Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL PDL E’ IN ROTTA, I LEGHISTI SENZA UN LEADER, LA GENTE ESASPERATA: IL FUTURO LO DECIDERANNO GLI ASTENSIONISTI QUANDO TORNERANNO A VOTARE
La domanda sorge spontanea di fronte ai risultati dei ballottaggi: ma i partiti e il sistema politico che abbiamo conosciuto negli ultimi
venti anni – e insomma la Seconda Repubblica – sopravviveranno all’ondata di piena che li ha investiti?
Il quadro uscito dalle urne ha certamente esasperato le tendenze del primo turno: emblematica la vittoria dei grillini a Parma; accentuato il crollo del centrodestra e del Pdl; totale, in sette ballottaggi su sette, la sconfitta della Lega; e la tenuta del Pd, secondo come la si guardi, si può considerare accettabile o striminzita, dal momento che Bersani a Genova vince con un candidato che non era suo e a Palermo soccombe al plebiscitario ritorno di Orlando.
Eppure, a dispetto anche delle prime reazioni emotive ai numeri e alle percentuali, non è detto che il virus che ha aggredito la politica italiana debba per forza essere considerato letale.
Anzi, a sorpresa, e in vista della prossima e ravvicinata scadenza delle elezioni politiche del 2013, potrebbe rivelarsi un male curabile.
Seppure imprevedibile in queste dimensioni, la vittoria del Movimento 5 stelle non prelude a un’Italia governata da Grillo, che tra l’altro è il primo a non avere obiettivi del genere.
E fuori dalle principali città in cui s’è votato, non è affatto trascurabile il risultato del Pd al Nord, in centri come Monza, Como e Asti, strappati al centrodestra, e più in generale su tutto il territorio nazionale.
Quando canta vittoria, Bersani certo esagera, ma la sua ditta non è in cattiva salute. Almeno uno dei due schieramenti che si contenderanno la guida del Paese è in condizioni di correre.
Quanto a vincere, si vedrà , specie se l’alleanza con Nichi Vendola e la sinistra radicale si rivelerà determinante.
La malattia ha invece avuto conseguenze devastanti nell’altra metà .
Il Pdl è in rotta da Nord a Sud. E se parte del suo elettorato a Parma ha incredibilmente votato per Federico Pizzarotti – portandolo alla vittoria e apprezzandone la natura tranquilla, da ceto medio, il contrario esatto di quella del suo leader Beppe Grillo -, il resto dell’esercito berlusconiano è disorientato. In maggioranza ha preferito disertare le urne.
Non crede più nell’alleanza con la Lega: tutto quel che è emerso su Bossi e i suoi familiari e famigli è perfino più inaccettabile per gli elettori berlusconiani del Nord che non per quelli leghisti.
I quali, a ogni buon conto, alla favola di Bossi vittima di una congiura della moglie e dei figli si sono rifiutati di credere e stanno ancora aspettando che Maroni dica una volta e per tutte cosa intende fare del Fondatore travolto dallo scandalo.
Inoltre, un Paese in cui quasi metà degli elettori (e occorrerà vedere quanti di centrodestra e quanti di centrosinistra) disertano i seggi, si rivela straordinariamente simile, una volta tanto, all’immagine che tutte le settimane ne diffondono i sondaggi.
La gente non ne può più. Anche se non è vero, s’è convinta che i tecnici al governo continuino ad aumentare le tasse perchè i politici non intendono rinunciare ai loro privilegi.
E più sente parlare a vanvera di tagli del numero dei parlamentari e dei rimborsi ai partiti, senza vedere nulla che si concretizzi, più continua a ritenere che sia così.
Malgrado ciò, non si può certo credere che la metà di un elettorato che stavolta s’è protestato assente se ne resti a casa anche alle prossime politiche, quando si tratterà di decidere chi deve governare il Paese.
Non è possibile. Gli astensionisti, com’è sempre successo, torneranno a votare.
E sarà il modo in cui torneranno e il loro numero a decidere gli equilibri del 2013.
Per certi versi, anche se le analogie negli ultimi tempi sono diventate pericolose, siamo in una situazione simile a quella del 1993.
Il vecchio gruppo di comando berlusconiano è collassato, come Andreotti e Craxi vent’anni fa. E quel che è più grave, si tratta di un collasso politico, non giudiziario.
C’è un governo tecnico (che somiglia, ma somiglia soltanto, a quello di Ciampi), alle prese con difficoltà peggiori di quelle d’allora e con l’appoggio sempre più intermittente dei partiti della sua maggioranza.
Anche adesso il centrosinistra regge, ha qualche falla aperta nel suo fianco destro e in quello sinistro, ma è sopravvissuto, finora, alla tempesta che sembrava voler inghiottire tutto il sistema.
C’è infine una fortissima spinta di protesta, che non è esclusivamente estremista (vedi Parma), e solo in condizioni eccezionali (vedi Palermo) può puntare al governo.
Ma può anche essere recuperata, o addirittura diventare determinante, nella vittoria di uno o dell’altro schieramento.
Fin qui, tutto quasi come alla fine della Prima Repubblica.
Ma a questa similitudine, per essere completa, manca Berlusconi.
