Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA BASE DEL PD CONTRO RENZI, TENSIONI CON LA GIANNINI
Roma, Milano, Firenze, Bologna, Aosta, Napoli, Cagliari e altre ancora. Studenti e professori
insieme in piazza. “La buona scuola siamo noi”, scrivono sui cartelli nella capitale.
Qualcuno rispolvera anche Alessandro Manzoni, ovvio: è il 5 maggio. “Ei fu…”, recita un cartello con un Renzi vestito da Napoleone. Macabro.
Napoli si spinge anche più in là , dove le aule scolastiche si trasformano in urne per le elezioni: “Renzi a casa, bruciamo le schede elettorali…”.
Il mondo della scuola sciopera contro la riforma del governo Renzi. E’ la più grossa protesta da quando l’ex sindaco di Firenze è al governo.
Più pesante dello sciopero generale contro il Jobs Act, che cadeva in un periodo più ‘sereno’ per il presidente del Consiglio che infatti allora rispose: “Rispetto lo sciopero ma non mi impressiono”.
No, la scuola è altra storia. Oggi, contro il premier, si è mosso un gran pezzo della base del Pd, la sua base. Per giunta, alla vigilia del primo test elettorale di Renzi dalle europee dell’anno: le amministrative di fine maggio.
Lo sciopero contro la scuola fa male al quartier generale renziano, dove in mattinata si raccolgono le notizie in arrivo dai cortei, quanto grandi sono e quanto rumorosi.
Ma soprattutto notano e ammettono con la stampa, che, al di là della partecipazione di piazza, stavolta lo sciopero è ultra-riuscito: sono tantissimi gli istituti con le porte chiuse in questo 5 maggio.
E infatti la risposta del premier questa volta è diversa. “Siamo pronti ad ascoltare e condividere” approfondendo “nel merito le ragioni di questa manifestazione”, dice Renzi dal suo tour elettorale in Trentino (lì per le comunali si vota domenica prossima), dove pure viene accolto da contestazioni, come accade spesso nei suoi giri per l’Italia, almeno dallo scorso autunno in poi.
La parola d’ordine al governo è “dialoghiamo” sulla riforma della ‘Buona scuola’. Non a caso Renzi non si associa al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che parla di “sciopero politico”.
Stavolta, non c’è bastone, bensì carota. Dal Nazareno agiscono a colpi di slide su twitter: è la contraerea comunicativa per smontare lo sciopero.
In commissione si lavora anche nel giorno dello sciopero, anzi a maggior ragione. Proprio per poter dire, come fa il renzianissimo Dario Parrini, che “lo sciopero contro la riforma della scuola non tiene conto dei contenuti effettivi del provvedimento e combatte un testo già superato dalle modifiche promosse dal Pd e votate in commissione alla Camera”.
Da settimane ormai il premier ha annunciato modifiche per ridimensionare il ruolo del preside, che lui avrebbe voluto effettivo ‘capo azienda’ in ogni istituto e che invece verrà affiancato dal collegio dei docenti e dai consigli di istituto nell’elaborazione del piano formativo.
E poi le novità sui precari per fare in modo che chi abbia maturato 36 mesi di anzianità rientri in quota riservata al concorso che sarà bandito l’anno prossimo.
Basteranno le modifiche per smontare sciopero, contestazioni e possibili fronde della minoranza Pd ancora sul piede di guerra dopo la sconfitta subita sull’Italicum?
La scommessa è aperta.
Da Palazzo Chigi i riflettori sono puntati sul Senato, oltre che sui cortei del giorno. Perchè quando il 19 maggio la ‘Buona scuola’ verrà licenziata da Montecitorio, si aprirà il fronte di Palazzo Madama, con la sua maggioranza risicata.
L’appuntamento è per i primi di giugno, subito dopo le amministrative. E va da sè che la prova sarebbe ancora più difficile qualora il test elettorale presentasse anche solo una piccola dafaillance per Renzi.
Anche perchè il tempo stringe: la ‘Buona scuola’ deve essere approvata in via definitiva (e quindi con l’ultima lettura alla Camera, dopo il Senato) entro il 15 giugno.
Altrimenti i precari che verranno assunti (secondo la sentenza della corte di giustizia europea che ce lo impone) non potranno entrare in servizio dal primo settembre.
E’ già corsa contro il tempo. E contro le trappole.
Dalla minoranza Pd continuano a chiedere che si proceda per decreto sull’assunzione dei precari, per avere il tempo di riflettere sulla riforma della scuola.
Niet di Renzi, che consente modifiche al suo ddl anche in Senato ma che non lo molla: “altrimenti finisce in palude”.
E i renziani notano con soddisfazione alla Camera che al corteo di Roma Stefano Fassina “è stato contestato…”. “Perchè ormai la gente ce l’ha col Pd”, giustifica Fassina.
Ma questa per la cerchia del premier è l’unica notizia ‘buona’ in una giornata che porta molti dei suoi a riflettere sugli “errori commessi sulla riforma della scuola, errori di comunicazione e non solo”.
