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L’ITALIA RIDIVENTA UNA TERRA DI EMIGRANTI: PARTENZE CRESCIUTE DEL 9%, 50.000 IN UN ANNO

Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

CALANO GLI STRANIERI, BOOM DI FUGHE DI GIOVANI… AL TOP USA, GERMANIA E PAESI NORDICI

Arrivano meno stranieri, partono sempre più italiani.
Stiamo tornando ad essere terra di emigranti?
Leggendo i numeri del XVIII rapporto sulle migrazioni elaborato dalla Fondazione Ismu un dato emerge chiaro: causa crisi, l’Italia è diventata meno attraente tanto per gli stranieri quanto per gli stessi italiani.
Così il primo gennaio del 2012 rispetto a un anno prima il saldo della presenza degli stranieri in Italia è aumentato di appena 27 mila unità , +0,5%.
Crescita zero, se si pensa che negli anni passati gli incrementi erano a colpi di 500 mila persone.
Il declino è iniziato nel 2010 (quando il saldo è planato a 69 mila persone) e non si è fermato più.
Alcuni migranti (70 mila) sono via via divenuti cittadini italiani, uscendo da queste statistiche. Ma in 33 mila l’anno passato sono andati via, in cerca di opportunità  che l’Italia non sa più offrire.
Le stesse che cercano gli italiani i quali, sempre più, staccano biglietti di sola andata: nel 2011 il loro numero è aumentato del 9%.
In 50 mila sono andati a ingrossare le fila degli italiani all’estero, che al primo gennaio erano 4,2 milioni, considerando solo quelli che hanno mantenuto la cittadinanza tricolore.
Ormai a un’incollatura dai 5 milioni e 430 mila migranti, tra regolari e non, che soggiornano secondo le stime Ismu nel nostro Paese.
Le dinamiche dell’immigrazione stanno cambiando. Gian Carlo Blangiardo, responsabile settore statistica della Fondazione Ismu, spiega che probabilmente «è finito un ciclo».
Alla «fase 1» fatta di un’immigrazione impetuosa è «subentrata una fase 2 in cui si assiste a un radicamento del progetto migratorio».
Il dato dirompente, infatti, è che in cima alla classifica dei nuovi arrivi del 2011 non ci sono cittadini stranieri in cerca di occupazione, come accadeva prima, oggi fermi a quota 96 mila e in calo di due terzi rispetto all’anno prima. No.
In cima ci sono i ricongiungimenti familiari, a quota 141 mila seppure in calo di un quinto.
E crescono, seppure con numeri ridotti, gli arrivi per motivi di asilo o con motivazioni umanitarie: da 10 mila sono passati in un anno a 43 mila casi.
Quanto poi agli italiani, il dato dei 50 mila in fuga è sorprendente e dà  un’idea della crisi in corso. Ma non ha raggiunto i picchi, ad esempio, della Spagna, dove il flusso in uscita è dell’ordine delle 3-400 mila persone, come ricorda un altro ricercatore statistico della Fondazione, Alessio Menonna.
«Comunque quella degli italiani non è una replica dell’emigrazione povera che c’era in Italia cinquant’anni fa, ma è la ricerca di opportunità  da parte di chi ha un altro tasso di scolarizzazione», sintetizza il segretario generale dell’Ismu, Vincenzo Cesareo.
Dove vanno gli italiani che alla valigia di cartone hanno sostituito zaino e iPad?
«La sensazione – spiega Blangiardo – è che le grandi mete dei giovani in fuga dalla crisi siano la Germania, il Regno Unito, in parte gli Stati Uniti, un po’ la Francia così come Svezia e paesi nordici in generale».
Più italiani all’estero e meno migranti in Italia: sarà  questo il futuro? Errore.
Ismu prevede che i residenti stranieriaumenteranno di circa 6 milioni di qui al 2041, la loro incidenza sul totale della popolazione passerà  dall’8 al 18%.
Mentre gli irregolari calano del 26%, a quota 326 mila, la comunità  più numerosa è quella dei rumeni (oltre 1 milione), seguita da quelle marocchina (506 mila) e albanese (491 mila).
La densità  più elevata è in Emilia Romagna: 10,3 cittadini extra Ue ogni 100 residenti. I minori sono in decisa crescita: passano dal 21,5 al 23,9% sul totale degli extracomunitari residenti.
Quelli nati in Italia sono 500 mila, il 60%. Nonostante la crisi, cresce l’occupazione straniera, con 170 mila nuovi posti. Ma sale anche il tasso di disoccupazione, dall’11,6 al 12,1%.
Con il tempo aumenteranno anche gli over 65: dagli attuali 100mila a oltre 1,6 milioni nel 2041, fino a 3 milioni nel 2060.
Sono gli effetti della «fase 2», quella di un fenomeno migratorio più maturo e che non a caso vede crescere il numero dei soggiornanti di lungo periodo: due terzi dei 252 mila cittadini non comunitari entrati in Italia nel 2007 risultano ancora presenti con un permesso di soggiorno valido.
E che, commenta Blangiardo, «rappresenta un’opportunità  per aprire un vero discorso di integrazione», soprattutto per chi sul nostro Paese ha fatto una scommessa a lungo termine.