Lui o un altro, uno nuovo, che non è detto che ci sia, ma potrebbe saltar fuori all’ultimo momento, esattamente come nel ’94.
Così se il centrodestra vuol tornare in campo deve solo decidere cosa fare: o manda in pensione il vecchio Silvio (e con lui il Pdl, ormai evidentemente in stato di liquidazione), o lo richiama in servizio.
Il rischio è altissimo in entrambi i casi. E non è affatto sicuro che anche stavolta la sorpresa, la novità a destra, basti a fermare le ambizioni di un centrosinistra in lenta ma costante avanzata.
Ma per risvegliare gli elettori moderati sonnolenti o disgustati per quel che sta accadendo – non c’è altra scelta.
Marcello Sorgi
(da “La Stampa”)
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Maggio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN VISITA ALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO…ALCUNI CITTADINI LO HANNO ACCOLTO CON URLA E SLOGAN
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, è arrivato verso le nove a Sant’Agostino, il paese del Ferrarese che ha pagato il maggior tributo di vittime nel sisma di sabato notte.
Al suo arrivo, il premier è stato contestato da alcuni cittadini, non più di una decina, che lo hanno accolto gridando: «Vergogna, ladri, potevi stare a casa».
La protesta, hanno spiegato alcune donne, è legata alle alte tasse, a partire dall’Imu.
Al suo arrivo a Sant’Agostino, insieme al presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, al capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, e al questore di Ferrara, Luigi Mauriello, Monti ha scambiato alcune parole con li sindaco di Sant’Agostino, Fabrizio Toselli, proprio di fronte al municipio sventrato dal sisma.
Prima di entrare in una palazzina dove si terrà un incontro con gli altri sindaci della zona e con i tecnici, il presidente del Consiglio è stato apostrofato con fischi e ‘buù da un piccolo gruppetto di cittadini di Sant’Agostino.
Semplici cittadini, hanno spiegato, «decisi a far sentire la propria voce in un momento difficile in cui, oltre alla paura» per il terremoto si sente anche «disagio per le tante tasse, per l’Imu» e per il rischio che le spese della ricostruzione del dopo terremoto pesino sulla cittadinanza.
«Poteva stare a casa – ha spiegato una signora – è venuto perchè questo è un circo mediatico. Abbiamo tanti problemi, c’è rabbia e paura. Da uno Stato ci si aspetta quello che lo Stato dovrebbe fare: fischiamo per esprimere il nostro malcontento».
Durante l’incontro di oggi i sindaci della bassa padana chiederanno al premier l’esenzione dal Patto di Stabilità per poter investire i soldi nelle casse comunali.
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
CARROCCIO SCONFITTO A CANTU’, PALAZZOLO, MEDA, TRADATE, SENAGO, THIENE E SAN GIOVANNI LUPATOTO
La Lega Nord ha perso i ballottaggi in tutti i sette comuni del Nord in cui concorreva con
un proprio candidato.
Secondo fonti leghiste il Carroccio, che correva da solo, è stato sconfitto a Cantù, Palazzolo, Meda, Tradate, Senago, Thiene e San Giovanni Lupatoto.
La Lega governava assieme al Pdl in sei comuni su sette.
Analoga tendenza, con l’eccezione di Flavio Tosi a Verona, si era verificata al primo turno.
I risultati “non sono stati positivi” e fra l’altro “la notizia dell’avviso di garanzia a Umberto Bossi e ai suoi figli non ha aiutato, ma ha determinato un ulteriore allontanamento dalla Lega”, è stato il primo commento di Roberto Maroni durante la conferenza stampa in via Bellerio, a Milano, nel quartier generale del Carroccio.
“Abbiamo visto i risultati delle amministrative e dei ballottaggi — ha detto ancora il triumviro della Lega – e non sono stati positivi: abbiamo pagato un prezzo altissimo alle vicende che hanno coinvolto la Lega dal punto di vista mediatico e da quello giudiziario”. Maroni come sempre non ha gridato al complotto, ma si è limitato a osservare che “certe paginate dei giornali ci hanno danneggiato”, certe storie di “paghette e lauree hanno fatto giustamente arrabbiare gli elettori verso Lega”.
Poi ha aggiunto: “Registriamo questa sconfitta, ma voglio dire che oggi si conclude la nostra traversata nel deserto, con la stagione dei congressi si apre una fase nuova che porterà la Lega a tornare protagonista”.
Epilogo clamoroso nella corsa per l’elezione a sindaco nel comune di Meda (Monza e Brianza), uno dei sette dove la Lega correva con un proprio candidato al ballottaggio. Secondo i dati disponibili sul sito del Comune, il candidato del centrosinistra Gianni Caimi ha battuto il leghista Giorgio Taveggia, sindaco uscente, per un solo voto: 3.867 a 3.866.
Tradotto in percentuale significa 50,01 per cento a 49,99.
Fino a tre quarti dello spoglio Taveggia era in vantaggio di un centinaio di voti, poi sul filo di lana è avvenuto il sorpasso. Bassissima la percentuale dei votanti: solo il 43,59 per cento.
Ripartiamo da 380. Da domani sono 380 i sindaci della Lega che ripartono per la fase nuova”, è la parola d’ordine di Matteo Salvini, europarlamentare milanese del Carroccio, alla luce dei risultati dei ballottaggi.
