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RENZI VORREBBE TAGLIARE L’IRPEF, IL TESORO NON È CONVINTO: “MEGLIO COMINCIARE DALL’IRAP”

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

TAGLIO DEL CUNEO FISCALE, SIAMO ANCORA IN ALTO MARE

Intervistato da Fabio Fazio, il premier Matteo Renzi ha detto che sul taglio del cuneo fiscale il governo “ascolta Confindustria, ascolta i sindacati, ascolta tutti” ma sa già  “cosa è giusto fare”.
E dopo aver lasciato intendere che la sua preferenza sarebbe per una sforbiciata a vantaggio delle famiglie, e quindi esclusivamente all’Irpef, il presidente del Consiglio dovrà  ascoltare anche il viceministro dell’Economia Enrico Morando, che in due interviste – su l’Unità  e Il Messaggero – accelera invece sulla direzione opposta: quella del taglio all’Irap.
“30 miliardi in tre anni”.
Al quotidiano romano Morando fa però un passo avanti, spiegando che “l’intervento che vogliamo varare sarà  forte e pluriennale”, val e a dire “10 miliardi l’anno che saranno ripetuti, dopo il 2014, nel 2015 e 2016”. 30 miliardi in totale.
Un modo per uscire anche dal vicolo cieco dello scontro tra premier e ministero del Tesoro, che sembra prudente sull’opzione caldeggiata da Renzi.
Il taglio a rotazione.
Il ministro spiega. “Niente mezze misure nel 2014 o tutto sull’Irap o tutto sull’Irpef. L’anno prossimo il contrario”.
Una sorta di taglio delle tasse a rotazione, chi sarà  avvantaggiato quest’anno si sacrificherà  il prossimo.
In ogni caso Morando ribadisce: ” Io preferirei tagliare l’Irap per l’esattezza eliminerei il costo totale delle buste paga dall’imponibile Irap”.
“Se consideriamo come priorità  combattere la disoccupazione giovanile e femminile, il taglio dell’Irap ha certamente effetti migliori. l’Irap è l’imposta più nemica dell’occupazione che ci sia”, dice ancor Morando a L’Unità .
Sul quotidiano democratico Morando però cerca di fare la sintesi, scansando possibili “derby”, spiegando – come ha detto il premier in trasmissione – che sarà  Matteo Renzi alla fine a “decidere quale sarà  la priorità .
La bilancia penderà  versto il taglio dell’Irpef se Renzi individuerà  la crisi dei consumi come più grave di quella occupazionale e vorrà  dare uno shock positivo alal domanda effettiva interna . Se prevarrà  il taglio dell’Irap sarà  viceversa”.

(da “”Huffingtonpost”)

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FONDI SCARSI, GOVERNO DIVISO E I VETI UE

