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ECONOMIA ITALIANA IN FRENATA: SIAMO IL FANALINO DI CODA DELLA UE

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

DATI ISTAT: PRECARI AUMENTATI DEL 48% DAL 1993…NATALITA’ AL PALO E FORTE DIVARIO TRA NORD E SUD

Economia ferma, salari bloccati. Sono i due dati principali che emergono dal rapporto annuale dell’Istat. Tra il 1992 e il 2011, spiega l’istituto di statistica, “l’economia italiana è cresciuta in termini reali a un tasso medio annuo dello 0,9%. La sua performance è stata migliore nel periodo 1992-2000 (+1,8 in media annua), mentre tra il 2000 e il 2011, la crescita media annua rallenta, attestandosi allo 0,4%. Con un punto percentuale in meno all’anno, il nostro Paese si colloca in ultima posizione tra i 27 stati membri, con un consistente distacco rispetto sia ai paesi dell’Eurozona sia a quelli dell’Unione nel suo complesso”.
Nel rapporto si sottolinea come la dinamica congiunturale del Pil, misurato al netto della stagionalità  e degli effetti di calendario, “si è indebolita nella seconda parte dell’anno: alla tenue crescita del primo e secondo trimestre (rispettivamente +0,1 e +0,3%) sono seguite due variazioni negative (dello 0,2 nel terzo e dello 0,7% nel quarto). Sulla base delle informazioni a ora disponibili, confermate dall’andamento di un nuovo indicatore sintetico del clima di fiducia il primo trimestre sarà  caratterizzato da un’ulteriore flessione dell’attività ”.
In questo quadro, anche le statistiche anagrafiche mostrano un paese inadatto alle famiglie.
Vero è che la popolazione italiana è cresciuta di 2 milioni 687mila unità  in vent’anni (il confronto è col 1991), per un totale di 59 milioni e 464mila persone, ma il merito è quasi tutto degli stranieri residenti che, nell’ultimo decennio, sono quasi triplicati raggiungendo quota 3 milioni 770mila (pari a 6,3 ogni cento residenti).
LAVORO E REDDITO
Insomma, l’economia italiana non sta bene. E a risentirne sono soprattutto i lavoratori. Secondo l’istituto di statistica, il tasso di disoccupazione raggiungerà  in Italia il 9,5% nel 2012 (dall’8,4% del 2011), salendo ulteriormente al 9,6% nel 2013.
Per chi un lavoro lo ha, del resto, i salari rimangono fermi.
”Tra il 1993 e il 2011 — spiega l’Istat — le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”.
Come risultato, negli ultimi due decenni “la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità  di risparmio.
Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento.
Le retribuzioni da lavoro dipendente hanno aumentato la loro incidenza sul reddito disponibile delle famiglie, passando dal 39,3 per cento del 1992 al 42,8 per cento del 2011.
Al contrario — osserva l’Istat — i redditi da lavoro autonomo hanno complessivamente ridotto il loro contributo alla formazione del reddito disponibile, dal 28,8 per cento del 1992 al 25,3 per cento nel 2011. Il contributo dei redditi da capitale alla formazione del reddito disponibile si è piu’ che dimezzato, passando dal 16,1 per cento del 1992 al 6,8 per cento del 2011.
PRECARI, MAI COSI TANTI DAL 1993
Nel 2011 l’incidenza dei precari sul complesso del lavoro subordinato è al top dal 1993. “Dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine — sottolinea l’Istat — sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità ) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato è pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni”.
”Tra il 1993 e il 2000 — spiega l’Istat — rimane sostanzialmente stabile intorno al 40 per cento il tasso di permanenza, a distanza di un anno, dei 18-29enni nel lavoro dipendente a termine. Dopo il 2000 il tasso di permanenza cresce fino al 50 per cento del 2005-2006 e si porta fino al 56,3 per cento nel periodo 2010-2011″.
Prosegue, evidenzia il rapporto, “la discesa dell’occupazione a tempo pieno e a durata indeterminata (-105 mila unità  pari a -0,6 per cento) ed è cresciuta quella a tempo parziale e indeterminato (+63 mila, pari al 2,3 per cento in più)”.
Aumento dovuto, secondo l’Istat, “esclusivamente dai lavoratori che hanno accettato un lavoro a orario ridotto non riuscendo a trovarne uno a tempo pieno (dal 42,7 per cento del 2010 al 46,8 del 2011).
Sono aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3 per cento pari a 136 mila unità ), concentrati prevalentemente nelle posizioni alle dipendenze. Come già  nel 2010, è aumentato soprattutto il numero di contratti di breve durata: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell’8,8 per cento (+83 mila unità ), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all’anno (-32 mila unità )”.
PAESE SENZA MOBILITA’ SOCIALE
Cresce il peso dei lavoratori atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati: ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1% dei casi per la generazione degli anni ’70; nel 23,2% gli anni ’60 e in circa un sesto tra le generazioni precedenti.
A dieci anni dal primo lavoro atipico, poi, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro.
Del resto, la mobilità  sociale nel Paese rimane molto bassa.
Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro.
Tra le categorie a maggiore rischio di povertà  spiccano i separati e i divorziati (20,1% contro il 15,6% dei coniugati).
Le ex-mogli corrono un rischio maggiore (24% in media) rispetto agli ex-mariti (15,3% in media).
Solo se la donna ha un’occupazione a tempo pieno, la rottura dell’unione ha gli stessi effetti economici per i due ex-coniugi (13 per cento il rischio di povertà  per entrambi). I rischi di mortalità  sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne.
Le 25-64enni con livello di istruzione meno elevato presentano un rischio di mortalità  circa doppio rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato; per gli uomini della stessa età  una bassa istruzione comporta un rischio di morire superiore dell’80% rispetto ai più istruiti.
NORD E SUD
Negli ultimi 15 anni, in presenza di una continua riduzione della propensione al risparmio, la povertà  relativa in Italia ha registrato una sostanziale stabilità : la percentuale di famiglie che si trovano al di sotto della soglia minima di spesa per consumi si è mantenuta intorno all’11 per cento.
Resta però ampio il divario territoriale: al Nord l’incidenza della povertà  è al 4,9 per cento, sale al 23 per cento al Sud.
Particolarmente grave risulta la condizione delle famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria, dove nel 2010 il fenomeno riguarda più di una famiglia su quattro. E’ inoltre peggiorata la condizione delle famiglie più numerose.
Nel 2010 risulta in condizione di povertà  relativa il 29,9 per cento delle famiglie con cinque e più componenti (più sette punti percentuali rispetto al 1997).
Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà  è del 15,9 per cento. Complessivamente sono un milione 876mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere (il 18,2 per cento del totale); quasi il 70 per cento risiede nel Mezzogiorno.
SOMMERSO ED EVASIONE
La crisi “ha verosimilmente allargato l’area dell’economia sommersa” in Italia che nel 2008 era stimata in una forchetta compresa tra 255 e 275 miliardi di euro, cioe’ tra il 16,3 e il 17,5% del Pil.
“In Italia l’economia sommersa — sottolinea l’Istat — è un fenomeno rilevante che influenza negativamente il posizionamento competitivo del Paese”. Il peso del sommerso sul Pil, tuttavia, “risulta in riduzione rispetto al 2000, quando era compreso tra il 18,2 per cento e il 19,1 per cento”.
BAMBOCCIONI SENZA SCELTA
Figli sempre più a lungo, sempre più istruiti ma ancora fortemente influenzati dalla classe sociale di provenienza dalla quale, nonostante l’elevata mobilità  sociale assoluta, è ancora difficile uscire per fare il proprio ingresso in una più alta. E’ la fotografia dei giovani italiani negli anni 2000.
Faticano a uscire di casa, dunque, i ragazzi italiani che in quattro casi su dieci, nella fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, vivono ancora con i genitori. Di questi, il 45% dichiara di restare in famiglia perchè non ha un lavoro e/o non può mantenersi autonomamente.
SUD SENZA ASILI NIDO
Resta bassa in Italia l’offerta di nidi pubblici, con notevoli differenze nella diffusione territoriale: otto Comuni del Nord-est su dieci dispongono di asili nido, contro due del Sud.
In particolare, i Comuni in cui è presente il servizio sono il 78 per cento al Nord-est (83% in Friuli-Venezia Giulia e in Emilia-Romagna), circa il 48 e il 53 per cento rispettivamente al Centro e al Nord-ovest, mentre nel Sud e nelle Isole solo il 21 e il 29 per cento dei Comuni ha offerto il servizio sotto forma di strutture comunali o sovvenzionate.
PRIMI IN EUROPA PER RIFIUTI, MA AUMENTA LA DIFFERENZIATA
In Italia si producono 533 chili di rifiuti urbani pro capite all’anno, 23 in più rispetto alla media Ue.
Valori superiori alla media nazionale si registrano per le regioni del Centro (circa 600 chili pro capite) mentre nel Mezzogiorno la quantità  è più contenuta (485). A livello nazionale, nel 2009 circa la metà  dei rifiuti urbani raccolti è smaltito in discarica, valore in discesa di quattro punti percentuali rispetto a un anno prima.
In Sicilia, Liguria e Lazio le quote di rifiuti che finiscono in discarica sono ancora superiori all’80 per cento.
Nel Mezzogiorno solo la Sardegna, con il 42 per cento ha ottemperato alla direttiva comunitaria di scendere sotto ai 230 kg di rifiuti pro capite smaltiti in discarica.
Tra le regioni che impegnano maggiori risorse economiche per la gestione dei rifiuti, la Lombardia è quella che ricorre di meno allo smaltimento in discarica (34 kg per abitante), mentre la Sicilia è quella che vi fa maggiormente ricorso (456 kg per abitante).

