso Nicolo (prob ha voluto dire Nicole) passerà da qui perchè io manderò una lettera a “lui”
Aris: Ah, certo, ok
Polanco: Di parte di tutte noi. Praticamente gli dirò ce stamattina alle 7 si è presentato il ragazzo per andare a comprare il mixer e abbiamo fatto una figura di merda…gli scriverò questo
Aris: Ah
Polanco: Ed un’altra cosa…che nè Diana nè tu nè io abbiamo per muoverci…per mangiare…io gli scriverò tutto…Che noi stiamo passando per un momento molto difficile e che…
Aris: Io sto male di salute, io sto male di salute
Polanco: Certo io glielo dirò di parte nostra
Aris: Certo
Polanco: Nicole passerà da qui, da Colorado…io scriverò la lettera così gliela porta e la legge. Hai capito?
Aris: Certo, scrivigli anche del mio dente che mi sta ammazzando.
Polanco: No, guarda io sono incazzata con “lui” se sapessi…L’ho chiamato oggi là tre volte e dicono che non c’è.
Aris: Ah, Nicole lo ha chiamato tutta la mattina…e non le ha risposto….
Che il 26 ottobre non sia proprio una giornata tranquilla per tutto il clan che ha preso parte alle feste di villa San Martino, lo testimonia anche la telefonata delle 13:07 tra Annina e Barbara Faggioli, che citano esplicitamente lo scoop de Il Fatto.
Barbara: Ma senti un po’, ma è uscito qualcosa? Di quella roba lì?
Annina: Ehmmm, perchè?
Barbara: Perchè a me il Lele ha detto che è uscito
Annina: Eh, leggi il Fatto Quotidiano
Barbara: Il? Che quotidiano?
Annina: Il Fatto Quotidiano. Il fatto
Barbara: Sì però non è…non esiste che non avvisa..anche lui! Cioè io l’ho chiamato stamattina si…Boh, cioè non…è allucinante sta storia dai Anna!
Annina: Eeee lo so.
Barbara: Col bene che gli voglio però…cioè…va bè dopo lo compro e poi…poi…
Annina: Va bè no, ma tanto non è niente diii…vedrai. Dopo capirai.
Barbara: Beh, ma ci sono i nomi?
Annina: No! No no no
Barbara: No?
Annina: No, no!
Barbara: Ah ok
Annina: Va bè, dopo vedi.
L’articolo che ha scatenato le preoccupazioni delle ragazze, in effetti, non rivelava nomi e dinamiche rese note nei giorni e nei mesi successivi.
Ma lasciava intravedere, e faceva chiaramente intendere, che non si trattava di una vicenda marginale: “Una ragazza, appena diciottenne, sta raccontando di avere avuto incontri con lui quando era ancora minorenne”, si legge nell’articolo del 26 ottobre:
“Un nuovo caso Noemi Letizia? No, una vicenda ancor più spinosa, perchè questa volta la ragazza racconta fatti, incontri, conte- sto, particolari. Fa i nomi di protagonisti e comprimari”.
Forse questa è la frase che ha fatto tremare Minetti, Faggioli e Polanco. O forse, più semplicemente, la consapevolezza che di lì a poco anche loro sarebbero state tirate in ballo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA DI CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE PRESENTATA ALLA CAMERA PREVEDE IL PARERE DELLA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI, POI LA PRATICA RITORNA ALL’UFFICIO DI PRESIDENZA CHE DECIDE SE SOTTOPORLA O MENO AL VOTO DEI DEPUTATI… IN QUATTRO OCCASIONI I CONFLITTI SI SONO FERMATI PRIMA
E adesso che succede? È l’interrogativo che arrovella Montecitorio.
La prassi per i conflitti di attribuzioni è già scritta.
I capigruppo della maggioranza hanno presentato la lettera, peraltro senza alcuna indicazione di un oggetto, al presidente della Camera.
Il quale, per un parere, la invia alla giunta per le autorizzazioni.
Lì la questione viene delibata e ci si esprime con un voto.
La pratica torna al presidente e all’ufficio di presidenza. Che deve decidere se passare il conflitto all’aula.
Perchè un conflitto possa giungere alla Consulta esso deve necessariamente passare per l’aula di Montecitorio che deve votare.
Altrimenti il conflitto non esiste.
Qui sorge un problema.
I berlusconiani ritengono che quello di Fini sia un “atto dovuto”.
Ma i precedenti della Camera, già studiati attentamente dagli uffici, dimostrano che non è affatto così.
