Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile
PARE CONFERMATA UNA VITTIMA ITALIANA
La direzione delle Unità Speciali (Dsu) avrebbe arrestato nel quartiere di Anderlecht Najim Laachraoui il terzo
uomo che compare nella foto della videosorveglianza dell’aeroporto insieme ad altri due vestiti di nero e morti nell’attacco suicida.
Era ricercato e sarebbe l’artificiere del gruppo.
Lo riferisce in esclusiva il sito del quotidiano belga Derniere Heure e il procuratore federale, che non conferma queste informazioni, ha però annunciato una conferenza stampa alle 13 senza negare l’arresto di Laachraoui.
Poi arriva la smentita: non è lui l’uomo arrestato dalla direzione delle Unità Speciali (Dsu) della polizia belga. L’uomo più ricercato d’Europa resta a piede libero.
La smentita arriva dallo stesso quotidiano che aveva dato la notizia, il belga Derniere Heure. Laachraoui è il terzo uomo che compare nella foto della videosorveglianza dell’aeroporto insieme ad altri due vestiti di nero e morti negli attacchi suicidi. Il procuratore federale ha annunciato una conferenza stampa alle 13
Nella foto dei circuiti interno dello scalo, indossa un cappello nero e una giacca chiara. Avrebbe gestito gli esplosivi e pianificato anche gli attentati di Parigi.
E’ ricercato dal 4 dicembre, fermato – sotto la falsa identità di Soufiane Kayal – ai primi di settembre al confine austro-ungarico in compagnia di Salah Mohamed Abdeslam e Belkaid.
L’identificazione risale a due giorni fa: il suo Dna era sulle cinture esplosive utilizzate al Bataclan e allo Stade de France, il 13 novembre scorso.
Come anticipato da Repubblica gli altri kamikaze identificati dalla polizia sono i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui .
Ma la tv pubblica belga Rtbf ha scritto sul suo sito Internet che i due presunti jihadisti si sarebbero fatti saltare in aria in due posti diversi, Brahim El Bakraoui si sarebbe fatto saltare in aria all’aeroporto, L’altro, Khalid, invece, sarebbe il kamikaze che ha fatto strage nella metropolitana di Maelbeek.
Il giorno dopo il caos, cominciano le procedure di riconoscimento delle vittime. Potrebbe esserci una vittima italiana tra i morti degli attentati di ieri a Bruxelles.
La Farnesina, però, rende noto che le verifiche sono ancora in corso. L’ambasciata italiana in Belgio, secondo quanto si apprende, è in contatto con la famiglia per l’assistenza relativa alle procedure di identificazione.
“Il presidente del Consiglio ci ha informato che c’è una verifica in corso su una possibile vittima italiana” degli attacchi a Bruxelles, ha detto Maurizio Lupi all’uscita da Palazzo Chigi. E ha aggiunto che la vittima sarebbe “una donna che era dispersa”: “E’ in corso la fase di riconoscimento, i familiari sono con il console a Bruxelles. Era una donna che prendeva normalmente la metropolitana e dovrebbe essere tra le vittime della metro ma la violenza dell’esplosione ha reso le vittime irriconoscibili”, ha riferito.
Perquisizioni, controlli in strada e abitazioni private, posti di blocco. Per tutta la notte le teste di cuoio, armi in mano, hanno battuto ogni angolo della città per una caccia all’uomo che prosegue anche in queste ore.
Secondo le ultime informazioni, che gli inquirenti stanno cercando di verificare, i tre uomini responsabili dell’attentato all’aeroporto sarebbero arrivati allo scalo con tre auto differenti: un taxi classico, una Renault Clio e un’Audi S4 nera.
Ma è la testimonianza di un tassista a rivelarsi molto preziosa. L’uomo avrebbe riconosciuto due dei tre attentatori, per averli portati all’aeroporto. Si tratta dei due uomini con una maglia e un guanto nero, ripresi dalle telecamere dello scalo, considerati i kamikaze di Zeventem. Il tassista, secondo quanto si è appreso, avrebbe riferito agli inquirenti l’indirizzo in cui ha caricato i due attentatori, affermando di essere rimasto sorpreso dal numero di bagagli che avevano con loro. L’uomo avrebbe anche costretto i due clienti a lasciare alcune valigie a casa.
Una testimonianza che avrebbe dato il via a ispezioni e perquisizioni e avrebbe permesso di ritrovare all’aeroporto una terza bomba inesplosa. Alle rivelazioni del tassista sarebbe anche legata la grande operazione di polizia iniziata ieri e proseguita tutta la notte a Schaerbeek. Durante le perquisizione sono stati ritrovati un ordigno esplosivo con all’interno chiodi, prodotti chimici e una bandiera dell’Is, mentre in serata all’aeroporto è stato trovato altro esplosivo, costringendo le autorità a isolare nuovamente tutta la zona, per consentire agli artificieri di mettere al sicuro l’area.
(da “La Repubblica”)
argomento: Attentato | Commenta »
Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile
“LE BR FURONO SCONFITTE SOLO DOPO ESSERE STATE ISOLATE POLITICAMENTE, LA STESSA COSA DEVE AVVENIRE NEL MONDO ISLAMICO”
“Uomini, donne, merci, beni, servizi, denari circolano liberamente in Europa. Unica eccezione, quella dei poliziotti e dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni”. Gian Carlo Caselli commenta le stragi di Bruxelles dal suo punto di vista di magistrato — ora in pensione — che ha indagato sul terrorismo e ha fatto parte di Eurojust, l’ufficio di cooperazione giudiziaria dell’Unione europea.
E spiega che per contrastare “i macellai che colpiscono i civili in modo indiscriminato” la strada è quella di potenziare al massimo la cooperazione investigativa e giudiziaria tra Stati membri.
“Si può anche inziare con un’unica struttura specializzata in terrorismo — afferma l’ex procuratore capo di Torino — ma è chiaro che l’orizzonte deve essere una Procura europea”. Chiesta oggi anche dal ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Del resto ragiona Caselli, “il crimine organizzato, si tratti di terrorismo mafia o quant’altro, vive e opera pienamente inserito nel ventunesimo secolo perchè sfrutta tutti gli spazi che la modernità offre. Sul fronte della giustizia, invece, siamo ancora al diciottesimo secolo. Nel senso che le frontiere nazionali restano una barriera che frena, complica a volte inceppa le indagini”.
Con gli strumenti disponibili oggi che cosa è possibile fare per coordinare la lotta al terrorismo?