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CATASTROFI NATURALI: LO STATO NON PAGHERÀ PIÙ, POLEMICA SUI RISARCIMENTI

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IN ARRIVO LA NUOVA LEGGE: PER OTTENERE AIUTI PER LA RICOSTRUZIONE, I CITTADINI DOVRANNO STIPULARE ASSICURAZIONI PRIVATE

Il primo decreto arriverà  oggi in Consiglio dei ministri: “Sarà  la classica ordinanza di Protezione civile e seguirà  i dettami della riforma approvata la scorsa settimana”, ha spiegato il sottosegretario Antonio Catricalà , ieri in Emilia sui luoghi colpiti dal terremoto.
In buona sostanza, la fase dell’emergenza — intesa solo come prima assistenza alle popolazioni colpite — durerà  al massimo cento giorni, per i primi venti dei quali il commissario straordinario Franco Gabrielli farà  più o meno come gli pare, visto che non dovrà  nemmeno sottoporre le sue ordinanze al Tesoro per il tradizionale “visto”. A seguire, il potere dovrà  tornare alle amministrazioni interessate: regione, province e comuni.
È lì che inizia la fase difficile, quando bisognerà  trovare i soldi per la ricostruzione per case e industrie danneggiate.
Qui conviene dare un piccolo chiarimento sul decreto che riforma la Protezione civile e comincia oggi il suo iter parlamentare alla Camera: essendo un dl è in vigore dal momento della sua pubblicazione in Gazzetta, avvenuta il 16 maggio, ma non per la parte che riguarda le famose assicurazioni private contro le calamità  che tante polemiche sta suscitando.
Questa parte della riforma, infatti, delega il governo ad emanare un decreto attuativo entro 90 giorni dall’approvazione della legge — gli enti locali hanno poi altri 30 giorni per modificarlo — per “consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi da calamità  naturale” anche attraverso detrazioni fiscali per sgravare “anche parzialmente” l’erario dagli oneri della ricostruzione.
“Diciamo che gli emiliani saranno gli ultimi ad avere il risarcimento completo da parte dello Stato”, è il parere delle associazioni dei consumatori.
Non è affatto detto, in realtà , che quello delle assicurazioni non si riveli un metodo meno farraginoso e costoso delle inefficienti gestioni commissariali adottate finora (vedi il caso del Molise, con sfollati ancora parcheggiati nei container): bisognerà , per capirlo, aspettare l’autunno, quando il governo scriverà  il testo.
Adesso i soldi che vanno trovati sono comunque quelli per la gestione dell’emergenza e altre cosette come il rinvio della riscossione dei tributi nelle zone terremotate: “Ci sono varie forme all’esame, vedremo qual è migliore, quella che si addice alla situazione”, ha glissato Catricalà . Probabile, comunque, che il governo si muova sulla linea di quanto scritto nel decreto: il denaro arriva dal Fondo per la Protezione civile, c’è scritto, che poi però va ripianato.
Due i modi indicati: tagli di spesa — ce n’è un elenco possibile in allegato — o l’aumento di 5 centesimi dell’accisa nazionale sulla benzina (e un aumento di 5 centesimi è concesso anche alla regione colpita).
Ieri, un’idea pazza girava nei palazzi della politica romana: rinunciamo alla rata del rimborso elettorale di giugno e la devolviamo ai terremotati.
Cento milioni di euro non risolvono tutto, ma sarebbero già  un bell’inizio.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CORTINA, STAVOLTA LA FINANZA NON SI FERMA NEI NEGOZI, ARRIVA IN MUNICIPIO: INDAGATI SINDACO E ASSESSORI

