Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile
“COME MEDICO E SOSTENITORE DELLA SCIENZA AL FEMMINILE IN EUROPA CREDO SAREBBE PIU’ CORRETTO DISCUTERE DI “QUOTE AZZURRE”
Per prendere posizione oggi nel dibattito sulla parità di genere nella legge elettorale, basterebbe infatti ispirarsi all’equilibrio biologico del Pianeta: l’umanità è composta per metà da donne e per metà da uomini, e dunque la «superiorità » del maschio è una costruzione squisitamente culturale, nata dalle condizioni di vita di secoli fa.
O piuttosto una «distorsione», resa necessaria in società in cui la violenza e l’aggressività , tendenze legate al profilo ormonale maschile, avevano una funzione importante perchè garantivano l’approvvigionamento del cibo— tramite la caccia e la conquista di territori — e la protezione della prole in comunità dedite principalmente alla guerra.
Nelle società moderne tuttavia il quadro è capovolto: la violenza un handicap, mentre valgono molto di più le capacità di ricomporre i conflitti tramite il dialogo, la comprensione e l’intuizione, che sono prerogative tipicamente femminili.
Per questo penso che alle donne andrebbe riconosciuto un ruolo non solo paritario, ma addirittura superiore a quello dell’uomo, perchè sono più adatte al mondo di oggi.
Da qui la mia provocazione delle «quote azzurre».
Ho molto riflettuto sui punti di forza femminili e ne ho raccolti dieci, che ho pubblicato nell’ultimo capitolo del libro «Dell’Amore e del Dolore delle Donne» (Einaudi, 2010).
Il primo è di ordine biologico: con la procreazione, la donna ha nelle sue mani la sopravvivenza della specie umana.
Senza contare che nei primi mesi di vita, i bambini sono esposti prima di tutto all’influenza materna, dunque il mondo dell’infanzia, che ci determina come adulti, è un mondo femminile.
Il secondo è la capacità di unire il ruolo procreativo e materno con quello sociale e lavorativo: una delle conquiste sociali più recenti che non ha ancora espresso tutto il suo potenziale rivoluzionario.
Il terzo è la resistenza al dolore e alla fatica. Potrei testimoniare con migliaia di storie, come le donne abbiano una capacità straordinaria di affrontare la malattia e il dolore psicologico e fisico.
Il quarto punto precedente è la motivazione. Così come per un motivo superiore (l’amore per i figli o per la vita stessa) una donna sopporta e supera tragedie profondissime, così per l’attaccamento ad una causa o un’idea è una lavoratrice instancabile, intelligente, tenace.
Al quarto è legato il quinto punto che è il senso della giustizia. Già oggi metà dei nostri magistrati è donna e la maggior parte di loro si distingue per integrità e fermezza di giudizio.
Il sesto punto è la tendenza all’armonia, che è in linea con il senso femminile per l’organizzazione e l’ordine, molto importante nelle attività gestionali.
Il settimo è la maggior sensibilità soprattutto in senso artistico e culturale. Dico spesso che al cinema, a teatro, ai concerti, alle mostre troviamo soprattutto donne, mentre gli uomini riempiono gli stadi.
L’ottavo è la capacità di ragionamento e concentrazione. Al contrario di ciò che si è detto per secoli, la donna è più adatta alle attività scientifiche e di ricerca.
Al Campus di ricerca biomolecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia, metà del personale è donna e la produttività è straordinaria.
Il nono punto è che le donne decidono meglio e più rapidamente nelle situazioni critiche. Cito ancora il mio campo: quando qualcuno si ammala in famiglia, anziani o bambini, è la donna che prende in mano la situazione.
Il decimo, a cui ho già accennato è che la donna è portata alle soluzioni diplomatiche e la fine delle guerre è la condizione imprescindibile per il progresso civile.
È ovvio che i punti di forza sono molto più di dieci e basta guardarsi intorno: alle nostre compagne, figlie, madri, colleghe per rendersi conto che, quote a parte, il futuro è donna.
Umberto Veronesi
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Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE: PRESENTATA DALL’ORDINE DEGLI AVVOCATI ISTANZA DI FALLIMENTO, DODICI ANNI PER AVERE UN SENTENZA, MAGISTRATI RIDOTTI A 21, CIASCUNO HA 1300 FASCICOLI PENDENTI A TESTA
«Rinvio al 16 maggio 2020 ore 10». «Possiamo fare le 11?». «Che le importa? È fra sei anni!».
«Alle 9 dovrebbe venire l’idraulico…».
La fissazione delle udienze al Tribunale di Vicenza somiglia ormai alla vecchia barzelletta sovietica sui tempi biblici della burocrazia.
E così l’Ordine degli avvocati, appoggiato da un po’ tutte le associazioni di categoria, ha deciso di fare un passo mai visto.
Questa mattina presenta infatti al Tribunale berico un’istanza di fallimento del Tribunale stesso. Per insolvenza.
Che la situazione della giustizia vicentina sia pesante è noto. Non tanto per la penetrazione nella società della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta, che pure hanno infettato pezzi del mondo della produzione e del commercio.
Nè per la violenza in generale, contenuta entro limiti accettabili rispetto ad altre parti d’Italia. Il punto è che, come dicono tutte le analisi, una giustizia semiparalizzata causa danni gravissimi all’economia.
Per capirci, verreste dall’estero a investire in terra berica sapendo che un’azienda artigiana che doveva avere dei soldi da un debitore insolvente ottenne dal tribunale (dopo una denuncia, un’istruttoria e una sentenza) un’ingiunzione di pagamento nel lontano 2005 ma, a causa di una litania di ricorsi del debitore e una via crucis di rinvii, il processo andrà a chiudersi (auguri) il 3 febbraio 2017 e cioè 12 anni dopo l’ordine al debitore di pagare?
Rischiereste i vostri soldi lì
Dicono i numeri che i magistrati di Vicenza, che già sarebbero pochi a pieno organico (36, più 18 onorari) sono scesi a 21.
Con un carico ciascuno di 1300 fascicoli pendenti.
Oltre il doppio, secondo gli avvocati, di quelli che gravano mediamente sugli altri giudici della penisola. Per non dire dei vuoti mai colmati tra il personale amministrativo.
Per dare un’idea: in questa provincia che si vanta di avere la quarta associazione confindustriale d’Italia, un reddito pro capite che nel capoluogo passa i 26 mila euro, depositi bancari che sfiorano i 60 mila euro a famiglia, c’è un magistrato ogni 3.142 imprese, uno ogni 714 milioni di euro di export, poco più di uno ogni 2 miliardi (per l’esattezza 1.809 milioni) di fatturato industriale.
A farla corta: il pianeta economico vicentino è così vasto e complesso da imporre una giustizia molto più efficiente.
Mettetevi al posto di Jean Pierre, un operaio d’origine francese licenziato nel 2011: difficile trovare un posto, a 54 anni.
Conoscere il proprio destino (ha ragione lui o ha ragione il suo ex datore di lavoro?) è una questione di vita o di morte.
Bene: depositato il ricorso nel novembre 2011, la prima udienza fissata nel luglio 2012 è stata rinviata al gennaio 2014 ma, arrivata finalmente la data agognata, non c’era più il giudice, trasferito alla fine del 2013 a Roma.