E’ anche per questo che, da ieri, il senatore Andrea Marcucci, renziano della prima ora, si affretta a chiedere ai segretari confederali Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo di “venire in audizione in commissione al Senato”.
Tentativo di dialogo, chissà se andrà a buon fine.
Oggi non si direbbe. E poi c’è da mettere nel conto, dicono dalla cerchia del premier, che “ormai si protesta non in base al merito ma perchè si deve contestare”.
Il riferimento è in particolar modo alla minoranza Pd, che in commissione al Senato è presente con Corradino Mineo e Walter Tocci.
Il primo – si ricorderà — l’estate scorsa fu sostituito in commissione per ‘permettere’ l’esame del ddl costituzionale. Il secondo si è dimesso dopo aver votato il Jobs Act, dimissioni poi respinte dall’aula.
Sono primi scogli all’orizzonte, tra i renziani c’è già chi parla di nuove sostituzioni in commissione, come è avvenuto alla Camera sull’Italicum. Si vedrà .
Certo è che la ‘Buona scuola’ sarà il primo test vero per la maggioranza di governo in Senato dopo lo scontro sulla legge elettorale e prima delle riforme costituzionali, che arriveranno a Palazzo Madama solo nella seconda metà di giugno.
“Renzi stai sereno della tua buona scuola ne facciamo a meno”, recita un cartello in piazza. Il premier non condivide ma stavolta sa che non può fare il ‘terminator’. Almeno fino alle amministrative del 31 maggio.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Renzi, scuola | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
A TRENTO CHIESTO DI RITIRARE LA BIANCHERIA DAI BALCONI… COME AI TEMPI DI SILVIO CON IL G8
Via le mutande dai balconi, arriva Renzi.
Il presidente del Consiglio ha iniziato il suo tour in Trentino nelle vesti di premier e di segretario Pd.
Tra le tappe, anche un pit-stop al centro culturale-sportivo di Sanbapolis, a Trento, all’interno del complesso di alloggi universitari di via Malpensada dell’Opera Universitaria di Trento.
Quella del premier è una visita particolare: per questo l’Ufficio Controllo Alloggi ha diramato una comunicazione via mail a tutti gli studenti: “Gentili studenti – si legge – vi chiediamo cortesemente di rimuovere entro le 14.30 di oggi i vestiti appesi sul balcone e lasciarlo libero. Inoltre vi chiediamo gentilmente di utilizzare gli appositi stenditoi. Grazie della collaborazione”.
Alcuni ragazzi hanno dovuto lasciare di corsa le lezioni per andare a sistemare gli alloggi, dicono gli studenti sui social network.
C’è il presidente del Consiglio, ci saranno fotografi: la scena non può naturalmente essere guastata dalla biancheria degli ragazzi.
Il Centro Alloggi precisa che, comunque, controlli vengono fatti periodicamente, ed è premura dello stesso Centro verificare che l’esterno del complesso sia sempre curato: “Certo, la visita del premier è un evento particolare, ma questi controlli vengono fatti ogni mese. È il nostro lavoro verificare che gli alloggi siano sempre tenuti con cura dagli studenti”.
L’episodio ricorda molto quanto successo a Genova nel 2001 quando alla vigilia del G8 l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ottenne un’ordinanza dal Comune (da molti cittadini poi non rispettata) per far togliere la biancheria intima stesa nei vicoli della città .
Tutto in nome del decoro: bisognava evitare che i Grandi della Terra si fossero imbattuti nelle “mutande appese alle finestre”.
Il presidente del Consiglio ha prima fatto visita a Bolzano, prima tappa di un tour. In Trentino Alto Adige Renzi ha appuntamenti nella sua doppia veste di premier e segretario del Pd. Da capo del Governo farà tappa presso aziende e musei nelle tre città .
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Renzi | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
CON UNA RIFORMA DEMENZIALE RENZI STA FACENDO PERDERE CONSENSI AI DEM
Stefano Fassina più che contestato è diventato oggetto dello sfogo dei docenti durante la
manifestazione della scuola a Roma.
L’esponente del Pd, mentre partecipava al corteo, è stato avvicinato da alcuni insegnanti che lo hanno criticato, accusandolo di scarsa opposizione all’interno del Partito democratico.
Fassina ha però respinto l’accusa, rivendicando invece il suo impegno contro le politiche del governo di Matteo Renzi.
Più di un manifestante si è dichiarato un ex elettore del Pd deluso dal trattamento riservato dal premier agli insegnanti.
“So che siete arrabbiati – ha replicato Fassina – per questo mi batto per cambiare il disegno di legge”.
Commentando poi l’accaduto con i giornalisti il parlamentare ha precisato che “giustamente c’è gente arrabbiata con il Pd. Ci sono anche persone che hanno votato Renzi ma che oggi si sentono offese e umiliate”.
argomento: scuola | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
E SE IL PREMIER O IL PRESIDE E’ UN COGLIONE O UN MASCALZONE?
