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INTERVISTA A TSIPRAS: «ACCORDO POSSIBILE MA NON TAGLIO PENSIONI E SUSSIDI»

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

“ABBIAMO SOFFERTO PIU’ DI TUTTI”

Premier greco da appena quattro mesi, eletto all’insegna del rifiuto dell’austerity, Alexis Tsipras è il campione della nuova sinistra europea che contesta liberismo, privatizzazioni, impoverimento della classe media, riduzione dello Stato sociale e dei diritti sindacali. Per lui sono tutte conseguenze delle ricette economiche sin qui seguite per ordine delle autorità  comunitarie e che, per salvare la Grecia e l’Europa vanno ribaltate. Come?
Lo spiega in questa intervista esclusiva al «Corriere della Sera».
Presidente Tsipras, mercoledì incontrerà  Merkel e il presidente francese Hollande. La Cancelliera ha detto che «tutti stanno lavorando intensamente, ma non resta molto tempo». Eppure da settimane il team greco sfoggia ottimismo, la controparte no. Che cosa intende proporre di diverso per arrivare a un compromesso?
«Credo che domani la discussione entrerà  nel merito dei progressi raggiunti. Definiremo dei tempi chiari per l’accordo. Noi abbiamo presentato un testo completo che include il terreno comune individuato delle trattative tecniche al Bruxelles Group. Lavoreremo per annullare le distanze sulle finanze statali, portando delle proposte alternative lì dove vi sono delle richieste illogiche e non accettabili. Tutto ciò, tuttavia, avrà  senso se anche da parte delle istituzioni vi sarà  la volontà  di trovare soluzioni serie sulla sostenibilità  del debito. Vogliamo porre definitivamente termine a questa orrenda discussione sul Grexit che rappresenta da anni un freno alla stabilità  economica in Europa. Non che il problema sia riciclato ogni sei mesi».
Quali sono le misure che i creditori hanno già  accettato e quelle che state ancora discutendo?
«Penso che siamo molto vicini ad un accordo sull’avanzo primario per i prossimi anni. Basta che ci sia un atteggiamento positivo sulle proposte alternative al taglio delle pensioni o all’imposizione di misure recessive. Il nostro obiettivo è che le misure contengano l’elemento della redistribuzione e della giustizia sociale. La cosa più importante è trovare un accordo, non solo su come chiudere il programma di assistenza al debito greco, ma anche sull’alba del nuovo giorno, cioè su come la Grecia tornerà  il prima possibile sui mercati con una economia competitiva. Un ruolo centrale ha la soluzione del problema finanziario a breve termine. Ci sono soluzioni tecniche che possono evitare un terzo programma di aiuti e contemporaneamente fornire una prospettiva sostenibile a medio termine per quel che riguarda la restituzione del debito, così da riportare la Grecia nuovamente sui mercati più velocemente di quanto possiate immaginare».
Perchè alle tre istituzioni, Fmi, Commissione europea e Banca centrale europea, non piacciono le vostre proposte?
«Non credo che non piacciano. Il problema è che alcuni sono restii a riconoscere che le riforme greche del quinquennio passato sono fallite, perchè questo comporterebbe un costo. L’Europa e le Istituzioni devono riconoscere che l’austerità  è fallita. Non è una decisione facile, dobbiamo pensare però al costo economico di una crisi perpetua o, peggio ancora, al costo storico di un fallimento».
Cosa, invece, non vi è piaciuto della proposta delle istituzioni?
«Quella proposta è stata infelice ma in una trattativa succede. Ci dispiace il fatto che non riflettesse affatto gli accordi già  raggiunti nei negoziati nel Bruxelles Group. Non possiamo proseguire un programma che è chiaramente fallito. Non è possibile che ci si chieda di applicare misure che nessuno ha applicato in Europa, o che si esiga dalla Grecia di muoversi come se non ci fossero state quattro mesi fa, elezioni che hanno cambiato il governo. È una questione di principio, ma anche di sostanza. Dopo 5 anni di austerità  è inconcepibile che ci venga richiesto di abolire le pensioni più basse e i sussidi che riguardano i cittadini più poveri. O di aumentare del 10% il costo dell’energia elettrica per le famiglie, in un Paese nel quale migliaia di persone non hanno accesso all’elettricità . Di abolire il sussidio per il riscaldamento mentre si muore dal freddo. Sono delle proposte che non possiamo accettare non solo perchè si pongono al di fuori del mandato popolare che abbiamo ricevuto, ma perchè se le accettassimo assesteremmo un colpo durissimo all’Europa della democrazia e della solidarietà  sociale alla quale, alcuni di noi, continuano a credere con passione».
L’austerità  è stata applicata in molti Paesi europei. Perchè la Grecia deve essere differente?