Dunque? Tutto rinviato di nuovo. A data non ancora stabilita: «e non si tratta di un caso limite. Anzi»
Come può reggere un sistema così?
Ed ecco che Fabio Mantovani, il presidente dell’Ordine degli avvocati vicentini, con l’appoggio di Confindustria, Apindustria, Confartigianato, Confcommercio, Cgil, Cisl, Uil e altri ordini professionali («i magistrati, per evitare ovvie conseguenze di natura disciplinare non possono aderire formalmente altrimenti lo farebbero»), ha deciso, come dicevamo, di presentare oggi un’istanza di fallimento
Il documento, firmato anche da Claudio Mondin e Paolo Dal Soglio, accusa il Tribunale di essere «largamente venuto meno» all’adempimento «di gran parte degli obblighi istituzionali dei quali è portatore».
Denuncia «intollerabili ritardi nella definizione dei procedimenti pendenti, con rinvii di udienza che, nelle cause civili ordinarie, giungono persino a cinque anni, specialmente per le udienze di precisazione delle conclusioni».
Lamenta che «le condizioni di obiettivo e generalmente noto dissesto si sono andate progressivamente aggravando nel tempo, nonostante l’impegno dei magistrati e del personale amministrativo, il cui numero è peraltro andato gravemente diminuendo»
Sotto accusa, insomma, non sono i giudici locali «insostenibilmente congestionati» e impossibilitati a reggere carichi di lavoro impossibili ma quanti, a dispetto di tutte le proteste e tutte le pubbliche denunce cominciate nel lontano aprile del 2001, hanno abbandonato tutto in uno «stato di grave insolvenza».
Conclusione: «Poichè dai fatti menzionati si evidenzia l’assoluta incapacità da parte dell’Amministrazione della Giustizia di adempiere ai fondamentali obblighi propri di una istituzione tenuta a erogare il bene fondamentale della giurisdizione», gli avvocati «fanno istanza affinchè il Tribunale (…) dichiari lo stato di insolvenza del Tribunale di Vicenza».
Una provocazione? Certo. Difficile che una corte condanni per insolvenza se stessa.
Ma non è anche risolvendo questi problemi che passa il rilancio dell’economia?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile
COME SE FOSSE POSSIBILE…
Non molla. E’ determinata, convinta, innamorata.
Talmente innamorata che è disposta a rinunciare a tutto pur di sposare il suo Cavaliere.
“Io a Silvio lo chiedo tutti i giorni. E pur di sposarlo sono disposta a rinunciare a tutto, non voglio niente del suo patrimonio”.
Francesca Pascale in un’intervista a Il Fatto Quotidiano lo fa scrivere nero su bianco e ribadisce il concetto: “A lui l’ho già detto: ‘Da te voglio solo una cosa: il calore delle tue braccia”.
Probabilmente delusa dalle recenti dichiarazione di Berlusconi che ha detto di non pensare affatto a un nuovo matrimonio anche a causa della sua età (77 anni, ndr), Francesca è tornata alla carica, forte del sentimento che la lega al suo compagno al quale lancia un messaggio: “Basta con la storia del vecchio! Ogni volta mi incavolo, non sopporto questa immagine. Ma avete visto che grinta, che forza? Mica può essere vecchio a giorni alterni”.
E sulla presunta lite che si sarebbe scatenata a seguito dell’invito a Arcore che il Cavaliere avrebbe formalizzato a Susanna Canzian, modella trevigiana che con la sua bellezza si è fatta notare da Berlusconi, la Pascale mitiga: “Non ho problemi, possono anche venire in villa, ma devono riuscire a superare tre ostacoli: me, il cancello e la guardia di Dudù”.
Scherza, ma non troppo: “Non dimentichiamo che io sono partenopea e quindi gelosissima delle persone che amo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile
“UN SISTEMA DI POTERE INCARTAPECORITO AVEVA BISOGNO DI RIFARSI IL MAQUILLAGE”…”LE LARGHE INTESE SONO LA NEGAZIONE DELLA DIMENSIONE POLITICA, SONO LA PARALISI”
Può succedere che, nella pausa di una lunga intervista, ti ritrovi in una cucina affacciata su un
terrazzo precocemente fiorito, a far merenda con tè al gelsomino.
E capita pure che l’intervistato t’interroghi all’improvviso sui romanzi dostoevskijani, l’Idiota in particolare. “A un certo punto, ricorderà , Ippolàt dice a Myskin: ‘Principe, lei un giorno ha detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza’.
In russo la parola mir vuol dire mondo e, allo stesso tempo, pace”. Per fortuna partecipa anche la figlia del professor Zagrebelsky, Giulia, studentessa di Lettere. “Abbiamo presente, per esempio, l’orrore in cui vivevano gl’immigrati di Rosarno? È pensabile che fossero in pace con i propri simili? Chi a Taranto è costretto tra le polveri dell’Ilva, non è nelle condizioni di spirito di chi respira aria di montagna. Chiediamoci se viviamo in un mondo bello o sempre più brutto, in ambienti disumani, dominati dalla violenza, dalla sopraffazione, dallo sfruttamento. Altro che bellezza! Che salvi il mondo, questo nostro mondo, è una frase da cioccolatino. Infatti, l’hanno ripetuta in molti, autocompiacendosi, in occasione dell’Oscar a La grande bellezza, come se fosse quella di Myskin. Oggi si parla per non dire nulla. E si è ascoltati proprio per questo. Il vuoto non disturba e, se è detto in certo modo, è anche seducente. In un “Miss Italia” di qualche anno fa, una ragazza, per presentarsi, ha pronunciato una frase memorabile: ‘Credo nei valori e mi sento vincente’. Una sintesi perfetta del grottesco che c’è nel tempo presente”.
Professore, che impressione le hanno fatto i discorsi del neo premier?
Mah! Non tutto piace a tutti allo stesso modo. In attesa di smentite, mi par di vedere, dietro una girandola di parole, il blocco d’una politica che gira a vuoto, funzionale al mantenimento dello status quo. Una volta Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani definirono ‘razza padrona’ un certo equilibrio oligarchico del potere. Oggi, piuttosto riduttivamente, la chiamiamo ‘casta’. Un’interpretazione è che un sistema di potere incartapecorito e costretto sulla difensiva, avesse bisogno di rifarsi il maquillage. Se questo è vero, è chiaro che occorrevano accessori, riverniciature: il renzismo mi pare un epifenomeno. Vorrei dire agli uomini (e alle donne) nuovi del governo: attenzione, voi stessi, a non prendere troppo sul serio la vostra novità .
Il filo rosso di queste conversazioni è come sta l’Italia. Le risposte non sono quasi mai state incoraggianti: ci siamo chiesti quali responsabilità abbia la classe dirigente.
