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BERLUSCONI PENSA AL NOME NEL SIMBOLO, MA IL FIGLIO IN LISTA DIPENDE DAL 10 APRILE

Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile

IL CAV NON E’ PIU’ CAV… ANGOSCIA E PAURA LO PARALIZZANO…E QUELLA FRASE DI BETTINO: “IL PROSSIMO SARAI TU”

E adesso il 10 aprile fa davvero paura.
Quando Silvio Berlusconi accoglie lo stato maggiore del suo partito è un fiume in piena: “Io sono un cittadino che non ha fatto nulla contro il proprio paese, mi stanno facendo passare come un delinquente. Perseguiranno l’obiettivo di eliminarmi fino alla fine”. Già , fino alla fine.
Il Cavaliere non è più Cavaliere. E non solo come onorificenza. Per la prima volta sente sulla sua pelle la sensazione che il declino è iniziato. Personale. Politico.
Perchè il giorno dopo l’interdizione la frana di Forza Italia è iniziata.
Risuona, sinistra, nella sua mente quella frase che più volte gli disse Bettino Craxi da Hammamet: “Il prossimo sarai tu”.
Restano assai colpiti i capigruppo Brunetta e Romani, chiamati insieme a Verdini, Gianni Letta e Niccolò Ghedini a discutere di candidature per le europee a palazzo Grazioli.
Berlusconi li accoglie più come amici con cui sfogarsi e condividere l’angoscia del 10 aprile che come dirigenti del suo partito.
Adesso che la testa è fissa su quella data è tremendo pensare che da quel giorno non ci saranno più riunioni di questo tipo: “Non gliene frega niente delle candidature alle europee” racconta chi ha accesso a palazzo Grazioli.
Il punto di caduta sarà  che i big saranno tutti candidati, a partire da Raffaele Fitto, perchè se non corrono quelli che hanno i voti si rischia grosso.
Ma per ora non si può dire, altrimenti viene depotenziata la battaglia simbolica su Berlusconi capolista.
Per questo l’ufficio stampa smentisce la notizia data dall’Ansa sui nomi dei capilista: Fitto al Sud, Tajani al centro, Brunetta nel Nord Est e Toti nel Nord Ovest.
Ma non è questa la priorità  del Cavaliere. È la perdita della libertà  l’unico pensiero. Ogni giorno è un passo verso la fine, umiliazione dopo umiliazione.
Ieri interdetto, oggi non più Cavaliere. Domani chissà : domiciliari o servizi sociali. Con l’impossibilità  di parlare all’esterno, agire, fare la campagna elettorale.
È questo che condivide con i suoi. Perchè per la prima volta il “piano B” non c’è. L’unica certezza è la necessità  di mettere il nome “Berlusconi” nel simbolo per evitare che si realizzi lo scenario che prefigurano i sondaggi riservati, con Forza Italia al 17 per cento: “Sotto il 20 — trapela da palazzo Grazioli – si disintegra il partito”.
Ma la certezza riguarda la necessità , non la realizzazione.
Il rischio è che vengano annullate un bel po’ di voti a causa di elettori che scrivono “Berlusconi” sulla scheda”.
La soluzione sarebbe mettere un Berlusconi in lista. E qui si complica tutto dannatamente.
Perchè l’ex premier vorrebbe tenere i figli alla larga della politica: “Io — ha ripetuto ai suoi — non voglio far passare a loro quello che sto passando io”.
Anche perchè la sola ipotesi di un Erede ha prodotto la grande faida.
Con quelli di primo letto che non vogliono Barbara, “la figlia di Veronica”, che è però quella che funziona di più.
E Marina, su cui pure il Cavaliere ha fatto i suoi sondaggi, non è spendibile nell’era Renzi.
In un clima tragicomico dalla Corte viene spifferato anche il nome di “Pier Silvio”, come soluzione “terza”.
La verità  è che tutto dipende da come andrà  il 10 aprile. La discesa in campo di uno dei figli è legata alla totale perdita di agibilità : domiciliari o servizi sociali “veri”, allora figli in campo.
Nella confusione del fine impero, ora che per la prima volta il marchio non garantisce tutti, parte la corsa a improvvisate scialuppe.
E così succede che una prudente come Mariastella Gelmini dichiari che un Berlusconi sarà  in lista. Per essere smentita poche ore dopo da Giovanni Toti, all’uscita del vertice a Grazioli: “La famiglia ha sempre smentito e a me non risulta”.
C’è una confusa ansia di posizionarsi nelle mosse di un partito che teme il precipizio. Parole ripetute per decenni paiono aver perso appeal, tutto d’un colpo: “Continuerà  a guidare i moderati” assicura Toti.
Ma da quelle parti sono troppo esperti di comunicazione per non capire che stavolta non è come le altre.
Renzi è giovane, dà  l’idea di futuro, ha consenso.
Berlusconi ha il doppio di anni, appare come il passato.

