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INTERVISTA A CACCIARI: “RENZI IL DEMAGOGO SI E’ FATTO UN GOVERNO AL SUO SERVIZIO”

Marzo 2nd, 2014 Riccardo Fucile

“SPERIAMO RIESCA A TROVARE I SOLDI PER REALIZZARE IL 10% DI TUTTO QUELLO CHE HA PROMESSO”

Un secondo dopo il “pronto”, il professor Massimo Cacciari mette immediatamente in chiaro una cosa: “Questo è il governo Renzi. La differenza con il precedente è che il presidente della Repubblica non è il sommo protettore: non si può più parlare di un governo del presidente, come nel caso di Letta”.
Infatti parliamo del governo Renzi. Alcuni nomi stanno provocando imbarazzi non di poco conto.
I nomi contano relativamente. Una volta che la scelta non è caduta su un esecutivo politico, che cosa poteva inventarsi? Quello che passa la politica oggi in Italia è quella cosa lì. Mica c’è altro. Mi pare che tra ministri e sottosegretari sia riuscito ad accontentare tutti: ha formato un governo che dovrebbe rassicurarlo molto, sia perchè c’è solo lui in grado di decidere sia perchè intorno a sè ha sostanzialmente mezze figure, nessuna delle quali è in grado di fargli resistenza. Mi pare che sia sistemato bene.
Il ministro Guidi è stata attaccata per il conflitto d’interessi con l’azienda di famiglia. E non è l’unico caso.
È palese che c’è un conflitto d’interessi! Ma mi sembra che su questo tema non ci sia nessuna intenzione di fare una legge seria, nè mi sembra che Renzi abbia mai sollevato la questione come una sua priorità . È più onesto di altri, in questo. Diciamo che coerentemente non ha tenuto conto del problema nella composizione del governo. D’altra parte sono vent’anni che se ne parla, non è mai stato fatto nulla.
Anche l’affaire Gentile, il sottosegretario alle Infrastrutture, sta creando problemi, per via della mancata uscita de L’Ora della Calabria che dava notizia del coinvolgimento del figlio di Gentile in un’inchiesta giudiziaria.
Qualche prezzo per avere il centrodestra alleato Renzi l’ha dovuto pagare. Così come ha dovuto fare mosse verso Berlusconi nella formazione del governo per poter fare la riforma elettorale con Forza Italia. Alcuni compromessi deve averli fatti. Però nel complesso, ripeto, si tratta di un governo politico di basso profilo. O attingeva ai Settis, ai Boeri, oppure doveva arrangiarsi con quel che passava il convento. Ma poi: cosa se ne faceva Renzi di persone difficilmente gestibili? Così ha un esecutivo “al suo servizio”. È nel suo carattere, nel suo stile. Nella scelta dei sottosegretari mi pare abbia accontentato tutte le correnti del Pd, a parte forse i civatiani: astuto. L’uomo sta dando prova di capacità , dal punto di vista del palazzo. Se avrà  anche capacità  di governo, lo vedremo. Come animale politico però non scherza.
Lei si fida del presidente del Consiglio?
Non è questo il tema. Io mi limito a osservare e devo dire che costui è una novità : per capacità  di decisione, per ambizione, per spregiudicatezza. Dove ci porterà , ora non lo sa nessuno. Ma non ha senso fargli le pulci sulle questioncelle della composizione del governo. Sono dettagli, sia rispetto alla novità  sia rispetto alle prospettive che sono anche inquietanti.
Cioè?
Penso al discorso al Senato, allo stile, al linguaggio, anche all’indifferenza verso ogni ordine logico. C’è una confusione mentale inenarrabile, per esempio nei passaggi sull’edilizia scolastica e sugli Stati Uniti d’Europa. Ha una grande capacità  comunicativa, dice cose che tutti intendono. Renzi però ha un governo a sua immagine e somiglianza, un partito a sua immagine e somiglianza, alleati che devono stare con lui volenti o nolenti, addirittura avversari come Berlusconi che non hanno, ora come ora, altre convenienze: bisognerà  vedere se in questa situazione sarà  in grado di affrontare alcuni nodi reali della politica italiana.
A Servizio Pubblico lei ebbe un confronto piuttosto acceso sul salario di cittadinanza con Marianna Madia, che oggi è ministro alla Semplificazione e alla Pubblica amministrazione.
Il salario di cittadinanza fa parte di tutte le cose che ha detto Renzi per le quali non è affatto chiaro quale sia la copertura economica: spero che stia lavorando per individuare come trovare le risorse per realizzare il 10 per cento di tutto ciò che ha raccontato. Speriamo che ci riesca, me lo auguro. Io non sono contrario all’idea del salario di cittadinanza, il problema è come si può fare oltre la demagogia. Questa è la domanda che si deve fare a ogni demagogo. E Renzi lo è tecnicamente, cioè nel senso di uno che intende condurre il popolo e assumersene tutte le responsabilità . Lo stile è quello, non c’è nulla di spregiativo.
L’altro tema della settimana è l’espulsione dei quattro senatori grillini e la fuoriuscita di altri sette parlamentari dal Movimento: che ne pensa?
In un movimento — ma vale in gran parte anche per il Pd — necessariamente emerge il capo. È inevitabile quel che sta accadendo tra i grillini: chi non segue il capo viene cacciato o se ne va. Grillo è molto logico nei suoi comportamenti. La sua strategia è attendere il cadavere del nemico: se si confonde anche minimamente con il nemico, alla fine il cadavere sarà  anche il suo.

Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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RENZUSCONI: RENZI HA MENTITO

Marzo 2nd, 2014 Riccardo Fucile

A BERLUSCONI SERVE UN ANNO DI TEMPO PER POTERSI RIPRESENTARE AGLI ELETTORI, RENZI GLIELI GARANTISCE: L’ACCORDO TRA I DUE E’ BEN PIU’ VASTO

A gennaio, quando Renzi incontrò Berlusconi nella sede Pd per discutere la nuova legge elettorale e le riforme collegate (Senato e Regioni), scrivemmo pur fra mille dubbi che non era proprio uno scandalo.
Le leggi elettorali appartengono agli elettori, non agli eletti, dunque era impensabile tagliar fuori il maggior partito di centrodestra.
Inoltre, stante l’indisponibilità  dei 5Stelle persi nella Rete, per sbloccare l’impasse non restava che rivolgersi al terzo partito, Forza Italia: l’unico che poteva assicurare una maggioranza in Parlamento.
Renzi, appena plebiscitato segretario del Pd, giurava che l’accordo con B. era per una legge che ci mettesse al riparo da altri governi con B.
Intanto, mentre lui e B. si occupavano delle riforme, Letta poteva governare sereno. Non restava che prenderne atto e aspettarlo al varco, cioè alla prova dei fatti: per quanto inedita, l’ipotesi che un politico italiano dicesse la verità  non andava scartata a priori.
Ora, meno di due mesi dopo e alla luce dei fatti, possiamo tranquillamente affermare che Renzi mentiva.
L’accordo con B., quasi sempre intermediato dal comune amico Denis Verdini, è ben più vasto e stringente di un’intesa tecnica per quelle tre riforme.
È un patto d’acciaio le cui clausole restano occulte, anche se i risultati si manifestano ogni giorno più chiari.
Il Cavaliere sa che il 10 aprile si riunisce il Tribunale di sorveglianza per decidere dove sconterà  i 7 mesi di pena (quel che resta della condanna a 4 anni, detratti i 3 anni di indulto e i 5 mesi di liberazione anticipata extralarge sancita dallo svuotacarceri Cancellieri): in galera, o ai domiciliari, o ai servizi sociali.
Forse, per non alimentare il suo vittimismo durante la campagna elettorale per le Europee, il verdetto slitterà  di un paio di mesi.
In ogni caso il Cavaliere sarà  politicamente fuori gioco sino a fine anno: guiderà  il partito per interposto Toti. Intanto tenterà  il colpaccio: candidarsi ugualmente alle Europee in barba alla legge Severino e sfidare gli uffici elettorali della Corte d’appello a depennarlo, con una prova muscolare che mira a resuscitare il vecchio nemico, le toghe rosse; a incendiare una spenta campagna elettorale; e a mettere in difficoltà  l’amico Matteo.
Per portare a termine il piano, B. ha bisogno di un governo che regga almeno un anno, dandogli modo di tornare come nuovo a Natale e di organizzare l’unica campagna che gli sta a cuore: quella delle politiche, che non fa mistero di auspicare per il 2015.
Il governo Letta questa garanzia non gliel’assicurava: stava insieme con lo sputo, passava di gaffe in scandalo, non aveva più l’appoggio del Pd, poteva sfasciarsi da un momento all’altro.
E, se anche fosse durato fino al 2015, avrebbe costretto il quasi ottantenne Silvio a sfidare un giovane come Renzi, che ha la metà  dei suoi anni, per giunta intonso da esperienze governative e dunque molto più fresco e popolare di lui. Una partita persa in partenza.
L’ideale era che Renzi subentrasse a Letta sputtanandosi con un colpo di palazzo senza passare dal voto, risputtanandosi con estenuanti trattative con i partiti e i partitini di una maggioranza Brancaleone, arcisputtanandosi con un governicchio impresentabile e ultrasputtanandosi con grandi promesse e pochi fatti.
L’amico Matteo, con ammirevole abnegazione, l’ha puntualmente accontentato.
Missione compiuta. Già  che c’era, gli ha pure regalato il controllo militare sui ministeri della Giustizia (con i berlusconiani Costa & Ferri), delle Infrastrutture (con i diversamente berlusconiani Lupi & Gentile) e delle Attività  produttive (con la berlusconiana Guidi che veglia anche sulle Comunicazioni).
Così B. potrà  seguitare a governare sui propri interessi e “gratis”, senza nemmeno il fastidio di entrare nella maggioranza, metterci la faccia e sporcarsi le mani.
Resta da capire che cosa ci guadagni Renzi da questa catastrofe, e magari un giorno lo capiremo. Ma è una vecchia storia.
Lo scienziato capace di isolare il virus che porta al suicidio tutti i leader del centrosinistra vince il Nobel.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI, IL CERCHIO MAGICO ALLONTANA MARINELLA, LA SEGRETARIA STORICA: LA FIRMA E’ DI MARIA ROSARIA ROSSI

Marzo 2nd, 2014 Riccardo Fucile

“LUI NON L’AVREBBE MAI FATTO, GLI STANNO FACENDO TERRA BRUCIATA INTORNO, MARINELLA ERA L’UNICA CHE POTEVA TENERE TESTA AL CERCHIO MAGICO E SONO RIUSCITI A FARLA FUORI”