Alcuni primi passi su coordinamento e norme antiterrorismo comuni sono stati fatti. Rispetto ai fenomeni e ai delitti che coinvolgono più stati, come le tragedie di Bruxelles e Parigi, è possibile creare squadre investigative comuni (previste da una decisione quadro del Consiglio d’Europa del 2002 e ratificate in Italia soltanto il mese scorso, ndr) formate da poliziotti, magistrati ed eventualmente rappresentanti di Eurojust di ogni stato interessato. La novità importante è che le prove ovunque raccolte valgono in qualunque Paese il processo venga poi celebrato. Mi pare che la squadra franco-belga messa in campo dopo gli attentati di Parigi si muova nella direzione giusta
Dopo le stragi di stamattina a Bruxelles c’è chi chiede l’istituzione di una Procura europea. Nel suo ultimo libro, “Nient’altro che la verità ” (Piemme), sottolinea che il coordinamento tra le diverse procure interessate dagli omicidi delle Brigate rosse, realizzato all’epoca in modo spontaneo al di là dall’ordinamento, fu determinante per sconfiggere il terrorismo.
La gravità e la frequenza di questi attentati — Papa Francesco ha parlato di ‘schegge di una terza guerra mondiale’ — rischia di rendere insufficiente il semplice cooordinamento tra Stati membri. Ci vuole un’integrazione sul piano legislativo, delle magistrature, delle polizie. La procura europea è un passo necessario, dato che Eurojust si limita appunto al coordinamento dell’attività giudiziaria.
Le differenze sono molte ed evidenti, ma vede qualche punto di contatto tra il terrorismo italiano degli anni Settanta-Ottanta e quello attuale di matrice jihadista, soprattutto dal punto di vista del contrasto?
Rispetto ad attacchi come quello di oggi a Bruxelles non parlerei di terroristi, estremisti, fanatici, ma brutalmente di macellai. La parola mi sembra adeguata alla spietatezza degli attentati. Il terrorismo brigatista era diverso, selettivo, non colpiva nel mucchio. Nel nostro Paese la macelleria che colpiva nel mucchio era di matrice fascista, quella delle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. I responsabili erano pochi e ben protetti dagli apparati. Per attacchi come quello di Bruxelles non parlerei di terroristi, estremisti, fanatici, ma brutalmente di macellai
Lei sottolinea sempre come il terrorismo di allora sia stato sconfitto anche politicamente e culturalmente, prima che con la repressione, perchè i brigatisti furono isolati anche a sinistra. Vede paralleli possibili con il terrorismo di oggi?
In una grande città sono infinite le possibilità di mimetizzazione di terroristi disposti a trasformarsi in macellai. E crescono se il milieu, l’acqua in cui nuotano, è caratterizzato da compiacimenti, connivenze, contiguità , alleanze. Questo può avvenire per mille ragioni storiche, etniche, religiose, di mancata integrazione. Il solo contatto che vedo con la storia italiana è il favore di cui le Br del primo periodo hanno goduto grazie a teorie folli come i ‘compagni che sbagliano’, ‘nè con lo Stato nè con le Br’. Tanta benzina nei loro motori. Il milieu di cui abbiamo detto può svolgere oggi un ruolo simile. Ho l’impressione però che si limiti a dire ‘compagni’, senza aggiungere ‘che sbagliano’.
Dunque che cosa suggerisce per combattere questo terrorismo? Sarebbe utile una collaborazione con le comunità musulmane in Italia
Soluzioni in tasca non ne ha nessuno. L’esperienza con le Brigate rosse insegna che decisivo è stato l’isolamento politico del terrorismo. Con Br e Pl ci sono voluti circa cinque anni, spartiacque sono stati gli omicidi del sindacalista Guido Rossa e di Aldo Moro. Si spazzarono via le ambiguità , le sciocchezze propagandate da tanti cattivi maestri, noti e sconosciuti, che fomentavano la violenza anche se per sè preferivano l’”armiamoci e partite”. Il fatto che Salah sia stato arrestato lì da dove era venuto, tra le proteste della popolazione locale, la dice lunga. Questo rende difficile la strategia dell’isolamento politico. Dunque è fondamentale il contributo e la collaborazione con il mondo islamico e i suoi intellettuali. Le parole di chi appartiene alla stessa cultura e tradizione di fondo possono fare più presa. Salah è stato arrestato lì da dove era venuto, tra le proteste della popolazione locale
Spesso la politica opta invece per il muro contro muro.
Un pericolo incombente che rende il contrasto ancora più impervio è che si scateni la caccia al diverso. Anche se nato come francese o belga, ma in una famiglia di origini arabe. La caccia al diverso è un problema. La sicurezza è necessaria, dobbiamo prepararci a restrizioni per averne un po’ di più, ma non deve diventare una specie di altare su cui sacrificare tutti il resto, i diritti. Senza diritti non c’è giustizia, senza giustizia non c’è pace. Dall’ingiustizia nascono violenza, rabbia, fino alla macelleria. In ogni caso, la cooperazione internazionale non è facile se sullo sfondo c’è una confusione così grave. Putin, Assad, Erdogan, Arabia Saudita.. sono i nostri alleati per esportare la democrazia? Non sono soggetti propriamente democraci. E l’Arabia Saudita, addirittura, fornisce armi e soldi agli estremisti
Dalla sua ultima esperienza come procuratore capo a Torino, come valuta il rischio terrorismo in Italia?
Di certezze non se ne possono avere. Una relativa sicurezza la offrono la nostra intelligence, la polizia, la magistratura. Perchè funzionano bene in base a specializzazione delle competenze e centralizzazione delle informazioni.
Mario Portanova
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Attentato | Commenta »
Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile
VARVELLI: “OCCORRE RICOSTRUIRE STATI PLURALISTI IN MEDIO ORIENTE, IL TERRORISMO VA FERMATO ALLE ORIGINI”
“Ne ho parlato tanto, ma oggi l’ho vissuto quasi sulla mia pelle. Ho ancora addosso l’angoscia e tuttavia non
credo affatto, come si sente dire in queste ore, che dobbiamo rassegnarci a rinunciare alla nostra libertà , militarizzando strade e aeroporti”.
A parlare è Arturo Varvelli, ricercatore dell’Ispi che si occupa di politica internazionale e terrorismo, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo. Era a Bruxelles quando è circolata la notizia dell’attacco, atteso a un convegno sul radicalismo organizzato dall’Ispi e da due think-tank europei. “Venendo in centro incontravamo persone sconvolte, alcune arrivavano dalla metropolitana ed erano state partecipi dell’attacco, le lacrime, chiamavano a casa per dire che stavano bene. Non si riusciva a parlare, le linee erano occupate”.
Che idea si è fatto dell’attacco?
“Che certo può essere una risposta all’arresto di Salah, ma certamente era stato preparato da tempo. Un attacco simile richiede una preparazione che supera i tre giorni. Forse lo hanno semplicemente anticipato per evitare di essere “bruciati” da Salah o da chi è nel mirino degli inquirenti. Sempre che Salah fosse al corrente di ciò, perchè mi pare che la rete di connivenze di cui godesse, capace di tenerlo nascosto per quattro mesi, sia molto ben organizzata e ampia. C’è una parte di comunità che è molto omertosa e partecipa di questa decisione, o anche solo intimorita, per cui chi sa non denuncia per paura di ritorsioni da parte di qualcuno della comunità stessa. Capiamo anche in quale tensione vive questa parte di comunità . Poi c’è una rete di “facilitatori”, di persone insospettabili che si adoperano. E’ qualcosa che noi, tutto sommato, conosciamo bene perchè vicina all’omertà tipica delle zone mafiose”.