(da “Huffingtonpost”)

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“CHE TAGLI VOLETE FARE A CHI GUADAGNA 1300 EURO AL MESE?”: L’ULTIMO INSULTO ALLE FORZE DELL’ORDINE

Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile

UN CARABINIERE PRENDE 1300 EURO AL MESE, IN SVIZZERA QUATTRO VOLTE TANTO… IL COMANDANTE DELLA GDF: “LA SPENDING REVIEW L’ABBIAMO FATTA DA SOLI”

Quanto vale affrontare un contrabbandiere deciso a buttarti fuoristrada con il suo suv, o ingaggiare un conflitto a fuoco con i killer della mafia?
Per le donne e gli uomini delle forze dell’ordine, che della difesa del loro Paese hanno fatto una ragione di vita, per tutto questo bastano 1300 euro al mese.
Tanto prende un poliziotto, un carabiniere o un militare della Guardia di Finanza.
E in epoca di spending review, sentire parlare di «tagli», «risparmi» e «superstipendi» brucia a chi tutti i giorni si gioca la vita sulla strada. E qualche volta la perde.
Così può accadere che un ufficiale e gentiluomo, come il Comandante Generale della Guardia di Finanza, il Generale di Corpo d’Armata Saverio Capolupo, trovandosi in Senato per riferire sui risultati alla lotta all’evasione fiscale, si voglia togliere un «sassolino» dalla scarpa.
«Stipendi d’oro? Spending review? – ha detto ieri Capolupo davanti ai senatori – noi siamo diecimila in meno di quelli che dovremmo essere. Il massimo che guadagna un Generale di corpo d’Armata, al vertice della carriera, sono cinquemila euro al mese. Cosa altro si può tagliare?»
Effettivamente andando ad «investigare», visto che si parla di «comparto sicurezza», sugli stipendi degli italiani in divisa, rispetto ai loro omologhi europei, la situazione appare decisamente squilibrata.
In base ad una ricerca effettuata da Il Tempo, infatti, lo stipendio-base di un poliziotto, carabiniere o militare della Guardia di Finanza appare il più basso dei Paesi del blocco centrale europeo.
E non è che in Italia la vita costi meno che in Germania o nel Regno Unito.
Un carabiniere italiano prende circa 1.300 euro netti al mese contro i 1.750 del «Soldat» tedesco, i 1.400 dell’Agent B, il «bobby» londinese.
Se poi andiamo in Svizzera… una guardia al primo incarico può mettersi in tasca l’equivalente di più di 5.300 euro al mese tondi tondi.
Nulla che possa realmente ripagare l’impegno di uomini e donne che tutti i giorni rischiano la vita. Ma comunque un riconoscimento, quello degli altri Paesi, che appare più commisurato al servizio reso.
Se poi nella tabella elaborata da Il Tempo si passa dai semplici agenti ai vertici viene sbugiardato chiunque parli di «maxistipendi» nel comparto sicurezza.
Se un Generale di Corpo d’Armata italiano, come rilevato dal Comandante Generale della Gdf, prende 5.000 euro al mese, il suo alter ego tedesco, un Generalleutenat può contare su oltre 7000 euro netti mensili, un capo della polizia del Regno Unito oltre i 9.000 e un Capo della Polizia in Svizzera, dove evidentemente amano esagerare, prende, addirittura, quasi 15.000 euro netti mensili.
Scendendo a livello intermedio, cioè quello di un commissario, per l’italiano ci sono circa 2.500 euro netti mensili, per l’Oberst tedesco c’è più del doppio, 5.500 euro al mese, altrettanti per l’inglese e più di 11.000 per lo svizzero.
E c’è da precisare che gli stipendi dei dipendenti pubblici italiani sono fermi, congelati, bloccati dal 2010 e anche per chi viene promosso la retribuzione resta tale e quale.
Alla faccia della meritocrazia. Un bravo ufficiale o sottufficiale che per i suoi meriti viene promosso… becca sempre lo stesso stipendio.
Si capiscono bene, allora, le parole misurate, ma ferme, del Generale Saverio Capolupo che ieri, davanti alla VI Commissione Finanze e Tesoro del Senato della Repubblica, ha detto che la Guardia di Finanza la sua spending review l’ha già  fatta con la chiusura di 72 reparti, intervenendo sui comparto aereo e marino e rivedendo tutte le locazioni. «Cosa altro possiamo chiedere – ha domandato ai senatori Capolupo – a chi guadagna 1.300 euro al mese?»
E già  che c’era ieri il numero uno della Gdf si è tolto anche un altro paio di sassolini dalla scarpa. Uno ha riguardato i tanto sbandierati blitz antievasione.
Quelli, per intenderci, nelle località  vip della Penisola.
Interrogato sull’argomento dal senatore Franco Carraro (l’ex sindaco di Roma) Capolupo ha messo in chiaro che «noi di blitz non ne facciamo.
A Cortina d’Ampezzo e a Capri, non c’eravamo. Anzi – ha aggiunto il Generale – c’eravamo, ma con discrezione, in borghese, come abitudine del Corpo.
Ma posso parlare per noi. Se poi altri enti sono intervenuti non posso rispondere per loro, anche se la stampa ha scritto che i blitz li abbiamo fatti noi. Ma questo non risponde al vero».
E ha anche evidenziato come la Guardia di Finanza ancora oggi non ha accesso a tutti i database per veloci e corrette indagini fiscali.
Incredibile ma vero.

(da “il Tempo”)

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CHE CI FA LA PORTAEREI “CAVOUR” A DAKAR CON LUISA CORNA?

Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile

PIU’ CHE LA PISTA DI UNA PORTAEREI SEMBRA IL PALCO DI SANREMO CON LA CORNA CHE CANTA L’INNO E L’ORCHESTRA CHE SUONA…E INTORNO UNA FIERA GALLEGGIANTE