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

E SUL TAGLIO DELLE TASSE LA CGIL MINACCIA GIA’ LO SCIOPERO

Tra taglio dell’Irap e taglio dell’Irpef il governo ancora non decide.
E’ vero che mancano ancora diverse ore al consiglio dei ministri di dopodomani ma sul tavolo del premier, in questi ultimi giorni, sono più i problemi che si sono addensati che le soluzioni. Compresa la minaccia di sciopero annunciata ieri dalla Cgil.
Il pacchetto di misure choc per rilanciare l’economia deve ancora prendere forma e, come per le riforme istituzionali, incombe il rischio-pantano.
Troppe richieste, tante posizioni contrapposte, e poche risorse disponibili per poter varare il tanto atteso choc all’economia.
Gli ostacoli che Renzi deve affrontare sono essenzialmente quattro: le risorse necessarie a finanziare le nuove misure, le istanze contrapposte delle parti sociali, le divisioni all’interno del governo, i vincoli dell’Europa.
Il nodo delle risorse
Per ridurre le tasse il governo è da giorni alla ricerca di 10 miliardi di euro per realizzate quel «taglio mai visto delle tasse» evocato ieri da Alfano.
Il programma «Impegno Italia» messo a punto da Letta negli ultimi giorni del suo governo ne assicurava già  9, ma per una ragione o per l’altra questa «copertura» ora non è solidissima: 3 miliardi arrivavano infatti dalla spending review, 3 dal rientro dei capitali e 3 dal risparmio sugli interessi.
Ora Renzi ed il ministro dell’Economia Padoan puntano ad ottenerne 5 «subito» dai risparmi di spesa, ma certamente non potranno disporre di tutte le altre entrate: il decreto sul rientro dei capitali sembra destinato a decadere e ad essere riconvertito in un più lento disegno di legge, mentre per capitalizzare il calo dei tassi – che non è detto continui – occorre aspettare ancora un po’.
Per questa ragione Padoan ha ipotizzato una parte di coperture strutturali, i primi risparmi di spesa che si potranno conseguire, ed una parte di coperture transitorie, compresa la classica riallocazione di fondi già  a bilancio.
Il ministro pensava anche all’utilizzare di parte dei fondi europei, ma da Bruxelles è arrivato a stretto giro di posta un secco «no».
La corsa al «tesoretto»
La posta in palio è troppo grossa per non alimentare richieste da tutte le parti sociali.
I sindacati chiedono a gran voce che il taglio vada a privilegiare lavoratori e pensionati e quindi venga fatto sull’Irpef.
«Manovrando sulle detrazioni» sottolinea la Cgil, per evitare di premiare anche gli evasori. Il pressing dei sindacati non accetta sconti: «O taglia le tasse e mantiene le sue promesse — ha dichiarato Angeletti della Uil – o Renzi deve ammettere di aver fallito e dimettersi».
Dura anche la Cgil che ieri ha riunito il suo Direttivo e stabilito che o il governo accoglie le richieste su fisco e lavoro (in primis riduzione della precarietà  e riforma degli ammortizzatori) oppure partirà  subito la mobilitazione.
Senza escludere la possibilità  di scioperi.
Sull’altro fronte, Confindustria si aspetta un secco taglio dell’Irap, per ridare fiato alle imprese, ma segue con interesse anche l’idea del governo di portare a 60 miliardi il totale dei pagamenti degli arretrati della pubblica amministrazione.
Per questo pressa il governo ma senza forzare troppo, pronta forse ad accontentarsi di un fifty-fifty. Soluzione che potrebbe accontentare pure il resto del mondo imprenditoriale. Anche se Rete Imprese, in realtà , punta di più sull’Irpef per rilanciare i consumi.
Il governo diviso
Come la pensa il premier non si è capito ancora bene. Giorni fa aveva annunciato il taglio del 30% dell’Irap, ieri sera in tv ha sostenuto che invece bisogna aiutare le famiglie.
Le imprese si possono accontentare del taglio della burocrazia e di un fisco più amico. E comunque fare 50 e 50 secondo lui «non funziona».
L’ex vicepremier Alfano è per la soluzione 70% Irpef – 30% Irap. Padoan ha fissato un metodo: concentrare tutto su un tipo di intervento, però resta aperto sulle due opzioni. Il suo vice Morando ed il viceministro dello Sviluppo Calenda, invece, dicono «meglio l’Irap».
I vincoli di Bruxelles
A complicare le cose, come al solito, ci si mette Bruxelles, che non solo ha posto il veto all’uso dei fondi Ue per tagliare il cuneo fiscale, ma sempre la scorsa settimana ha puntato il dito contro i nostri «eccessivi» squilibri macroeconomici (debito record, crescita zero e scarsa competitività ).
Per spiegare i piani dell’Italia e cercare possibili vie d’uscita, oggi Padoan fa il suo debutto a Bruxelles in occasione del vertice dell’Eurogruppo dove ci si aspetta che illustri ai 28 il pacchetto di provvedimenti che l’Italia pensa di adottare. Bisogna vedere se questo basterà  a farci uscire dall’angolo.

Paolo Baroni
(da “La Stampa“)

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RISPUNTA L’IPOTESI DI UN BERLUSCONI IN LISTA

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE, CAUTO E DEFILATO, STAREBBE PENSANDO DI COINVOLGERE BARBARA E PIER SILVIO PER LE EUROPEE

Uscite pubbliche sempre più sporadiche, un ostentato basso profilo.
A un mese dalla decisione sul suo destino giudiziario – il 10 aprile il Tribunale di Sorveglianza di Milano stabilirà  se dovrà  scontare gli otto mesi di pena per la condanna Mediaset ai servizi sociali o ai domiciliari – Silvio Berlusconi sarà  pure tornato centrale sulla scena politica, ma è sostanzialmente scomparso da quella mediatica.
Lui che negli anni ha sempre indicato ai suoi la linea, anche rovesciando i tavoli, ora appare cauto, incerto, bloccato sul da farsi. Impaurito, sopra tutto.
«La verità  – ha confessato a più di un amico – è che non posso fare attività  politica, non posso schierarmi nettamente su nulla, perchè qualunque mossa io facessi, qualsiasi iniziativa prendessi, diventerei il bersaglio da colpire».
Il suo destino, si lamenta il Cavaliere, non è più nelle sue mani ma «in quelle dei giudici», che potrebbero togliergli completamente l’agibilità  politica e, teme, distruggerlo.
Il silenzio
È anche per questo, spiega chi gli ha parlato, che in questa fase Berlusconi non vuole forzare la mano su nulla.
Dopo quello che è stato considerato dai suoi «un brutto scivolone che potrebbe costargli caro» – il video ripreso con cellulare da uno dei suoi ospiti a palazzo Grazioli nel quale si lamenta della «mafia dei giudici» che deciderà  sulla sua pena -, il Cavaliere sembra essersi ammutolito ancor di più.
Aumentando la preoccupazione di un partito che teme l’imminente assenza del leader e il vuoto di potere che rischia di crearsi.
Nulla infatti è stato ancora deciso su chi prenderà  le redini di Forza Italia nei prossimi mesi, anche se la previsione è che «magari il 10 sera, all’ultimo minuto utile», verrà  varato un ufficio di presidenza con i fedelissimi tutti dentro e una nutrita presenza, a sua garanzia, di uomini vicini e graditi alla famiglia e all’azienda.
Candidatura eccellente
Nulla è stato stabilito anche in vista delle elezioni Europee, passaggio fondamentale per capire la tenuta del partito che per la prima volta sconterà  l’assenza del capo nelle liste e, presumibilmente, anche nella campagna elettorale.
Tanto che comincia a farsi strada nei discorsi degli azzurri di peso anche l’ipotesi di una candidatura eccellente: per non perdere il traino del nome Berlusconi sulla scheda, per dare il senso della continuità , in attesa che alle Politiche sbarchi magari Marina come extrema ratio , si ragiona sull’idea che un altro figlio – forse Barbara, forse Pier Silvio – possa presentarsi in Europa.
Strada molto impervia, ma non del tutto da escludere.
Intanto sul territorio il tentativo di reggere all’urto c’è: ieri si è aperta con la coordinatrice Gelmini e con Giovanni Toti la campagna elettorale lombarda, a Pavia si è celebrata la ricandidatura a sindaco di Alessandro Cattaneo (che ha ricevuto gli auguri telefonici del Cavaliere), mentre a Sud si muove molto Raffaele Fitto.
Ma quella che sembra mancare è una regia complessiva con parole d’ordine chiare.
Non a caso, proprio in vista delle Europee si potrebbe profilare uno «scontro» a distanza tra due uomini forti come Toti e Fitto: il primo sarà  certamente candidato come capolista nel Nord-Ovest, il secondo sta pensando di presentarsi al Sud (e anche Brunetta e Rotondi non escludono proprie candidature).
L’obiettivo dichiarato è raccogliere più voti possibili in assenza del Cavaliere, ma il rischio è che alla fine dal conteggio emergano gerarchie problematiche: è possibile infatti che un politico di esperienza e radicamento come Fitto raccolga più voti personali che l’uomo nuovo Toti, che al Nord (dove il voto di preferenza è più l’eccezione che la regola) è atteso a un test difficile.
Deciderà  Berlusconi, quando e come si vedrà .

