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CASO GENTILE: IL “CINGHIALE FERITO” FA PAURA A RENZI

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LO STRANO E INTERESSATO SILENZIO DI GOVERNO: COME MAI RENZI NON HA RISOLTO LA VICENDA “VELOCEMENTE” ?

Dal cinghiale alla pitonessa, del caso di Antonio Gentile ieri hanno parlato tutti.
Tutti, tranne uno: Renzi Matteo, di professione premier e dante causa politico del sottosegretario alle Infrastrutture calabrese, accusato di aver bloccato l’uscita di un giornale — L’Ora di Calabria — per evitare la pubblicazione di una notizia sgradita su suo figlio.
“Non l’ho fatto”, ha detto ieri l’esponente calabrese di Nuovo centrodestra, caro ad Angelino Alfano e al governatore Scopelliti: “La macchina del fango partita dalla mia regione ha contaminato i grandi giornali”.
In sostanza, secondo Gentile, la ricostruzione de L’Ora di Calabria è falsa.
Motivo? Pietro Citrigno, ex editore del giornale e padre dell’attuale, Alfredo, è un suo avversario: “Vivo sotto scorta da tre anni per avere denunciato le stabilizzazioni operate nel periodo di gestione del vecchio centrosinistra all’Asp di Cosenza. In quella stessa Asp sedeva un pregiudicato, rinviato a giudizio con Citrigno per oscene operazioni immobiliari del servizio pubblico”.
Il direttore de L’Ora di Calabria, Luciano Regolo, che per primo denunciò l’episodio, ha replicato che “non si farà  intimidire”: “Ho letto le parole di Gentile , ma piuttosto che fornire una spiegazione del fosco accaduto preferisce sparare fango sul padre del nostro editore per confondere le acque”.
Il cdr del giornale, peraltro, ha annunciato querela nei confronti del sottosegretario.
Anche sul fronte politico per Gentile non è una giornata piacevole.
Parte Daniela Santanchè: “Renzi lancia i 5 punti per combattere le mafie. Bene, ma finchè anche lui ha paura dei ‘cinghiali feriti’ di Alfano le sue restano parole vuote”.
Anche la presidente dell’Antimafia Rosi Bindi, a non contare il Pd calabrese, chiedono le dimissioni di Gentile, M5S e Lega valutano la mozione di sfiducia.
Quelli di Ncd, però, non ci stanno e da Cicchitto a Schifani e Sacconi fanno a gara per difendere il collega.
Il renziano Ernesto Carbone dice che “per la soluzione bisogna aspettare qualche giorno”.
Il presidente del Consiglio? Non pervenuto.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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E LA PD BOSSIO DISSE: “GENTILE E’ NU MAFIUS”

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IN UNA INTERCETTAZIONE DEL 2006 EMERGEVA UN GIUDIZIO POCO LUSINGHIERO DA PARTE DELLA COLLEGA