Strano show quello organizzato lunedì sera sulla nave Cavour attraccata nel porto di Dakar, in Senegal: un po’ avanspettacolo, un po’ rassegna bellica.
Con contorno di Nutella.
Di sicuro contribuirà  alle polemiche sulle spese militari italiane. E sull’utilizzo delle nostre navi da guerra: mentre la portaerei Garibaldi viene destinata alla vendita, la sua sorella maggiore Cavour viene utilizzata come una sorta di fiera galleggiante.
Con una spesa di trenta milioni di euro, di cui il 35 per cento a carico dello Stato.
Ma tra gli italiani presenti a bordo qualcuno è rimasto interdetto. Non ha gradito. E ha cominciato a far circolare le notizia e a protestare.
Già  l’invito aveva suscitato qualche perplessità . Nell’elegante cartoncino inviato dall’Ambasciata italiana in Senegal c’era un dettaglio per lo meno curioso: “Abiti da sera o militari”.
Insomma, a bordo si sono presentati signore in abito da sera tutte ingioiellate, uomini in smoking e soldati in divisa. Uno strano miscuglio.
Era soltanto l’inizio: “A bordo ci siamo trovati davanti una specie di mercato”, racconta uno degli ospiti.
Aggiunge : “Ci aspettavamo di trovare soldati, ma c’erano soprattutto gli stand di un sacco di imprese italiane. Alcune pubbliche, tante private. Un miscuglio strano, dalla Ferrero che fa la Nutella alla Beretta che produce pistole e fucili. Poi Pirelli, Ferretti e Federlegno, ma anche Finmeccanica con i suoi elicotteri”.
Così, qualcuno ha chiesto informazioni: “Abbiamo scoperto che la Cavour – racconta un invitato – è partita dall’Italia il 13 novembre per una specie di tour promozionale di prodotti italiani mischiato con un’iniziativa umanitaria. In tutto sono 146 giorni di navigazione per diciottomila miglia”.
I dettagli aggiungono perplessità .
La nave ha toccato sette porti del Golfo Arabo e tredici africani: Arabia Saudita, Gibuti, Emirati Arabi Uniti, Barhein, Kuwait, Qatar, Oman, Kenya, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria. Tutto chiaro? “Mica tanto”, storce il naso più d’uno.
“Primo perchè stiamo parlando di pubblicità  di armi anche in paesi non proprio democratici, talvolta in condizioni di conflitto”.
Non solo: “C’è l’aspetto delle spese”. Si scoprono così interrogazioni presentate da Sel e M5S che raccontano: ogni giorno di navigazione costa 200mila euro, i 1.200 membri di equipaggio all’estero arrivano a essere pagati 180 euro al giorno.
Totale: la spesa prevista per la spedizione era di venti milioni, che potrebbero diventare 33.
Di questi il 65% a carico delle industrie sponsor, il restante 35% (circa dieci milioni) a carico dello Stato
Insomma, un’operazione commerciale che tra un discorso della Croce Rossa (che poi va a curare i feriti) e un concerto cerca di vendere tecnologie militari (che poi magari serviranno per le guerre) prodotte da società  per azioni, anche se alcune di proprietà  dello Stato.
Poco importa che l’Italia sia in “buona” compagnia: la spedizione della Cavour (che anni fa aveva fatto un’analoga crociera in Sud America) è stata organizzata in fretta e furia per precedere quella della portaerei concorrente dei cugini francesi.
La missione “Sistema Paese in Movimento” contro la “Bois Belleau”.
“Certo, c’è l’aspetto umanitario, ma a noi dava ancora più fastidio perchè pareva quasi far da paravento a quello commerciale e bellico”, è la critica di diversi ospiti.
Non solo. Qualcuno si è preso la briga di chiedere che cosa ha caricato la Cavour nella stiva: 30.000 chilogrammi di pasta, 50.000 di farina, 18.000 di pomodori pelati, 27.000 litri di acqua in 54.000 bottigliette e 12.000 litri di vino.
Frutta e verdura fresca, mozzarelle e panettoni (6.000 le razioni di emergenza).
La tipica dotazione di una nave da guerra.

Ferruccio Sansa

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SPESE PAZZE SARDEGNA, CONTESTATI ALTRI 45.000 EURO ALLA SOTTOSEGRETARIA BARRACCIU

Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile

AVREBBE UTILIZZATO PER FINI NON ISTITUZIONALI SOLDI DESTINATI AL PD

Si allarga l’inchiesta della Procura di Cagliari sulle spese compiute dal sottosegretario della Cultura, Francesca Barracciu, quando era consigliere regionale.
Oltre ai 33 mila euro iniziali – come riporta il quotidiano l’Unione Sarda – ora gli investigatori del pubblico ministero Marco Cocco contestano spese per altri 40-45 mila euro.
Soldi destinati al Gruppo del Pd che l’ex consigliere avrebbe utilizzato, secondo l’accusa, per fini non istituzionali.
Barracciu, infatti, è coinvolta nell’inchiesta-bis sui fondi che vede indagati una quarantina di consiglieri di vari Gruppi regionali delle due precedenti legislature.
Altri 19, del Gruppo misto, invece, sono a processo per peculato dopo l’esito della prima indagine ed uno è già  stato condannato.
Venerdì scorso il sottosegretario era stato interrogato a Cagliari in gran segreto negli uffici della Polizia giudiziaria, accompagnata dagli avvocati Carlo Federico Grosso e Giuseppe Macciotta. In totale, adesso, le presunte spese illecite dell’esponente Pd sfiorerebbero gli 80 mila euro.
In corso accertamenti della Procura, inoltre, fra quanto dichiarato dalla Barracciu nel primo interrogatorio ed i riscontri segnati dalla sua carta di credito.
L’ex candidata alla Presidenza della Regione, poi ritiratasi dopo la notizia dell’inchiesta, avrebbe giustificato le prime spese con spostamenti nell’Isola in nome e per conto del Gruppo del Pd.
In realtà  gli investigatori della Procura, seguendo le strisciate della carta, potrebbero contestare quella ricostruzione.
Anche per questa ragione il pm Marco Cocco si avvierebbe a chiudere rapidamente l’indagine con la possibile richiesta di giudizio immediato: procedura che il codice prevede quando esiste l’evidenza della prova.

