Dicembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’EX FUNZIONARIO CHE VENDETTE I BOND AL PENSIONATO SUICIDA: “SE NON LI AVESSIMO PIAZZATI SAREMMO STATI LICENZIATI”
«Io Luigino me lo sento sulla coscienza perchè mi sono comportato da impiegato di banca e se
fossi stato una persona che rispettava le regole non gli avrei fatto fare quel tipo di investimento».
Marcello Benedetti è un ex impiegato della banca Etruria di Civitavecchia. Licenziato un anno fa da quella filiale per un procedimento penale che ha in corso,
Marcello ora monta caldaie in giro per la sua città .
Il contratto delle obbligazioni acquistate da Luigino D’Angelo, il pensionato che si è tolto la vita per aver perso 110mila euro, porta la sua firma.
Benedetti accetta di rilasciare l’intervista a patto che non si sfiori l’inchiesta che lo ha travolto, e che non riguarda i bond subordinati: su questo non può rilasciare dichiarazioni.
Fu lei a “convincere” Luigino ad investire i suoi risparmi in obbligazioni subordinate?
«Sì, Luigino fu uno dei primi clienti della banca a cui proposi questo investimento».
Lo mise al corrente dei reali rischi che correva in questo tipo di operazione?
Gli occhi si inumidiscono. «Firmò il questionario che sottoponevamo a tutti, nel quale c’era scritto che il rischio era minimo per questo tipo di operazione».
Una bugia scritta in un contratto?
«In realtà nelle successive carte che il cliente firmava, era presente la dicitura “alto rischio”, ma quasi nessuno ci faceva caso. Era scritto in un carteggio di 60 fogli».
E voi impiegati non mettevate al corrente i clienti?
«Avevamo l’ordine di convincere più clienti possibili ad acquistare i prodotti della banca, settimanalmente eravamo obbligati a presentare dei report con dei budget che ogni filiale doveva raggiungere. L’ultimo della lista veniva richiamato pesantemente dal direttore ».
Eravate però perfettamente al corrente di cosa significasse vendere ai vostri clienti delle obbligazioni subordinate, giusto?
«Sì. Ogni anno c’era un aumento del capitale e per farlo dovevamo chiamare tutti i clienti e fargli rivedere azioni, obbligazioni, etc».
Che rapporto aveva lei con Luigino?
«Lo conoscevo benissimo, sia lui che la moglie Lidia. Era uno dei clienti più diffidenti e convincerlo a fare proprio quel tipo di investimento non fu facile».
Ma lei nella sua filiale è ricordato per essere quello sempre in cima alla classifica dei report settimanali.
«Sapevo fare bene il mio lavoro. E quando mi resi conto che l’emissione delle obbligazioni subordinate era troppo frequente da parte della banca Etruria capii che era possibile un imminente fallimento. Mi venne in mente dunque di mettere al riparo alcuni clienti, tra cui appunto Luigino. Per cercare di far avere loro la liquidazione sia delle subordinate che delle ordinarie, proposi di fare una gestione di fondo. Ricordo che dissi a Luigino: “Non succederà mai niente alla banca, ma se dovesse in questo modo salvi i tuoi risparmi». Ma lui non volle farlo: il suo problema era che voleva un rendimento semestrale cosa che la gestione del fondo non gli garantiva. Accettarono solo una quarantina di clienti, svuotai il comparto delle obbligazioni. Gli altri sono andati a finire come lui: hanno perso tutto».
Pare di capire che la linea fosse quella di mentire al cliente, o meglio, di omettere verità . È così?
«È così. Quando i clienti venivano a chiederci la liquidità la banca ci diceva di rispondere che non ne aveva e che non sapevamo quando sarebbe stata disponibile. Quando si facevano insistenti, dovevamo dirgli che quelle obbligazioni erano finite nel mercato secondario e che non si vendevano».
Un castello di menzogne senza che la coscienza di nessuno di voi, lei compreso, avesse un sussulto?
«Eravamo tutti in una sorta di sudditanza psicologica. Dal 2007 al 2014 le azioni sono crollate da 17 euro e rotti a 1 euro e 50 e questo era indicativo del fatto che dovevamo dirottare le entrate su altri prodotti e che dovevamo fargli acquistare la qualunque, anche le subordinate. Avendo ingolfato i creditori medio-piccoli tutti noi convincevamo i più danarosi assicurandogli che sarebbe stato un bene per loro, un affare seguendo i nostri consigli. E poi via con lo slalom di bugie, rassicurazioni e risposte evasive».