Questa di Marinella è la storia vera/ che scivolò su Rossi a primavera/ e il mondo che la vide così scossa/da lei si attese poi la contromossa.
Marinella Brambilla, sposata, un bambino voluto a 50 anni con la caparbietà  e la tenacia che tutti le riconoscono, non è più la segretaria di Silvio Berlusconi.
Possibile? Possibile. Il Cavaliere, che di sè tiene sempre a sottolineare che «nella mia storia di imprenditore non ho mai licenziato nessuno», stavolta di qualcuno fa a meno: la storica, fedele, devotissima assistente di una vita.
La notizia corre da Milano a Roma, stupisce e preoccupa non poco i forzisti di più lunga carriera e soprattutto le parlamentari di Forza Italia, quelle legate a Berlusconi ma non al cerchietto magico guidato con mano ferma dal capo dello staff Maria Rosaria Rossi.
Il licenziamento non nasce da un’incrinatura nei rapporti tra lo storico datore di lavoro e l’assistente personale che per lui si è sempre sentita quasi una figlia.
«Berlusconi non avrebbe mai fatto a meno di Marinella — spiega una parlamentare — Pare sia stata Maria Rosaria Rossi a imporgli il licenziamento».
Le confidenze viaggiano sul filo dell’anonimato e non senza qualche inquietudine. Chi fa politica sa che prima o poi si tornerà  a votare e le liste le farà  Verdini, come sempre, ma questa volta non proprio da solo.
«Intorno a Berlusconi stanno facendo terra bruciata — continua la parlamentare preoccupata — Marinella era l’unica che poteva tenere loro testa e sono riuscite a farla fuori». Il non detto traspare: se sono riusciti a colpire Marinella cosa faranno a noi deputate e senatrici escluse dal cerchietto magico?
LA MAMMA GOVERNANTE
Marinella entrò nella vita di Silvio Berlusconi nei primi anni 80. Sua madre era la governante di via Rovani, la prima casa del Berlusconi imprenditore. Gli segnalò la figlia appena diplomata e lui la assunse come segretaria. Da allora, per dirla con chi conosce bene entrambi «il dottore e Marinella sono stati una cosa sola».
E’ lei che ha fissato il primo appuntamento a Gianni Letta, lei che ha seguito tutte le tappe dell’ascensione berlusconiana: i tentativi di espansione, l’amicizia con Craxi, il boom della tv commerciale e, infine, lo sbarco in politica.
Veronica Lario, che con Marinella ha sempre conservato l’amicizia nata appunto nella casa di via Rovani, la definiva «lo scudo umano di Silvio» e così la raccontava nel 2004 nel libro Tendenza Veronica: «Marinella è una delle poche persone sinceramente affezionate a Silvio. Lei e lui hanno la stessa devozione assoluta al lavoro, la stessa capacità  di macinare attività  a ritmo incessante. Al lavoro Marinella ha dedicato molto, ne ha fatto una delle ragioni della sua vita. Ogni tanto sospira, ma continua ad avere orari impossibili e la valigia in mano».
E’ stato così per più di trent’anni. Spazio per la vita privata? Occasionale.
Dal 1994, anno in cui Berlusconi si trasferisce stabilmente a Roma, Marinella Brambilla diventa romana anche lei, vive gli stessi ritmi del capo. Visibile, presente, ma trasparente. Mai un’intervista. Mai ad una festa romana.
A mezzanotte ancora in ufficio a passargli le telefonate. Come tutta la squadra berlusconiana arrivata a Roma in quegli anni, anche lei abitava un piccolo appartamento del centro storico romano, non lontano da Campo de’ Fiori: ogni tanto, alle sette del mattino, potevi incrociarla mentre in tuta e cellulare in mano, correva sul Lungotevere. Il solo spazio riservato a sè. Il resto della giornata è sempre stato dedicato al «dottore». Da più di trent’anni, lei lo chiama così.
DUE MATRIMONI
Si capisce che, stando cosi le cose, il suo primo matrimonio non poteva durare.
Ci ha riprovato quasi a 50 anni, sposando Luca Pandolfi, nel team della sicurezza di Berlusconi. Un matrimonio allegro, celebrato anni dopo, la notizia a sorpresa: Marinella aspetta un bambino. Anche le dure cedono, talvolta.
Lei, che aveva tenuto testa ad assalti di ogni genere, dagli interrogatori ai processi, dalle sentenze alle insistenze dei politicanti periferici e non, avvertiva il disagio di una nuova stagione berlusconiana, sempre più fuori controllo.
Perciò, per quasi due anni, Marinella ha fatto la mamma ed è rimasta lontana da Arcore, lontana da via del Plebiscito. Poi, in autunno, il ritorno. Per sua scelta.
Perchè «il dottore» per lei è molto più di un generoso datore di lavoro. «Non voglio lasciarlo solo», aveva confidato, e la voce le si era incrinata per l’emozione, lei che in pubblico mostrava sempre la stessa faccia, e al telefono non tradiva emozioni mai, neppure quando il dottore perdeva le elezioni.
Il timbro era sempre lo stesso, una certa secca e milanese rapidità , la stessa che si avvertiva quando, nel primo governo Berlusconi, chiamava i cronisti a tarda sera: «Ti passo il dottore. Veloce, mi raccomando».
“Non voglio lasciarlo solo», aveva detto rientrando ad Arcore. Ma tanto solo Berlusconi non era. Il ritorno di Marinella è durato poco più di tre mesi.
Com’è che cantava Fabrizio De Andre? «E come tutte le più belle cose/tenesti il posto un giorno solo/come le rose».