“Con Tonino Gentile non bisogna avere a che fare perchè non è un galantuomo, anzi è un mafioso”. Il giudizio sull’attuale sottosegretario alle Infrastrutture è stato espresso 8 anni fa da Enza Bruno Bossio, oggi deputato del Pd calabrese che sostiene il Governo.
La telefonata è stata intercettata dai carabinieri sul telefono del suo interlocutore: Antonio Saladino, leader della Compagnia delle Opere in Calabria, indagato nell’inchiesta Why Not dell’allora pm Luigi De Magistris, conclusa dopo alterne vicende, tra condanne nei primi gradi, prescrizioni, rinvii e assoluzioni in un nulla di fatto.
Anche Bruno Bossio è stata assolta definitivamente e poi si è candidata.
La conversazione avviene quando Enza Bruno Bossio è un pezzo grosso in Calabria: amministratore della Intersiel, gruppo Telecom, e moglie di Nicola Adamo, allora segretario regionale Pd.
Il 18 febbraio 2006 Bruno Bossio commenta al telefono un pranzo al quale Saladino ha appena partecipato.
C’erano i due fratelli Gentile: Giuseppe (oggi assessore alle Infrastrutture in Calabria) e Antonio (oggi sottosegretario) poi tra gli altri l’architetto Mario Occhiuto e il re dei supermercati Despar in Calabria Tonino Gatto, allora in buoni rapporti con Adamo. Quando Enza Bruno Bossio scopre che l’imprenditore Gatto e l’architetto Occhiuto (nel 2011 eletto sindaco di Cosenza con vicesindaco Katia Gentile del Pdl, figlia del sottosegretario Antonio) se la fanno con Gentile si infuria.
Il pranzo serviva — secondo lei — per convincere (tramite l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Angelo Sanza, che poi non andò) Giuseppe Pisanu a liberare il posto per far salire Antonio Gentile al Senato.
Si capisce che pochi giorni prima Bruno Bossio ha avuto un duro scontro verbale con Gentile in aereo e sostiene che con lui non bisogna parlare: “Dovevano quindi stabilire delle relazioni romane favorevoli a Tonino Gentile, perchè parliamoci chiaro se Pisanu non si dimette dalla Calabria… Antonio Gentile non sale… quindi è evidente che si sta facendo una lobby a favore di Antonio Gentile . Il fatto stesso che l’ha invitato è un fatto negativo (…) ma scusami Tonino… ma tu non sai quello che mi ha detto quella ‘m…’ di Gentile sopra l’aereo… ma te l’ho raccontata? Siccome io ho detto a Nicola (Adamo, il marito, Ndr) che doveva sfidare a duello Tonino Gentile. Nicola non può andare dietro a Tonino Gatto che va dietro a Tonino Gentile. Per me il cerchio si chiude. Cioè Tonino Gatto non può continuare a fare quello che da le carte a tutti e si deve dare una regolata da questo punto di vista. Non dico tra destra e sinistra ma tra galantuomini e non galantuomini e Tonino Gentile non è un galantuomo. Anzi è un mafioso”.
“Nu mafius”, per l’esattezza, nell’audio.
Bruno Bossio ha in parte sminuito in un’intervista successiva quelle parole. “Quando ci fu la polemica per la sua nomina a membro della commissione Antimafia, qualcuno tirò fuori la telefonata — racconta oggi — e un emissario di Gentile mi chiese di precisare in suo favore. Io dissi che la frase era stata decontestualizzata e che, dall’intera telefonata, si capiva il senso. Non volevo dire che Gentile fosse davvero un mafioso . Feci questa dichiarazione principalmente perchè sono contraria alle intercettazioni ma lui, per ringraziamento, annunciò, dopo l’intervista, che mi querelava per quella frase detta anni prima. Immagini la mia rabbia”.
Fatta questa precisazione sul senso di quella parola, Enza Bruno Bossio non arretra sul giudizio negativo: “Avete scritto che io non mi sarei espressa contro Gentile. Ma scherziamo? Abbiamo fatto mercoledì sera un gruppo dei parlamentari del Pd per segnalare il rischio al segretario regionale appena eletto, Ernesto Magorno, che si professa amico di Renzi, prima della nomina. Non penso che Renzi sia stato avvertito del rischio che correva con questa nomina”.
Conferma che non è un galantuomo? “Premesso che non tutti possono avere lo stesso concetto che ho io del galantuomo, certamente esprime un modello politico che non è il nostro. Questa ultima vicenda della mancata uscita del giornale non è casuale. Il modello di potere di Tonino Gentile si incarna in questa vicenda: la gente deve stare sotto lo schiaffo se no la politica non funziona. Quindi Gentile non è mafioso e non volevo dire che lo fosse, ma siamo di fronte a prepotenza e arroganza”.
Il peso determinante del Ncd in Calabria, con 5 senatori, salverà  Gentile?