Francesco Spini
(da “La Stampa“)

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AUMENTANO LE RIMESSE DEGLI IMMIGRATI: 39 MILIARDI

Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

LA CRESCITA E’ DOVUTA AD UN AUMENTO DEI FLUSSI EXTRA-UE

Ammontano complessivamente a 39,1 miliardi di euro nell’anno 2011 le rimesse degli immigrati in Ue.
Lo rende noto l’Eurostat, l’istituto di statistiche della Commissione europea.
La cifra comprende sia gli spostamenti di denaro tra paesi dell’Unione europea (intra-Ue27), sia quelli da un paese Ue verso altri paesi non comunitari (extra-Ue27).
Come precisa lo stesso istituto Eurostat, i dati sulle rimesse sono molto difficili da quantificare, in quanto si riferiscono a molte transazioni di piccole dimensioni attraverso una molteplicità  di canali, a volte informali o illegali.
Nel quadro delle rilevazioni statistiche della bilancia dei pagamenti, le rimesse dei lavoratori espatriati comprendono i trasferimenti correnti (in denaro o in natura) da parte dei migranti che vivono e lavorano in uno Stato membro verso altre persone residenti nei paesi dove i migranti hanno precedentemente vissuto.
Le persone che lavorano e vivono in un altro paese per meno di un anno non sono considerati come “espatriati”, ma semplicemente come “non residenti”; le loro transazioni sono quindi registrate nelle statistiche della bilancia dei pagamenti sotto la voce “redditi da lavoro dipendente”.
Così definiti, i trasferimenti dei lavoratori espatriati sono aumentati rispetto all’anno precedente (38,3 miliardi di euro) e del 100% rispetto al 2004 (19,4 miliardi di euro). L’aumento delle rimesse è dovuto principalmente ad una forte crescita dei flussi extra-Ue27, che dagli 11,5 miliardi di euro del 2004 sono passati a 28,5 miliardi di euro nel 2011. I flussi extra-Ue, che rappresentano i tre quarti dei flussi totali, sono aumentati del 150% rispetto al 2004.
Nello stesso arco di tempo, i flussi intra-Ue27 sono aumentati del 35%.
Di conseguenza, la quota delle rimesse extra-Ue27 sul totale delle rimesse è passata dal 59% nel 2004 al 73% nel 2011.
Nel 2007, oltre 80% delle rimesse dei lavoratori espatriati Ue proveniva da quattro principali paesi: Spagna, Italia, Francia e Germania.
Oggi questi paesi rappresentano meno del 70% del totale delle rimesse. Ma sono soprattutto Spagna e Germania ad aver perso peso.
Negli ultimi 5 anni i flussi dalla Francia sono infatti triplicati ne quelli dall’Italia sono aumentati del 25%.