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

LE FIAMME GIALLE INDAGANO SU APPALTI LEGATI ALLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI…I REATI CONTESTATI SONO ABUSO D’UFFICIO, TURBATIVA D’ASTA E VIOLENZA PRIVATA

A Cortina d’Ampezzo torna la Guardia di Finanza. Questa volta nel mirino non ci sono facoltosi turisti ma il municipio e soprattutto il sindaco e altri dipendenti dell’amministrazione.
Le fiamme gialle di Belluno sono entrate negli uffici del Comune alla ricerca di carte che provino la regolarità  o meno di alcuni appalti, soprattutto quelli legati allo smaltimento dei rifiuti.
Emerge da fonti investigative che gli indagati sono sette, tra cui il sindaco e alcuni assessori, ma dicono i militari è “un atto dovuto”.
L’indagine è partita l’anno scorso da alcuni lavori pubblici avviati nella vallata dove si ipotizzano i reati di abuso di ufficio e turbativa d’asta.
Secondo quanto ha riferito il pm titolare dell’inchiesta, Antonio Bianco, fra gli indagati vi sarebbero amministratori in carica ed altri che lo erano in precedenza.
Il sindaco Andrea Franceschi e le altre persone interne all’amministrazione cortinese, coinvolti nell’inchiesta per abuso d’uffico e turbativa d’asta, risultano anche indagate per violenza privata nei confronti del capo della polizia municipale.
Su di lui vi sarebbero state pressioni affinchè non posizionasse o rimuovesse dispositivi autovelox in determinati punti della viabilità  comunale.
Le informazioni di garanzia sono state consegnate agli interessati contestualmente alla perquisizione, ancora in atto.
Il primo cittadino ha fatto intanto sapere, attraverso la sua segreteria, che chiarirà  pubblicamente la propria posizione al più presto attraverso la propria pagina di Facebook.
Questo avverrà , fanno sapere, non appena saranno concluse le perquisizioni ancora in atto negli uffici comunali e ci sarà  modo di analizzare i contenuti delle informazioni giudiziarie consegnate dalla Guardia di Finanza.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE ARMATE DI GRILLO E IL GHIGNO DI BERSANI

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

GRILLO: “RIPRENDIAMOCI IL PAESE”…BERSANI: “A BUDRIO E GARBAGNATE LI ABBIAMO SCONFITTI”