“Questa non è una vicenda calabrese ma — spiega Bruno Bossio — è una battaglia politica nazionale. Lo dimostrano le posizioni dei direttori delle maggiori testate nazionali pubblicate sul Fatto quotidiano ieri. Il rinnovamento vero non sta negli slogan ma nei contenuti. E per questo non sto con Renzi ma con Cuperlo. Gentile non è il rinnovamento, incarna un modello medievale, tailandese. Nell’epoca dei social network non vuole nemmeno che si parli male di lui sui giornali. Questo modello nemico della libertà  e della democrazia non deve vincere. Se Gentile resterà  al governo, la gente capirà  la lezione e continuerà  ad abbassare la testa”.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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OSCAR, TRIONFO ITALIANO: VINCE “LA GRANDE BELLEZZA”

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL MIGLIOR FILM STRANIERO A SORRENTINO: “GRAZIE A SCORSESE, FELLINI E MARADONA”

La grande tensione si scioglie a metà  serata, quando Paolo Sorrentino, premiato da Ewan McGregor e Viola Davies, stringe tra le mani la statuetta per il miglior film straniero e pronuncia il suo discorso di vincitore: «Sono molto emozionato e felice, questo premio non era scontato, i concorrenti erano temibili, ora finalmente mi sento sollevato».
Le dediche e i ringraziamenti sono precisi e pensati.
Prima di tutto «Nicola e Toni» cioè il produttore Nicola Giuliano e il protagonista del film Toni Servillo, poi i debiti artistici, le fonti d’ispirazione, ovvero «Federico Fellini, i Talking Heads, Diego Maradaona e Martin Scorsese. Quattro campioni, ognuno nella loro arte, che mi hanno insegnato cosa vuol dire fare grande spettacolo».
Poi la famiglia, «le mie personali grandi bellezze, Daniela, Carlo e Anna», e ancora le due città  «Roma e Napoli», «i miei genitori» e quelli della moglie «Nunzia e Sasà ».
Dopo 15 anni l’Oscar torna in Italia, e, a pochi chilometri dal Chinese Theatre, il gruppo degli italiani a Los Angeles festeggia nella casa del console Giuseppe Perrone dove è stato organizzato un party per la visione collettiva della cerimonia.
Con Sorrentino festeggiano, da questa notte, Steve McQueen, regista del miglior film «12 anni schiavo», Alfonso Cuaron che, con «Gravity», ha portato a casa ben sei Oscar compreso quello per la migliore regia, Matthew McConaughey, protagonista di «Dallas Buyers Club», Cate Blanchett migliore attrice in «Blue Jasmine» e poi Jared Leto, che affianca McConaughey nel ruolo del trans dal cuore d’oro di «Dallas Buyers club» e Lupita Nyong’o, la schiava amata e umiliata da Michael Fassbender in «12 anni schiavo».
Il film di McQueen vince anche il premio per la migliore sceneggiatura (non originale) e il regista vuole che sul palco salga l’intera squadra del film, per condividere il riconoscimento con tutti quelli che hanno contribuito alla sua realizzazione. La migliore sceneggiatura originale è invece quella di «Her», firmata da Spike Jonze, mentre «Frozen» sbaraglia la concorrenza nel settore dell’animazione.
I grandi esclusi sono soprattutto «American Hustle» di David O. Russell che si pensava avrebbe messo insieme un bel numero di riconoscimenti tra i tanti annunciati ed è uscito a mani vuote dalla competizione, e «Il lupo di Wall Street» di Martin Scorsese.
Lo schiaffo più sonoro tocca ancora una volta a Leonardo Di Caprio che non riesce, nonostante la grandiosa interpretazione del truffatore protagonista, a mettere le mani su un premio che gli è sfuggito tante altre volte.
C’è già  chi dice che il destino di DiCaprio sarà  forse quello di un riconoscimento alla carriera in tarda età , come è accaduto spesso a superdivi trascurati da Hollywood.
Sorprese anche sul fronte della miglior canzone, dopo la toccante performance dal vivo di Bono,che ha cantato «Ordinary love», dal film «Mandela: Long walk to fredom», si pensava che il premio sarebbe andato a lui, e invece vince «Let it go» di «Frozen».
Anche «Il Grande Gatsby», gran delusione della passata stagione cinematografica, si aggiudica premi che si pensava sarebbero andati ad «American Hustle» come l’Oscar per i costumi e per la scenografia. La cerimonia, guidata da Ellen De Generes, è stata meno magniloquente del solito, più asciutta, più divertente, più autoironica.
Commovente il ricordo dei numerosi scomparsi dell’anno, chiusa dall’immagine di Philip Seymour Hoffman, e bellissimi i due intermezzi comici in cui la conduttrice ha preso in giro mode e abitudini del momento, la foto di gruppo «selfie» e l’arrivo delle pizze pagate con colletta fra superdivi. Gli sguardi più innamorati sono stati quelli lanciati da Brad Pitt a Angelina Jolie, e da Jared Leto a sua madre, oggetto (molto commosso) di un ringraziamento lungo e denso di affetto.