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IL RITO DELLO SCIOPERO DEI TRASPORTI: I CITTADINI PAGANO LO SFASCIO DEL SETTORE

Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile

DA SETTE ANNI NON C’E’ ACCORDO SUL RINNOVO DEL CONTRATTO… ALLA BASE LA   CRISI DI UN SETTORE CHE SI REGGE PER IL 50% SU CONTRIBUTI PUBBLICI TRA SPRECHI E CLIENTELE

Linee della metro chiuse. Attese prolungate alle fermate degli autobus. Clacson e traffico in tilt, sia in centro che in periferia.
Per quello che ormai sembra un rituale dei giorni nostri: lo sciopero del trasporto pubblico locale.
Nodo del contendere? Il contratto nazionale degli autoferrotranvieri, scaduto alla fine del 2007. Sul suo mancato rinnovo, che coinvolge circa 110mila lavoratori, pesa la situazione di sfascio del settore.
E lo stallo crea disagi dove le aziende di trasporto sono in forte rosso, come a Roma. Ma anche in città  come Milano, dove l’Atm è in utile.
Oltre sei anni di trattative, ma sul contratto nazionale nessun accordo.
Finora non sono bastati più di sei anni perchè un accordo venisse raggiunto tra i sindacati e le associazioni datoriali Asstra e Anav, che riuniscono le aziende del trasporto pubblico locale, sia quelle partecipate dagli enti locali, che quelle private.
Il problema sono sempre loro, i soldi.
La crisi ha limitato le risorse pubbliche messe a disposizione del settore, che proprio dai contributi del governo è fortemente dipendente. E la malagestione ha fatto il resto. Tanto che “il 40% delle aziende — ha ricordato a fine 2013 l’allora sottosegretario con delega al trasporto pubblico locale Erasmo D’Angelis — è tecnicamente fallito o con indebitamenti record”.
E se le aziende sono in rosso, non hanno denaro sufficiente da offrire nella trattativa per il nuovo contratto. Che quindi — sostengono Asstra e Anav — deve essere autofinanziato dai lavoratori. Ovvero i miglioramenti salariali non devono aumentare i costi aziendali, ma vanno controbilanciati da un aumento di flessibilità  e di produttività .
Più lavoro insomma, una condizione che il sindacato non accetta.
Il contratto lavorativo scaduto prevede una media su 4 mesi di 39 ore alla settimana. “L’unica proposta concreta che ci è arrivata dalle associazioni datoriali — dice il segretario nazionale della Filt-Cgil Alessandro Rocchi — è di portare l’orario a una media di 40 ore settimanali in una finestra allungata a 12 mesi”.
Più produttività  e più flessibilità , appunto.
Inaccettabile per Rocchi, visto che “le 39 ore settimanali sono in linea con i contratti di altre categorie e la media calcolata su 17 settimane garantisce già  una flessibilità  che in altri settori non c’è”. E accusa: “Le associazioni datoriali chiedono che il contratto lo paghino i lavoratori. O in alternativa vogliono soldi dal governo”.
L’ultimo tentativo di arrivare a un accordo è di settimana scorsa.
Attorno al tavolo si sono seduti anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Maurizio Lupi, che per convincere Asstra e Anav a firmare un nuovo contratto ha messo sul piatto lo sblocco di 1,2 miliardi di crediti che le aziende di trasporto vantano verso la pubblica amministrazione.
Le società  potrebbero così risparmiare 120 milioni di interessi all’anno sui debiti fatti con le banche, ma l’offerta non ha riscaldato più di tanto le associazioni datoriali, secondo cui non si tratterebbe di un intervento strutturale, ma solo di un atto dovuto. “La loro unica richiesta è da sempre più soldi pubblici e peggiori condizioni di lavoro”, accusa il segretario generale della Fit-Cisl Giovanni Luciano, che invita le aziende a lasciare Asstra, come ha già  fatto l’Atm di Milano.
“Faremo   il contratto con altri, se alle due associazioni non interessa”, conclude Luciano.
Un settore allo sfascio con poche risorse pubbliche
Per facilitare la firma del contratto, il governo per ora altri soldi da mettere non ne ha. Il fondo nazionale creato nel 2013 per finanziare in modo strutturale la gestione del trasporto pubblico locale è di 4,9 miliardi l’anno.
Per raggiungere il fabbisogno stimato in 6,4 miliardi, le regioni dovrebbero aggiungere una parte dell’ex fondo perequativo, le cui risorse però non sono espressamente destinate ai trasporti e quindi rischiano di essere utilizzate per altri settori.
Secondo le tabelle riportate nel dossier ‘Mobilità  urbana’ della Cassa depositi e prestiti, nel 2013 i finanziamenti pubblici hanno contribuito al 53,6% dei ricavi delle aziende.
Molto di più dell’incasso dovuto ai biglietti (29,5%) e alla vendita di spazi pubblicitari, alla gestione di parcheggi e ad altre fonti di ricavo (16,9%).
L’intervento statale è dunque fondamentale per tenere in piedi la gestione operativa di un servizio, che come la sanità , non si regge da sè. Così come è fondamentale sul fronte degli investimenti.
