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E VENNE IL GIORNO DI LUSI

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

GIALLO SULLE 20 FIRME PER IL VOTO SEGRETO

Per ora sono più le ritrattazioni che le conferme ma l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi – sulla cui richiesta di arresto si pronuncia oggi l’aula del Senato – spera che alla fine escano allo scoperto quei 20 colleghi necessari per far scattare il voto segreto.
Infatti, senza metterci la faccia, finora il Senato ha sempre respinto le richieste di custodia cautelare indirizzate ai suoi componenti.
«Una prassi granitica di diniego di ogni richiesta», conferma Marco Cerase nel saggio «Anatomia critica delle immunità  parlamentari italiane», che conta pochissime eccezioni: tra cui Cuffaro finito in carcere senza autorizzazione, perchè condannato definitivo, e Di Girolamo costretto alle dimissioni prima delle regionali del 2010.
Oggi Luigi Lusi rischia perchè i 20 colleghi che avevano firmato la richiesta di voto segreto si stanno dileguando.
Anche perchè si è fatto insistente il pressing del Pdl che ha affidato a Gaetano Quagliariello il compito di evitare un autogol: «Questo è il momento in cui ognuno deve metterci la faccia per evitare che qualcuno nell’ombra faccia cose strane». Insomma, libertà  di coscienza e voto palese, conferma Angelino Alfano.
Per questo stavolta, contrariamente al caso De Gregorio salvato proprio col voto segreto, il Pdl richiama all’ordine i senatori Lauro, Amato e Compagna favorevoli alla segretezza della votazione.
Della squadretta, poi, farebbero parte anche Villari e Tedesco (pure lui ex Pd salvato non molto tempo fa) ma la partita si risolverà  solo oggi: fino al momento del voto, infatti, possono pervenire alla Presidenza le 20 firme.
Il Pdl – che ieri ha riunito il suo gruppo fino a notte – è tormentato (favorevoli all’arresto Amato e Balboni, contrari Compagna e Lauro) anche perchè il «voto palese costituisce un precedente inaccettabile» tanto che la riunione con Alfano è aggiornata oggi alle 14.
Invece il Pd ha deciso e punta al voto compatto del gruppo per accogliere la richiesta della giunta che ha detto sì all’arresto: «Io non entro nelle elucubrazioni di Beppe Grillo ma non posso accettare che venga gettato fango sul Pd», ha detto la capogruppo Anna Finocchiaro.
Il leader del Movimento cinque stelle, infatti, aveva affermato che «il Pd lo salverà  perchè è meglio tirare a campare che tirare le cuoia».
«Falso», insiste la Finocchiaro: «Il Pd ha espulso Lusi e ora chiede un voto palese». E anche Casini (Udc), «il voto segreto santifica Grillo».
Lusi ha inviato una memoria di 500 pagine ai senatori («Vi chiedo di votare no all’arresto perchè sono discriminato») allegando due documenti non conosciuti integralmente.
Uno: la lettera con cui la Margherita (Rutelli, Bianco, Bocci) intima alla Procura di Roma «che nessuno sconfinamento avverrà  nelle indagini volte all’accertamento dei reati rispetto ai quali si ribadisce la veste di persona offesa de La Margherita..».
Due: l’esposto alla Procura di Milano in cui Lusi accusa Rutelli di stimolare «comportamenti illeciti», fino all’«attentato a organi costituzionali», quando afferma: «”Se il Senato non si ergesse a tutela dello Stato di diritto, qui fuori arriverebbero i forconi”».
Poi, dopo aver visto su Reportime sul sito del Corriere l’intervista in cui Lusi ribadisce di aver agito di conserva con il suo ex partito, la Margherita replica: «Menzogne e inquinamento delle prove».

Dino Martirano

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TRATTATIVA STATO-MAFIA: DAL MAXIPROCESSO ALL’OMICIDIO DI SALVO LIMA

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

DALLE STRAGI 1992-’93 AGLI INTERVENTI DAL COLLE SULLE INDAGINI

Palermo Il giorno della svolta è il 30 gennaio 1992.
Quel giorno la Cassazione chiude il maxi-processo con una pioggia di ergastoli per i boss di Cosa Nostra. Salta il tradizionale rapporto tra mafia e politica.
Calogero Mannino, l’unico ministro siciliano della Democrazia cristiana, capisce di essere in pericolo e si confida con il maresciallo Giuliano Guazzelli: “O uccidono me o Lima”.
La sua è un’intuizione profetica. Il 12 marzo, la chioma bianca dell’eurodeputato Salvo Lima è immersa in una pozza di sangue, sull’asfalto di Mondello.
ROMA-CAPACI SOLO ANDATA