(da “il Corriere della Sera“)

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QUANDO I BAMBINI DEVONO VENDERE I LORO GIOCATTOLI

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA CRISI, UN NEGOZIO DI GIOCATTOLI USATI E UNA FILA DI MAMME CHE VENDONO I GIOCHI DEI LORO FIGLI

Un governo nato vecchio che trasforma l’inciucio in alleanza di legislatura. Un primo ministro che parla di destini magnifici e progressivi, ma stenta a convincere di non pensare soprattutto ai propri.
Poi sottosegretari indagati. Magistrati coraggiosi che vengono respinti dal governo — come Nicola Gratteri — per far posto ad altri — vedi Cosimo Ferri — molto più affini al potere.
Quindi la mafia, la corruzione, i buchi nei conti pubblici.
Non mancano certo gli spunti per raccontare l’Italia di questo lunedì.
Poi ti ritrovi a Genova, vicino alla stazione Brignole, davanti a un negozio di giocattoli usati dove sei passato senza pensarci centinaia di volte. Sta lì da sempre.
Ma questa mattina sul marciapiedi di fronte alla vetrina ecco una lunga coda di donne con le mani ingombre di oggetti.
Allora per curiosità  ti fermi e chiedi: sono mamme che vanno a vendere i giocattoli dei loro figli.
C’è Marina che porta una confezione di Lego, “perchè intanto Mattia non ci gioca più”, dice come per giustificarsi, impaziente di liberarsi di quella scatola che le pesa come una colpa.
Poi Luisa con un sacchetto carico di modellini di automobile che Enrico faceva correre sulle strade del salotto. E Francesca, Claudia.
Sono donne come tante, gente comune, come te e tua moglie. Forse sarà  suggestione se negli abiti di alcune di loro — il colletto della giacca consumato, la borsa con una riparazione di fortuna — ti sembra di riconoscere le prime avvisaglie di una difficoltà .
In fondo, ti dici ascoltando le loro storie, non è male che i giocattoli tornino a svolgere il loro compito nelle mani di altri bambini invece di ricoprirsi di polvere.
Pensi che forse non sarebbe sbagliato se la crisi rendesse un poco più frugali le nostre abitudini. Se ci liberasse dell’ingombro, non solo materiale, di tante cose che finiscono per appesantirci.
Intanto, però, osservi gli oggetti nelle mani delle madri, quelli esposti nel negozio.
C’è qualcosa di misterioso e ormai inafferrabile per noi adulti nei giocattoli dei bambini.
Prendi il modellino di aereo di tuo figlio, lo agiti in aria come fa lui, ma non riesci a ripetere la magia dei suoi gesti.
Chissà  cosa immagina muovendo il minuscolo jet nel cielo della stanza, forse già  vede i suoi viaggi futuri, si raffigura paesi lontani dove le linee di meridiani e paralleli si incontrano con quelle della fantasia.
Accidenti, dovevi parlare del Governo di un Paese, del deficit che ci impedisce di pensare un futuro diverso. Insomma, dei destini dell’Italia.
E sei finito a raccontare di un gruppo di mamme che fa la coda davanti alla vetrina di un negozio.
Di giocattoli usati. Dei sogni venduti dei bambini.
Ma forse è proprio la stessa cosa.

