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CHE COSA CAMBIA CON LA VITTORIA DEI SI’

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

NUCLEARE, ACQUA, LEGITTIMO IMPEDIMENTO: COSA HANNO ABROGATO GLI ITALIANI E COSA CI ASPETTA

E adesso che i referendum sono passati, cosa cambia davvero? Le reazioni a catena dei quattro Sì anticipano qualcosa di nuovo sul futuro dell’Italia.
Non c’è più il legittimo impedimento“
Qui a Milano vogliono fare quattro processi contemporaneamente. Ma dovranno adeguarsi un po’ anche loro alle esigenze del premier. E soprattutto della difesa”. Come ogni lunedì, giorno fissato per le udienze dei processi milanesi a carico di Berlusconi, ieri Niccolò Ghedini era in aula.
Stakanovista, persino erculeo nel gestire tutti i filoni di difesa, deve anche pensare a fare il deputato.
E adesso, senza legittimo impedimento, cosa cambierà ?
“Niente — cantilena Ghedini —, con la corte continueremo a comportarci secondo il principio della leale collaborazione suggerito dalla Consulta”.
Insomma, chiedere di giustificare le assenze per impegni di governo ormai non si può più, e il rischio è che qualche processo possa andare a sentenza prima del previsto. A meno che, circumnavigando il referendum, si agisca su altri fronti.
Per esempio, già  oggi la conferenza dei capigruppo al Senato potrebbe decidere di calendarizzare in aula il disegno di legge sulla prescrizione breve: dopo tre letture è praticamente pronto per andare al voto al Senato (dove la maggioranza non ha problemi di quorum).
Se dopo il 22 giugno la Camera si assestasse, magari puntellata da nuove nomine governative, le carte in tavola cambierebbero a favore di Berlusconi. Ancora una volta.
Niente nucleare: più rinnovabili e carbone
Al contrario, mani legatissime per esecutivo e Parlamento sulla questione nucleare. Almeno nei prossimi cinque anni non sarà  possibile proporre nè legiferare sul tema, rispettando la volontà  popolare che si è appena espressa.
Quindi, più investimenti sulle fonti energetiche tradizionali come carbone e gas (sempre caro a Berlusconi, specie quando arriva dall’amico Putin) e anche sulle rinnovabili.
Sarà  tutto un fiorire di — inquinantissime — centrali a carbone o sboccerà  una vera passione ecologista?
La Borsa di Milano ieri ha puntato sulla seconda ipotesi: in una giornata negativa per il mercato, Enel Green Power ha guadagnato bene, e tutto il comparto ha funzionato sull’onda del voto.
In difficoltà  le utilities
Negativo invece in Piazza Affari l’andamento delle compagnie che gestiscono l’acqua: già  nelle ultime settimane il mercato aveva subodorato la tendenza facendo perdere a titoli come Acea, Hera e Iren valori tra il 5 e il 10 per cento.
“Ed è solo l’inizio — spiega Ugo Mattei, del Comitato acqua —. Nel momento in cui la Gazzetta Ufficiale pubblicherà  l’esito del risultato, dandogli valore di legge, noi chiederemo ai Comuni un calo immediato del 7 per cento sulle bollette emesse dalle società  secondo la previsione del decreto Ronchi.
Dubito però sullo spirito collaborativo, i contratti firmati non prevedono l’ipotesi del cambio di legge in corsa, quindi le varie amministrazioni dovranno cercare una soluzione”.
Per i comitati, dunque, è già  ora di pensare al dopo: abolito il concetto di rendimento garantito sugli investimenti, cancellato il pericolo di obbligo di gara per i servizi pubblici (inclusi trasporti e rifiuti) o di rafforzamento dei privati nell’azionariato, si ragiona sulle prospettive.
“Abbiamo restituito un pezzo di Italia agli italiani — chiude Mattei —. E vigileremo perchè nessuno faccia marcia indietro.
C’è il disegno della Commissione Rodotà  in Senato, abbiamo una nostra proposta da offrire, l’importante è ci sia una volontà  seria di affrontare queste tematiche. Nell’interesse comune, non di chi vuol far fruttare i capitali”.

Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA GRANDE OCCASIONE PERSA: SE FINI AVESSE ASCOLTATO LA BASE, ADESSO FLI SAREBBE L’UNICO PARTITO A DESTRA AD AVER VINTO I REFERENDUM

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEL VOTO HA EVIDENZIATO CHE IL 40% DEGLI ELETTORI DI PDL E LEGA SONO ANDATI A VOTARE E QUATTRO SU CINQUE SI SONO SCHIERATI PER QUATTRO SI’…. O SI SA INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO E SI   OPERANO SCELTE CORAGGIOSE O SI MORIRA’ CON I RONCHI IN CASA E GLI URSO ALLA PORTA