Ha parlato di pressioni psicologiche.
«All’interno della banca ci dicevano che la banca era sull’orlo del fallimento, e che l’aumento di capitale serviva a salvarci e che se non ci fossimo dati da fare la banca avrebbe chiuso e noi saremmo stati licenziati. Ecco perchè ognuno di noi convinceva più clienti possibili».
La logica del mors tua vita mea l’ha spinta a tradire la fiducia dei suoi clienti?
Scoppia a piangere Marcello Benedetti. «Questa è la cosa che non mi perdonerò mai. Aver tradito chi credeva in me. E alla luce della tragedia accaduta al signor Luigino, so che non potrò mai trovare pace nè perdonarmi».
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
LASCIA LA MAGISTRATURA IN ANTICIPO SULLA PENSIONE: “NON VOLEVO PROROGHE”
Alla fine, sarà lui ad andarsene. Poche ore prima che sia il decreto di pensionamento a costringerlo.
E lo annuncia proprio ora che aleggia la possibilità di una proroga, dopo il ricorso di pochi altri magistrati che come lui hanno raggiunto i limiti di età ma che, diversamente da lui, vorrebbero restare.
Raffaele Guariniello, 74 anni, lascerà il suo ufficio a palazzo di giustizia di Torino pochi giorni prima del suo congedo previsto il 31 dicembre.
A 48 anni dal suo primo incarico che, nel 1967 lo portò, giovane pretore, in un paese della provincia di Torino per un sopralluogo in un villaggio abusivo di roulotte che sembravano villette: una vita fa, prima delle inchieste sul doping, sull’Eternit, su Thyssen Krupp, su Stamina, sull’olio , che lo avrebbero consacrato agli occhi di molti come un paladino degli ultimi, e a quelli dei più critici come una specie di rockstar in toga.
Ha rassegnato le dimissioni, la sua lettera è di qualche giorno fa.
Perchè lasciare pochi giorni prima del previsto? Un gesto polemico?
«Non intendo fruire di proroghe. È una cosa che non condivido. Il governo ha già tante difficoltà , perchè creargliene altre? E avrei anticipato molto di più, se non dovessi concludere alcune indagini delicate – amianto, colpe professionali, malattie sul luogo di lavoro – perchè sento un bisogno di futuro».
E cosa c’è nel suo futuro?
«Per carattere, ho bisogno di operare in un mondo in cui ci sia entusiasmo. Spero di trovarlo in altri contesti».
Quali? Se lo chiedono tutti: cosa farà Guariniello dopo la pensione?
«Mi sono state proposte alcune cose: ci devo pensare, devo ancora decidere. Ma ho bisogno per il futuro di stimoli che siano pari a quelli che ho avuto in passato in magistratura».
Li ha persi?
«Sto notando una giustizia in crisi, con difficoltà che portano a sfiducia e disaffezione, tra carenze di personale e di risorse».
Sono problemi denunciati da molti anni: che cosa è cambiato adesso?
«Le faccio un esempio. Ieri ho fatto un rinvio a giudizio per una malattia professionale: il processo è stato fissato al 2017. Non è colpa del tribunale, è che proprio non ci sono date disponibili prima. Abbiamo lavorato tanto per fare le indagini, gli interrogatori, le consulenze. Che fine farà ora questo processo? Ed è solo il primo grado. La prescrizione galoppa. E se un processo come quello sulla Thyssen, con indagini chiuse in pochissimi mesi, non è ancora arrivato a una sentenza definitiva, figuriamoci quelli che non hanno lo stesso rilievo mediatico. In Cassazione trovo continuamente sentenze che dicono che il reato c’è, ma è prescritto, anche nei settori delicati di cui mi occupo, la tutela della salute e la sicurezza sul lavoro. Con dati impressionanti».
Si riferisce ai numeri sugli infortuni sul lavoro?
«Sì. Quest’anno, a fine ottobre, abbiamo avuto cento infortuni mortali in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un aumento del 14%. Eppure è un settore in cui abbiamo fatto tanto, siamo stati all’avanguardia, la procura di Torino è riconosciuta come una punta di diamante in quest’ambito».
Allora che cos’è che non funziona?