Oggi il mondo della scuola scende in piazza per l’ennesima volta contro l’ennesima controriforma.
L’altra sera due insegnanti di scuola media mi hanno fermato dopo un incontro a Bergamo: “Questa riforma dà ai prèsidi il potere di vita o di morte. Glielo dica lei a Renzi: si è mai chiesto che succede se il preside è un coglione o un mascalzone?”.
Siccome la filosofia è sempre quella dell’uomo solo (o sòla) al comando, la domanda si attaglia a perfezione anche all’Italicum, approvato ieri dalla Camera più o meno con gli stessi voti del suo padre naturale, il Porcellum: la legge Calderoli dieci anni fa passò a Montecitorio con 323 Sì, quelli del centrodestra; ieri la legge Boschi-Verdini ne ha raccolti 334, appena 11 in più, quelli del centrosinistra (drogati dal decisivo premio di maggioranza incostituzionale del Porcellum)
E se il premier è un coglione o un mascalzone?
Gli analfabeti che hanno scritto la legge, ultimo frutto bacato del Nazareno, non si sono neppure posti il problema: come tutti i politicanti da strapazzo, non vedono al di là del proprio naso e non immaginano i danni che può provocare una norma — per sua natura generale e astratta, destinata a durare anni — in futuro, anche quando costoro (almeno si spera) non ci saranno più.
Ora non resta che sperare nel presidente Mattarella che — come ha detto a Servizio Pubblico la costituzionalista Lorenza Carlassare — non ha che da leggere la sentenza n.1/2014 della “sua” Consulta sul Porcellum per rispedire alle Camere l’Italicum, che platealmente la tradisce e disattende.
Altrimenti, se il Presidente firmerà senza leggere, come il suo predecessore Napolitano, detto la penna più veloce del West, e se anche la Consulta si appecoronerà ai piedi del nuovo padrone d’Italia, bisognerà attivarsi con un referendum abrogativo.
E non è detto che questa sia una disgrazia, anzi: dal comitato referendario potrebbe persino sbocciare — come ai tempi di Segni — una nuova leadership di vera opposizione al renzismo arrembante, accanto alle forze che hanno sempre tenuto la barra dritta (M5S, Sel e FdI) e al posto delle anime morte che se la tirano da oppositori ma non lo sono mai stati.
Se l’Italicum è passato in terza lettura è anche grazie alla cosiddetta minoranza del Pd, che solo in extremis e fuori tempo massimo ha trovato il coraggio di votare No, dopo aver votato Sì (o essere uscita dall’aula) le altre due volte.
Ed è soprattutto grazie a Forza Italia, che oggi grida al golpe dopo aver collaborato a scrivere e a votare la porcata nei mesi del Nazareno.
Senza dimenticare la Lega Nord, che oggi fa fuoco e fiamme, ma l’estate scorsa prestava al governo il suo Calderoli come co-relatore della controriforma del Senato.
Gabellare il voto di ieri per un mezzo successo, come fa Bersani, noto esperto in “non vittorie”, è ridicolo: se un Parlamento in maggioranza contrario all’Italicum lo approva — pur con margini risicati — la vittoria è di Renzi, non dei suoi avversari veri o presunti.
I quali, certo, potranno fargliela pagare al Senato, dove i numeri del premier sono molto più traballanti.
Ma questo riguarda i loro giochini di potere, non l’interesse dei cittadini di riprendersi il diritto di scegliersi i parlamentari.
Quel diritto è ancora una volta conculcato.
Col trucchetto dei capilista bloccati, entreranno a Montecitorio all’insaputa degli elettori il 60,8% dei deputati: 375 nominati su 630 (nei 100 collegi nazionali, se si votasse oggi, passerebbero i 100 capilista del Pd, i 100 del M5S, i 100 di FI, più quelli della Lega nelle regioni del Nord e degli altri partiti che supereranno qua e là la soglia di sbarramento).
E questi — se passasse pure la controriforma del Senato — andrebbero ad aggiungersi ai 100 sindaci e consiglieri regionali nominati senatori dalle Regioni.
Cioè: nel Parlamento, che elegge i presidenti della Repubblica e parte dei membri della Consulta e del Csm, siederebbero 475 nominati (due terzi) e 242 eletti (un terzo). Il record occidentale di antidemocrazia.
Vedremo che ne sarà del nuovo Senato, che com’è noto — se si votasse domani — verrebbe eletto col proporzionale puro disegnato dalla Consulta (l’Italicum vale solo per la Camera): per rimpinzarlo di nominati, Renzi dovrà imporre il suo diktat anche a Palazzo Madama.
E lì si parrà la nobilitate della sua cosiddetta minoranza interna, che ha più che mai i numeri per salvarci almeno da quello scempio.
Al momento, comunque, Renzi ha vinto.
Ha vinto con i ricatti indecenti, con le fiducie antidemocratiche e con le solite menzogne. “Promessa mantenuta”, ha twittato il premier.