Ferruccio Sansa

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I MAGLIARI DI “FRATELLI D’ITALIA”, DECADENTI CONTRABBANDIERI DI MERCE CONTRAFFATTA

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

UNA DESTRA REAZIONARIA SENZA AMBIZIONE, TRA PESCA DELLE OCCASIONI E UFFICIO DI COLLOCAMENTO… SI LAMENTANO DI ESSERE   STATI ABBANDONATI DAL PADRE, MA SAREBBE ALMENO ONESTO RICORDARE CHE IL PADRE HA PORTATO A FARE MINISTRI PERSONAGGI CHE SENZA DI LUI PULIREBBERO I CESSI

Il congresso-passerella di Fratelli d’Italia ha chiuso il ciclo degli equivoci: chi voleva rivedere assieme quasi tutti gli artefici dello sfascio della destra italiana, ha potuto conservare la foto ricordo dell’evento.
Non tutti: qualcuno è rimasto direttamente in Forza Italia, senza perdere tempo nel far finta di operare distinguo, altri come Storace lanciano la pannelliana “doppia tessera” per crearsi l’alibi di prossime candidature in Forza Italia, altri stanno alla finestra in attesa del lancio di qualche osso per accorrere festanti e scodinzolanti.
Neanche la disperazione ha indotto i superstiti a salire su una comune scialuppa di salvataggio: troppe le ambizioni più dei rancori tra gli ex An. Che hanno pagato l’operazione “usa e getta” del loro padrone di casa, deciso a diminuire la loro influenza correntizia nell’ex Pdl.
Silvio ha capito a tempo debito che certi maggiordomi avrebbero reso meglio i loro servigi in un partito parallelo che permettesse di raccogliere la componente di destra, liberandosi di petulanti e talvolta arroganti questuanti.
Così è nato il partito “affiliato”, sullo stesso criterio delle squadre satellite dove il Milan parcheggia i giocatori di terza fascia.
Esperimento che alla politiche gli ha permesso, attraverso mini-partiti gregari, di raschiare il fondo del barile dei consensi. E, come sempre, ha distribuito qualche briciola per sfamare gli appetiti più incontenibili, da buon stratega quale è.
La premessa è necessaria perchè Fratelli d’Italia e la successiva aggregazione di Alemanno e di qualche altro sfrattato non sarebbe altrimenti mai nata e tutti ancor oggi starebbero al calduccio nella Casa madre come hanno fatto per anni raccogliendo ministeri, posti da sottosegretari, cariche di sindaco e di governatori.
Hanno votato di tutto, loro che ora si richiamano all’etica in politica, senza battere ciglio, dalle leggi ad personam all’affogamento dei profughi, da leggi liberticide a provvedimenti che hanno massacrato la nostra economia.
Non hanno avuto vergogna, loro che si richiamano ai valori patriottici, a governare insieme a chi usava il tricolore come carta igienica.
Neanche, loro che a parole amano la legalità , a difendere in aula inquisiti per camorra e   corruzione.
Nessuno di loro allora voleva uscire dall’euro, al massimo volevano entrare in qualche consiglio di amministrazione.
O magari rappresentavano senza battere ciglio il nostro Paese nei rapporti con la Ue.
Da mesi “senza paura” e senza vergogna cavalcano la liberazione dei nostri due marò fingendo di dimenticare che il responsabile politico del loro arresto è proprio tra le loro fila, avendo voluto far scortare, per il solito bullismo esibizionista, le navi commerciali da nostri militari, contro ogni logica e persino contro il parere degi stessi armatori.
La Meloni, rispondendo alle critiche di Fini che li ha definiti “bambini viziati”, ha sostenuto che “siamo dovuti crescere troppo in fretta e cavarsela da soli, come sempre accade a quei ragazzi che vengono abbandonati dal loro padre, che a un certo punto scappa di casa”…
Dimenticando un dettaglio: che Fini li ha lasciati ministri, in posti di potere, con vitalizio assicurato dopo anni di parlamento, non certo con le pezze al culo.
Sono cresciuti negli agi e Fini ha permesso a molti di loro di raggiungere traguardi impensabili per chi spesso aveva dimostrato al massimo la capacità  di pulire i cessi.
Fini ha commesso molti, troppi errori, ma forse il più grave è quello di non aver praticato l’aborto terapeutico verso la gran parte della classe dirigente che ha partorito negli anni.
Quella che lo criticava di nascosto al bar, salvo poi chiedere perdono e genuflettersi ai suoi piedi.
A differenza di altri che l’hanno contrastato a viso aperto pagando di persona e togliendo tanti anni fa il disturbo.
Una classe dirigente si fonda sulla credibilità  e sulla coerenza del percorso, non si misura cavalcando penosamente battaglie altrui, oggi leghiste e domani grilline, proponendo strampalate teorie di uscita dell’euro o incentivi all’evasione fiscale, in un confuso pantheon di riferimento dove mancano giusto Wanna Marchi e qualche magliaro che appioppa materassi in Tv.
Tutto per raccattare qualche voto da portare in dote a palazzo Grazioli come da mandato ricevuto e continuare a prendere per il culo gli italiani.
Senza paura, senza pudore e senza vergogna.
La destra del futuro è altra cosa.
Saluto ai reduci.

