Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
A BRINDISI TRE ORDIGNI, PARE AZIONATI A DA UN TELECOMANDO, FANNO UNA STRAGE DAVANTI A UNA SCUOLA… HANNO SCELTO FREDDAMENTE IL MOMENTO PER UCCIDERE E CHI ASSASSINARE: NON ESISTE PIETA’ PER GLI INFAMI
Tre ordigni, tre bombole di gas, sono esplosi alle 7.45 di oggi davanti all’Istituto professionale “Morvillo-Falcone” di Brindisi.
Una ragazzina di 16 anni anni è morta e un’altra è in condizioni disperate. Altri sei studentesse sono rimaste ferite.
A perdere la vita immediatamente è stata, Melissa Bassi. Sono disperate le condizioni di Veronica C., stata sottoposta un intervento a un lungo e delicato intervento chirurgico all’ospedale Perrino.
La sedicenne è ancora in sala operatoria.
Oltre alle ustioni, la deflagrazione le hanno provocato uno squarcio all’addome.
Come lei ci sono altre due studentesse, tra cui Ilaria sorella di Veronica, in prognosi riservata che sono ricoverate al Centro grandi ustioni.
Ferite anche altre due studentesse che necessitano di interventi di chirurgia plastica ma non sono considerate gravi. L
a vittima era di Mesagne, paese considerato culla della Sacra Corona Unita. Una delle studentesse, dall’interno del bar di fronte, ha visto tutta le scena. “Ho visto. C’era una ragazza con i capelli anneriti che chiamava Melissa, Melissa. Era la sua migliore amica”.
Centinaia di ragazzi sono in lacrime davanti all’istituto.
Gli investigatori, in questo momento, privilegiano la pista mafiosa.
Anche se nulla è escluso: “In un momento di grande difficoltà del sistema — fanno notare fonti di intelligence — le organizzazioni criminali vogliono far sentire la loro forza sul territorio. E’ la prima volta che viene colpita una scuola. E’ un segnale che loro, i criminali, ci sono ancora”.
Le bombole erano parzialmente occultate da un vicino cartellone pubblicitario.
Sul luogo dell’attentato sono al lavoro i tecnici della polizia scientifica e i vigili del fuoco.
L’area vicino all’ingresso della scuola è piena di detriti, la zona è stata transennata per almeno 200 metri.
Sul luogo dell’attentato è ben visibile la macchia nera sulla parete di recinzione dell’istituto.
I detriti sono volati anche a decine di metri di distanza dal luogo dell’esplosione.
Il fondo di una bombola di gas è volato a circa 50 metri di distanza sfiorando una Fiat Punto che stava transitando vicino alla scuola, mentre un pezzo di insegna di un esercizio commerciale è stato trovato a 250 metri di distanza. La gente che abita nelle vicinanze della scuola afferma di aver udito distintamente più botti in rapidissima successione.
L’istituto si trova vicino al Tribunale. C’è mistero invece sul posizionamento del cassonetto sistemato ad una cinquantina di metri dalla scuola.
Secondo i primi accertamenti gli ordigni, probabilmente collegati a un timer i cui frammenti sono sotto esame da parte dei detective, erano sul muretto esterno della scuola.
Secondo indiscrezioni l’ora dell’innesco era fissato alle 7.55 anche se l’esplosione è avvenuta dieci minuti prima.
In un primo momento si era pensato che fossero state posizionate all’interno di un cassonetto.
Un particolare questo del posizionamento delle bombole, sul muretto appunto, che fa ritenere che gli ordigni avessero come obiettivo l’istituto stesso.
Le esplosioni, innescate con un telecomando, sono avvenute al momento dell’ingresso delle studentesse.
L’attentato, sottolineano fonti investigative, potrebbe rappresentare una sorta di “strategia della tensione” come quella attuata dalla mafia, tra il 27 e 28 luglio 1993, fuori il territorio siciliano: strage dei Georgofili a Firenze con cinque morti; strage in via Palestro a Milano con cinque 5 morti e, infine, le bombe a Roma a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro.
“Ci sono troppe coincidenze in questa vicenda… Mi auguro che siano solo tali, anche se in questo momento la nostra unica preoccupazione è quella dei ragazzi. Un attacco della criminalità organizzata senza precedenti” dice il sindaco della città pugliese Mimmo Consales.
Nel territorio brindisino, in particolare quello di Mesagne, solo dieci giorni fa è stata portata a termine dalla polizia una imponente operazione contro i clan per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione consumata e tentata, porto e detenzione illegale di arma da sparo, danneggiamento aggravato e incendio aggravato.
Tra le ipotesi infatti c’è anche il possibile collegamento a una serie di episodi avvenuti nella zona nei giorni scorsi.
Innanzitutto, un attentato avvenuto nella notte tra l’1 e il 2 maggio proprio a Mesagne ai danni del presidente della locale associazione antiracket, Fabio Marini. L’auto di Marini venne completamente distrutta da un ordigno e ora gli investigatori vogliono capire se ci sono similitudini tra quell’ordigno e le bombole di gas esplose davanti alla scuola.
Qualche giorno dopo, la notte tra l’8 e il 9 di maggio, sempre a Mesagne, proprio l’operazione di polizia denominata “Die Hard” che ha portato all’arresto di sedici persone.
L’operazione contro esponenti della Scu si è in parte anche basata sulle dichiarazioni di un pentito. Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza stanno facendo perquisizioni nelle abitazione di noti pregiudicati della città e stanno controllando i loro alibi riguardo ai movimenti delle ultime ore.
Nelle ultime settimane c’è stata una recrudescenza di fenomeni criminali con un attentato al presidente della commissione antiracket di Mesagne e l’allarme lanciato dalle istituzioni locali che ha anche portato a un incontro con il ministro dell’Interno.
Lo scorso 8 maggio un gruppo di esponenti politici pugliesi, guidati da Alfredo Mantovano (Pdl) era stato ricevuto al Viminale dal ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, alla quale avevano segnalato l’allarme criminalità nel brindisino.
La richiesta dell’incontro faceva seguito proprio alla bomba fatta esplodere nell’auto del presidente dell’Associazione antiracket di Mesagne (Brindisi) e ad una serie di altri episodi criminali.
C’è grande sgomento e paura tra gli abitanti della zona.
Tutti fanno notare come ricorra in questi giorni il ventennale dell’attentato di Capaci al giudice Falcone e come oggi sia previsto nel brindisino il passaggio della Carovana antimafia.