Maria Latella
(da “il Messaggero“)

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SOTTOSEGRETARI: SALTA IL SINDACO DI SALERNO DE LUCA, PIANGONO I FRATELLI D’ITALIA

Marzo 2nd, 2014 Riccardo Fucile

“UNO SCHIAFFO ALLA NOSTRA CITTA’, RENZI NON HA A CUORE LA NOSTRA PROVINCIA”: L’ALLUCINANTE COMMENTO DEL DEPUTATO CIRIELLI…E QUESTI SAREBBERO GLI OPPOSITORI DEL SINDACO PD CHE NON MOLLAVA DUE POLTRONE?

Il nome del chiacchierato sindaco di Salermo, Vincenzo De Luca, alla fine non compare nella lista dei nuovi sottosegretari.
L’esponente del Pd era stato nominato “in pectore” durante una riunione notturna, ma dopo il Consiglio dei ministri, il governo ha diramato una lista senza il suo nome.
Il presidente Matteo Renzi ha tenuto per sè la delega alla Coesione territoriale, proprio quella che sembrava destinata a De Luca.
De Luca si sarebbe trovato escluso dalla lista principalmente per due motivi: la necessità  di equilibrare il ruolo delle correnti interne al Pd e della rappresentanza femminile dei democratici e qualche dissenso di troppo contro il sindaco avanzato da esponenti del Partito che non avrebbero digerito la posizione sul doppio incarico e qualche esternazione poco ortodossa.
La cosa rivela aspetti divertenti, se non fossero tragici: i più dispiaciuti sembrano gli esponenti del Centrodestra, quelli che dovrebbero fare opposizione a De Luca.
Antonio Roscia, responsabile di Forza Italia Salerno si era spinto, ancor prima della ipotetica nomina, a “formulare i migliori auguri di buon lavoro al neo Sottosegretario con delega alla Coesione Territoriale, dr Vincenzo De Luca. Finalmente De Luca ha avuto il miglior premio per la sua pluridecennale attività  politica e potrà  coronare il suo sogno di attività  nazionale a Roma e dunque confidiamo che l’incarico governativo , oggi assegnato al nostro illustre concittadino , possa essere valorizzato dal suo particolare impegno , specie sul tema del Mezzogiorno e delle aree urbane”.
Allucinante… ma si tratta di Forza Italia, dove tutto è possibile.
Magari non ci si aspettava che a lamentarsi fosse pure un deputato dei “duri e puri” Fratelli d’Italia, Edmondo Cirielli.
«Matteo Renzi mortifica la nostra Provincia», si è indignato Cirielli.
Sentite che dice il fratello della “valoriale” sorella d’Italia: “Renzi dà  uno nuovo schiaffo alla provincia di Salerno e dimostra di non avere a cuore le sorti di una delle province più importanti dell’Italia meridionale. Quale deputato e cittadino salernitano, mi sarei aspettato onestamente una maggiore attenzione e avrei auspicato, un ingresso di almeno un esponente del nostro territorio”.
Dimenticando forse i trascorsi: De Luca era rimasto per mesi imbullonato alla doppia poltrona di sindaco e viceministro delle Infrastrutture, creando un caso imbarazzante.
Fratelli d’Italia è in lutto, speravano in sottosegretario: del Pd e pure di uno che non voleva mollare due poltrone.
Senza paura e senza pudore.

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LE LARGHISSIME INTESE CHE SERVONO A RENZI PER NON FRANARE ALLA PROVA DELL’AULA