Per colmare il gap infrastrutturale di reti metropolitane e tranviarie che le città  italiane scontano rispetto a quelle europee, sarebbero necessari secondo l’Asstra 20 miliardi di euro in 10 anni.
Altri 7,5 servirebbero nello stesso periodo per portare l’età  media del parco veicoli su gomma, che in Italia è pari a 11,6 anni, al livello della media Ue (7 anni).
Altri 2 miliardi consentirebbero di adeguare l’età  media del materiale rotabile.
Ma anche qui, le risorse sono insufficienti, visto che dopo anni di investimenti nulli, il governo Letta ha cambiato rotta, ma è riuscito a stanziare appena 500 milioni di euro per il triennio 2014-2016. Troppo poco.
Tanto più che mezzi vecchi significano spese di manutenzione elevate, e quindi costi più alti per la gestione del servizio. Un circolo vizioso da cui non si esce.
“Siamo in una situazione eccezionale in cui molte aziende sono al limite del fallimento — spiega il presidente dell’Asstra Marcello Panettoni —. Non possiamo firmare un contratto che aumenti i costi di gestione. Per questo chiediamo ai sindacati più produttività  e più flessibilità , che noi restituiremo in stipendi”.
Una richiesta che secondo Panettoni vorrebbe dire organizzare i turni in modo che non si verifichino più i casi di aziende dove i lavoratori arrivano ad avere “più di 90 giorni di riposo all’anno, anzichè i 52 stabiliti dal contratto nazionale”.
E vorrebbe dire aumentare le ore di guida: “Su una giornata lavorativa che di solito è di 6 ore e mezza, in alcune città  le ore di guida sono 4 o 5. E’ chiaro che non si possa condurre il mezzo per 6 ore e mezza, ma questa differenza va ridotta”.
Tutte questioni che però sono materia di contrattazione di secondo livello, fa notare dalla Filt-Cgil Rocchi: “Il contratto nazionale non si può sostituire alla contrattazione locale e non può introdurre meccanismi di efficientamento senza che vengano modificati gli accordi aziendali”.
Insomma, per ottenere più efficienza sarebbe necessario mettere mano agli accordi di ogni singola azienda. Cosa che con ogni probabilità  non farebbe piacere ai sindacati locali. Ma per Rocchi il punto non è questo: “Il vero problema è che gran parte delle aziende pubbliche continuano a essere dirette da sottoprodotti della politica locale”.
Dai costi storici ai costi standard
Alla scarsità  di risorse pubbliche si aggiungono gli sperperi degli amministratori delle società . Così si sono incancrenite situazioni come quella dell’Atac di Roma, che in dieci anni ha accumulato perdite per quasi 1,6 miliardi di euro.
Mentre il sistema di distribuzione dei fondi pubblici sembra fatto apposta per alimentare le voragini, dal momento che si basa sui costi storici: le aziende che in passato hanno speso di più, incassano più soldi dallo Stato e non vengono incentivate a diventare più efficienti.
Tale sistema non ferma gli sprechi. E non premia le aziende più virtuose, come Atm, che nel 2012 ha registrato 4,4 milioni di utili e oltre al trasporto di Milano gestisce quello di Copenaghen.
Il ministro Lupi sta così lavorando per introdurre i costi standard, in modo da ripartire i finanziamenti in base ai costi stimati per garantire il servizio in una certa zona.
Con la speranza che questo aiuti a curare i mali del trasporto pubblico locale. Che di certo necessita maggiore efficienza e una migliore programmazione.
In Italia, per esempio, il coefficiente di riempimento del trasporto pubblico locale è del 22%, ovvero tre quarti dei posti sui mezzi di trasporto rimangono vuoti.
Un dato che va confrontato con il 45% spagnolo il 42% francese e il 29% del Regno Unito.
Sulle inefficienze gestionali influisce anche l’elevata frammentazione del settore, che secondo il report della Cassa depositi e prestiti conta più di 1.100 aziende, quasi la metà  delle quali ha meno di sei dipendenti.
I primi cinque operatori inoltre registrano insieme una produzione chilometrica pari al 30% del totale a livello nazionale, meno del 49% corrispondente alla media europea e del 65% raggiunto in Francia.
Da migliorare anche una serie di fattori esterni alla gestione del servizio, come la velocità  commerciale, che per gli autobus italiani è di 20,2 km/h, inferiore a quella di altri paesi, come la Francia (23,7 km/h) e il Regno Unito (24 km/h).
Mezzi più lenti a causa del traffico o della carenza di corsie preferenziali necessitano di un tempo maggiore per coprire la corsa.
Quindi più ore lavorative e più costi.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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“DIMEZZARE IL NUMERO DEGLI F35 ORMAI NON HA PIU’ SENSO”: INTERVISTA A SILVIO LORA LAMIA, DA SEMPRE CRITICO DEL JET