I genitori brindisini hanno portato via da tutte le scuole di ogni ordine i figli. “E’ stato fatto per uccidere: a quell’ora le ragazze entravano, proprio a quell’ora. Fosse accaduto alle 7,30 non ci sarebbe stata nessuna conseguenza — osserva Angelo Rampino, il preside dell’Istituto professionale -. E’ stato tutto di una violenza inaudita. Preparare un botto di questo tipo può essere stato preparato solo da chi ha le conoscenze per farlo”.
Con gli occhi pieni di lacrime Rampino non ha dubbi: “Sta per arrivare l’anniversario della morte di Falcone. La scuola è posizionata nel centro di Brindisi, a poca distanza dal tribunale e si trova in viale Aldo Moro, angolo via Galanti: è tutta una coincidenza? A me non sembra. Segnali che abbiano potuto mettere in allarme nei giorni scorsi non ce ne sono stati, la nostra è una scuola tranquilla”.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, informato dal ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, del bilancio dell’esplosione, sta seguendo gli sviluppi delle indagini con apprensione e partecipe vicinanza ai familiari della vittima, ai feriti e all’intera collettività brindisina.
Il ministro dell’Interno, che parla di “fatto anomalo”, sta seguendo personalmente la vicenda ed è in contatto diretto con il prefetto del capoluogo pugliese. Lunedi’ alle 15 il titolare del Viminale sarà in città per un vertice con le forze di sicurezza.
Martedì la Cancellieri riferirà al Senato. A Brindisi è intanto in arrivo il vicecapo della polizia, Francesco Cirillo, con rappresentanti degli organismi investigativi centrali di polizia e carabinieri.
Sul posto arriveranno anche gli investigatori dello Sco, il servizio centrale operativo della Polizia e quelli del Ros dei carabinieri. “E’ un attentato bestiale — dice Cirillo -.
Il procuratore nazionale anti mafia Piero Grasso, che era Milano per la firma di una convenziona tra l’Università Cattolica e l’Università di Palermo per un corso di alta formazione per amministratori giudiziari di aziende e beni sequestrati e confiscati, è arrivato in tarda mattinata per una riuniuone con tutte le forze dell’ordine.
Monti che si trova al G8 negli Stati Uniti, informato dell’accaduto, ha espresso il suo “dolore”. Condanna durissima della Santa Sede: “E’ un fatto assolutamente orribile e vile, tanto più degno di esecrazione in quanto avvenuto nei pressi di una scuola”.
Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, invita “tutto il Paese a reagire con decisione alle tentazioni di violenza e alle provocazioni terroristiche”.
ìIl ministro dell’Istruzione Francesco Profumo è in partenza per Brindisi.
L’ex ministro della Pubblica istruzione, Beppe Fioroni, ha sollecitato “una risposta coesa nella lotta al terrore” dopo “l’atto ignobile.
Lascia sconcertati e profondamente addolorati — ha detto Fioroni — il gravissimo attentato davanti l’Istituto professionale Morvillo-Falcone a Brindisi. Più studenti feriti, una morta e una in gravi condizioni. Colpire gli studenti e la scuola è un atto ignobile, vergognoso, contro il quale occorre una straordinaria risposta coesa nella lotta al terrore. Occorre una indignazione delle coscienze che parta dai nostri giovani e dalla scuola italiana, che nei momenti difficili hanno sempre rappresentato il cemento di unità del Paese, una risposta che richiami tutti al fatto che nel dramma della crisi economica c’è posto per la speranza e non ce ne è alcuno per la violenza e il terrore che verranno rapidamente repressi e fermati”.
Una scuola nella periferia di Brindisi il Morvillo Falcone, dove “in trent’anni non si è mai verificato nulla di tanto terribile” dice uno dei collaboratori della scuola si trovava lì per sistemare le aule.
“Ho sentito un potente scoppio ma c’erano pochi ragazzi perchè non era ancora orario di lezione — ha raccontato -. La nostra è una scuola nella periferia della città , un istituto professionale molto tranquillo. Non credo ci possano essere collegamenti con la Carovana della legalità organizzata oggi in città : noi stiamo nell’estrema periferia. Un fatto davvero inspiegabile”. L’istituto aveva vinto il primo premio della prima edizione del concorso sulla legalità ricorda il portale studentesco Universinet.it che chiede con forza “una immediata reazione dello Stato contro la barbarie terroristica di stampo mafioso che ha colpito un istituto da sempre impegnato in prima linea per promuovere la cultura della legalità contro tutte le mafie”.
Gli studenti chiedono che siano “finalmente attuate le idee e proposte di Giovanni Falcone, anche per dare un senso a morti di giovani studenti, caduti in una guerra troppo spesso tradita da chi l’avrebbe dovuta combattere con loro: potenziamento dei pool antimafia; sequestro immediato dei beni dei mafiosi; esclusione di proventi di attività criminali dalla scudo fiscale; carcere duro per tutti i boss e affiliati di mafia, camorra e ‘Ndrangheta”.
Don Pietro, il parroco del paese da dove proveniva Melissa e paese considerato la culla della Scu parla di “Vile attentato.
Purtroppo è una triste natalità quella della Sacra Corona Unita. Questo episodio ha colpito i giovani, la speranza, la voglia di vivere. Sono vicino alle vicino alle famiglie. Una città mortificata, abbiamo perduto l’intelletto. Bisogna gridare con tutto il cuore che siamo dalla parte di chi si adopera per la liberà e la legalità ”.
La notizia dell’attentato ha fatto scatenare immediatamente la reazione della società civile e sono previste fiaccolate in diverse città .
A Brindisi alle 18 in piazza Vittoria i cittadini si riuniranno in presidio. Come alle 18,30 in piazza del Pantheon a Roma.
La notte dei musei prevista stasera è stata rinviata.
E’ fissata alle 17 in piazza San Fedele a Milano la manifestazione per far “sentire la propria voce, il proprio sdegno e la propria ferma condanna”.
A organizzare l’appuntamento sono stati il presidente del Consiglio Comunale Basilio Rizzo, il presidente del comitato di esperti antimafia di Palazzo Marino Nando Dalla Chiesa e il presidente della commissione antimafia David Gentili. Il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ha espresso il cordoglio alla città pugliese e chiesto a tutta l’organizzazione dell’America’s Cup World Series, ai team, agli spettatori di osservare un minuto di silenzio prima delle regate programmate oggi in laguna.
Palermo abbraccerà il suo palazzo di giustizia la sera del 22 maggio, alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci, ricordando la tragedia pugliese.
”La coscienza civile collettiva siribella a questi attentati che vogliono colpire lo Stato e tutti i suoi cittadini — dicono insieme Cgil, Cisl, e Uil — dunque, si mobilitano invitando a realizzare fiaccolate o sit-in davanti a tutte le Prefetture italiane nella giornata di mercoledì 23 maggio, anniversario della morte di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e della scorta”.