La classe dirigente — intendo coloro che stanno nelle istituzioni, a tutti i livelli — è decaduta a un livello culturale imbarazzante. La ragione è semplice: di cultura politica, la gestione del potere per il potere non ha bisogno. Sarebbe non solo superflua, ma addirittura incompatibile, contraddittoria. Potremmo usare un’immagine: c’è una lastra di ghiaccio, sopra cui accadono le cose che contano, sulle quali però s’è persa la presa; cose rispetto a cui siamo variabili dipendenti: la concentrazione del potere economico e gli andamenti della finanza mondiale, l’impoverimento e il degrado del pianeta, le migrazioni di popolazioni, per esempio. Ne subiamo le conseguenze, senza poter agire sulle cause. Tutto ciò, sopra la lastra. Sotto sta la nostra ‘classe dirigente’ che dirige un bel niente. Non tenta di mettere la testa fuori. Per far questo, occorrerebbe avere idee politiche e almeno tentare di metterle in pratica. Che cosa resta sotto la crosta? Resta il formicolio della lotta per occupare i posti migliori nella rete dei piccoli poteri oligarchici, un formicolio che interessa i pochi che sono in quella rete, che si rinnova per cooptazione, che allontana e disgusta la gran parte che ne è fuori. La politica si riduce alla gestione dei problemi del giorno per giorno, a fini di autoconservazione del sistema di potere e dei suoi equilibri. Pensiamo a chi erano gli uomini che hanno guidato la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra: Parri, Nenni, De Gasperi, Einaudi, Togliatti, per esempio. Se li mettiamo insieme, non è perchè avessero le stesse idee ma perchè ne avevano, e le idee davano un senso politico alla loro azione. Le cose che, oggi, vengono dette e fatte sono pezze, sono rattoppi d’emergenza, necessari per resistere, non per esistere. Non è politica. Nella migliore delle ipotesi, se non è puro ‘potere per il potere’, è gestione tecnica. La tecnica guarda indietro; la politica dovrebbe guardare avanti.
Il governo Monti qualche disastro tecnico l’ha fatto.
La tecnica come surrogato della politica è un’illusione. Se lei chiama un idraulico perchè ha il lavandino otturato, si aspetta che, a lavoro ultimato, lo scarico del lavandino funzioni. Non chiede all’idraulico di cambiarle la cucina. Così, anche i tecnici in politica. Gestiscono i guasti nei dettagli. I governi tecnici per loro natura sono conservatori, devono mantenere l’esistente facendolo funzionare . Dovrebbe essere la politica a immaginare la cucina nuova. E, fuor di metafora, dovrebbe avere di fronte a sè idee di società , programmi, proposte di vita collettiva e, soprattutto nei momenti di crisi come quello che attraversiamo, perfino modelli di società .
Giovani parlamentari e governanti dovrebbero avere un’idea del mondo.
Basta essere nuovi e giovani? No. Quello che conta è la struttura dei poteri cui si fa riferimento e di cui si è espressione. Una volta si parlava di blocco sociale, pensando alle ‘masse’ organizzate in partiti di appartenenza, in sindacati d’interessi consolidati. Si pensava alle classi sociali. Oggi, siamo lontani da tutto questo, in attesa della ricomposizione di qualche struttura sociale che possa esprimere esigenze, richieste e forze propriamente politiche. In questo vuoto politico-sociale che cosa esiste e prospera? La rete degli interessi più forti. È questa rete che esprime i dirigenti attraverso cooptazioni. La democrazia resiste come forma, ma svuotata di sostanza. Se la si volesse rinvigorire, occorrerebbe una società capace di auto-organizzazione politica, ciò che una volta sapevano fare i partiti. Oggi, invece, sono diventati per l’appunto, canali di cooptazione, per di più secondo logiche di clan e di spartizione dei posti. Così, non si promuove il tanto necessario e sbandierato rinnovamento, ma si “allevano” giovani uguali ai vecchi. Ecco la parola: il rinnovamento sembra molto spesso un ‘allevamento’. Il resto è apparenza: velocità , fattività , decisionismo, giovanilismo, futurismo, creativismo ecc. Tutte cose ben note e di spiegabile successo, soprattutto in rapporto con l’arteriosclerosi politica che dominava. Ma, la novità di sostanza dov’è? La ‘rottamazione’ a che cosa si riduce? Tanto più che nelle posizioni-chiave del ‘nuovo’ troviamo continuità anche personali che provengono dal ‘vecchio’ e la soluzione di nodi che ci trasciniamo dal passato è continuamente accantonata, come il cosiddetto conflitto d’interessi.
L’impellente necessità di modificare l’assetto costituzionale è un refrain che abbiamo ascoltato da più parti, negli ultimi anni.
Sì. Le istituzioni possono sempre essere migliorate, rese più efficienti, eccetera. Ma, a me pare che esse siano diventate il capro espiatorio di colpe che stanno altrove, precisamente nelle difficoltà che incontra un aggregato di potere che sempre più difficoltosamente riesce a mediare e tenere insieme il quadro delle compatibilità , in presenza di risorse pubbliche da distribuire sempre più scarse, e in presenza per di più d’una contestazione diffusa. Anche in passato, al tempo di Berlusconi al governo, è accaduto qualcosa di simile, ma non di uguale. L’insofferenza nei confronti della Costituzione a me pare derivasse allora dalle esigenze di un potere aggressivo. Oggi, l’atteggiamento è piuttosto difensivo. I fautori delle ‘ineludibili’ modifiche costituzionali dicono: c’è bisogno di cambiamenti per governare meglio, con più efficienza. Ma lo scopo dominante sembra l’autodifesa. Si tratta di ‘blindarsi’, per usare una parola odiosa molto in voga. Il terrore delle elezioni, la vanificazione dei risultati elettorali, i ‘congelamenti’ istituzionali in funzione di salvaguardia vanno nella stessa direzione.
“Vanificazione dei risultati elettorali”: una cosuccia non da poco in una democrazia.
La grande maggioranza degli elettori si è espressa a favore della fine del berlusconismo. Invece è stato ricreato un assetto governativo-parlamentare nel quale un cemento tiene insieme tutto quel che avrebbe dovuto essere separato. Il Parlamento attuale, sebbene non possa considerarsi decaduto per effetto della legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta, dovrebbe considerarsi gravemente privato di legittimazione democratica . Ma si fa ormai finta di niente. Non bisognerebbe far di tutto per rimettere le cose a posto?
Larghe intese versus Grillo.
Le larghe intese sono la negazione della dimensione politica. Sono il regime della paralisi, della stasi. Platone paragona il buon politico al buon tessitore, al buon nocchiero, al buon medico. Nei suoi dialoghi, non è mai detto che il politico è colui che s’immagina come debba essere la convivenza nella polis: non si aveva nell’antichità l’idea che la politica fosse fatta di contrapposizione di modelli. L’idea della politica come scelta è una novità moderna. Oggi sembra che si viva in un eterno presente, in cui una posta di natura politica non esiste. Se non ci sono scelte, non c’è politica, e se non c’è politica non c’è democrazia, ma solo conflitti personali, di gruppo o di clan per posti, favori e, nel caso peggiore, garanzie d’immunità .
Quindi siamo senza futuro.