La fase nuova, ha detto Salvini commentando l’esito del voto in via Bellerio, è quella di una Lega che “fa tesoro degli errori commessi, ma non cambia nome nè simbolo. Una Lega che riprende a lavorare molto di più al Nord e nei comuni. Nonostante tutti i casini abbiamo portato a casa 30 sindaci”.
Il problema, ha detto ancora Salvini, è che “a Como, Cantù e Monza tanti elettori della Lega non sono andati a votare. Dobbiamo recuperali. Sta a noi recuperare gli elettori che non hanno votato”.
La fase nuova della Lega non prevede alcuna alleanza con il Pdl, ha assicurato Salvini: “Non possiamo allearci con chi sta dissanguando i comuni con la tassa sulla casa”.
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
SEI MESA FA SEMBRAVA UN PLEBISCITO, ORA MONTI OSCILLA TRA IL 35 E IL 40%… SECONDO MANNHEIMER “E’ APPARSO TROPPO INVISCHIATO CON LA VECCHIA POLITICA”… “GLI ITALIANI HANNO CAPITO CHE PAGHERANNO PIU’ TASSE”
La stagione dell’idillio tra Mario Monti, l’uomo che doveva salvare la patria, e gli italiani, sembra essere un ricordo lontano per Palazzo Chigi.
Almeno a leggere i dati degli ultimi sondaggi, distanti anni luce da quel 70% di consensi che ha segnato positivamente e in maniera che allora era apparsa indelebile, la nomina del professore bocconiano a capo di un governo di tecnici, lo scorso novembre.
A sei mesi di distanza però, quel plebiscito è sbiadito e i cittadini del Belpaese che ancora credono nell’esecutivo senza politici si sono ridotti a un 35%-40%.
Se non è il 25% dell’ultimo periodo di Silvio Berlusconi alla guida del Paese, sembra avvicinarglisi pericolosamente.
Che cosa è successo?
“E’ semplicemente finita la luna di miele tra Monti e gli italiani — osserva Renato Mannheimer che guida l’Ispo, Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione — Una variazione così notevole si spiega con il fatto che il presidente del Consiglio ha dovuto affrontare problemi seri e molteplici, ma ancora di più con l’avvicinarsi della scadenza delle tasse e del pagamento dell’Imu”.
Ma non soltanto: “Monti è apparso a molti troppo invischiato con i partiti protagonisti della vecchia politica. E in più, non c’è traccia del tanto atteso sviluppo nè di un miglioramento della situazione economica”.
A sorprendere, dunque “non è tanto la percentuale di gradimento che gli italiani esprimono adesso, quanto quel 70% di consensi che ha accompagnato il suo insediamento a Palazzo Chigi”.
Un calo fisiologico, dunque, che però sarebbe stato registrato solamente nell’ultimo periodo. “Il presidente del Consiglio è riuscito a mantenere alto il suo consenso per molti mesi — spiega Nicola Piepoli, deus ex machina dell’omonimo istituto demoscopico — Nelle ultime settimane, però, gli italiani si sono accorti che dovranno pagare più tasse”.
Un addio senza speranza?
No, secondo il sondaggista che vede nell’acume di Corrado Passera la carta vincente del Governo: “Sono certo che ci sarà un’inversione di tendenza nell’opinione pubblica, dopo l’annuncio del ministro dello Sviluppo economico di un investimento di 100 miliardi per la crescita. Gli italiani oramai hanno ben chiaro che senza investimenti non si mangia”. Investimenti che rappresentano anche la ragione sociale delle istituzioni: “Altrimenti lo Stato che cosa ci sta a fare?
E non me lo sto inventando, lo diceva Keynes”.
Per Piepoli, il rischio altrimenti è un arretramento di un centinaio d’anni: “Senza investimenti da parte dello Stato, non investirà nemmeno il cittadino. Sarebbe come tornarte al secolo scorso”.
Ma se la previsione è quella di una ripresa dei consensi, resta un problema strutturale, nell’esecutivo, sulle strategie di comunicazione: “C’è un distacco evidente tra il Governo e il Paese. Io lo noto perchè frequento i ministeri che sono miei clienti: si è ridotto a lumicino quello strato di collaboratori che riferivano ai ministri e che garantivano una pluralità di informazioni ma anche di comunicazione”.
Quello che mancherebbe, in soldoni, è lo scambio di opinioni.
“L’allentamento di questo meccanismo non è un segnale positivo per un ministeriale come me, in senso giolittiano — conclude Piepoli — I ministri sono isolati”.
Escluso però, almeno per ora, che corrano il rischio di una parabola involutiva come quella vissuta dal precedente governo: “Sono due mondi troppo diversi. Questi, con tutti i loro limiti, si sentono servitori dello Stato. Sono in buona fede, sebbene sembrino appartenere a un’altra epoca. Li si può incontrare sul tram o sulla metro, come lei e me”.
di Sonia Oranges
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
LASCIATI SUL CAMPO OTTO CAPOLUOGHI DI PROVINCIA…A COMO IL PDL AVRA’ SOLO TRE SEGGI, AD ASTI LA LEGA POTREBBE NON ENTRARE IN CONSIGLIO COMUNALE…CROLLO DEI BERLUSCONIANI ANCHE NELLE REGIONI ROSSE, MENTRE IN SICILIA SCONFITTE 13 GIUNTE SU 16
Non solo Palermo. Da nord a sud il centrodestra conferma il dato del primo turno delle
amministrative. Cioè una catastrofe.