Ci sono ben quattro casi in cui i conflitti si sono fermati prima.
Quello Faggiano-Sardelli del 2003, per via di un conteggio di voti in Puglia, che pur con un parere positivo della giunta perle elezioni, non approdò in aula perchè bloccato dall’ufficio di presidenza.
Lo stesso è accaduto per il caso di Sergio D’Elia, contestato dalla Regione Toscana per il suo ruolo di segretario di presidenza. I radicali volevano il conflitto, l’ufficio di presidenza a maggioranza lo fermò.
E siamo al caso Mancini che contestava di aver subito intercettazioni telefoniche non autorizzate, dove sia la giunta che l’ufficio di presidenza bocciarono il conflitto.
Infine il caso Evangelisti-Brunetta del giugno 2010, quando il primo voleva sollevare conflitto contro il secondo per la risposta a un’interrogazione, ma il caso si è fermato prima dell’aula.
La materia è caldissima.
Qualora il conflitto arrivi comunque alla Consulta essa valuterà prima l’ammissibilità e poi, in caso di risposta positiva, si esprimerà nel merito. Il processo comunque non si blocca fino alla sentenza.
Sollevare il conflitto di attribuzione alla Camera significa, in caso di accoglimento del ricorso da parte della Corte Costituzionale, riportare il processo in questione all’autorizzazione a procedere per il caso di reato ministeriale.
Si può sintetizzare così l’obiettivo che la maggioranza si propone, attivando la procedura per il processo che riguarda Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Ma come funziona il conflitto?
LA LEGGE
La legge costituzionale 1 del 1989 attribuisce alla Camera il potere di dare l’autorizzazione a procedere di fronte a reati ministeriali, commessi da ministri e presidente del Consiglio, secondo quanto disciplinato dall’articolo 96 della Costituzione. Nel caso in cui, dunque, la Camera ritenesse lesa questa sua prerogativa, la Camera può sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri davanti
alla Corte Costituzionale.
I passaggi parlamentari previsti chiamano rispettivamente in causa Ufficio di presidenza, Giunta per le autorizzazioni e quindi voto dell’assemblea.
Sul caso Ruby che vede il presidente del Consiglio a processo il 6 aprile, si è dunque aperta la prospettiva di un conflitto davanti alla Corte Costituzionale,
paventata fin dall’inizio dal Pdl, posta la competenza del Tribunale dei ministri «rivendicata» da subito da parte della maggioranza, che in tal modo si era già espressa negando l’autorizzazione alla perquisizione chiesta dai pm di Milano.
I TEMPI
Ad ogni modo, non si sospende da subito il procedimento ormai avviato davanti ai magistrati.
L’ipotesi di sospensiva del procedimento, infatti, nella legge del 1953 che regola il funzionamento della Corte Costituzionale, viene disciplinata dall’articoli 35 e 40 e riguarda il giudizio di legittimità costituzionale delle leggi sollevato in via principale ed il conflitto fra enti e non fra poteri dello Stato: «L’esecuzione degli atti che hanno dato luogo al conflitto di attribuzione fra Stato e Regione ovvero fra Regioni – si legge nell’articolo 40 – può essere in pendenza del giudizio, sospesa per gravi ragioni, con ordinanza motivata, dalla Corte».
LE FASI
Sollevato il conflitto di attribuzione, il giudizio della Consulta si articola invece in due fasi.
In una prima fase i giudici costituzionali sono chiamati a conoscere il ricorso del ricorrente, in camera di consiglio e senza contraddittorio.
Se giudicano ammissibile il ricorso, la Corte dispone la notificazione alle parti che ha individuato e dà un termine al ricorrente perchè ridepositi il ricorso notificato.
Per le notifiche in genere il termine è di 60 giorni, 30 o 15 in alcuni casi più urgenti. La Corte dà quindi un termine giorni anche alla parte resistente per decidere di costituirsi in giudizio.
Dal momento, dunque dell’eventuale dichiarazione di ammissibilità passerebbero alcuni mesi per giungere alla trattazione nel merito del conflitto sollevato.
GLI EFFETTI
Se la Consulta dovesse riconoscere il ricorso fondato, il giudizio penale verrebbe travolto e il procedimento ripartirebbe secondo la legge costituzionale, che prevede l’autorizzazione a procedere in caso di reato ministeriale .