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

“L’AERONAUTICA DI 30 AEREI NON CI FA NULLA, NE SAREBBERO DISPONIBILI   SOLO 5″….”PER L’IMPIANTO DI CAMERI ABBIAMO GIA’ SPESO 800 MILIONI”

Sui cacciabombardieri F35 Jsf era già  in atto in Italia un silenzioso rallentamento.
Nei lotti annuali di ordini contraddistinti dalle sigle “Lrip 8” e “Lrip 9” erano calati da 8 a 5.
Il Canada ha addirittura indetto una nuova gara alla quale ha invitato anche l’Eurofighter, il Rafale francese e il Boeing F/A-18 E/F. I
l ministro della difesa Roberta Pinotti sostiene che all’acquisto si applicano le tre r, “ripensare, ridurre, rivedere”, valide per tutte le spese militari.
Silvio Lora Lamia, ex condirettore di “Volare” e ora collaboratore di punta sui temi dell’aeronautica di “Analisi Difesa”, il più autorevole magazine online di problemi militari, non nasconde un giudizio drastico su un eventuale dimezzamento dei jet.
“Se l’ipotesi è di ridurre la commessa a 45 aeroplani, quella descritta in commissione difesa dal deputato del Pd Gian Piero Scanu, all’Aeronautica ne restano 30, perchè 15, i velivoli a decollo verticale, sono destinati alla portaerei Cavour. L’Aeronautica con 30 aerei non ci fa nulla. Di trenta, tenendo conto della manutenzione, della riserva operativa, dell’inevitabile fermo macchina e dell’aggiornamento, l’upgrade, solo 5 sono sempre disponibili. Neppure uno squadrone”.
Quindi?
“Abbiamo 70 Eurofighter di recente diventati multiruolo, ossia adatti anche all’attacco a terra, che alla fine saranno 96. Gli ultimi arriveranno entro la fine del 2016. Avrebbero dovuto essere 121, ma Larussa ne ha tagliati 25. I vertici dell’Aeronautica però sono innamorati degli Usa. Da decenni c’è un cattivo rapporto con l’industria aeronautica italiana, un rapporto che definirei di sfiducia reciproca”.
Avanti con gli F 35 allora.
“L’innamoramento per l’F 35 è stato assecondato dai governi dal 1998 in avanti, sia di centrodestra sia di centrosinistra. Il ragionamento in sostanza era questo: l’Aeronautica lo vuole, avrà  i suoi motivi, diamoglielo”.
Nonostante le prime delusioni?
“Si è scoperto che gli accordi promettevano alcune cose e che l’attuazione pratica disattendeva. C’era di mezzo il divieto di esportazione di tecnologie avanzate. La Lockheed prometteva, ma il Congresso statunitense, il custode geloso della potenza militare americana, ha detto no. Le tecnologie stealth, che rendono invisibili gli aerei, e quelle di integrazione dei sistemi non sono state trasferite. I ritorni industriali sono stati molti di più con gli Eurofighter, che noi abbiamo progettato, sviluppato, integrato, collaudato. Con gli F 35 non è stato è possibile. I generali li difendono, ma i problemi di una mancata sovranità  militare e industriale restano tutti”.
Con il tempo forse potrebbero attenuarsi.
“La fase iniziale, quella più importante, è negativa per noi”.
L’F 35 ha già  rivelato problemi importanti.
“È noto quello del gancio di arresto nella versione da portaerei. Gli alloggiamenti interni di armamento sono troppo caldi. È stato necessario appendere i missili fuori, sotto l’ala, e così lo stealth, l’invisibilità , va a farsi benedire. Sono problemi inspiegabili. Derivano da strani sbagli di impostazione. Le ruote dei carrelli degli aerei a decollo verticale si sono subito sgonfiate. I timoni posteriori si sono incendiati alla prima accensione del postbruciatore del motore, quello che si aziona quando si deve andare a tutta manetta. L’aeroplano è molto complesso. Racchiude in sè tre versioni. È stealth, dovrebbe essere invisibile davanti e dietro, ma con quel po’ po’ di motore non lo è ai sensori di infrarosso nella parte posteriore. Le versioni non a decollo verticale soffrono di questo problema. La manutenzione è complicatissima. C’è un sistema informatico pazzescamente complesso. L’F35 è coperto di sostanze antiradar che rendono la manutenzione costosa”.
C’è stata polemica sui costi.
“Viene sempre citato il Fly Away Cost, ma va aggiunto tutto quello che serve per mettere l’aereo in linea. Così si passa da 100 milioni di euro ad almeno 180”.
Torna la prima domanda. Che fare adesso?
“Io credo però che sia troppo tardi per tirarsi indietro. Solo per l’impianto di Cameri (ndr. una linea di assemblaggio finale e di produzione delle ali, l’unica che non si trova negli Usa) sono già  stati spesi 800 milioni di euro”.

(da “Huffingtonpost“)

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RENZI SPINGE D’ALEMA VERSO LA CARICA DI COMMISSARIO EUROPEO

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

“IL MIO GOVERNO MANDERA’ GLI UOMINI PIU’ FORTI NELLE ISTITUZIONI EUROPEE”