Dopo queste amministrative Pdl e Lega Nord, la “destra di governo” perde — mentre i dati non sono ancora definitivi — almeno 60 amministrazioni comunali, 8 delle quali capoluoghi di provincia.
Ne guidava in totale 98, ora gliene rimangono 34.
I numeri dicono anche che sono 99 i Comuni che tra primo e secondo turno vanno alla coalizione di centrosinistra (compresi i casi come quello di Palermo dove Orlando ha stravinto sul candidato Pd Ferrandelli) e passano dal Pdl al centrosinistra 11 Comuni capoluogo.
In questa lista ci sono Alessandria e Asti in Piemonte, ci sono Como e Monza in Lombardia, c’è Lucca in Toscana, c’è Rieti nel Lazio.
A Belluno il centrodestra è rimasto addirittura fuori dal ballottaggio dove poi un ex ulivista fuoriuscito ha trionfato sostenuto da alcune liste civiche contro il centrosinistra “ufficiale”.
”E’ in atto una grande rivoluzione all’interno dell’area dei nostri elettori che dobbiamo essere capaci di interpretare” spiega Ignazio La Russa.
La “rivoluzione” passa da risultati che sembrano dire molto di più di semplici test elettorali locali.
In pratica, tra le città maggiori che hanno votato al ballottaggio il centrodestra tiene solo a Trapani, perchè riesce nell’impresa di essere asfaltato ad Agrigento (peraltro città del suo segretario politico e nella Regione dello storico 61 a 0) a beneficio del Terzo Polo (che ha preso il triplo dei voti).
Alfano: “Pdl maggioritario”.
Non la pensa così proprio Angelino Alfano: “Riteniamo che gli elettori di centro destra restino ampiamente maggioritari nel Paese. Sono chiari due fatti: questi elettori non hanno scelto e non sceglieranno la sinistra e questa volta hanno massicciamente scelto l’astensione. Il loro messaggio è fortissimo: chiedono una nuova offerta politica. Siamo determinati a offrirla a loro e al Paese”.
Non sembrano granchè d’accordo con la lettura “berlusconiana” (cioè ottimista al massimo) di Alfano.
Anche Fabrizio Cicchitto vede il bicchiere mezzo pieno: “La linea della Lega si è rivelata perdente per essa e per tutto il centrodestra. Il PdL, pur arretrando, conferma che è la forza essenziale del centrodestra”.
Ma lanciano allarmi vecchi e giovani, all’interno del partito: Isabella Bertolini, Giorgia Meloni, Giancarlo Galan, Altero Matteoli, ma soprattutto Roberto Formigoni.
Lega: zero su 7.
La Lega Nord, dal canto suo, perde 7 Comuni su 7 tra quelli in cui aveva raggiunto il ballottaggio.
Il Carroccio sembra essere rimasto in partita solo a Meda, il centro brianzolo passato alla storia per la prima giunta monocolore della Lega, ma anche qui il sindaco uscente Giorgio Taveggia ha dovuto cedere, per un voto.
Alla fine le resta Verona, Cittadella e poco altro.
Piemonte.
Regione guidata dal dirigente leghista Roberto Cota, Alessandria e Asti passano dal centrodestra al centrosinistra.
Secondo i primi dati, nel secondo caso, la Lega Nord potrebbe restare addirittura senza consiglieri nel primo Comune capoluogo del nord.
La terza città , Cuneo, viene persa dal centrosinistra, ma a vincere è un candidato di centro, sostenuto dall’Udc e da alcune liste civiche, Federico Borgna.
Lombardo-Veneto.
Il centrodestra lascia Como, dove il Pdl avrà in consiglio comunale 3 suoi esponenti contro i 20 che sosterranno il nuovo sindaco Mario Lucini.
A Monza, dove pure ha vinto il centrosinistra, ha conquistato 4 seggi.
Ma poi ci sono altri centri oltre i 15mila abitanti dove Pdl e Lega, a prescindere dall’essersi presentati divisi alle urne, perdono Abbiategrasso, Arese, Buccinasco, Cantù, Legnano, Lissone, Magenta, Desenzano, Palazzolo sull’Oglio, Castiglione delle Stiviere, San Donato Milanese, Tradate, Magenta.
Un filotto che fa traballare uno dei principali serbatoi di voti sia per il Pdl sia per la Lega Nord. L’arretramento si verifica anche in Veneto.
Tra il pieno messo a segno dal Movimento Cinque Stelle (Mira e Sarego sono punte dell’iceberg) e la flessione di voti di Pdl e Lega succede che il centrodestra è costretto a lasciare San Giovanni Lupatoto.
La dèbacle della Lega.
In Lombardia la Lega Nord ha perso anche dove era in vantaggio rispetto agli avversari.
Il centrosinistra si è aggiudicato 16 sindaci su 21.
Questa volta alla Lega non è andato bene niente.