Ce le ricorderemo le elezioni amministrative del 2012: un terremoto bipolare e un rompicapo elettorale da decrittare, come un enigma, una giornata di sorrisi di cartapesta, sguardi torvi edi facce pietrificate.
Un vortice dove tutto turbina e nulla è come appare a prima vista.
Nella politica formato Polaroid, che finisce in cortocircuito fra la cosiddetta “Foto di Vasto” e la cosiddetta “Foto di Palazzo Chigi” (ovvero l’alleanza di governo twittata da Pier Ferdinando Casini), che foto è la “foto di Parma”, e cosa ci dice oggi?
Quali sono le conseguenze che il “Parmacotto” grillino Pizzarotti introduce nel già  terremotato sistema politico della Seconda Repubblica?
Proviamo a partire dal Movimento Cinque Stelle.
Il paradosso del raddoppio
Ha vinto la sua sfida, su questo non c’è dubbio. Passa dal 5% delle elezioni regionali alla conquista di una grande città , alla prova del governo.
Vince a Mira, Comacchio e (già  al primo turno) Sarego.
Tant’è vero che Beppe Grillo annuncia trionfante: “Dopo Stalingrado ora ci aspetta Berlino! E adesso riprendiamoci questo Paese”.
Poi c’è la vittoria del centrosinistra.
La coalizione raddoppia il numero dei suoi sindaci da 45 a 92. Si porta a casa 15 comuni su 27 nelle città  capoluogo (prima ne aveva solo 9). Dovrebbe gioire.
Ma se è così, allora, perchè nella sede del Pd la faccia di Pier Luigi Bersani è nera, la bocca è ripiegata all’ingiù come quella di un Gargamella, il tono vagamente incazzoso?
I leader del Pd italiano sono una varietà  politica unica al mondo, tristi quando dicono di aver trionfato. Festosi quando perdono.
Se fosse vera la prima cosa, Bersani dovrebbe almeno cambiare faccia.
O magari evitare frasi boomerang che entreranno nella storia.
Come questa: “Ci sono anche dei comuni dove abbiamo ‘non vinto’ come Parma e Comacchio”.
Il tono è vagamente sarcastico con i giornalisti.
Ma nessuno gli ha ancora fatto una domanda, perchè quando parla così, è ancora alla sua dichiarazione introduttiva.
Subito dopo, il segretario, inanella un’altra perla memorabile della conferenza stampa, questa curiosa considerazione: “Voglio sfatare l’idea che noi contro i grillini perdiamo sempre. A Budrio e Garbagnate vinciamo noi!”.
Excusatio non petita, difesa non necessaria.
Bersani mostra l’istogramma dei comuni vinti, ma rivela di sentirsi quasi ferito dal successo grillino.
La Serracchiani dice di più: “Parma oscura tutto il resto”.
Grillo invece parla già  della presa di Berlino, ma non può ignorare che senza il doppio turno (alle politiche il ballottaggio non c’è) la “presa di Stalingrado” sarebbe stata impossibile.
Tormentone Udc
Altro fermo immagine, il riverbero su scala nazionale. Il Pd viene indicato dal sondaggio della Emg di Fabrizio Masia al 25%. Ancora in calo. Primo partito, ma in retromarcia.
Grillo, nello stesso sondaggio sulle intenzioni di voto nazionali sfiora il 13%, per la prima volta.
Il secondo fermo immagine, nel Pd, di ieri è di nuovo nello studio de La7, nello speciale di Enrico Mentana. Anche Enrico Letta sembra inquieto. Ha un sorriso senza luce quando dice: “Bisogna capire che queste elezioni sono un grandissimo segnale di disagio. Ci serve una legge elettorale per allargare le alleanze, perchè si governa solo con coalizioni più larghe e con il doppio turno”.
Poi, durante lo spot, se gli chiedi perchè mai, ti spiega: “Dobbiamo cercare l’alleanza con l’Udc”.
Se il Pd non può sorridere, dunque, è perchè in questa vittoria è prigioniero di due paradossi.
Il primo è che (esattamente come il Pdl) nelle grandi città  non è stato in grado di selezionare o di produrre una classe dirigente vincente. Anzi. Nelle grandi città  vincono candidati selezionati con le primarie come Marco Doria (sostenuto da Sel) o come Leoluca Orlando, il “vintage” che non invecchia mai, che si porta 30 consiglieri dell’Idv in consiglio (con l’11%!) e cita Picasso sorridendo sotto le sue belle occhiaie: “Servono molti anni per imparare ad essere giovani”.
Il secondo motivo per cui mezzo Pd è inverosimilmente listato a lutto è perchè vince — sì — ma con l’alleanza che una parte importante del suo gruppo dirigente (veltroniani, lettiani, fioroniani e centristi) non voleva.
Non solo quella con Italia dei Valori e con Sel, ma, in moltissimi casi, anche con la Federazione della sinistra.
Tant’è vero che, sempre Letta, ieri ripeteva: “Mi chiedo. Di Pietro può essere considerato di sinistra? Possiamo vincere le elezioni e pensare di governare con i comunisti? Io l’ho già  fatto nel 1996 e non voglio ripetere l’esperienza!”.
Ed ecco il problema: la base del centrosinistra e queste elezioni hanno affondato i sogni di convergenze post-democristiane al centro, e indicato una strada diversa.
Il prezzo di Mont
Il terzo punto decisivo è questo: è vero che erano elezioni amministrative, ma a sinistra vincono i candidati che sono fuori dalla maggioranza Monti.
Stravince chi come Doria ripete: “Questo governo non ha risposto al disagio sociale”.
Anche nel centro-destra questo è un effetto destabilizzante, che rafforza il partito dello staccate-la-spina.
“Grillo — spiega Daniela Santanchè, la massima esponente — ha vinto con i nostri voti. Abbiamo offerto al popolo del Pdl un residence per terremotati di tagli e tasse, quello del governo Monti. E loro hanno preferito cambiare casa e prenderne in affitto un’altra, dai candidati del movimento Cinque Stelle.
Possiamo recuperarli — conclude la pasionaria pidiellina — solo se cambiamo rotta”.
È già  pronta la sfida delle primarie con la granitica cerbiatta governativa, Mara Carfagna.
Sono stati puniti i partiti del governo. Ma anche quelli del vecchio governo.
È stata piallata la Lega, che perde sette ballottaggi su sette.
E manda in tv un Bobo Maroni terreo, che ricorda il Claudio Martelli del 1993.
Eredita un partito da raddrizzare, forse fuori tempo massimo.
La mappa della Lega che non c’è più, è anche quella del M5S, che eredita i suoi voti.
Provate a sentire cosa dice Giovanni Favia, il più visibile dei grillini: “Primo: abbiamo fatto boom, e questa volta lo hanno sentito tutti”. Secondo: “Si è dimostrata una balla l’idea che per vincere dovevamo coalizzarci”. Poi: “Terzo: vedo che il Pd è depresso. Hanno ragione perchè a Parma hanno capito che gli rompiamo il giochino. Ormai lottano per sopravvivere. Presto dovranno trovarsi un lavoro vero — conclude con l’ultima stoccata e per loro non sarà  facile”.
In questo mondo al contrario, in questo valzer di maschere che si scambiano i ruoli, anche un grillo — per una volta — può avere un sorriso caimano.