I sindacati “esprimono lo sdegno di tutti i lavoratori italiani per l’efferato attentato che ha colpito inermi alunne di una scuola di Brindisi. Spetta agli inquirenti accertare la matrice dell’atto criminale ma tutti gli elementi fanno propendere, sin da ora, per un attentato di natura mafiosa. Nell’esprimere vicinanza alle famiglie colpite, condannano duramente l’accaduto e si affidano alle forze investigative affinchè autori e colpevoli del vile delitto siano prontamente assicurati alla giustizia”.
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE DI RIMOZIONE DEL RELITTO COSTERA’ 300 MILIONI DI DOLLARI… SARANNO QUATTRO LE FASI DI SMONTAGGIO ENTRO FEBBRAIO 2013
Fare in fretta e bene. E’ questo l’imperativo per la società Costa, il Ministero
dell’Ambiente, l’Arpat, la Protezione civile e la Regione Toscana, per la rimozione della nave da crociera incagliata sugli scogli delle Scole all’Isola del Giglio.
L’operazione di rimozione del relitto costerà oltre 300 milioni di dollari.
Lo ha riferito alla stampa Gianni Onorato, direttore generale di Costa Crociere, che ha presentato insieme al commissario delegato per l’emergenza per il naufragio della Concordia, Franco Gabrielli, il progetto che permetterà di allontanare il relitto dall’arcipelago toscano. Il progetto è stato affidato al consorzio italo-americano Titan Salvage-Micoperi.
LO SMONTAGGIO
Le fasi operative, è stato annunciato, saranno quattro e partiranno già la settimana prossima con i carotaggi per la posa in mare dei pali, in tutto 60, che serviranno come una sorta di intelaiatura per le operazioni ingegneristiche.
La prima fase prevede la stabilizzazione della nave attraverso la costruzione di una piattaforma subacquea.
Lungo il lato emerso della nave saranno, quindi, applicati alcuni cassoni capaci di contenere acqua.
Quindi due enormi gru, fissate alla piattaforma, raddrizzeranno la nave con l’aiuto del riempimentio dei cassoni d’acqua.
Una volta raddrizzata alla nave saranno, quindi, applicati altri cassoni anche dall’altro lato della fiancata.
Infine, è stato spiegato dagli esperti, i cassoni di entrambi i lati saranno svuotati dall’acqua, non prima però di averla opportunamente trattata e depurata a tutela dell’ambiente marino e, successivamente, riempiti di aria. Una volta riportato nelle condizioni di poter galleggiare, il relitto sarà trainato in un porto italiano.
LA PROTEZIONE CIVILE
«Che la Concordia possa rompersi, deformarsi o scivolare sul fondo è la scoperta dell’acqua calda – ha detto il capo della Protezione Civile non a caso – e nel novero delle possibilità nessuno può escludere che la Concordia possa scarrocciare sul fondo. Ma allo stato il pericolo non è imminente. Quel che è certo è che la nave non può stare così per lungo tempo e in ogni caso rappresenta un rischio per l’ambiente. Più passa il tempo e più aumentano i rischi».
I TEMPI
La rimozione del relitto si concluderà entro febbraio del 2013. E’ quanto promette il General manager della società Micoperi, Silvio Bartolotti, incaricata insieme alla statunitense Titan Salvage nell’operazione di rimozione della Costa Concordia.
Il progetto partirà già la prossima settimana e durerà 12 mesi. «Tutti gli esperti ci dicono che finire in meno di un anno e’ impossibile – ha detto Silvio Bartolotti – ma siamo convinti che riusciremo a completare l’opera entro febbraio. Un risultato certo ed una scommessa con il tempo».
PIOMBINO BASE OPERATIVA
Sarà a Piombino, come aveva richiesto la Regione Toscana, la base operativa per il progetto per la rimozione del relitto della Costa Concordia.
Una volta poi che la nave sarà rimessa in galleggiamento la Regione ha rinnovato la richiesta che venga trainata a Livorno per lo smantellamento.
Così il governatore della Toscana Enrico Rossi che ha partecipato a Roma alla presentazione del progetto per la rimozione della nave da crociera naufragata il 13 gennaio scorso all’isola del Giglio.
«Chiediamo di fare presto e bene – ha detto Rossi – che ci sia il massimo rispetto per la tutela ambientale e che sia fatta lavorare la Toscana con le sue imprese». A Piombino, ha spiegato Rossi, «saranno raccolti e materiali e le apparecchiature necessarie.
Sarà così evitato al massimo l’impatto sul territorio e sul porto turistico del Giglio, perchè anche la gestione del personale impegnato, che non sbarcherà mai sull’isola, avverrà a Piombino. In secondo luogo – ha proseguito – abbiamo rinnovato la richiesta che una volta rimessa in galleggiamento la nave venga trainata nel porto di Livorno, il più vicino al luogo del naufragio, per lo smantellamento».
IL CONTROLLO DELL’ARPAT
In vista dell’avvio delle operazioni per la rimozione del relitto, Arpat ha fornito «un contribuito istruttorio con specifico riferimento agli aspetti di propria competenza, indicando tutte le prescrizioni ritenute necessarie a ridurre al minimo gli effetti ambientali dell’intervento, che si aggiungono alle numerose misure di protezione previste nel progetto».
Le indicazioni e le raccomandazioni fornite, recepite nel documento finale della conferenza convocata dal commissario delegato Franco Gabrielli, «sono chiaramente orientate a garantire la salvaguardia di tutte le matrici ambientali».
IL MINISTRO CLINI
«Il progetto attraverso il quale l’Isola del Giglio sarà liberata dalla Concordia – dice il ministro dell’Ambiente Clini – configura una operazione mai tentata prima d’ora e che risponde alle esigenze condivise di spostamento in tempi brevi della nave dal litorale dell’isola, ma tutto avverrà con il pieno rispetto delle indicazioni a tutela dell’ambiente espresse dal Ministero. Il piano di rimozione è stato sottoposto a una serrata istruttoria della Commissione VIA che ha formulato una articolata serie di raccomandazioni che sono state pienamente recepite e incardinate nel verbale della conferenza decisoria che ha approvato il progetto. Resta inteso – conclude Clini – che, una volta messa in galleggiamento, la nave dovrà essere trainata, nelle massime condizioni di sicurezza, nel più vicino porto attrezzato, per ridurre al minimo i tempi e il tragitto del trasferimento con i connessi ulteriori rischi per il nostro mare».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
NON ERA MAI SUCCESSO PRIMA CHE IL LINGOTTO METTESSE IN CIG I COLLETTI BIANCHI DELLO STABILIMENTO… FORTI TENSIONI ANCHE NELL’EX STABILIMENTO DI TERMINI IMERESE E A CASSINO
Non era mai successo prima nella lunga storia del Lingotto di Torino: tutti i 5.400 dipendenti degli Enti Centrali di Mirafiori, la maggior parte impiegati, andranno per la prima volta in cassa integrazione ordinaria per sei giorni.