Rotta l’alleanza con il Pdl e sotto il peso dell’inchiesta della Procura di Milano, aveva già ceduto le sue roccaforti due settimane fa (come Cassano Magnago, il paese del Varesotto dove è nato Umberto Bossi e dove oggi ha vinto di misura il Pdl).
E dove ancora era presente, ieri e oggi ha perso.
A Meda, centro della Brianza, la sconfitta è arrivata addirittura per una sola preferenza. Probabilmente i voti leghisti hanno avuto l’unico effetto di favorire le tre vittorie del Pdl (una proprio a Cassano Magnago).
Sull’altro fronte il centrosinistra ha espugnato Como per la prima volta da quando c’è l’elezione diretta, ha battuto 63% a 36% il Pdl a Monza e ha mantenuto il feudo di Sesto San Giovanni, la cittadina alle porte di Milano travolta dall’inchiesta su un presunto giro di tangenti.
Infine i grillini, che avevano un solo candidato ai ballottaggi, Matteo Afker, a Garbagnate Milanese.
Strepitosa ma inutile la sua rimonta: partiva da un modesto 10,7% raccolto al primo turno contro il 43,6% ottenuto da Pier Mauro Pioli, sostenuto dal centrosinistra. La rincorsa del candidato del Movimento 5 Stelle, che aveva ottenuto l’insolito appoggio del Pdl, si è però fermata al 48,3% contro il 51,7% dell’avversario.
Il centro-sud.
Il centrodestra perde Isernia in Molise e importanti centri in Abruzzo: Ortona, Montesilvano, Avezzano. Il berlusconiani cercano di resistere al trend nazionale in Puglia.
Qui vincono a Trani (dopo aver perso Brindisi), ma hanno perso in centri popolosi come Gioia del Colle, Gallipoli, Bitonto, Gravina, Martinafranca, Tricase, Canosa.
Le regioni rosse.
Anche le sacche di resistenza nelle “regioni rosse” cedono.
In Toscana andavano al voto 9 amministrazioni guidate dal centrodestra e ne restano solo 3. Il Pdl ha lasciato al centrosinistra perfino Lucca che dal Dopoguerra aveva avuto solo sindaci dc o ex dc o Camaiore (nella Versilia spesso simpatizzante del centrodestra).
Nelle Marche cadono le isole azzurre Civitanova Marche e Porto San Giorgio.
Campania.
Ballottaggio amaro per il Pdl in Campania. I candidati sindaci sostenuti dal Popolo della libertà sono usciti sconfitti nei quattro comuni in cui hanno raggiunto il secondo turno.
I cinque comuni chiamati al voto a distanza di quindici giorni dal primo turno, quattro in provincia di Napoli e uno in provincia di Salerno, sono stati conquistati da centrosinistra e Terzo polo.
Sicilia: persi 13 Comuni su 16.
Tornando al ricordo del 61 a zero (61 seggi su 61 alle politiche del 2001) vale sottolineare che su 16 Comuni guidati finora dal centrodestra con il Pdl in testa, a quest’ultimo ne restano solo 3.
Le amministrazioni sono andate al centrosinistra (in forma varia: con alleanze con l’Udc, con il Terzo Polo tutt’intero o con le tradizionali forze alleate di sinistra) o a partiti o liste civiche di “centro-centro”.
In ogni caso il Pdl sarà all’opposizione.
Accadrà anche in centri molto importanti come Barcellona Pozzo di Gotto, Paternò e Marsala.
Le uniche soddisfazioni.
Al Popolo delle Libertà resta un solo successo (nel senso di un’amministrazione importante conquistata al centrosinistra): è Frosinone che prende la direzione opposta di Rieti.
I reatini si buttano a sinistra, i frusinati cambiano in senso contrario.
Poi Trapani in Sicilia, Trani in Puglia e le 4 conferme del primo turno: Catanzaro, Gorizia, Lecce e Verona.
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
MATTEO RENZI CHIEDE LE PRIMARIE IN AUTUNNO: “SE IL CANDIDATO DEL PD RISULTA MENO CREDIBILE DEL GRILLINO, QUALCHE DOMANDA IL PD SE LA DEVE FARE”
Bersani esulta, parla di “vittoria senza se e senza ma”, elenca tutte le località dove il Pd ha battuto gli altri e soprattutto il centrodestra.
Eppure i primi ”se” e i primi “ma” arrivano proprio dall’interno del Partito Democratico.
“Non nascondiamo la testa sotto la sabbia: il risultato di Parma offusca ogni altra vittoria del Pd” fa sapere l’europarlamentare del Debora Serracchiani.
Per l’esponente democratica “sarebbe ingiusto sminuire un risultato elettorale che porta il centrosinistra ad amministrare 18 capoluoghi su 26 che andavano al voto, ma gli elementi di forte riflessione che vengono da Parma, oggi, non devono assolutamente essere accantonati dai leader nazionali del Partito democratico”.
Per la Serracchiani “se la credibilità di una leadership politica si rivela nel percepire e nell’accompagnare i mutamenti e i bisogni della società , per Bersani questo è il momento di dimostrare che il Pd è all’altezza delle vittorie e impara sul serio dalle sconfitte. Dopo Parma, il motto ‘rinnovarsi o morire’ non è una critica alla segreteria ma — conclude — una proposta concreta”.