(da “La Stampa”)

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CARRAI, IL FACTOTUM DI RENZI CHE FA AFFARI CON IL FACCENDIERE

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

AEROPORTO DI FIRENZE: L’ACQUIRENTE E’ SOTTO PROCESSO PER IL CRAC DI VOLARE… E CERCO’ DI FORZARE BERNABE’ A CEDERE TELECOM ARGENTINA

Chi si aspettava dal regime renziano la rottamazione degli intrecci più opachi tra politica e affari, si rassegni a una paziente attesa.
Le solite compagnie di giro continuano a tessere le loro trame come prima, e trovano tra gli amici di Matteo Renzi le loro sponde.
“Entusiasmo e soddisfazione” ha manifestato il vicesindaco di Firenze Dario Nardella (storico braccio destro del premier) per l’acquisto del 34 per cento della Adf (Aeroporto di Firenze, società  presieduta da Marco Carrai, altro fedelissimo del capo) da parte dell’ottantenne imprenditore argentino Eduardo Eurnekian.
La sua Corporacion America ha pagato 40 milioni al fondo F2i guidato da Vito Gamberale, e adesso si prepara all’offerta pubblica di acquisto su tutto il capitale, per un investimento totale di 120 milioni, che andranno agli attuali azionisti e non alle strutture aeroportuali.
Le ragioni di tanta gioia da parte di Nardella e Carrai (e Renzi) si scorgono con fatica. Mentre balzano all’occhio diverse stranezze.
La prima è la palese sponsorizzazione di Eurnekian da parte di Vito Riggio, da oltre dieci anni inamovibile padre-padrone dell’Enac, l’ente di controllo sull’aviazione civile. L’Enac sta agli aeroporti come la Banca d’Italia alle banche.
Basta dire che una pista è troppo corta o troppo vicina alle case e l’aeroporto è morto. Riggio si comporta da regista del sistema, promuovendo gli investitori: “Questo è un gruppo vero, che sa gestire aeroporti in maniera manageriale”, ha detto già  tre anni fa di Eurnekian.
Fatto sta che (seconda stranezza) nessuno dice perchè Gamberale, impegnato da anni nella costruzione di un polo aeroportuale, ha venduto le azioni dello scalo di Peretola. Ma autorevoli testimoni parlano di pressioni molto forti per dare spazio all’amico argentino e convincere Gamberale ad accettare la spartizione del mercato.
La terza stranezza, di cui sicuramente si occuperà  la Consob, è che le azioni Adf, dopo anni di stasi attorno ai 9,5 euro, due mesi prima dell’annuncio dell’affare hanno cominciato a volare in Borsa, crescendo repentinamente del 20 per cento.
Qualcuno evidentemente ha saputo e si è arricchito. Ma questo sarebbe il meno, per così dire.
Benchè il plenipotenziario in Italia di Eurnekian sia un noto e ben collegato ingegnere fiorentino come Roberto Naldi, Carrai e Nardella sembrano ignorare con chi hanno a che fare. Eurnekian è il perno attorno a cui ruota una giostra di affari e relazioni talmente vorticosa doverla guardare alla moviola.
Eurnekian è in questi mesi a processo a Vicenza, con altri dieci imputati tra cui Naldi stesso, per la bancarotta della compagnia aerea Volare, di cui era azionista.
Si è sempre dichiarato parte lesa, ma i pm sostengono che, dopo il fallimento, il commissario (oggi defunto), Eurnekian e Naldi “avrebbero dato vita a un accordo corruttivo finalizzato a favorire Alitalia nell’acquisto rispetto ad altre pretendenti”. Quando Eurnekian si presenta davanti ai magistrati il legale che lo accompagna è Giuseppe Bonomi.
Sì, proprio lui, l’ex parlamentare leghista, poi presidente della Sea (aeroporti milanesi di Linate e Malpensa), poi presidente dell’Alitalia, poi di nuovo alla Sea e oggi, indovinate un po’, consulente del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi per il settore aeroportuale.
Eurnekian ha in Italia un sacco di amici. È rimasta celebre la grigliata di carne argentina nella villa del suo socio Ernesto Gutierrez, cui partecipò l’allora presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera Mario Valducci, berlusconiano della prima ora, oggi piazzato alla Authority per i trasporti.
Era il 2009 ed Eurnekian puntava al controllo di Telecom Argentina: lo spalleggiava il governo di Buenos Aires, lo spalleggiavano gli amici politici italiani, gli chiuse la porta in faccia il numero uno di Telecom Italia, Franco Bernabè, che disse no alla vendita e spiegò alla Procura di Roma i suoi sospetti: “Abbiamo ricevuto pressioni per cedere quella partecipazione, in particolare al gruppo Eurnekian-Gutierrez. La vicenda è stata effettivamente strana”.
Per Eurnekian la voglia di aeroporti italiani è antica.
Nel 1998 con il presidente della Sea Bonomi, suo futuro avvocato, fece l’accordo per un investimento comune su alcuni aeroporti argentini.
In breve tempo, con un’acrobazia poi oggetto di durissime controversie, Eurnekian è riuscito a prendere il controllo del Consorzio Argentina 2000, lasciando alla Sea l’onere di mettere i soldi senza l’onore di comandare.
Il successore di Bonomi, l’ex presidente della Confindustria Giorgio Fossa, mandò un dirigente della Sea in Argentina per sciogliere l’aggrovigliata matassa: era Roberto Naldi, oggi rappresentante di Eurnekian in Italia. Sulla scorta delle investigazioni di Naldi, Fossa comunicò al sindaco di Milano Gabriele Albertini (azionista di controllo della Sea) che non c’erano gli estremi per un’azione di responsabilità  contro Bonomi.
Oggi Fossa è imputato insieme a Eurnekian e Naldi nel processo di Vicenza per la bancarotta della Volare.
In seguito Eurnekian ha cominciato ad ambire agli aeroporti italiani. Nel 2005 voleva la Sea, poi ha puntato a Comiso, a Genova, ad Ancona-Falconara, a Bologna, a Palermo.
Ci ha provato con Il Barajas di Barcellona, e con gli aeroporti portoghesi. Gli hanno sempre chiuso la porta in faccia.
Alla fine ha preso da privati il 23 per cento dell’aeroporto di Pisa e da F2i il 34 per cento di Firenze. I due scali sarebbero destinati alla fusione ma adesso la cosa si complica con la rivolta di Pisa.
Dalla città  di Enrico Letta il deputato ex sindaco Paolo Fontanelli e il sindaco ex deputato Marco Filippeschi si sono già  detti pronti a bloccare la holding unica di cui si parla da tempo.
I due scali sono divisi da un’aspra rivalità , e sotto la torre pendente cominciano a temere che quando Renzi dice che gli secca andare a prendere l’aereo a Pisa non sia solo una battuta.
Vai a vedere che l’opaca trama di Eurnekian e dei suoi sponsor politici magari si arena in una guerra di campanile.

Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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EXPO, MARONI HA PROPOSTO COME SUBCOMMISSARIO L’UOMO DI FORMIGONI