Mannino ha paura. E ne ha ancora di più quando il 4 aprile 1992, anche Guazzelli viene assassinato. Mannino vuole salvarsi la pelle e cerca aiuto: in gran segreto incontra a Roma il generale del Ros Antonio Subranni, lo 007 Bruno Contrada e il capo della Polizia Vincenzo Parisi.
L’obiettivo è aprire un contatto con Cosa Nostra per verificare se c’è un modo per fermare la furia omicida.
Ma il 23 maggio 1992, sulla collinetta di Capaci, il boss Giovanni Brusca preme il telecomando che fa saltare con 500 chili di tritolo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini di scorta. Il Paese è nel caos.
Il 25 maggio, dopo la mancata elezione di Giulio Andreotti, e una votazione che a sorpresa ha attribuito 47 voti al giudice Paolo Borsellino, sale al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro.
IL ROS E CIANCIMINO
L’8 giugno il Guardasigilli Claudio Martelli vara un decreto antimafia che contiene nuove misure repressive, come l’inasprimento del regime carcerario per i boss, che però non viene reso operativo.
Scatta un’autentica emergenza nazionale per salvare le istituzioni dal terrorismo mafioso. Il capitano del Ros Giuseppe De Donno “aggancia” in aereo Massimo Ciancimino, e chiede un colloquio con il padre, l’ex sindaco di Palermo don Vito.
Inizia la trattativa: l’obiettivo ufficiale è fermare lo stragismo.
Ciancimino collabora ma vuole coperture “istituzionali”. De Donno informa dei colloqui il direttore dell’Ufficio affari penali, Liliana Ferraro, che, a sua volta, ne parla a Martelli. Poi la Ferraro riferisce l’iniziativa del Ros anche a Borsellino. Il giudice non pare sorpreso: “Ci penso io”, dice.
IL PAPELLO DEL CAPO DEI CAPI
Il boss Totò Riina, il fautore della sfida stragista, esulta: “Si sono fatti sotto! ”. E prepara il cosiddetto “papello” con dodici richieste, tra cui la revisione del maxi e la legge sulla dissociazione.
Quando Giuliano Amato vara il nuovo governo dei tecnici, Vincenzo Scotti, considerato un “falco”, viene silurato. Al suo posto al Viminale arriva Nicola Mancino, sinistra Dc come Mannino, ritenuto più malleabile.
Anche Martelli rischia di saltare, ma resta alla Giustizia anche se il democristiano Giuseppe Gargani (anche lui della sinistra Dc) si candida al suo posto, promettendo di fermare Tangentopoli.
LE LACRIME DI PAOLO
Totò Riina continua a progettare omicidi.
Il killer Giovanni Brusca, accompagnato dal complice Gioacchino La Barbera, effettua sopralluoghi a Sciacca e a Palermo alle segreterie di Mannino per pianificare l’agguato che dovrà  colpire il ministro siciliano.
A fine giugno, Borsellino in lacrime confida ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa: “Un amico mi ha tradito”. Il sospetto degli inquirenti è che si riferisse ad un uomo in divisa, forse a Subranni.
Agnese Borsellino racconterà  ai magistrati nisseni di aver saputo dal marito che il comandante del Ros era un uomo d’onore.
E che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”.
Subranni oggi ammette di aver saputo della trattativa, ma solo a cose fatte, cioè quando i colloqui tra Mori e don Vito erano già  avviati.
Il 1° luglio è il giorno dell’insediamento di Mancino. Mentre si trova a Roma per interrogare Gaspare Mutolo, Borsellino viene convocato al Viminale.
Il giudice incontra il neo-ministro, anche se Mancino ammette la circostanza solo vent’anni dopo. Al ritorno, riferisce Mutolo, Borsellino è così nervoso da fumare due sigarette per volta. Il pentito riferisce anche che durante quell’interrogatorio un funzionario della Dia parla di dissociazione. E che Borsellino commenta: “Questi sono pazzi! ”.
“È FINITO TUTTO”
Un’auto imbottita di esplosivo salta in aria in via D’Amelio: muoiono Paolo Borsellino, che secondo il pentito Giovanni Brusca viene considerato un intralcio alla trattativa, e cinque uomini della scorta. È il 19 luglio 1992.
Antonino Caponnetto, l’uomo che ideò il pool antimafia (grazie ad un’intuizione di Rocco Chinnici, magistrato ucciso da Cosa Nostra nove anni prima), intervistato dalla tv pronuncia queste parole: “È finito tutto, non mi faccia dire altro”. Il nuovo atto terroristico getta lo Stato in ginocchio, ma neppure adesso la classe politica trova la forza di reagire compatta.
Il ministro della Giustizia Martelli deve firmare personalmente il decreto che istituisce il 41 bis, trasferendo i boss detenuti a Pianosa e all’Asinara, perchè — dice lui stesso — “non si trovava chi volesse firmare”.
LE BOMBE IN CONTINENTE
A dicembre finisce in carcere Vito Ciancimino, e a gennaio ’93 è la volta di Riina, il cui covo non viene perquisito.
L’arresto del capo dei capi avviene all’insaputa del ministro dell’Interno Mancino.
“L’ho saputo da una telefonata del capo dello Stato, che si congratulava con me. E anche il presidente del Consiglio non ne sapeva niente”, dirà  Mancino al presidente della Corte di assise di Firenze, che commenta: “È formidabile”.
Intanto i corleonesi si affidano a Brusca e Bagarella con Provenzano più defilato, dietro le quinte. E nelle parole dei pentiti spunta Dell’Utri come “uomo-cerniera” tra mafia e Stato.
La trattativa prosegue sulla gestione del 41 bis. A febbraio ’93 salta Martelli (accusato da Silvano Larini e Licio Gelli di avere usato il Conto Protezione) e a via Arenula arriva Giovanni Conso. “Non ho mai capito che era in corso una trattativa — dice oggi Martelli — altrimenti avrei scatenato l’inferno”.
Le bombe continuano in via Fauro a Roma contro Maurizio Costanzo, che scampa all’attentato, e in via dei Georgofili a Firenze: 5 morti e 48 feriti.
A giugno il duo Capriotti-Di Maggio (quest’ultimo non ha i titoli), con la regia del presidente Scalfaro e l’input dei cappellani delle carceri sostituisce Nicolò Amato al vertice del Dap.
Il 26 giugno Capriotti propone di confermare i provvedimenti di 41 bis. E la risposta di Cosa nostra arriva a fine luglio con le bombe di Roma e Milano. Il 10 agosto la Dia mette nero su bianco l’ipotesi di una trattativa in corso.
LE REVOCHE DEL 41 BIS
E a novembre arrivano 343 revoche di provvedimenti di 41 bis decise da Conso “in assoluta solitudine”. Questa fase del dialogo si chiude il 27 febbraio del ’94 con l’arresto dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, che segna la fine delle ostilità .
Silvio Berlusconi si insedia a palazzo Chigi, quando dietro le quinte, secondo i pentiti, Marcello Dell’Utri ha già  siglato il nuovo patto di convivenza con Cosa Nostra.
Dal 1996, e per circa dieci anni, la lotta alla mafia esce dall’agenda dei segretari dei partiti, Cosa Nostra appare definitivamente sconfitta e così viene raccontata dai media.
Riemerge improvvisamente nel dicembre del 2005 con il volto di Massimo Ciancimino, che tra annunci e mezze verità  comincia a parlare con i pm e racconta degli incontri tra suo padre e gli ufficiali del Ros, sollecitando la memoria a orologeria di Martelli, Conso, Ferraro, Violante, Scalfaro, Ciampi, Mancino, Amato. E dopo quattro anni di tira e molla, consegna ai magistrati il “papello”.
LO STATO PROCESSA SE STESSO
Nelle procure di Palermo e Caltanissetta lo Stato tenta di processare se stesso. Sfilano davanti ai pm ministri, parlamentari e funzionari in un festival di reticenze e di bugie.
Caltanissetta archivia, ritenendo le condotte “non penalmente rilevanti”, ma formulando pesanti giudizi morali.
Palermo va avanti ipotizzando il reato di “violenza o minaccia al corpo politico dello Stato”. Dopo quattro anni, i magistrati depositano gli atti, centinaia di intercettazioni svelano le manovre per aiutare Mancino.
Partono le interferenze del Colle per salvare la classe politica che ha trattato con Cosa Nostra, comincia il Romanzo Quirinale.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ECCO IL TESTO DELLE TELEFONATE TRA MANCINO E IL QUIRINALE

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

“ADESSO IL PRESIDENTE PARLERA’ CON GRASSO”…IL CONSIGLIERE INFORMAVA MANCINO: “MA IL SUPERPROCURATORE ANTIMAFIA NON VUOLE FARE NIENTE”