“Non mi interessa l’archeologia, mi interessa il futuro. Io voglio fare politica”. Lo ammette Massimo D’Alema. Senza reticenze.
Un interesse che Matteo Renzi, accanto a lui, ha il potere di soddisfare.
Candiderà  alle elezioni europee il Lìder Maximo? “Per le liste, deciderà  il Pd”, dice. Poi non senza un giro di parole che tradisce qualche imbarazzo: “Contestualmente credo che per i livelli di guida delle istituzioni europee dovremo mandare in Europa le persone più forti che abbiamo: e qui parlo da premieri”.
Tra le righe, ma lo dice: candiderà  D’Alema a commissario europeo.
Da un anno e mezzo i “carissimi nemici” si combattono, si riappacificano, si combattono ancora più duramente.
Ma adesso è il momento del patto, quello pubblico.
La location è il Tempio di Adriano a Piazza di Pietra, l’occasione la presentazione del libro dell’ex premier, “Non solo euro”. In prima fila, Alfredo Reichlin e un Walter Veltroni in questo momento decisamente ai margini, una platea piena delle varie minoranze Pd.
“Chi dice più Europa perde le elezioni, chi dice meno Europa sbaglia. Ci vuole un’altra Europa”, esordisce Renzi, che scopre “preoccupanti” convergenze con D’Alema.
L’altro parte con una dichiarazione forte: “Questo non è un dibattito, noi siamo d’accordo su tutto”. Poi, eccolo lì, si tocca i baffi, marca qualche differenza.
Prima di tutto di linguaggio. In altri tempi sarebbe stato sprezzante , adesso è condiscendente.
“Io lo dico in un altro modo, ma lui – spiegando che metterà  80 euro in più nelle tasche degli italiani – prenderà  più voti”.
Sull’Europa, “ dobbiamo fare “massa critica”, restare uniti anche per “poterle cambiare, non violarle, le regole”.
E dunque: “Io non mi metto dalla parte di quei soloni che dicono che non si può ridurre l’Irpef perchè altrimenti siamo al due virgola qualcosa di deficit anzichè al due virgola qualcos’altro. Cosa ci vogliono fare in Europa? Vogliono riaprire la procedura di infrazione? Questa commissione sta per scadere, quindi ne discuteremo con la prossima”.
Come dire, ci penso io. D’altra parte a inserire il nuovo premier tra i leader europei lui ci ha già  pensato, guidandolo verso il Pse.
L’altro ha colto l’occasione e ci ha portato il Pd senza pensarci due volte.
E adesso, è lo stesso: D’Alema vuole rientrare in gioco, Renzi ha bisogno di qualcuno in Europa con i rapporti giusti per coprirlo ed aiutarlo.
E allora, “il suo programma è realistico”. Sul lavoro? “Non entro nei tecnicismi, ma tu, tu che sei un uomo di sinistra (…nella platea c’è un attimo di disorientamento) devi tener presenti anche la dignità  e i diritti dei lavoratori”.
Un monito che sa tanto di apertura. Notare che non lo chiama quasi mai per nome. Archiviati così un anno e mezzo di lotta dura? Fino a un certo punto.
Renzi legge un passo del libro di D’Alema, con un passo di una lettera a lui scritta due giorni dopo le primarie. In cui questi rivendicava: “Negli ultimi 20 anni l’Italia ha fatto anche benissimo: ha ridotto la spesa pubblica, è stata autorevole nei Balcani e pur nelle divisioni ha prodotto una classe dirigente che ha guidato il Paese e l’Europa”. Insomma, D’Alema non ci sta a fare un tutt’uno del famoso ventennio.
Ma Matteo non molla: “Quando eri segretario dei Ds nel ’97 annunciasti una riforma del lavoro. Non l’hai fatta”.
E in generale, “il centrosinistra sulle grandi riforme ha fallito”.
Indora appena un po’ la pillola: “Va detto che D’Alema ha sempre continuato a parlarmi, anche quando lo attaccavo. Erano i dalemiani e i dalemini a non farlo”.
A D’Alema tocca starci. L’Europa è vicina.
E non a caso esordisce con una citazione dall’incontro tra il premier con la Merkel: gli regala la maglia di Totti.

Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)

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PORTAEREI E FREGATE, SOLDI A MARE

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

LA GARIBALDI E’ IN VENDITA, MA PER LA MARINA C’E’ UNO STANZIAMENTO DI SEI MILIARDI CHE FA GOLA

Le due portaerei Garibaldi e Cavour, orgoglio e vanto della marineria italiana, in questo momento non sono operative.
La prima, la Garibaldi, avendo ormai spesso bisogno di manutenzione a causa dei 33 anni di navigazione alle spalle, si trova nel cantiere di Taranto dove decine di operai le stanno rifacendo il trucco forse anche per rimetterla al meglio in vista della vendita.
Si dice che la marina militare dell’Angola sia molto interessata all’affare.
La seconda portaerei, la Cavour di cui ancora non sono stati ultimati gli allestimenti, in particolare le difese elettroniche, nonostante sia stata varata 5 anni fa, naviga tranquilla lontano migliaia di chilometri dalle coste italiane, nei mari dell’Africa occidentale proseguendo in quel suo contestato giro del mondo in versione supermarket galleggiante voluto dal ministro della Difesa del governo precedente, Mario Mauro.
Sul ponte e nei saloni ospita una specie di fiera delle armi, dai sistemi elettronici Selex (gruppo Fin-meccanica) ai mitra e ai fucili Beretta, tanto da somigliare a un piccolo Le Bourget ambulante, facendo cioè il verso a quella gigantesca kermesse allestita ogni anno sulle piste del vecchio aeroporto nei dintorni di Parigi dove viene esposto il non plus ultra degli strumenti di morte più micidiali.
In teoria, quindi, in caso di necessità , l’Italia non potrebbe fare affidamento sulle due punte di diamante del sistema difensivo marittimo
Questo nno vuol affatto significare che la Marina militare italiana tra le tre armi sia la Cenerentola, anzi.
A giudicare da tutte le attenzioni che la circondano, mai come in questo momento la forza marittima gode di una posizione privilegiata, frutto di una serie di congiunzioni favorevoli che la lanciano come l’Arma per eccellenza.
Prima di tutto il capo di Stato maggiore della Difesa, cioè di tutte e tre le forze armate, Luigi Binelli Mantelli, è un ammiraglio e quindi sicuramente conserva nel cuore un qualcosa in più per la sua arma di provenienza.
Seconda congiunzione: il capo della Marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ha stabilito un ottimo rapporto con Roberta Pinotti fin da quando questa era sottosegretaria alla Difesa, un’intesa che ha mantenuto e rinforzato ora che è diventata ministra.
Terza congiunzione favorevole: la Pinotti è di Genova e quindi molto sensibile alle esigenze delle industrie della sua città , a cominciare da Fincantieri, il gruppo statale con la testa a Trieste, ma la produzione di navi militari proprio nel capoluogo ligure.
Questo intreccio di fattori ha già  dato i suoi frutti.
Intanto prosegue il programma di acquisto di 4 sottomarini della classe U 212 (Todaro) costruiti in collaborazione con la Germania e per i quali l’Italia ha previsto di spendere quasi 2 miliardi di euro da qui al 2020.
Il colpo da maestro pro Marina risale però a circa tre mesi fa quando, in occasione dell’approvazione della legge di stabilità , proprio la forza navale è riuscita a farsi trattare in guanti bianchi.
Nel testo è stato inserito un emendamento caldeggiato dall’ammiraglio De Giorgi che a forza di pianger miseria è riuscito a convincere l’allora sottosegretaria Pinotti che lo stato della flotta militare è pietoso data la sua vetustà  e quindi bisognava provvedere in fretta.
Con un voto bulgaro è stato concesso alla Marina uno stanziamento monstre di circa 6 miliardi di euro in un quindicennio, una cifra di tutto rispetto in un momento di crisi come questo.
Soldi che serviranno per la costruzione di nuove navi.
A beneficiare di questo gigantesco programma navale sarà  ovviamente l’unica industria nazionale in grado di tener testa all’impegno, la genovese Fincantieri guidata da Giuseppe Bono, vecchia volpe delle partecipazioni statali di una volta.
Appena approvato l’emendamento, ha ripreso a veleggiare spedita l’ipotesi di quotare Fincantieri in Borsa prima dell’estate.
Sul mercato sarebbe messa una minoranza azionaria del gruppo che, è facile immaginare, andrebbe a ruba, trainata dalla certezza che nei prossimi anni non mancherà  il lavoro grazie alla megacommessa della Marina.
Non è ancora chiaro che tipo di navi saranno costruite. Lo deciderà  il Parlamento, sempre che il presidente Napolitano non ritenga di far valere come ai vecchi tempi le prerogative del Consiglio supremo di Difesa.