Certo è che il centrosinistra, nelle sue varie forme, conquista il governo di 100 dei 168 comuni con più di 15mila abitanti andati al voto in questa tornata elettorale.
Dai dati elaborati proprio dal Pd, il centrosinistra governava in 54 città e ora è passato a 100. Nettamente positivo anche il saldo dei cittadini amministrati: da 2.475.000 a 4.816.000.
Ma il trionfo di Orlando (Idv) a Palermo e il boom di Pizzarotti fanno male.
Così tanto il risultato del Mcs che dopo la sconfitta di Vincenzo Bernazzoli, attuale presidente della Provincia e candidato sindaco sostenuto da tutto il centrosinistra, arrivano le dimissioni del segretario provinciale Roberto Garbi, che le presenterà al direttivo già convocato per questa sera.
Per Matteo Renzi, sindaco di Firenze, “un dato sconvolgente che emerge è quello sull’astensionismo: o capiamo che le prossime elezioni le vince chi porta a votare chi ha smesso di farlo o non abbiamo capito la strategia politica. La vittoria di Pizzarotti a Parma è forse uno shock per tanti. Però ha un aspetto positivo, e cioè quello per cui i grillini ora possono smettere di sparare nel mucchio e si confronteranno con le problematiche di una città . Un dato molto interessante è che si esca dalla logica della rete e si cominci a misurarsi con i contenuti. Piuttosto dobbiamo porci una questione: se i cittadini di Parma ritengono che un candidato del Movimento di Beppe Grillo sia più credibile del nostro candidato, io una domandina me la farei. E, nell’ottica delle elezioni dell’anno prossimo: facciamo quelli che si arroccano in una fortezza o proviamo a fare qualcosa?”.
Il primo cittadino del capoluogo fiorentino, che molte volte ha chiesto uno svecchiamento della politica, ritorna all’attacco anche su Facebook: “Se il candidato del Pd” a Parma “è considerato meno credibile del grillino, qualche domanda il Pd se la deve fare. Il gruppo dirigente del Pd ha un unico compito: convocare le primarie per ottobre/novembre, con le stesse regole delle primarie del passato: i cittadini decideranno il leader”.
Una riflessione arriva anche da Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia per il centrosinistra, che invocando un Monti bis e commentando i risultati delle elezioni dice “In questa situazione occorre una coalizione che vada aldilà dei vecchi steccati, una coalizione di persone responsabili tra il politico e il tecnico. Spero ci sia qualcuno nel Pd disponibile a questa coalizione. Dopo le batoste che hanno preso ovunque alle primarie e il risultato di Palermo e quello eclatante di Parma, se credono di essere a posto e tranquilli pace all’anima loro. E’ evidente che è una situazione che travolge alcuni, Pdl e Lega, e minaccia di travolgere anche il resto”.
”Il Partito democratico deve leggere la sua vittoria con prudenza. Mai come in queste elezioni ha inciso così tanto il fenomeno dell’astensionismo.
Gli elettori indipendenti anche nel Lazio hanno ritirato la delega a Berlusconi, ma disertando le urne hanno voluto altresì marcare il proprio distacco dall’attuale centrosinistra” riflette Lucio D’Ubaldo, senatore del Pd di area popolare. “Il nodo politico a livello nazionale e locale è costituito dalla riconquista, finito il berlusconismo, del centro sociale e politico del Paese. Non ci riusciremo con un’alleanza a trazione populista, dando a Sel e Idv il potere di condizionamento rispetto ai futuri impegni amministrativi e di governo.
Mi pare che Zingaretti sottovaluti la fragilità di questa ipotesi di lavoro e trascini il Partito democratico sul terreno di un’euforia pericolosa”.
A caldo, dopo le prime proiezioni di Parma, anche Enrico Letta aveva chiesto una riflessione anche se più generale.
I risultati “devono far riflettere noi del Pd e devono far riflettere il centrodestra.
C’è da riflettere, il dato non è da sottovalutare”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
SU 26 COMUNI CAPOLUOGO, IL CENTRODESTRA (CHE NE AVEVA 17) NE PERDE UNA DOZZINA E IL CENTROSINISTRA NE GUADAGNA CINQUE… BENE GLI OUTSIDER DI CENTROSINISTRA COME ORLANDO (PALERMO), MASSARO (BELLUNO) O DI CENTRO COME ZAMBUTO (AGRIGENTO) E BORGNA (CUNEO)
Il trionfo dei grillini a Cinque Stelle a Parma, la pesante sconfitta del centrodestra,
l’ottimo risultato del centrosinistra che tiene Genova e prende roccaforti altrui come Rieti, Como, Monza e Brindisi, i successi significativi di liste di centrosinistra non facilmente identificabili con i partiti (Palermo, Belluno, Agrigento) o anche anomale di centrodestra come Tosi a Verona.
Ora che, con i ballottaggi, il quadro delle amministrative si è praticamente completato e definito, si possono trarre le somme delle piccola rivoluzione politica che ha attraversato il Paese.
Una rivolta che sa in parte di antipolitica, ma non solo.
Perchè dove i partiti perdono, le spiegazioni ci sono.
Dove il centrosinistra trova candidati “giusti”, vince facilmente; dove sbaglia cavallo (Parma, Palermo) le prende sonoramente.