Il presidente della Repubblica s’interessava agli sviluppi delle inchieste sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, alla loro conduzione, ed era informato di ogni mossa.
Preoccupato di possibili discrasie tra le diverse Procure, spingeva per trovare soluzioni.
È ciò che riferisce il suo consigliere giuridico, il magistrato Loris D’Ambrosio, all’ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato ed ex numero due del Csm Nicola Mancino, all’epoca testimone oggi inquisito a Palermo per falsa testimonianza.
Il telefono di Mancino era sotto controllo per verificare la genuinità  delle dichiarazioni rese e che avrebbe dovuto rendere negli confronti con gli ex colleghi Scotti e Martelli sollecitati dai pubblici ministeri nel processo all’ex generale dei carabinieri Mario Mori. Confronti che Mancino voleva evitare in tutti i modi.
Il 12 marzo scorso chiama D’Ambrosio che gli dice: «Io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso (il procuratore nazionale antimafia, ndr). Ma noi non vediamo molti spazi, purtroppo perchè non… Adesso probabilmente il presidente parlerà  con Grasso nuovamente eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… ».
Mancino: «Ma visto che Grasso coordina Caltanissetta (una delle Procure interessate alla «trattativa», insieme a Palermo e Firenze, ndr), non può coordinare tutte e due le Procure?».
D’Ambrosio: «Ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Mi ha risposto va bene, ma io in realtà … (…) In realtà  è lui che non vuole fare…».
Mancino: «Eh… capito… E io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni…».
D’Ambrosio: «Per adesso, dunque, mi ha detto il presidente, di parlare con Grasso, di vederlo eh… e vediamo un po’ (…)».
Mancino: «Eh, perchè non è che anche sul 41 bis (il carcere duro per i mafiosi, che per alcuni non fu prorogato alla fine del ’93, dopo le stragi di mafia, ndr) indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà …».
D’Ambrosio
: «Ma… ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni… però lui… lui proprio oggi parlandogli mi ha detto: ma sai, lo so, non posso intervenire… (…) Tant’è che il presidente parlava di… come la Procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito».
«Non si sa dove vogliono arrivare»
Vitaliano Esposito era il procuratore generale della Cassazione prossimo alla pensione. Mancino gli avrebbe telefonato di lì a pochi giorni, e a D’Ambrosio dice: «L’ho sempre ritenuto molto debole, non è forte (…)».
D’Ambrosio: «Però ecco, questo è quello che vede il presidente, adesso evitare il contrasto».
Mancino: «Anche se non si sa dove vogliono arrivare questi, che vogliono fare…».
D’Ambrosio: «No, ma è chiaro che… che non si capisce proprio, ma non si capisce più neanche più la trattativa… Io l’oggetto della trattativa mica l’ho capito… Mi sfugge proprio completamente… (…) Riparlerò con Grasso perchè il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente, questa è la verità ».
Mancino: «No, perchè poi la mia preoccupazione è che… ritenere che dal confronto… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, processuale».
D’Ambrosio: «Ecco, io, insomma noi, ecco, parlando col presidente, se Grasso non fa qualcosa la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo rivedere, magari lo vede il presidente uno di questi giorni».
Mancino: «Va bene, ma anche per la storia del Paese, ma che razza di Paese è… se non tratta con le Brigate rosse fa morire uno statista. Tratta con la mafia e fa morire vittime innocenti. Non so… (…) o tuteliamo lo Stato oppure… (…)».
Più avanti D’Ambrosio ribadisce che il confronto con Martelli «processualmente diventa inevitabile», e Mancino accenna ai carabinieri del Ros guidati da Mori: «Ma questi hanno trattato diciamo, per conto loro, di loro iniziativa, come in effetti io ritengo, ma non posso provare…». D’Ambrosio insiste che bisogna vedere se si muove Grasso, che lui ritenterà  nei prossimi giorni, ma la situazione è «molto, troppo confusa».
«Non è giusto che io sia emarginato»
Il 5 marzo l’ex ministro aveva detto esplicitamente «io vorrei evitare che venisse accolta l’istanza di un ulteriore confronto con Martelli», e si lamentava: «Una persona che ha fatto il suo dovere… ma perchè devo essere messo in angolo…». Sospettava che qualcuno volesse prendersi la rivincita su di lui per il caso de Magistris (l’ex magistrato messo sotto inchiesta al Csm quando lui ne era il vice-presidente): «Ora facciamo pagare a Mancino… ma Mancino può essere anche emarginato, ma non è giusto (…) Guardi io non sono più il Nicola Mancino di tra anni fa, quattro anni fa… Nicola Mancino è stato distrutto (…) Io sono tenuto emarginato da tutti, perfino nel partito democratico… nessuno mi parla…».
D’Ambrosio ribadisce che l’unica possibilità  è parlare con Grasso, e in questo quadro Mancino partorisce l’idea di scrivere una lettera in cui lamenta le differenti valutazioni delle tre Procure che indagano sulla trattativa, preannunciata a D’Ambrosio in una conversazione del 27 marzo.
Il 3 aprile l’ex ministro richiama, e si lamenta che il pm Di Matteo ha chiesto i confronti tanto temuti: «A mio avviso c’è un abuso grande quanto una montagna… (…) ma lui non sta facendo un processo contro il favoreggiamento del colonnello Mori…». (…)
D’Ambrosio: «Sulla sua lettera stiamo ragionando… va bene?».
Mancino: «E… veda un poco… perchè la cosa è terribile… ecco… perchè a me fa perdere non solo il sonno, ma anche, diciamo…».
D’Ambrosio ripete che stanno ragionando, Mancino insiste e il consigliere Napolitano aggiunge: «Il presidente è orientato a fare qualcosa… (…) ma per ora non le posso dire nulla (…) sto elaborando un pochino le cose… però la decisione l’abbiamo già  presa… adesso presidente è in Giordania, quando torna si decide insieme… faccio la mia proposta e vediamo un attimino».
Più avanti spiega che cosa intende dire nella lettera al procuratore generale: «Il coordinamento consiste anche nell’utilizzare una strategia comune, nel compiere atti insieme… (…) Tutto questo non sta accadendo, per cui c’è una valutazione che poi alla fine può essere anche diversa da parte dell’autorità  giudiziaria…».
A Grasso diciamo: «Fai il tuo lavoro»
Il magistrato in servizio al Quirinale illustra le possibili complicazioni derivanti da valutazioni diverse degli stessi fatti, o di dichiarazioni delle stesse persone sentite in momenti diversi sugli stessi temi. E il 5 aprile, leggendo a Mancino la missiva al pg della Cassazione, chiarisce: «Il presidente percepisce questa mancanza di coordinamento e ti dice: esercita i tuoi poteri anche nei confronti di Grasso. Perchè qui il problema vero… Grasso si copre, questa è la verità  (…) Perchè è una gran cretinata l’avocazione, perchè lui la prima cosa a cui deve pensare è il coordinamento (…) Non solo lo scambio degli atti, ma anche il compimento di atti congiunti e l’individuazione della strategia congiunta. (…) Cioè gli dice: dovete coordinarvi, cioè tu Grasso… fai il tuo lavoro, ecco».
Ma alla riunione convocata il 19 aprile dal nuovo procuratore generale Ciani, succeduto a Esposito, Grasso spiega che un anno prima, il 28 aprile 2011, ha riunito i procuratori interessati alle indagini sulla «trattativa», impartendo direttive che da quel giorno sono state rispettate. Nel verbale di quella riunione di legge: «Il procuratore nazionale evidenzia la diversità  dei filoni d’indagine e la loro complessità  (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale): precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011 tali da poter fondare un provvedimento di avocazione».
Il procuratore aggiunto di Roma
Il 15 marzo 2012 Mancino riceve una chiamata dal procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, per una questione che non ha nulla a che fare con l’indagine sulla trattativa. S’intuisce che il magistrato risponde a una precedente richiesta sulla vicenda giudiziaria della cosiddetta P3, che coinvolge l’ex giudice tributario Pasquale Lombardi, irpino come Mancino. L’indagine romana era chiusa da tempo, e Rossi parla così: «Guardi, le dico questo, altrimenti non le posso dire niente ma… cosa di cui lei si può completamente disinteressare».
Mancino: «Interessa altri».
Rossi: «Disinteressare, disinteressare… una cosa del tutto, cioè… insomma è un’altra vicenda (…)Non le posso dire ma… insomma comunque non… va bè (…) Guardi lei non si preoccupi, lei pensi… di questo non si preoccupi assolutamente».

Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera“)

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I RUOLI DI GARANZIA PIEGATI ALLE RICHIESTE DEGLI AMICI

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

L’ATTIVISMO DEL QUIRINALE E DELLA CASSAZIONE NEL CASO MANCINO

Al tempo in cui la Procura generale di Catanzaro rifiutava la copia dei processi di De Magistris ai colleghi di Salerno, il presidente Napolitano chiese copia dei medesimi atti, dicendosi allarmato per la “guerra tra Procure” che, secondo lui era in corso.
In tempi più recenti, ritenne di rispondere alla moglie di Silvio Scaglia, arrestato e processato per gravi reati di natura economica, che gli aveva scritto pregandolo di intervenire a favore di suo marito, assicurandole che avrebbe chiesto copia degli atti.
In questi giorni il suo uomo di fiducia, Loris D’Ambrosio, assicura a uno degli indagati nei processi per la trattativa Stato-mafia, Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, che il presidente ha preso a cuore la questione. E un altro uomo di fiducia, DonatoMarra, segretario generale, scrive al Procuratore generale della Corte di Cassazione che il presidente della Repubblica è preoccupato di gestioni non unitarie condotte da alcune procure quanto a detti processi e, per spiegare dette preoccupazioni, gli trasmette le considerazioni svolte in proposito dallo stesso Mancino, indagato da una di queste procure.
Il che, come ognuno capisce, avrebbe dovuto essere fatto dall’avvocato di costui e non dalla Presidenza della Repubblica.
La varietà  degli interventi del presidente Napolitano potrebbe indurre a ritenere che questo suo agitarsi in vicende giudiziarie nasce dalla convinzione che, tra i suoi compiti, vi sia quello di contribuire autorevolmente all’efficienza e alla corretta gestione dei processi, in particolare di quelli penali.
Ma sarebbe una valutazione troppo generosa poichè, anche se professore di diritto ecclesiastico e non di diritto costituzionale o di procedura penale, non gli mancano lingue esperte che possono sussurrargli all’orecchio: “Presidente questo non si fa, non sta bene”.
Si può essere certi, ad esempio, che D’Ambrosio sa perfettamente che il presidente della Repubblica non ha nessun titolo per intervenire, in qualsiasi modo, nemmeno con lettere, messaggi o raccomandazioni, in processi penali o civili.
Il problema è che questa abitudine di intervenire (ma la parola esatta tecnicamente è interferire) nei processi in corso è molto radicata in un gran numero di persone, in particolare in quelli che, saliti in punta alla piramide, si convincono che vedere il mondo da quell’altezza li renda diversi dagli altri uomini e che sono loro consentite cose che ad altri non sarebbero e che, anzi, costituirebbero reato o quantomeno illecito disciplinare.
Per esempio, il Procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, parla cordialmente con il Nicola Mancino suddetto; che sarà  anche stato ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato, ex vicepresidente del Csm; dunque ex mattone di vertice della piramide; mache(comeglidicelui stesso) c’è rischio sia sospettato di falsa testimonianza nel quadro del processo sul patto mafia-Stato (non proprio una guida senza patente).
E dunque mettersi a chiacchierare con lui già  non è una bella cosa. Ma parlasse dell’ultima rappresentazione della Carmen ci potrebbe ancora stare (anche se gli consiglierei interlocutori diversi: come titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati, Esposito sa che il giudice non deve solo essere ma apparire imparziale e su questa storia si sono consumate centinaia di sentenze disciplinari di condanna).
Il fatto è che lui si dichiara“a disposizione; adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo”. Cos’è, è diventato l’avvocato difensore di Mancino? Il suo consigliori di fiducia? L’uomo di potere che si dichiara disposto a interferire su un processo che interessa il Mancino? E se non è nulla di tutto questo, perchè diavolo non dice a Mancino quello che centinaia di magistrati hanno detto a centinaia di postulanti amici o conoscenti: “Mi dispiace ma non posso parlare di processi gestiti da altri colleghi; men che meno di quelli che ti riguardano; anzi sarebbe bene che, fino a quando la tua posizione non si è chiarita, i nostri rapporti si interrompano”?
L’aria che si respira al vertice della Procura generale della Cassazione deve essere rarefatta; ti fa dimenticare nozioni elementari di diritto.
Il successore di Esposito, Gianfranco Ciani, pare non sapere che le sue prerogative istituzionali gli consentono, anzi gli impongono, di esercitare l’azione disciplinare nei confronti dei magistrati che sono sospettati di commettere illeciti di tale natura.
Per il chè può chiedere informative ai procuratori generali e procedere ad atti di indagine. E comunque non sa certamente che non gli consentono invece di convocare il procuratore nazionale antimafia, dirgli che sempre il suddetto Mancino è preoccupato per il mancato coordinamento delle indagini tra tre procure, che sarebbe bene fornire a queste indirizzi investigativi precisi e che comunque desidera una relazione in proposito.
Fortunatamente il procuratore nazionale antimafia respira aria più ricca d’ossigeno e gli risponde per le rime dicendogli quello che qualsiasi magistrato, antimafia o no, sa perfettamente: nè la procura generale presso la cassazione nè la procura nazionale antimafia possono dire ad altre procure come indirizzare le indagini.
E, quanto al coordinamento, si stanno coordinando benissimo, se non altro perchè nessuno si è finora lamentato, nemmeno con il (desueto?) ricorso alla Procura generale presso la Cassazione per regolamento di competenza che si fa quando due o più procure non sono d’accordo su chi si deve occupare delle indagini.
Ma appunto è roba fuori moda, oggi vanno i “rapporti diretti e personali”.
Di gente che si agita ce n’è comunque parecchia; il Fatto lo ha raccontato con dovizia di particolari e nessuna smentita.
Ma quello che è grave è che si agitino persone che dovrebbero avere ruoli di garanzia e di guardiani della legalità ; e che lo facciano non perchè stiano pensando: “Ma qui la legalità  è violata occorre vigilare”; no, lo fanno perchè sono amici di un ex super politico, di uno che li chiama ‘guagliò”, di uno che non capisce nemmeno niente di diritto (Mancino a Esposito: “Resta la figura di una persona renitente, che non ha detto la verità  ma non ci sono elementi per processarla”; dunque una confessione e una cazzata: l’art. 371 bis a che servirebbe?).
Ora che un indagato cerchi di farla franca dedicandosi al traffico di influenze ci sta; ma che ci stiano anche i vertici della piramide mi sembra proprio la fine della fine.