Finchè la palude non viene smossa. Perchè i cittadini vanno sempre meno a votare? Una volta si diceva ‘son tutti uguali’, intendendo ‘sono tutti corrotti’. Ma oggi è peggio, si pensa: ‘tanto non cambia nulla’. È un effetto della stasi politica. Il Movimento 5 Stelle è nato col dichiarato intento di smuovere la palude, addirittura di investirla con una burrasca che rovesci tutto. Una negazione, dunque. Ma, la politica deve contenere anche un intento costruttivo. Questo, finora, non è visibile o, almeno, non è percepito. Non che sia molto diverso, presso gli altri partiti, solo che questi sono già radicati e godono perciò del plusvalore che viene dall’insediamento istituzionale. Per chi si affaccia, un’idea chiara e forte del ‘chi siamo’ e ‘per cosa ci siamo’ è indispensabile. La tabula rasa e la rete non sono programmi. Non lo è nemmeno la lotta alla corruzione che, di per sè, rischia d’essere solo una competizione per la sostituzione d’una oligarchia nuova a una vecchia. Oltretutto, la storia e la stessa ‘materia del potere’ mostrano che nella politica la lotta contro la corruzione è senza prospettiva. Contro la corruzione devono valere le istituzioni di controllo e l’intransigenza dei cittadini. La politica è intrinsecamente debole. La ragione sta in quella che, all’inizio del secolo scorso, è stata definita la ‘ferrea legge delle oligarchie’, il che significa che i grandi numeri, per essere governati, hanno bisogno dei piccoli. I piccoli — e l’osservazione vale per tutti, anche per i 5 Stelle — prima o poi si chiudono in se stessi e si alimentano con la corruzione, alimentandola a propria volta. In difetto di politica, alla corruzione non c’è limite perchè essa, nei regimi autoreferenziali, non è la patologia, ma la fisiologia del potere. Se si vuole: è la fisiologia dentro una patologia.
Senza speranza, dunque?
Siamo di fronte a un bivio. Da una parte c’è il progressivo arroccamento che, prima di implodere, passerebbe attraverso misure, dirette o indirette, contro la democrazia e la Costituzione. Dall’altra, la rianimazione della politica e la riapertura dei canali della partecipazione, che dovrebbe portare al rafforzamento della democrazia e della Costituzione. La prima strada è pericolosa anche per chi volesse percorrerla, perchè l’inquietudine sociale, prima o poi, esploderebbe con esiti che non vorremmo nemmeno immaginare. La seconda è difficile perchè la politica non s’inventa a tavolino scrivendo documenti, ma si costruisce quotidianamente nel rapporto con i bisogni, le aspirazioni, le difficoltà e i dolori dei cittadini.
Cosa pensa della decisione di non chiedere un passo indietro ai sottosegretari indagati?
La giovane ministra per i rapporti col Parlamento ha detto che non si chiede a qualcuno di dimettersi solo perchè inquisito. Giusto. Altrimenti, la politica sarebbe in balia non solo, o non tanto, della discrezionalità dei giudici, ma soprattutto di denunce pretestuose o calunniose, alle quali il magistrato deve dare corso. La questione però sta in quel “solo”. Politica e giustizia hanno logiche diverse. Nulla vieta al governo di difendere — fino a un certo punto — i suoi inquisiti con le ragioni che gli sono proprie, cioè con ragioni politiche. Ma deve spiegare perchè lo fa, pur in presenza di motivi di sospetto; deve assumersene la responsabilità ; deve giustificare perchè abbandona uno e protegge un altro. Non basta dire che si tratta ‘solo’ di procedimenti penali avviati e non conclusi (con una condanna). La presunzione d’innocenza non c’entra nulla con la dignità della politica.
Lei è mai stato tentato dalla politica?
Ciò cui mi sento più adatto è l’insegnamento. Per la politica, soprattutto per la politica, occorrerebbe una vera vocazione. Ricorda la conferenza di Max Weber intitolata, per l’appunto, la politica come professione-vocazione? Ecco: non sento la vocazione. C’è poi una considerazione che riguarda un potenziale conflitto d’interesse. Chi si occupa di attività intellettuali deve essere disinteressato personalmente. Ancora citando Weber: non deve cedere alla tentazione di mettere se stesso, e i suoi interessi, davanti all’oggetto dei suoi studi. Potrebbe esserci la tentazione di dire cose e sostenere tesi non per amore della verità (la piccola verità che si può andar cercando), ma per ingraziarsi questo o quel potente che ti può offrire, arruolandoti, una carriera politica.
Perchè la politica non attrae più i migliori?
Una volta avere in famiglia un deputato o un senatore era come avere un cardinale. Oggi, talora, ci si vergogna perfino. Ha visto quanti ‘rifiuti eccellenti’, opposti alla seduzione di un posto al governo? Se la politica non ha prospettive ma è semplicemente un girone d’affari, non servono politici, servono affaristi
Vota?
Ho sempre votato, malgrado tutto. C’è una pagina di Non c’è futuro senza perdono del premio Nobel per la Pace e arcivescovo di Città del Capo, Desmond Tutu, in cui si descrive la coda al seggio dei neri del suo Paese che, acquistati i diritti politici dopo l’apartheid, per la prima volta vanno a votare, piangendo. Attenzione a dire che il voto è un orpello.
Cosa pensa dell’Italicum nato dall’accordo tra il Pd e Forza Italia?
Non so che cosa ne verrà fuori. Mi colpisce, comunque, che la legge elettorale sia decisa dagli accordi d’interesse di tre persone (Berlusconi, Renzi, Alfano), invece che dalle ragioni della democrazia, cioè dalle ragioni di tutti i cittadini elettori. Mi colpisce tanta arroganza, mentre con un Parlamento delegittimato come l’attuale, si tratterebbe di fare la legge più neutrale possibile. Mi colpisce che si pensi a una legge che, contro un’indicazione precisa della Corte costituzionale, creerebbe una profonda disomogeneità politica tra le due Camere. Mi colpisce che si dica con tanta leggerezza che non importa, perchè il Senato sarà abolito. Mi colpisce che nel frattempo, comunque, si sospenderà il diritto alle elezioni, perchè la contraddizione tra le due Camere impedirà di scioglierle. Mi colpisce che non ci siano reazioni adeguate a questa passeggiata sulle istituzioni.
E l’idea di “diminuire” il Senato?
Vedremo la proposta. Fin da ora, vorrei dire che piuttosto che un pasticcio — interessi frammentati di politici locali con una spruzzata di cultura —, piuttosto che una cosa indefinita, senza una funzione, una propria ragion d’essere stabile e continuativa, meglio l’abolizione radicale. Meglio il nulla, piuttosto che l’umiliazione. Esistono già commissioni paritetiche, per la bisogna. Si cerchi di non trattare le istituzioni come merce vile che si vende al qualunquismo antiparlamentare al prezzo di qualche piccolo risparmio sul ‘costo della politica’. I Senati, o ‘seconde Camere’, o ‘Camere alte’ hanno profonde ragioni d’esistenza. Le loro funzioni, quali che esse specificamente siano, si giustificano con l’esigenza di introdurre nei tempi brevi della democrazia rappresentativa la considerazione d’interessi di più lunga durata, che riguardano — come si dice — le generazioni future. Sono assemblee moderatrici rispetto all’incalzare del consenso elettorale che deve essere incassato a intervalli brevi dall’altra assemblea. La prima Camera è necessariamente miope; la seconda Camera deve essere presbite. Deve far valere le ragioni della durata su quelle dell’immediatezza. La sua composizione e le sue funzioni dovrebbero tener conto di questa vocazione, essenziale affinchè la democrazia rappresentativa non dilapidi in tempo breve le risorse di tutti, nell’interesse elettorale di qualcuno. Mi pare che i discorsi dei nostri riformatori restino molto in superficie, rispetto alla profondità della questione.