“E’ una pessima notizia: vuol dire che anche a livello della testa di Fiat ci sono forti problemi” ha commentato Edi Lazzi, responsabile V lega Fiom. I giorni di cassa integrazione saranno sei: il 14, 15 e 21 giugno, il 12, 13 e 19 luglio.
Queste date vanno ad aggiungersi a quelli già programmati per il 22 giugno e per il 20 luglio, in cui ci sarà la chiusura dello stabilimento utilizzando i permessi personali dei lavoratori.
“I timori riguardo all’indebolimento dell’azienda e al suo disimpegno dal nostro Paese, dopo questa decisione — ha aggiunto Edi Lazzi — incominciano drammaticamente ad assumere una forma concreta. Ci auguriamo che, a fronte di questo ulteriore pesantissimo segnale, la città , le istituzioni e le forze sociali non voltino ancora una volta lo sguardo da altre parti minimizzando ciò che sta accadendo”.
La decisione del Lingotto ha provocato subito reazioni politiche.
E se a Mirafiori non ridono, simile la situazione di Termini Imerese e Cassino.
In Sicilia, altissima tensione a Termini Imerese, dove circa 300 operai della ex fabbrica del Lingotto hanno bloccato l’autostrada Palermo-Catania.
Preoccupati anche i lavoratori dello stabilimento di Cassino, che sollecitano nuovi modelli.
I sindacati chiedono la conferma degli investimenti e annunciano un incontro con i vertici Fiat a giugno.
A Termini Imerese la situazione è sempre più difficile.
Un nuovo tavolo è convocato al ministero dello Sviluppo economico per lunedì 4 giugno con Fiat, Dr Motor, sindacati, Regione Sicilia e ministero del Lavoro.
“Dopo ben 19 giorni di lotta — ha detto il sindaco Salvatore Burrafato — la mobilitazione dei lavoratori della Fiat e dell’indotto ha portato finalmente il ministro Passera ad occuparsi direttamente di Termini Imerese. Sono molto preoccupato, è una città che rischia di esplodere”.
Il ministro Corrado Passera, dal canto suo, ha rassicurato tutti: “Dobbiamo trovare una soluzione solida in cui i soldi pubblici vengano impiegati al meglio. Se il piano di Dr Motors può essere realizzato daremo il massimo appoggio. Abbiamo dato 15 giorni a Dr per confermare o meno la loro capacità e disponibilità ad attuare l’impegno preso. Il giorno dopo è stato convocato il tavolo. Se la risposta arriverà prima anticiperemo l’incontro”.
Per il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, “una soluzione al problema dello stabilimento siciliano deve venire dal governo e da Fiat. Il sindacato non accetterà mai che Fiat possa semplicemente chiudere e licenziare”.
Forti timori anche a Cassino, da dove escono circa 220 mila auto all’anno a fronte delle 400mila previste.
“Abbiamo firmato a dicembre un contratto aziendale — ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti — e l’ad di Fiat Sergio Marchionne ora deve mantenere la promessa comunicando gli investimenti che si vogliono fare per le diverse fabbriche italiane e, in particolare, per quella di Piedimonte San Germano, dicendo quale nuova vettura si vuole produrre per invertire la tendenza, che adesso è piuttosto critica, allo scopo di mettere fine così alla lunga scia di cassa integrazione”.
Sulla situazione a Mirafiori è intervenuto anche il segretario nazionale della Fiom Giorgio Airaudo, secondo cui “la cassa integrazione per gli impiegati delle strutture centrali è la conseguenza dell’assenza di chiarezza rispetto al futuro degli enti centrali stessi, che assume più importanza di dove sarà la sede legale di Fiat Chrysler anche perchè gli enti centrali sono il luogo del know how della Fiat e a questi sono legate aziende dell’indotto, su cui il provvedimento non potrà che ribaltarsi”.
Airaudo, inoltre, ha sottolineato che i sindacati non sanno “nulla di quali auto verranno progettate a Torino.
Alle Carrozzerie sappiamo che c’è un investimento che viene continuamente rinviato e dilatato ma il futuro degli enti centrali è un buco nero e di questo — è la conclusione del segretario Fiom — c’è una grande responsabilità del governo e una sottovalutazione degli enti locali rispetto all’importanza strategica del settore. Non servono incontri riservati e di cortesia sabauda servono impegni pubblici davanti all’opinione pubblica”.
A Piazza Affari, invece, ultima giornata per la negoziazione delle azioni privilegiate e di risparmio che da lunedì saranno tutte convertite in ordinarie.
Fiat guadagna lo 0,72 per cento e Fiat Industrial lascia il 2,89 per cento.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 150 I MILIONI L’ANNO DESTINATI A QUESTI ENTI: ERANO 356 E SONO DIVENTATI 72, MA IN REALTA’ NE RESTANO OLTRE 100, VERI E PROPRI STIPENDIFICI DI DIPENDENTI CHE NON LAVORANO
Ogni giorno timbrano il cartellino anche se, sulla carta, l’ente per il quale lavorano non esiste da tre anni. 
Tanto è trascorso da quando in Puglia sono state soppresse le Comunità montane sull’onda del clamore mediatico che aveva travolto l’ente «senza montagna» delle Murge, che comprendeva il Comune di Pelagiano, provincia di Taranto, 39 metri sul livello del mare.
Ma proprio questa Comunità che aveva fatto gridare allo scandalo è ancora lì in piedi, anche se formalmente chiusa.
È vero, non c’è più un consiglio d’amministrazione che garantisce gettoni d’oro a sindaci e assessori, ma dal 2010 la Regione pugliese paga un commissario liquidatore con indennità pari a oltre 20 mila euro l’anno e due dipendenti.
La Comunità delle Murge è il simbolo di come la furia moralizzatrice e la corsa a tagliare gli enti montani si sia trasformata in un grande spreco che vede oggi le Regioni continuare a spendere 150 milioni di euro per gli stipendi di 4.500 dipendenti e altri 162 milioni per 7.500 forestali: il tutto per svolgere pochi servizi, o nessuno, causa assenza di fondi per investimenti.
Un paradosso nato dal fatto che da un lato lo Stato ha azzerato i trasferimenti a questi organismi e, dall’altro, le Regioni si sono affrettate a sopprimere le Comunità senza però trovare una soluzione per i lavoratori.