Bruno Tinti, magistrato
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SIGNORI IN CARROZZA: STA PER PARTIRE IL SUPERTRENO DI MONTEZEMOLO CON POMICINO, MASTELLA E BOCCHINO

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

E’ LA TESI DI DAGOSPIA: FINANZIATORI SAREBBERO DELLA VALLE, GIANNI PUNZO, ALFREDO ROMEO E POMICINO CON LA SUA IMPRESA SPA… BOCCHINO LASCEREBBE FLI

Signori, in carrozza. Sta per partire il super treno che ci portera’ fin nel ventre della Terza Repubblica.
Confortevole, veloce, competitivo, proprio come l’Italo nazionale, inaugurato in pompa magna a fine aprile.
Ormai il leader maximo, il semprepallido Luca Cordero di Montezemolo, ha deciso di rompere gli indugi e scendere in campo aperto a un anno dal voto, subito dopo la batosta elettorale per la Casta alle amministrative di maggio e la stravittoria del partito dell’astensione (quasi 50 per cento) e dei grillini (gia’ sondaggiati al 15 per cento).
Sono i giorni in cui Silvio Berlusconi lancia in pista la «grande novita’» annunciata nei mesi scorsi, il «presidenzialismo alla francese», con un Cavaliere che, disarcionato dal governo, si allenerebbe dunque per la salita verso il Quirinale.
Con un “forse si'”, per ora, da parte dei montezemoliani.
Ma e’ il colossale vuoto politico che va presto riempito.
Un deserto di macerie: centrosinistra senza identita’, centrodestra annientato, terzo polo morto prima ancora di nascere.
«E’ dentro questa totale confusione – notano parecchi in Transatlantico – che si fa spazio l’Italia Futura di Montezemolo e company. Si tratta di un gigantesco minestrone politico e d’interessi spacciato per il nuovo che avanza, per l’innovazione attesa messianicamente dagli italiani, per la politica diversa perche’ dell’altra ne hanno le scatole piene».
Ed e’ cosi’ che ritroviamo un po’ tutti sotto lo stesso ombrello: pezzi di Pd con una serie di veltroniani ma anche ex dalemiani in testa, poi una bella manciata di tecnocarati, docenti e professori in perfetto stile Monti-Passera, quindi una sfilza di lib, di berlusconiani pentiti, anche di reduci della prima repubblica, che servono soprattutto per portare ossigeno alle finanze di una formazione che sta decollando.
Quindi che spazio politico occupera’ la “Cosa”?
Sara’ il neo Centro da sempre vagheggiato, la nuova Balena bianca storica aspirazione di tanti ex dc, berluscones e non solo?
Il partito della Nazione sognato da Pierferdinando Casini e abortito dopo il naufragio del Terzo Polo?
Oppure il Nuovo Partito Conservatore, i Tories de noantri, quindi il vero erede di una destra “illuminata” e mai nata, comunque a presidiare lo spazio politico ex Forza Italia-An, e poi Pdl?
O cosa, visto che la porta verso il centrosinistra (con tanti pezzi pd nel motore) e il gruppo De Benedetti non sembra del tutto chiusa?
L’AMICO BISIGNANI
Per adesso, ci sono tanti nomi e sigle in campo.
E la voglia matta di mister Cinzano (a quella poltrona lo aveva assegnato il nemico storico Cesare Romiti dopo le bufere di casa Fiat): guidare il motore Italia, stavolta non piu’ a bordo di una Ferrari o di un Italo, ma dalla poltrona piu’ alta di palazzo Chigi.
Una voglia che comincia da lontano, e matura un paio d’anni fa. La sua “celebrazione” durante un puntata prenatalizia di Che tempo che fa. Sotto l’albero di Natale, nel salottino di Fabio Fazio, ecco scendere in pista Elisabetta Canalis, Aldo Cazzullo e lui, Luca, a dettare il suo verbo: «non mi piace il modo di fare politica oggi».
Tutti da leggere i commenti a caldo, via telefono, con l’amico di sempre, Luigi Bisignani, l’uomo della P3 (le conversazioni fanno parte dei maxi fascicoli raccolti dalla procura di Napoli).
Bisignani lo accoglie con un «grande!». E lui, timido ma deciso: «Io ho fatto il 22 per cento, loro non erano mai andati oltre il 15-16 per cento».
L’altro gongola: «Mamma mia!». Lui: «Con sei, sei milioni di persone e la rete 3 e’ la prima volta di domenica che vince la serata, quindi bene anche come attenzione».
Dopo l’euforia per il botto da Fazio, entra in scena l’imprenditore sempre vigile, che cerca l’appoggio dell’ubiquo Bisignani per una faccenda che riguarda l’associazione degli industriali a Napoli: «Sai che ho un grande amico fraterno che si chiama Gianni Punzo. Li’ c’e’ uno, un mascalzone, che vuol fare il presidente degli industriali. Te la faccio breve, la Marcegaglia ha posto il veto su Punzo, allora sia lui che un altro molto bravo, proprietario della Ferrarelle, un altro proprietario della Yamamay, escono perche’ dicono che non accettano che ci siano veti sulle vicepresidenze. (….) Allora posso farti chiamare da Carlo Calenda per spiegarti la situazione, perche’ in questo momento, quello che noi vorremmo tutti…». E Bisignani lo anticipa: «… che questo si ritirasse…».
In un’altra conversazione, poi, si parla di Stefano Lucchini, responsabile per le relazioni esterne di Eni. Cosi’ spiega Montezemolo ai pm partenopei: «chiesi a Bisignani di chiedere al Lucchini quali fossero le posizioni dell’Eni in ordine al rinnovo delle cariche di Confindustria Napoli; lo chiesi perche’ era interessato il mio amico Punzo».
Punzo e Calenda, due grandi amici che si ritroveranno accomunati da un idem sentire imprenditoriale, in quel di Nola, con il rampante Calenda, manager ex Sky e Ferrari, a dirigere da un paio d’anni lo strategico Interporto Campano, creatura nell’arcipelago societario di Punzo e tassello-base nell’operazione Italo sulle piste arcimilionarie dell’Alta velocita’.
Li ritroveremo piu’ volte, Punzo e Calenda, nel racconto che segue, lungo la mappa della strategia targata Montezemolo per passare dagli ozi capresi (abusi edilizi compresi nella sua villa Caprile ad Anacapri) alle vette del Potere.
LE VECCHIE VOLPI
Ricordano ancora oggi al palazzo della Provincia di Avellino, storico feudo di casa Dc: «A inizio anni ’80, dopo il terremoto, i contatti di Ciriaco De Mita con Montezemolo erano frequenti. Lui era li’ li’ per essere candidato, poi non se ne fece piu’ nulla».
Ad opporsi fu l’avvocato Gianni Agnelli in persona e cosi’ quella candidatura, prevista per le elezioni del 1983, sfumo’.
Si potra’ riproporre adesso, a vent’anni esatti, e caso mai qualche pezzo da novanta di quella Balena bianca nel motore (o almeno nel poderoso think tank).
Un nome facilmente arruolabile – per rimanere in zona – e’ quello di Clemente Mastella che, perso per strada (e per alcune vicende giudiziarie) l’appeal politico, puo’ comunque contare sulle storiche “truppe mastellate” e sull’innata vocazione a fiondarsi sul carro del vincitore (da ministro del Lavoro – quello dei 100 mila posti promessi – con l’esecutivo Berlusconi, alla casacca di Guardasigilli nel governo Prodi, e causa della sua caduta).
Altro ingrediente-base, l’inossidabile amicizia che lega il leader di Ceppaloni con l’altro storico amico di Montezemolo (e terzo eccellente nell’avvetura Italo-Ntv), ovvero Diego Della Valle.
Passiamo ad un altro big, Paolo Cirino Pomicino.
E’ rientrato alla grande in politica con la maglietta Udc, organizza kermesse a tutto campo per impartire lezioni di politica economica a Tremonti prima e Monti poi, detta le nuove regole dell’urbanistica all’ombra del Vesuvio (riesumando i suoi vecchi arnesi da prima repubblica “Neonapoli” e “il Regno del Possibile”), pontifica sulle colonne del Corriere del Mezzogiorno (diretto dall’amico Marco Demarco).
«Pomicino potrebbe giocare a breve un ruolo strategico – commentano a palazzo Partanna, sede della Confindustria partenopea – nel convincere Casini a seguirlo verso il progetto di Montezemolo, vista ormai la morte del terzo polo. Questo significa avere in gioco la forza economica del gruppo Caltagirone che non e’ poco».
Come del resto e’ piu’ che cospicuo il bottino, la “cassaforte” che potrebbe portare in dote lo stesso Pomicino.
Quella cassaforte – come vedremo piu’ avanti – le cui chiavi sono condivise con l’altro partner “d’oro”, Italo Bocchino.
Era destinata a ossigenare le casse di Fli, e visto che Fli fa flop, ecco che – magicamente – tutto puo’ tornare in gioco per il dream team di Montezemolo. In questa ottica, con un Pomicino capace di catalizzare significativi pezzi Udc (e ex Dc), Bocchino portera’ con se’ un consistente pezzo di Futuro e Liberta’, lasciando al suo destino l’ex capo Gianfranco Fini.