Luca Telese blog

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NON SI SALVANO NEANCHE LE ISOLE, ARRESTATO IL SINDACO DI PANTELLERIA: TANGENTI PER ASSUNZIONE

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

ELETTO NEL 2010 IL SINDACO SI TROVA AGLI ARRESTI DOMICILIARI CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE AGGRAVATA… CONTANTI E GIOIELLI PER FAR ASSUMERE IL FIGLIO

Scattano le manette ai polsi del sindaco di Pantelleria (Trapani) Alberto Di Marzo, eletto nel maggio del 2010.
L’accusa è di corruzione aggravata e ora si trova agli arresti domiciliari.
Subito dopo essersi seduto sulla poltrona da primo cittadino, nel giugno scorso, ha ricevuto, secondo gli inquirenti, 10mila euro in contanti e gioielli per il valore di 800 euro da un imprenditore edile di Alcamo molto attivo sull’isola sia nell’aggiudicarsi appalti, sia come gioielliere.
Questi sono solo una parte di una tangente stimata attorno ai 40mila euro, mai saldata, che il gioielliere ha corrisposto per fare assumere il figlio dal Comune, sebbene non ve ne fosse nessuna necessità .
Il giovane, un ingegnere idraulico, nell’agosto del 2011 viene effettivamente assunto, ma, pare, senza sapere delle “pressioni” del padre.
Poi nell’agosto del 2011 riceve contestazioni disciplinari e il padre nel timore di un licenziamento, decide di rivolgersi alla magistratura presentandosi al procuratore della Repubblica di Marsala, Alberto Girolamo Di Pisa, e al sostituto Bernardo Petralia.
Ai magistrati racconta l’episodio di corruzione.
Di Marzo non è uno sconosciuto nè nella politica locale nè per gli investigatori: è stato sindaco di Pantelleria fino al 23 settembre 2002, quando fu arrestato con l’accusa aver compiuto estorsioni a danno di imprenditori in un contesto dove, secondo la Squadra Mobile di Trapani, “un gruppo di potere usava metodologie di tipo mafioso” per gestire l’isola.
Con lui sono stati arrestati gli imprenditori Antonino ed Antonio Messina, padre e figlio, accusati, oltre che di estorsioni, anche di minacce, detenzione di due kalashnikov e avere commesso un attentato ai danni del tecnico del Comune di Pantelleria Giuseppe Gabriele e l’ex consigliere comunale di Paceco (Tp) Pietro Leo.
Il sindaco fu condannato in primo grado a 3 anni e mezzo, poi fu assolto in appello.

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C’ERA UNA VOLTA IL POPOLO DELLE LIBERTÀ

Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

SCISSIONE? NUOVO SEGRETARIO? PARE CERTO CHE BERLUSCONI DECIDERA’ DI CAMBIARE NOME

Alle cinque della sera, sul solito Twitter, è il gigante piemontese del Pdl, Guido Crosetto, che ha votato no all’ultima fiducia messa dal governo Monti, a infierire sulla sconfitta del suo partito: “Massacrato il centrodestra, abortito il Terzo polo, azzoppato il Pd, esploso Grillo. Se Monti fosse politico salirebbe al Quirinale. O no?”.
Aggiunge Daniela Santanchè: “Noi abbiamo chiuso la nostra casa per ristrutturazione e gli elettori di destra ci hanno fatto capire che il grand hotel Monti non lo vogliono”.
Monti via, dunque, come ormai reclamano tutti nel Pdl, falchi e moderati.
Oppure Alfano, sempre via.
I ballottaggi rischiano infatti di essere la tomba politica del giovane segretario designato da B. nella primavera di un anno fa.
È toccato a lui mettere la faccia sulla catastrofe di queste elezioni amministrative. Da Lucca a Como e Monza, dalla Toscana alla Brianza. Il Pdl scompare dall’Emilia Romagna.
Male anche nella Campania degli inquisiti Cosentino e Cesaro.
A tenere però è la Puglia, con Trani in testa.
Scrive Giancarlo Lehner, falco berlusconiano: “Pdl al bivio, Angelino Alfano ha davanti a sè due strade: o si dimette o si dimette”.
La disfatta elettorale del Pdl è come se liberasse tutti gli istinti repressi di nomenklatura e peones.
In tv, nelle prime ore del post voto, vanno Mariastella Gelmini, Maurizio Lupi e Ignazio La Russa.
La linea è quella di prendersela con l’astensionismo e soprattutto di mettere il cappello sulla vittoria dei grillini.
“Molti dei nostri hanno votato il Movimento 5 Stelle”, è il refrain consolatorio. E conferma l’innamoramento del Capo per la novità  di queste elezioni.
Grillo rivoluzionario come il Berlusconi del ’94.
È una fedelissima di Palazzo Grazioli, Michaela Biancofiore, a invocare una nuova discesa in campo: “C’è una sola persona che può riaggregare ed essere credibile per gli elettori del centrodestra innanzi ad un Paese che si sgretola e si chiama ancora Silvio Berlusconi”.
In ogni fine c’è sempre la tentazione nostalgica del principio.
Anche Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto, rimpiange la rivoluzione che fu ma spera: “Abbiamo perso, serve una nuova rivoluzione”.
E cita Casini, Maroni, Passera e Montezemolo come novelli Marx, Engels, Lenin e Mao dei moderati dispersi e orfani.
In via dell’Umiltà  a Roma, sede nazionale del Pdl, Alfano si rinchiude per ore nel suo ufficio. Perde anche nella sua Agrigento.
Guarda La Russa al Tg3 che non riesce a frenare un crudele Giuliano Ferrara che spiega: “La destra è messa malissima, ha preso scoppole bestiali”.
Compulsa i dati elettorali a mano a mano che arrivano e realizza che si trova al centro di un assedio. Anche interno.
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno chiede congresso e cambio del nome. Osvaldo Napoli tira fuori un’antica immagine un po’ sinistra. Quella di una nuova traversata nel deserto.
L’ultima per B. e i berlusconiani durò cinque anni: dal 1996 al 2001.
Ma stavolta il tempo forse non basterà .
L’agonia della Seconda Repubblica si sovrappone all’esaurimento della spinta propulsiva del Cavaliere.
E le soluzioni che girano ricalcano uno schema reso già  vecchio dalla realtà : una confederazione dei moderati al posto dell’asse del nord con la Lega, cucita addosso al nuovo sistema elettorale se mai si farà .
Dopo tedesco e francese adesso si parla di modello spagnolo. Tormentoni surreali della Casta che sotto sotto non vuole rinunciare al Porcellum.
Alle sette e mezzo della sera, Alfano si decide a uscire.
Parla come un marziano: “Il centrodestra è ancora maggioritario nel Paese”. Insiste sulla novità  “epocale” annunciata da settimane e in programma per il 24 o il 29 maggio: “Il messaggio dei nostri elettori è fortissimo: chiedono una nuova offerta politica. Siamo determinati a offrirla a loro e al Paese”.
Alla fine, però, sarà  sempre Berlusconi a decidere. Ieri si è tenuto in contatto con Roma e poi ha affrontato l’analisi del voto in una cena ad Arcore. Chi era con lui prevede “stravolgimenti radicali”. Il cambio del nome è certo, resta da capire se Alfano sarà  blindato da una nuova segreteria
Le linee restano due. Da una parte il rassemblement neodemocristiano.
Ma l’ex ministro Beppe Pisanu, pontiere tra il Pdl e il Terzo Polo, gli avrebbe già  comunicato il no di Casini.
Anche Montezemolo sarebbe molto perplesso.
Dall’altra la tentazione del grillismo di destra, con la Santanchè pronta a cavalcarlo. Il nodo cruciale è Monti.
I primi, i famigerati moderati, sono per il sostegno. I secondi, i falchi, per la caduta.
Tenerli insieme per Alfano è quasi impossibile.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Berlusconi, PdL | Commenta »

