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BERLUSCONI: “DA MATTEO IL LIBRO DEI SOGNI”

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

“PER ORA SOLO PAROLE, ASPETTIAMO E VEDIAMO”…. IL PROBLEMA FITTO

«Mi dicono sia stato un super mega show, un libro dei sogni, il ragazzo del resto è bravo con le parole» ironizza Silvio Berlusconi quando in serata gli raccontano della conferenza stampa di Matteo Renzi a Palazzo Chigi.
La diretta tv non l’ha seguita, impegnato per quasi tre ore nel “parlamentino” al piano terra di Palazzo Grazioli per la riunione fiume coi dirigenti pugliesi di Forza Italia, capitanati da Raffaele Fitto
Ai suoi, il Cavaliere consente di sbizzarrirsi nei commenti, lo faranno a ruota tutti, da Toti alla Bergamini, dalla Gelmini alla Bernini.
Ma il leader preferisce tenersi alla larga da qualsiasi commento pubblico, evita accuratamente di infierire sebbene si dica preoccupato per l’ipotesi di aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.
«Aspettiamo, vediamo » si defila. In fondo Berlusconi plana su Roma in mattinata, nelle stesse ore in cui l’Italicum viene approvato alla Camera.
E non nasconde la soddisfazione per quel primo via libera al testo frutto del suo accordo col premier che (per ora) ha retto, nonostante insidie e voti segreti.
Non gli va di infierire, insomma
Alla quarantina tra consiglieri e amministratori pugliesi che lo intrattengono per mezzo pomeriggio, il leader racconta per l’ennesima volta la storia dei «quattro colpi di Stato», della «persecuzione giudiziaria» in questi vent’anni, promette che lui non si farà  da parte e che vorrebbe candidarsi anche alle Europee.
«Anche se aspetto di capire cosa mi dicono i miei avvocati, vedrete che i giudici si preparano a bocciare i nostri ricorsi pur di escludermi dalla competizione e farmi fuori» dice.
Che la sua candidatura sulla carta resta in piedi Berlusconi lo aveva abbozzato anche al vertice ristretto andato in scena qualche ora prima nella sala da pranzo. Commensali: Giovanni Toti, Denis Verdini, i capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta, la portavoce Deborah Bergamini, Simone Baldelli (vicepresidente della Camera).
La scadenza del 15 aprile per le candidature alle Europee ora è diventata prioritaria nel timing di Palazzo Grazioli, sempre dopo la questione che più sta a cuore al Cavaliere: la decisione del Tribunale di sorveglianza sui servizi sociali o i domiciliari ai quali destinarlo per nove mesi.
E il caso che sta diventando di giorno in giorno sempre più ingombrante è quello riconducibile alla candidatura di Raffaele Fitto.
Nel pranzo, alcuni commensali si premurano di far presente quanto sia «inopportuna» una corsa del peso massimo pugliese nella circoscrizione Sud.
La tesi è che bisognerebbe evitare l’exploit elettorale dell’ex governatore, tanto più in una competizione in cui farà  il suo esordio Giovanni Toti, in cui corrono tutti gli eurodeputati uscenti e in cui, giocoforza, non potrà  essere in gara Berlusconi. L’escamotage allora sarebbe la regola della non candidabilità  dei parlamentari nazionali, affidando la decisione ufficiale alla Commissione elettorale del partito da convocare a breve. Berlusconi non ne fa cenno a Fitto alla presenza dei dirigenti pugliesi.
Il deputato, che non è stato tenero con la gestione recente, torna oggi a Grazioli per un nuovo incontro, questa volta a quatt’occhi.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)

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INCIUCIO ITALICUM, SPARISCE IL CONFLITTO D’INTERESSI

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

AMMACCATA IN PARTENZA, LA LEGGE ELETTORALE SFIDA INSODDIFAZIONI BIPARTISAN

L’Italicum è già  in viaggio per il Senato, passato a Montecitorio con 365 sì, 156 no e 40 astenuti. Ma dentro mancano un sacco di cose.
E alcune, a giudicare dai voti che hanno permesso questo impianto finale, non possono che suscitare scandalo.
Infatti, a sentire l’altro giorno in aula Davide Ermini del Pd, si aveva l’impressione di sognare. Perchè l’esponente renziano, nel momento di votare l’emendamento presentato dal popolare Pino Pisicchio sul conflitto d’interessi nella legge elettorale, motivava in questo modo il rifiuto dem di dare il via libera a una proposta di assoluto buon senso: “Il Pd è da sempre a favore del principio del conflitto di interessi, ma non siamo convinti dalle soluzioni proposte dagli emendamenti; e poi, ci par di capire, c’è qualcuno che confonde il tema del conflitto d’interessi con l’ineleggibilità ”.
No, Pino Pisicchio non aveva fatto alcuna confusione nello scrivere un emendamento, peraltro sottoscritto anche da Pippo Civati, che prevedeva l’ineleggibilità  per i titolari legali di aziende concessionarie pubbliche e anche per il proprietario che controlla direttamente o indirettamente l’azienda.
“Mi ero limitato a voler aggiornare una legge del febbraio del ’53, la numero 60, che prevedeva un’incompatibilità  e un’ineleggibilità  parametrata, appunto, al mondo degli anni 50, ma il Pd non ci ha proprio sentito; si sono comportati, insomma, un po’ come nelle elezioni del ’48, quando i democristiani erano terrorizzati dall’idea che Dio li vedesse votare Pci nel segreto dell’urna”. L’emendamento Pisicchio, insomma, è finito al macero e nessuno ripresenterà  il problema al Senato.
“Ma figurarsi — commenta Civati — io non ho proprio votato, visto come stavano andando le cose e la questione del conflitto d’interessi mi pare un’enormità , così come mi pare folle che non venga riproposta al Senato, ma non lo faranno. Io non potevo votare una legge elettorale di cui non condivido quasi nulla. A tutto c’è un limite. E c’è l’articolo 67 della Costituzione che, tra l’altro, consente ai singoli parlamentari di non accettare una decisione soprattutto quando fa quello che non aveva dichiarato di fare (o addirittura aveva dichiarato di non fare) in campagna elettorale. Per me conta ancora qualcosa, anche se ormai è chiaro che si farà  fatica, in questo Paese, anche ad andare a votare”.
In effetti, gli emendamenti sul conflitto d’interessi erano più d’uno, non solo quello firmato da Pisicchio e Civati. Ce n’erano altri tre, uno firmato da Gennaro Migliore di Sel, un altro dell’M5S a firma Fraccaro-Toninelli, e addirittura uno a firma del Pd Valiante che — ovviamente — è finito dritto nel cestino come i precedenti. La questione, da parte di Sel, però non è finita qui.
Al Senato gli uomini di Vendola hanno intenzione di rimettere mano alla legge, “o, almeno — dice Migliore — si tenterà  di farlo”.
Perchè, “in questa legge — prosegue— manca troppa roba. È una legge senza milioni di cittadini, perchè c’è una croce e i chiodi li ha messi Verdini, e sono le liste bloccate e le soglie di sbarramento all’8% che così alte ci sono solo in Russia al 7 e in Turchia al 10 e ciò significa escludere milioni di cittadini; senza la certezza del voto, perchè voti la Lega al nord ed eleggi un leghista con lo 0,1% in Molise, come si fa a concepire un tale flipper?”.
Già , come si fa?