Ma quale promessa? E a chi?
A noi risulta che avesse promesso l’esatto opposto: “Vogliamo dimezzare subito il numero e le indennità dei parlamentari e sceglierli noi con i voti, non farli decidere a Roma con gli inchini al potente di turno” (18-10-2010).
La solita esca per gonzi: quelli che poi lo votarono alle primarie sperando in un vero cambiamento, e ora già alle Regionali si ritrovano in lista un’imbarcata di impresentabili da far paura.
“Finalmente, con l’Italicum, la sera delle elezioni si saprà chi governa”, ha salmodiato la Boschi.
Poveretta, non sa quel che dice: sono vent’anni che, la sera delle elezioni, si sa chi governa.
L’unica eccezione fu l’ultima volta, nel 2013.
Ma non per la legge elettorale: per il boom dei 5Stelle, che trasformarono il sistema bipolare in tripolare.
E non sono mica spariti, anzi sono di nuovo in crescita. Dunque, specie se alla Camera si voterà con l’Italicum e al Senato con il Consultellum, non si saprà chi governa neppure al prossimo giro.
Salvo che Renzi non torni fra le braccia dell’amato Silvio.
Che poi è quello che si meritano entrambi.
Noi, un po’ meno.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA CANDIDATURA DI ENRICOMARIA NATALE: IL PADRE ARRESTATO DUE VOLTE PER CAMORRA
Agli inizi del dicembre scorso, il giorno 4, l’avvocato Mario Natale venne scarcerato e il figlio
Enricomaria diede pubblicità alla sua gioia con un improvviso spettacolo di fuochi d’artificio, nel centro di Casal di Principe, dove i Natale abitano.
Fu lo stesso Enricomaria che postò il video dei fuochi sul suo profilo di Facebook e scrisse: “Mario Natale torna in Libertà : è INNOCENTE”.
Le maiuscole sono quelle originali, del post.
Dieci giorni dopo, il Tribunale del Riesame dissequestrò beni per oltre 50 milioni di euro a Natale: 55 terreni, 41 immobili, 8 fabbricati commerciali, 16 automezzi, 15 quote societarie, 13 società e 5 ditte individuali.
Natale era stato già arrestato nel 2008 insieme al fratello Vincenzo, nell’operazione Spartacus 3.
Le accuse, sempre le stesse: associazione a delinquere con la camorra dei Casalesi.
Un prestanome, in pratica.
Per quell’arresto del 2008, il primo, Natale ricevette nel 2010 un risarcimento per ingiusta detenzione.
Oltre Cosentino
Il figlio di Natale, Enricomaria, alle amministrative del 25 maggio del 2014, è stato l’avversario del suo omonimo Renato Natale, simbolo della lotta ai clan nel comune che dà il nome ai Casalesi.
Consigliere uscente di Forza Italia, Natale junior capeggiò una coalizione civica di centrodestra e perse. Oggi il suo nome, a meno di un anno, figura al quinto posto della lista di “Campania in rete” per le Regionali del 31 maggio.
Enricomaria Natale corre per la provincia di Caserta nella coalizione del condannato Vincenzo De Luca, il candidato governatore del Pd.
Al suo interno, il logo di “Campania in rete” ha tre simboletti: l’Api che fu rutelliana, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e Autonomia sud di Arturo Iannaccone.
È stato quest’ultimo, irpino e “responsabile” ai tempi dell’ultimo Berlusconi di governo, a reclutare Natale junior .
Una candidatura che va oltre il marchio infame di “cosentiniano”, inteso nel senso di Nicola, il dominus azzurro oggi in galera per le sue relazioni con i Casalesi.
Il fardello familiare
Dice Rosaria Capacchione, senatrice del Pd e giornalista del Mattino: “A me se Natale è cosentiniano non importa nulla. Qui il trasformismo politico c’entra fino a un certo punto. È sufficiente il fardello familiare che si trascina dietro. Non si può stare dalla stessa parte di Enricomaria Natale, è una questione di opportunità . Non possiamo candidare qualcuno con cui non prenderesti nemmeno un caffè al bar”.
E dice Salvatore Vozza, stabiese del vecchio Pci che oggi è candidato governatore con Sel: “Renzi, alleandosi con l’ex candidato sindaco di Forza Italia a Casal di Principe, mostra ancora una volta la sua scarsissima considerazione per la Campania e il Mezzogiorno e chiarisce come per il Pd la vittoria sia l’unica divinità a cui sacrificare tutto il resto, anche la lotta alla camorra”.
“La destra è necessaria per vincere”
Sostiene Iannaccone: “Ho scelto Natale perchè è espressione del territorio. So che la mamma è un medico di base e lui non ha problemi, i due certificati che abbiamo chiesto ai candidati, carichi e casellario giudiziale, per lui sono vuoti. Il papà ? Mi pare abbia avuto problemi ma non ho approfondito. Enricomaria è un giovane pulito di Autonomia sud e gli ho consigliato di fare un’opposizione istituzionale in consiglio a Casal di Principe. Noi trasformisti? Io sto nel centrosinistra già da due anni e mi sono fatto quattro primarie. E poi per vincere è necessario mettere insieme pezzi dell’altra parte. Cinque anni fa lo fece Caldoro con il centrosinistra. Adesso è il contrario”.