IL COORDINATORE REGIONALE NAN INVITA FLI A “ESPORTARE IL MODELLO GENOVA A LIVELLO NAZIONALE”: A ROMA E’ UNA CORSA A TOCCARE FERRO

Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

L’AUSPICIO DI NON PRENDERE NEMMENO UN CONSIGLIERE E DI NON PRESENTARE MAI IL SIMBOLO DI FUTURO E LIBERTA’ MA DI NASCONDERSI NELLE LISTE CIVICHE PER POI NON RISULTARE ELETTI E’   DAVVERO UNA STRATEGIA ORIGINALE… PARE CHE UNA NOTA UNIVERSITA’ AMERICANA SIA INTERESSATA A STUDIARE IL CASO PATOLOGICO

Appena ieri ci eravamo lamentati che la dirigenza ligure di Futuro e Libertà  non avesse commentato il risultato elettorale delle amministrative di Genova che hanno visto la sconfitta di Enrico Musso al ballottaggio e la mancata elezione nella sua lista civica di un qualsiasi candidato riferibile a Futuro e Libertà .
Alla luce delle dichiarazioni rilasciate alla stampa, dopo mesi di silenzio, dal coordinatore regionale Enrico Nan, forse sarebbe stato meglio in effetti il silenzio.
Vediamo cosa ha detto Nan alla stampa: “Eravamo partiti da soli nell’appoggiare Musso ed è arrivato al 40%, un risultato lusinghiero per il Terzo polo. Quanto all’astensionismo, proporrò al mio partito un nuovo progetto: di usare il modello Genova a livello nazionale con una lista civica. Adesso si deve lavorare sul territorio con proposte in grado di rappresentare questa grande voglia di centro»
Visti i risultati (nessun eletto di Fli, 3 dell’Udc) – devono essersi detti i vertici romani di Fli – meglio fare gli scongiuri, questo ci vuole portare sfiga, non solo Mamone in sede.
Dobbiamo però dare atto a Nan di essere davvero originale nel sostenere tesi campate in aria e gabellate per buone.
1) Sono due anni che Musso si preparava a candidarsi, lavorando con la sua fondazione “Oltremare” e quindi si sarebbe presentato comunque, anche se Nan non fosse corso ad appoggiarlo, rinunciando persino al simbolo di Fli (che pur dovrebbe rappresentare) pur di non farsi contare dopo due anni di scandali e di inattività .
2) La lista civica di Musso ha raccolto il 15% di consensi e 5 consiglieri eletti: l’apporto dell’Udc può essere quantificato in un 3-4%, quello di Fli sotto il 2%, tutto il resto è merito esclusivo di Musso.
Risultato della brillante operazione: eletti di Fli zero (ne aveva uno), eletti dell’Udc 3, area lista civica Musso eletti 2.
3) Pur sapendo che al massimo Fli avrebbe potuto puntare su un solo eletto, invece che concentrare i voti su uno solo, sono stati presentati quattro candidati ( la somma dei soli primi due avrebbe garantito un consigliere).
4) Se Fli avesse chiesto tre liste distinte di appoggio a Musso (ovvero lista civica, Udc e Fli) ognuno con i propri simboli probabilmente tre eletti sarebbero andati ai civici, uno all’Udc e uno a Fli.

In sintesi: è Musso che ha trainato la lista, altrimenti l’Udc si scordava di passare da uno a tre consiglieri.
Quanto alla “gran voglia di centro” che sarebbe emersa a Genova, senza la personalità  di Musso, si sarebbe fermata al 5% invece che al 15% (che tanto in ogni caso non è).
Lasciamo giudicare a chi ci legge se questa “grande strategia” del segretario regionale bocchiniano (da non confondersi coi bocconiani) sia propedeutica a un harakiri politico e alle sue dimissioni o alla sua esportazione come modello nazionale.
Certamente a Roma molti sono corsi a toccare ferro.


LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza

argomento: Futuro e Libertà, Liguria Futurista | Commenta »

GRILLO, IL GABIBBO BARBUTO

Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL MOVIMENTO CINQUE STELLE E’ LA TRASPOSIZIONE POLITICA DI “STRISCIA LA NOTIZIA”? … LA SUGGESTIONE ESISTE, GRILLO E’ SICURAMENTE ANCHE IL GABIBBO, MA CHE GUARDA REPORT, HA LETTO “LA CASTA” E SA STARE SUL WEB