Gli elettori di centrodestra che sono andati a votare (secondo le stime diffuse dal Tg La7 oltre il 40 per cento dell’elettorato di Pdl e Lega) non hanno rifiutato di ritirare la scheda verde, quella in cui si chiede agli elettori se vogliono che il presidente del consiglio e i ministri siano protetti da norme particolari.
Ma si sono espressi chiaramente.
Contro Berlusconi e i suoi, che da 17 anni continuano a sostenere la necessità  di leggi per mettere la politica al riparo dai processi.
Un colpo durissimo che conferma l’esito delle elezioni amministrative, ma soprattutto un segnale di cui l’esecutivo non potrà  non tenere conto, quando si tratterà  di discutere e approvare altre norme in questo senso, come il processo breve o i limiti sulle intercettazioni telefoniche.
L’analisi è chiara: ben il 40% dell’elettorato di Pdl e Lega è in libera uscita, non risponde più ai comandi della premiata copia Be-Bo e va “dove lo porta il cuore”   (e il cervello).
Il che vorrebbe dire, in termini di voti, il 40% del 37% di consensi derivanti dalla somma dei due partiti, qualcosa come il 14% di proiezione reale alle politiche.
Qualsiasi partito di centrodestra che avesse come ambizione quella di puntare a fare propria quella parte di elettorato avrebbe intuito il vento di cambiamento nel Paese e avrebbe rischiato i 4 Sì.
Come, per convinzione ideologica, abbiamo fatto noi e, in Fli, solo i fans di Fabio Granata e Flavia Perina.
Dato che quei vecchi arnesi della politica come Ronchi e Urso volevano 4 No (grande capacità  la loro di captare i segnali del popolo italiano), si è preferito lasciare libertà  di voto.
Questo dimostra due cose:
1) una strategia rinunciataria dove “non si perde e non si vince mai”.
2) una carenza culturale di fondo che fa emergere le contraddizioni di un partito che da un lato reclama il rispetto delle istituzioni e la funzionalità  delle stesse, ma che poi, di fronte alla scelta “rendere efficiente il settore pubblico o regalare la gestione dei servizi ai privati” preferisce abdicare al suo ruolo.
Se Fli si fosse schierata per il Si’ sul nucleare e l’acqua pubblica, oggi sarebbe l’unico partito non di sinistra a poter dire di aver vinto i referendum.
Futuro e Libertà  pare invece vittima della sindrome di Stoccolma, quella per capirci che fa innamorare la rapita dei suoi sequestratori.
Nel caso di Fli le sembianze dei rapinatori assumono quelle di Ronchi e Urso che   condizionano sempre la scelta di Fini, costretto a mediare come se glielo avesse ordinato il medico.
Se qualcuno vuole un partito del 3% è giusto continuare così fin alla consunzione, ma se si ha l’ambizione di volare alto occorre da un lato coraggio nelle scelte, unito a   capacità  autocritica, dall’altro la sensibilità  di captare il vento che cambia e saper prendere la posizione giusta nel momento adatto.
Non si può stare irrigiditi alla fermata del tram e lasciare passare tutte le vetture senza mai salire a bordo non avendo chiara la direzione di guida e le fermate successive.
Inutile a quel punto munirsi persino del biglietto.

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FAMIGLIE SEMPRE PIU’ INDEBITATE: I RISPARMI CROLLANO DEL 50%

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

IN 20 ANNI MESSI DA PARTE 20 MILIARDI IN MENO….SI E’ PASSATI DA 4.000 A 1.700 EURO PRO CAPITE

Risparmio ridotto al minimo per finanziare la spesa corrente.
È l’effetto della crisi globale che continua a cambiare le abitudini delle famiglie italiane.
Dopo aver tagliato i consumi, è quindi calata anche la capacità  di risparmiare. Al punto che negli ultimi cinque anni i debiti sono schizzati alle stelle fornendo una fotografia dell’Italia molto simile a quella degli Stati Uniti dove, da sempre, si compra a credito.E il cuscinetto di sicurezza che fino ad oggi ha messo al riparo i conti dello Stato inizia a sgonfiarsi.
Le cifre dei bilanci famigliari arrivano dall’Adusbef che, elaborando dati della Banca d’Italia, ha calcolato una crescita della passività  del 55% da 595,6 a 923,3 miliardi di euro.
Nel frattempo si è dimezzato il “forziere” accumulato negli anni è sceso da 60 a 30,6 miliardi (-49%). Anche perchè nell’immaginario collettivo il mattone resta il bene rifugio per eccellenza e così l’acquisto della casa è in cima ai desideri degli italiani: per un terzo delle famiglie l’investimento immobiliare è la principale forma di utilizzo del surplus monetario.
Secondo Adusbef, infatti, a crescere sono proprio i debiti a «medio e lungo termine» passati da 425,6 a 643,4 miliardi di euro.
Cifre destinate — in larga misura — alla spesa per mutui, ma in tempo di crisi rispettare le scadenze delle rate è diventato più difficile e l’associazione a tutela del consumatore sottolinea come dal 2006 al 2010 sia «notevolmente» aumentato il numero delle famiglie in difficoltà  nell’onorare i propri impegni: le sofferenze sono salite del 46,9%.
A due cifre anche il tonfo dei risparmi che tra il 2002 e il 2010 è arrivato al -67,75%. Nell’ultimo anno è addirittura sceso del 26,6%.
Per il presidente Adusbef, Elio Lannutti, e il segretario dell’associazione, Mauro Novelli «il risparmio privato declina velocemente al perdurare della crisi finanziaria internazionale e un numero sempre maggiore di famiglie in difficoltà  vede chiudersi il canale bancario e deve far ricorso alle finanziarie, a tassi crescenti».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche i dati presentati dall’Ufficio Studi di Confcommercio: negli ultimi 20 anni il risparmio complessivo si è ridotto di circa 20 miliardi.
Addirittura, se nel 1990 ogni 100 euro di reddito ne generavano 23 di risparmio, lo scorso anno la soglia è scesa sotto i 10 euro.
In termini reali, quindi, il risparmio annuo pro capite è calato del 60%: da 4mila a 1.700 euro.
Un trend negativo e preoccupante nel lungo periodo, ma — almeno per il momento – il confronto con gli altri Paesi vede l’Italia in una posizione di vantaggio.
Nello studio Adusbef si sottolinea come «pur cresciuti dal 2004, i nostri debiti privati del 2010 superano appena il 60% del reddito disponibile».
Per le famiglie francesi si avvicina all’80%, in Germania sale al 90% e in Spagna al 110%.