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI: LO SHOCK, L’AZZARDO E LO SPOT

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

A PAROLE ROTTURA CON IL PASSATO, MA CON LE “RELAZIONI” NON SI MANGIA E SENZA FATTI NON CRESCE LA BUSTA PAGA

Non è stato quel mercoledì da leoni che si poteva immaginare. Ma nemmeno quel giorno da pecora che si poteva temere.
In un giorno solo, Matteo Renzi ha incassato un cospicuo «dividendo » politico.
Il via libera della Camera alla riforma elettorale, che con tutti i suoi difetti materiali e costituzionali si rimette comunque in moto dopo otto anni di immobilismo.
Il via libera del Consiglio dei ministri al pacchetto «lasvoltabuona », che con tutti i suoi svarioni tecnici e mediatici indica comunque la volontà  di accelerare la fuoriuscita dalla crisi.
Depurata da un tasso intollerabilmente alto di autocelebrazione retorica e propagandistica – che per troppe volte lo spinge a parlare di «rivoluzione impressionante per l’Italia » e di «passaggio storico incredibile» – il messaggio del premier in conferenza stampa oscilla tra lo shock e lo spot.
Lo shock è evidente. Quando a dieci milioni di poveri italiani a reddito fisso, gravati da almeno cinque anni di saio fiscale, annunci uno sgravio in busta paga da circa mille euro all’anno a partire dallo stipendio del 27 maggio prossimo, l’effetto scossa è garantito.
Equando alle piccole e medie imprese, stremate da cinque anni di recessione in cui sono bruciati 135 miliardi di ricavi, annunci un taglio di 10 punti dell’Irap finanziato con l’aumento delle rendite finanziarie al netto dei titoli di Stato, l’effetto-svolta è assicurato.
Intanto, fai due cose ad alto impatto sociale e perequativo che, se ormai non suonasse così retrò, una volta Norberto Bobbio avrebbe potuto definire con legittimo orgoglio «di sinistra».
Per la prima volta dopo molti anni, dai un segnale immediato alla «povera gente» di La Pira, e sposti finalmente un po’ di tassazione dal lavoro alla rendita.
La rottura rispetto al passato c’è, ed è netta.
Renzi giustamente non vuole ripetere l’errore di Prodi nel 2006 e di Letta nel 2013, dando poco a tutti.
Il «derby» tra lavoratori e imprese, per adesso, si risolve tutto a favore dei primi, e con un piatto non di lenticchie ma di 10 miliardi di euro.
Non importa se le stime sugli effetti delle due misure alternative sono discordanti (secondo il Tesoro tagliare l’Irpef produce uno 0,8% di aumento di Pil, mentre secondo Prometeia tagliare l’Irap fa aumentare il reddito nazionale dell’1%).
Quello che importa è fare una scelta netta. E Renzi la fa.
Ma le buone notizie finiscono qui. Per adesso il presidente del Consiglio lo shock al sistema lo può solo annunciare a parole, e non somministrare nei fatti.
Qui si annida lo spot elettorale.
Nelle novità  anticipate da Renzi, di operativo ed immediatamente esecutivo c’è assai poco. Gli sconti Irpef, così come lo sgravio Irap, «entreranno in vigore dal primo maggio».
Ma questa è solo una promessa, non ancora scritta in alcun provvedimento di legge ma solo nella «relazione» illustrata dal premier ai ministri e poi ai cronisti.
E con le «relazioni» non si mangia, nè si fa crescere nessun netto in busta paga. Quando saranno presentate le misure concrete? Saranno decreti o disegni di legge? Come nella peggior tradizione tremontiana, il premier glissa e rinvia tutto al varo del Documento di Economia e Finanza.
La stessa cosa vale per le altre «grandi riforme ».
Sul fronte politico, il disegno di legge costituzionale che abolisce il Senato non è ancora presentato nè incardinato, ma solo trasmesso ai partiti perchè ne valutino i contenuti.
Sul fronte economico, il famoso «sblocco totale» dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese è affidato a un disegno di legge, i cui tempi medi di approvazione non sono mai inferiori agli 8-10 mesi.
Tenuto conto che 22 miliardi li aveva già  restituiti il governo Letta nel 2013, e altri 27 miliardi erano già  stanziati dalla legge di stabilità , non c’è molto da esultare. Il mitico «Jobs Act», con l’assegno di disoccupazione universale e il salario minimo garantito, è affidato a un disegno di legge-delega, quindi all’erratica volatilità  del Parlamento. Tenuto conto che per convertire la vecchia legge delega sul fisco ci sono voluti due anni, non c’è molto da festeggiare