Daniele Martini

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LA PINOTTI IN RETROMARCIA SI DICE “FRAINTESA”: E FRENA SUL TAGLIO DEGLI F35

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

“IL MIO ERA UN RAGIONAMENTO COMPLESSIVO”… SMENTITO ACCORPAMENTO POLIZIA-CARABINIERI… “COME SI FACCIA A RISPARMIARE 2,5 MILIARDI SULLE FORZE DELL’ORDINE SU UN BILANCIO REALE DI 800 MILIONI DELLA POLIZIA, LO SA SOLO COTTARELLI”

Si fa presto a dire: tagliamo gli F35.
Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, in Parlamento ha difeso con veemenza il «suo» bilancio: «Abbiamo un problema di spesa pubblica, è vero. Ma complessivo. Guai se passa l’idea che la Difesa sia un bancomat da cui prelevare liberamente. La Spending review bisogna farla in tutti i settori dello Stato, altrimenti sarebbe una sperequazione».
E i cacciabombardieri della discordia? Renzi non ha già  annunciato un taglio al programma e lei stessa non s’era sbilanciata nello stesso senso?
«Io – scandisce – non ho mai parlato di un singolo programma d’arma. Io faccio sempre un ragionamento complessivo. Prima dobbiamo ripensare la Difesa, poi rivedere i programmi, quindi ridurre». Sono i media che «hanno esteso al singolo programma una valutazione complessiva».
Era prevedibile. La Difesa non ci sta a passare per l’agnello sacrificale della Spending review.
Il ministro ribadisce la sua disponibilità  a nuovi tagli, ma senza dimenticare che una riorganizzazione è in corso, gli effettivi scenderanno da 190 a 150 mila, si rinuncerà  a 385 caserme e basi.
Tutto il resto andrà  discusso. Lo strumento a cui la Pinotti si affida si chiama Libro Bianco. Sarà  un poderoso documento che prenderà  in esame le minacce future per l’Italia e gli strumenti adatti a fronteggiarli.
Dice Pinotti: «Ci impegnerà  i prossimi mesi. Ritengo che sarà  pronto entro dicembre. Non prima, perchè sarebbe la fotografia dell’esistente. Non dopo, perchè c’è l’esigenza di decidere».
E quindi, per come la vede lei, che su questo percorso ha avuto l’appoggio delle commissioni parlamentari e oggi chiederà  la condivisione del Consiglio supremo di Difesa con il Capo dello Stato, è rinviato al 2015 ogni discorso sull’F35, ma anche sull’assetto della Marina, e sui programmi dell’Esercito.
Resterà  deluso il commissario straordinario Carlo Cottarelli, insomma, che sulle spese militari ipotizzava un risparmio di 1,8 miliardi già  nel 2015 e 2,5 nel 2016.
Altre spine per il commissario alla Spending review vengono dall’Interno.
Nonostante la sua cautela («Non si può ridurre il livello di sicurezza, è un settore delicato. Si parla infatti di sinergie tra i diversi corpi. Altri Paesi come la Francia lo hanno fatto») i sindacati della polizia sono scesi in guerra contro il taglio di 300 presidi della Ps.
E non solo loro. Anche il Cocer dei carabinieri ha tuonato: «Per via di una Spending review insensata, l’Arma ha dovuto chiudere, accorpare e rimodulare diversi presidi, ai danni non solo delle comunità  locali ma anche dei carabinieri che vi prestavano servizio».
Per di più s’è sparsa la voce che il governo medita su un accorpamento tra Carabinieri e Polizia. Il governo s’è precipitato a smentire.
Dice il ministro Angelino Alfano: «Quello sull’unificazione dei corpi di pubblica sicurezza è un dibattito che va avanti da decenni: dal mio punto di vista non è mai stata una mia richiesta».
Gli fa eco Roberta Pinotti: «Mai discusso di accorpamento in sede di governo. Non è all’ordine del giorno. Semmai un miglior coordinamento».
Eppure i sindacati di polizia Siap e Anfp attaccano: «Il ministro Alfano non consenta che logiche meramente ragionieristiche dettino l’agenda della sicurezza».
Ricordano: la Ps costa 7,3 miliardi. Tolti gli stipendi, restano 800 milioni per le indennità  di missione, l’ordine pubblico, l’armamento, la formazione, gli automezzi, la benzina, le pulizie, il riscaldamento, la manutenzione, e gli affitti. Come risparmiare 2,5 miliardi in due anni, allora?

Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)

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