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MEDICI, PILOTI E VIGILI DEL FUOCO: LA SICUREZZA AFFIDATA AI PRECARI

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

SONO 20.000 I VIGILI DEL FUOCO PRECARI SENZA FERIE, PERMESSI E MALATTIA…BEN 864 I PILOTI ALITALIA E AIR ONE …INFINE SONO 8000   I MEDICI PRECARI, CON ALTRI 4.000   A RISCHIO POSTO DI LAVORO

Mettereste la vostra vita nelle mani di un precario? Già  lo fate senza saperlo.
Infatti la denuncia del ministro Tremonti sull’abuso dei contratti atipici coinvolge anche professioni delicate come vigili del fuoco, piloti d’aereo e medici.
«Ci sono 20mila vigili del fuoco precari» spiega Riccardo Coladarci, vigile del fuoco precario e delegato per Roma dell’Alvip, l’associazione dei lavoratori (tutti) vittime del precariato.
«Si organizzano corsi per formare vigili volontari precari, che andrebbero impiegati nelle emergenze e non, come avviene, per sopperire a una carenza permanente di organico. Non abbiamo ferie, nè permessi di studio, nè malattia e non possiamo permetterci di assentarci per evitare ritorsioni. Però in servizio facciamo riferimento al contratto nazionale. Come precari non abbiamo diritto al servizio lavanderia interno e quindi portiamo a nostre spese giaccone e pantaloni antifiamma in lavanderie che lavano via anche lo speciale trattamento ignifugo. Abbiamo i doveri di un assunto ma non i diritti».
Non solo, casco, guanti, giaccone e pantaloni antifiamma dovrebbero essere, per legge, personali, invece i precari lo condividono con altri colleghi.
Come accade anche per la categoria dei piloti civili. Anche qui tanti i precari.
Un esempio: nei gruppi Air One e Alitalia pre-Cai lavoravano 2.500 piloti, 864 dei quali sono entrati in cassa integrazione dalla fine del 2008.
«I cassintegrati vengono richiamati con contratti a termine e poi tornano in cassa integrazione» dice Sandro Apolloni, vice direttore dipartimento tecnico Unione Piloti (UP), cassintegrato.
«A ottobre 2012 finirà  la cassa integrazione, poi tre anni di mobilità . Chi non potrà  andare in pensione si troverà  senza lavoro e senza pensione».
In tutto ciò i piloti precari devono sempre assicurare il massimo livello di sicurezza, sostenendo per legge costosi corsi di addestramento, rinnovando licenza e certificato medico.
«Se sei precario devi pagare di tasca tua dai 250 agli 800 euro l’ora per ogni simulazione di volo» dice Roberto Spinazzola, di Alitalia-Cai.
Anche la richiesta “lavorare meno lavorare tutti” non è stata accolta, come dice Riccardo Rosi, responsabile cassintegrati UP, cassintegrato. «I precari coprono la carenza di un organico sempre più ridotto: crescono i pensionati ma non gli assunti».
Situazione simile anche per i medici precari, circa ottomila secondo le stime della Funzione pubblica (Fp) Cgil Medici.
Ci sono poi i precari “invisibili”, con rapporti di lavoro anomali come consulenze e “gettoni”. «I tagli alla spesa regionale metteranno in pericolo 4mila posti di lavoro di medici tra i 35 e i 45 anni» dice Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil Medici.
«Si bloccherà  il turnover, sovraccaricando i medici assunti, che già  fanno orari assurdi, tra straordinari e ferie non godute».
Questa instabilità  genera inefficienza, specialmente in settori nevralgici come il pronto soccorso. Il rischio di errore clinico inoltre aumenta nelle ultime ore del turno.
«Perciò abbiamo protestato in Toscana perchè le anestesiste in maternità  non vengono rimpiazzate, sovraccaricando i medici rimasti. Al Policlinico di Roma abbiamo ottenuto che i precari, quasi tutti in pediatria, rimangano fino a fine anno, anche se il contratto è scaduto a maggio. I piccoli pazienti si sarebbero trovati senza assistenza».
Oggi si deve lottare persino per essere precario.