«La differenza è che in Grecia l’austerità  è stata attuata con una brutalità  mai vista e ha portato a conseguenza economiche e sociali rovinose. Questo appare chiaramente anche come si è ridisegnato il Paese negli ultimi anni. Disoccupazione dal 12 al 27% in tre anni, Pil sceso del 25%, sulle classi medie e su quelle più povere della società  è gravato un peso fiscale enorme, con la crisi umanitaria i senza tetto e coloro che vivono ai margini della società  sono aumentati ogni giorno. Basta guardare i programmi di Irlanda e Portogallo per capire che si tratta di paragoni “infelici”. Nessuno ha sofferto quanto la Grecia».
Tutta la rinegoziazione del debito greco è stata caratterizzata dallo scontro tra i sostenitori dell’austerity e chi crede negli stimoli alla crescita. Solo una questione di teoria economica o sfida politica?
«Le teorie economiche vengono costruite per sostenere specifici interessi sociali. Ed è per questo che non esiste una scuola economica unica, ma molte. Basta confrontare gli indicatori di disuguaglianza sociale della Grecia e dell’Europa prima e dopo la grande crisi del 2008. Le ricette attuate miravano alla riduzione del costo del lavoro, ma anche alla deregolamentazione del mercato del lavoro con l’obiettivo di creare incentivi per maggiori profitti, per aumentare gli investimenti. La grande promessa era che lo sviluppo si sarebbe allargato a tutta la società . Purtroppo non ha funzionato. È una ricetta che fallisce costantemente e ovunque nel corso degli ultimi 30 anni».
In caso di Grexit l’Europa scricchiolerebbe sia dal punto di vista economico che geopolitico. Per voi è un vantaggio negoziale. Ma è giusto che i contribuenti europei paghino un fallimento economico?
«Non vogliamo mettere paura o ricattare. Sappiamo che anche altri affrontano difficoltà  e contemporaneamente mostrano solidarietà . D’altra parte la Grecia resta uno Stato sovrano che ha l’obbligo di fronte ai suoi cittadini e alla comunità  internazionale di discutere con tutti la stabilità  economica e geopolitica. Voglio essere chiaro. La Grecia iceve prestiti. Nessuno le regala dei soldi. Secondo l Parlamento tedesco, la Grmania ha gudagnato 360 milioni di euro dai prestiti che ci a concesso».
Il fallimento della Grecia sarebbe anche il fallimento dell’euro?
«Penso sia evidente. Sarebbe l’inizio della fine ell’eurozona. Se la leadership politica europea on può gestire un problema come quello della Grecia che rappresenta il 2% della sua economia, quale sarà  la reazione el mercati per Paesi che affrontano problemi molto più grandi, come la Spagna o l’Italia che ha un debito pubblico di 2 mila miliardi? Se la Grecia fallisce i mercati andranno subito a cercare il prossimo. Se dovesse fallire la trattativa, il costo per i contribuenti europei sarà  enorme. È per questo che sono profondamente convinto che ciò non convenga a nessuno. Lo dico per far comprendere che il mio governo non tratta egoisticamente. Al contrario. Se la Grecia otterrà  qualcosa di buono da questa trattativa — ad esempio minore austerità  — la strada si aprirà  per tutti. Per questo, specialmente i Paesi del Sud, dovrebbero appoggiare la posizione greca nel loro proprio interesse».
Per Matteo Renzi è impensabile che gli italiani paghino le baby pensioni ai greci.
«Parlerò con Matteo e gli spiegherò che su questo punto ha sbagliato. Sulle baby-pensioni ci siamo impegnati ad abolirle. Tuttavia, i paragoni sono fuori luogo. La Grecia in 5 anni ha ridotto le pensioni fino al 44%, ridotto gli stipendi nel settore privato fino al 32%, distrutto il suo mercato del lavoro, demolito lo Stato sociale, salassato fiscalmente dipendenti e classe media, raggiunto 1 milione e mezzo di disoccupati su una popolazione attiva di 6 milioni».
Come esce la Grecia dalla crisi?
«Il problema centrale è che l’intero peso della crisi è ricaduto sui poveri e sulla classe media. Quello che ci saremmo aspettati dai nostri partner era la possibilità  di sfruttare il fatto che in Grecia c’è finalmente un governo pronto a scontrarsi che l’oligarchia economica e che ci aiutassero a combattere l’evasione fiscale, il contrabbando e il lavoro nero. Siamo gli unici a poter fare queste riforme. Solo così l’Europa potrà  rilegittimarsi agli occhi dei cittadini europei, ma anche dei greci. È la grande sfida dell’Europa e della Grecia».
Se alla fine l’accordo non arrivasse, tornerebbe alle elezioni?
«Non prevedo e non voglio elezioni. Abbiamo ricevuto l’investitura popolare appena 4 mesi fa e i sondaggi mostrano che abbiamo moltiplicato la nostra influenza. Nell’arco dei quattro anni previsti,porteremo a termine il nostro lavoro. Non tradiremo il popolo greco».