Risultato? Si pagano solo stipendi e si scopre che le Comunità continuano a spendere 14,9 milioni di euro all’anno in consulenze, mentre i boschi rimangono abbandonati perchè mancano i soldi per la loro manutenzione.
«Un assurdo, da anni chiediamo una riorganizzazione omogenea del sistema in tutto il Paese, che trasformi le Comunità in unioni di Comuni in modo da poter dare indipendenza economica a questi enti e ottenere veri risparmi mettendo insieme servizi», dice Enrico Borghi, presidente della commissione della montagna dell’Anci.
In Italia attualmente vige il caos, con alcune Regioni che hanno chiuso formalmente questi enti e altri che li mantengono in vita per fare anche la riscossione dei tributi: come nel Cadore, dove il Comune Calanzo ha deciso di togliere questo servizio a Equitalia per affidarlo alla Comunità di Valbelluna.
Ma quante sono le Comunità rimaste in vita? Quanto costano? Cosa fanno?
Le Comunità in liquidazione
Molte Regioni come Basilicata, Liguria, Molise, Puglia e Toscana, hanno soppresso le Comunità e altre Regioni hanno votato leggi per la loro trasformazione in unioni di Comuni, come Piemonte, Lazio e Campania.
Formalmente ne rimangono in piedi solo 72 sulle 300 attive nel 2008, in gran parte concentrate in Valle d’Aosta (8), Trentino Alto Adige (23), Lombardia (23), Veneto (19), Emilia Romagna (10), Marche (9).
In realtà , considerando quelle in liquidazione, sono ancora 201 gli enti in piedi con in carico i dipendenti, ma senza un euro per svolgere servizi.
Situazione, questa, che sta diventano allarmante soprattutto al Sud, con le Regioni che di fatto versano, quando lo versano, lo stretto necessario a pagare i lavoratori e in più garantiscono parcelle d’oro a una pletora di commissari liquidatori: «Diciamo che quando c’eravamo noi politici nei consigli d’amministrazione si gridava allo scandalo, oggi ci sono i burocrati e nessuno dice nulla», sottolinea Borghi.
Ma quanti sono questi enti fantasma e quali i costi affrontati per la loro liquidazione? Simbolo di quanto sta accadendo è la Comunità delle Murge, che comprende il Comune di Palagiano, a meno di 40 metri dal livello del mare. La Puglia ha chiuso questa Comunità nel 2008.
A tre anni di distanza, però, l’ente è ancora lì, con un liquidatore e due dipendenti: «Ci hanno chiuso ma solo formalmente, perchè noi veniamo ancora a lavorare in attesa di essere trasferiti da qualche parte», dice un funzionario.
Già , ma la Provincia non li vuole, e nemmeno i Comuni che non hanno i fondi per pagare i loro stipendi. Stesso discorso avviene in Molise, con le sei Comunità soppresse di cui cinque però ancora in liquidazione perchè non si riesce a pagare i creditori.
Nel frattempo la Regione ha appena erogato 5 milioni di euro per pagare gli stipendi: «Ovviamente – ha detto l’assessore agli Enti locali Antonio Chieffo all’indomani dello stanziamento – quello del pagamento degli stipendi ai dipendenti è soltanto un aspetto. Nei prossimi mesi auspichiamo un’immediata collocazione di tutto il personale».
Ma in Italia si sa: nulla è più duraturo del provvisorio.
Anche in Campania la situazione è identica, con la Regione che versa alle Comunità i fondi necessari a pagare solo i 677 stipendi, e il discorso non cambia in Calabria dove le 20 Comunità mantengono 516 persone o in Umbria.
Certo, c’è da chiedersi come mai in queste Regioni gli addetti siano di più che in Lombardia (390) o in Veneto (183) ma tant’è, questo personale è ormai sul groppone anche se nessuno lo vuole.
Al Sud si aggiunge poi un altro paradosso: che le Comunità oltre a mantenere i dipendenti, debbano garantire le giornate lavorative a un esercito di forestali, anche qui senza sapere bene come impiegarli visto che non ci sono fondi per realizzare progetti sulla tutela dei boschi: tanto per fare un esempio, in Piemonte i forestali sono appena 532, in Campania 4.500 anche se il record appartiene alla Sicilia con 30 mila addetti (quasi la metà di tutto il resto del Paese).
Ma nell’isola “virtuosa” sono in capo alla Regione e non esistono più le Comunità montane.
Mentre al Sud le Comunità soppresse pagano ancora stipendi, al Nord alcune Regioni si sono rifiutate di abolirle: la Lombardia ha appena stanziato 50 milioni di euro per le sue 23 Comunità montane, che si aggiungono a Comuni, Province e Unione di Comuni, tanto per non farsi mancare nulla.
Antonio Fraschilla
(da “la Repubblica”)
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
VERBANIA, IL SENATORE INDAGATO AI PM: “DIFESI IL MADE IN ITALY”
Il senatore che si picca e picchia, la dinastia che tra faide e agguati a pistolettate (forse) autoprodotti somiglia ormai a Dynasty, il pensionato ex dipendente di banca che diventa il ragioniere del male, e intanto dai rubinetti scende un gran marcio, fondi neri, conti esteri, evasione.
L’orizzonte resta ampio, dolce e vario, il lago Maggiore da una parte e il lago d’Orta dall’altra.
Ma sempre dai rubinetti si deve partire. Per tradizione, essendo questo il distretto nazionale delle valvole che a fatica resiste alla concorrenza cinese; e per l’andazzo attuale, con l’inchiesta delle Procure di Verbania e Novara sulla frode fiscale da 200 milioni della Giacomini spa – colosso dei rubinetti, degli impianti di riscaldamento e raffreddamento, oltre 130 milioni di fatturato – e la partecipazione della Lega.
Lo chiamano il senatore ultrà , lui si vanta d’aver mandato a quel paese Renato Schifani, non rinnega le risse alle partite del Verbania calcio, del quale Enrico Montani, 45 anni, è patron e la moglie presidentessa.
La squadra in tre anni è salita di due categorie, dalla Promozione alla Serie D.
Merito della campagna acquisti voluta dallo stesso Montani, in quest’inchiesta indagato per corruzione aggravata.
Battagliando a Palazzo Madama avrebbe favorito i Giacomini per ottenere contributi nel settore dell’energia eolica con l’aiuto del sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini, indagato per frode fiscale e dimessosi.
Ieri mattina Montani si è presentato in Procura. «Mi sono battuto per il made in Italy contro l’invasione asiatica. Mazzette? Nel rispetto delle regole, io ho sostenuto il progetto di un’azienda locale da 800 dipendenti che dà lavoro a un paese intero, San Maurizio d’Opaglio».