Lei sarebbe dovuto partire da quell’aeroporto proprio oggi. Immaginava potessero colpire lì?
“All’aeroporto, come si sa, i controlli sono nella fase post, l’attentato è stato fatto agli ingressi. Mi chiedo come si fa a militarizzare completamente un aeroporto, una città , una civiltà . Non penso che questo sia possibile e in ogni caso, anche se ci riuscissimo, saremmo comunque esposti altrove: nei mercati, per le strade, nei porti, nei palazzi. Non si può pensare di militarizzare una società . Bisogna fare prevenzione, è un problema che si trascinerà per tempo. Non lo risolviamo domattina, non militarmente ma mettendo a fuoco che la questione culturale è prioritaria su tutte le altre”.
Non è la prova che è venuto il momento di intervenire contro lo Stato Islamico che tutto può fare tutto?
“Possiamo anche dire che facciamo un intervento armato che smantella lo Stato Islamico, come è stato detto da Putin e da altri. Ma bisogna considerare che ci mettiamo i famosi “boots on the ground”, e chi è disposto a farlo realmente? Questo proprio non si sa. Ma anche questo non risolve il problema perchè lo estinguiamo lì ma poi rispunta altrove, in altre parti del mondo. E che facciamo, interveniamo in tutto il mondo? Dalla Siria alla Libia, dalla Nigeria all’Iraq, allo Yemen?”.
Allora ci arrendiamo. Ci rassegniamo al fatto che si parta senza sapere se arriva…
“Certo, non si può neppure negoziare, perchè non si si negozia sui nostri principi vitali. Bisogna tenere la barra dritta, sapere quali sono gli obiettivi di lungo termine. Non prendere decisioni controproducenti rispetto a quelli. Il primo è ricostruire stati in Medio Oriente che siano inclusivi e pluralisti il più possibile, che non significa necessariamente esportare la nostra democrazia con le baionette. Se guardiamo le mappe degli stati falliti e in via di fallimento e quelli che non controllano il loro territorio e la mappa delle insorgenze terroristiche si sovrappongono completamente. Non solo guerra ma, se viene fatta, che sia con la finalità di ricostruire quel tipo di stati, con la finalità inclusiva. Più ci sono parti escluse e più avremo possibilità di avere formazioni terroristiche. Il terrorismo di Isis, per dire, si alimenta dell’esclusione dei sunniti nel Medio Oriente, sostanzialmente Isis si è fatto paladino dell’islam sunnita. E noi gli stiamo permettendo di farlo: quale alternativa stiamo dando? Bisogna essere più sottili e intelligenti di loro. Poi bisogna combatterli con gli strumenti della civiltà di cui disponiamo se vogliamo che prevalga la nostra da noi”.
Dove stiamo sbagliando, che ci colpiscono e noi sembriamo disarmati?
“Questa è la nostra percezione. Loro pensano che siamo noi a colpirli e loro disarmati e inermi, altrimenti non sarebbe nato Al Qaeda prima e l’Isis dopo, loro si nutrono di questa percezione che abbiamo noi di essere colpiti, impotenti e innocenti e di morire nelle nostre metropolitane e nei nostri aeroporti. E’ lo stesso atteggiamento mentale che ha parte della comunità islamica araba nei nostri confronti. Ci pensano e ci narrano come gli aggressori. I terroristi si nutrono di questo e vogliono che noi percepiamo lo stesso identico atteggiamento. Il terrorismo è un messaggio politico, è comunicazione politica. Vogliono destabilizzarci. Per questo la nostra risposta deve essere un po’ più articolata e intelligente di quella di semplice pancia”.
Chiudere le frontiere, come si è detto, è una soluzione?
“No. Certo, i terroristi possono arrivare anche tramite i canali dell’immigrazione clandestina ma mi pare che i potenziali terroristi ce li abbiamo già in casa. Perchè dobbiamo guardarci da quelli che arrivano da fuori quando il problema è già dentro? Salah abita e vive in questo ambiente da anni, non è arrivato l’altro giorno. Stiamo parlando di persone che si radicalizzano nei nostri ambienti. Quindi in realtà c’è qualcosa nel nostro ambiente che deve essere ripensato e rivisto e deve far sì che la nostra società sia percepita realmente come inclusiva di queste persone. E queste persone devono fare a loro volta uno sforzo di integrazione. Dobbiamo anche essere più fermi nel rispetto dei valori universali. Non sono incompatibili con l’Islam che non è lo Stato Islamico, che è un fazzoletto, una declinazione”.
Noi come siamo messi?
“Abbiamo fatto passi avanti relativamente alla nostra intelligence, alla nostra capacità di capire il fenomeno. Ovviamente bisogna fare molto di più e tutto questo non vuol dire che domattina purtroppo non possa esserci un attentato in Italia. Per compiere un attentato ormai non ci vuole molto. Penso tutto sommato che il caso belga sia piuttosto sfortunato per il numero di foreign fighters, cioè di persone pro capita che sono partite dal Belgio e sono andate a combattere e lì si sono radicalizzate. In Italia mi pare che siamo un po’ più fortunati o forse siamo ancora in tempo perchè le nostre seconde e terze generazioni stanno nascendo ora. Ora ragazzini che provengono da famiglie di immigrati stanno iniziando a crescere in Italia. E ora non bisogna sbagliare le mosse”.
Torniamo all’aeroporto, il punto più presidiato d’Europa. Dovremo rinunciare ancora alla nostra libertà personale?
“Beh hanno colpito fuori dalle aree di check-in che ancora non sono sottoposte ad alta intensità di controllo. Come le stazioni. Ma poi ci sono i bar, i teatri. Che facciamo? Non possiamo militarizzare un Paese e io non ho alcuna intenzione, come penso tutti noi, di privarci de nostro stile di vita e della nostra libertà . Quindi naturalmente parliamo di un fenomeno che è molto aggressivo in questo momento e che io ho vissuto stamattina sulla mia pelle quasi. Ma è ancora limitato, bisogna ragionare con la testa e non con la pancia. Non si può rinunciare a quello che siamo. Dobbiamo cercare di essere tutti più consapevoli e allertati e mettere chi fa sicurezza nelle condizioni di farlo, certo smettere di strumentalizzare questa situazione soffiando nella battaglia politica questi avvenimenti. Chi lo fa non va nella direzione dell’interesse nazionale che non è certo quello di alimentare il fuoco ma di spegnerlo spezzando i fronti dando insieme segnali di forza e di civiltà insieme”.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Attentato | Commenta »
Marzo 23rd, 2016 Riccardo Fucile
IL COVO SCOPERTO GRAZIE A UN TASSISTA… IL TERZO RICERCATO E’ L’ARTIFICIERE DEGLI ATTACCHI A PARIGI…LA FARNESINA: “SIAMO IN CONTATTO CON FAMIGLIA PER IDENTIFICAZIONE”
Il giorno dopo il caos, cominciano le procedure di riconoscimento delle vittime. Potrebbe esserci una vittima italiana tra i morti degli attentati di ieri a Bruxelles.