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
SE NON VUOLE ESSERE ASCOLTATO, AL PREMIER BASTEREBBE SELEZIONARE MEGLIO I SUOI INTERLOCUTORI, EVITANDO MAFIOSI, CORRUTTORI, PAPPONI E MIGNOTTE… L’ALTERNATIVA E’ STARE ZITTO ( E NON SAREBBE UNA CATTIVA IDEA) O USARE I PIZZINI…IN FONDO PARLARE CON GENTE ONESTA NON E’ COSI’ TRAUMATICO
Gentile Cavaliere, scusi l’insistenza, ma abbiamo come l’impressione che Lei
continui a farsi del male.
Non per colpa Sua, ci mancherebbe: Lei non ha colpe, mai.
Ma per colpa di chi La circonda e, se ci consente, La mal consiglia.
L’altro giorno, per esempio, lei ha annunciato a una scelta platea di somari, fra i quali numerosi ministri, che Lei ha “rinunciato da tempo ad avere un telefonino perchè il mio era esposto a ogni tipo di intercettazione”.
Ora, non sappiamo chi Le abbia consigliato una simile scempiaggine, ma possiamo assicurarLe che costui L’ha ingannata.
Anzitutto il Suo telefonino non è mai stato intercettato (dal 1994 Lei è un parlamentare e come tale non può essere ascoltato; prima, per quanto più volte indagato, non risulta che i giudici Le abbiano mai messo sotto controllo i telefoni, salvo una volta, nel 1983, quand’era sospettato di traffico di droga, accusa poi archiviata).
Ogni qual volta è stata captata la Sua voce in conversazioni telefoniche, è perchè i giudici stavano intercettando i telefoni dei Suoi interlocutori: personaggi indagati (l’immobiliarista Della Valle, Dell’Utri, Saccà , Cuffaro) o possibili vittime di Suoi reati (Ruby-Karima e altre Papi-girls).
Il che significa, signor Presidente, che per non essere più ascoltato non le basterà rinunciare al telefonino personale e usare quello del suo caposcorta (come per la telefonata in Questura per Ruby) o di qualcun altro, o magari un’utenza fissa: se un giudice intercetta l’altro interlocutore, Lei può pure parlare da una cabina telefonica, sempre che arrivi all’apparecchio, ma la sua voce sarà registrata lo stesso.
Quindi, se non vuol essere ascoltato, delle due l’una: o smette proprio di parlare (rendendo, fra l’altro, un gran servigio ai nostri timpani e alla nazione tutta), magari passando al più sicuro sistema dei pizzini molto in voga in ambienti a Lei vicini; oppure cerca di selezionare meglio i Suoi interlocutori, evitando mafiosi, corruttori, papponi e mignotte.
Ogni anno, in tutta Italia, vengono intercettate dalle 5 alle 10 mila persone, perlopiù delinquenti matricolati: ecco, Lei tenti, per quanto possibile, di parlare con le altre (sono parecchie, circa 60 milioni).
Vedrà che parlare con gente onesta non è poi così traumatico.
Ci riescono in tanti.
Sempre l’altroieri, Lei ha allietato la giuliva platea con la contabilità al dettaglio dei Suoi processi: “Oggi si celebra la 2.952esima udienza a mio carico. Io sono l’uomo più processato d’Italia, ho avuto 103 procedimenti, oltre 50 andati a dibattimento”.
Scusi l’indiscrezione, ma chi Le scrive i testi?
Chi le ha messo in testa queste baggianate? Olindo Sallusti? Filippo Mèches? Mutanda Ferrara o Mutandino Ostellino?
Dia retta a noi, che i Suoi processi li seguiamo amorevolmente fin dall’inizio: i procedimenti sono una trentina in tutto, di cui 19 andati a dibattimento e gli altri archiviati.
Anche ammettendo che ciascun dibattimento abbia prodotto cento udienze, cifra iperbolica, saremmo ben sotto le 2.000. A questo punto però, siccome Lei sostiene di avere “speso 600 miliardi di lire” (300 milioni di euro) in avvocati in 17 anni, ci sorge un sospetto: che i suoi avvocati non Gliela raccontino giusta.
Del resto, sono gli stessi che Le avevano garantito la sopraffina costituzionalità del lodo Schifani, del lodo Alfano, del legittimo impedimento, dell’abolizione dell’appello ma solo per il pm, tutta robaccia regolarmente bocciata dalla Consulta (e non perchè la Consulta sia di sinistra, ma perchè la robaccia era incostituzionale).