Al fondo, le poche iniziative reali, che scattano subito, sono quelle che danno attuazione agli impegni già  assunti dal governo precedente.
Dall’edilizia scolastica all’ampliamento del Fondo di garanzia per le pmi. Dal taglio del 10% delle bollette elettriche alla tutela del dissesto idrogeologico. Poco di nuovo. Se non l’energia e la determinazione che Renzi sprigiona e trasmette, e che diventano il nucleo duro e quasi a se stante della sua missione e della sua comunicazione politica.
È attraverso quell’energia e quella determinazione che sei indotto a valutare il capo del governo. È su questa base che lui stesso ti chiede di credergli.
Contro tutti quelli che lui chiama «i gufi».
Ma questo è un «atto di fede», più che un «fatto politico». Lo puoi accettare quando ragioni sul futuro dell’Italicum. Molto meno quando rifletti sui conti dell’Italia.
E qui sta un altro punto debole della «macchina del consenso» renziana.
Le coperture finanziarie restano ancora troppo incerte, e quasi tutte una tantum. Dalla spending review (che per Renzi vale 7 miliardi, mentre Cottarelli la contiene a 3) al risparmio dell’onere per interessi sul debito (che oggi con lo spread a 177 vale X, domani con lo spread a 300 può valere Y).
Dalle norme sul rientro dei capitali dall’estero (che qualcuno cifra in 5 miliardi, qualcun altro in 2) al «tesoretto» che ci separa dal tetto del deficit al 3% (che vale lo 0,6% rispetto al Pil, ma non è interamente spendibile).
La disinvoltura di Renzi è eccessiva, e stride con la prudenza di Padoan.
Soprattutto perchè ciascuna di queste coperture implica una correzione del Fiscal compact, e quindi dovrà  essere sottoposta al vaglio della Ue. È giusto che il premier voglia negoziare senza complessi con i nostri «tutor» a Bruxelles, tentando anche di rimettere in discussione i paradigmi di un rigore a volte incomprensibile, soprattutto per i popoli d’Europa.
Ma queste, finchè non sarà  chiaro l’esito del negoziato, restano comunque incognite gigantesche, che pesano come macigni sul governo e sulla sua «svoltabuona». Le istituzioni comunitarie, purtroppo, non le convinci con un hashtag, ma con la solidità  dell’impegno che assumi, e con la serietà  con la quale lo onori.
Per questo, al di là  dell’elevata seduzione politica che il suo «manifesto» esercita sull’opinione pubblica (a partire proprio dalla «rinsavita» Cgil di Susanna Camusso), il giudizio sulla manovra va congelato.
E va rimandato ad una fase attuativa che sarà  fatalmente più lunga di quella che lo stesso premier immaginava, se è vero che adesso proprio lui (che ha fatto della «velocità » la sua cifra di leader) è costretto a spiegare ai giornalisti «se volevate cambiare il mondo domattina con 42-43 decreti legge, ebbene, ve lo dico da laureato in diritto amministrativo, questo è impossibile ».
Bentornato nel mondo reale, viene da dire. Soprattutto in una democrazia bloccata come la nostra, il governo non si può esaurire nelcomando. Persino il Grande Rottamatore è costretto a sperimentarlo sulla sua pelle.
Non è una buona ragione per fermarsi, e desistere di fronte ai «no» di qualunque altra «casamatta del potere ». Ma il compito resta immane in un’Italia ancora sotto stretta sorveglianza, così vicina alla Slovenia e così lontana dalla Germania.
Come resta incerto il destino della riforma elettorale, appeso all’«amore» innaturale tra un ex Sindaco e un ex Cavaliere, e sospeso in un Senato che si può trasformare in un Vietnam. Un azzardo nell’azzardo.
Che obbliga l’acrobata all’ultimo avvertimento: «Se non supero il bicameralismo perfetto, considero chiusa la mia esperienza politica ».
Un altro modo per dire, agli amici e ai nemici; con questo shock-spot provo a vincere le europee, ma se non ci riesco in autunno si torna a votare.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)

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I NO DI NAPOLITANO E PADOAN: E I SOLDI MANCANO ANCORA

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

IL COLLE HA ESCLUSO IL DECRETO, IL MINISTRO CHIEDE TEMPO PER CAMBIARE I CONTI E AVERE L’OK DI BRUXELLES… TENSIONE TRA PALAZZO CHIGI E IL COMMISSARIO ALLA SPENDING REVIEW