La difesa: “Mio padre, già assolto”
Negli atti del primo arresto, quello del 2008, i magistrati sostennero che Mario Natale gestì per conto degli Schiavone anche una squadra di calcio. Un anno fa, poi, un pentito ritrattò altre accuse.
Prima aveva detto: “Alle Regionali del 1995, il clan sostenne Cosentino e Mario Natale”. Questa la correzione : “Schiavone propose a Cosentino l’appoggio del clan ma questi rifiutò”.
In ogni caso, una dialettica tra politica e forze del territorio.
Dice Enricomaria Natale al Fatto: “Mio padre ha già avuto un’assoluzione, adesso c’è questo procedimento che finirà a breve. Io indagato? Non è vero nulla, non ho mai ricevuto un avviso. In politica già da tempo mi sono distaccato da Forza Italia, alle comunali ho fatto quattro liste civiche. Sì con De Luca ho parlato. Ha fatto molto per Salerno ed è l’uomo giusto per la Regione. Cosentino l’ho visto una sola volta a un comizio, dei suoi guai so quel che leggo sui giornali e preferisco non esprimermi”. Detto della famiglia Natale, la carica dei cosentiniani nel centrosinistra è trasversale alle varie liste (dieci sigle) che sostengono De Luca.
Uno dei casi più eclatanti riguarda Maddalena Di Muccio, già sindaco di un paese del Casertano, Alife.
La Di Muccio per lustri è stata berlusconiana e ha rastrellato voti per Cosentino.
In questo caso, il Pd l’ha messa direttamente nelle proprie liste.
Al quarto posto in provincia di Caserta.
È il Partito della Nazione, bellezza e tu non puoi farci niente.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: elezioni | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DENUNCIA DEL M5S: “DUE AEREI, PER SE’ E ALTRI PARLAMENTARI PD, PER PARTECIPARE A TRE COMIZI, OLTRE ALLA VISITA ISTITUZIONALE”
Matteo Renzi vola a Bolzano per una giornata di appuntamenti da presidente del Consiglio e da segretario del Partito democratico.
E scoppia la polemica sui suoi spostamenti.
Protesta il Movimento 5 stelle: “Per il suo tour di propaganda ha utilizzato ancora una volta elicotteri e aerei di Stato”, ha scritto su Facebook il deputato Riccardo Fraccaro. Non è la prima volta che i grillini contestano al leader Pd i costi dei trasporti del premier: il 3 gennaio scorso il parlamentare M5S Paolo Romano aveva attaccato Renzi per la scelta di volare con la famiglia su un aereo di Stato per spostarsi da Firenze ad Aosta per le vacanze di capodanno a Courmayeur.
Anche in quel caso si trattava di una decisione consentita per motivi di sicurezza, ma di cui le opposizioni contestarono “l’opportunità politica”.
Oggi i 5 Stelle tornano sull’argomento e denunciano che il presidente del Consiglio avrebbe utilizzato due aerei per il tour in Trentino Alto Adige: uno per sè e i parlamentari Pd come “personale di bordo” e uno per il suo staff “tra cui 5 cameraman, 1 fotografo, due tuttofare e il capo del cerimoniale di Palazzo Chigi”. Con il presidente del Consiglio viaggiavano alcuni parlamentari, tra cui il sottosegretario Gianclaudio Bressa e Lorenzo Dellai.
“Renzi continua a gettare i soldi dei contribuenti dal finestrino”, ha scritto Fraccaro. “Naturalmente è stato messo a disposizione anche l’immancabile Renzicottero per il trasferimento tra un punto e l’altro della campagna elettorale. Inoltre, per la cerimonia di accoglienza del capo Pd, si è dovuto utilizzare un aereo dei Carabinieri con cinque alti ufficiali. Un’intera flotta aerea al seguito di Renzi per i tre comizi previsti a Trento e Bolzano, più le visite istituzionali tra questi appuntamenti. Sembra House of Cards, ma in realtà è House of Casta”.
Il deputato trentino ha attaccato il presidente del Consiglio per quello che lui definisce un autentico spreco di denaro pubblico: “Il costo operativo dell’elicottero è di 8.400 euro l’ora, quello di ciascun aereo di Stato è di 9.000 euro l’ora: il costo totale della propaganda volante di Renzi in Trentino-Alto Adige è di oltre 26mila euro l’ora solo per gli spostamenti. Abbiamo già presentato un esposto alla Corte dei Conti sulle spese pazze del segretario Pd, dovrà rispondere di questa scellerato sperpero di risorse pubbliche”.