Andrea Nicastro
(da “il Corriere della Sera”)

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CRAC DI PAPA RENZI, IL GIP: “NON SI PUO’ ARCHIVIARE”

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

TROPPE ANOMALIE, ALTRA UDIENZA PER APPROFONDIRE LA VICENDA

Le «anomalie» non sono troppe soltanto agli occhi di qualche creditore.
Anche il giudice dell’indagine preliminare Roberta Bossi ritiene che l’indagine per bancarotta a carico di Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio, Matteo, allo stato non possa essere archiviata.
Perciò nei prossimi giorni sarà  comunicata la data – da scremare in una rosa di tre-quattro giornate “papabili” – in cui celebrare un’udienza per approfondire la vicenda.
Nei giorni scorsi Vittorio Caporali, uno dei creditori della Chil Post Srl, specializzata in marketing editoriale e in passato di proprietà  di Renzi senior, ha presentato tramite il legale Ernesto Rognoni una memoria allo stesso giudice Bossi.
La sua azienda “Genovapress” era titolare dei locali dove aveva avuto sede Chil proprio ai tempi di papà  Renzi, e vanta un credito di 8000 euro.
Sostiene che sarebbe prematuro archiviare la posizione di Tiziano, e rimarca una serie di presunte anomalie registrate anche nel periodo della sua dirigenza.
Il padre del presidente del Consiglio, dopo essere stato alla guida della compagine dalla sua nascita, aveva ceduto le quote all’ultrasettantenne Gianfranco Massone nell’ottobre 2010, e amministratore unico era diventato Antonello Gabelli.
Nello spazio di due anni e mezzo Chil è naufragata.
E la prima ipotesi degli inquirenti era che Renzi senior avesse concorso a quel dissesto. In particolare, il procuratore aggiunto Nicola Piacente e il sostituto Marco Airoldi sostenevano che Tiziano avesse “regalato” alla moglie Laura Bovoli, titolare della Eventi 6, attiva nello stesso campo, l’unico pezzo funzionante del gruppo, e poi mollato ciò che rimaneva a un prestanome.
Da lì in avanti, gravata dai debiti, ha collassato ed ecco spiegato il primo avviso di garanzia.

Matteo Indice
(da “il Secolo XIX”)

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BUZZI AI PM: “NON REGISTRI PERCHE’ SE PARLO CASCA IL GOVERNO”

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

L’INTERROGATORIO: “CARMINATI? UNA BRAVA PERSONA, ALLA MANO”… “SE C’E’ STATA QUALCHE CORRUZIONE RIGUARDA SOLO IL 3% DEL FATTURATO DELLA COOP”