Marzo 2nd, 2014 Riccardo Fucile

LA DOPPIA MAGGIORANZA DEL PREMIER PER EVITARE LA DOPPIA OPPOSIZIONE

A Renzi serve la doppia maggioranza per evitare che in Parlamento si formi la doppia opposizione, vissuta dal premier come un’autentica minaccia.
Ecco il motivo che l’ha indotto a stringere l’intesa sulle riforme con Berlusconi, conscio che, se Forza Italia si saldasse all’ostruzionismo dei Cinquestelle, il governo finirebbe per impantanarsi nelle Aule
L’agibilità  parlamentare è un vero cruccio per il presidente del Consiglio, già  costretto a caricarsi l’onere di alcuni decreti ricevuti in eredità  da Letta e sui quali aveva espresso giudizi a dir poco negativi.
Il «caso salva Roma» è stato solo il primo intoppo, il resto deve ancora venire.
Ma il problema di Renzi è come assicurare un iter veloce ai suoi provvedimenti, e certo la riforma dei regolamenti parlamentari – citata nel discorso per la fiducia – se mai fosse varata non arriverebbe in tempo utile per i primi mesi del suo governo, i più importanti, perchè gli servono per far dimenticare il peccato originale della «staffetta» e per lanciarlo verso le Europee.
Il test elettorale di primavera sarà  determinante per il premier, anche per soffocare la resistenza interna al Pd.
Ma un conto sarà  arrivarci dovendo fronteggiare solo Grillo e i suoi parlamentari, altra cosa sarebbe se anche Berlusconi portasse i suoi deputati e senatori sulle barricate.
Il modo «responsabile» con cui (per ora) il Cavaliere promette di fare opposizione al governo è legato agli impegni che il premier ha assunto con il capo di Forza Italia.
E in Consiglio dei ministri molti rappresentanti dell’esecutivo – compresi alcuni democratici – hanno avuto la netta sensazione che il patto c’è e (per ora) regge.
Quando il Guardasigilli Orlando ha letto la lista dei sottosegretari assegnati al suo dicastero, ha chiesto conto a Renzi: «È rimasto Ferri, allora al Nuovo centrodestra non sono toccati nove posti, ma dieci».
In effetti Ferri – ex esponente di Magistratura Indipendente – era giunto in via Arenula con il governo Letta su indicazione di Berlusconi.
E al momento della scissione nel Pdl – pur non aderendo a Ncd – non si era dimesso: «Sono un tecnico», aveva spiegato.
Il neo ministro della Giustizia pensava tuttavia che fosse stato Alfano a indicarlo, ed è rimasto a bocca aperta quando si è sentito rispondere da Renzi: «No, è una roba di Firenze… L’ho scelto io».
E infatti, a legger bene, sul foglio delle nomine c’era scritto in piccolo: «Tecnico/Pd».
Da quel momento è stato tutto un pissi-pissi nel salone di Palazzo Chigi, su quale definizione dare all’esecutivo: la più gettonata è stata «governo delle larghissime intese». È un «governo politico», ha sorriso il capogruppo di Ncd Sacconi, come a evocare i gabinetti della Prima Repubblica, quelli dove le scelte venivano fatte misurando la forza dei partiti e delle loro correnti. Ognuno ieri si è sentito soddisfatto, compreso Alfano, che ai suoi ha spiegato come Renzi – completando la squadra – abbia «dato prova di rispettarci».
I rapporti tra il premier e il titolare dell’Interno sembrano (per ora) marciare, così raccontano i ministri centristi presenti al dibattito sull’addizionale della Tasi.
Tema spinoso per Ncd, visto che Forza Italia ha subito iniziato a sparare sull’aumento delle tasse sulla casa. Ma l’approccio di Lupi in Consiglio è stato conciliante: «…Mi raccomando però di spiegarlo bene alla stampa. I comuni che vorranno applicare l’aumento dell’otto per mille, dovranno aumentare anche le detrazioni».
E il presidente del Consiglio ha condiviso il ragionamento del ministro delle Infrastrutture.
Ma il vero banco di prova per la tenuta della maggioranza di governo tra Pd e Ncd arriverà  la prossima settimana alla Camera, quando sulla legge elettorale verrà  messa alla prova la tenuta della maggioranza per le riforme tra il premier e il Cavaliere.
«Sulla legge elettorale Renzi ha già  un patto con noi», assicura Alfano.
Sarà , però nel discorso per la fiducia a Montecitorio, è stato proprio Renzi a dire: «Manterrò gli impegni con tutti», rivolgendosi ai banchi di Forza Italia.
Il nodo è il famoso emendamento Lauricella, che rimanda l’entrata in vigore della legge elettorale alla riforma del Senato.
Attorno a quella modifica, che è stata ribattezzata «norma salva-legislatura», già  si notano strane manovre, e la richiesta di farla «comunque» votare a scrutinio palese.
Non è dato sapere al momento da chi arriverebbe questa richiesta.
È certo che sulla questione la presidente della Camera Boldrini ha già  messo al lavoro gli uffici di Montecitorio: ma il caso – per quanto tecnico – è anzitutto politico.
Se l’emendamento venisse votato a scrutinio palese, infatti, Renzi sarebbe costretto a prendere posizione, e dovrebbe abbandonare l’ambiguità  che ha salvaguardato finora la sua strategia della doppia maggioranza.
Il voto a scrutinio segreto, invece, garantirebbe al premier la possibilità  di affidare il destino dell’emendamento ai giochi d’Aula.
Giochi nei quali entrerebbe anche di un pezzo di Forza Italia…
Ecco il primio bivio per Renzi, che ambisce alla doppia maggioranza per non dover contrastare una doppia opposizione.
D’altronde, ora che è diventato presidente del Consiglio, ha concentrato su di sè la cabina di regia sul governo e sulle riforme.
Perciò starà  a lui sciogliere questi nodi, sapendo che se non ci riuscisse potrebbe rimanere impigliato in uno dei due.

Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)

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INCANDIDABILE IN SARDEGNA, MA RENZI LA PREMIA: LA BARRACCIU INQUISITA DIVENTA SOTTOSEGRETARIA AI BENI CULTURALI

Marzo 1st, 2014 Riccardo Fucile

AVEVA VINTO LE PRIMARIE DEL PD, POI IL PASSO INDIETRO PER LO SCANDALO RIMBORSI… E ORA ARRIVA IL PREMIO DEL ROTTAMATORE FASULLO…E’ LA SECONDA NELLA CLASSIFICA DEI PARLAMENTARI EUROPEI PIU’ ASSENTEISTI