I due hanno in comune la cadenza, ligure, e l’ideatore, Antonio Ricci, di cui Grillo è stato a lungo il ventriloquo tv.
«Fantastico», «Te la do io l’America», «Te lo do io il Brasile»: l’unico programma di successo che Ricci non gli ha curato è «Te la do io l’Italia».
Quello se lo sta scrivendo da solo.
Se Grillo ricorda il pupazzo rosso che svergogna i potenti tra ghigni e sberleffi, l’attivista-tipo del Cinque Stelle assomiglia a uno di quegli inviati di «Striscia» che consegnano tapiri: informato, tignoso, sfacciato.
Quanto all’elettorato, ne esiste uno cresciuto con le tv berlusconiane che da anni si abbevera ai programmi satirici di denuncia e ha finito per introiettarne meccanismi e valori.
«Striscia» e «Le Iene» si pongono come giustizieri della notte, raddrizzatori di torti, vendicatori degli oppressi in contrapposizione a un Potere che magnanimo li finanzia attraverso la pubblicità . Secondo lo studioso dei media Massimiliano Panarari, il loro segreto consiste nel dare sfogo al rancore popolare verso un sistema concepito come nemico.
Ai seguaci di «Striscia» il movimento di Grillo non sembra antipolitica, ma politica: difesa del cittadino.
In realtà , sostiene Carlo Freccero, il termine corretto è Apolitica: il rifiuto dei partiti, ormai ridotti a meri comitati d’affari.
E qui l’albero genealogico del grillismo si allarga a «Report» di Milena Gabanelli e al bestseller «La Casta» di Stella e Rizzo.
E’ la versione sofisticata della tv di denuncia, il Gabibbo in bella copia, il grande giornalismo d’inchiesta.
Gabanelli incarna l’archetipo grillista del Controllore, colui o colei che incrocia i dati, macina le informazioni e rivela i segreti del Moloch che ci condiziona la vita, sia esso una multinazionale di farmaci o un assessore arrogante e corrotto.
Il milione di copie de «La Casta» è stato un fenomeno sociale che la cultura in ghingheri non ha voluto capire, forse perchè gli artefici non erano due intellettuali spocchiosi e incomprensibili, ma due bravissimi giornalisti.
Stella e Rizzo hanno dato sostanza di pagine al mal di pancia verso i partiti e il loro sistema chiuso di privilegi.
Cosa accomuna lo spettatore di «Striscia» a quello di «Report» ed entrambi al lettore de «La Casta»?
L’idea che destra e sinistra siano diventate la stessa cosa: se non nei valori, nel personale politico che ha smesso di incarnarli per dedicarsi esclusivamente alla gestione del potere.
Le radici televisive del grillismo affondano qui e gli hanno sicuramente creato un pregiudizio di simpatia fra gli elettori, anche fra coloro che non lo votano.
Di fronte a questo pregiudizio positivo vacillano i dibattiti sul sistema elettorale.
Il doppio turno, infatti, funziona quando l’avversario è percepito come una minaccia (un leghista per un democratico, un «comunista» per un berlusconiano) e spinge l’elettore avverso alle urne per incoronare il male minore.
Ma il Movimento Cinque Stelle non fa davvero paura a nessuno, semmai suscita curiosità .
Così si spiega perchè al ballottaggio di Parma il candidato del centrosinistra non sia riuscito nemmeno a fare il pieno dei voti presi al primo turno: migliaia di suoi elettori non hanno sentito l’urgenza di tornare alle urne.
Magari in cuor loro si saranno persino augurati il trionfo della «novità ».
Ma Grillo e il grillismo non si esauriscono nei vecchi mezzi di comunicazione, parola cartacea e tv.
Il Cinque Stelle non si può capire senza la «class action», quel fenomeno importato dagli Stati Uniti che induce le vittime di un medesimo torto a unire le proprie forze e a fare causa comune contro il potere che le ha defraudate di qualche diritto.
Il berlusconismo era delega passiva al demiurgo.
Il grillismo è assunzione collettiva di responsabilità .
Il berlusconiano votava col telecomando, l’attivista di Grillo (non chiamiamolo grillino) con la tastiera del Web.
I seguaci di Berlusconi cercavano di assomigliare al Capo fin dalle barzellette, mentre quelli di Grillo non assomigliano a Grillo: nell’approccio sono molto meno televisivi e molto più seri.
Il mito fondante del Movimento Cinque Stelle, solo in questo simile all’Uomo Qualunque di Giannini, è il Buon Amministratore.
Persa la speranza di sottrarre il mondo alle trame dei grandi capitalisti, il grillismo chiede alla politica di diventare apolitica, cioè di limitarsi all’ordinaria amministrazione.
Perciò la politica potrà  salvarsi solo se smentirà  Grillo, ricominciando a fare sogni grandi. Altrimenti il Gabibbo barbuto trionferà , così come «Striscia» trionfa da vent’anni contro una Rai che ha saputo, o voluto, contrapporgli sempre e soltanto dei Pacchi.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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CHI RAPPRESENTA IL MALE DEL NORD

Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LA FINE DEL BLOCCO NORDISTA   PDL-LEGA… IL PROBLEMA DI UNA RAPPRESENTANZA POLITICA INSODDISFATTA CHE IL MOVIMENTO CINQUESTELLE RIESCE A INTERPRETARE