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

ROGNONI, LEGATO A COMUNIONE E LIBERAZIONE, E’ SOTTO INCHIESTA PER AVER PILOTATO UNA GARA DI 270 MILIONI

Lega e Cl hanno trovato un nome comune su cui puntare per entrare nella partita milionaria dei lavori di Expo: Antonio Rognoni, da oltre vent’anni fedelissimo uomo di Roberto Formigoni e ora passepartout del Governatore Roberto Maroni che l’ha proposto come subcommissario della società  a nome della Regione.
Per l’esposizione internazionale 2015 le opere infrastrutturali da assegnare ammontano a 11,5 miliardi.
E Rognoni conosce bene il settore opere pubbliche. Per dieci anni è stato presidente di Infrastrutture Lombarde (Ilspa) società  pensata, voluta e creata da Formigoni nel 2004 per gestire tutte le opere regionali; società  che gestisce appalti e strutture per cinque miliardi annui e macina ricavi compresi tra i 150 e i 200 milioni.
Rognoni ha lasciato l’incarico un mese fa ma fino ad Aprile rimarrà  sulla poltrona per l’avvicendamento. Ma conserva saldamente la carica di amministratore delegato di Cal, Concessioni autostrade lombarde, altra società  ideata e creata da Formigoni, costituita nel 2007 in modo paritetico da Regione Lombardia, proprio attraverso Infrastrutture Lombarde e dal Ministero delle Infrastrutture con Anas.
Cal si occupa delle procedure di affidamento, della realizzazione, e della gestione di tre importanti autostrade collocate in Lombardia: Pedemontana; la Brescia-Bergamo-Milano (Brebemi) e la tangenziale Est esterna di Milano (Tem).
Opere, inutile dirlo, strategiche per Expo e che ancora devono essere terminate.
Rognoni ha molta esperienza dunque in appalti e concessioni edilizie. Inoltre è un uomo di Comunione e Liberazione che, per quanto di ortodossia formigoniana, non dispiace a Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture del governo Letta e confermato ora dal neopremier Matteo Renzi.
Maroni si è lasciato convincere e in un incontro mercoledì nella sede di Expo in via Rovello ha caldeggiato il nome di Rognoni anche al sindaco Giuliano Pisapia e al commissario unico della società  Giuseppe Sala.
I tempi stringono e le opere sono tutte da realizzare. In particolare i 60 edifici che devono essere assegnati ai singoli Paesi che parteciperanno quindi, questo il ragionamento di Maroni, meglio affidarsi a un uomo di esperienza come Rognoni.
Nel 2009 finì indagato insieme ad altri otto dalla procura di Potenza che ipotizzava tangenti da 185 milioni di euro nell’appalto per larealizzazione del più alto grattacielo d’Italia: la nuova sede della Regione Lombardia voluta dall’amico Formigoni.
Le intercettazioni che lo riguardavano, chieste dal pm Henry John Woodcock e autorizzate dal gip Rocco Pavesi, arrivarono a Milano ma i pm lombardi archiviarono.
Pochi mesi fa invece, proprio per un appalto assegnato da Ilspa nell’area di Rho Pero nell’ambito dei lavori per Expo, Rognoni è finito nel registro degli indagati insieme ad altri con l’accusa di aver pilotato la gara del valore di 270 milioni.
Era il secondo cantiere che veniva assegnato per l’esposizione universale milanese.
Ora gli appalti si susseguono giorno per giorno: c’è solo un anno di tempo. E manca ancora una parte dei fondi promessi dal Governo. Maroni lo sa. E si agita.
E ha annunciato che lunedì, quando i ministri Dario Franceschini, Maurizio Martina, Federica Guidi e Lupi verranno a Milano per un primo incontro su Expo, gli “presenterò la lista della spesa”.
E magari anche Rognoni.
Per alcuni già  un amico, per altri lo diventerà .

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE MILLE IDENTITÀ DI MESSORA: IL PORTA-URLA A CINQUE STELLE

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

PER COSTRUIRE UN NUOVO MONDO SEMBRA INEVITABILE AFFIDARSI AI PEGGIORI

Ecco s’avanza uno strano soldato, vien dall’Oriente e non monta destrier, si chiama Claudio Messora, pentastellato e non vuol fare prigionier: «Una guerra si può fare in molti modi, ma una volta che è iniziata deve essere portata a termine».
Sui dissidenti grillini il blogger Messora ha le idee chiare: «Si vive o si muore».
Nei comizi per le Europee i «morti» saranno rivendicati come segno di purezza!
Ma chi è Messora, frequentatore assiduo dei programmi di Paragone, balzato agli onori delle cronache per gli insulti osceni rivolti alla Boldrini e prima ancora a Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo?
Di sè scrive: «Messora è nato ad Alessandria d’Egitto da genitori italiani. Ha studiato il pianoforte fin dall’età  di cinque anni e ha compiuto studi scientifici. Prima musicista, con all’attivo molti dischi venduti in numerosi Paesi del mondo, poi project manager e amministratore delegato in start up di innovazione tecnologica…».
Di sue autobiografie ne girano parecchie, spesso contraddittorie: in alcune si vanta di aver vinto come autore testi un festival di Castrocaro, in altre si confessa «berlusconiano pentito» (ha votato Berlusconi per due volte prima di insultarlo con ferocia), in altre ancora sostiene di aver «realizzato un doppio dvd sul tema della prevedibilità  dei terremoti… che mette a confronto diretto i risultati della scienza e le nuove frontiere della ricerca indipendente».
Messora ha molte identità : musicista, informatico, scienziato, project manager, interior designer, startuppista, complottista in stile Gaia («L’Aids non è una malattia infettiva, nè è contagiosa, nè tantomeno è causata da un virus…»), opinionista, antilobbista, forse solo un po’ ballista.
Nonostante le molte attività  intellettuali, dal suo blog Byoblu disprezza gli intellettuali: «Che significa “intellettuale”? Dov’è che ci si laurea in “intellettualità ”?… È un’altra casta, con le sue baronie, i suoi intoccabili, quasi sempre schierati, che mangiano alla tavola dei privilegiati, che vanno alle prime, che scrivono prefazioni, che si invitano reciprocamente ai convegni…».
Frasi sinistre già  sentite in passato.
Un tipo così è stato nominato responsabile della comunicazione del M5S al Senato.
Per costruire un nuovo mondo sembra inevitabile affidarsi ai peggiori.