Altro che rottamazione. Matteo Renzi, quando serve, restaura.
E con mossa audace ha rimesso a nuovo la carriera politica di Francesca Barracciu, ex candidata Pd al governatorato della Sardegna, disarcionata in corsa perchè indagata dalla Procura di Cagliari per lo scandalo dei fondi del consiglio regionale.
Un intervento d’autorità  del premier sulla faida che da mesi dilania il Pd sardo. Francesco Pigliaru, l’economista incensurato che ha sostituito in corsa Barracciu portando il centrosinistra a un’inaspettata vittoria sull’uscente Ugo Cappellacci, aveva detto subito dopo il voto del 16 febbraio scorso: “Niente indagati in giunta”.
La reazione rabbiosa di Barracciu aveva fatto capire che aveva in mano promesse autorevoli. Ieri, puntualmente, l’europarlamentare sarda ha messo all’incasso la cambialona firmata da Renzi o suo delegato
Renzi riserva a Barracciu l’unico posto da sottosegretario spettante alla Sardegna, piazzandola ai Beni culturali.
Per premiare l’indagata lascia a casa Paolo Fadda, ex deputato di Cagliari, fino a ieri sottosegretario alla Salute. Il ministro Beatrice Lorenzin si è battuta inutilmente per la conferma del suo vice.
Ma Fadda, ex democristiano di lungo corso oggi cuperliano, è (insieme all’ex governatore Renato Soru) uno dei “capibastone” accusati da Barracciu di averla fatta fuori nella drammatica riunione tenuta il 30 dicembre scorso a Oristano. E preannunciava una conferenza stampa di fuoco per lunedì
La stessa Barracciu probabilmente non credeva ai suoi occhi quando ha visto davvero il suo nome nella lista dei sottosegretari, e ha subito espresso gioia e gratitudine incontenibili: “Sono felicissima, ringrazio il premier Matteo Renzi per questa scelta: onorerò l’incarico con tutta me stessa ogni secondo”.
Per capire come si possa essere prima esclusi dalla corsa regionale in quanto indagati e poi chiamati al governo nazionale bisogna ricostruire la storia.
All’inizio del 2013 Barracciu diventa europarlamentare subentrando come prima dei non eletti al neo governatore siciliano Rosario Crocetta.
Ma ha già  la testa altrove. Si piazza al secondo posto tra gli eurodeputati più assenteisti nell’anno, onorando solo il 41% delle sessioni e facendo fare la figura degli stakanovisti dell’aula ad assenteisti del calibro di Clemente Mastella e Ciriaco De Mita.
Prepara infatti la candidatura alle primarie Pd per il governatorato. Vince nettamente a fine settembre contro il sindaco di Sassari Gian Franco Ganau, ma pochi giorni dopo arriva l’avviso di garanzia.
Insieme ad altri 33 consiglieri regionali (ed ex) del Pd è indagata per peculato aggravato.
I magistrati di Cagliari le contestano soldi destinati alle spese del gruppo consiliare e invece spesi in proprio e senza rendiconto.
Barracciu si presenta il 6 dicembre dal pm Marco Cocco e spiega per due ore che i 33 mila euro spesi tra il 2006 e il 2009 sono andati tutti in benzina. “Abbiamo anche indicato uno per uno tutti gli appuntamenti politici cui la signora ha partecipato, viaggiando con la propria automobile”, spiega ai cronisti il principe del foro torinese Carlo Federico Grosso, accorso alla bisogna.
La Nuova Sardegna fa i conti: “Sono 62 chilometri al giorno, 942 chilometri al mese, 24 mila all’anno percorsi dall’instancabile”
Il 30 dicenbre la svolta. Fadda, Soru, lo stesso segretario regionale Silvio Lai (pure indagato con lei) le chiedono il fatidico passo indietro. Barracciu deve arrendersi.
Ma il 4 gennaio vola a Firenze e chiede udienza a Luca Lotti, braccio destro di Renzi. Lotti sa che a qualche renziano eccellente come il consigliere regionale uscente Gavino Manca dovrà  essere garantito un posto in lista, benchè indagato nella stessa inchiesta di Barracciu. La scelta è tra promessa e rumorosa protesta.
L’8 febbraio, quando Renzi va in Sardegna a comiziare per Pigliaru, Barracciu è in prima fila sia a Sassari la mattina che a Cagliari il pomeriggio, e il futuro premier la incorona eroina: “Abbiamo donne intelligenti e capaci come Francesca in grado di fare un passo indietro per far vincere la squadra”.
Così arriva la vittoria di Pigliaru e l’immediata candidatura di Barracciu ad assessore alla Sanità , il posto più ambito.
Pigliaru le sbatte la porta in faccia. Lei reagisce: “Decide il partito, non Pigliaru”.
Invece ha deciso il governo della Repubblica italiana.

Giorgio Meletti

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DE FILIPPO, SOTTOSEGRETARIO ALLA SALUTE, INDAGATO PER SPESE PAZZE IN FRANCOBOLLI