LA SPONDA MONTIANA
Continuiamo lungo il versante “politico”. Per scoprire che una parte dell’esecutivo vagheggiato da monsieur Cinzano e’ gia’ all’opera alacremente sotto i vessili del premier-tecnocrate Monti.
A cominciare dall’uomo forte, il superministro Corrado Passera, il mega banchiere-finanziere prestato alla politica, il grande finanziatore del sogno che e’ appena diventato realta’, il Treno della Cuccagna, Italo, capace di produrre milioni a palate senza aver staccato il primo biglietto ferroviario.
Meraviglie della finanza creativa dei tremontiani? No, anche dei Montiani piu’ ferrei.
A cominciare da Passera, per i quali i bookmaker di Montecitorio preconizzano un SuperTicket proprio con lui, il pupillo dell’Avvocato.
«E’ per questo che Passera sta prendendo lezioni di “sinistra” – commentano in Senato – pare addirittura abbia chiesto consigli a Roberto Saviano, per rappresentare il volto progressista del tandem, con un Luca moderato». Fantapolitica? Staremo a vedere.
Pezzo forte del team governativo con un occhio (anzi due) al dream di Montezemolo e’ Piero Gnudi, attuale ministro per il turismo, lo sport e gli affari regionali. Altro pedigree, il suo, chilometrico: ex vertice Enel, membro del cda di Unicredit, amicizie politiche trasversali, da Romano Prodi a Casini (per restare in ambito bolognese), fino a lui, il leader maximo futuro, Luca.
Si sono ritrovati insieme (e con un altro felsineo doc, Gaetano Maccaferri), nella compagine della Manifatture Sigaro Toscano spa, comprata dal colosso statunitensa BAT (il quale, a sua volta, aveva acquisito dalle privatizzazioni di casa nostra l’Ente Tabacchi Italiani).
Restiamo ancora in casa Monti ed eccoci al ministro per le politiche sociali Andrea Riccardi, storico fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio, cattolico di lungo corso e da sempre vicino alla fondazione Italia Futura. E poi al vice ministro per il Lavoro (il numero due di Elsa Fornero), Michel Martone, figlio di Antonio, l’ex presidente dell’Anm (il cui nome ha fatto capolino nelle pagine dell’inchiesta sulla P4): docente di diritto del lavoro all’universita’ di Teramo e alla Luiss di Roma, avvocato cassazionista nonostante la giovane eta’, Michel e’ oggi fra i promotori-fondatori di Italia Futura.
«E’ proprio quel milieu universitario, bocconiano, louissiano – ricostruiscono in ambienti politici romani – di docenze in economia oppure storia, scienze politiche o giuslavorismo che rappresenta uno dei terreni su cui lavora Montezemolo, per accreditare un’aura di rinnovamento, di gioventu’, di diverso rispetto alla vecchia offerta politica».
E sono un copia-incolla i curricula di molti tra i fondatori di Italia Futura.
Come quello di Mauro Bussani, docente in universita’ di mezzo mondo e a Trieste di diritto comparato; dell’economista Luca Di Mauro; del docente di scienza e comunicazione politica alla Luiss e alla San Pio V° di Roma Angelo Mellone (collabora a Radio Rai e si definisce «un giornalista che dice qualcosa di destra»), in passato molto vicino a Fini; del direttore dell’istituto di Igiene alla Cattolica Walter Ricciardi; del docente di storia all’universita’ di Bergamo Adolfo Scotto di Luzio; di Irene Tinaglia, docente di «innovazione, creativita’ e sviluppo economico» (letterale dal curriculum) prima alla Carnegie Mellon Univesity di Pittsbourgh e poi alla Carlo III° di Madrid; di Marco Simoni, docente di capitalismo comparato alla London School of Economics and Political Science; di Andrea Romano, che piu’ modestamente insegna storia contemporanea all’Universita’ Tor Vergata di Roma.
Con Simoni e Romano approdiamo al terzo “terreno” in cui vuol affondare radici e far proseliti la Montezemolo band.
E’ la prateria del fu centro sinistra. Gia’ editorialista per l’Unita’, giovane promessa veltroniana, Simoni e’ oggi tra gli uomini macchina di Italia Futura; il cui timone e’, pero’, nelle mani di Romano, gia’ dalemiano convinto, livornese, un pallino (in comune con Simoni) per «i giovani precari», pronti a sfornare una ricetta per loro (sarebbe poi la Rossi-Ichino).
Ed eccoci al big che viene dal Pd, l’economista che sussurava al leader Maximo D’Alema le misure da adottare, le terapie anticrisi per lo sviluppo, Nicola Rossi, al timone dell’Istituto Bruno Leoni, altro think tank del pensiero lib, avamposti a Torino e Milano.
Non e’ finita.
Perche’ a “sinistra” s’e’ fatto le ossa (sic) Giuliano Da Empoli, gia’ al timone di Marsilio Editore, nel curriculum la presenza nel cda della Biennale di Venezia, oggi assessore alla cultura nella giunta Renzi che governa Firenze. Allo stesso rottamator Matteo – sembra – piaccioni i progetti «innovativi», «per una politica diversa» e bla bla continuando dei Monteprezzemolo boys (e il Comune di Firenze ha dato disco verde ai lavori per il tram veloce di un’impresa che potra’ portar propellente al Nuovo Progetto).
Dalla Toscana al Lazio il salto non e’ poi cosi’ lungo, ed eccoci alla provincia di Roma guidata da Luca Zingaretti, Pd, che ha pensato bene di stanziare mezzo milione di euro circa di fondi per la “formazione professionale” delle nuove leve che dovranno lavorare nell’Italo superveloce del futuro. Potra’ mai mancare, last but not least, una blogger doc, una conduttrice germogliata rigogliosa alla corte di Michele Santoro?
Certo che no.
E’ Giulia Innocenzi, segretario giovanile Pd mancato: e’ addirittura tra i pochi, selezionatissimi fondatori di Italia Futura.
Passiamo all’organizzazione, alla macchina. Due uomini li abbiamo gia’ visti, gli ex pd Romano e Simoni.
Ma ecco gli altri pezzi forti. Numero uno e’ il gia’ ricordato Carlo Calenda, l’uomo ora fifty fifty tra Montezemolo e Punzo, il sigillo dell’amicizia fraterna tra ‘o pannazzaro Punzo e il pupillo dell’Avvocato.
A lui sono affidate le redini del movimento che in quest’anno dovra’ spiccare il salto verso l’appuntamento poltico del 2013.
Gli potranno dare una grossa mano Simone Perillo (si occupa dello sviluppo territoriale del movimento) e, sotto il profilo delle “pubbliche relazioni”, una sorta di Gianni Letta in salsa montezemoliana, Alberto Stancanelli.
Pezzo da novanta del Palazzo, ex consigliere alla presidenza del consiglio dei ministri, capo di gabinetto alla Funzione pubblica quando era ministro Luigi Nicolais (napoletano, pd, da alcuni mesi al vertice del Cnr), anche Stancanelli ha dovuto occuparsi dei problemi di Napoli, in particolare la monnezza: ai tempi di Guido Bertolaso commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, infatti, venne designato dall’ex capo della Protezione civile (e ora coordinatore in pectore delle truppe berlusconiane da riorganizzare dopo lo tsunami elettorale) per mettere ordine nella giungla di consorzi mangiasoldi: una mission fallita, perche’ ancor oggi i cittadini della Campania hanno sotto gli occhi quello sfascio ambientale ed economico, con la camorra a farla, come al solito, da padrona, e i partiti a spartirsi le poltrone, in un’orgia di sperperi milionari.
Gran consigliori di Italia Futura sara’ infine un altro big dell’establishment amministrativo-finanziario: Mario Ciaccia, per anni braccio destro di Passera al vertici di Imi-Intesa San Paolo, trascorsi come vicecapo di gabinetto del ministro delle Poste nel primo governo Prodi del 1996, l’avellinese Antonio Maccanico.