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IL PICCOLO BERLUSCONI DI CENTO: “COMPRAVENDITA DI CONSIGLIERI? COSI’ FACEVAN TUTTI”

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

IL PROCESSO ALL’EX SINDACO SI APRE CON UNO SPACCATO DI SCAMBI DI FAVORI, POLTRONE, SOLDI…”ERO CIRCONDATO DA PERSONE INCAPACI E DOVEVO MUOVERMI IN MEZZO AI RICATTI”

Un sindaco sotto ricatto.
Si presenta così Flavio Tuzet davanti ai giudici del tribunale di Ferrara.
L’ex primo cittadino di Cento è imputato di istigazione alla corruzione e minacce.
Era la primavera del 2008 e la sua maggioranza stava scricchiolando dopo l’uscita di tre consiglieri.
Di fronte allo spettro del commissariamento andò in scena una corposa “campagna acquisti”, con offerta di soldi e poltrone ai reprobi e minacce nei confronti di un consigliere dell’opposizione.
Ora tocca a lui difendersi.
E a sentire le sue dichiarazioni più che un aula di giustizia sembra di spiare all’interno di un confessionale.
“Ero circondato di incapaci e dovevo muovermi in mezzo ai ricatti” sospira davanti alle toghe. È solo il preludio al rosario di affari, favori, scambio di poltrone che, con un candore disarmante, sta per salmodiare.
Un episodio su tutti.
All’indomani della sua elezione viene avvicinato da Paolo Matlì, oggi coordinatore comunale del Pdl, all’epoca in forza ad Alleanza nazionale, partito di riferimento anche dell’ex primo cittadino.
“Mi disse dopo pochi mesi dal mio insediamento che poteva farmi cadere quando voleva, perchè aveva 270mila euro a disposizione per corrompere sei consiglieri di maggioranza”.
La circostanza viene confermata nel corso del dibattimento dal coimputato che parlerà  dopo di lui.
Ma i soldi non erano l’unica moneta di scambio in questo feudo del centrodestra consegnato dal ballottaggio del 30 maggio al centrosinistra.
“Ci sono i posti della Fondazione Patrimonio Studi, dove su cinque consiglieri tre sono di nomina politica spettante al Comune, c’è la Cmv… Si decide a chi darli, come penso facciano tutti”.
Uno di questi posti andò proprio ad Antonio Baroni uno dei consiglieri più contesi al momento del voto di fiducia del 2008 (fu lui a denunciare ai carabinieri il presunto tentativo di corruzione operato nei suoi confronti).
Al processo Baroni disse che gli vennero offerti 20mila euro per far cadere Tuzet.“Baroni mi diceva che eravamo seduti sopra una montagna d’oro e che bastava allungare la mano per prenderlo — racconta Tuzet -. In quei giorni mi confidò che era stato avvicinato per votare contro il bilancio. Aggiunse che gli offrirono 20mila euro, ma che lui ne valeva almeno 50mila. Chiese del denaro anche a me”.
Baroni non voterà  contro e otterrà  una poltrona alla Patrimonio studi e successivamente nel collegio della Fondazione Zanandrea.
“Incarichi non di responsabilità , ma di mera visibilità ” specifica l’imputato.
E in effetti a quel tempo i consiglieri della Patrimonio studi non erano retribuiti.
Ci penseranno loro stessi a darsi lo stipendio, deliberando una prebenda di 600 euro mensili.
Un’altra comoda poltrona finì nel curriculum di Adriano Orlandini.
Stiamo parlando dell’uomo che, a capo della coalizione di centrosinistra sfidò Tuzet al ballottaggio di cinque anni fa.
Insomma il capo dell’opposizione.
Fu il suo voto a salvare colui che fino ad allora era il suo nemico politico numero uno. Dal successivo rimpasto gli verrà  affidata la carica di presidente del consiglio comunale (“incarico retribuito con circa 1000/1500 euro al mese”), “proprio in funzione del suo aiuto” ammette Tuzet, salvo poi correggere il tiro e aggiungere che “con lui si era fatto un più ampio discorso politico per iniziare un nuovo corso”.
Cambi di casacca e manovre che non avevano lasciato indifferente l’elettorato. “Voci”, come le definiscono i testimoni, di compravendite di consiglieri giravano con insistenza a Cento.
Con tanto di listino prezzi e scommesse al rialzo. Come al più classico mercato delle vacche.
E allora il pm Nicola Porto gli chiede se ne fosse a conoscenza, di queste voci. “Giravano da sempre” ammette quasi stupito dalla domanda Tuzet: “questo è l’ambiente in cui mi sono venuto a trovare; io ho solo cercato di evitare il commissariamento del Comune, perchè sarebbe stato ancora peggio per Cento”.
Le “confessioni” di questo medico prestato alla politica vanno verso la conclusione. Non prima però di spargere un po’ di fiele dietro la sua porta che si chiude. “Si andava avanti a ricatti — allarga le braccia -. E bisognava accettare. Non credo che sia una cosa tanto strana, nei Comuni è la normalità ”.
Una normalità  che è costata la sconfitta elettorale. Ma Tuzet non si cruccia. Anzi. “Sono contento che il Comune sia passato al centro-sinistra”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GLI ITALIANI HANNO CHIUSO I GIOCHI: TRAVOLTO IL QUORUM, RAGGIUNTO IL 57%, AVVISO DI SFRATTO AL GOVERNO DEGLI ACCATTONI