Marzo 1st, 2014 Riccardo Fucile

USCITO DALLA PORTA DELLA GIUNTA DELLA BASILICATA, ORA RIENTRA DALLA FINESTRA DEL GOVERNO: PREMIATO DA RENZI

Con la sua passione per i francobolli forse si aspettava una delega alle Comunicazioni. Ma Vito De Filippo, l’ex presidente dalla Basilicata indagato per peculato nell’inchiesta sui rimborsi illeciti, ha conquistato una poltrona di tutto rispetto: è il nuovosottosegretario alla Salute del governo Renzi.
Per saperne di più sul personaggio bisogna tornare a un anno fa.
Ad aprile 2013 è costretto a lasciare la guida della giunta regionale lucana, dopo che la procura di Potenza iscrive nel registro degli indagati 40 persone tra consiglieri regionali, assessori e collaboratori.
Lo scandalo somiglia a quello di molte altre regioni italiane: rendiconti irregolari, fasulli o manipolati per accedere ai rimborsi previsti per i gruppi politici rappresentati in Consiglio regionale.
Ma in questo caso ha l’effetto di azzerare il quadro politico e portare a nuove elezioni: le vincerà  Marcello Pittella (Pd) a novembre.
La somma contestata a De Filippo ammonta a 3.840 euro rendicontati fra gennaio 2010 e dicembre 2011.
Tutti spesi in francobolli in due tabaccherie di Potenza.
La prima anomalia riguarda l’intestazione delle ricevute. Se alcune, per un totale di 1.500 euro, presentano il nome di Vito De Filippo, su molte altre (2.340 euro in tutto) manca qualsiasi indicazione.
La seconda criticità  evidenziata dagli inquirenti si riferisce allo scarto fra la quantità  di francobolli che l’allora governatore dichiarava di aver acquistato e la loro disponibilità  nelle tabaccherie: i numeri delle ricevute non collimano con gli effettivi approvvigionamenti delle tre tabaccherie potentine.
I gestori, sentiti dagli inquirenti, riconoscono le ricevute: “Lo stampato – dice uno di loro – è quello che abitualmente utilizzo in caso di vendite per importi più importanti”.
Ma i dubbi restano sulla grafia: “La firma sul timbro non è leggibile, non riconosco come mia la calligrafia”. E si aggiunge un vuoto di memoria: “Non ricordo vendite così importanti di francobolli nel 2011, ma voglio precisare che potrebbe trattarsi che i singoli importi siano riferibili solo a francobolli ma anche ad altri valori quali marche da bollo”. De Filippo si difende e minimizza: non rientra fra i compiti di un presidente “contare i francobolli in uso alla segreteria” e se c’è stata un’anomalia si tratterà  di “errore materiale”.
La consistenza delle accuse la valuteranno i giudici. A luglio scorso la procura di Potenza ha chiesto il rinvio a giudizio per i 40 indagati, compreso l’ex governatore chiamato ora a Roma da Matteo Renzi.
L’iter dell’udienza preliminare non è ancora terminato e si attende la decisione del gup.
In questi mesi Vito De Filippo si è dato da fare.
Quasi inevitabile con una biografia politica come la sua: cominciata a 26 anni nella Democrazia cristiana e traghettata nel Pd, con vari incarichi provinciali e regionali, eletto governatore nel 2005 e riconfermato nel 2010.
Da indagato è stato chiamato a guidare la segreteria regionale del partito a settembre scorso, quando Roberto Speranza ha lasciato la poltrona di segretario per dedicarsi al ruolo di capogruppo alla Camera.
Ora il salto di qualità  con un ruolo chiave in un ministero importante.

Marcello Longo

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ANTONIO GENTILE, SE QUESTO E’ UN SOTTOSEGRETARIO…

Marzo 1st, 2014 Riccardo Fucile

LE VERGOGNOSE PRESSIONI SU UN QUOTIDIANO CALABRESE PERCHE’ NON PUBBLICASSE LA NOTIZIA DELL’ARRESTO DEL FIGLIO PER PECULATO…MA RENZI LO PROMUOVE, NON LO ROTTAMA