Non è un bel momento, anche per le istituzioni di garanzia.
Le istituzioni di garanzia sono la magistratura, dunque anche la corte costituzionale, e il presidente della Repubblica. Poi c’è la libera stampa, che dovrebbe vigilare nell’esercizio della sua funzione al servizio della pubblica opinione. Siccome nelle oligarchie, come si è detto, le segrete cose — trattative, patti non dichiarati e dichiarabili, corruzione delle funzioni pubbliche — sono fisiologiche, le istituzioni di garanzia e libera stampa dovrebbero fare da contraltare quando occorre. In ogni caso, non mescolarsi e non omologarsi.
Il sistema italiano è perfettamente riassunto dal rapporto tra Rai e politica: è una commissione parlamentare che vigila sul servizio pubblico — e sull’informazione che produce — e non il contrario. Ben più che un paradosso.
È uno dei grandi rovesciamenti che ci tocca osservare in questi tempi. Non l’unico. Pensiamo ad esempio al sistema elettorale. Dovrebbe garantire che la base della vita politica stia presso i cittadini elettori. La logica della legge che abbiamo avuto fino a ora e, con ogni probabilità , di quella che avremo se la riforma andrà in porto, è invece quella della nomina dall’alto (delle segreterie dei partiti), con ratifica degli elettori. Uno dei principi del Fascismo era: ‘il potere procede dall’alto ed è acconsentito dal basso’.
Torniamo a Weber: cosa può indurre uno studioso a rinunciare a un bene sommo quale l’autonomia?
Le risposte più banali sono la seduzione del potere, la carriera. C’è però, credo, la tentazione dell’apprendista stregone o della ‘mosca cocchiera’: pensare di guidare la politica. Quando Carl Schmitt è stato processato a Norimberga, ha osato dire: ‘Non sono io a essere stato nazista, era il nazismo a essere schmittiano’.
Il pericolo non è essere costretti a sostenere certe tesi a tutti i costi?
Se si riferisce all’atteggiamento di molti costituzionalisti nei confronti dell’ultima fase della presidenza di Giorgio Napolitano, direi che è prevalsa l’idea che il presidente della Repubblica fosse l’ultimo baluardo, al di là del quale il caos, il disastro, il fallimento. Ciò ha portato a giustificare l’assunzione di compiti e il compimento di atti che nella storia costituzionale repubblicana, non si erano mai incontrati. Al punto che si parla ormai come cosa ovvia, non problematica, d’una repubblica presidenziale che ha preso il posto del sistema parlamentare. Tutto ciò si è manifestato in un attivismo finora sconosciuto. Ma è stato un attivismo orientato a quella che si dice essere la stabilità e la continuità , e che si traduce in conservazione. Mi pare che si possa dire che è prevalsa la paura del nuovo, il pessimismo politico. Solo apparentemente per paradosso, l’attivismo costituzionale è coinciso con il conservatorismo politico. La Costituzione, prevedendo un ruolo neutrale e super partes, del presidente della Repubblica, dà , mi pare, un’indicazione opposta: l’imparzialità costituzionale per consentire le innovazioni politiche, il rinnovamento della vita politica. Ottimismo politico.
Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile
UN RICORSO BLOCCA L’ALLESTIMENTO DELLA GALLERIA DI REGGIO CALABRIA… CHIUSI 4 PIANI TRANNE DUE SALE
Mai slogan fu più azzeccato. «Gira e rigira la Calabria ti stupisce sempre», c’era scritto a caratteri cubitali nella sala del Consiglio regionale dove ieri il governatore Giuseppe Scopelliti presentava un accordo con l’Alitalia per far arrivare frotte di turisti da tutto il mondo: destinazione il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove sono esposti da tre mesi i Bronzi di Riace. Ma soltanto loro, però.
A proposito di stupore, immaginate quello di chi, entrando in quel museo, scoprirà che sono aperte soltanto due sale, con le statue meravigliose trovate nel 1972 nelle acque calabresi e pochi altri straordinari oggetti, come la testa del Filosofo.
Il resto dello spazio è completamente vuoto, e tale rimarrà ancora per un anno: se tutto andrà per il verso giusto.
Perchè il calvario del Museo progettato negli anni Trenta del secolo scorso dall’architetto Marcello Piacentini non è ancora finito.
Si era impegnato allo spasimo il ministro dei Beni culturali del governo di Enrico Letta, Massimo Bray, perchè aprisse i battenti prima di Natale.
Quattro anni avevano aspettato i Bronzi di Riace sdraiati nell’androne di palazzo Campanella, dov’erano stati ricoverati in attesa che venisse completata la ristrutturazione del museo.
Quattro lunghi anni, con i lavori che andavano a rilento, si fermavano, poi ripartivano, per rifermarsi ancora, e i costi che salivano e salivano, fino a triplicarsi: da 10 a 33 milioni. Mentre le più belle statue di bronzo giunte a noi dall’antichità , precipitate in un avvilente dimenticatoio, venivano trasformate in protagonisti di spot propagandistici travalicando il pessimo gusto («Che ne dici di un po’ di montagna?». «Dai, al mare ci siamo sempre divertiti!» «Uff! Duemila anni…»).
E la riapertura si allontanava sempre più. Il museo della Magna Grecia doveva essere pronto per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, il 17 marzo 2011?
Ebbene, i Bronzi vi rientrano soltanto a dicembre 2013.
Nell’occasione, Bray non nasconde «grandissima emozione» nel vedere i due capolavori rimessi finalmente in piedi dopo 1.460 giorni «qui nel loro museo, un luogo bellissimo che abbiamo restaurato e restituito alla città ».
Ma forse, preso dal comprensibile entusiasmo, eccede nell’ottimismo. Perchè se i Bronzi sono tornati finalmente a casa, lo stesso non si può dire per le altre centinaia di formidabili reperti che dovrebbero essere esposti lì insieme alle due statue.
Una delle collezioni archeologiche più importanti e ricche d’Europa rimane chiusa nei depositi perchè manca ancora da realizzare l’allestimento nonchè gli impianti climatici di tutti gli spazi rimanenti. Parliamo di quattro piani interi.
E per quanto i soli Bronzi valgano assolutamente la visita al museo (provare per credere), è una cosa francamente inaccettabile dopo che Reggio Calabria ha dovuto aspettare tutto quel tempo solo perchè le porte del palazzo di Piacentini venissero riaperte
Da quando la ristrutturazione del museo reggino è iniziata hanno esaurito il loro mandato quattro ministri dei Beni culturali: Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Lorenzo Ornaghi e Massimo Bray. La patata bollente ora passa nelle mani del quinto, Dario Franceschini.
Il 10 gennaio scorso la soprintendente ai beni archeologici della Calabria, Simonetta Bonomi, dichiara davanti alle telecamere di Uno Mattina: «Adesso si sta lavorando per consentire la riapertura completa del museo, prevista per giugno. Le condizioni per rispettare la scadenza ci sono tutte, dopo l’aggiudicazione definitiva dei lavori». L’appalto vale cinque milioni, non bruscolini.