La traccia di quel che è accaduto negli ultimi due giorni al (benemerito) taglio dell’Irpef di Matteo Renzi arriva alla slide numero 2, nell’irridente capitolo “I compiti a casa”.
Così la illustra il protagonista: “Il nostro nemico, quelli con cui battagliare in modo durissimo, sono quelli che dicono che si è sempre fatto così”.
Sullo schermo si legge “Pubblica amministrazione, fisco e giustizia”, ma il pensiero non può che correre a quelli che hanno “respinto con perdite” (come dice lui) il tentativo del premier di tagliare il cuneo fiscale per decreto.
I loro nomi sono tanti, ma la copertura politica gliel’hanno offerta Giorgio Napolitano e Pier Carlo Padoan: il primo ha detto no a un decreto frettoloso e con coperture ancora non definite nei dettagli (dopo aver consigliato al suo interlocutore di tenersi lontano dagli F35 americani); il secondo ha fatto presente che c’erano degli adempimenti da rispettare prima di formalizzare il calo delle tasse, non ultimo il permesso di Bruxelles per lavorare sul deficit.
Alla fine, probabilmente, Renzi avrà  il suo taglio, ma restano sul tappeto questioni spinose e una tensione pericolosa tra governo e Tesoro, testimoniata dal ruolo riservato a Padoan in conferenza stampa: ultimo a parlare, da solo, due ore dopo il premier.
IL TAGLIO NON C’È
Nonostante Renzi insista che “l’atto è fatto” non c’è alcun provvedimento che dica che le tasse caleranno da maggio: la relazione del premier approvata dal Consiglio è solo un impegno politico, importante ma non vincolante.
Se poi si vuole far partire il tutto dal 1 maggio servirà  un decreto in cui nero su bianco si scrive come si taglia l’Irpef e con cosa si copre il minor introito.
MALEDETTA FRETTA
Voleva il decreto, Renzi, ma non l’ha avuto.
Oltre a Quirinale e ministero dell’Economia (Ragioneria generale non esclusa), un bell’ostacolo è stato pure Carlo Cottarelli: il premier voleva che gli garantisse subito, meglio se per iscritto, risparmi strutturali attorno ai sette miliardi per il 2014.
Il super-commissario ha detto no: sette è la cifra su 12 mesi, ma visto che siamo a marzo e ancora non s’è fatto niente ne avremo al massimo 3,5. Per arrivare al doppio — ha spiegato Cottarelli — servono tagli lineari, ma quelli deve farli il governo e non chiamarli spending review.
A quel punto, Renzi ha provato almeno per il ddl: coperture una tantum nel 2014 e strutturali dall’anno prossimo. Anche lì non c’è stato verso: bisognava prima modificare il Def (documento di economia e finanza).
QUANTI SOLDI SERVONO
In attesa del miracolo di Cottarelli nel 2015 (19 miliardi di risparmi strutturali con cui finanziare anche i dieci di taglio dell’Irpef) serve una copertura ponte per quest’anno: la cifra da finanziare riguarda solo gli otto mesi da maggio a dicembre e dunque i due terzi dell’anno: si aggira, insomma, tra i 6,5 e i 7 miliardi.
Obiettivo non irraggiungibile.
DOV’È IL TESORO?
Lasciata da parte la spending review, i soldi per il taglio del cuneo quest’anno arriveranno da tre grandi filoni: uno strutturale, cioè i soldi già  stanziati da Letta (2,5 miliardi), gli altri due una tantum.
Questi ultimi sono: i margini per far salire il deficit fino al 3 per cento del Pil (ora siamo al 2,6, la differenza vale sei miliardi ma non verrà  usata tutta) e i risparmi per i minori interessi sul debito pubblico (tre miliardi e più).
Anche questi, in realtà , sono soldi di Letta.
Il problema è che per liberare queste risorse bisogna prima modificare — e verificare — tutti i numeri del Def: minor crescita compresa (1 per cento la previsione di Saccomanni, 0,6 quella di Padoan). Il calendario prevede che il tutto si faccia entro aprile.
LO SCOGLIO EUROPEO
Renzi ha fatto come se nulla fosse: useremo i margini che abbiamo sul deficit, ha detto ieri. Due ore dopo, Padoan ha corretto il tiro: “Laddove vi fossero scostamenti serve l’approvazione delle Camere e della Commissione Ue”.
LA SORPRESA IRAP
Il premier ha annunciato che — sempre da maggio e con decreto da fare — verrà  tagliato anche un 10 per cento di Irap alle imprese: in soldi fa 2,4 miliardi di minori tasse. A copertura c’è un aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie (dal 20 al 26 per cento). Niente di male, l’unico dubbio è se la stangata riguarderà  anche i conti correnti, la cui aliquota era stata portata da Mario Monti proprio al 20 per cento.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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NELLA RUOTA DEL CRICETO: RENZI SI AGITA E CORRE, MA NON AVANZA DI UN CENTIMETRO

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

TROPPO FACILE TAGLIARE LE TASSE FACENDO SALIRE IL DEFICIT E SPENDENDO I RISPARMI DOVUTI AL CALO DELLO SPREAD

Nessuno si augura che Matteo Renzi fallisca e nessuno pensava che “cambiare verso” all’Italia sarebbe stato facile.
Il consenso di cui gode il premier, lo ha ammesso lui stesso, deriva dal fatto che non ci sono alternative. Proprio per questo, per le attese che Renzi ha creato, si rischia sempre di rimanere delusi.
Il suo “mercoledì da leoni” è stato molto renziano: energia, comunicazione perfetta per la tv, una mitragliata di numeri, impegni e scadenze.
Ma il provvedimento decisivo, quello che taglia le tasse ai lavoratori e alle imprese, non c’è. Nessun decreto o disegno di legge.
Solo una promessa di fare presto e fare tutto, di trovare 10 miliardi di euro per incentivare consumi e assunzioni.
Ancora una volta Renzi ha rilanciato, ha spostato di un paio di mesi il momento in cui valutarlo, che adesso coincide pericolosamente con le elezioni europee.
A fine maggio o i lavoratori a basso reddito avranno in busta paga 80 euro in più e il Pd almeno il 30 per cento nelle urne, oppure il governo Renzi si troverà  in guai seri.
Il premier si indigna perchè i giornali sollevano il problema delle coperture, cioè delle risorse che vanno prima trovate e poi spese, e non viceversa.
Ma l’insofferenza non basta a superare le obiezioni dei tecnici del ministero del Tesoro o di Bruxelles, che sono invece ben chiare al ministro dell’Economia Padoan. Troppo facile tagliare le tasse facendo salire il deficit e spendendo i risparmi dovuti al calo dello spread.
Così sono buoni tutti, non è questa la svolta.
Certo, qualunque cosa è meglio dell’immobilismo che il governo Letta aveva eletto a filosofia di vita. Ma la crescita scatta quando cambiano le aspettative, quando i consumatori si azzardano a consumare e le imprese ad assumere e investire.
Gli slanci di Renzi sono efficaci a scuotere il Paese dal torpore. Ma senza misure credibili nel medio periodo, per ora soltanto annunciate, il governo e l’Italia rischiano di diventare come quei criceti in gabbia che si agitano e corrono nella loro ruota fino allo sfinimento.
Senza avanzare di un centimetro.