E’ proprio in quegli anni (siamo nel ’98) che Passera va ad occupare una poltrona che conta, amministratore delegato di Poste (forte, a quei tempi, l’influenza dei finiani, con il bocchiniano Antonio Pezzella nel motore). Consigliere della Corte dei Conti, Ciaccia diventera’ poi capo di gabinetto anche col centro destra berlusconiano (al ministero dei beni culturali con Guliano Urbani). Intanto, il posto di Ciaccia al fianco di Maccanico era stato preso da Antonio Catricala’, ora braccio destro di Mario Monti nel governo dei tecnocrati.
OCCHIO ALLA CASSA
E passiamo alla “polpa”.   Alle casse, ossia all’ossigeno che potra’ vitalizzare Italia Futura e, soprattutto, dar forza e gambe a quel “Cantiere per il 2013” che dovra’ portare sul palcoscenico elettorale le truppe targate Montezemolo. Per metter su le fondamenta, ci vuol poca fantasia, provvedono i soci-amici di Luca nell’avventura del super treno (per ora fortunatissima, capace di produrre una montagna di utili prima ancora di entrare in concorrenza con le Frecce Rosse di Mario Moretti): ossia le grandi liquidita’ di Mister Tod’s Diego Della Valle e di Gianni Punzo ‘o pannazzaro.
Poi, ci saranno i tanti “amici” coltivati ai tempi della presidenza in Confindustria, caso mai oggi vogliosi di mettersi in mostra dopo l’elezione – non gradita, ma comunque digerita – di Giorgio Squinzi al vertice di viale dell’Astronomia (i fans di Luca tifavano per Alberto Bombassei).
Un folto gruppo, quindi, seguira’ i primi gia’ folgorati sulla via di Italia Futura: come Anna Maria Artoni, a capo del gruppo leader nei settori di trasporti e logistica; Massimo Ferrarese, impegnato nel mattone, molto attivo in Confindustria e anche in politica (al timone della Provincia di Brindisi); il gruppo Monsurro’ (pasta) e quello che fa capo alla Coelna (gruppi elettrogeni industriali e marini) di Stefania Brancaccio; quello, armatoriale, riconducibile al salernitano Agostino Gallozzi, per anni al vertice della locale autorita’ portuale.
Passiamo alla banca “amica”. Si tratta della Banca Popolare di Sviluppo, non a caso quartier generale a Nola (sede di Cis e Interporto), creatura di Punzo.
Luca Cordero Di Montezemolo e Caterina Balivo – Copyright PizziLuca
Ha appena presentato il suo bilancio (utile netto per il 2011 a quota 635 mila euro), i 300 nuovi soci (per un totale che arriva a 2.600), le entre’e di peso, i progetti ambiziosi.
Un “pannazzaro” in forma smagliante, orgoglioso dei suoi gioielli coltivati in tempo di vacche magre e critico verso le autorita’ locali e il numero uno di Confindustria Napoli, Paolo Graziano («il prossimo anno invece di investire in locomotive proporro’ ai miei amici di organizzare una corsa campestre», nota malizioso a proposito della America’s Cup).
Antonio Ferraioli (La Doria, grosso gruppo alimentare); Diego Pacella (per il gruppo armatoriale Grimaldi); Carlo Pontecorvo (presidente del gruppo Ferrarelle, che negli ultimi anni ha fatto man bassa di sigle del settore e non solo); l’avvocato Raffaele Ferola.
Dulcis in fundo, l’ex procuratore generale del tribunale di Napoli Vincenzo Galgano, una toga prestigiosa fresca di pensione, come si conviene per le compagini a’ la page.
ADDA VENI’ POMICINO
Ma eccoci alle indiscrezioni sul futuro ormai prossimo. Risulta che buona parte della “cassa” e’ in arrivo dalle falde del Vesuvio.
Non solo quella made in Punzo (la creatura per il commercio al dettaglio, il Vulcano Buono partorito dal compasso di Renzo Piano), ma soprattutto quella targata Paolo Cirino Pomicino, del resto amico storico di Punzo.
La cassaforte si chiama Impresa spa, gia’ destinata a finanziare Fli, e ora pronta ad essere riconvertita sulla via del progetto di Italia Futura.
«Ci sono tanti segnali – commentano a Palazzo Partanna – che portano in questa direzione. Pomicino vuole un suo spazio, l’Udc non gli sta piu’ bene, e quindi e’ lui che puo’ dettare le regole, anche a Casini. O vieni con me da Montezemolo, o resti li’ da solo, col tuo centro che non nascera’ mai».
Cos’e’ Impresa ? Una sigla sbocciata con prepotenza pochi anni fa e diventata in brevissimo tempo una delle star del mattone a livello nazionale e non solo. «Come fece Icla col dopo terremoto – viene ancora osservato – una sfilza di maxi appalti tutti dovuti ai buoni uffici di ‘o ministro che garantiva i flussi prima come presidente della commissione bilancio, ‘o sportello, e poi dal ministero stesso del Bilancio. Tutto facile, appalti a go go per le imprese amiche, le portappalti, come in primo luogo l’Icla».
Stesso copione, ora, per Impresa, ma ancor piu’ “rombante” – per la quantita’ di lavori in portafoglio, nonostante la crisi – e piu’ “manifesta” che un tempo. Se una volta Icla era affidata ai due “amici” Agostino Di Falco e Massimo Buonanno, due geometri che improvvisamente si trasformano in imprendotori multimiliardari, ora Impresa fa direttamente capo a lorsignori: Raffaele Raiola (il mattonaro che a fine anni ’80 ribattezzo’ la Sorrentino Costruzioni tanto cara a Pomicino, levandola e “lavandola” delle custodie giudiziarie dopo i sequestri per camorra), Ludovico e Maria Grazia Greco (rampolli di Vincenzo Maria Greco, l’uomo ovunque di ‘o ministro da sempre), Domenico Chieffo, commercialista di fiducia di Italo Bocchino.
Tra i tanti appalti, come detto prima, Icla s’e’ aggiudicata anche quello – arcimilionario – per il tram veloce che colleghera’ l’aeroporto di Peretola con il cuore antico di Firenze.
Non e’ finita qui. A quanto pare altri bocconi si sono in fase di “cottura” sempre a Napoli.
Dove lo stesso Pomicino e’ tornato in sella, alla guida di Tangenziale spa, con grossi progetti per l’area occidentale e non solo (vedi articolo a pagina 28).
Luca Cordero Di Montezemolo insieme a Umberto Agnelli a metà  anni settanta – Umberto stava per essere senatore della DCLuca Cordero Di Montezemolo insieme a Umberto Agnelli a metà  anni settanta – Umberto stava per essere senatore della DC
Nell’area opposta, quella orientale, sono ormai cantierati i lavori per Naple’st, la creatura di Marilu’ Faraone Mennella e di Antonio D’Amato, storici amici di Pomicino (il padre, Salvatore D’Amato, fondatore della Seda, era tra i finanziatori piu’ assidui della rivista pomiciniana Itinerario negli anni ’80) ed habitue’ anacapresi con la loro villa Damecuta, a un passo dalla maison di Luca.
Del resto, l’ex presidente di Confindustria D’Amato, a poche settimane delle elezioni dello scorso anno, sbalordi’ tutti scoprendosi un cuor bolscevico e invitando a votare De Magistris contro il collega industriale (e coinquilino di palazzo Partanna) Gianni Lettieri.
La torta, per la coppia dorata, si arricchisce dei faraonici progetti – a quanto pare in fase di start – non solo per il costoso restyling del vecchio stadio San Paolo (a proposito, uno degli sperperi dovuti alla gestione allegra del Col per i Mondiali ’90, guidato da Montezemolo), ma anche per la realizzazione del nuovo impianto in partnership con il patro’n del Napoli calcio Aurelio De Laurentiis (che e’ socio di Della Valle e Luigi Abete nella Italian
Dulcis in fundo, i “progetti” di Alfredo Romeo – l’uomo ovunque nella gestione dei patrimoni immobiliari pubblici – per l’area “antica” e fronte porto di Napoli, la cosiddetta “Insula”: Romeo e’ stato il protagonista dell’inchiesta Global Service, finita in flop, nella quale sono stati coinvolti pezzi grossi della Casta, a cominciare dal suo principale referente politico Francesco Rutelli.
Ma l’amico del cuore, comunque, resta sempre lui, ‘o ministro.
E ora – tutti insieme – cosi’ come scoprono un cuore prima bolscevico, poi arancione, sono pronti – armi e bagagli – a catapultarsi sul’Italo che sta sfrecciando a tutta birra.