«Non è pensabile che un Paese in cui si fanno tutte queste leggi sulla sicurezza ci ritroviamo con questi numeri. Non funziona la pubblica amministrazione, che dovrebbe fare i controlli, e non funzionano nemmeno i processi penali. In questo modo si sviluppa l’idea che le regole ci sono, ma che si possono violare impunemente. In che modo aiutiamo i più deboli?».
Sembrano parole di un uomo rassegnato, eppure lei parla di futuro: come si cambia la situazione?
«à‰ sulla prevenzione che bisogna lavorare, sulla vigilanza. Dobbiamo trovare questi strumenti ed estendere quelli che ci sono, come l’Osservatorio sui tumori professionali. E’ in questa direzione che bisogna andare. Serve più ordine e vitalità nei controlli. Servirebbe un’istituzione che operi su tutto il territorio nazionale. Guardi che non sto dicendo che sia questo il mio futuro…».
Paola Italiano
(da “La Stampa”)
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Dicembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
UNA CONSIGLIERA REGIONALE: “PERCHE’ ESCLUDERE LA APPENDINO AL BALLOTTAGGIO?”… IRA DI OSVALDO NAPOLI, TRA I POSSIBILI CANDIDATI PER FORZA ITALIA
Alle prossime amministrative torinesi ne vedremo delle belle. 
Per ora è più una provocazione che una strategia. Ma che qualcuno del negletto centrodestra subalpino, che da un quarto di secolo non azzecca un candidato sindaco, non escluda la possibilità di votare, nel più che probabile ballottaggio, la candidata grillina Chiara Appendino piuttosto che l’usato sicuro dell’uscente Piero Fassino, fa impressione.
In primis, va da sè, a Fassino il quale, non ancora sceso in campo, già deve vedersela con il neonato schieramento di sinistra, trasposizione locale di SI sbocciata in Parlamento e guidato dall’ex-leader Fiom Giorgio Airaudo al grido: «Basta centrosinistra!», che ragionevolmente potrebbe votare M5S al secondo turno. Insomma, di riffa o di raffa, tutti ce l’hanno con l’inquilino uscente di Palazzo Civico, esponente di un potere pervasivo e, va da sè, mal sopportato da chi ne è escluso da decenni.
«Al Comune e alla discrezione di chi lo guida fanno capo un’ottantina di poltrone. Bene, negli ultimi anni quelle poltrone sono state occupate, diciamo, a rotazione sempre dalle stesse 120 persone» è stato l’esempio portato dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Maurizio Marrone, nel corso di un dibattito dall’eloquente titolo: «Perchè a Torino vince sempre lo stesso partito?».
Esempio sul quale è fiorito il ragionamento di Claudia Porchietto, oggi consigliera regionale di Forza Italia, ma in passato candidata alla guida dell’ex-Provincia e che se volesse («Ma non voglio») potrebbe ambire all’incarico di rappresentare il centrodestra contro Fassino.
«Da vent’anni nessuno ci fila – spiega Porchietto – e la città , guidata sempre dalle stesse persone, è asfittica. Occorre una visione diversa e più strategica. Occorre cioè fare un investimento a 5 anni per ricreare un centrodestra serio che farebbe bene anche al centrosinistra». In questo contesto «e visto che in passato c’è già stata convergenza con alcune battaglie sostenute dalla stessa Appendino, perchè escludere di votarla?».
«Perchè è tradimento e intesa con il nemico» è il succo della reazione di Osvaldo Napoli, 73 anni portati sportivamente, che ambisce a sfidare Fassino in modo direttamente proporzionale alle smentite che dà .
«Porchietto – dice Napoli – nega il giudizio di Berlusconi che individua nel grillismo il male assoluto; dà per acquisito che il candidato del centrodestra non andrà al ballottaggio voltando così le spalle alla battaglia ».
«Stia zitta!» è dunque la sintesi certificata del Napoli-pensiero.
Eppure, la necessità di ricreare, motivare una classe dirigente a destra è anche il senso del lavoro che, sotto traccia per non impermalosire i capataz locali, sta facendo il più quotato candidato della cosiddetta società civile, il notaio Alberto Morano, ben spondato nell’inner circle del Cavaliere, il quale riunisce amici (cento solo l’altra sera a parlare dei problemi di Torino), commissiona focus group e prenota sedi elettorali. Sarà lui il prescelto? Presto per dirlo.
Ma che nel centrodestra torinese serva una registrata lo dicono tutti.
Beppe Minello
(da “La Stampa”)
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