«Insomma, ho dato 30 o 40.000 euro a Marino, al suo comitato… Tutti tracciati… Ti chiamavano, le famose cene, “c’è una cena con Alemanno, 1.000 euro a persona”, tu prendevi un tavolo e ovviamente erano 10.000 euro. Ma noi ne abbiamo fatte, noi l’abbiamo fatte pure con Renzi la cena…».
Tenta di ricondurre tutto alla politica e alle sue regole – scritte e non scritte – sui finanziamenti elettorali, Salvatore Buzzi.
E davanti ai pubblici ministeri che l’hanno fatto arrestare per associazione mafiosa, corruzione e altri reati parla a ruota libera.
Ma quando arriva al capitolo del campo profughi di Mineo, in Sicilia, si blocca.
«Su Mineo casca il governo», accenna. Adesso è il pm Giuseppe Cascini a bloccarlo: «Queste sono frasi inutili. Noi facciamo un altro mestiere». Buzzi insiste: «Si metta nella mia posizione».
A questo punto interviene il procuratore aggiunto Michele Prestipino: «No guardi, io non ci penso minimamente…».
Buzzi indica il registratore: «Io potrei, cioè… se possiamo spegnere». I pm Cascini non ci pensa nemmeno: «È vietato dalla legge. Forse lei non ci crederà  ma ancora in questo Paese c’è qualcuno che segue le regole».
Buzzi insiste: «Se lo può spegnere un secondo parliamo…». «No! Non si può». E la deposizione, un po’ a fatica, ricomincia
È il 31 marzo scorso quando i due magistrati della Procura di Roma entrano nel carcere di Rebibbia per ascoltare tre ore di dichiarazioni spontanee di Salvatore Buzzi.
Un’autodifesa per provare a chiarire gli intrecci sospetti con la criminalità  e la politica. E ribadire – come ha ribadito ieri, davanti al tribunale per le misure di prevenzione – che se pure c’è stata qualche corruzione «riguarda solo il 3% del fatturato della cooperativa, quindi poca cosa».
E ancora: «Massimo Carminati è una brava persona, come me si è sempre comportato bene». Carminati disse: «Ci penso io»
Nel verbale di due mesi fa il «re delle cooperative» romane racconta, interrotto solo dalle domande del suo avvocato, l’inizio dei rapporti con l’ex estremista nero: «Lo conoscevo da trent’anni, dalla mia precedente carcerazione.
Ho conosciuto tutti loro: Alemanno, Carminati, Pucci… È come dire “ho fatto il militare assieme”. Poi Carminati lo rivedo casualmente all’Eur, mi sembra al bar Palombini».
Era il 2012. «Dice “ah, che fai, cosa fai”… Gli ho fatto: “Guarda, lavoriamo all’Eur e abbiamo un problema, non ci paga mai l’Eur».
Il riferimento è all’Ente Eur , di cui era amministratore delegato Riccardo Mancini, altro ex estremista neofascista degli anni Settanta. «Allora Carminati dice, “guarda, ci penso io”, perchè lui c’ha questa cosa però, è una persona molto alla mano»
Comincia così una nuova relazione, che Buzzi riassume negli interessi comuni in qualche impresa, cercando di sminuire l’ampiezza del giro d’affari: «Lui per esempio sugli immigrati ha partecipato solo ai minori non accompagnati, per la fornitura di pasti… Era un amico, insomma. Ci presentava delle persone per affittare gli appartamenti, ci faceva altre cose, faceva attività  di promozione. Tanto è vero che lui c’aveva sempre questa fobia per le indagini, che dico “scusa Massimo ma che ti frega? Non stai facendo nessun reato”».
Solo dopo, dice Buzzi, sono successe cose che «non potevo mai immaginare», ma non spiega quali. «Potevo rubare e non l’ho fatto»
Gioca solo in difesa: «Eravamo convintissimi di far diventare Carminati un imprenditore legale». Poi, certo, non faceva fatture e c’era qualche stranezza: «Era sempre refrattario, questa storia dei telefonini che cambiava continuamente. Poi, complimenti li avete tutti intercettati… Però non è che emergono grandi cose. Io non mi sono mai reso conto di stare a trafficare con la mafia. Noi siamo sempre stati contro»
Le manovre per far approvare i Debiti Fuori Bilancio durante le assemblee comunali, con i governi sia di centrodestra che di centrosinistra, per Salvatore Buzzi sono «lavoro politico», e niente più.
Sui soldi versati a Panzironi, quando guidava la Municipalizzata per la raccolta rifiuti, Buzzi dà  una spiegazione che – ammette lui stesso – «si fa fatica a crederci, ma è il sistema in cui operavamo»; in pratica avrebbe chiesto una tangente per non far inserire un’altra ditta in una gara d’appalto: «Lui per lasciarla a noi ci chiese 50.000 euro, quindi noi glieli abbiamo dati perchè la Multiservizi non partecipasse».
Per l’indagato questo non è reato, come il denaro pagato a un dipendente comunale che solo con una «mazzetta» fece ricomparire 200.000 euro di finanziamenti per un appalto: «Quella è un’estorsione», afferma sicuro Buzzi, tanto da suscitare l’ironia di un pm: «Abbiamo un giurista». Ma lui insiste: a quell’impiegato sono stati trovati 570.000 euro a casa, e «questo dimostra che non siamo criminali, perchè non siamo andati a rubarli… Avevo da amministrare 60 milioni di euro e non mi sono mai approfittato di una lira… È facile dice “io non rubo” ma io, io potevo rubare e non ho rubato»
Le (presunte) tangenti a Odevaine e altri furono solo aiuti e prestiti a persone in difficoltà  economiche per le separazioni dalle rispettive mogli.
Per il resto Buzzi se la prende con se stesso: «Un po’ di millantato credito pure io lo faccio quando racconto le cose… Purtroppo io sono colpevole come parlo al telefono, colpevolissimo».
E si lamenta di aver già  perso tutto, prima ancora della sentenza: «Al di là  della condanna che io posso avere, ho perso trent’anni di lavoro, ho perso la mia onorabilità , quindi la mia pena io già  ce l’ho».