da Dagospia

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TAGLI SANITA’: “ENTRO FINE ANNO 11.000 STRUTTURE DA ELIMINARE”

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

E’ QUANTO PREVEDE UN DOCUMENTO ELABORATO LO SCORSO MARZO DAI MINISTERI DELLA SALUTE E DELL’ECONOMIA E DALLE REGIONI… A RISCHIO CHIUSURA REPARTI OSPEDALIERI, CONSULTORI, CENTRI DI SALUTE MENTALE, SERVIZI PER TOSSICODIPENDENTI

Nuove difficoltà  e possibili disagi in arrivo sul fronte sanitario, in particolare per gli abitanti delle regioni sottoposte ai piani di rientro per la sanità .
Sono infatti 11mila complessivamente le strutture previste che entro l’anno rischiano di essere tagliate, come i reparti ospedalieri, piccoli o complessi, consultori, centri di salute mentale, Sert per il trattamento delle tossicodipendenze e altro ancora.
I responsabili della Sanità  di Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania Puglia, Calabria e Sicilia infatti, dovranno ridurre il numero delle strutture sanitarie entro il 31 dicembre di quest’anno, secondo quanto prevede un documento elaborato lo scorso marzo dai ministeri della Salute ed Economia e dalle Regioni per il contenimento dei costi.
Nel territorio le strutture sanitarie complesse, previste dagli atti aziendali o da altri provvedimenti regionali e aziendali (riportate nel documento ministero-regioni), sono 6.738 e le strutture semplici 15.793.
Secondo i nuovi parametri dovrebbero diventare 4.917 le complesse e 6.441 le semplici. Il che significa che si dovrebbero eliminare nel territorio 1.821 strutture complesse e 9.352 strutture semplici.
Ciò si traduce, spiega Massimo Cozza, segretario nazionale dei medici della Cgil, “nella possibile riduzione dei servizi sul territorio per i cittadini. Il che è paradossale, visto che ministero e regioni non fanno altro che parlare di potenziare l’assistenza sul territorio e limitare l’afflusso in ospedale.
Ad essere più a rischio invece è proprio l’assistenza territoriale, già  depauperata di personale anche per il blocco del turnover, dai consultori ai servizi di salute mentale, ai Sert per le tossicodipendenze.
In alcuni casi ad essere tagliate potranno essere strutture rimaste finora sulla carta, ma che non vedranno mai la luce, sottraendo di fatto servizi ai cittadini”.
E sui conti della sanità  pubblica peseranno anche, in modo diverso, i risparmi che potranno arrivare con l’operazione legata alla centralizzazione degli acquisti in vista della spending review.
”L’applicazione ragionieristica dei parametri — afferma Cozza — senza tenere contro dei bisogni di salute e senza un confronto sindacale rischia di portare ad una riduzione di strutture e prestazioni. A fronte dei tagli già  subiti dalla sanità  e dei sette miliardi già  programmati, questo documento potrebbe essere utilizzato come un’accetta da chi vuole solo fare cassa senza riqualificare il servizio. Vanno perciò superate le situazioni dove le strutture sono create solo per dare incarichi, in particolare nei policlinici e con medici che a parità  di professionalità  e funzioni reali hanno incarichi diversi”.
E a proposito di incarichi, sempre da questo stesso documento, emerge come i 19 mila primari presenti tra asl e ospedali in tutta Italia siano troppi, e tremila, tra responsabili di reparto e territorio, siano considerati in esubero.
Solo Trentino Alto Adige (-37) e Lombardia (-255) sono al di sotto del fabbisogno, mentre tutte le altre regioni sforano alla grande.
Come ad esempio la Campania, che secondo il documento, ne avrebbe quasi 800 in esubero, o la Toscana con 392, e la Sicilia con 323.
Cifre che però non tornano, secondo le associazioni sindacali di categoria, in quanto basate su criteri poco convincenti. In ogni caso, se così si procederà , potrebbero esserci delle conseguenze anche per i malati.
E’ quanto sostiene il Cipomo (Collegio italiano primari oncologi medici ospedalieri), che teme vengano tagliate le unità  di oncologia degli ospedali.
”L’indirizzo è quello di ridurre i primariati, non solo nelle regioni sottoposte a piani di rientro — spiega Roberto Labianca, presidente del Cipomo — ma anche in altre regioni, come la Lombardia. Se non si sostituiranno i primari oncologi che andranno in pensione, la sensazione è che entro 2 anni il 20-30% dei reparti di oncologia sarà  senza primario e accorpato a reparti di medicina generale”.
In alcune strutture, soprattutto in periferia, “sono già  stati tagliati i primariati e le unità  di oncologia accorpate in una struttura indifferienziata — continua — facendo curare i pazienti in reparti in cui il primario non è un oncologo. E questo non è un bene per le cure”. Anche perchè, aggiunge Mario Clerico, segretario Cipomo, ”negli ultimi 10-15 anni le unità  di oncologia ospedaliere che sono sorte sono diventate un punto di riferimento per i pazienti.
A differenza di altri specialisti — conclude — l’oncologo si prende carico del paziente e continua a seguirlo per anni, anche quando è sano.
Tornare indietro sarebbe un grave errore”.

Adele Lapertosa

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FONDI PUBBLICI PER ATENEO PRIVATO: LA PROVINCIA BAT (BARLETTA, ANDRIA, TRANI) STANZIA 700.000 EURO IN BORSE DI STUDIO PER GLI STUDENTI CHE SI ISCRIVONO ALLA LUM DI CASAMASSIMA

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

RIVOLTA DEI RETTORI: “INTERVENGA IL MINISTERO, NON SI PUO’ SOSTENERE IL MERCATO DI UN’AZIENDA PRIVATA CON SOLDI PUBBLICI”