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

IL MIRACOLO ITALIANO: IL VENTO DI CAMBIAMENTO HA SPINTO I REFERENDUM FINO ALLA VITTORIA… SCONFITTA LA VECCHIA POLITICA INCAPACE DI INTERPRETARE LA VOLONTA’ POPOLARE… NON HA PREVALSO LA SINISTRA: DA DESTRA UNA VALANGA DETERMINANTE DI SI’

E’ stata una vittoria del popolo italiano, senza distinzioni tra destra e sinistra: si è affermato innanzi tutto il diritto dei cittadino a poter decidere del proprio futuro senza delegare sempre e comunque i capibastone.
Dopo avergli imposto persino le liste bloccate, l’italiano alla prima occasione ha voluto ricordare alla nostra classe politica che la legittimazione del parlamento viene dal popolo.
Ne ha tratto giovamento chi ha saputo interpretare il vento di cambiamento in atto nel Paese, nelle giovani generazioni, nei disamorati dalla politica che chiedono una svolta.
Una contrapposizione ormai plastica tra i “vecchi dentro”, dove il cerone non riesce più a nascondere le maschere dell teatrino dei vecchi riti della politica, le cene del lunedi ad Arcore, le riunioni a palazzo Grazioli, i vertici in via Bellerio dei famelici colonnelli del Senatur, la cacciate dalla Rai dei personaggi scomodi, la corruzione, la crisi, la mancanza di rispetto dellei istituzioni e dall’altro lato le preoccupazioni delle famiglie, i giovani alla ricerca di un lavoro, lo sfruttamento dei precari, il desiderio di un mondo più giusto, un modello di sviluppo dove venga fatto funzionare “il pubblico”, la vera unica alternativa alla svendita dei servizi al privato.
In due giorni questa Italia è scesa simbolicamente in piazza, senza bisogno dei tumulti che avvengono al di là  del Mediterraneo, e ha mandato l’avviso di sfratto alla coalizione affaristica-razzista che guida l’Italia.
In tempi normali nessuno avrebbe mai ipotizzato che quattro referendum avrebbero visto la partecipazione di massa di quasi il 60% degli italiani.
Compresi cittadini che non votavano da anni per il disgusto.
Una percentuale talmente ampia e imprevedebile che non è attribuibile alle sole forze di sinistra: sono stati tanti coloro che a destra hanno espresso e propagandato quattro Si, come abbiamo fatto noi, facendo capire che una destra diversa è possibile anche nel nostro Paese.
E che se una volta “non si poteva morire democristiani” ora è giusto battersi per non morire berlusconiani o leghisti.
Ora che la becerodestra, insensibile persino ai temi ambientali oltre a quelli della solidarietà  umana e dei diritti sociali, ha ricevuto l’avviso di sfratto, occorre far nascere una nuova destra, attenta ai cambiamenti in atto nella società  italiana.
Fuori dagli steccati e dagli stereotipi, attraverso un confronto a tutto campo che rivaluti concetti quali legalità , abolizione dei privilegi della casta, legge uguale per tutti, meritocrazia, solidarietà , tutela dell’ambiente e qualità  della vita, fisco giusto, risorse per la scuola pubblica e per la sicurezza, servizi pubblici efficienti, lotta alla corruzione nella Pubblica Amministrazione.
Non ha importanza quando questa destra sociale riuscirà  a governare l’Italia, è essenziale incamminarsi verso la meta.