Giovanni Bianconi
(da “il Corriere della Sera”)

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MARONI, NON CI SONO PARAGONI

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

L’UOMO SCOPA

Chissà  che hanno fatto di male i lombardi per essere governati da uno come Roberto Maroni (a parte votarlo, s’intende).
Il popolare Bobo, già  avvocato all’ufficio legale della Avon, ha trascorso gli ultimi 23 anni a carico dei contribuenti con risultati a dir poco imbarazzanti.
Ministro dell’Interno nel primo e nel terzo governo Berlusconi e del Welfare nel secondo, già  capo del presunto “governo della Padania”, deputato per sei volte consecutive (1992, 1994, 1996, 2001, 2006, 2008), segretario della Lega nel 2012-2013, non ha praticamente lasciato traccia di sè, a parte una serie di leggi demenziali e una condanna a 4 mesi e 20 giorni per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale: nel 1996 aggredì con un manipolo di leghisti gli agenti della Digos che perquisivano la sede milanese del Carroccio indagando sulla Guardia Padana, e si segnalò per l’eroico gesto canino di azzannare la caviglia di un poliziotto nell’esercizio delle funzioni.
Perciò, a condanna fu definitiva, Zanna Verde fu richiamato al Viminale come ministro della polizia: per competenza specifica.
Se avesse sgranocchiato un agente della Forestale, l’avrebbero mandato all’Agricoltura; un carabiniere, alla Difesa.
Questione di curriculum, anzi di pedigree.
Quando passava in rassegna le truppe, i poliziotti si coprivano le caviglie, temendo un raptus di ricaduta.
Ora, dopo aver governato 9 anni negli ultimi 20, dovrebbe sedere sul banco degli imputati per le folli politiche sull’immigrazione, che non solo non sono riuscite a risolvere il problema (notoriamente irrisolvibile), ma neppure a governarlo (impresa largamente agevole, ove mai esistesse uno Stato efficiente e coerente).
Invece sale ogni giorno sul banco degli accusatori, addossando ad altri le colpe in parte sue.
Porta la sua firma una norma disumana, quella dei respingimenti dei emigranti in mare, ma soprattutto inutile visto che contravveniva alle normative europee ed era destinata alla bocciatura (che puntualmente arrivò).
Così come il memorabile “pacchetto sicurezza” che tagliava i fondi alle forze dell’ordine (anzichè dotarle di più mezzi finanziari per espellere i clandestini), creava le ronde e inventava il geniale reato di immigrazione clandestina: col risultato di intasare questure, procure e tribunali siciliani con decine di migliaia di fascicoli su gente senza identità  nè dimora, costringendoli a inseguimenti, carcerazioni e scarcerazioni immediate, nonchè a processi destinati a sicura prescrizione; ma anche di rendere impossibile l’espulsione dei clandestini in attesa dei tre gradi di giudizio.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)

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maDELUCATO

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

IL PARTITO DELUCRATICO PARE VOLER PRIVILEGIARE I COSTRUTTORI ABUSIVI PIU’ CHE I CITTADINI IN REGOLA

De Luca, l’Impresentabile della Campania, si è presentato ai nuovi sudditi con l’annuncio pirotecnico di un mega-condono.
Ottantamila immobili abusivi, praticamente una città .
Ottantamila catapecchie cresciute in barba alle leggi che grazie al pagamento di una sanatoria diventeranno per magia dei castelli incantati.
Se gli obbrobri edilizi esistono, e abbatterli tutti è impossibile, allora tanto vale regolarizzarli, a esclusione di quelli costruiti in luoghi protetti o che appartengono a chi già  possiede un altro immobile.
L’Impresentabile lo chiama pragmatismo. Totò gli risponderebbe: ma mi faccia il piacere.
Il condono sanerà  case precarie e improvvisate, senza allacci nè protezioni, e anche il più scalcinato dei camorristi potrà  intestarle a un prestanome ed eludere così il risibile divieto deluchista.
Tanto, al sopraggiungere della prima frana che seppellirà  gli abusi condonati, De Luca guiderà  l’immancabile corteo di piagnoni che lamenteranno la solitudine del Sud e la mancata tutela del territorio.
Il Partito Democratico era nato per difendere le ragioni dell’ambiente e il rispetto delle regole. Nella nuova versione pratica e maneggevole, il Partito Delucratico pare invece deciso a sostituire i cittadini in regola con i costruttori abusivi.
Non c’è dubbio che questa scelta gli abbia portato molti voti e che vincere le elezioni sia meglio che perderle.
Se però per vincerle devi diventare qualcos’altro, e quel qualcos’altro ti fa anche un po’ schifo? È il grande dilemma del renzismo.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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TOTI E I TRE MARO’: GAFFE DEL GOVERNATORE A PORTA A PORTA