Peccato solo per quel ricorso al Tar che ha di nuovo bloccato tutto. Il consorzio Research contesta l’esito della gara vinta da una cordata di cui fanno parte le società Set up live, Protecno e la cooperativa Gnosis, chiedendo la sospensiva. Che però il Tribunale amministrativo respinge.
A concederla ci pensa invece il Consiglio di Stato, per ironia della sorte, proprio nelle stesse ore in cui Scopelliti e l’amministratore delegato di Alitalia Gabriele Del Torchio presentano l’accordo per portare i turisti al museo di Reggio Calabria.
E la vicenda, ben raccontata da Antonietta Catanese sul Quotidiano della Calabria , prende una piega imprevedibile nel vortice della burocrazia.
I lavori sono fermi e la palla, per la decisione sul merito della questione, rimbalza di nuovo al Tar. Che ha fissato l’udienza per il mese di luglio, cioè ben oltre il termine stabilito per la riapertura completa.
Se il tribunale confermerà il risultato della gara, allora i lavori potranno riprendere, ma non termineranno prima di cinque mesi: tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015.
Nella migliore delle ipotesi, ovviamente.
E sempre che la decisione del Tar non venga seguita da un ulteriore ricorso al Consiglio di Stato. In quel caso, è tutto da vedere. Se invece il Tribunale amministrativo darà ragione a chi ha promosso la causa, si dovrà rifare la gara.
Nel frattempo non resta che consolarsi con Giuseppe Verdi. Sabato 15 marzo il museo archeologico della Magna Grecia ospita una mostra dedicata al grande compositore, di cui l’anno scorso ricorreva il bicentenario della nascita, che ha già fatto tappa a Roma.
Titolo: «Giuseppe Verdi. Musica, cultura e identità nazionale».
Di spazio, si può starne certi, ce n’è in abbondanza.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 9th, 2014 Riccardo Fucile
DALLE RIFORME AI SOTTOSEGRETARI, ALL’ITALICUM…E SI PREPARA A SFIDARE BERLUSCONI
Il 16 novembre 2013, data di nascita del suo partito, convocò la stampa italiana e
internazionale per la lieta novella: «Sono qui per annunciare la formazione di un nuovo, grande centrodestra, con un simbolo che presto entrerà nei cuori di tutti gli italiani». Quattro mesi dopo il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano nei sondaggi balla pericolosamente attorno al quattro per cento, soglia di sbarramento per accedere alla distribuzione dei seggi nel Parlamento europeo alle elezioni del 25 maggio, alle ultime regionali in Sardegna non ha neppure presentato la lista.
L’obiettivo di raggiungere i cuori degli italiani appare lontano.
In compenso, è ben collocato nel cuore del sistema politico, la posizione da cui si governa l’Italia, il centro del centro, collocazione che garantisce a chi la occupa una rendita fortunata: influenza, potere, poltrone di governo e di sottogoverno, in misura largamente superiore al consenso davvero raccolto tra gli elettori.
In questi mesi Alfano si è sganciato dal nume tutelare Silvio Berlusconi, ha mollato il premier Enrico Letta di cui era vice e che lo aveva difeso a spada tratta nella vicenda della dissidente kazaka Alma Shalabayeva, professando — sia chiaro — grandi sentimenti di amicizia, si è attaccato alla nuova stella Matteo Renzi proponendosi come il suo principale alleato di qui alla fine della legislatura, che per il leader dell’Ncd deve arrivare il più tardi possibile.
Missione compiuta con l’accordo sull’Italicum, il via libera a una legge elettorale valida solo per la Camera che di fatto rende impossibile un voto anticipato: o si elimina il Senato con una legge costituzionale che richiede tempi lunghi, oppure per Palazzo Madama si tornerà a votare con quel che resta del Porcellum fatto a pezzi dalla sentenza della Corte costituzionale, certezza di ingovernabilità assoluta. In entrambi i casi Alfano sente di avere in tasca la golden share, con Renzi costretto a rallentare e Berlusconi a fare marcia indietro pur di restare seduto al tavolo delle trattative.
Bastava vederlo l’Angelino felice prima di entrare nello studio di “Otto e mezzo”, la sera di martedì 4 marzo, poche ore dopo la svolta decisiva: «Questa legislatura durerà , possiamo essere i fondatori della Terza Repubblica».
Del governo di cui fa parte rivendica la paternità : «Quando ho sentito Renzi al Senato nel discorso della fiducia dire che il nostro programma è riforme, mercato del lavoro, fisco, burocrazia e giustizia gli ho chiesto il copyright: sono le cose che diciamo da sempre». Quasi un governo Alfano, insomma.
E pazienza se Berlusconi ora preferisce parlare con il premier fiorentino piuttosto che con il suo ex segretario che un tempo trattava come un figlio: «Sopporto con cristiana pazienza la persecuzione del “Giornale” di cui Berlusconi è pienamente informato». Nulla, in realtà , rispetto a quanto subito da Gianfranco Fini, ma per Alfano è un altro tabù squarciato. E pazienza, anche, se in nome dell’asse con Matteo Angelino ha dovuto sacrificare il sottosegretario alle Infrastrutture Antonio Gentile, coinvolto in una faida familiar-affaristica, che pure aveva nominato di suo pugno tre giorni prima: ci sarà modo di rifarsi.
L’importante è che nel governo Renzi, sempre di più, sia visibile il peso di Alfano e del suo Ncd.
Partito virtuale, pensiero debole e potere solido, com’erano i dorotei di una volta, la corrente centrale della Dc: «Il doroteismo è la continuità nell’apparente evoluzione, l’immobilismo nell’apparente movimento», scriveva il politologo Ruggero Orfei.
Con un solo terrore: restare fuori, andare all’opposizione.
Il governo come destino, condizione esistenziale.
L’Ncd fino a qualche giorno fa non aveva neppure una sede nazionale, si riuniva negli uffici di Camera e Senato o nelle stanze governative, ne ha appena trovata una in via dell’Arcione, zona fontana di Trevi.
E non aveva organi dirigenti: sul sito del partito i notabili si fanno chiamare “team”, Alfano si autoproclama leader, almeno in questo è rimasto berlusconiano.
Appena è arrivato il momento delle scelte sono cominciate le divisioni interne, le rivalità sotterranee, come quella che divide l’ex presidente del Senato Renato Schifani dall’ex ministro Gaetano Quagliariello.
Quagliariello è la testa pensante della compagnia, studioso di fama e rapporti consolidati con il Quirinale, legato ai teocon Eugenia Roccella e Maurizio Sacconi che sognano di trasformare l’Ncd in un partito di crociati dei valori non negoziabili, proprio quelli sconfessati pure da papa Bergoglio.
Schifani è l’ex fedelissimo berlusconiano che guida una invisibile ma solida rete negli apparati dello Stato, affidata al senatore Giuseppe Esposito, vice-presidente del Copasir, strategico comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti.
Una settimana fa i giochi sembravano fatti: Quagliariello doveva essere nominato coordinatore nazionale dell’Ncd, una sorta di segretario.
Ma Schifani si è messo di traverso e ha strappato a Quagliariello la delega più importante: sarà lui, Renatino, a fare le liste dei candidati Ncd alle elezioni europee e amministrative. E non solo: anche sulla lista dei sottosegretari Quagliariello è rimasto totalmente escluso, a compilarla sono stati Alfano e Schifani.