Stefano Feltri

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RENZI PROMETTE MENO TASSE, INTANTO NE ALZA UNA: VOLEVA VENDERSI GLI 80 EURO PER LE ELEZIONI EUROPEE

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

SE CARTA CANTA, DI CERTO NON C’E’ NULLA, SOLO L’AUMENTO DELLA TASSA SULLE RENDITE FINANZIARE…RESTANO FUORI PENSIONATI AL MINIMO E DISOCCUPATI… PIANO CASA E RISTRUTTURAZIONE SCUOLE ERANO GIA’ FINANZIATE DAL GOVERNO LETTA… E I TAGLI SONO SULLA PELLE DEI LAVORATORI

Dopo il Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi ci stordisce con le parole.
Nella conferenza stampa che ha seguito i lavori, il premier inizia premettendo quello di cui non si è discusso. Lo fa con tanto di slide.
Nella prima scheda, ecco i “provvedimenti di cui non parliamo oggi”.
E Renzi spiega: “Il prossimo semestre l’Italia guiderà  l’Europa e pensiamo che sia assolutamente fondamentale non solo lavorare per cambiare l’Europa ma partire dal cambiare noi stessi. Confermo per l’ennesima volta – aggiunge – che nei prossimi 100 giorni faremo una lotta molto dura per cambiare ad aprile la Pubblica amministrazione, a maggio il fisco e a giugno la giustizia, provvedimenti che non fanno parte, non fanno parte – ribadisce – del pacchetto di oggi”.
Tante chiacchiere…
Niente tagli al cuneo fiscale subito, dunque, come invece Matteo avrebbe voluto.
Solo fumo, solo chiacchiere: le copertura non ci sono, i tagli alla pressione fiscale, giura, arriveranno. Sì, ma come? Renzi assicura che dal primo maggio con gli interventi decisi in Cdm “arriveranno più o meno 1.000 euro all’anno in più ai redditi fino a 1.500 euro. Non è solo il ceto meno abbiente, ma anche il ceto medio”.
Renzi assicura che “dal primo maggio ci sarà  anche un’operazione sull’Irap, che si aumenta con una tassazione su altre realtà ” (per esempio le rendite sui titoli di Stato)”. Renzi, insomma, si prende un mese in più, ma non spiega come farà  a coprire un intervento che, spiega, “vale 10 miliardi di euro”.
Auto-celebrazione
Nella conferenza stampa resa un po’ grottesca da quello scorrere delle slide con tanto di “slogan-pop” – tipo “E io pago (finalmente)” riferendosi al futuro sblocco del pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione -, Renzi rivendica il presunto successo ottenuto con il varo in mattinata della legge truffa, e ribadisce: “Mai più larghe intese. E’ una rivoluzione impressionante per l’Italia”
Le misure
Il premier delle mille promesse, così, annuncia la “vendita all’asta di 100 autoblu” e la futuribile “riforma costituzionale del titolo V. Il consigliere regionale – annuncia – non guadagnerà  più del sindaco del capoluogo”.
Quindi “3,5 miliardi di interventi di ristrutturazione per gli edifici scolastici, da spendere subito” (peccato si dimentichi di dire che e aveva già  stanziate Letta)
Da annotare anche la retromarcia sul pagamento dei debiti alle imprese: come era stato preannunciato nel pomeriggio, non ci sarà  un decreto legge ma un disegno di legge, i cui tempi si dilatano.
Renzi, però, esulta ugualmente: “Entro luglio sblocchiamo tutto” (anche qui aveva già  fissato i pagamenti entro giugno il governo Letta)
Infine la tassazione sulle rendite finanziarie, che schizzerà  dal 20 al 26 per cento.
Giusta o sbagliata che sia, va ricordato che Renzi, nel corso della stessa conferenza stampa, ha avuto l’ardore di affermare che “il taglio al cuneo si farà , senza nuove tasse”.
Quindi Renzi annuncia che “da qui al 2018 vogliamo creare 100mila posti di lavoro per i ricercatori” e che “ci saranno 600 milioni di credito d’imposta per i ricercatori”. Inoltre, “dal primo maggio il costo dell’energia per le Pmi sarà  ridotto del 10% attraverso una rimodulazione del paniere della bolletta energetica” (leggi pagherà  di più qualcun altro).
I dimenticati
E i pensionati a 500 euro al mese, il 42% di giovani disoccupati, il 12% di senza lavoro? Per Renzi non esistono, cazzi loro.
I 10 miliardi già  c’erano
Postilla: i 10 miliardi li avrebbe trovati anche la casalinga di Voghera. Per un semplice motivo: 2,5 erano gia stati messi da parte da Letta, 3,5 sono quelli risparmiati per gli interessi sul debito pubblico grazie a Monti e Letta che hanno fatto calare lo spread sotto quota 200, 2 miliardi è il ritorno dell’Iva sul pagamentto dei debiti della pubblica Amministrazione. E siamo a 8 miliardi certi.
Come già  finanziati da Letta erano gli interventi su scuola e pagamenti P.A.
La strana amnesia di Renzi
Tutti palliativi se non si mette mano al provvedimento fondamentale per il nostro Paese, al quale il bulletto di Pontassieve non ha dedicato un rigo: il recupero dei 120-150 miliardi di evasione fiscale e dei 50 miliardi del costo della corruzione.
Basterebbe recuperare il 30% di questa cifra e lo Stato avrebbe almeno 50 miliardi disponibili in più ogni anno.
Ma su questo non una parola: mai toccare gli amici degli amici….