I risultati di queste elezioni “amministrative” segnano, in modo definitivo, la fine della Seconda Repubblica e del sistema partitico su cui si è fondato.
Indicano, in particolare, la fine del “blocco nordista”, l’asse forza-leghista (come l’ha definito Be
Infatti, se osserviamo il bilancio dei comuni maggiori dove si è votato in Italia, il rapporto fra i due principali schieramenti, appare rovesciato a favore del Centrosinistra.
Lega e Pdl escono, dunque, chiaramente sconfitti, da queste elezioni. Dal Pd e dal Centrosinistra. Ma anche dal malessere e dalla domanda di cambiamento, a cui ha dato visibilità  particolare il Movimento 5 Stelle, guidato da Beppe Grillo.
È la fine della “questione settentrionale” alle origini della Seconda Repubblica. Ma, al tempo stesso, questo voto la rilancia, come specchio di una domanda di rappresentanza politica, largamente insoddisfatta.
1. La Lega esce ridimensionata. Nelle città  maggiori (sopra i 15 mila abitanti) dove si è votato, prima di queste elezioni, aveva 12 sindaci. Ne mantiene solo 2.
Tra cui Verona, conquistata al primo turno: da Flavio Tosi, più che dalla Lega. Nei comuni maggiori del Nord cosiddetto “Padano” (al di sopra del Po), al primo turno, le sue liste hanno ottenuto il 7% dei voti, 12 punti in meno delle Regionali del 2010, meno della metà  rispetto alle politiche del 2008.
Se allarghiamo lo sguardo all’intera “zona rossa”, dove la Lega era cresciuta molto negli ultimi anni, il crollo è più vistoso.
Oggi, infatti, nel Centro-Nord, in queste elezioni ha totalizzato il 5,8%, ma aveva ottenuto quasi il 13% alle politiche del 2008 e oltre il 17% alle regionali del 2010.
2. Il PdL, ultima versione del partito personale di Silvio Berlusconi, va anche peggio. Dal punto di vista dei governi locali, anzitutto.
Nei comuni maggiori del Centro-Nord, da 49 a 20 per il Centrodestra, dopo questo voto, si passa a 44 a 12 per il Centrosinistra.
Ma lo sfaldamento appare ancor più sensibile dal punto vista elettorale. Il PdL, infatti, si attesta al 12-13%, nel Nord e nel Centro-Nord, mentre aveva ottenuto circa il 28% alle Regionali di due anni fa e il 33% alle Politiche del 2008.
3. Ne esce un quadro del Nord e del Centro-Nord largamente ri-disegnato. In un paio d’anni, ha quasi perduto i colori dominanti: il Verde e l’Azzurro.
D’altronde, oggi i partiti del Centrodestra   –   o di quel che ieri si chiamava così   –   non governano in nessun capoluogo di regione nel Centro-Nord. Gli ultimi   –   Milano e Trieste   –   li hanno perduti un anno fa.
Uno scenario analogo emerge anche se consideriamo i capoluoghi di provincia.
Prima del 2010, 22 capoluoghi del Centro-Nord erano governati dal Centrodestra, 16 dal Centrosinistra.
Oggi 21 sono amministrati dal Centrosinistra e 14 dal Centrodestra (1 dalla Lega da sola e 2 da giunte di altro colore).
Gli attori politici che avevano “inventato” la “questione settentrionale” oggi sono minoranza   –   e quasi periferici   –   nel Nord.
4. Parallelamente, è cresciuto il Centrosinistra, intorno al Pd. Che oggi è il primo partito: del Nord “Padano” e, a maggior ragione, nel Centro-Nord.
Ma i suoi successi dipendono soprattutto dalla capacità  di fare coalizione.
Il Pd ha, infatti, perduto peso elettorale, rispetto alle Politiche e alle Regionali. Mentre in alcune fra le città  più importanti ha contribuito, con i suoi voti, a eleggere sindaci espressi da Sel. Come Doria a Genova. E, un anno fa, Pisapia a Milano.
L’antico Triangolo Industriale, Milano-Torino-Genova, dunque, oggi è governato dal Centrosinistra.
Ma (come ha osservato Gad Lerner) da uomini e soggetti politici, in prevalenza, “esterni” al Pd.
In altre città , il candidato del Pd e del Centrosinistra è stato sconfitto da altre coalizioni. A Belluno, ad esempio, si è affermato il candidato sostenuto da liste civiche di Sinistra. A Cuneo il candidato del Terzo Polo.
5. Lo stesso è avvenuto in alcuni comuni dove lo sfidante era espresso dal Movimento 5 Stelle. Anzitutto a Parma, ma anche in altre città . Come Mira e Comacchio.
Il risultato elettorale del Movimento 5 Stelle appare rilevante soprattutto nel Nord e nelle zone rosse del Centro.
Dove si presenta, infatti, supera, mediamente, l’11% (alle Regionali del 2010 si era attestato intorno al 3-4%).
In una certa misura, il “partito di Grillo” è l’attore politico che oggi interpreta, più di altri, il “male del Nord” (ma anche del Centro).
Espresso dalle aree territoriali e dalle componenti sociali coinvolte dalla crisi economica, dopo decenni di crescita.
Soffrono di un profondo deficit di rappresentanza politica. Le promesse di Berlusconi e della Lega sono rimaste tali. Promesse, slogan.
Mentre il Centrosinistra, imperniato sul Pd, è rimasto, a sua volta, coinvolto nel clima di insofferenza verso il sistema partitico. Afflitto dal vizio oligarchico e dal deficit etico.
6. Il successo del Movimento 5 Stelle sfrutta, dunque, il malessere generato dal governo, a livello centrale e locale.
Ma intercetta anche la diffusa domanda di rinnovamento del ceto politico. E la crescente sensibilità  intorno a temi legati alla tutela dell’ambiente e dei beni pubblici.
Naturalmente, una cosa è affermarsi su base locale.
Altra è competere su base nazionale. Il bello   –   e le difficoltà    –   per il “partito di Grillo” cominciano ora.
Perchè dovrà  governare, a livello locale. E dovrà  organizzare la propria presenza nazionale, in vista delle prossime elezioni.
Programmi, candidati, strategie e   –   perchè no?   –   alleanze. Oggi, però, a nessuno è concesso di liquidare questo Movimento come antipolitico.
Perchè agisce da attore politico, sul mercato elettorale. Dove si sta ritagliando uno spazio molto ampio (alcuni sondaggi lo stimano, già  ora, intorno al 20%).
7. Questa “piccola” consultazione amministrativa ha mutato profondamente le basi della “questione settentrionale”.
Nel Nord, infatti, si fanno strada domande di segno nuovo. Che non emergono da centrodestra ma da centrosinistra e, anzi, da sinistra. Esprimono istanze critiche verso il neoliberismo e i valori imposti dai “mercati” (finanziari) globali.
8. Dietro al voto, si scorge un Paese in cerca di rappresentanza politica. Se la Seconda Repubblica è finita, la Terza non è ancora cominciata.

Ilvo Diamanti
(da   “la Repubblica”)

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