Sono loro che hanno assegnato una poltrona delicata come quella di sottosegretario alle Infrastrutture a Tonino Gentile, signore delle preferenze calabrese.
Il fratello Giuseppe, alle ultime regionali è stato il consigliere più votato con quasi 15mila voti personali ed è assessore alle Infrastrutture della giunta Scopelliti, il loro sarebbe stato un caso di ricongiungimento familiare.
Accolto con esultanza dalla pattuglia dell’Ncd calabrese: «Il senatore Gentile potrà rafforzare la filiera degli investimenti con la Regione, saprà farsi portavoce della necessità di portare a rapido compimento i lavori sull’A3, di proseguire con l’Alta Velocità e con la realizzazione dei punti ferrati…», lo avevano festeggiato i senatori Piero Aiello, Antonio Caridi, Paolo Naccarato, Nico D’Ascola e Giovanni Bilardi, restituendo all’Ncd il tratto distintivo, la ragione sociale: le grandi opere, la gestione della spesa pubblica.
Gentile è stato costretto a dimettersi, ma è solo un incidente di percorso, ha precisato Schifani, «la nomina è solo sospesa». E la partita è appena all’inizio: un derby tutto interno al centrodestra, contro gli ex fratelli di Forza Italia, palmo a palmo, consigliere per consigliere, voto su voto.
Al Senato è arrivato l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini (che però aveva già lasciato il Pdl per candidarsi con Scelta Civica), dato in uscita per tornare a Arcore il deputato lombardo Maurizio Bernardo.
In Veneto quattro assessori e due consiglieri regionali che erano passati con Alfano sono tornati da Berlusconi.
Una contesa che si farà drammatica con l’avvicinarsi delle elezioni europee, in cui si vota con le preferenze e si candideranno tutti i big, affiancati dai portatori di voti.
Scarsi gli esterni, tipo il consigliere del Csm Nicolò Zanon («Siamo in diecimila alla convention, nessuno potrà negare che è nata una forza politica nuova», twitta felice). L’Ncd può contare sulla macchina elettorale di Comunione e liberazione, rappresentata dal ministro Maurizio Lupi, dall’ex presidente della Compagnia delle Opere Raffaello Vignali, neo-tesoriere del partito, dall’eterno Roberto Formigoni appena rinviato a giudizio insieme ad alcuni nomi storici del movimento milanese (Antonio Simone, Nicola Senese, Alberto Perego), dal sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi, fiorentino come Renzi.
Ma i veri bacini elettorali sono da Roma in giù: in Puglia c’è il super-votato Massimo Cassano, 19mila preferenze alle ultime regionali, nemico del lealista berlusconiano Raffaele Fitto, nel Lazio la pattuglia degli ex An Vincenzo Piso, Andrea Augello e Barbara Saltamartini, oltre al ministro Beatrice Lorenzin e al potente Gianni Sammarco, cognato di Cesare Previti, in Campania, Calabria e Sicilia ci sono le roccaforti di Angelino che devono trascinare il partito a raggiungere il quorum.
Questione di vita o di morte. Non c’è golden share che possa reggere senza passare la prova elettorale, perfino in un sistema politico arretrato come quello italiano, dove i voti, come le azioni, si pesano e non si contano e in cui il virtuale Ncd di Alfano può atteggiarsi a partito-chiave del governo Renzi.
Senza quorum l’Angelino esultante rischia di finire stritolato nella morsa di Renzi e Berlusconi.
Troppo potere, senza consenso.
Marco Damilano
(da “l’Espresso“)
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Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile
SUL CASO ILVA “NON DICE LA VERITA’, DEVE DIMETTERSI”
“Su Ilva e Taranto, Vendola racconta una storia che non è la realtà ». Il leader dei Verdi Angelo Bonelli incalza il governatore pugliese e leader di Sel all’indomani della richiesta di rinvio a giudizio per concussione, presentata nell’ambito dell’indagine sul disastro ambientale provocato dalla grande acciaieria
Ha rivolto cinque domande a Vendola per evidenziare il suo fallimento sul caso Ilva?
«Non spetta a me processarlo, ma deve delle spiegazioni. Si vanta di aver varato una legge per abbattere le emissioni di diossina dalle acciaierie. Ma quella legge non è stata applicata. E ora chiedo perchè non è stato avviato il monitoraggio in continuo ed è stato fissato un livello soglia superiore a quello previsto per i centri siderurgici della Germania. Quella legge venne concordata con Ilva e con il governo Berlusconi, proprio come dicono i giudici»
E gli altri quattro quesiti?
«Vendola ci spieghi i ritardi nell’istituzione del registro tumori. E perchè non ha impugnato dinanzi alla Consulta la legge favorevole all’Ilva sulle emissioni di benzoapirene, il veleno industriale che uccide i tarantini. Vorrei capire, inoltre, perchè la Regione diede parere favorevole all’Aia del 2011, nonostante i dubbi che poi hanno trovato conferma nell’inchiesta. E da ultimo vorrei comprendere come mai non sia stata avviata una indagine epidemiologica per decifrare gli impressionanti dati sulla mortalità a Taranto»
Secondo lei Vendola dovrebbe dimettersi?
«Sul web circola una sua foto. In mano ha un cartello e sopra c’è scritto: i politici indagati devono dimettersi. Non c’è altro da dire».
Il governatore sostiene di aver difeso migliaia di lavoratori…
«A Taranto bisognava difendere il diritto alla salute e alla vita prima di ogni cosa. E migliaia di agricoltori, pescatori e mitilicoltori hanno perso il posto. Nessuno li ha difesi»
Il futuro a Taranto è un punto interrogativo?
«Invece di fare leggi speciali per un risanamento discutibile con la prospettiva di riconsegnare la fabbrica ai Riva, il governo dovrebbe istituire una no tax area per attirare investimenti, ridisegnare il centro urbano di una città straordinariamente bella. Renzo Piano si è detto disponibile. Una politica seria non deve far cadere nel vuoto questa opportunità ».
Mario Diliberti
(da “la Repubblica”)
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Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile
RICERCATORI A LIBRO PAGA, DURATA DEI BREVETTI PROLUNGATA, ACCORDI PER FISSARE I RIMBORSI… LE CASE FARMACEUTICHE SI SONO SPARTITE IL MERCATO COME VOLEVANO… CASO AVASTIN-LUCENTIS: PRIMI INDAGATI A TORINO
Prolungare la durata dei brevetti, fare accordi illeciti per fissare i prezzi dei farmaci, mettere a
busta paga ricercatori e scienziati.
Sono solo alcuni degli escamotage utilizzati dai colossi farmaceutici per poter sponsorizzare i propri medicinali e gonfiare i fatturati.
Non resta isolato il caso Roche-Novartis, le due case farmaceutiche che solo qualche giorno fa sono state sanzionate dall’Antitrust.
Dovranno pagare una multa di 180 milioni di euro in totale, perchè hanno fatto cartello per sponsorizzare il Lucentis, che costa circa 700 euro, rispetto all’Avastin che ne costa 80. Sul caso indaga sia la procura di Roma (per aggiotaggio e truffa), che quella di Torino, dove sono già stati iscritti alcuni nomi nel registro degli indagati.