Soprattutto se, dall’altra parte c’è un centrodestra fallimentare (in entrambi i casi) che lascia spazio alla spinta del cambiamento (il 5 stelle Pizzarotti a Parma) o al ritorno di un personaggio carismatico tanto interno al centrosinistra quanto eccentrico rispetto a tutti, come Leoluca Orlando.
Il tutto, ovviamente, tenendo conto di una bassissima partecipazione al voto nei ballottaggi (51,14% con un calo di 14 punti sul primo turno) col record negativo di Genova (39%).
Sono discorsi a urne aperte, è chiaro, e i dati andranno meglio analizzati.
Ma a cercare una sintesi (con tutti i difetti della schematicità ) proprio questo si potrebbe dire. La gente sembra identificare nel centrodestra che ha governato il Paese le maggiori responsabilità , sembra vedere nel centrosinistra una possibile alternativa, ma cerca anche novità significative in termini di facce e di posizioni.
A Parma, in fondo, accade proprio questo: il centrodestra di Vignali è stato cacciato a furor di popolo e la scelta del centrosinistra è caduta su Bernazzoli che ha esperienza amministrativa, ma probabilmente, rappresenta il grigiore assoluto.
Così, la gente, schifata dagli anni di Vignali, accomuna i due schieramenti principali e sceglie la novità .
Da altre parti, i grillini (che prendono altri due sindaci di comuni superiori a Mira e Comacchio su oltre 150 in palio) vanno benissimo, si candidano a prendere il posto della Lega come terza forza del Paese, ma non ottengono primi cittadini a causa, soprattutto, della loro ovvia idiosincrasia alle alleanze.
Così, anche vecchi combattenti della politica, come Tosi e Orlando, da parti opposte, finiscono per apparire “nuovi” per il solo fatto di essersi “smarcati” per tempo dalla coalizione di appartenenza.
Un po’ come a Belluno dove il vincitore del ballottaggio, è Jacopo Massaro, ex capogruppo Pd che si presenta con tre liste civiche e batte (62,7% contro 32,3%) la candidata del centrosinistra Claudia Bettiol.
Nel capoluogo veneto, il sindaco uscente era di centrodestra.
Ma vediamo qualche dato.
Su 26 comuni capoluogo che rinnovavano l’amministrazione, il centrodestra ne aveva 17 e il centrosinistra 9.
Lo schieramento che fa capo al Pdl dovrebbe conservarne 5 o forse 6 (se vincerà a Trani che è in bilico a pochi seggi dalla fine).
Il centrosinistra sale a 14 ai quali si potrebbero sommare Palermo e Belluno (considerandoli come area) e, forse, Agrigento, dove il sindaco uscente Marco Zambuto ha ottenuto il 74% al ballottaggio e sarà dunque riconfermato.
Un po’ come Tosi, Zambuto, che era sostenuto da un’alleanza di centrosinistra ha scelto di stare al centro e ha vinto alleandosi con l’Udc e battendo al ballottaggio il candidato di centrodestra.
Cinque Stelle, si diceva, si prende Parma e Cuneo (che era di centrosinistra, va a Federico Borgna (centro) che batte il candidato sostenuto dal Pd, Pierluigi Garelli.
Note liete, comunque, per il centrosinistra vengono, ovviamente da Genova, dove il trionfo di Marco Doria (59,7%) era annunciato, ma anche dall’Aquila dove Massimo Cialente si conferma (59,2%) nonostante le difficoltà della ricostruzione battendo il centrista Giorgio De Matteis.
Il centrosinistra si conferma a Piacenza (Dosi col 57,7%) e a Taranto (Ippazio Stefano col 69,7%), perde Frosinone (dove il centrodestra mette a segno un ribaltone con Nicola Ottaviani (52,7%) batte il sindaco uscente Michele Marini, ma conquista diverse città che raramente erano state dalla sua parte.
Da Rieti (Simone Petrangeli col 67,2%), a Como (Mario Lucini 74.2%); da Monza (Roberto Scanagatti 63,4%) ad Alessandria (Maria Rita Rossa 68%); da Asti (Fabrizio Brignolo, 56,9%) a Lucca (Alessandro Tambellini 69,8%) e persino a Isernia (Ugo De Vivo 57,1), il centrosinistra scala montagne che sembravano irraggiungibili.
Sconfitta, invece, a Trapani dove il candidato di centrodestra Vito Damiano batte un altro candidato di centro con 54,1%.
I Comuni superiori.
Stesso andamento per i Comuni superiori dove il centrosinistra fa registrare un’avanzata davvero significativa e il centrodestra rischia di sparire.
Civiche e centristi mantengono le posizioni mentre, come si diceva), il movimento 5 Stelle riesce ad affermarsi soltanto in due altri comuni.
Il motivo principale è da ricercarsi in una politica delle alleanze praticamente inesistente. In Italia, nessun partito è mai riuscito a governare da solo.
Ecco i numeri che prendono in esame 145 comuni superiori ai 15 mila abitanti (10mila in Sicilia).
Il centrosinistra ne governava 45; ora ha quasi raddoppiato il suo bottino salendo a quota 81, cui vanno sommati i 14 capoluoghi di cui sopra per arrivare al totale di 95 che Bersani ha sbandierato con comprensibile orgoglio in conferenza stampa.