Aldo Grasso
(da “La Repubblica“)

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QUEI SOLDI PUBBLICI ALLE SCUOLE PRIVATE : LE PRIVATE HANNO PERSO UNO STUDENTE SU CINQUE? PAGA LO STATO ASSISTENZIALE

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LA SCUOLA NON E’ UN’AZIENDA CHE PRODUCE BENI, GLI STESSI CRITERI DI GESTIONE NON SONO APPLICABILI

Cambiano i governi non la politica scolastica, che promette di andare verso la graduale eguaglianza delle scuole private a quelle pubbliche.
Alcuni governi sono più energici di altri; questo parte con una straordinaria determinazione.
Le prime dichiarazioni della nuova ministra della Pubblica istruzione, Stefania Giannini, sono improntate al merito e al bisogno, per usare una fortunata coppia di valori, molto frequentati negli anni ’80.
Il merito dovrebbe guidare la diversificazione remunerativa degli insegnati delle scuole pubbliche: coloro che producono di più dovrebbero essere meglio retribuiti, come i dipendenti di una qualunque azienda.
Il criterio per stabilire il merito nell’insegnamento medio e superiore non sarà  facile da individuare, a meno che non si adottino criteri discutibili come il numero dei promossi, le ore di servizio alla scuola, o il buon gradimento da parte dei genitori o del dirigente scolastico.
Ma è doveroso attendere le proposte prima di giudicare, riservandoci un angolino di scetticismo per le pratiche che vogliono applicare la logica degli incentivi economici a tutte le funzioni indifferentemente, non tenendo conto che ci sono beni di cittadinanza (come la scuola) che non possono essere giudicati con gli stessi criteri della produzione di beni destinati al mercato.
Le dichiarazioni di Stefania Giannini sono invece più esplicite nella parte relativa ai rapporti dello Stato con le scuole private paritarie.
Qui la ministra invoca il bisogno. E le posizioni che emergono sono molto preoccupanti benchè non nuove.
Nuovo è l’armamentario argomentativo, perchè pensato non per convincere che le scuole private parificate meritino più finanziamenti, ma per sostenere che esse hanno bisogno dei soldi pubblici e, infine, che il sollievo dal bisogno sarà  garantito dal percorso del governo che va verso l’affermazione dell’eguaglianza piena, non più della parità , delle scuole private con quelle pubbliche.
Il fine è far cadere ogni barriera che distingue i due ordini di scuola allo scopo di non dover più giustificare i finanziamenti pubblici, che a quel punto sarebbero dovuti. In questa cornice si iscrive la proposta della ministra di rilanciare le scuole private paritarie.
Veniamo alla giustificazione di questa marcia accelerata verso la scuola privata, che come si è detto è basata sul bisogno: in pochi anni le scuole private hanno perso studenti (in cinque anni uno su cinque), e per fermare questa emorragia lo Stato dovrebbe intervenire.
E così è. I soldi pubblici sono infatti già  stati accreditati alle Regioni, come ha comunicato la Compagnia delle opere (ben rappresentata nel governo): 223 milioni di euro stanziati per l’anno scolastico 2013/2014, in aggiunta a 260 milioni già  previsti per lo stesso anno. In tutto, 483 milioni che tengono in piedi un settore in estrema difficoltà .
Il pubblico, dunque, “tiene in piedi” la scuola privata in difficoltà . I vescovi e la ministra Giannini all’unisono chiamano questa una politica di «libertà  effettiva di scelta educativa dei genitori».
Ma se c’è emorragia di studenti dalle private alle pubbliche, logica vorrebbe che si diano più risorse alle pubbliche, sia perchè ne hanno presumibilmente più bisogno sia perchè se lo meritano, avendo attratto più studenti, nonostante le “classi pollaio” esito della riforma Gelmini.
Se è solo per bisogno che le scuole private devono ricevere i soldi pubblici, ciò significa che lo Stato fa dell’assistenza vera e propria.
Non è dunque chiaro con quale logica la ministra applica la coppia merito/ bisogno, perchè qui sembra di capire che le pubbliche siano punite proprio per ricevere gli studenti che abbandonano le private, le quali per non saper trattenere gli studenti ricevono invece i finanziamenti.
È chiaro che i soldi pubblici servono a tenere queste scuole in vita, non a premiare il merito o il buon rendimento.
Tenerle in vita, si sostiene, perchè sono il luogo dove si concretizza la «libertà  educativa dei genitori».
Ma perchè i genitori scelgono di iscrivere i figli alla scuola pubblica? Presumibilmente questa loro scelta libera è dettata da ragioni di merito: la scuola pubblica è, nonostante tutto, migliore e vince sul mercato della libertà  educativa.
Ma a seguire le parole del ministro sembra di capire che lo Stato interverrebbe quando la scelta è già  stata fatta, ovvero per finanziarne il residuo (cioè il risultato di quella scelta) non per garantirla.
Qui vediamo in azione l’opposto del criterio del merito e del bisogno legato al merito, e inoltre una stridente contraddizione con il principio della libera scelta.
Un argomento insidioso per giustificare il tampone di emorragia con i soldi pubblici è che un alunno delle scuole private costa meno di un alunno delle scuole pubbliche. Nel contesto di razionalizzazione mercatista della spesa pubblica nella quale ci troviamo, non si fatica a intuire quale sarà  il passo successivo: meglio finanziare le scuole private che quelle pubbliche perchè costano meno all’erario.
Questo sarebbe un epilogo fatale per la scuola pubblica.
A giudicare da queste prime dichiarazioni della ministra Giannini, nel settore dell’istruzione il governo promette di essere un governo della restaurazione, ovvero di voler chiudere la disputa tenuta aperta dalla nostra Costituzione, decretando che tutte le scuole sono pubbliche, quelle dello Stato e quelle private parificate, che tutte devono essere “eguali”.
La maggioranza parlamentare ha il potere di farlo.
Ma l’opinione pubblica e politica ha il dovere di criticare questa scelta e di operare per fermarla o cambiarla.