Già ci pare di vederli mentre s’inventano anche i processi che Lei non ha, per poter dire di averne vinto qualcuno: la mattina escono dicendo “Presidente, stamane c’è il processo Spectre”, “Oggi abbiamo il dibattimento del caso Supercazzola Brematurata”, “Domani non ci siamo, c’è ludienza sullo scandalo Comefosseantani”, “Veniamo dal tribunale, grazie a noi Lei è stato assolto dall’accusa di abigeato”. Poi vanno in camporella, o al biliardo, o al circo.
E Lei paga.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
LA DECISIONE MOTIVATA ANCHE “DALL’INCAPACITA’ DI MANTENERE GLI IMPEGNI PRESI” OLTRE CHE DAL SUO ISOLAMENTO NELL’AMBITO DEL CENTRODESTRA… ORA SI POTRA’ DEDICARE ALLA FAMIGLIA ALLARGATA E AL TEATRO DELL’OPERA DI NOVI
Giorni contati per la permanenza di Sandro Bondi nel governo.
Il ministro della Cultura, con una lettera al Giornale, organo dei soviet, ha annunciato che rassegnerà “presto” le dimissioni.
Decisione della quale ha già informato il premier che “se ne occuperà non appena sarà possibile”.
“La decisione di dimettermi – scrive Bondi, ribadendo un concetto che va ormai ripetendo da diverso tempo – è innanzitutto una piena e consapevole scelta di vita maturata, in secondo luogo dalle difficoltà incontrate”.
Nel ruolo di ministro, dice, “posso avere fatto degli errori, ma ho realizzato delle riforme importanti e ho imposto una linea alternativa, in senso compiutamente liberale e riformatore, alla politica culturale della sinistra”.
Uno “sforzo” però nel quale non è si è sentito “sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo e da quei colleghi che avrebbero potuto imprimere insieme a me una svolta nel modo di concepire il rapporto tra Stato e cultura”.
Sostegno che peraltro è mancato, lamenta ancora Bondi, “nel momento in cui più mi sono trovato in difficolta”, dopo il crollo di Pompei, quando era “più colpito dalla sinistra”, accusato tra l’altro “della mancanza di fondi”, per la quale, aggiunge, “io non ho mai scaricato la responsabilità su altri”.
“Le vicende del Milleproroghe hanno ulteriormente evidenziato la mia
incapacità di mantenere gli impegni che avevo preso, e nel richiedere un minimo di coerenza nell’ambito dei provvedimenti riguardanti la cultura”.
“Il presidente Berlusconi – chiarisce infine Bondi – sa anche che non sono mai stato in cerca di incarichi nè di mostrine, sia politiche che ministeriali” e che “voglio avere più tempo da dedicare alla mia famiglia”, che “voglio svolgere bene l’incarico di senatore e che desidero più di ogni altra cosa continuare a lavorare al suo fianco per cambiare questo paese”.
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Marzo 2nd, 2011 Riccardo Fucile
IL GIOVANE LOVAT SI OPPONE A UNA SPECULAZIONE EDILIZIA A VICENZA E VIENE CACCIATO DAL CARROCCIO… LA SUA DENUNCIA: “IN VENETO LA SITUAZIONE E’ ORMAI SFUGGITA DI MANO: CI SONO INTERESSI LOBBISTICI E MASSONICI”
Vietato parlare di argomenti come la questione morale. 
Tantomeno pronunciare la parola rottamazione. Pena l’espulsione.
Non appellabile.
Chiedere al vicentino Davide Lovat, quarant’anni, militante della Lega da nove anni, una laurea in scienze politiche e un’altra in teologia, considerato il capo della corrente dei rottamatori in salsa padana, quelli che vorrebbero o, meglio, avrebbero voluto, rinnovare la classe dirigente leghista.
In quattro e quattrotto è stato cacciato dal partito e la comunicazione l’ha avuta via Sms.
Tanti saluti, arrivederci. Firmato Giampaolo Gobbo, segretario nazionale della Liga Veneta.
Controfirmato Alberto Filippi, senatore veneto del Carroccio, proprietario insieme alla sua famiglia, di un terreno acquistato come agricolo e oggi diventato edificabile, uno spazio di 80.000 metri quadri sul quale dovrebbe sorgere uno dei centri commerciali (l’ennesimo) più grandi della provincia con annesso un affare milionario per il senatore e la sua famiglia.
Un affare sul quale Lovat si era permesso più volte di sottolineare e richiamare i dirigenti del partito alla questione morale.
Ma la sua colpa principale è stata soprattutto quella di aver chiesto ai colonnelli, lui che nella Lega era considerato integralista, di tornare ai vecchi valori, di pensare meno alle banche e più alla “nostra gente”, qualle delle valli.