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AZUZ-FELTRI E’ TORNATO DA ROSA E OLINDO (E SALLUSTI TRASLOCA IN SALA RIUNIONI)

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

VITTORIO SI E’ RIPRESO LA STANZA CHE FU DI MONTANELLI,   COME SE NON SE NE FOSSE MAI ANDATO E SALLUSTI SI RIFUGIA NELLA SALA RIADATTATA…. LA POLEMICA CON ANGELUCCI

Gerenze e divorzi. “Libero” e “Giornale” di sabato 11 giugno.
Il nome di Vittorio Feltri, in qualità  di fondatore, compare sotto la testata di “Libero”. La firma però è in prima pagina sul “Giornale” di Alessandro Sallusti (direttore) e Daniela Santanchè (concessionaria di pubblicità ), soprannominati Olindo e Rosa da Feltri medesimo.
Una trama complicata. Per fortuna, si tratta di un film già  visto.
Feltri che lascia “Libero” (per la seconda volta) e va al “Giornale” (per la terza volta).
La nuova puntata del tormentone inizia due settimane fa, il 30 maggio.
È il lunedì nero del Cavaliere che perde a Milano e Napoli.
Nemmeno Sallusti sta tanto bene: tre by-pass al cuore.
Al terzo piano della redazione del “Giornale” a Milano, in via Negri, arrivano gli operai. Bisogna ricavare un ufficio in più. Al momento il piano è diviso così: il direttore Sallusti nella stanza-monumento che fu di Montanelli, con annessa segreteria; poi i vice De Bellis e Porro; infine la sala riunione.
Cominciano i lavori. Si piccona, si abbatte, si restringe, si ridipinge.
Al terzo piano c’è un altro inquilino da sistemare.
La comparsa degli operai è la conferma più evidente alla voce che circola da giorni sul ritorno di Feltri.
Altra scena, altra città . Roma, mercoledì primo giugno. Un lancio di agenzia annuncia: “Pdl: Angelucci lascia gruppo”.
Il deputato berlusconiano Antonio Angelucci detto Tonino è il patriarca della famiglia che controlla “Libero”.
Melania Rizzoli, sua amica e collega a Montecitorio, va ripetendo: “Tonino è furibondo”.
Furibondo per l’improvviso addio di Feltri ma anche per la sentenza dell’Agcom (il cui consiglio è a maggioranza di destra) che impone a “Libero” di restituire 12 milioni di euro di soldi pubblici e gliene fa perdere altri 6 non incassati ma già  messi a bilancio.
Agli Angelucci, re delle cliniche, viene contestato di aver preso finanziamenti per due testate: “Libero”, appunto, e “Il Riformista” (poi ceduto).
Venerdì 3 giugno. È l’ultimo giorno di Feltri a “Libero”.
Chiuso nella sua stanza batte a macchina la lettera di dimissioni. L’affida alla segretaria che la spedisce via fax ad Arnaldo Rossi, presidente del cda del quotidiano. Il Diretùr bergamasco va via senza salutare nessuno.
Nè Belpietro, nè la redazione, nè il direttore generale Cecchetti.
Lunedì 6 giugno. Feltri si presenta al “Giornale” e conduce la riunione del mattino. Chi c’era commenta: “Si è comportato come se fosse andato via il giorno prima”. Feltri torna da editorialista ma si muove da direttore.
Sallusti gli cede la stanza ed è costretto a traslocare nell’ufficio ricavato dalla sala riunioni.
Ma alla redazione Olindo si dice “contentissimo e rincuorato”. Al punto che l’amico ritrovato Vittorio “mi aiuterà  a guarire il cuore”. Rosa, raccontano, approva.
A “Libero” si vendicano così: “Azouz-Feltri è tornato da Rosa e Olindo”.
Il Diretùr accoglie e boccia proposte di articoli, con lui tornano le prime pagine “squadrate come se fossero disegnate da un grafico bulgaro”.
Giovedì 9 giugno. Antonio Angelucci, accompagnato dal figlio prediletto Giampaolo, va a Palazzo Grazioli, la residenza romana di Berlusconi.
All’uscita, sibila: “Andare via dal Pdl? Mai dire mai”.
Il deputato gioca ancora con le minacce di rottura. In realtà , il colloquio con il premier sarebbe andato molto bene. Il chiarimento tocca varie questioni, compresa la sentenza Agcom.
Il sospetto è che Feltri, azionista di “Libero” con il 10 per cento (pacchetto dal valore di 11mila euro), abbia fiutato il crac e sia scappato via.
B. è accomodante, come al solito: “Tonino ti giuro che non sapevo nulla del ritorno di Feltri al Giornale”. Il Cavaliere si confida anche: “I miei figli vogliono che mi ritiri dalla politica per salvare le aziende”.
Sulla sentenza Agcom, poi, viene coinvolto con una telefonata anche Cesare Previti, tuttora ascoltato nell’inner circle di Palazzo Grazioli.
Tra cavilli e tecnicismi il ricorso al Tar potrebbe far ben sperare.
Gli Angelucci si sono sbarazzati del “Riformista” e potrebbero fare l’en plein: non restituire i 12 milioni e riprendersi i 6 previsti. Chissà .
Senza dimenticare gli ottimi rapporti con il triumviro-banchiere del Pdl Denis Verdini, cui il deputato-patriarca Angelucci ha prestato 15 milioni di euro per i guai del Credito Cooperativo Fiorentino.
Venerdì 10 giugno. Feltri verga il suo primo articolo da editorialista-direttore del “Giornale”.
Altra battuta maligna a “Libero”: “Per il momento non abbiamo perso copie. Feltri è uscito talmente in sordina che nessuno se n’è accorto”.
Alla prossima puntata di “Casa Olindo”.