Nadia Urbinati

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IL VETERINARIO ASSUNTO PER LAVORARE SOLO UN MINUTO ALLA SETTIMANA

Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL CONTRATTO NELL’AZIENDA SANITARIA CHE PREVEDE UN MINUTO DI LAVORO OGNI SETTE GIORNI

«Ben arrivato dottore». «Alla prossima dottore».
Una volta la settimana il veterinario Manuel Bongiorno è chiamato a superare «Beep-Beep», il pennuto più veloce del West nemico di Willy il coyote: deve timbrare il cartellino d’entrata e quello d’uscita in un minuto.
Fatto quello, il suo lavoro «convenzionato» settimanale all’azienda sanitaria è finito. Direte: è uno scherzo? No, è il record planetario di delirio burocratico. In provincia di Trapani.
Per capire come sia nato questo pasticcio, che quattro volte al mese obbliga quel professionista a sottoporsi a Castelvetrano a quel rito ridicolo, occorre fare un passo indietro.
Dovete dunque sapere che da una ventina di anni la Sicilia abusa più di chiunque altro in Italia della possibilità  di avere due tipi di veterinari.
I «dirigenti» assunti a suo tempo dopo un concorso e chiamati a svolgere un orario settimanale di 38 ore, assimilabili ai medici degli ospedali o degli ambulatori di base, e i «convenzionati», professionisti che magari hanno un ambulatorio per conto loro ma che vengono pagati dalle aziende sanitarie regionali per alcuni compiti specifici. Primo fra tutti quello di combattere la brucellosi, una malattia bovina che può attaccare l’uomo e che è particolarmente diffusa al Sud.
Per capirci: su 1.200 veterinari «convenzionati», 350 sono siciliani.
La svolta arriva nel 2009. Quando la Regione decide di allargare a questi veterinari il contratto dei medici convenzionati esterni.
Problema: l’impegno medio d’un otorino che lavora in ambulatorio può essere più o meno determinato. Ma come fissare dei parametri per i veterinari che girano le campagne e qui trovano la strada asfaltata e lì sterrata, qui le vacche nelle stalle e lì allo stato brado nei campi?
Pensa e ripensa, decidono di fotografare la realtà  e ripeterla nei nuovi contratti col copia incolla.
Un veterinario ha fatturato all’Azienda sanitaria provinciale nell’anno di riferimento 20.000 euro? Calcolando che come i medici convenzionati deve avere 38 euro lordi l’ora, ecco un contratto annuale per 526 ore l’anno, dieci a settimana.
Con un rinnovo automatico l’anno successivo. Nella speranza che un giorno, chissà , arrivi l’assunzione.
Fatto sta che nella prima tornata, di «convenzionati», ne vengono imbarcati oltre trecento.
«E noi?», saltan su gli esclusi. Tira e molla, nel 2012 la Regione decide di aprire anche a quelli che erano stati chiamati solo per lavori saltuari. E di distribuire loro contrattini piccoli piccoli.
«Era chiaro che sarebbero venuti fuori dei pasticci», spiega il presidente nazionale del sindacato veterinari, Paolo Ingrassia, «Ma le nostre proposte per trovare soluzioni sensate, come un minimo di sei ore settimanali, sono state respinte».
Risultato: alcuni veterinari, convinti che valesse la pena comunque di mettere un piede dentro il sistema, hanno accettato convenzioni mignon.
Due ore la settimana, quarantacinque minuti, quattro minuti… Fino al record di cui dicevamo.
La lettera su carta intestata del Servizio sanitario nazionale, che ha come oggetto «richiesta trasformazione del contratto di diritto privato in incarico ambulatoriale a tempo determinato», è un capolavoro di follia burocratica.
Dato atto che il dottor Manuel Bongiorno ha le carte in regola per il nuovo contratto, il coordinatore e il responsabile amministrativi scrivono che «sulla base delle retribuzioni in godimento al 31 dicembre dell’ultimo anno di servizio le ore settimanali conferibili, calcolate in sessantesimi, risultano pari a 0,01 minuti».
Che poi, per come è scritto, sarebbero un 100 º di minuto.
Nella lettera al neo «convenzionato», il coordinatore sanitario conferma: «In esecuzione della deliberazione (…) con la presente si conferisce alla Signoria Vostra incarico ambulatoriale a tempo determinato per n° 0,01 minuti settimanali per l’area funzionale di Sanità  Animale con decorrenza…».
«Una volta a settimana vado nella sede dell’Asp e devo passare il badge. Entro, aspetto che passi un minuto, e poi ripasso il badge.
Va avanti così da mesi», si è sfogato Manuel «Beep-Beep» Bongiorno con Ignazio Marchese, che per primo ha raccontato la storia all’Ansa. «A giugno e luglio sono dovuto andare a Trapani, penso che mi spetti anche un rimborso benzina. Io voglio solo potere svolgere la mia attività  e una condizione che mi amareggia…».
Al di là  del suo destino personale, il tema è: che futuro ha un Paese come il nostro se una Regione fissa regole così insensate, se dei dirigenti predispongono con trinariciuto ossequio formale una scemenza burocratica del genere, se un iter amministrativo così ridicolo viene a costare immensamente più di quanto valga quel contratto?
Ma più ancora: possibile che per mesi vada avanti un delirio del genere senza che una persona di buon senso abbia l’autorità  di scaraventare tutto nel cestino?