La Farnesina, però, rende noto che le verifiche sono ancora in corso.
L’ambasciata italiana in Belgio, secondo quanto si apprende, è in contatto con la famiglia per l’assistenza relativa alle procedure di identificazione.
Le autorità belghe hanno identificato i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui, 27 e 30 anni, i due kamikaze che ieri si sono fatti saltare in aria all’aeroporto di Zaventem, dove sono morte 20 persone.
Erano noti alle autorità come esponenti della criminalità , ma non per fatti legati al terrorismo.
Il terzo uomo — che compare nella foto con i due e che risulta attualmente ricercato — è Najim Laachraoui, ritenuto l’artificiere degli attacchi di ieri ma anche di quelli del 13 novembre a Parigi.
Anche lui, quindi, come Salah Abdeslam — che però è stato catturato il 18 marzo — ha finora trascorso oltre quattro mesi da latitante nascondendosi a Bruxelles.
L’identità degli attentatori è stata scoperta grazie al tassista che li ha portati ieri in aeroporto, sorpreso dal fatto che i kamikaze gli avessero impedito di toccare le loro valigie.
E’ stato lui a condurre gli inquirenti nel covo di Schaerbeek, da dove erano partiti, e dove ieri è stata trovata una bomba con dei chiodi, prodotti chimici e una bandiera dello Stato Islamico.
Ancora nessuna notizia, invece, dei responsabili dell’attacco alla metro, dove sono morte 11 persone.
I kamikaze e il terzo uomo in fuga
Khalid aveva preso in affitto sotto falsa identità l’appartamento del 60 rue du Dries a Forest dove si era verificata la sparatoria con la polizia e dove erano stati ritrovate le impronte di Salah Abdeslam, uomo delle stragi di Parigi arrestato nei giorni scorsi a Bruxelles dopo quattro mesi di latitanza.
Nell’immagine delle telecamere di sorveglianza dello scalo, i due fratelli indossavano un guanto nella mano sinistra, sotto il quale nascondevano il detonatore.
E’ invece ancora ricercato l’uomo che era al loro fianco e che indossava un cappello. Laachraoui, nato il 18 maggio 1991 era partito per la Siria a febbraio 2013 ed era con Salah, in una Mercedes in affitto, quando furono fermati il 9 settembre 2015, due mesi prima degli attentati del 13 novembre, alla frontiera tra Ungheria e Austria. Erano assieme a Mohammed Belkaid, l’uomo ucciso nel blitz della polizia a Forest, tre giorni prima dell’arresto di Abdeslam.
Il ruolo chiave del tassista
I fratelli El Bakraoui e Laachraoui hanno raggiunto lo scalo a bordo di un taxi: le immagini di videosorveglianza mostrano i tre insieme che spingono i carrelli con sopra le loro valigie, contenenti gli esplosivi, prima di separarsi nella hall delle partenze.
Le stesse immagini mostrano il terzo uomo, attualmente ricercato, abbandonare il suo carrello prima di darsi alla fuga. A dare preziose informazioni agli inquirenti diverse ore dopo le esplosioni a Zaventem è stato il tassista che ha portato all’aeroporto almeno una parte del commando di terroristi.
L’uomo ha soprattutto comunicato alle forze dell’ordine che il numero di bagagli trasportato dai clienti non corrispondeva agli ordigni esplosi. Questo ha immediatamente fatto scattare le ricerche nello scalo con il ritrovamento successivo di un ordigno non esploso poi neutralizzato dagli artificieri.
L’uomo inoltre ha potuto fornire l’indirizzo di Scharbeek dove aveva prelevato i suoi passeggeri consentendo così le perquisizioni che hanno portato al ritrovamento di sostanze chimiche e di un ordigno esplosivo contenente chiodi.
Non tutti i bagagli erano stati imbarcati dal tassista perchè nell’auto non c’era più posto, si legge sul sito della Derniere Heure. Oltre al taxi l’inchiesta si focalizza su altri due veicoli che sarebbero stati usati dal commando, una Renault Clio e un’Audi nera S4.
Le vittime degli attentati
Gli attacchi in aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles hanno causato la morte di 31 persone e il ferimento di altre 250. Il sito della televisione belga Rtbf precisa però che si tratta di cifre provvisorie.
Una cittadina peruviana di 36 anni è stata intanto identificata formalmente come una delle persone rimaste uccise negli attentati rivendicati dallo Stato Islamico. L’informazione è stata comunicata dal ministero degli Esteri peruviano. La donna, residente a Bruxelles da sei anni, si trovava all’aeroporto. Era in compagnia del marito e delle due figlie, una delle quali è rimasta ferita dalle schegge, ha dichiarato a Lima alla stampa il fratello della vittima.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Attentato | Commenta »
Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
DAI RIMBORSI ALTI AI MUTUI RINEGOZIATI ALLA CAMERA: STORIA DI UNA OMOLOGAZIONE ANNUNCIATA
Beppe Grillo voleva il politometro: un algoritmo per paragonare redditi e patrimonio dei politici al
momento in cui entravano in politica, con redditi e politici durante e dopo l’attività politica.
Se lo applicassimo adesso vedremmo per esempio che nel 2013 (non un secolo fa) Luigi Di Maio dichiarava zero euro, e nell’ultimo anno ha dichiarato 98.471 euro.
Gianroberto Casaleggio ricordava che l’ispirazione del Movimento – quanto a stili di vita – doveva essere Francesco d’Assisi, «noi nasciamo nello stesso giorno del santo», diceva. Nello Tsunami tour Grillo arringava le folle, «i nostri parlamentari prenderanno 2500 euro al mese e restituiranno il resto» (poi alzò la cifra a tremila, sostenendo che «per la vita che si fa a Roma 2500 euro sono pochi»).
Un’analisi delle loro buste paga – che abbiamo infine potuto compiere con una certa precisione – testimonia una realtà completamente diversa.
Nulla di illegale, sia chiaro: ma la prova inoppugnabile che il grosso dei parlamentari cinque stelle, con alcune eccezioni virtuose (valgano qui due esempi per tutti: Ivan Della Valle e Massimiliano Bernini, che restituiscono davvero tanta roba, e prendono pochi rimborsi), vive ormai una vita distante da quella dei cittadini, e identica a quella dei politici degli altri partiti.
Mario Giarrusso, parlamentare catanese, è un personaggio esuberante e vulcanico. Nella busta paga di novembre 2015 ha incassato 3362 euro di quota fissa di indennità (restituendo una parte di 1662 euro), più una quota di rimborsi e spese varie sbalorditiva: 10.066,07 euro.