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SVIZZERA, LA DOPPIA MORALE DEI LEGHISTI: CACCIANO GLI ITALIANI MA LI USANO PER I LORO LAVORI

Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile

UN GIORNALE DEL TICINO SPUTTANA LA BECERODESTRA ELVETICA: HANNO ARRUOLATO QUEGLI STESSI FRONTALIERI CHE A PAROLE DEMONIZZANO

Vizi privati e pubbliche virtù della destra del Canton Ticino. La stessa che, giusto un mese fa, con una campagna battente contro i frontalieri italiani, riuscì a far passare, con oltre il 68 per cento dei voti, il referendum anti-stranieri tenutosi in Svizzera. Oggi i leader della Lega dei Ticinesi, dell’Unione Democratica di Centro, ma anche alcuni Comuni da loro amministrati si ritrovano tra coloro che non hanno lesinato, tra il 2011 ed il 2012, ad impiegare una categoria, quella dei “padroncini”, sempre italiani ovviamente, altrettanto demonizzati dei frontalieri.
Questi piccoli artigiani, che vengono da oltre confine ad effettuare lavori a metà  prezzo, sono stati assoldati, secondo quanto rivela il settimanale elvetico Il Caffè, dalla società  Bilsa del leader della Lega dei Ticinesi, Attilio Bignasca, “per posare delle piastrelle nel Comune di Morbio”.
“Proprio quel Bignasca -denuncia il Caffè -che dalle pagine del giornale del suo movimento invita i lettori a un safari fotografico a caccia di padroncini”.
Con il risultato che, nel Canton Ticino, basta guidare un furgoncino con targa italiana, per correre il rischio di finire nella carrellata fotografica del giornale leghista.
Ma a utilizzare i padroncini è stato anche un altro noto leghista, Michele Barra, oggi scomparso, per pochi mesi ministro dell’Ambiente del Canton Ticino.
A sue spese Barra effettuò, tra l’altro, uno studio sull’impatto negativo degli artigiani italiani sull’economia ticinese.
Il che non gli impedì, nel 2011 e nel 2012, di ricorrere alle loro prestazioni per la sua impresa edile.
Nell’elenco di 628 pagine dei fruitori dei servizi dei “padroncini” figura pure uno psichiatra, Orlando Del Don, che contro quella categoria di piccoli imprenditori ha il dente più che avvelenato.
Eppure Del Don, deputato al Parlamento ticinese per l’Unione Democratica di centro (ovvero il partito che ha lanciato e vinto il referendum del 9 febbraio), “per il montaggio di pareti mobili e lavori urgenti sulle linee telefoniche della sua clinica diurna si è affidato a due imprese “italiote” – per usare il termine sprezzante utilizzato dal suo partito e dalla Lega.
Pure nel Comune di Chiasso, dove impera un’altra personalità  legista, Roberta Pantani, assessore e Deputata al Parlamento federale, si è ricorso ai “padroncini” per la manutenzione del campo di bocce.
Sempre la Pantani, titolare di una ditta di pavimentazioni stradali, sarebbe ricorsa a degli asfaltatori italiani per dei lavori a Lugano.
E dire che ieri, proprio per rendere omaggio al patriottismo ticinese, è sceso, da Zurigo Christoph Blocher, leader carismatico della destra svizzera.
Chissà  se è al corrente della doppia morale di questi svizzeri del sud.

Franco Zantonelli

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“RENZI CI RIVENDE IL PROGRAMMA DI LETTA”: MOLTI INTERVENTI ERANO GIA’ IN CALENDARIO DEL GOVERNO PRECEDENTE

Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile

EUGENIO SCALFARI LIQUIDA I PRIMI PASSI DEL GOVERNO RENZI E MOSTRA I DATI

“Renzi ci sta rivendendo come suo proprio il programma già  contabilizzato e in piena esecuzione dal suo predecessore”. Si legga Enrico Letta.
Queste le parole lapidarie di Eugenio Scalfari che in un editoriale su La Repubblica passa in rassegna ciò che concretamente il nuovo capo dell’esecutivo potrebbe fare per stabilizzare e migliorare i conti dell’Italia, senza trascurare i vincoli europei. “Perchè a Bruxelles e Berlino bisogna tentare la strada della convinzione, ma non quella dei pugni sul tavolo”, sottolinea Scalfari
Non trascurare i vincoli europei.
Ma non trascurare neanche il dettagliato programma che l’ex premier e il suo ministro dell’economia Saccomanni avevano imbastito prima di essere scomunicati.
Un programma che sembra essere cristallizzato e rispetto al quale “difficilmente Renzi potrà  fare di più o di diverso”.
L’esclusiva chiacchierata che il fondatore di Repubblica ha fatto con Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni è riportata e riassunta in 9 punti programmatici.
Per saperne di più ho interrogato Letta, rientrato due giorni fa in Italia e da lui ho avuto la sua versione dei fatti e delle prospettive.
Eccone il resoconto.
1. Il cuneo fiscale già  figura nella legge di stabilità  approvata dal Parlamento e prevede una riduzione di tre miliardi per il 2014 e di dieci miliardi per il 2015. La copertura proviene dalla “spending review” per l’anno in corso e di metà  per l’anno successivo: l’altra metà  dovrebbe esser fornita dal recupero dell’evasione fiscale. Saccomanni ritiene che la “spending review” possa dare di più, non meno di cinque miliardi quest’anno e forse sette nel successivo.
2. Il pagamento dei debiti dalla pubblica amministrazione alle imprese è già  contabilizzato e i fondi già  stanziati per 20 miliardi da erogare quest’anno. La copertura è fornita dalla Cassa depositi e prestiti che può agire subito e mobilitare altri fondi per i prossimi mesi.
3. La legge di stabilità  ed altre leggi specifiche prevedono una serie di investimenti da parte di imprese pubbliche, a cominciare da Rete Imprese, dalla Fincantieri e da altre aziende. I fondi sono già  stanziati e il totale supera i tre miliardi.
4. Il debito pubblico sarà  ridotto attraverso la privatizzazione di “asset” patrimoniali, anche questi già  previsti e contabilizzati con apposita legge approvata il 20 gennaio e già  in via di esecuzione.
5. L’andamento dello “spread” fornirà  dai tre ai quattro miliardi che Letta aveva previsto di utilizzare per le scuole e l’occupazione giovanile.
6. La Commissione europea è disponibile a fornire fondi per la crescita economica e per l’equità  sociale per somme rilevanti, da destinare al nuovo sistema di ammortizzatori sociali e di investimenti pubblici e privati. L’obiettivo è di ridurre le imposte sul lavoro e ripristinare con norme semplificate il credito di imposta per la creazione di nuovi posti di lavoro.
7. Durante il semestre di presidenza europea spettante all’Italia era previsto un decisivo passo avanti dell’Unione bancaria e interventi della Bce che stimolassero le banche ad accrescere i loro prestiti alle imprese.
8. L’Italia avrebbe visto la diminuzione del deficit-Pil dall’attuale 2,6 al 2,3 con un miglioramento dell’avanzo delle partite correnti al 5 per cento al netto degli oneri del debito pubblico.
9. In quello stesso semestre e in piena intesa con la Bce, l’Europa avrebbe dovuto affrontare un tema di grandissima importanza e cioè un mutamento del tasso di cambio tra l’euro e il dollaro. Proprio in questi giorni quel tasso ha visto una ulteriore rivalutazione dell’euro che sfiora ormai 1,40 dollari per un euro, una situazione intollerabile per le esportazioni europee verso l’area del dollaro. L’ideale sarebbe un tasso di cambio attorno all’1,20 o addirittura all’1,10 che rilanciando massicciamente le esportazioni europee ed italiane provocherebbe un apprezzabile aumento degli investimenti e della base occupazionale.

(da “Huffingtonpost”)

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D’ALIMONTE: «L’ITALICUM? RISCHIA DI ESSERE UN PASTICCIO»

Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile

“NEGO DI ESSERE IL PADRE DELLA LEGGE ELETTORALE, POI HA FATTO TUTTO RENZI CON BERLUSCONI”