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IL PIANO CASA CHE RENZI SPACCIA PER SUO: ERA STATO PREPARATO DA LUPI E DAL GOVERNO LETTA

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

E’ L’UNICO PROVVEDIMENTO SERIO E ORGANICO, MA AVREBBE RICHIESTO UN INVESTIMENTO TRIPLO RISPETTO A QUELLO STANZIATO PER FAR FRONTE A UN VERO DRAMMA SOCIALE

Nel menù elaborato dall’ex rottamatore vi sono le misure urgenti per l’emergenza abitativa.
Si tratta del Piano Casa fortemente voluto dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi che ci aveva lavorato sotto il governo Letta.
Un miliardo e 741 milioni di euro è la dote finanziaria stanziata per dare respiro alle famiglie che hanno perso la casa o sono in procinto di farlo e per il rilancio del mattone.
La formula scelta è chiara: tasse giù per chi decide di affittare a canone concordato con la cedolare secca, detrazioni fiscali più elevate per gli inquilini con i redditi più bassi, fondi per il recupero degli alloggi popolari (ex Iacp) e possibilità  di richiederli a riscatto.
E ancora, rifinanziamento del fondo per gli inquilini in difficoltà .
I numeri del resto sono impietosi.
“Nei primi sei mesi del 2013 — spiega il sindacato degli inquilini Sunia – sono arrivate già  oltre 2.000 richieste di sfratto e quasi tutte per morosità , generalmente in-colpevole perchè legata alla perdita di un reddito da lavoro. Mentre sono oltre 8.000 le famiglie in lista di attesa per una casa popolare, a fronte delle 400 che hanno visto soddisfatta la loro richiesta nelle graduatorie”. Sul fronte del mercato immobiliare l’Agenzia delle Entrate spiega invece che il mattone ha perso l’8,9% sul 2012 con il controvalore dello scambio delle abitazioni che è riuscito a raggiungere solo 67 miliardi di euro, la metà  di quanto accadeva nel 2007.
Una crisi che per il governo può essere arginata spingendo su tre leve: il sostegno all’affitto a canone concordato, l’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, lo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale.
Vediamo nel dettaglio le misure.
Fondo affitti e morosità  incolpevole

Per fornire immediato sostegno economico alle categorie sociali meno abbienti che non riescono più a pagare l’affitto è stato deciso di incrementare sia il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione che il Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli, quelli che a causa di difficoltà  economiche, come una malattia o la perdita del posto di lavoro, non riescono più a far fronte al pagamento dell’affitto. Il primo, che già  aveva una dotazione di 100 milioni di euro (50 milioni per il 2014 e altri 50 milioni per il 2015) verrà  raddoppiato a 200 milioni di euro (100 milioni per il 2014 e 100 milioni per il 2015), mentre il Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli — che già  aveva una dotazione di 40 milioni di euro — è stato incrementato di 226 milioni ripartiti negli anni 2014-2020, rendendolo strutturale visto che da anni non aveva un plafond a disposizione.
Cedolare secca
È prevista la riduzione ulteriore dal 15% al 10% dell’aliquota della cedolare secca per chi affitta a canone concordato. Una misura che segue la discesa dal 20% al 15% già  decisa con il decreto del Fare del governo Letta. Lo sconto d’imposta, unito al calo degli affitti, dovrebbe rilanciare così il mercato, Imu e Tasi permettendo. La misura non riguarda, invece, chi decide di optare per il canone di libero mercato che in questi anni ha subito una forte discesa per il crollo del mattone. Secondo le stime fornite, il taglio dell’aliquota determinerà  un aumento delle adesioni a questo regime di almeno il 5 per cento.
Recupero immobili e alloggi ex Iacp
È previsto un piano di recupero di immobili e alloggi di Edilizia residenziale pubblica (ex Iacp) che beneficerà  dello stanziamento di 400 milioni di euro con il quale finanziare la ristrutturazione con adeguamento energetico, impiantistico e antisismico di 12.000 alloggi. Inoltre viene previsto un ulteriore finanziamento di 67,9 milioni di euro per recuperare ulteriori 2.300 alloggi destinati alle categorie sociali disagiate (reddito annuo lordo complessivo familiare inferiore a 27.000 euro, nucleo familiare con persone ultrasessantacinquenni, malati terminali o portatori di handicap con invalidità  superiore al 66%, figli fiscalmente a carico e che risultino soggetti a procedure esecutive di rilascio per finita locazione).
Offerte di acquisto alloggi ex Iacp a inquilini
Contestualmente all’opera di recupero dell’edilizia popolare, saranno raggiunti degli accordi con Regioni e Comuni per favorirne l’acquisto da parte degli inquilini e destinare il ricavato alla realizzazione di nuovi immobili. Per favorire l’acquisto degli alloggi da parte degli inquilini è prevista la costituzione di un Fondo destinato alla concessione di contributi in conto interessi su finanziamenti per l’acquisto degli alloggi ex Iacp, che avrà  una dotazione massima per ciascun anno dal 2015 al 2020 di 18,9 milioni di euro per un totale di 113,4 milioni di euro.
Fondo di garanzia per l’affitto
Per attenuare le tensioni sul mercato delle locazioni (2,5 milioni di famiglie in affitto pagano un canone superiore al 40% del loro reddito) la norma prevede che le risorse del Fondo Affitto siano destinate anche alla creazione di agenzie locali che dovranno favorire il reperimento di alloggi da offrire a canone concordato e far incontrare la domanda e l’offerta anche fornendo garanzie ai proprietari che affitteranno.
Detrazioni su edilizia popolare
Per gli anni 2014, 2015 e 2016 sono previsti bonus fiscali per gli inquilini degli alloggi sociali: 900 euro per i redditi sotto i 15.500 euro che si dimezzano a 450 euro per chi ha un reddito che non deve superare i 31.000 euro l’anno.
Sgravi per chi affitta alloggi sociali nuovi
I redditi derivanti dalla locazione di alloggi nuovi o ristrutturati non concorrono alla formazione del reddito d’impresa ai fini Irpef/Ires e Irap nella misura del 40% per un periodo non superiore a 10 anni dalla data di ultimazione dei lavori.
Case occupate abusivamente
Per arginare questo fenomeno si rende da ora impossibile per gli occupanti abusivi di ottenere e richiedere la residenza e l’allacciamento alle utenze come acqua, luce e gas.
Case a riscatto
Per agevolare l’accesso alla proprietà , trascorsi almeno 7 anni dalla stipula del contratto di locazione, l’inquilino ha facoltà  di riscattare l’unità  immobiliare con due vantaggi: l’Iva dovuta dall’acquirente (che è incassata da chi vende per riversarla allo Stato) viene corrisposta solo al momento del riscatto e non all’inizio, il reperimento del fabbisogno finanziario residuo per l’acquisto è rimandato al momento dell’atto di acquisto. Chi vende rimanda la tassazione Ires e Irap sui corrispettivi delle cessioni alla data del riscatto.
Bonus mobili può superare costi ristrutturazione
È stato deciso che la spesa per l’acquisto di mobili a seguito di ristrutturazione, su cui sono previste detrazioni Irpef, potrà  essere superiore a quella per la ristrutturazione stessa. Il tetto massimo per la spesa complessiva resta a 10mila euro. Il sistema, che incentiva l’acquisto di arredi ed elettrodomestici efficienti, abbinato agli interventi di ristrutturazione, era stato concepito in un primo momento con un vincolo in base al quale il prezzo degli arredi non poteva superare quello sostenuto per la ristrutturazione. Una limitazione poi rimossa dal Salva Roma e ripristinata, invece, automaticamente visto che il decreto non è stato convertito in legge nei tempi stabiliti.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A LUCIA ANNUNZIATA: “IL GUAIO DEI RENZIANI? INESPERTI DEL POTERE”