Un «cittadino» normale potrebbe mai spendere una cifra simile? E come sono giustificati tutti questi soldi ricevuti come rimborso?
Alloggio, 1880 euro; 1182 euro di trasporti (spesa curiosa, considerando le varie agevolazioni dei parlamentari sui trasporti pubblici); vitto, 1149 euro; attività sul territorio, 713; collaboratori, 4678.
Nessuna di queste spese – e non solo da Giarrusso – viene ulteriormente dettagliata.
Non compare, neanche sul sito apposito, alcuna pezza documentale: solo voci genericissime.
È singolare che proprio questa sia stata, almeno formalmente, la ragione per le espulsioni di tanti: scarsa rendicontazione.
Carlo Sibilia a ottobre ha incassato 3245 euro di indennità , più rimborsi per 10.516 euro (con voci assai generali e poco incisive).
L’aspirante leader del direttorio, Luigi Di Maio, a ottobre ha incassato 3.246 euro, restituendo una parte di indennità di 1694; ma in più ha ricevuto 10.516 euro di rimborsi, e quali sono le pezze d’appoggio?
Il grosso (9710 euro) figura alla voce «attività ed eventi sul territorio». Non sappiamo nulla di più, non c’è altro documento.
Naturalmente, giova ripeterlo, spese varie e «eventi sul territorio» sono lecite eccome, per un parlamentare: ma non è una forma di finanziamento pubblico (sia pure indiretto) al Movimento, che diceva di non finanziarsi così?
Ad aprile 2015 fu obiettato a Di Battista che le sue note andavano dettagliate meglio: lui rispose che finanziava anche le attività dei meet up, e la cosa fece scalpore e girò molto, nel Movimento, perchè è pratica che si diceva di non fare.
Si potrebbero citare decine di esempi di uno stile di vita più rilassato, abiti assai più costosi, sedute quasi quotidiane di make up; il capo della comunicazione, l’ex del Grande Fratello Casalino, disse a Vincenzo Santangelo, un tempo capogruppo, che non andava in tv perchè era brutto.
Numerose storie come questa, tanto più proverbiali quanto più ridicole, certificano che lo staff di comunicazione voglia persone che sappiano stare in tv e abbiano gli abiti giusti e i capelli giusti, «non degli sfigati o dei fumati».
La Bedori perchè è stata silurata, e da chi?
Casalino inaugurò una tendenza, gli eletti dal dentista (peraltro, Dario Tamburrano, un europarlamentare M5S) a sbiancarsi i denti, le elette dal parrucchiere a lisciarsi i capelli. Il giorno dell’insediamento del direttorio disse che i 5 stelle dovevano essere dei personaggi, e curare la loro immagine da star.
Ma era questa roba, il Movimento francescano?
C’è chi s’è comprato la moto costosa.
Chi, mentre prima divideva casa con quattro colleghi, è andato a vivere dalle parti di piazza di Spagna, forse sognandosi sulle orme della Angiolillo.
Chi rinegozia mutui favorevolissimi utilizzando la banca della Camera.
Alla Casaleggio associati, ancora oggi, si pranza nel cucinino, con cose vegetariane, spendendo pochi euro.
Il vecchio maestro non è stato seguito dagli allievi.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
argomento: Grillo | Commenta »
Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
“E’ STATO UN NOSTRO ERRORE, IL SENATORE NON C’ENTRA”
Il capo dei rapporti social del senatore lascia l’incarico, assumendosi le responsabilità per l’errore blu che aveva scatenato i lazzi della rete.
Luca Ferlaino fa anche il nome della collaboratrice ‘colpevole’ e chiede scusa al parlamentare per il danno subìto.
Era stato lo strafalcione più commentato della settimana, ma quel “chiesimo” al posto di “chiedemmo”, che campeggiava in un tweet di Maurizio Gasparri, non era farina del sacco del senatore Pdl.
Il colpevole, si apprende, reo confesso, è lo staff social del parlamentare, il cui responsabile in seguito a quel frontale con la lingua italiana è stato costretto a dimettersi. “In riferimento alla vicenda del tweet comparso sul profilo ufficiale del sen. Maurizio Gasparri – scrive Luca Ferlaino, responsabile Social network di Gasparri – , contenente lo strafalcione ‘chiesimo’, in qualità di Staff Social precisiamo che la responsabilità dell’errore è interamente nostra”.
Il caso scoppiò lo scorso 17 marzo, quando sul profilo di Gasparri apparve il seguente tweet: “E’ vero che @GiorgiaMeloni è figlia della storia di destra e proprio per quello a suo tempo le chiesimo la disponibilità #agorarai”.
Ferlaino si cosparge dunque il capo di cenere e spiega: “Abbiamo provveduto noi, nell’ambito della collaborazione che abbiamo col senatore Gasparri, a realizzare la cosiddetta ‘diretta Twitter’, in quell’occasione relativa al programma Agorà , firmandoci come di consueto con la sigla ST in calce al tweet. Nello specifico – si legge ancora nella nota di Ferlaino – l’errore è stato di una nostra collaboratrice, di cui rispondo personalmente. Ci scusiamo ancora una volta con il sen. Gasparri che ha subìto un danno a causa nostra e ci auguriamo che chi dovesse tornare sul tema riferisca correttamente le circostanze di questa vicenda, il cui clamore è assolutamente sproporzionato alla rilevanza della stessa”
Ferlaino, che pur di scagionare completamente il potente suo ex datore di lavoro non esita a fare nome e cognome della povera collaboratrice responsabile dello strafalcione, conclude la nota aggiungendo che “in seguito alla suddetta vicenda la collaborazione con il sen. Gasparri è stata interrotta”.
D’altra parte, non era stato il primo scivolone di Gasparri su Twitter.
Qualche giorno prima, il suo account aveva scambiato Jim Morrison per un rapinatore slavo, ‘abboccando’ alla trappola di un sito satirico su Facebook.
(da agenzie)
argomento: Costume | Commenta »
Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL DELIRIO DELLA PSEUDO-DESTRA RAZZISTA: SALVINI E GASPARRI PARLANO DI “RIPULIRE LE CITTA'” DAGLI ISLAMICI…. LA SANTANCHE’ SCAMBIA UN CENTRO DI ACCOGLIENZA PER UNA CASERMA DELL’ISIS… UN FILM GIA’ VISTO PER RACCATTARE I SOLITI QUATTRO VOTI XENOFOBI
La drammatica conta delle vittime degli attentati a Bruxelles non si è ancora chiusa, ma gli esponenti del
centrodestra italiano non hanno perso tempo.
Sparate ad effetto, soluzioni lampo, dichiarazioni contro tutto e contro tutti, buone per raccogliere like sui social network e qualche titolo sui telegiornali.
Un format ben oliato e già sperimentato in diverse occasioni.