Del flusso di denaro oltreconfine dei Giacomini, Montani dice di non saper nulla.
Del resto, Corrado ed Elena Giacomini, i due fratelli arrestati, «li ho visti quattro volte in tutto».
Pari allo zero gli incontri con l’ultimo Giacomini, Andrea, 40 anni, estromesso dall’azienda e grande accusatore delle presunte malefatte fiscali della Giacomini spa.
I magistrati, coordinati dal procuratore capo di Verbania Giulia Perrotti, cercano di ricostruire il trasferimento all’estero di ingenti somme di euro. Lussemburgo e Nordafrica. I carabinieri di Novara, che conducono le indagini, hanno effettuato lunghe trasferte aeree per accertamenti saltando tre notti consecutive di riposo.
Non riescono a pigliar sonno, nel caldo affollato delle celle, Corrado ed Elena, 56 e 53 anni, strappati al lusso delle ville sul lago d’Orta.
Niente penitenziario ma domiciliari per Giulio Sgaria, classe ’38, vecchio dipendente di Intesa Sanpaolo, che gestiva la contabilità parallela della società .
La quarta persona arrestata è Alessandro Ielmoni, noto per esser finito nel crac Parmalat. Avrebbe avuto un ruolo fondamentale e strategico nell’organizzazione criminale. «Mah… Organizzazione criminale…».
La Lega oltre che scettica è infuriata, parla di «gravi violazioni» dei pm a danno di Montani, perquisito «senza che gli sia giunta alcuna richiesta».
Comunque, il senatore si professa «sereno». L’opposizione approfitta per martellarlo e cita il suo cavallo di battaglia da fresco assessore del Turismo di Verbania: «Una balera dove si balli la samba».
E sui Giacomini, cosa dice la gente? Che pare un «giallo». Il 6 settembre, stando alla sua denuncia, tre tipi spararono contro Corrado, a bordo della Porsche.
La descrizione dell’agguato, dal punto di vista balistico, fu considerata poco plausibile. Prima in città si disse che era stato Andrea, ora la vulgata vuole lo stesso Corrado aver imbastito la sceneggiata.
Quanti misteri. Di vero, anzi granitico, qui c’è solo la devozione di Andrea per la Madonna di Medjugorje.
Avrebbe speso un’infinità di soldi, pure questi andati all’estero, e in famiglia non avrebbero gradito.
Andrea Galli
(da “Il Corriere dela Sera“)
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEI SINDACI: MANCHERANNO 2,5 MILIARDI DI GETTITO RISPETTO ALLA VECCHIA ICI
Nessuna tassa è bella. Ma se ce n’è una che nasce male, con proprio tutte le caratteristiche per farsi odiare, è la nuova Imu. 
I sindaci, che sono pronti a manifestare in piazza a Venezia il 24 maggio, non hanno dubbi.
L’Imu, dicono, è una tassa che non ha niente a che vedere con la finanza locale, visto che serve solo per ridurre il deficit, mentre ai Comuni rischiano di arrivare addirittura 2,5 miliardi in meno rispetto a quanto incassavano con la vecchia Ici.
Oltre che poco trasparente, insistono i sindaci, l’Imu è pure una tassa ingiusta, perchè colpirà più duramente i Comuni che fin qui hanno fatto i salti mortali per tenere bassa l’Ici o quelli che applicavano delle agevolazioni, che ora dovrebbero essere finanziate una seconda volta.
E, soprattutto, sarà una tassa salatissima per i cittadini.
Secondo i calcoli che saranno presentati oggi a Frascati dall’Ifel, l’istituto di ricerca dell’Anci, l’Associazione dei Comuni italiani, le stime di gettito del governo sono esagerate: mancherebbero all’appello almeno 2,2 miliardi di euro.
Così, per centrare l’obiettivo di bilancio e rimanere sul sentiero che porterà all’agognato pareggio nel 2013, nel corso dell’estate potrebbe esserci la necessità di alzare le aliquote. Un altro uno per mille in più sia sulla prima casa che sugli altri immobili.
A meno di non produrre un buco nel bilancio pubblico di 8-900 milioni di euro, ed un nuovo taglio alle risorse dei sindaci, sul 2012, di 1,3 miliardi.
Che si aggiungerebbe a quello di 2,5 stabilito dal salva Italia e a quello di 1,4 miliardi deciso ad agosto del 2011 dal governo Berlusconi.
Senza contare i 7,9 miliardi di risparmi imposti dalle manovre degli anni scorsi.
Una situazione che i sindaci ritengono insostenibile.
I meccanismi «perversi» dell’Imu, insieme al cordone sempre più stretto del Patto di Stabilità , stanno strangolando la finanza locale.
Se ancora si può parlare di finanza “locale”: i Comuni con l’Imu avranno 2,4 miliardi in più rispetto all’Ici 2010, ma subiranno un taglio dei trasferimenti e del fondo di riequilibrio di 5 miliardi di euro.
Così, sottolinea lo studio dell’Ifel, lo Stato incassa 13 miliardi in più, e i sindaci perdono quasi il 30% del gettito garantito dalla vecchia Ici.
Per cui, se vorranno avere le stesse risorse di prima, dovranno alzare le aliquote dell’Imu. I cittadini, insomma, dovranno pagare più tasse per ottenere gli stessi servizi.
Tasse che saranno, per giunta, tanto più alte rispetto al passato, quanto in passato erano più basse rispetto alla media.
In un Comune che aveva l’aliquota Ici al 4 per mille i cittadini pagheranno tre volte tanto, mentre in un municipio che l’aveva al 7 per mille l’aumento sarà molto più contenuto (e in entrambi i casi le risorse a disposizione del Comune restano identiche).
E siccome la perequazione «perversa» garantisce ai Comuni il gettito attuale, a prescindere dal regime preesistente dell’Ici, saranno ancor più penalizzati i sindaci che adottavano regimi di agevolazione per gli affitti, o le fasce deboli.
Per reinserirli, ora, il Comune dovrà trovare una nuova copertura. In pratica, se li finanzierà due volte.
Finita qui? Magari.
C’è sempre il problema del gettito, che secondo l’Ifel non sarebbe sufficiente a garantire i risultati attesi sul fronte della finanza pubblica.
Le stime dell’Economia sono fondate sui dati catastali, quelle dell’Ifel sono proiezioni sulle basi imponibili Ici (le stesse dell’Imu) fatte dopo 1.200 sondaggi presso i municipi. E divergono un bel po’.
Quelle del governo sono in media del 15% più alte di quelle dei Comuni.