Negli anni le multinazionali dei farmaci si sono spartite il mercato, quasi sempre a discapito dei farmaci generici meno costosi sia per le tasche del servizio sanitario nazionale che per quelle dei malati.
Leggendo le sanzioni emesse dall’Antitrust, l’autorità garante della concorrenza e del mercato, è possibile ricostruire le modalità di una serie di strategie messe in atto dalle case farmaceutiche.
Per ostacolare l’ingresso dei genericisti sul mercato, alcune aziende negli anni hanno abusato della posizione di dominio.
Come la Pfizer che a gennaio 2012 ha ricevuto una multa di 10,6 milioni di euro da parte dell’Autorità garante.
In questo caso il Servizio Nazionale ha mancato incassi per 14 milioni di euro. Il farmaco in questione serviva per curare il glaucoma, un disturbo visivo che può comportare — in casi gravi — anche la perdita della vista. Il 60 per cento del mercato comprava il medicinale a base del principio attivo latanoprost dalla Pfizer, che per mantenere questa posizione di dominio, a seguito della scadenza della protezione brevettale, ne ha prolungato artificiosamente la durata, prima fino a luglio 2011 e poi fino al gennaio 2012, per allinearla a quella in vigore negli altri Paesi europei.
E non è tutto perchè la stessa Pfizer avrebbe inviato diffide ai produttori di farmaci generici conducendo anche un contenzioso amministrativo e civile, con importanti richieste di risarcimento danni in caso di commercializzazione.
In questo modo si creava incertezza giuridica nei produttori di farmaci generici sulla possibilità di commercializzare i propri medicinali, ritardandone l’ingresso sul mercato. Ma ci sono stati anche altri casi.
Risale alle fine degli anni 90 l’istruttoria su un farmaco utilizzato la cura delle infezioni delle vie respiratorie. In quel caso furono condannate sei case farmaceutiche perchè si misero d’accordo per fissare i prezzi dei medicinali.
A pagare di tasca propria, chi di quelle cure aveva bisogno.
Tanto che il farmaco in dieci mesi aumentò il prezzo del 50 per cento. E ancora. Un altro escamotage consiste nel cambiare la composizione dei principi attivi presenti nei medicinali, anche se di pochissimi milligrammi.
In questo modo possono essere immessi sul mercato prodotti apparentemente nuovi, ma più costosi, con gli stessi effetti di quelli che già esistevano.
Per non parlare dei casi di aziende farmaceutiche che hanno comprato i pareri degli esperti. A libro paga negli anni ci sono finiti medici indipendenti e ricercatori, ma anche laboratori, istituzioni finanziatrici e riviste specialistiche.
Negli Stati Uniti sono scoppiati parecchi scandali di questo tipo.
Come il caso del dottor Katz, che — come rivelò il Los Angeles Times — ha ricevuto nel corso degli anni centinaia di migliaia di dollari da aziende farmaceutiche.
Con Katz altri cinque nomi illustri erano registrati a libro paga, tutti esperti che dovevano sperimentare ed esprimere un’opinione sul farmaco.
Un problema che si è ripetuto in altri casi tanto da costringere il governo a varare la Physician Paymentes Sunshine Act, una norma , in vigore da gennaio 2013, che impone ai produttori di medicine di dichiarare i fondi con i quali vengono finanziati anche gli istituti di ricerca.
E questo non è un problema oltre confine, lontano da noi, perchè quei farmaci vengono venduti anche nelle nostre farmacie.
Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile
IL DISCORSO DI NAPOLITANO PER LA FESTA DELL’ 8 MARZO: “LA DENUNCIA E’ UN DETERRENTE CONTRO I VIOLENTI”
«Troppo spesso si sente dire che il tema delle pari opportunità è superato perchè viviamo già in una condizione di uguaglianza giuridica e materiale tra i sessi. Ovviamente non è vero». Nel giorno della Festa della donna il Capo dello Stato ha affermato chiaramente che la strada da percorrere per una vera parità è ancora lunga. Il suo intervento ha chiuso la cerimonia per l’8 marzo che si è svolta stamani al Quirinale alla presenza di rappresentanti delle istituzioni (accanto ai presidenti di Camera e Senato c’era la quota “rosa” del Governo), della cultura e della società civile. Una cerimonia durante la quale Giorgio Napolitano ha consegnato onorificenze a sette donne.
Tra loro anche Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata con l’acido, e la siciliana Franca Viola, che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione femminile rifiutando un «matrimonio riparatore».
Come il razzismo anche il sessismo «diventa un virus duro da estirpare» ha constatato il presidente della repubblica con esplicito riferimento agli insulti e alle minacce ricevute da Laura Boldrini.
Ha messo in guardia contro i rischi del web e ricordato che la violenza fisica e sessuale sulle donne è un comportamento molto diffuso ( «in Italia c’è un calo degli omicidi, mentre non diminuisce il numero dei femminicidi» ha confermato il ministro Alfano).
Ma si può e si deve contrastare. Intanto, come ha suggerito il ministro degli Affari Esteri, Federica Mogherini facendo «crescere i bambini e le bambine di oggi nella consapevolezza di avere un compito comune: rompere gli schemi, avere il coraggio di cambiare, non piegarsi a percorsi obbligati, non accettare gli stereotipi».
Non è un caso che, come ha denunciato oggi l’Istat, per sei italiani su 10 (57,7%) nel nostro Paese la vita è migliore per gli uomini che per le donne.
Ed è vero – lo ha ricordato stamani il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini – che sebbene in Italia le donne siano più numerose e in media più qualificate degli uomini, «hanno salari più bassi, maggiore precarietà , difficile conciliazione dei tempi tra casa, figli e lavoro, minore indipendenza economica».
Insomma, lo scenario che emerge induce a non archiviare la festa dell’8 marzo che oggi è stata al centro di una miriade di iniziative in tutta la penisola.
A Napoli, davanti alla sede dell’ente provinciale, in piazza Matteotti, sono state sistemate 150 sedie vuote, ciascuna con il nome delle altrettante vittime del «femminicidio» registrate nel 2013.
Nella Capitale un flash mob, organizzato da Intervita onlus, è andato in scena a Piazza di Spagna: un grande bracciale arancione per stringersi in un abbraccio con l’intenzione di dire `basta’ alla violenza sulle donne.
In Sardegna nella rotonda di Sa Serra a Gavoi (Nuoro) scarpe sul selciato, rosse come il sangue che ha versato Dina Dore il 26 marzo 2008, quando è stata ammazzata davanti alla figlioletta di otto mesi per mano di un killer mandato dal marito.
«L’8 marzo serve ancora e servirà fin quando ci sarà violenza sulle donne» ha ammonito il presidente della Camera, Laura Boldrini.
E la cronaca conferma che la scia di sangue non accenna a fermarsi: anche oggi due donne sono state uccise, una è stata trovata morta nel pomeriggio nella camera di un albergo di Gualdo Tadino in Umbria, la prima ipotesi dei carabinieri è che sia stata uccisa dall’uomo che era con lei; l’altra è stata accoltellata a Vigevano, nel Pavese, dal marito.
Loro non hanno avuto il tempo di festeggiare con la mimosa.
(da “La Stampa“)
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