E, non a caso, i protagonisti di queste uscite sono sempre gli stessi
In prima fila nel lanciarsi sulla notizia è stato Matteo Salvini che, trovandosi a Bruxelles, è riuscito anche a farsi immortalare in diretta dalla trasmissione di Canale 5 Mattino 5, per cui ha realizzato un lungo collegamento dalla capitale belga.
Passate poche ore dall’ospitata in tv, il leader della Lega Nord ha lanciato l’iniziativa web, con tanto di cartello: “Ripuliamo le nostre città ” e l’hashtag #iononhopaura.
Sulla stessa linea di pensiero si muove il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri che sulla sua pagina Facebook mette insieme immigrati, clandestini e terroristi: “Uccidono in nome dell’Islam. In Europa, in Asia, in Africa. E intanto Renzi porta in Italia altri clandestini a migliaia. Mentre dovremmo espellere chi minaccia la nostra libertà . Dobbiamo ripulire i quartieri invasi da islamici. Prendono i nostri passaporti, lavorano nelle nostre città , come Salah e i suoi familiari a Bruxelles, e in cambio ci sterminano. Basta con la retorica dell’integrazione. Perquisizioni, arresti, espulsioni in Europa. Radere al suolo lo Stato islamico”.
Non manca all’appello neppure Daniela Santanchè, deputata di Forza Italia.
Attraverso il suo profilo twitter e a pochi secondi dalla notizia, lancia la domanda: “Terrorismo islamico?”. Una prudenza forse derivata dalla figuraccia fatta ai tempi della tragedia dell’aereo Germanwings , causata da un pilota tedesco di cui la “pitonessa” chiese su twitter “di che origini fosse”.
Più tardi Santanchè ha invece attaccato l’amministrazione di Milano per la scelta di allestire un centro di accoglienza nelle aree Expo, definendola “una caserma dell’Isis nel centro di Milano”.
Sempre pronto su Twitter anche l’esponente della Destra Francesco Storace, che sul suo profilo prima twitta una vecchia prima pagina di Libero col titolo “Bastardi Islamici”, e poi condivide i messaggi di tanti suoi follower. Tra questi: “Non esiste un islam moderato. O combattiamo o saremo sconfitti”.
Mauro Munafò
argomento: Razzismo | Commenta »
Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
LA SICUREZZA COLABRODO DEL BELGIO E LA NECESSITA’ DI UN CAMBIO DI PASSO TRA INTELLIGENCE… CHI FINANZIA IL TERRORISMO ?
Non un attentato qualunque. Nell’attacco a Bruxelles ci sono tre indicazioni che, se si vuole finalmente fare sul serio, l’Europa può usare per prendere un nuovo corso di azione contro il terrorismo.
1) Il Belgio si è confermato oggi, come del resto molti ripetono sottovoce da mesi, uno stato fallito. Proprio così viene detto nei giri diplomatici e di intelligence: fallito esattamente come si dice per la Siria o l’Iraq. Spiacevole dirlo, ma vero.
Nonostante gli aiuti di analisi e di logistica, di appoggi militari e di intelligence da parte di mezza Europa , Francia, Inghilterra, Germania, e Stati Uniti, il governo di Bruxelles non è stato in grado di identificare e ancor meno fermare la macchina terroristica saldamente piantata nelle sue visceri.
Una falla enfatizzata da una coincidenza (ma esistono le coincidenze in tali materie?): lunedì mattina, cioè 24 ore prima degli attacchi in Belgio, il New York Times ha pubblicato il rapporto di 55 pagine stilato dalla polizia francese sui fatti del Bataclan.
Un rapporto che ha fatto il giro del mondo e che, proprio nelle ore in cui il Belgio festeggiava con una certa precipitazione la cattura del primo pentito Isis, scoperchiava una realtà peggiore di quel che si sia fin qui saputo.
A partire dal numero – in quel rapporto si parla di ben 90 foreign fighters ritornati in Belgio, descrive una organizzazione che si appoggia a legami familiari vasti (cugine, amici, case ospitali) e a una rete operativa molto sofisticata.
C’è ad esempio il sofisticato uso di strumenti di comunicazione: dalle casse piene di telefonini ancora in buste di plastica ritrovati nei covi, alle informazioni con codice criptato che vengono passate e che non sono mai state intercettate.
Un sopravvissuto del Bataclan ha raccontato ad esempio di aver visto uno dei terroristi aprire il suo portatile e lavorare su uno schermo dove passavano solo righe di numeri.
E c’è il problema degli esplosivi, racconta il rapporto francese: vero che le bombe sono fatte con materiali in commercio, ma sono instabili e hanno bisogno di essere preparate e tenute in un ampio spazio.
Hanno bisogno insomma di esperti e di una logistica seria.
Come è possibile che una realtà così complessa non sia stata scoperta, nonostante l’impegno di tutte le intelligence europee?
I francesi senza tanto mascherarlo, puntano il dito sul Belgio, sulle sue lentezze e la sua mancanza di convinzione: una delle vicende segnalate è che una volta una indicazione sospetta è stata fatta cadere perchè in Belgio è illegale perquisire una abitazione privata dalle 21 alle 5 del mattino.
Furbizia, mancanza di attenzione, questa belga? Appare in verità solo una enorme sottovalutazione.
2) Il doppio giro di attentati messo in atto per modalità e tempistica rende evidente una preparazione militare di alto livello. Che punta all’esistenza di una organizzazione forte, con capacità logistiche serie, e con una regia che conosce molto bene tecniche e tattiche di guerra.
Ci troviamo di fronte a un gruppo che a 48 ore dalla cattura della sua primula rossa, cioè da quella che era stata subito venduta come una sconfitta della rete terrorista in Belgio, l’arresto di Abdelaslam, è stata in grado di attaccare su due fronti negli stessi chilometri quadrati che a parole erano stati messi in sicurezza.
È stata in grado cioè’ di mettere in campo subito un gruppo di combattenti, appoggi logistici, armi ed esplosivo per i nuovi attentati ed è stata in grado di piazzarli senza che venissero scoperti, nel pieno cuore di una città ‘ militarizzata.
Tutto questo punta all’esistenza di una regia, di una forte tattica, di una enorme preparazione, e, non ultima, di una grande agibilità sul territorio.
Altro che giovani mussulmani disaffezionati dalla vita di periferia, branco di giovani lupi allo sbando, gruppetti di amici.
Da tutto quello che si è visto a Bruxelles possiamo dire che in Europa opera un vero e proprio nuovo fronte militare.
3) Chi finanzia questo fronte? Operazioni quali quelle che abbiamo descritto, e che non sono appunto raccolte occasionali di estremisti, richiedono un finanziamento sostenuto nel tempo e nel volume.
O vogliamo davvero immaginare che questi terroristi di ritorno si mantengano con lavoretti o ospitalità di famiglie o la carità della beneficenza delle locali moschee? Macchine, armi, spazi in affitto, viaggi. Qualcuno paga.