In regioni come Toscana, Emilia Romagna, Marche e Liguria le stime del Mef superano quelle dei Comuni del 20%, ma ci sono regioni come la Basilicata, la Sardegna e il Molise, dove addirittura succede il contrario.
Consapevole del rischio, il governo ha già messo in cantiere una verifica del gettito sulla base dell’acconto Imu di giugno.
Secondo l’Ifel si rischia di avere un minor gettito dall’imposta tra 1,9 e 2,5 miliardi di euro.
Fossero 2,2 miliardi, peserebbero per 400 milioni sui Comuni e 800 sullo Stato, e per recuperare il buco, servirebbe un aumento delle aliquote Imu piuttosto forte.
L’un per mille in più sulle aliquote base, che passerebbero dallo 0,4 allo 0,5% per l’abitazione principale e dallo 0,76 allo 0,86% per tutti gli altri immobili.
Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
E’ INACCETTABILE UN NUOVO ATTACCO ALLE INDENNITA’ DI ACCOMPAGNAMENTO
Ci risiamo. Come due anni fa, forse peggio. Allora almeno c’era un emendamento alla legge finanziaria da bloccare, e la mobilitazione del 7 luglio 2010 fermò il Parlamento prima che venisse approvato lo scempio di un attacco all’indennità di accompagnamento e di un innalzamento della percentuale di invalidità per ottenere i benefici previsti dalle leggi.
Adesso ci sono solo le voci, le indiscrezioni, gli articoli che spaventano le famiglie e le associazioni.
Ma la paura è la medesima di due anni fa, accresciuta dal contesto di crisi del Paese e dalla necessità assoluta del Governo di far cassa e di ridurre la spesa sociale.
E così dopo la manifestazione delle famiglie di sabato 12 maggio, ora scendono in campo anche i grandi coordinamenti nazionali, la Fand e la Fish, per indire lo stato di mobilitazione e una nuova, grande, manifestazione a Roma il 23 maggio prossimo, fra meno di una settimana.
“In questi giorni il Ministero del Lavoro e quello dell’Economia stanno definendo il testo del decreto che interverrà sull’ISEE e i segnali sono tutt’altro che rassicuranti — scrivono le due organizzazioni in un documento congiunto -. Il nuovo ISEE sarà gravemente svantaggioso per le famiglie in cui è presente una persona con disabilità grave o un anziano non autosufficiente. Le misure in via di adozione prevedono, infatti, di conteggiare come se fossero redditi anche gli aiuti monetari che lo Stato riconosce alle persone con disabilità (assegni di cura, indennità di accompagnamento, pensioni)”.
E aggiungono la preoccupazione ancor più pressante e grave: “Circolano insistentemente voci ancora più inquietanti rispetto all’applicazione futura dell’ISEE. Questo sarebbe applicato anche ai fini della concessione di pensioni e indennità di accompagnamento riservate alle persone con grave disabilità e ad ogni altra prestazione di sostegno all’autonomia personale. Un’ipotesi gravissima e smaccatamente volta a tagliare quel già minimo sostegno economico che lo Stato riconosce in caso di invalidità civile. A pagarne il prezzo sarebbero, ancora una volta, le persone con disabilità e le loro famiglie. Un’ipotesi che le Federazioni delle persone con disabilità respingono decisamente e con sdegno e che nessuna voce ufficiale del Governo ha finora smentito”.
Non c’è dubbio che chiunque conosca da vicino la storia dell’indennità di accompagnamento sa bene che si tratta, in Italia, dell’unica forma per compensare, almeno in parte, le spese maggiori che una persona disabile, e la sua famiglia, sostengono per compensare l’handicap.
Non è una pensione, non è un reddito, è semplicemente un risarcimento, di fronte alla constatazione, da parte dello Stato, che al momento non è possibile garantire attraverso i servizi il principio della parità costituzionale dei cittadini.
Mettere le mani nelle tasche delle persone con disabilità è un’operazione triste, inaccettabile, perfino incomprensibile.
Ecco perchè fino a ieri le grandi associazioni nazionali, che hanno seriamente partecipato ai tavoli di discussione con il Governo, erano ragionevolmente convinte che non si sarebbe arrivati a tanto, neppure in un momento così difficile per il Paese.
Tanto più che appare chiaro come, per fare un buon bottino, occorre davvero colpire in basso, aggredendo redditi familiari modesti, altrimenti il numero delle famiglie che si vedrebbero decurtate le prestazioni e l’indennità di accompagnamento sarebbe irrisorio e ininfluente rispetto alle esigenze di cassa.
Questa misura, se fossero vere e confermate le preoccupazioni di Fish e Fand, sarebbe dunque davvero impopolare, vessatoria e destinata a gettare nell’angoscia centinaia di migliaia di famiglie italiane, già colpite dalla disoccupazione, dalle nuove imposte come l’Imu, dalla perdita di potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni, dal taglio secco dei servizi erogati dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni.
Dover parlare oggi di una manifestazione nazionale di protesta, da parte di persone non autosufficienti, in sedia a rotelle, non vedenti, sorde, con disabilità intellettiva, inabili al lavoro, è un dovere civile ma dà anche una sensazione di sconfitta, di amarezza, che solo un pronto riscatto della Politica potrebbe modificare.
Non posso credere che davvero un governo di tecnici ignori le conseguenze di una scelta così dolorosa e ingiusta.
Da qui al 23 maggio c’è ancora tempo per rispondere pubblicamente e per rassicurare, in modo concreto, le associazioni e le famiglie.
Prima che il mondo veda anche questa vergogna.
Franco Bomprezzi
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LO RILEVA UN’INDAGINE SUL MERCATO IMMOBILIARE SUI PRIMI MESI DEL 2012
Schiacciati dal peso della crisi, tra il costo della vita che aumenta e l’effetto Imu che già si fa sentire, sempre più anziani sacrificano la
propria casa: nei primi mesi del 2012, si registra un vero e proprio boom della vendita di immobili in nuda proprietà con un aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ottantamila anziani hanno già scelto questa formula, soprattutto nelle grandi città , a partire da Roma.
E’ quanto emerge da un’analisi dello Spi-Cgil sull’andamento del mercato immobiliare.
Il fenomeno della nuda proprietà rappresenta “il segno tangibile di una crisi che avanza sempre di più e rischia di aumentare ulteriormente a causa dell’Imu. Con la nuova tassa, infatti, la casa avrà un costo di gestione sempre maggiore costringendo di conseguenza gli anziani a dover ricorrere alla vendita”.
Secondo l’analisi realizzata dal sindacato dei pensionati della Cgil, il primato del ricorso degli anziani alla vendita in nuda proprietà spetta al Lazio, con oltre il 40%.