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

“D’ALEMA NON FECE SOTTOSEGRETARI I MEMBRI DEL SUO STAFF”… LE PRESSIONI DELLA BOSCHI

«La Boschi non è la zarina di tutte le Russie, è una ragazza gentile, perbenissimo e non spocchiosa. Quasi umile…».
Scusi Lucia Annunziata, ma lei e il ministro non vi eravate lasciate con un «ci rivedremo in tribunale» per colpa dell’ormai celebre pizzino?
«L’Huffington Post ha pubblicato un articolo che raccontava le pressioni della Boschi su Dorina Bianchi, bigliettino o non bigliettino, per il voto sulla parità  di genere. Lei mi ha chiamato, voleva che togliessimo il pezzo dal sito e io le ho spiegato che non funziona così».
Cosa le ha detto, direttrice?
«Che avremmo pubblicato la smentita. Ma il ministro, sempre molto cortese nei toni, insisteva nel dire che dovevamo togliere l’articolo. Io le ho risposto che avevamo agito secondo le regole e che non l’avremmo tolto».
E Boschi?
«Ha detto che si riserva di denunciarmi. E io ho chiuso con un “bene, sarò felice di vederti in tribunale”… Questo episodio è il primo grande inciampo, rivela che non sanno le regole del gioco nel senso più alto. Hanno in mano un potere che non conoscono e le pressioni della Boschi sono una prova di debolezza. A Palazzo Chigi c’è un gruppo dirigente che non ha preso le misure al potere».
Governano da un mese.
«Sono saliti su un treno in corsa senza sapere dove andare e si sono ritrovati a Palazzo Chigi. Non hanno esperienza del potere, della stampa, della satira…».
Non è un bene?
«No, pensano che il loro potere sia più grande di quanto non è. Il loro rapporto col potere è sbagliato e la telefonata del ministro lo conferma. Quel che mi preoccupa del governo Renzi è che sembra che sappiano come si fa, ma non lo sanno».
Non sanno governare, intende?
«Non lo sanno, perchè non sono mai passati dalle forche caudine del voto. Una campagna elettorale è un fuoco che ti forma, ti insegna a rapportarti con tutti».
Renzi ha vinto le primarie.
«Lui le ha fatte, molti dei suoi no. In tre sono passati da aiutanti del sindaco a sottosegretari, mentre D’Alema quando si portò lo staff a Palazzo Chigi lo chiamò staff, non diede ai “lothar” il titolo di sottosegretari».
Rimpiange D’Alema?
«Questo gruppo dirigente è totalmente nuovo ed è la debolezza di fondo che Renzi paga. Ci sono ministri, come la Boschi, che non hanno mai lavorato. Il problema non è l’età , la competenza, o il fatto che sia donna, è che questo gruppo politico è arrivato lì senza essere stato votato. Berlusconi diceva “a sinistra non hanno mai lavorato” e nel caso di Renzi è vero, il nostro premier non ha mai fatto un minuto di lavoro».
Ha fatto il sindaco. Non era renziana, lei?
«Io sono una supporter di Renzi della primissima ora. Lo appoggiavo perchè diceva “cambio l’establishment, cambio le regole”… Poi però ha deciso di andare a Palazzo Chigi senza passare per il voto e ha ricompensato tutti, compreso Civati. Ha tradito la promessa di cambiamento e la pagherà . Sono addolorata. Renzi si sente un leone rampante, ma ha i piedi d’argilla».
Le è piaciuta l’imitazione della Boschi?
«La satira tutti dobbiamo subirla. Io ne ho avuta a pacchi, non ci può essere un doppio standard. A me mi fanno sempre brutta, meridionale, con un occhio storto. A lei la fanno pure bella! Ci sta».
Chi ha vinto sulla parità  di genere?
«Dividere il cinismo di Renzi dal cinismo del Pd è difficile, si meritano l’un l’altro. Il segretario, che ha un ammontare di potere mai visto, non doveva lavarsene le mani. Ma dentro c’era anche il risentimento della minoranza. Un disprezzo reciproco di cui sono entrambi colpevoli. Renzi ha portato all’esplosione nucleare della sinistra».