Così come qualcuno paga la enorme rete dell’Isis nei territori che occupa: oppure davvero vogliamo credere che la gestione di parte di Iraq e Siria, l’organizzazione di spedizioni in Libia e di attentati in Europa, siano finanziati solo dal traffico illegale di petrolio, antichità ‘ e prostituzione? Qualcuno paga e sono finanziamenti che solo entità statali possono fornire.
Queste tre indicazioni possono darci a loro volta tre risposte sull’immediato fare.
1) Come è’ accaduto in Belgio, il nostro maggior rischio oggi è quello di sottovalutare la forza militare, politica e organizzativa del fronte che ci sta attaccando. È ora di fare una seria rimessa a punto delle nostre analisi e prendere le nuove misure.
Il fronte europeo è chiaramente, profondamente organico a quello che si muove in Siria o in Libia. Quando si dice siamo in guerra non è un modo di dire. Ma per l’Europa va chiarito se il circuito Belga è l’unico o se ce ne sono altri.
L’intelligence europea inclina per la seconda opzione
A Londra nelle scorse settimane è trapelato un allarme degli Interni secondo il quale gruppi terroristici potrebbero oggi essere in grado di mettere in atto fino a 10 attacchi contemporanei nella capitale Inglese mandando in tilt ogni apparato di sicurezza. E Parigi appare altrettanto allarmata.
2) Più uomini nelle strade è una risposta efficace?
Il caso del Belgio prova esattamente di no: Bruxelles è da mesi blindatissima ma i terroristi hanno continuato a proliferare.
Finora l’unica arma risultata efficace è l’intelligence, quella minuta, semplice,estesa fino alle conoscenze minime delle abitudini dei cittadini.
È’ arrivato il momento di far fare un salto al coordinamento di informazioni e operatività dei vari paesi europei. Costerà tanto i termini di libertà ‘ individuali di tutti. Ma è’ meglio di mobilitare apparati militari da noi come su altri fronti.
3) È ora che si indichi anche il vero nemico politico che ce’ dietro il terrorismo. Cioè’ che si facciano i nomi degli stati che finanziano questo progetto per i loro fini di dominio. Sappiamo chi sono.
Sono nostri alleati, ufficialmente. Ma questa ambiguità ‘ diplomatica va rotta.
Il costo è alto, e non solo in termini di affari. Il rischio di rotture internazionali interstatali acuisce il pericolo di una precipitazione globale ma se non si chiariscono gli schieramenti di questa guerra, non riusciremo certo a costruire strategie di difesa.
Certo, nulla di tutto questo è facile. È’ arrivato il momento di un cambio di passo.
Il prezzo è’ molto alto. Ma la politica dello struzzo non allontanerà il pericolo.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Attentato | Commenta »
Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
L’ESPERTO: “MANCA COORDINAMENTO TRA INTELLIGENCE EUROPEE”… “L’ITALIA E’ DEBOLE SULLE FORZE DI INTERVENTO RAPIDO, FORTE SU CONTROLLO DEL TERRITORIO E COORDINAMENTO”
“L’attentato a Bruxelles per certi versi è peggio di quelli di Parigi. Dimostra quanto sia capace la rete dello
Stato Islamico in Europa. E’ una minaccia evoluta, è la dimostrazione di forza di una rete europea che in barba a tutti i controlli e tutte le indagini riescono a organizzare un attentato nel cuore dell’Europa e nel punto più presidiato di tutti: l’aeroporto”.
Parola di Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (CeSi) che a caldo dopo gli attacchi ragiona della forza degli aggressori e della debolezza degli aggrediti, anche in Italia dove — dice l’esperto — “siamo molto deboli su alcune cose come le forze di intervento rapido ma forti su altre, come il controllo del territorio e il coordinamento delle intelligence”.
Perchè hanno colpito ora, una rappresaglia per l’arresto di Salah?
“Da un’analisi rapida e sommaria sulle poche notizie che abbiamo di fatto questo attentato dovrebbe essere stato organizzato da tempo perchè non si può improvvisare un attacco con esplosivi in una città come Bruxelles in pochi giorni. Quindi un attentato preparato da tempo, ma la tempistica dell’esecuzione è stata decisa dopo l’arresto di Salah, anche e forse perchè di fatto i terroristi hanno avuto il timore che potesse dare informazioni su questo attentato o chi lo stava per compiere. E quindi bruciare tutta la preparazione che questo attentato aveva richiesto”.
Cosa vogliono dimostrare?
“Destabilizzare, minare il nostro senso di sicurezza, certo. E per certi versi ci sono riusciti perchè questo attacco ci costringe a chiederci: come è possibile che in un periodo come questo, dove il Belgio dovrebbe essere sottosopra per cercare Salah, di fatto sia stato possibile organizzare un attentato del genere? Un attacco che è addirittura è un passo avanti di metodologia rispetto a Parigi? Qui non si parla nuovamente di attentatori che si mettono a sparare in mezzo alla strada con dei kalashnikov reperiti sul mercato nero. No, qui stiamo parlando di bombe, esplosivi. Ormai siamo abituarti a pensare alle bombe come qualcosa di semplice che si costruisce in casa guardando il bigino su Internet. Non è così, c’è bisogno di un’expertise, di una conoscenza, di una preparazione e capacità di gestire determinati materiali. E poi di trasportarli. Stiamo parlando di trasportare degli ordigni di martedì mattina nei punti nevralgici della capitale d’Europa”.
Come si fa a bucare la sicurezza al suo massimo livello?
“Di fatto è semplice perchè se io e lei abbiamo una valigia possiamo andarci ovunque, ma è quello che c’è nella valigia che è complicato. Quindi, da una parte expertise, dall’altra capacità di movimento, inoltre di mettere a sistema una rete per creare un attacco del genere, perchè stiamo di nuovo parlando di un attacco congiunto su vari posti anche lontani tra loro, perchè l’aeroporto è a 15 km dal centro di Bruxelles. Quindi di cellule coordinate con operativi, logistica, comunicazione e ospitalità perchè poi bisogna anche nascondersi, come ben dimostra lo stesso Salah. La cosa che in questo momento fa venire ancor di più i brividi è come questo sia possibile quando l’attenzione era massima perchè si cercava un terrorista. Quindi quando c’era più difficoltà negli spostamenti, perchè c’era sempre la polizia, c’era più difficoltà nelle comunicazioni perchè di fatto si stava in ascolto. Anche la rete, probabilmente, doveva essere ben protetta perchè di fatto si sono mossi quando le attenzioni delle forze dell’ordine erano altissime”.
Com’è possibile colpire addirittura l’aeroporto, cioè un punto sensibile per definizione?