Il 36% è stato registrato nella sola città di Roma, dove gli annunci di vendita con questa formula erano 2.300 nel 2008, 3.100 nel 2009, 5.100 nel 2010 fino ad arrivare ad 8.700 nel 2011.
Seguono la Lombardia con il 14%, la Toscana con il 12%, la Liguria con l’11%, il Piemonte con il 9% e l’Emilia-Romagna con il 5%.
La situazione attuale porta gli over-65 a dover ‘sacrificare’ la propria casa pur di avere una liquidità che gli possa “garantire il proprio mantenimento a fronte di un potere d’acquisto delle pensioni drasticamente in calo e del costante aumento del costo della vita, dei servizi, dei prezzi e delle tariffe. Altrettanto determinante nella decisione dell’anziano di vendere il proprio immobile in nuda proprietà è la possibilità di avere le risorse con le quali aiutare figli e nipoti alle prese con la crisi occupazionale o con le difficoltà ad accedere al mercato del lavoro”. Senza contare l’effetto Imu, che gli anziani temono rappresenti un “salasso insostenibile”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 18th, 2012 Riccardo Fucile
IL VENDOLIANO DORIA CONTRO IL LIBERALE MUSSO AL BALLOTTAGGIO CON UN PO’ DI NERVOSISMO A SINISTRA, DOPO IL SUCCESSO DEI GRILLINI… QUALCHE PROBLEMA NELL’IDV, MENTRE IL PDL SI DIVIDE: VINAI PREFERISCE DORIA, BIASOTTI INDICA MUSSO
E anche il marchese Doria scoprì gli attacchi personali.
Negli ultimi giorni di campagna elettorale per sapere chi governerà la Superba il candidato del centrosinistra ha accusato, come sempre, i tagli praticati dal governo.
Ma ha calcato la mano sul fatto che il governo “è sostenuto dal senatore Enrico Musso“. Eppure non ci dovrebbe essere partita.
Gli ultimi sondaggi che circolano danno lo sfidante sostenuto dalla sua lista civica e dal Terzo Polo molto al di sotto di Marco Doria, 64 a 36 circa.
Ma il nervosismo è montato, in questo periodo di ballottaggio, dopo il terremoto causato dal Movimento Cinque Stelle, che ha avuto come epicentro la zona d’origine del candidato sindaco Paolo Putti, il quartiere di Murta, dove addirittura arrivò in testa al primo turno.
I grillini, dal canto loro, hanno una posizione solida.
Al ballottaggio, si va al mare, dato che, come dicono i manifesti di Doria “hanno dato sole”.
Oppure, se proprio non si può fare a meno delle urne, scrivere “Movimento 5 Stelle” sulla scheda. In ogni caso, nella riunione di mercoledì scorso nella sede genovese del Movimento si è parlato di ambiente, di difesa dei parchi pubblici e della salvaguardia dalla chiusura dell’unico istituto agrario di Genova.
Ma di ballottaggio neanche l’ombra. Il movimento resta saldo nei suoi intendimenti: i due candidati sono espressione di poteri forti contrapposti, seppur persone degne e perbene.
E che sulle Grandi Opere, chi più chi meno, sono tutti favorevoli in linea di massima. Non c’è solo questo.
Anche sul fronte interno ci sono i primi problemi.
Stefano Anzalone, assessore allo sport uscente della giunta di Marta Vincenzi e primo degli eletti dell’Italia dei Valori, ha subito chiesto per il suo partito due assessorati nella prossima giunta, facendo venire di nuovo a galla tutti i malumori del partito di Di Pietro che non partecipò alle primarie e minacciò più volte lo strappo con la coalizione.
Tanto che nelle elezioni per i singoli municipi, in Val Polcevera l’Idv ha presentato un candidato che ha raggiunto il 7,61%.
Antonio Di Pietro, pochi giorni dopo la vittoria di Marco Doria alle primarie aveva detto “prima di sposarci, vogliamo conoscere meglio il fidanzato”.
Anche a costo di contrarre un matrimonio d’interesse, a quanto pare.
Infine, le poche buone carte di Enrico Musso. Si è già scritto del suo carisma, del suo essersi posto come candidato di rottura con i partiti, anche con quelli che lo sostengono, come l’Udc, che ha presentato i candidati nella lista civica (eleggendo, in caso che Doria sieda a Palazzo Tursi, 3 consiglieri su 4).
Marco Doria ha sempre rimarcato la sua totale diversità da Musso, sul piano politico. E quest’ultimo non ha certo rifiutato, anzi.
Per Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni e membro della Fondazione Oltremare, questo è un caso più unico che raro: “In queste elezioni si scontrano due opposte visioni economiche, diversamente da altre volte quando i due blocchi di sinistra e destra dicevano più o meno le stesse cose, sia pur con toni diversi”.
E aggiunge: “Tanto per cominciare, Doria crede che la spesa pubblica sia intoccabile e che si debbano reperire risorse per mantenere l’apparato così com’è. Mentre per Musso è la pressione fiscale a dover essere mantenuta invariata e a tagliare invece le spese”.
Cominciando dall’occupazione: “Doria vuole tenere legati le attuali imprese a Genova con qualunque mezzo e ad ogni costo, Musso invece si preoccupa di creare le condizioni favorevoli per gli imprenditori di domani”, passando per la dismissione degli immobili pubblici: “Per una famiglia in stato di bisogno è meglio una casa popolare fatiscente e con pochi servizi oppure un assegno per pagar loro la sistemazione presso un privato?” e finendo con una delle opere della discordia, il Terzo Valico ferroviario: “Certo, se fossi il ministro dell’economia, non so se una simile spesa sia davvero giustificata dal flusso delle merci attuale. Ma da sindaco di Genova non avrei alcun dubbio a sostenere la necessità dell’Opera”.
Una visione autenticamente liberale contro una statalista, dunque.
Nella città più vecchia d’Italia, uno dei principali erogatori di buste paga è l’Inps.
L’esito quindi, sembrerebbe scontato.
E il centrodestra rimasto fuori dai giochi? Va in ordine sparso.
Il Pdl, per bocca dell’ex governatore ligure Sandro Biasotti ha deciso di sostenere Musso mentre l’ex candidato sindaco Pierluigi Vinai ha detto di sentirsi “umanamente più vicino a Doria” e si è autodefinito un “keynesiano”.
Tutto il contrario della Lega: all’inizio Rixi aveva dichiarato il suo appoggio a Musso e successivamente è stato smentito da un comunicato del partito che invece invitava elettori e militanti all’astensione.
In ogni caso Rixi alla fine ha notificato ai genovesi che andrà in montagna: con buona pace di tutti.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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