Francesco Cafiero
(da”Il Fatto Quotidiano“)

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LA FIDUCIA NEL PREMIER STA CROLLANDO: DOPO 15 GIORNI UN ALTRO SEGNALE INEQUIVOCABILE

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

UNA PERCENTUALE COSI’ ALTA AI REFERENDUM PAREVA IMPOSSIBILE, ANCHE CHI ERA PARTITO PER IL MARE PRIMA E’ ANDATO A VOTARE…GLI ITALIANI STANNO REAGENDO A QUALCOSA CHE NON SOPPORTANO PIU’

Che cosa c’entrano le telefonate tra la Daniela Santanchè e Flavio Briatore con l’alta affluenza alle urne? Apparentemente nulla.
Forse però è un nulla — appunto — solo apparente. Cerchiamo di capire perchè.
Che alle 22 la percentuale dei votanti sarebbe stata superiore al 41%, fino all’altro ieri pareva impossibile.
Un qualcosa a metà  tra le audaci speranze e le pie illusioni della sinistra, o più in generale del fronte antiberlusconiano.
Già  i quesiti non apparivano tanto semplici e digeribili (diciamo la verità : sull’acqua non abbiamo capito niente); in più ieri c’era il sole quasi ovunque, le scuole s’erano chiuse il venerdì o al massimo il sabato, insomma il momento era ideale per partire per le vacanze, o almeno per un week-end lungo.
Invece, a Milano le code per i laghi o per la Liguria ci sono state, sì, ma abbiamo visto gente partire non prima di essere andata a votare; e così è stato a Bologna: in coda per l’Adriatico, ma dopo una deviazione per i seggi.
A Roma, in quartieri lussuosi, la coda la si è vista ai seggi, e per giunta anche all’ora di pranzo.
Sono stati segnali, anche piccoli, ma segnali.
Segnali di una mobilitazione generale che non si vedeva da tempo.
Non sappiamo se oggi alle 15 il quorum sarà  raggiunto.
Ma che una partecipazione superiore al nostro recente passato ci sia stata, è fuor di dubbio a prescindere da come andrà  a finire.
Il 50% più uno sarebbe un risultato incredibile; ma anche una percentuale insufficiente, però di poco più bassa, sarebbe comunque una sorpresa.
E «incredibile» e «sorprendenti» erano stati, pochi giorni fa, le vittorie di Pisapia a Milano (dove da diciotto anni governava la destra) e di De Magistris a Napoli.
Insomma, sembra davvero che gli italiani stiano reagendo a qualcosa che non sopportano più.
Che stiano mandando avvertimenti forti a chi guida, o dovrebbe guidare, il Paese.
Ieri sera Umberto Bossi è sbottato. Ha detto chiaro e tondo — come sa fare lui, che se ne infischia della diplomazia — che Berlusconi ha perso i contatti con il Paese reale, che non sa più intercettare gli umori della gente, che non è più capace di comunicare. Se ci pensate bene, togliere queste tre caratteristiche a Berlusconi vuol dire togliergli quasi tutto.
Ebbene, Bossi l’ha fatto, furibondo per la figuraccia di un premier che va al mare mentre i cittadini vanno alle urne.
Se oggi il quorum ci sarà , Berlusconi avrà  ripetuto l’errore commesso da Craxi vent’anni fa, quando invitò gli italiani ad astenersi, ottenendo l’effetto contrario.
Quell’errore precedette di poco la caduta di Craxi.
Siamo ora vicini a una fine di Berlusconi? Troppo presto per dirlo.
Ma, al di là  di ogni ipocrisia, nessuno può negare che il voto a questo referendum è anche (e forse soprattutto) un voto contro Berlusconi.
Lo è diventato perchè tra i quesiti c’è quello sulla norma che rallenta i processi contro il premier; e lo è diventato ancor di più per l’esplicito invito del Cavaliere all’astensione.
Molti hanno pensato: Berlusconi dice di non andare a votare? E allora io ci vado.
Far finta che così tanti italiani siano andati alle urne solo perchè interessati al nucleare e all’acqua equivale a fingere che due settimane fa la posta in gioco fossero le amministrazioni municipali di Milano e Napoli.
Berlusconi per primo aveva detto che il voto di Milano sarebbe stato un referendum su di lui. E a Milano ha preso la metà  delle preferenze che aveva preso cinque anni prima.
E il Pdl è crollato ovunque, non solo a Milano dove c’era — come detto con il senno di poi dal premier e dai suoi imbarazzanti portavoce — una «candidata poco adatta» come Letizia Moratti.
Insomma, il voto a questi referendum, quello alle recenti amministrative, e le esternazioni di Bossi, sono tutti elementi che confermano quello che ogni sondaggista sa perfettamente: sta crollando la fiducia in Silvio Berlusconi.
La gente non gli crede più.
E qui veniamo alle telefonate tra Daniela Santanchè e Flavio Briatore.
Al di là  delle «indignazioni» per la privacy violata, i due hanno ben poco da smentire riguardo ai contenuti di quelle telefonate.
Che rivelano l’imbarazzo per i comportamenti del premier; l’incredulità  per la perseveranza nell’errore; lo sdegno per certe frequentazioni («Gentaglia», secondo la Santanchè); la sensazione di una fine imminente («Qui crolla tutto»).
E dunque: se perfino le persone che gli sono vicine e amiche pensano (sia pure in segreto) queste cose di Berlusconi, che cosa volete che possano pensare i milioni di italiani che non fanno parte della sua corte?