Il decreto 98 del 6 luglio 2011, poi convertito in legge, regolamenta l’uso dei voli di Stato: si stabilisce che possono essere utilizzati dal presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica, i presidenti delle Camere e della Corte costituzionale, mentre serve l’autorizzazione per le altre figure istituzionali (tra cui i ministri). Una successiva circolare della presidenza del Consiglio dei ministri (10 maggio 2013) specifica che per “il trasporto aereo di Stato è sempre disposto, in relazione al rango della carica rivestita oppure in quanto destinatarie di un elevato livello di sicurezza”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
SUCCESSO DEI CORTEI IN SETTE CITTA’: “LA PIU’ GRANDE PARTECIPAZIONE MAI VISTA”
Decine di migliaia di persone sono scese in piazza questa mattina in tutta Italia per protestare
contro la riforma della scuola del governo Renzi, per uno sciopero generale che alcuni sindacalisti hanno definito “il più grande di sempre”.
Manifestazioni in sette città . I più partecipati a Roma e Milano, dove a fianco di insegnanti, personale della scuola e studenti, hanno sfilato i segretari generali dei sindacati confederali e autonomi e molti esponenti politici, anche del Pd.
Stefano Fassina, che ha manifestato nella Capitale, è stato oggetto di un’accesa contestazione da parte di alcuni insegnanti.
Tra i primi commenti politici, quello del parlamentare Pd Pippo Civati, in piazza a Roma, secondo il quale “questo è uno sciopero non politico, perchè la politica non rappresenta più nessuno, perchè il Pd ha tradito i suoi impegni elettorali e ha fatto una riforma della scuola lontanissima dalla nostra cultura politica”.
Il corteo è partito da piazza della Repubblica, preceduto da alcuni flash mob degli studenti: “siamo in centomila”, hanno detto gli organizzatori.
Corteo anche a Bolzano, dove oggi è atteso il premier Renzi per un incontro di partito. Sua moglie, insegnante a Pontassieve, questa mattina sta svolgendo invece regolarmente le sue lezioni.
I tre sindacati confederali con Gilda e Snals manifestano in sette piazze: Aosta, Milano, Roma, Bari, Catania, Palermo, Cagliari. L’ala Cobas – Usb, Unicobas, Anief e sigle minori – in dodici città (tra cui Torino).
L’ala Cobas sciopererà anche domani e martedì 12 per tentare di boicottare i test Invalsi.
Non scioperano diversi presidi, invece, esplicitamente favorevoli al disegno di legge del governo, “La buona scuola”.
Il primo blitz, all’alba, degli studenti universitari davanti al ministero dell’Istruzione.
Tutte le manifestazioni sono ancora in corso
argomento: scuola | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ESCLUSA LA SCISSIONE, IDEA DI APPOGGIARE IL REFERENDUM
A un deputato renziano che scherzando gli fa: «Pierluigi, ti tocca andare nel gruppo Misto», Bersani risponde con una punta di amarezza: «Tanto nel gruppo Misto ci sono già . Ormai questo è diventato il Pd».
Non c’è molto da festeggiare nella minoranza. La legge elettorale è passata, Renzi ha vinto la sua battaglia. «Ma non capisco cosa abbia da festeggiare Matteo – ribatte Roberto Speranza – . La maggioranza ha perso circa 70 voti. I numeri sono semplici. E noi in larghissima parte abbiamo votato contro».
Il “dopo”, nel braccio di ferro contro Renzi, però è un mistero.
Bersani fa un passo indietro per lasciare la scena ai più giovani. «Cosa fatta, capo ha… », dice.
Qualche idea invece Speranza ce l’ha. «Un governo che ha pochi voti di margine al Senato come pensa di far passare provvedimenti importanti spaccando il Pd?»
La risposta a questa domanda viene resa esplicita dai più battaglieri tra gli oppositori.
«A Palazzo Madama l’esecutivo rischia il Vietnam», dice uno di loro.
Non solo sulla riforma della Costituzione.
I pericoli, con la maggioranza che l’ultima volta ha vinto per un voto su un emendamento alle legge per la pubblica amministrazione, arriveranno molto prima.
La riforma della Rai, la buona scuola, gli interventi economici: è l’elenco dei possibili bersagli di agguati e guerriglia interna.
Pippo Civati sogna il gruppo autonomo in cui ai suoi tre senatori si aggiungono altri irriducibili Pd e un pezzettino degli ex grillini.
Bastano 10 senatori e il governo ballerebbe ancora di più. La scissione non sarebbe indolore dunque.
A Palazzo Madama sono 24 i senatori che non votarono l’Italicum.
«Intanto mi occupo della scuola partecipando alle manifestazioni di oggi. Poi, mercoledì – annuncia l’ex sfidante delle primarie – presentiamo i quesiti del referendum contro la legge elettorale. Li hanno preparati dei giuristi, li mettiamo a disposizione per formare un comitato».
Civati si è stancato di guardare i contorcimenti della minoranza interna.
«Bisogna fare. Non rimandare », dice. È evidente che Civati da solo può fare poco. Oggi in piazza con lui scenderanno anche Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina.