Giugno 9th, 2015 Riccardo Fucile

E LA RETE SI SCATENA: “NON C’E’ DUE SENZA TRE MARO'”

Non poteva sfuggire all’ironia della rete, la dichiarazione resa ieri sera a Porta a Porta dal governatore della Liguria Giovanni Toti che in un concitato discorso ha parlato di “tre marò”.
Una gaffe che ha scatenato immediatamente gli utenti di Twitter:
“#Toti a Porta a Porta: «L’India non ci restituisce i nostri TRE marò”.
Il terzo è ligure, di Novi, scrive uno. “Non c’è due senza tre marà³”, scrive un altro.
“Secondo #Toti i marò sarebbero tre. Devono essersi moltiplicati durante una visita in Liguria a Novi Ligure”, dice un altro ironizzando su una precedente gaffe del neo-governatore della Liguria.
#Toti rivuole indietro i marò con gli interessi. » è il commento di un altro.
E ormai la satira si è scatenata…

(da “Huffingtonpost”)

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DE LUCA PER DIRITTO DIVINO: “ANCHE CON UN VICE COMANDERO’ SEMPRE IO”

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

PERCHE’ RENZI GLI HA DATO LA CORONA E ORA NESSUNO PUO’ TOGLIERLELA

La corona di governatore della Campania il dio-elettore gliel’ha data, guai a chi gliela tocca.
Mentre divampano le polemiche politiche e le gare all’ultimo cavillo, ci si combatte a colpi di interrogazioni parlamentari e denunce penali e ci si accapiglia tra legge Severino e statuto regionale per stabilire se venga prima l’uovo o la gallina, la verità , vi prego, su Vincenzo De luca, l’ha detta alla fine lui stesso a Radio 24.
Una cosetta breve e concisa che dà  da sola il senso dei suoi continui interventi a destra e a manca: “Starò sempre io lì”. Severino o non Severino, sospensione o non sospensione.
Perchè l’ex sindaco sceriffo di Salerno parla in terza persona quando spiega che “Renzi e De Luca pensano di rispettare rigorosamente ogni legge, compresa la Severino” ma scomoda la prima persona, direttamente se stesso, quando spiega il futuro che attende la Campania: “Avrete un vicepresidente, un vicepresidente che vi farà  sognare. Ma non sognerete molto. Sarò sempre io lì” dice tra il rassicurante e il perentorio.
Secondo un assunto direttamente renziano: “Chi vince governa”.
In effetti, dacchè ha vinto le regionali De Luca si comporta come uno che non abbia la legge Severino sopra la testa, pronta a scattare a causa della condanna in primo grado per abuso di ufficio. Anzi.
Si prepara a governare. Ha un sacco da fare e vuol cominciare subito.
“Il nostro obiettivo è liberare la Campania dall’emergenza della Terra dei fuochi in due, massimo tre anni. La nostra priorità  sarà  di chiudere in meno di un mese la nostra proposta” si è affrettato a chiarire dopo l’elezione.
Ingenuo chi lo immagina, entro un mese, semplicemente sospeso, fuori dagli incarichi: lui si occuperà  della Terra dei fuochi.
Ed è deciso a non fare un nuovo termovalorizzatore: “Vuol dire impegnare 400 milioni, non ci sono le condizioni per farlo”. E affronterà  il dramma dei precari della sanità . E non dimenticherà  gli anziani.
E si occuperà  del problema degli “ottantamila alloggi abusivi” della Campania, certo senza abbatterli tutti perchè “non sapremmo dove mettere il materiale di risulta”.
E avvererà , perchè l’ha già  lanciata anche su Facebook, la “sfida della trasparenza, del rigore e della legalita” perchè lui regnante “la regione Campania dovrà  essere una casa di vetro”.
Pare surreale brandire il rispetto rigoroso della legalità  in queste condizioni? De Luca ha già  risposto: “La legge Severino è contraddittoria, sotto accusa è il Parlamento che in tre anni non ha saputo produrre una norma coerente”.
Insomma, la colpa non è mica sua: se la legge è stupida, il buon senso del vincitore prevale e il rispetto della legalità  è comunque salvo.
Giusto il tempo di nominare la foglia di fico di un facente funzioni, forma sin qui inedita di blind trust legalizzato. Il resto sono “idiozie”.
Come quella interpretazione da legulei secondo la quale, per dire, con un governatore che non potrebbe governare, non si può neanche insediare il consiglio regionale perchè qualunque suo atto potrebbe essere poi dichiarato illegittimo.
Sono idiozie, perchè intanto lui governerà .
Per interposto vice. “La giunta ce la ho già  in mente, ma non la anticipo. Faremo uno sforzo per una bella rappresentanza femminile”, ha assicurato.
C’è in tutta questa foga un che di molto campano. Anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, quando fu sospeso dall’incarico e prima di essere reintegrato, si mise a urlare che avrebbe continuato a “fare il sindaco anche per strada”.
C’è però in questo caso un tratto decisionista in più, che è dato non solo dal personaggio, ma anche dalla situazione.
De Luca ha infatti dalla sua parte Renzi, e volente o nolente il premier ormai non potrebbe più tirarsi indietro: ha dato il placet alla sua candidatura alle primarie, quindi alla corsa elettorale.
E adesso, nel tempo di Mafia Capitale due, con Marino che a Roma scricchiola e con gli echi dell’inchiesta che arrivano fin dentro il governo, non può fare altro che tener duro e rilanciare.
Facendo arrivare dalla Campania quel segnale che non può arrivare da Roma.
Per lo meno, con un vicepresidente che i campani li faccia un po’ sognare, mentre De Luca governa.