La pubblicità  non è chiara. Le parole mettono sulla strada sbagliata.
E soprattutto le borse di studio sono selettive: lo Stato paga soltanto se ci si iscrive all’università  privata Lum e non agli altri atenei statali.
“Così non va bene, si prendono in giro gli studenti”. Nel calderone campanilistico della sesta provincia pugliese (“vogliamo un’università  per la Bat!” gridano da mesi politici e comitati vari), è finita ora anche l’istruzione accademica.
L’operazione non ha lasciato però indifferente il resto della Regione: da giorni si è alzata la protesta delle istituzioni e dei sindacati che, chiamando in causa anche il ministero stanno cercando di bloccare o di riportare nei giusti binari l’operazione. “Perchè aprire un’università  non può essere come aprire un negozio”, spiega l’assessore regionale all’Istruzione Alba Sasso.
I fatti: la Lum, la Libera università  mediterranea che ha sede a Casamassima, ha deciso di aprire una succursale nella Bat.
Dopo mesi di lavori, è pronta all’inaugurazione anche la sede individuata tra Andria e Trani.
Palazzo ristrutturato, grande campagna di comunicazione, il magnifico rettore Lello Degennaro (che ben conosce la qualità  dell’università  creata dal padre, essendosi lui stesso laureato nell’ateneo di famiglia) che si presenta sorridente davanti ai microfoni delle televisioni locali per assicurare: “Saremo l’università  della provincia Bat”.
Ecco, questo è il primo punto della vicenda. “Non c’è e non ci può essere nessuna università  nella Bat perchè è vietato” spiega l’assessore Sasso.
Che si rifà  al documento licenziato dal Comitato universitario regionale di coordinamento, un’assise composta dai rappresentanti di tutte le università  pugliesi. “L’iniziativa – si legge – non riguarda, nè può riguardare, l’attivazione di corsi di laurea nè tantomeno di facoltà , e che l’attività  da svolgere a Trani non potrà  comportare erogazione di lezioni, ma solo azioni di tutorato, e che la stessa potrà  essere espletata esclusivamente in favore degli studenti iscritti alla Lum e non di iscritti presso altri atenei”.
La Lum ha lanciato i corsi di Giurisprudenza ed Economia. Ma, come spiega il Comitato, i docenti non potranno nè fare lezioni nè tantomeno gli esami.
Solo tutoraggio, perchè la sede dell’università  rimane a Casamassima.
Nel centro commerciale. “In sostanza – sintetizza la Sasso – la Lum può fare solo il Cepu nella Bat, niente di più”.
Le cose però non sembrano così chiare. Visto che la provincia Bat e i comuni del Patto territoriale nord barese ofantino hanno deciso di stanziare complessivamente 700mila euro da destinare a studenti che si iscriveranno alla Lum. E solo alla Lum. Cioè se uno studente (meritevole o bisognoso) di Trani vuole andare a Bari o a Foggia non prende un euro.
Se si iscrive alla Lum ha a disposizione borse da 2.500 euro ciascuno.
“Non ci sembra legittimo – dicono dal Comitato regionale – l’erogazione da parte di un ente pubblico di somme così rilevanti a favore solo degli studenti che operino la scelta di iscriversi a un determinato ateneo, escludendo, in tal modo, tutti gli altri studenti, in aperta violazione del principio di par condicio”.
“Una scelta di dubbia legittimità  oltre che politicamente inopportuna” attacca il segretario regionale della Uil, Domenico Raimondo. “Non si possono utilizzare fondi pubblici per sostenere il mercato di una azienda privata”.
Sulla questione era intervenuto anche il segretario della Cgil Bat Luigi Antonucci secondo il quale “è paradossale che la Provincia, non più tardi di un anno fa, non potendo far fronte alle spese per l’arredo scolastico, sia andata a caccia di sponsor per comprare banchi e lavagne e oggi, al contrario, decida di spendere questi soldi per far frequentare un’università  privata, di conseguenza finanziandola, a giovani che potrebbero tranquillamente studiare negli atenei e nei politecnici pubblici”.

(da “La Repubblica“)

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ORMAI RIESCE A RISPARMIARE SOLO UNA FAMIGLIA SU TRE

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

RAPPORTO EINAUDI-INTESA: OLTRE IL 46% COMINCIA A INTACCARE RISERVE E PATRIMONIO

È un numero da minimo storico (da quando sono partite le statistiche) quello del risparmio italiano alle prese con la crisi: soltanto il 38,7% delle famiglie riesce ormai a mettere da parte qualcosa, contro il 47,2% di appena un anno fa.
E quasi la metà  degli italiani (46,2%) ha iniziato a intaccare il proprio patrimonio.
Il resto, evidentemente, è rappresentato da chi spende esattamente quanto guadagna.
È la fotografia scattata dall’Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2012, realizzata da Intesa Sanpaolo e dal Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi.
Un sondaggio Doxa ha intervistato 1.053 capifamiglia tra gennaio e febbraio di quest’anno: due mesi, tra l’altro, in cui le aste di lungo termine della Bce sembravano aver ridato un po’ di fiducia ai mercati. Prima, però, della nuova ondata primaverile di vendite.
Secondo lo studio, il 24,3% degli intervistati si è messo alla ricerca di un nuovo lavoro o di una seconda fonte di entrate, e i più colpiti dalla crisi sono i ventenni, le donne, gli esercenti e gli artigiani.
Inoltre, il 55% di intervistati dice di avere sfiducia nelle istituzioni per quanto riguarda la loro capacità  di difendere il risparmio.
Cambiano poi anche le motivazioni del risparmio.
Scende l’acquisto della casa: valeva il 25,7% nel 2004, il 16,2% nel 2007, il 12,7% nel 2011 e cala ulteriormente ad appena il 5,5% nel 2012 (il mattone resta comunque l’investimento che si guadagna il maggior numero di risparmiatori soddisfatti). Toccano invece il massimo le motivazioni ereditarie o di trasferimento di parte della ricchezza ai figli: il 19,5 per cento risparmia per aiutarli, pagar loro gli studi o lasciare un’eredità .
Quanto alle pensioni, la riforma previdenziale è in parte accettata (il 49,5% pensa che sia giusto lavorare più a lungo) ma il 48,9% dichiara che è sbagliato cambiare le regole troppo spesso.
E i giudizi positivi sono più frequenti tra i giovani.
Che comunque sono pessimisti (o realisti, a seconda del punto di vista): il 43,1% si aspetta una pensione pari o inferiore a 1.000 euro al mese e solo il 9,6% ritiene che sarà  superiore a 1.500 euro.
Il saldo tra i giudizi di sufficienza e insufficienza del proprio reddito, che aveva toccato il picco (71,7%) nel 2002–l’anno dell’arrivo dell’euro nelle nostre tasche– scende ora al minimo storico (45,7%).
Nel 2011, inoltre, raggiunge il picco (12,5%, vale a dire uno su otto) la quota di chi guadagna un reddito del tutto insufficiente al mantenimento del proprio tenore di vita. Mentre solo il 15,2% degli intervistati dichiara di non avere avuto alcun impatto dalla crisi.

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TRA BUCHE E VORAGINI: LA RETE STRADALE ITALIANA IN GINOCCHIO A CAUSA DELLA CRISI

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

L’ALLARME IN UN RAPPORTO: “MANUTENZIONE AI MINIMI STORICI, GRAVE RISCHIO PER LA SICUREZZA SE GLI ENTI LOCALI NON INVESTONO PIU'”

Strade ridotte a colabrodi, puntellate di crepe e voragini che mettono in pericolo la sicurezza degli automobilisti, ma soprattutto di chi viaggia su due ruote.
Gli effetti della crisi si riflettono sull’asfalto, dove le «toppe» non bastano più a nascondere i pochi investimenti in manutenzione.
Il quadro della situazione italiana emerge in un rapporto del Siteb, l’associazione italiana dei produttori di bitume e asfalto, che certo può essere un po’ di parte, ma quantomeno fornisce numeri e statistiche.
«La prolungata assenza di investimenti da parte di amministrazioni locali e centrali rischia di compromettere un patrimonio tra i più significativi del nostro Paese», è la conclusione.
Quello stradale, s’intende, che ci portiamo dietro dai tempi dei romani.
Quanto vale? Secondo il calcolo dell’associazione 5.000 mila miliardi di euro per un’estensione totale di 850 mila chilometri.
Ma sono altri numeri a destare preoccupazione: «i lavori di costruzione e manutenzione hanno raggiunto il minimo storico negli ultimi 20 anni», sottolinea il rapporto.
Vuole dire che la produzione di asfalto si è praticamente dimezzata in meno di cinque anni, passando dai 45 milioni di euro ai 29 del 2011.
Per un paese che spera nelle grandi opere per ripartire non è un buon segnale.
«L’italia – prosegue la nota-, è stata fra i primi paesi in Europa a dotarsi di un sistema di moderne autostrade e delle necessarie competenze, degli impianti e delle macchine per costruirle. Negli ultimi anni il Paese si è però fermato e, anzi, ha cominciato ad arretrare fino ad arrivare alla situazione attuale».
Quanto a crescita siamo al palo: «le arterie autostradali sono aumentate di soli 187 km in 14 anni».
C’è da dire anche che non è facile mantenere in salute una sterminata ragnatela di vie secondarie: le comunali extraurbane e urbane secondo il Siteb costituiscono la fetta più grossa della rete e sono le prime ad accusare i tagli ai bilanci delle municipalità . «Dopo gli annunci del ministro Passera sull’avvio di un piano nazionale per le infrastrutture, siamo in attesa di misure concrete», afferma Carlo Giavarini presidente del Siteb, «per mettere in sicurezza le nostre strade che sono state tenute sotto la soglia minima di garanzia».
Con il serio rischio di dover pagare un conto salatissimo.
Fra ritardi e e incidenti la stima della Banca d’Italia è di 40 miliardi di euro, ma restano fuori le innumerevoli richieste di danni da parte di chi cade con lo scooter a causa di voragini e crepe.
Perchè l’asfalto non è eterno: «Dopo 8-10 anni la pavimentazione diventa pericolosa e scomoda, fino a dover essere completamente rifatta dopo 12-15 anni», conclude Giavarini.

Daniele Sparisci
(da “Il Corriere della Sera”)

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