Il centrodestra, invece, crolla da 81 comuni superiori a un terzo esatto (27) cui vanno aggiunti i 6 capoluoghi per un totale di 33 contro i 98 di partenza.
Gli altri 23 comuni al ballottaggio se li dividono le liste civiche (5), il centro (4), i 5 Stelle (2) le liste di sinistra (3), la Lega Nord (uno) e liste identificabili come “Altri” (6).
Massimo Razzi
(da “la Repubblica”)
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
DORIA BATTE MUSSO 59,71% A 40,29%, MA SI ESPRIME SOLO IL 39,08% DEI GENOVESI: GLI ALTRI SI SONO ROTTI DI VOTARE COOP E/O COSTRUTTORI… E NEL PROSSIMO CONSIGLIO COMUNALE SU 40 CONSIGLIERI, TRA MAGGIORANZA E FINTA OPPOSIZIONE, QUELLI DI CENTRODESTRA SI CONTERANNO SULLE DITA DI UNA MANO…MA DI FRONTE A UNA FIGURA BARBINA NON SI DIMETTE NESSUNO
Al termine dei cinque anni di amministrazione Vincenzi, invece che al principio dell’alternanza, abbiamo assistito al suicidio politico del centrodestra.
La Vincenzi aveva vinto contro Musso cinque anni fa 51% a 46%, oggi Doria ha prevalso su Musso 59,7% a 40,3%.
Cinque anni fa la somma dei partiti di centrodestra aveva superato al primo turno il 42% dei consensi di lista, oggi, calcolando anche la lista di centro Musso, hanno superato a malapena il 30% (Pdl 9,2%, Lega 3,8%, Lista Musso 12,5%).
E pensare che il Pd, temendo l’effetto Vincenzi e soprattutto i ritardi con i quali è stata affrontata l’emergenza alluvione, aveva realizzato il “cambio in corsa”.
Anche se invece della Pinotti si sono ritrovati (per loro fortuna) Marco Doria.
E pensare che tre mesi prima delle elezioni Musso, qualora fosse stato candidato unico del centrodestra, era dato nei sondaggi alla pari sia con la Vincenzi che con la Pinotti.
L’incapacità di esprimere un candidato che potesse unire centro e centrodestra per partire almeno dalla base del 40% e poi giocarsela, le profonde divisioni interne nel Pdl, l’inesistenza delle forze di Centro (Udc e Fli da sole, senza il traino della lista Musso, neanche arrivano insieme al 5%) ha regalato il Comune all’ennesimo candidato della sinistra.
E considerando che Burlando si è pure scelto gli oppositori grillini e che l’Udc alla prima occasione sfilerà i suoi tre consiglieri a Musso per formare un gruppo autonomo (ne necessitano appunto tre), alla fine per cinque anni di mandato gli oppositori a Doria si conteranno sulle dita di una mano.
Una strategia peggiore di questa era difficile inventarsela.
Non ne esce bene neanche Musso, cui peraltro va riconosciuto il merito di averci messo la faccia: a che è servito il lavoro di due anni della Fondazione Oltremare? Per far eleggere i tre ultimi arrivati dell’Udc e sacrificare i suoi collaboratori storici, sorella a parte?
E il Pdl non deve forse fare autocritica, squassato da dieci correnti?
E Fli non ha mai nulla da dire, come peraltro da due anni a questa parte, ovvero da quando è stato costituito a Genova?
Qualcuno è a conoscenza che nei partiti seri esiste la prassi e il buon gusto di rassegnare le dimissioni di fronte a un fallimento?
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
argomento: elezioni, Futuro e Libertà, LegaNord, Liguria Futurista, Musso, PdL, Politica, Udc | Commenta »
Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
VITTORIA DEL CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA A GENOVA DOVE HA VOTATO SOLO IL 39% DEGLI ELETTORI… STRAVINCE ORLANDO A PALERMO… IL GRILLINO PIZZAROTTI SPOPOLA A PARMA
Le prime proiezioni degli istituti di ricerca impegnati ad anticipare il trend elettorale per l’elezione a sindaco di Genova danno il
candidato del centrosinistra Marco Doria al 61% contro il 39% del candidato civico Enrico Musso.
Valutazione confermata anche dallo spoglio di due terzi delle sezioni.
A Palermo non c’è gara: netta la vittoria dell’Idv Leoluca Orlando su stime intorno al 70% di consensi, contro il 30% del candidato del Pd Ferrandelli.
Sorpresa (fino a un certo punto) a Parma dove il bancario grillino Pizzarotti batte l’uomo di apparato Pd Bernazzoli per 61% a 39%.
Il risultato di Parma costituisce un segno evidente (insieme all’alto astensionismo) della ormai palese insofferenza degli italiani verso i partiti tradizionali.
Vengono premiati gli uomini, ma sia nel caso di Doria a Genova che di Orlando a Palermo, si tratta di politici che hanno azzerato gli indirizzi di partito, in particolare quelli indicati dal Pd se non addirittura uqello delle primarie.
Dal disfacimento del centrodestra e della Lega, sembra avvantagiarsi il Movimento Cinque Stelle che ora dovrà dimostrare di saper governare.
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