Susanna Turco
(da “L’Espresso“)

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MAFIA CAPITALE, LA MAIL DA ALEMANNO AL CLAN CON LE ISTRUZIONI PER VOTARLO

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

UN MESSAGGIO INVIATO DALL’ACCOUNT DELL’EX SINDACO CON IL MATERIALE ELETTORALE RECAPITATO ALL’INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA DELL’UOMO DELLA ‘NDRANGHETA

«Bisogna finirla con questa balla della ‘ndrahgheta che, attraverso la mediazione di Buzzi, mi avrebbe fatto convergere voti in Calabria alle elezioni europee del 2014». Gianni Alemanno, già  indagato per concorso esterno, non accetta che il suo nome sia afficancato alla più potente delle cosche calabresi.
L’ex sindaco ha risposto con comunicati stampa, dichiarazioni e minacce di querela alle notizie trapelate dopo gli ultimi arresti per Mafia Capitale.
Dalle intercettazioni del Ros dei carabinieri infatti emergerebbe il presunto sostegno che l’ex sindaco ha ricevuto dalle ‘ndrine durante le elezioni europee.
Eppure c’è un particolare che l’Espresso è in grado di rivelare: due giorni prima della competizioni dall’account di posta elettronica di Alemanno partiva alle ore 10.54 una mail diretta a Giovanni Campennì.
Proprio il Campennì sospettato di legami con il clan Mancuso di Limbadi, provincia di Vibo Valentia.
La richiesta di attivarsi per le Europee arriva da Salvatore Buzzi in persona, che dall’imprenditore calabrese riceve una risposta eloquente: «Va bene Qua la famiglia è grande un voto gli si da».
Una metafora «espressiva» la definiscono gli inquirenti che dimostra come Campennì avrebbe aderito «prontamente alla richiesta, non potendo evitare, tuttavia, di sottolineare la propria capacità  di poter attingere a un ampio bacino di consensi pilotabili».
La mail spedita a Campennì conteneva tutto il necessario, un manuale per votare e far votare Alemanno.
«La data delle elezioni europee, le modalità  di compilazione della scheda, nonchè il fac-simile della scheda elettorale precompilata», si legge nelle carte degli inquirenti. Era il 23 maggio 2014, undici miniti prima dell’arrivo del messaggio di posta elettronica all’indirrizzo di Campennì, quest’ultimo riceve una telefonata da una donna, «la quale, nell’asserire di rappresentare la segreteria di Giovanni Alemanno, gli riferiva di aver ricevuto il proprio contatto telefonico dalla “Cooperativa 29 Giugno” e di poter inviare il materiale elettorale via email».
Conversazioni che per gli inquirenti sono la conferma dell’impegno assunto da Campennì.
«Le risultanze consentono di ricostruire la vicenda nei termini che seguono: Buzzi assicurava ad Alemanno il proprio intervento in suo favore, promettendo l’inoltro a un membro del suo staff, Claudio Milardi, di una lista di persone allusivamente chiamate “amici del sud” capaci di esprimere cospicui pacchetti di voti (“che ti possono dare una mano co’ … parecchi voti». Non solo.
Secondo gli investigatori «la scelta di Campennì e di altri “amici del sud” (tra i quali, Rocco Rotolo e Vito Marchetto) rientrava in una precisa valutazione delle potenzialità  che a costoro venivano attribuite: la loro appartenenza a una consorteria ‘ndranghetista, capace di condizionare il voto nella terra d’origine (“i mafiosi che quelli controllano i voti”)».
Nella frenesia però i dirigenti della cooperativa 29 giugno commettono un errore imperdonabile.
Oltre ai nomi degli emissari romani delle cosche della’ndrangheta, a Milardi consegnano pure una lista di persone ulteriore.
Con quali nomi? Tutto l’elenco dei dipendenti della cooperativa. Un errore che provoca in Buzzi una violenta reazione: «i nomi degli ‘ndranghetisti erano …inc.. ma come se fà  a sbaglià  così ..” “erano i nomi delle persone fedeli, ma che cazzo dai i nomi de tutti».
È vero che l’esito delle elezioni europee nella circoscrizione Italia meridionale non è stata favorevole per Alemanno.
Ma gli inquirenti sottolinenao il buon risultato peresonale di Alemanno che ha «ottenuto 44.834 preferenze».
E come risulta dall’archvio elettorale del Viminale, in Calabria i risultati migliori Alemanno li ha ottenuti nelle province di Vibo e Reggio Calabria, zone d’influenza delle ‘ndrine collegate a Mafia Capitale.

Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)

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M5S VOTA SOSTEGNO AL SINDACO DI CENTRODESTRA A LAIVES: “HA FIRMATO I NOSTRI PUNTI”

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

APPOGGIO ESTERNO ALLA GIUNTA, E’ LA PRIMA VOLTA CHE SUCCEDE IN ITALIA…ALLA STIPULA DELL’ACCORDO ANCHE IL DEPUTATO FRACCARO

Una giunta di centrodestra con l’appoggio esterno del Movimento 5 Stelle.
E’ la prima volta per i grillini e succede a Laives, una cittadina a sud di Bolzano, dove i due consiglieri M5S hanno annunciato che voteranno in favore del neoeletto sindaco del centrodestra Christian Bianchi, in cambio della sottoscrizione dei loro punti programmatici. §“Per la prima volta il nostro programma viene adottato da un’altra forza politica”, hanno annunciato i 5 Stelle locali. Bianchi al ballottaggio del 24 maggio aveva battuto la sindaca uscente e segretaria del Pd altoatesino Liliana Di Fede e ora strappa l’appoggio dei due eletti in consiglio comunale per il Movimento di Beppe Grillo.
Alla firma dell’accordo era presente anche il deputato Riccardo Fraccaro, segno secondo i grillini che la scelta sia stata autorizzata anche dai leader Grillo e Casaleggio.
“Quando”, hanno scritto in una nota, “i vecchi politicanti si piazzano di fronte alle telecamere per offrire una poltrona al M5S o per chiedere la fiducia in bianco, senza mai affrontare i temi politici nel merito, noi rifiutiamo e parte subito una gara nell’accusarci di autoreferenzialità  e di voler tenere i voti congelati. Poi capita che il sindaco del Comune di Laives/Leifers, candidato con una lista civica e appena eletto con sistema proporzionale (dunque senza premio di maggioranza), nel cercare di comporre una maggioranza in consiglio si confronti sui contenuti invece di offrire poltrone al M5S”.
Una modalità  nuova di operare che contrasta con la linea seguita fino a questo momento in Parlamento e non solo.
I 5 Stelle ad esempio, dopo le elezioni Regionali in Puglia, hanno rifiutato la poltrona di assessore all’ambiente che gli era stata offerta dal governatore Pd Michele Emiliano.
“Il sindaco Bianchi”, spiegano i grillini di Laives, “si propone di sottoscrivere in una seduta pubblica aperta alla cittadinanza il programma elettorale con cui il Movimento si era presentato alle comunali, impegnandosi formalmente a realizzarlo. Toglieremo la fiducia nel caso non mantenesse l’impegno preso con la popolazione e gli elettori”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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