«L’Italicum è il frutto di un compromesso tra Renzi e Berlusconi…». Roberto D’Alimonte nega di essere il «padre» della legge elettorale e sceglie di definirsi «zio». Non che il politologo si sia pentito di aver dato una mano al premier, ma avrebbe preferito un sistema diverso: «Voglio chiarire il mio ruolo. Quando ho collaborato con Renzi, le decisioni fondamentali le hanno prese lui e Berlusconi. Sono loro i veri protagonisti, che fin dall’inizio si sono appoggiati a consigli di altri».
Denis Verdini?
«È il tecnico elettorale di Berlusconi e il rapporto tra loro è stato molto più stretto di quello, assai più frammentario, tra me e Renzi. Io sono un tecnico-tecnico, il senatore Verdini è un tecnico-politico, il che mi ha impedito di far valere il mio punto di vista sulle parti che non mi piacevano».
La imbarazza aver contribuito a resuscitare politicamente l’ex premier?
«Io non c’entro nulla, è una responsabilità  politica di Renzi – si smarca il professore, “seccato per la sovraesposizione” –. Mi ha chiesto di dare dei pareri e io glieli ho dati. Gli sono servito nella fase più delicata, dopodichè lui adesso ha la Boschi. Renzi non mi cerca e io non lo cerco, sono tornato a fare il mio mestiere». A ottobre D’Alimonte suggerì a Renzi di andare a votare con il Porcellum e resta convinto che sarebbe stata la scelta giusta: «Avrebbe vinto lui. La storia del Paese è cambiata per la sentenza della Consulta, arrivata nel momento sbagliato e sulla quale io sono ultracritico».
È vero che fu Napolitano ad affossare l’accordo sul sistema spagnolo?
«No – chiarisce D’Alimonte –. Il capo dello Stato non mise alcun veto, si limitò a segnalare garbatamente la preoccupazione che quel sistema fosse troppo distorsivo, nel senso di favorire i grandi partiti e penalizzare i piccoli, quando invece la Consulta chiedeva equilibrio tra rappresentatività  e governabilità ».
Chi fu allora ad affossare lo spagnolo?
«Una coalizione di interessi formata dal governo Letta, dalla minoranza del Pd e dai piccoli partiti, a cominciare dall’Ncd di Alfano».
Torniamo all’Italicum, professore…
«Migliora la situazione, però è il frutto di un compromesso e quindi ha diversi limiti. Consente di conoscere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni e il doppio turno è un primo passo importante, su cui Renzi è stato bravissimo a strappare il via libera. Però il premio di maggioranza è troppo basso. Il fatto che chi vince abbia 321 deputati è troppo poco».
E la soglia per ottenere il premio?
«Berlusconi non si muove dal 37%, perchè gli dà  la speranza di vincere al primo turno. Ma bisognerebbe portarla al 40».
Se si andasse a votare con l’Italicum, Renzi rischierebbe di perdere?
«Questo sistema va bene a Berlusconi, ma Renzi rischia solo se perde la sua scommessa di governo. L’unico sistema con cui non può vincere è il proporzionale della Consulta. Ecco perchè l’obiettivo assoluto di Renzi, che non è un ingenuo, è modificare quel modello. Ha cercato di tirar fuori da Berlusconi il meglio, forse però si poteva fare qualcosina di più».
Lei cos’altro cambierebbe?
«Le soglie sono troppe e non mi piacciono gli sconti. Bastava una soglia unica al 4%, come nella legge Mattarella. Su questo punto mi sono battuto e ho perso e così sulle liste fasulle tipo Forza Milan o No Equitalia».
E la parità  di genere? È d’accordo?
«No, il 50 e 50 è una soluzione estrema, che non c’è neppure in Svezia».
Alla Camera la legge dovrebbe farcela, ma il problema è il Senato
«Il rischio che possa saltare c’è. I numeri sono più ballerini e i senatori non si accontenteranno di fare i notai della riforma approvata alla Camera, la vorranno modificare significativamente».
Cosa pensa del dimezzamento dell’Italicum?
«È un mezzo pasticcio, a cui Renzi è stato costretto pur di portare a casa la riforma. Se non si abolisce il Senato il pastrocchio sarà  inenarrabile. La partita è ancora complicatissima».
I tacchini non vogliono finire nel piatto a Natale…
«Esatto, il problema è che tocca ai senatori dover dichiarare lo scioglimento di Palazzo Madama».

Monica Guerzoni

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LA PROPOSTA DI LANDINI: CARO MATTEO, TI OFFRIAMO UN PATTO, CAMBIA L’ITALIA INSIEME AGLI OPERAI

Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA DEL SEGRETARIO DELLA FIOM

Signor presidente del Consiglio,
come testimoniano tutti i dati e come lei ben sa il nostro Paese conosce un’emergenza occupazionale e una crisi sociale che trascina centinaia di migliaia di persone nell’insicurezza e nella paura di non poter garantire un futuro a se stessi e ai propri figli.
È a partire da questa situazione che Lei ha più volte sottolineato la necessità  di una svolta politica, indicando nell’urgenza la principale delle motivazioni che l’hanno spinta ad accettare l’incarico di formare un nuovo Governo, rinunciando persino a fondarlo sulla legittimazione elettorale, come sarebbe più opportuno fare
Nel nome della stessa urgenza abbiamo ascoltato da parte sua l’annuncio di un calendario d’interventi che ha messo il lavoro ai primi posti dell’agenda del nuovo esecutivo
Noi che nel mondo del lavoro cerchiamo di rappresentare i bisogni e gli interessi di milioni di donne e uomini vogliamo portare il nostro contributo per affrontare la drammaticità  della situazione sociale che segna oggi grande parte del Paese.
La democrazia è a rischio nel nostro Paese se non si combatte la disoccupazione e la precarietà .
E quando si è poveri anche lavorando, vuol dire che è il momento della giustizia sociale e che bisogna redistribuire ricchezza verso i redditi più bassi e verso le fasce più deboli della società .
ALTOLà€ ALL’EUROPA
Crediamo che oltre a rivedere e rinegoziare i vincoli europei per uscire dalla logica dell’austerità , per il lavoro sia prioritario partire dalla difesa e dalla valorizzazione dell’occupazione che già  c’è per arrivare a crearne di nuova. Per puntare a questi obiettivi sono essenziali politiche attive del lavoro a iniziare da un piano straordinario di investimenti pubblici e privati, da una politica industriale che individui e intervenga sui settori strategici del Paese, che non disperda ma anzi valorizzi il nostro patrimonio di conoscenze e professionalità , sapendo che particolare attenzione debba essere riservata a quei settori e quei territori – la manifattura e il Mezzogiorno – che hanno pagato il prezzo più alto della crisi, ma che possono essere il cuore di una ripartenza comune.
E’ con questo spirito che, a partire dalla nostra esperienza e dalle nostre conoscenze, Le proponiamo una serie di indirizzi per uscire dalla crisi e dal ristagno. Si tratta di scelte e interventi tesi a innovare la produzione industriale e l’economia del Paese, riprogettare gli stessi prodotti e i loro cicli di vita indirizzandoci verso un’economia di beni durevoli e ambientalmente sostenibili, con un’opportunità  di sviluppo qualificato dell’occupazione, di sicurezza sul lavoro (sono ancora più di 1000 i morti ogni anno nei luoghi di lavoro) e di miglioramento della qualità  della vita di tutti.
PIENA OCCUPAZIONE
Anche per quanto riguarda le politiche sociali del lavoro crediamo sia necessaria una svolta rispetto alle scelte degli ultimi anni, riproponendo gli obiettivi della piena occupazione e del diritto a redditi dignitosi. E anche su questo – in attesa di conoscere meglio le indicazioni contentate nel vostro Jobs Act – ci permettiamo di sottoporLe sinteticamente il nostro punto di vista, le nostre indicazioni, un nostro “piano per il lavoro”.
Secondo noi, sono da evitare interventi a pioggia. Bisogna individuare delle priorità . Ad esempio, ogni euro pubblico a favore delle imprese deve essere vincolato a quanti posti di lavoro si difendono e si creano. Vanno resi possibili forme di credito e di finanziamento agli investimenti a tassi agevolati per le piccole e medie imprese, incentivando la costituzione di reti d’impresa. Non serve a nulla una riduzione generalizzata e non selettiva del cuneo fiscale. Per una ripresa dei consumi la tassazione va ridotta a partire da una riduzione dell’Irpef sui redditi da lavoro più bassi e ripristinando una vera tassazione progressiva. In particolare sarebbe necessario: incentivare la riduzione e la redistribuzione degli orari di lavoro; ridurre l’età  pensionabile e ripristinare le pensioni di anzianità  (perchè i lavori non sono tutti uguali e vanno tutelate maggiormente le mansioni più disagiate); riformare gli ammortizzatori sociali per estendere la cassa integrazione ordinaria e straordinaria a tutti i lavoratori e a tutte le imprese di ogni settore e dimensione; disoccupazione, precarietà , abbandono universitario e scolastico richiedono di introdurre anche in Italia forme di un reddito minimo universale; ridurre il numero oggi decisamente eccessivo delle tipologie contrattuali; cancellare l’articolo 8 della legge 148 del 2011, con cui si è permesso di derogare ai contratti nazionali. Varare una legge sulla rappresentanza coerente con la recente sentenza della Corte costituzionale, per certificare il peso reale di ogni organizzazione sindacale, garantendo il diritto alle lavoratrici ed ai lavoratori di scegliere e votare il sindacato che vogliono e approvare sempre le piattaforme e gli accordi che li riguardano tramite referendum.
TASSARE LE RENDIT
Per finanziare questi piani straordinari e questi interventi legislativi è naturalmente necessario un consistente recu-pero di risorse che può essere raggiunto con misure straordinarie, in sintonia con la gravità  della situazione: dal rientro dei capitali all’estero alla lotta all’evasione fiscale, dalla tassazione delle rendite finanziarie all’istituzione di una patrimoniale, dal privilegiare la riduzione del peso fiscale per chi investe in Italia e reinveste gli utili anzichè distribuirli agli azionisti, al rendere possibile per i fondi pensione dei lavoratori dipendenti un accordo con lo stato che garantendo il loro rendimento, permetta di usare parte di quelle risorse a sostegno di una politica d’investimenti per la ricerca, l’innovazione e l’ammodernamento del nostro sistema industriale ed infrastrutturale piuttosto che, come avviene oggi, nella finanza internazionale.
Ci permettiamo di indicare la necessità  di un vero coordinamento della Presidenza del Consiglio nell’azione del Governo e quindi tra i vari Ministeri, che fino ad ora troppe volte non abbiamo registrato.
BASTA ASPETTARE
Siamo coscienti, signor Presidente, quanto impegnativo e ambizioso sia l’insieme delle scelte che qui Le abbiamo sommariamente esposto, consapevoli che ci sono una serie di emergenze in corso a cui dare risposte (cassa in deroga ed esodati); ma è a partire dalla realtà  che ogni giorno tocchiamo con mano che siamo convinti della loro necessità  e di una strategia che renda coerente i singoli provvedimenti e ricrei una fiducia che oggi non c’è. E, se lo riterrà  utile, siamo pronti a chiarirne il senso e la realizzabilità  direttamente con Lei e con i Ministri competenti. Il 21 marzo organizzeremo a Roma una grande assemblea di delegate e delegati metalmeccanici per discutere e valutare l’evoluzione della situazione e decidere tutte le iniziative necessarie.
Non possiamo più aspettare, questo Paese va cambiato ed il lavoro è l’unico vero motore di un cambiamento che estenda la giustizia sociale e la democrazia, intesa come partecipazione e dignità .

Maurizio Landini

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