Ma il corpaccione della Ditta è chiamato a dare prova di esistenza in vita molto più corposa ed efficace.
Il Senato può diventare il terreno di battaglia. Prima c’è anche la scelta del nuovo capogruppo alla Camera. Ettore Rosato è in pole position : renziano, vicino a Luca Lotti e Lorenzo Guerini, cerimoniere dell’approvazione dell’Italicum mettendolo al riparo da sorprese.
Però i 50 “responsabili”, i dirigenti di Area riformista che hanno rotto con Speranza e votato a favore della norma, rivendicano un ruolo, ovvero un riconoscimento formale. «Abbiamo firmato un documento tutti insieme – spiega Matteo Mauri – proprio per dare un senso politico alla nostra scelta. E abbiamo dimostrato che senza quei 50 voti erano guai». Se la maggioranza interna si divide, i dissidenti possono pesare.
I ribelli sono sicuri che la vicenda dell’Italicum lascerà un segno.
D’Attorre assicura: «C’è un prima e un dopo questo voto. Vedrete che gli effetti non mancheranno».
Gianni Cuperlo dice di non sapere ancora quale sarà il “dopo”. «Ma sono arciconvinto che Renzi abbia fatto male i conti. Oggi vince, nel tempo subirà il contraccolpo. La fotografia di un voto fatto in aula semivuota, con le opposizioni fuori, con il dissenso di una parte del partito, con numeri inferiori alla stessa maggioranza rimarrà impressa e non si cancella. Vedrete come la useranno contro il Pd in un qualsiasi talk show e che effetto avrà sugli spettatori».
Ok, e dopo? Cuperlo, che non ama i luoghi comuni, ironizza sulla definizione da dare alla protesta dei ribelli: «Come si dice oggi, ci abbiamo messo la faccia». Basterà ?
Oggi i dissidenti escono dal ring in ordine sparso.
Indecisi sul futuro, alla disperata ricerca di un leader condiviso in attesa del congresso che sarà .
«Nel 2017, è molto lontano», osserva Nico Stumpo. In realtà , dentro le aule parlamentari l’intenzione è costruire un “congresso” permanente, un confronto continuo su ogni passaggio della vita del partito e del governo.
Renzi che scende a patti: questo è il sogno degli sfidanti.
Ma è un percorso che va costruito. Speranza è candidato al ruolo di guida, già sabato organizza una manifestazione a Cosenza sul reddito di cittadinanza.
Gli altri lo riconoscono? Da vedere.
Adesso Pierluigi Bersani vuole lasciargli la scena. Finito il conteggio dei voti dice: «Sessantuno voti contrari mi sembrano un dissenso abbastanza ampio. C’è un dato politico di cui bisognerà tenere conto».
Si parte da questo dato numerico. Ininfluente ieri, ma che può avere riflessi a Palazzo Madama.
Magari costringendo Renzi a fare campagna acquisti tra verdiniani e altri pezzi di destra.
In fondo, questo è uno degli obiettivi della minoranza: dimostrare al popolo di sinistra la mutazione genetica del Pd.
Trasformato in un gruppo Misto, con relazione “pericolose”.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Maggio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL DISSENSO DEL PD È PIÙ GRANDE DEL PREVISTO… E AL SENATO PESERà€
Il numero chiave della giornata di ieri lo rimanda il tabellone dell’Aula di Montecitorio alle 18 e
20: 334.
Sono i voti con cui la Camera approva l’Italicum a voto segreto.
L’immagine, invece, è quella che fotografa un emiciclo vuoto per metà : assenti le opposizioni in blocco.
E poi, ci sono quelli che non applaudono: Pierluigi Bersani, che ha la testa appoggiata sulle mani, Rosy Bindi. Perchè c’è un altro numero chiave: 61.
Tanti sono i no. E la maggior parte arrivano dal Pd.
Alcuni hanno preso il microfono per annunciarli, Civati, il più giovane deputato di tutti, Enzo Lattuca che è intervenuto a nome dei dissidenti, Stefano Fassina, Marco Meloni (che, ironia della sorte, ha dovuto prendere in prestito il microfono del renzianissimo Carbone, perchè il suo non funzionava).
Tra loro ci sono pesi massimi, come Enrico Letta.
L’Italicum diventa legge grazie all’ “ostinazione” di Renzi (definizione del fedelissimo Marcucci), ma prende meno voti di quelli della maggioranza (403 sulla carta).
Passa un attimo dal sì finale che inizia la conta dei voti. Cantano vittoria tutti.
La Boschi (sobria, stavolta, negli abbracci) twitta alle 18 e 22: “Ci hanno detto ‘non ce la farete mai’. Si erano sbagliati, ce l’abbiamo fatta! Coraggio Italia, è #lavoltabuona”. Renzi le dà spazio.
Poi twitta alle 18 e 38: “Impegno mantenuto, promessa rispettata. L’Italia ha bisogno di chi non dice sempre no. Avanti, con umiltà e coraggio. È #lavoltabuona”.