Certo, i problemi li ha sbattuti sul tavolo senza prudenza.
A fine anno ha scritto un libro nel quale ha spiegato che, da leghista, non ha mai amato una parte dell’establishment del Carroccio.
“Prima c’erano i presunti guerriglieri che spacciavano le valli bergamasche per la Sierra Maestra e ora pensano a scalare banche. Prima, c’erano sedicenti Spartacus pronti a guidare la rivolta degli schiavi contro Roma, e ora sono finiti a banchettare nelle lussuose taverne di Trastevere”.
E questa gliela fecero passare, ma giusto perchè il ragazzo si è sempre portato dietro una larga parte della base.
Poi ha fatto riferimento più volte alle proprietà del senatore Filippi chiedendogli pubblicamente delle spiegazioni.
Un limite giudicato invalicabile.
Così due giorni fa, al termine di una riunione tra i mammasantissima della Lega in Veneto, il giovane Lovat è stato espulso.
“Questo non è in linea con noi”, hanno detto Stefano Stefani e Manuela Dal Lago ai colleghi, “non ci resta che rimandarlo da dove è venuto: a casa sua”.
Lovat non l’ha preso presa per niente bene.
Raggiunto al telefono, si scusa per non aver risposto tempestivamente, ma “al contrario di altri io sono uno che lavora, non mangio con la politica”.
“Io sono un intellettuale, un leghista atipico”, spiega.
“Ma una cosa la voglio dire: alcuni leghisti di potere in Veneto prendono vie lobbistiche e, soprattutto, massoniche. E lo stanno mettendo nel sedere a Bossi“, spiega. “Forse lui non si accorge di quello che sta accadendo, ma oggi hanno espulso il leghismo dalla Lega. Per prendere altre strade. Sono stato giudicato senza contraddittorio e in contumacia. La mia colpa? Il libro che ho scritto, direbbe Stefani che ha la quinta elementare. Le mie posizioni su Filippi, spiega Dal Lago. Ma ufficialmente non hanno avuto neppure il coraggio di comunicarmi la decisione. Gobbo? Non a quanto mi risulta non è lui il fautore della mia espulsione. Anzi, si sarebbe espresso contro”.
Comunque a Lovat non è restato altro che rassegnarsi alla decisione. D’altronde di questi tempi Gobbo non poteva occuparsi della vicenda più di tanto, ha già un problema con il sindaco di Verona, Flavio Tosi, il suo sfidante nella corsa per la segreteria, e non può permettersi di trovare lungo la strada anche un rottamatore.
Già Tosi è di per sè un concorrente pericoloso, uno che sul popolo di Pontida ha presa anche se festeggia i 150 anni della Repubblica.
Uno che sulla questione immigrati riesce a infiammare la sua gente.
E’ vero che Gobbo è dato in vantaggio (secondo le previsioni si attesterebbe sul 65 per cento dei consensi) rispetto a Tosi, ma è una Lega che non mostra più il suo aspetto monolitico.
Un presunto rottamatore, Diego Vello, 22 anni, si è conquistato la segreteria di Belluno contro il più blasonato Franco Gidoni.
Ed è stato un colpo di scena che si può ripetere altrove, con tutta la bile di Gobbo che vorrebbe mantenere la mappa del potere così come è oggi. Anche a costo di provvedimenti drastici.
Ma in casa Lega le espulsioni non sono un grande problema.
Dal 1994 a oggi la classe dirigente del partito è stata cambiata più volte.
Chi nel tempo non si è adeguato al Bossi-pensiero, l’unico riconosciuto, è stato cacciato dal partito senza troppi complimenti.
Personaggi importanti (venne in qualche modo costretto ad andarse pure Gianfranco Miglio, l’uomo che era considerato l’ideologo della Lega) e parlamentari di tutte le circoscrizioni.
Una parola di troppo e via a casa.
Qualche anno fa ha rischiato serio anche Roberto Maroni, il numero due del Carroccio, finito per quaslche tempo nel congelatore e poi riabbracciato da papà Umberto come il compagno che ha sbagliato, ma non lo farà più.
Lungo la strada, invece, si sono persi parlamentari come Luca Basso, Pier Corrado Salino, Luigi Negri, Paolo Bambo, solo per citarne alcuni.
Sono usciti personaggi del calibro di Franco Rocchetta (fondatore della Liga Veneta, la madre di tutte le leghe), Marilena Marin e Fabrizio Comencini, entrambi predecessori di Gobbo.
E a volte basta poco per essere cacciati.
Una parola di troppo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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