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)

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UNA BRUTTA PIEGA? E BERLUSCONI PREPARA IL “SOCCORSO AZZURRO” PER AIUTARE RENZI

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

GELMINI: “IL VERO ASSE E’ TRA NOI E IL ROTTAMATORE”

Silvio Berlusconi osserva con stupore quello che sta accadendo alla Camera sulla legge elettorale.
Segue con sottile soddisfazione le convulsioni del Pd e la tenuta dell’accordo che aveva stretto con Matteo Renzi nella sede del Pd a Largo del Nazareno.
Una tenuta che sta però correndo sul filo del rasoio, che ha ballato su maggioranze risicate e tra le dita dei franchi tiratori nel segreto dell’urna.
Ieri l’accordo Matteo-Silvio sull’Italicum ha rischiato seriamente di sfracellarsi su un emendamento che prevedeva la doppia preferenza di genere (un uomo e una donna): non è passato per 20 voti e grazie alla presenza dei ministri convocati d’urgenza dal sottosegretario Graziano Delrio.
Ecco, la sensazione del Cavaliere è che nel Pd la grande caccia a Renzi sia già  cominciata e che il passaggio al Senato della legge elettorale sarà  un Vietnam. «Figuriamoci cosa accadrà  quando in Parlamento arriveranno i provvedimenti economici e sul lavoro – ha osservato Berlusconi – quando esploderà  lo scontro con la Cgil, quando Renzi dovrà  contare soltanto sulla sua maggioranza».
Insomma, per dirla con le parole della responsabile comunicazione di Forza Italia Bergamini, «in che condizioni si ritroverà  il Pd dopo la legge elettorale?».
Forza Italia è quasi meravigliata della velocità  con cui si è messo in moto l’istinto cannibalesco nel partito che regge la maggioranza di governo.
Sta scoprendo in questi giorni alla Camera che la crisi interna al Pd è più ampia di quanto si potesse immaginare. Come questo si ripercuoterà  sulla tenuta di Renzi sarà  il tema delle prossime settimane.
E questo chiama in causa l’atteggiamento che dovrà  tenere il partito del Cavaliere, che non esclude il «soccorso azzurro».
Quel soccorso che il Cavaliere avrebbe promesso a Renzi nel colloquio a quattr’occhi durante le consultazioni per la formazione del governo.
«È presto per dire che Forza Italia sarà  la stampella di Renzi – spiega un dirigente azzurro – perchè dipende da come finisce la partita della legge elettorale al Senato e che proposte porterà  Renzi in Parlamento su fisco, mercato del lavoro, contro la burocrazia. Bisognerà  vedere dove trova i soldi per fare tutto quello che ha promesso».
Già  oggi il Consiglio dei ministri sarà  un banco di prova di primissimo piano.
«Renzi – sostiene Giovanni Toti – deve tirare fuori il famoso coniglio dal cilindro. Vediamo come sarà  fatto questo coniglio e quanti miliardi di euro porterà  nella pelliccia». Il punto focale è il taglio al cuneo fiscale annunciato dal governo. «Vediamo se ci saranno i fondi per fare queste misure, se l’Europa ce le farà  fare. Noi – precisa il consigliere politico di Berlusconi – ci auguriamo che Renzi ce la faccia. I conti sono quelli che sono, come ci ha ricordato l’Europa, e la maggioranza è la stessa che sosteneva Letta».
Una maggioranza che potrebbe non bastare.
Renzi potrebbe avere bisogno di voti del Cavaliere, di quel «soccorso azzurro» che rimane sullo sfondo.
«Non è da escludere niente – ammette Maria Stella Gelmini. Quello che noto stando in aula tutto il giorno e seguendo da vicino le dinamiche del Pd, posso dire che sulla legge elettorale sta tenendo l’asse tra Renzi e Berlusconi. Questo è l’asse vero, anche dal punto di vista culturale. Renzi non è un comunista: su molte questioni è più vicino a noi. Vedremo cosa farà  e cosa il Pd gli consentirà  di fare su fisco e lavoro».
È ancora presto per scenari di ribaltamento dell’attuale maggioranza e alla fine nel Pd potrebbe prevalere l’istinto di autoconservazione, evitando che il Cavaliere diventi il king maker di nuovi equilibri politici.
«Ma se il Pd si spacca – ipotizza Osvaldo Napoli – e si porrà  il problema di sostenere la linea moderata di Renzi contro la sinistra massimalista, non c’è dubbio che Berlusconi dirà  “siamo tutti renziani”. Si potrebbe addirittura formare una nuova maggioranza e un nuovo governo. A quel punto ad Alfano verrebbe un coccolone».

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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