Minuto sette e 44 secondi di una telefonata che in tutto dura quasi un quarto d’ora. “Tu, nel momento in cui sbaglia, e dice qualche cosa, ci sarò io che gli dirò: ‘Caro Tonino, siccome lui ti ha dato dimostrazione di apertura, e tu hai continuato a fare il figlio di puttana, non mi devi cacare la minchia che sei una merda, punto”. Testuale.
Il “Tonino” al centro di questo dialogo oxfordiano da due giorni è sottosegretario della Repubblica. Al ministero delle Infrastrutture, crocevia di grandi appalti e grasse clientele.
Si chiama Antonio Gentile, detto ovviamente “Tonino”, e viene da Cosenza. È un pezzo grosso del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano.
L’aggettivo nuovo accostato a lui produce un ossimoro imbarazzante per il governo Renzi. Cambiare verso in che modo?
Gentile è figlio di una politica vecchia e malata. La telefonata in cui si parla di lui è quella che precede un atto gravissimo e doloroso,estorto da un potere arrogante e autoritario.
La mancata uscita di un quotidiano, in questo caso L’Ora della Calabria diretta da Luciano Regolo, ex Rcs, per nascondere la notizia del figlio di Gentile, Andrea, indagato per consulenze d’oro nella sanità  calabrese.
Un bubbone che somma familismo e censura.
Al telefono, la voce è quella di Umberto De Rose, stampatore del giornale e mediatore per conto dei Gentile, che a Cosenza sono un clan politico radicatissimo e vantano pure un assessore regionale ai Lavori Pubblici, Pino. Pino e Tonino, due fratelli.
De Rose, presidente della Fincalabra, finanziaria regionale per lo sviluppo della Calabria (sic!), tenta di convincere l’editore Alfredo Citrigno a non pubblicare la notizia su Andrea Gentile.
La conversazione è sul sito del giornale ed è illuminante.
Allusioni, convenienze, amicizie. “Ma chi cazzo te lo fa fare? Questo diventa sottosegretario alla Giustizia”. E ancora: “Il cinghiale quando viene ferito ammazza tutti”. Il cinghiale, cioè Gentile.
Alla fine l’unico modo per fermare tutto, nella notte tra il 18 e il 19 febbraio, è quello di bloccare le rotative. Un guasto, ufficialmente.
Il nome di Gentile, in questi giorni, è stato un punto fermo degli alfaniani nelle trattative per le poltrone di sottogoverno. Gentile porta voti, è anche coordinatore regionale di Ncd, e il governatore Giuseppe Scopelliti ha preteso la sua nomina, sostenuto da Renato Schifani.
E così “Tonino” è finito alle Infrastrutture dove pure gli alfaniani hanno già  il ministro Maurizio Lupi. Ma Lupi, indagato, è in quota Comunione e Liberazione, fa storia a sè. Di qui il bilanciamento correntizio che sposa una perfetta logica da manuale Cencelli. Lo scandalo delle Infrastrutture è un caso di scuola.
Lupi, Gentile, ma anche il socialista Riccardo Nencini e il democratico Umberto Del Basso De Caro.
Il primo è diventato viceministro perchè Renzi durante le consultazioni ha promesso un posto agli alleati “piccoli” del Pd.
Come il Psi di Nencini, appunto, condannato a restituire 456mila euro al Parlamento europeo per rimborsi spese irregolari.
Il secondo è un altro socialista d’antan, ma in quota democratica. Nei giorni del caso De Girolamo, il sannita ex craxiano Del Basso De Caro è stato indicato come “il mandante del complotto” contro l’allora ministra per le Politiche agricole.
Indagato per peculato quando era consigliere regionale in Campania, Del Basso De Caro è stato uno degli impresentabili del Pd bersaniano alle politiche del febbraio ’13. A differenza del siciliano Crisafulli, escluso dalle liste dopo le inchieste del Fatto, il sannita è stato però candidato lo stesso e siede alla Camera.
Alle Infrastrutture è andato in scena forse lo spettacolo peggiore del nuovo governo Renzi.
Dimenticavamo: quando Berlusconi nel 2011 ricompensò i Responsabili di Scilipoti per aver sostituito gli scissionisti di Fini, nell’infornata di sottogoverno ci fu posto anche per Gentile, sottosegretario all’Ambiente.
Erano i tempi in cui “Tonino” era berlusconiano e aveva proposto B. per il Nobel per la pace.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GIORNALISMO D’ACCATTO: MOLESTIE SESSUALI ALLA MINISTRA MARIA ELENA BOSCHI

Marzo 1st, 2014 Riccardo Fucile

UNA TROUPE DELLE IENE IMPORTUNA PER STRADA LA MINISTRA CON APPREZZAMENTI DA ANGIPORTO: UNA VERGOGNA PER IL NOSTRO PAESE, ANDAVANO DENUNCIATI

Una scena che sarebbe impensabile in Svezia, in Norvegia, in Gran Bretagna, in Australia, in Germania, e anche nella sorella Spagna.
Anzi, sarebbe diventata un caso politico
Un energumeno di Italia 1 (suppongo si tratti della trasmissione “Le Iene”) insegue per strada con la sua troupe la neoministra Maria Elena Boschi: a giudicare dall’abito di lei, quel supercommentato tailleur blu elettrico, deve trattarsi proprio del giorno della nomina.
Riporto fedelmente il dialogo:
Iena: “A Maria E’, sei una figa strepitosa!“.
Ministra: “Oggi… dai. Oggi lasciami…”.
I. “Ma perchè ti hanno messa proprio ai rapporti con il Parlamento?“.
M. “Buongiorno…”.
I. “… ai rapporti con i membri del Parlamento? Come pensi di cavartela?”.
M. (gentilmente): “Adesso basta…”.
I. “Ci hai ragione! Oggi è una cosa…”.
M. “… sei esagerato”.
I. (guardandole i fianchi) “… una cosa esagerata! La sua forza attrattiva… Però te posso fa’ i miei complimenti?”
M. “Grazie”.
I. “Sei una stra-fi-ga!”.
Anche se siamo un Paese ad alto tasso di misoginia, inchiodato dalla questione maschile, la legge italiana definisce con chiarezza questi comportamenti come molestie sessuali: Maria Elena Boschi viene intimidita, ricondotta alla sua funzione di oggetto sessuale e quindi indebolita nella sua soggettività  proprio nel giorno in cui è chiamata a giurare per un alto incarico istituzionale.
Questo comportamento meriterebbe una sanzione: per Maria Elena e per il bene di tutte.
Io credo che la neoministra avrebbe dovuto reagire, quanto meno minacciando la troupe tv di fare intervenire le forze dell’ordine.
Avrebbe dovuto farlo per se stessa e anche per tutte le altre donne di questo Paese: se anche a una ministra della Repubblica tocca subire quello che abbiamo visto, che cosa può capitare a una ragazza qualunque?
Che effetto può fare vederlo in tv? E in una trasmissione destinata a un target giovanile?
Capisco del resto che Maria Elena, per quanto chiaramente infastidita e turbata, non si sia sentita di farlo: tutte sappiamo come ci si sente, in circostanze come queste. Come se si avesse colpa della propria bellezza, e si meritasse di pagarla in qualche modo. Forse, semplicemente, Maria Elena Boschi non aveva voglia di fare un caso, in una giornata tanto importante per lei.

Marina Terragni
(da “il Corriere della Sera”)

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