Michele Brambilla
(da “La Stampa“)

argomento: Berlusconi, Costume, economia, emergenza, governo, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »

BOSSI TEME CONTESTAZIONI A PONTIDA: PRIMA IPOTIZZA LA MOSSA DI PRESENTARSI DIMISSIONARIO, POI CI RIPENSA: NON SI SA MAI CHE LE ACCETTINO

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

LA RICHIESTA DI TRASFERIMENTO DI DUE MINISTERI AL NORD E’ STATA GIUDICATA DALLA BASE COME UN BLUFF STERILE…BOSSI CHIEDEVA L’ASTENSIONISMO SUI REFERENDUM, MA I SUOI ELETTORI SONO ANDATI A VOTARE…E SULLA RIDUZIONE DELLE TASSE ORA RISCHIA DI ENTRARE IN ROTTA DI COLLISIONE CON IL FIDO TREMONTI

La tentazione del Senatur in queste ore è quella di presentarsi dimissionario sul prato di Pontida per chiedere ai leghisti se vogliono che sia ancora lui a guidare la rivolta contro Roma Ladrona.
Ci sta ancora pensando e deciderà  solo all’ultimo minuto: quello che è certo è che Bossi è seriamente preoccupato.
Aveva invitato i suoi elettori a disertare le urne referendarie e quelli, per tutta risposta, ci sono invece andati: i dati del nord sono impietosi a tal riguardo.
Come è servito a poco annunciare il trasferimento   di alcuni uffici dei dicasteri al nord. Anzi ha suscitato una reazione opposta, visto che i ministeri sono sempre stati considerati un simbolo della burocrazia centralista.
Ma pare che sull’apputamento di Pontida si stia muovendo altro: assieme alle bandiere di Alberto da Giussano vengono preannunciate dal tam tam della base anche capannelli di contestatori.
Una svolta senza precedenti.
Piccoli imprenditori, «vittime» delle ganasce fiscali, coltivatori in guerra sulle quote latte, insomma il ventre in subbuglio del loro elettorato.
Intenzionato ora a cantarle chiare ai vertici, per nulla soddisfatti del rigorismo fiscale imboccato dal governo del quale «l’Umberto» è colonna portante.
Per non dire dell’«invasione» di immigrati dal Nordafrica.
Mine da disinnescare subito.
Tutto ad ogni modo sembra ruotare attorno ai conti di una cassa che langue e sulla quale sia Berlusconi che Bossi ormai hanno puntato le loro mine.
Tremonti non è disposto ad aprirla.
Il Senatur coi suoi insiste su un punto: «Se si fa una manovra da 45 miliardi, allora occorre una compensazione adeguata, la manovra correttiva e la riforma fiscale andranno fatte insieme. Berlusconi non può venire a dirci “taglio di qua, taglio di là “». E stop alle sforbiciate su comuni e imprese già  tartassati.
Perchè, ne è convinto Maroni, «non si potranno più chiedere sacrifici senza aiutare la crescita».
Ma il pallino, ancora una volta, è nelle mani di Tremonti.
E Bossi per la prima volta appare come un leader elettoralmente perdente: colui a cui tutta la classe dirigente leghista riconosceva “fiuto politico” non comune, non ne sta azzeccando più una.
E qualcuno nella Lega comincia a smarcarsi e a giocare in proprio.
Non a caso due alleati da sempre come Maroni e Tremonti non si lesinano critiche, mentre Zaia e molti altri dirigenti non hanno avuto remore a indicare più di un Sì ai quesiti referendari, in aperto contrasto con via Bellerio.
Messo sotto pressione, il Cerchio amgico sembra perdere colpi e Bossi stesso appare indeciso e frastornato.
Forse anche per questo non presenterà  le sue dimissioni formali dal palco di Pontida:   teme che non ci sarebbe un plebiscito per la sua conferma.

argomento: Bossi, Costume, economia, emergenza, governo, LegaNord, Politica | 1 Commento »

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