Carlo Caldarini
(da “Redattore Sociale“)

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DIRITTI UMANI: LA CINA RISPONDE CON 5.000 ARRESTI, L’OCCIDENTE FA FINTA DI NULLA

Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

ARRIVANO A MIGLIAIA A PECHINO DALLE PROVINCE PIU’ POVERE: INVECE CHE SFAMARLI LI RINCHIUDONO NELLE TERRIBILI “CARICHE NERE”

Nella Cina che vede crescere la diseguaglianza sociale, per i poveri la vita è sempre più dura: sarebbero infatti migliaia, almeno cinquemila, i cinesi arrestati lunedì 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani.
A riferirlo sono le fonti di Radio Free Asia, che hanno denunciato il fermo e l’arresto nelle cosiddette “prigioni nere”, di migliaia di “petizionisti” o “postulanti”, giunti a Pechino dalle varie province per esporre le lamentele o chiedere diritti, nei confronti del governo centrale.
Nella Cina che ha appena concluso un faticoso cambio politico e che si affaccia ad una nuova stagione, tra crisi economica e bisogno di stabilità  sociale, ogni data “sensibile” diventa un giorno a rischio per i suoi attivisti.
Non solo infatti la giornata mondiale dei diritti umani, ma anche l’anniversario del conferimento del premio Nobel, nel 2009, a Liu Xiaobo, dissidente cinese condannato a undici anni di carcere: oltre agli arresti, infatti, ad alcuni noti attivisti locali sarebbero stato comunicate nuove misure cautelari.
Gli arresti di questi giorni hanno a che vedere con due pratiche tipiche del Paese della Grande Muraglia: la petizione, ovvero l’abitudine — ancora in voga dai tempi imperiali — di recarsi nella capitale per sottoporre al governo centrale le manchevolezze di funzionari periferici, e la conseguente “reclusione” all’interno delle “carceri nere”, hei jianyu in cinese.
Si tratta di strutture detentive illegali, temporanee, spesso al centro della città , dove vengono rinchiusi i “petizionisti” prima di essere rispediti al loro Paese di origine.
Le “carceri nere” sono spesso anonimi palazzi — presenti anche nella città  vecchia di Pechino — e costituiscono un motivo di grande imbarazzo per il governo cinese, come quando ne venne scoperta una in pieno centro nella capitale, dalla reporter di al Jazeera, successivamente espulsa dalla Cina.
Il paradosso è che proprio una settimana fa centinaia di persone erano state rilasciate dalle carceri nere, lasciando intendere ad un primo gesto distensivo da parte del nuovo Imperatore Xi Jinping, segretario del Pcc, capo delle forze armate e da marzo anche presidente della Repubblica Popolare, nei confronti delle persone che in Cina protestano.
I petizionisti, del resto, molto spesso sono povera gente che arriva dalle province più remote della nazione per denunciare mancati pagamenti di infortuni sul lavoro o fenomeni di corruzione di funzionari locali.
Si tratta di poveracci, per la prima volta a Pechino, spesso catturati appena mettono il piede giù dal treno e rispediti in modo quasi sempre energico nelle proprie regioni di origine.
Si tratta di un fenomeno in crescita, date le attuali condizioni economiche del Paese. Se infatti i dati di novembre hanno indicato una produzione industriale in crescita (10,1%), recenti ricerche condotte da enti universitari cinesi hanno sancito due dati preoccupanti per il Dragone: il coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza economica di uno Stato, è salito allo 0,61% (la media è 0,4), mentre la disoccupazione reale sarebbe all’8,1%, cifra che doppia quella fornita ufficialmente dalle autorità , mentre l’inflazione sale al 2% confermando la sensazione di un aumento vertiginoso del costo della vita in Cina, specie nelle grandi città  (a Pechino i prezzi delle case arrivano ormai a 6mila euro al metro quadro).
Alla nuova commissione permanente quindi un compito molto arduo: ancora prima di chiedersi quali saranno le riforme politiche ed economiche, la richiesta è quella di consentire al Paese di tenere.
Tra rivolte e proteste, infatti, la tensione sociale in Cina è palpabile e rischia di tramutarsi in un grave impiccio per il Partito comunista, teso a ristabilire quel rapporto che sembra ormai perduto tra i suoi leader e il tanto decantato “popolo”.
Stando però alle prime avvisaglie, i metodi di Xi Jinping non sembrano discostarsi da quelli dei suoi predecessori: la repressione rimane lo strumento migliore, ad ora, per il controllo sociale in Cina.

Simone Pieranni

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