“Il sistema di sicurezza occidentale degli aeroporti è focalizzato sulla sicurezza dei velivoli, è un retaggio degli anni Settanta. Infatti io e lei facciamo i controlli dopo, per andare agli imbarchi. Mentre se andiamo in altri paesi, più difficili come Algeria, lo stesso Pakistan ma anche in Ucraina di fatto si fanno controlli con il metal-detector all’ingresso dell’area del check-in, infatti a Bruxelles l’ordigno è esploso proprio lì dove di fatto non ci sono controlli per entrare. E questo significa esporre il fianco da parte nostra, da parte dei terroristi sfruttare la falla in un sistema di sicurezza. Il problema è che il terrorismo colpisce la nostra vita quotidiana. E inevitabilmente in quella ci sono delle falle nella sicurezza. Perchè sennò non potremmo fare nulla”.
Cosa ci dice allora questo attentato in aeroporto?
“Che bisogna portare la barriera “oltre”. Pensi ai treni che fanno della velocità la loro punta di diamante. Perchè se devo perdere tempo per accedere al treno, a questo punto prendo l’aereo che ci mette di meno. E’ lo stesso concetto: perchè non entrare in stazione con un ordigno? E’ veramente difficile fermare gli attentati una volta che sono stati posti in essere. Il punto fondamentale è cercare di prevenirli mettendo a sistema tutte le informazioni della rete di polizia e di intelligence, l’apparato di sicurezza di uno Stato o più Stati. E’ questa la vera sfida che di fatto in Europa, al pari della sfida politica, sta per essere persa: il coordinamento di tutte le intelligence europee è un punto fondamentale e non sta funzionando. Siamo lontanissimi. Se pensa che l’11 Settembre Cia ed Fbi non si sono mai parlati e sono dello stesso stato. Si figuri in Europa, è difficile”.
Ma sono i radicalizzati che sono troppi e difficili da controllare o le autorità belghe ancora una volta dimostrano di non essere in grado?
“Da una parte è un fenomeno difficile da controllare. Perchè di fatto stiamo parlando di cittadini europei, di trovare l’ago in un pagliaio. Ma è al difficoltà intrinseca del lavoro dell’agenzia di sicurezza. Di fatto però abbiamo visto da una parte, tra Parigi e Bruxelles che comunque chi organizza questi attentati ha degli spazi di manovra. E dove li trova? In quartieri dove le forze di polizia non entrano, se non sparando. Le banlieue parigine, le periferie di Bruxelles, dove per entrare di fatto devi sparare. Una situazione sui generis. In Italia, ad esempio, non ci troviamo di fronte a questi casi se non per altri fenomeni criminali. Nulla accade a caso: se c’è la possibilità di organizzare qualcosa, io vado dove è più facile organizzarlo. Quindi in quelle regioni”.
Cosa è cambiato rispetto ad Al Qaeda?
“E’ cambiato il messaggio, più patinato e potente, del Califfato, di Daesh e dello Stato Islamico. Il messaggio di radicalizzazione di Al Qaeda non era così forte. Quella di Bin Laden era un’agenzia di sevizi, finanziava, supportava, preparava. Lo Stato Islamico lavora anche sull’identità , sull’appartenenza e un messaggio molto più “accogliente” per coloro che intendono ingaggiare la guerra santa o non si sentono participi della società europea. E questo ha allargato e moltiplicato i recettori del messaggio che si fa più forte, suggestivo, pervasivo soprattutto nei giovani. Anche perchè raggiungere la Siria è molto più facile che andare in Afghanistan. Basta andare in Turchia, prendere l’auto e in un paio di giorni sei lì, dove c’è una palestra pronta per la radicalizzazione da mettere a frutto al rientro, perchè grazie al passaporto è facile andare come tornare”.
Italia. Come siamo messi?
“E’ vero che oggi siamo più esposti per un ritrovato impegno del nostro Paese in Libia. Ma è anche vero che sarebbe stato difficile starne fuori di fronte a una minaccia così totalizzante come il Daesh. Siamo tutti occidente ai loro occhi. E tuttavia l’Italia ha una forza nella sua rete di polizia che non ha eguali in Europa. Un po’ perchè siamo ridondanti e pletorici, per cui ci piace avere 5 numeri di emergenze. Ma a quei numeri rispondono varie autorità e il fatto stesso di avere polizia e carabinieri di permette di avere un controllo del territorio maggiore della gendarmeriè in Francia o la polizia belga. La rete urbana della polizia e quella extraurbana dei carabinieri è comunque una rete estesa che non ha pari in Europa. Quindi non è che siamo al sicuro grazie a questo. Però di fatto come facevamo prima distinguo sulla capacità di questi gruppi che trovano in alcuni quartieri lo spazio d’azione, dobbiamo anche dir e che di fatto in Italia abbiamo una situazione diversa. Non necessariamente migliore, ma diversa”.
Certo, la minaccia è così multiforme che di fatto è difficile dire che siamo sicuri…
“Però accanto a quel modello esteso di controllo de territorio, noi abbiamo uno strumento che di fatto in Europa non ha nessuno: il ‘Casa’, comitato di analisi strategica antiterrorisimo. E’ un comitato di cooperazione composto da tutti i servizi di intelligence italiani e tutte le forze di polizia che uno o due volte la settimana si mettono al tavolo e mettono a sistema tutte le informazioni. Detta così sembra banale, ma di fatto non succede altrove. Nel mondo dell’intelligence il problema spesso non è trovare l’informazione, ma condividerla e metterla a sistema. Se lei ha un pezzo e io un altro dell’informazione ma non vengono uniti, sono entrambe inutili. Da sole non significano nulla, insieme risolvono il problema. A questo serve il ‘Casa’”.
La grande minaccia per l’Italia?
“In questo momento arriva dalla radicalizzazione dei Balcani. Sono un territorio poco controllato, dove la radicalizzazione è forte ma anche la malavita con i mercato nero delle armi. E’ come se fosse la nostra banlieue separata da un mare che ci divide però se prendiamo un traghetto ad Ancora per andare a Spalato non ci controlla nessuno. E negli ultimi tempi diversi servizi giornalistici hanno documentato come intere cittadine abbiano offerto ospitalità ai radicalisti islamici”.
Che dobbiamo fare come Italia?
“Continuare con il lavoro finora svolto. Cercare di capire quali sono i buchi nella sicurezza. Noi ad esempio abbiamo un gap forte sulle forze di intervento rapido della polizia. Da una parte abbiamo i Nocs, i Gis dall’altra ma sono gruppi ristretti che non possono fare il lavoro su tutto il territorio italiano. Questo sulla fattispecie “Bataclan”, quindi sulla sparatoria. I discorso degli attentati terroristici è soprattutto un lavoro forte di coordinamento di intelligence. Perchè una volta che si è messo in moto l’attentato è difficilissimo fermarlo, anche se dispieghi soldati e polizia in forze. Ovviamente anche il nostro concetto di sicurezza negli aeroporti e nelle stazioni dovrà cambiare ed evolvere e in primis noi cittadini dobbiamo capire che per la nostra sicurezza dobbiamo fare una fila in più. Dobbiamo capire che anche al check-in dobbiamo fare controlli: siamo disposti?”.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Attentato | Commenta »