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A RODOTA’: “RENZI E’ SENZA FUTURO, SI’ ALL’ALLEANZA CIVATI-TSIPRAS”

Marzo 2nd, 2014 Riccardo Fucile

“ALCUNI EX CINQUESTELLE POTREBBERO AVVICINARSI ALLA SINISTRA”

«Ormai il dibattito politico è schiacciato su una logica inaccettabile».
Quale, Professor Rodotà ?
«Quella per cui se Renzi fallisce è tutto finito. Una descrizione catastrofista voluta per non disturbarlo».
Andrebbe disturbato?
«Per me il progetto a cui ha dato vita è già  finito. Siamo passati dalle larghe alle piccole intese. Renzi è bravo dialetticamente, è veloce, ma quale visione politica ha? E soprattutto quale maggioranza? Se ne può discutere o lo si deve considerare fideisticamente il Salvatore della Patria?».
Due milioni di elettori del Pd alle primarie gli hanno dato fiducia.
«Renzi è diventato segretario del partito solo perchè il Pd non c’era più da molto tempo. Ha vinto senza bisogno di combattere. E lui si è preso tutto quello che si poteva prendere in una città  morta. Ma governare non sarà  altrettanto semplice».
Renzi, la ricostruisce questa città  morta o ne fonda una nuova con lo stesso marchio?
«Ne fonda una nuova. Lo ha già  fatto. È evidente».
Eppure il Pd ha aderito al Pse. Il Capo Scout si è alleato con Schulz.
«Era una strada obbligata. Renzi è da sempre un sostenitore del bipolarismo. Con l’Ncd che guarda al Ppe non poteva restare nel limbo. Mi pare che abbia fatto una scelta più legata alla strategia che alla sensibilità ».
Che cosa succederà  alle europee?
«Sono pessimista nei pronostici. Ma la strada del Pd è in salita considerate le posizioni di Grillo, di Alfano, della Lega e di Forza Italia. L’Europa era stata presentata come un valore aggiunto, poi i governi che si sono alternati l’hanno sempre descritta come la matrigna che chiede sacrifici. Immagino una campagna elettorale che abbiamo come slogan: dobbiamo riscrivere la costituzione europea».
Il populismo paga?
«Forse in termini di consensi. Perciò Grillo è andato avanti con le espulsioni. Per salvaguardare la sue rendita di posizioni. Ma è ovvio che l’orizzonte deve essere diverso».
Ovvero?
«La via l’ha in parte tracciata il Presidente della Repubblica. Napolitano a Strasburgo ha detto: dobbiamo uscire dalla logica dell’autorità  e rimettere in discussione non tanto il vincolo del 3%, ma una serie di parametri che hanno delegittimato l’Europa agli occhi dei cittadini. Dobbiamo rimettere la politica al centro. Apertamente. Prima del voto. Parlando con Francia e Spagna. E con la Merkel».
Noi non ce l’abbiamo un ministro per le politiche europee.
«Magari, come spero, Renzi considera questa partita decisiva e la vuole giocare in prima persona. Oppure, e io spero di no, è disinteresse».
È all’altezza di questa partita?
«Non lo so. Alla Camera il suo discorso sull’Europa, come su una serie di altri punti, mi è sembrato vago. Tra l’altro sostenere che il cambiamento è sempre positivo è una semplificazione pericolosa. Se cambia la legge elettorale, per esempio, che cosa succede?».
Non sembra un esempio a caso.
«Non lo è. La stanno rifacendo nel nome della supposta governabilità . Ma se tutto deve avere come riferimento la governabilità  in sostanza si cambia la Costituzione».
Professore, c’è qualcosa che le piace di Renzi?
«Che, ad esempio sul lavoro, sembra volere riscrivere un’agenda sociale diversa da quella di Letta, tutta governativamente autoreferenziale».
Ha riportato il tema della scuola in cima all’agenda.
«Sì. Ma in questo periodo di crisi, in cui le risorse dovrebbero essere concentrate sul pubblico, che cosa farà  con i 236 milioni che vengono destinatialle scuole private? (Vuole una previsione? Eviterà  di affrontare il problema».
Quali altri problemi eviterà ?
«Questa maggioranza tratterà  al ribasso tutti i temi legati ai diritti civili».
È possibile una maggioranza diversa?
«Sì, liberandosi dall’esperienza infausta delle grandi e delle piccole intese».
Tornando al voto?
«Non solo. Sel viene da un congresso travagliato, in più c’è un’area civatiana che può essere allargata dalla diaspora del Movimento Cinque Stelle. Non mi pare che siano condizioni da sottovalutare. Sarebbe un modo per liberarsi dalla sudditanza dal centrodestra ed evitare governi con questi sottosegretari. Certo, serve tempo. Ma poi si potrebbe andare avanti fino al 2018».
Il famoso partito di Rodotà  immaginato da Civati? Un nuovo centrosinistra?  
“Ho letto dei sondaggi che danno la lista Tsipras al 7%. Numeri che se alle europee si
dovessero realizzare non avrebbero un effetto immediato sulla vita politica italiana. Ma che potrebbero accelerare un processo in atto».
È disposto a metterci la faccia?
«Certamente non mi tirerei indietro».
Alle europee voterà  Tsipras?
«So che ci sono difficoltà  per la lista, ma direi proprio di sì. Tsipras fa una critica molto forte all’Europa, ma senza dire: sbaracchiamo, usciamo».
Non teme che la sua scelta possa provocare una scissione nel Pd?
«Ah, non lo so. Ma alla mia età  non sono proprio capace di starmene tranquillo»

Andrea Malaguti
(da “La Stampa“)

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