Ai suoi chiarisce: “Ho vinto io. Oggi è un giorno storico. Ma adesso, dobbiamo andare avanti e ricucire”.
L’attenzione è tutta spostata su quei no. Non è un dato secondario quanti siano da attribuire alla minoranza dem: più grande è il dissenso, più può cercare di contare. L’ex capogruppo, Roberto Speranza e il vicesegretario, Lorenzo Guerini animano due capannelli paralleli in Transatlantico.
Se Speranza è pronto ad attribuire 55 no al Pd, Lorenzo Guerini ne dà per certi solo una quarantina. Tra questi, di sicuro vanno conteggiati i 38 che non hanno votato la fiducia al governo. Ma di quei 38, 4 non c’erano e 3 si sono astenuti: questo, per i ribelli, significa che “l’area Speranza” si sarebbe allargata.
In più c’è Lattuca. E poi, vanno aggiunti i 2 prodiani Zampa e Monaco.
La lettura dei dati, tra maggioranza e minoranza, diverge su un punto: i 9 ex Cinque Stelle, Alternativa Libera, secondo i renziani hanno detto no.
Per quelli che tengono il pallottoliere nella minoranza (Nico Stumpo in testa) hanno votato a favore.
Questo vorrebbe dire che nel segreto mancano ancora più Dem.
Guerini invita a non sottovalutare il dissenso centrista: 7 sarebbero i no da quell’area. A partire da Scelta Civica, che vuole il rimpasto (e infatti si affretta a dichiarare “siamo determinanti”).
Negli elenchi che circolano tra i renziani, ci sono i voti contrari di Massimo Corsaro (ex Fdi), Mauro Pili (ex Pdl), Luca Pastorino (ex Pd), Claudio Fava (ex Sel ora nel Psi) e Pino Pisicchio (ex Cd), tutti del gruppo Misto.
E Romano di Forza Italia, più la De Girolamo di Ncd.
Secondo questi conti manca di attribuire l’appartenenza di 6 o 7 voti.
O meglio: “Ce li abbiamo tutti in testa. Ma non li diremo mai, se no pare che abbiamo la lista di proscrizione”, spiega un autorevole dirigente dem. La lista di proscrizione c’è e come. Anche se per ora potrebbe portare più a offerte, che a punizioni. Matteo Orfini ammette che “il dissenso è pesante”.
E in un siparietto con Speranza, ex “compagno” della Figc, che è tutto uno scambio di reciproci complimenti (“Noi siamo due politici puri”, dice l’ex capogruppo; “Facciamo politici professionisti”, lo corregge il Presidente del Pd), gli chiede ancora una volta di ritirare le dimissioni.
A proposito di ricuciture. Perchè il punto adesso è che se ne fanno Bersani, Speranza & co. di quei voti: “C’è un area forte di dissenso. Li faremo pesare”, dice l’ex capogruppo.
Battagliero e ringalluzzito, parla già da leader alternativo. È un partito nel partito, quello che si è visto all’opera ieri.
Fino a dove è disposto ad arrivare? Sulla carta, in Senato i numeri per far cadere il governo ci sono. “Da oggi comincia un altra partita”, minaccia Miguel Gotor, ricordando i 24 dissidenti dem a Palazzo Madama.
Per adesso, il progetto non sembra questo. Nessuno vuol perdere il posto in Parlamento. Per adesso.
Ma parte un muro contro muro su ogni provvedimento, su ogni questione .
“Vado in piazza con gli insegnanti”, chiarisce Stefano Fassina. Il prossimo fronte parte già oggi, sulla scuola.
E Renzi? Conquistato l’Italicum cercherà il voto anticipato?
Se può evitare, no. “Adesso facciamo le cose che il paese ci chiede”, spiegano i fedelissimi del premier.
Si parte dalla scuola. La Commissione Cultura della Camera sta riscrivendo il ddl.
Il tentativo è quello di aprire abbastanza alle richieste da smontare la piazza e i sindacati.
Poi, c’è la questione riforma del Senato: si discute su alcune modifiche, alla ricerca di un patto con Berlusconi e minoranze.
E infine, il consueto modo di includere per dividere: la settimana prossima si eleggerà il nuovo capogruppo a Montecitorio.
Dovrebbe essere uno dei “responsabili”, quelli che si sono staccati dalla linea Speranza. Dopo le regionali entrano in gioco le presidenze delle Commissioni.
A Gianni Cuperlo Renzi ha ventilato la direzione dell’Unità . Ci sono i posti nelle prossime liste. Basterà ?
Il segretario-premier vuole andare avanti. Ma la legge elettorale adesso c’è.
Entra in vigore nel 2016, ma in caso di necessità si può intervenire a cancellare la clausola di salvaguardia.
Intanto, si aspetta la firma di Mattarella: potrebbe arrivare già oggi.
Con buona pace di chi gli chiede di rimandarla indietro.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Parlamento | Commenta »