Marzo 10th, 2016 Riccardo Fucile
LA MARINA MILITARE ORGOGLIO DELL’ITALIA: “IO NON LASCIO INDIETRO NESSUNO, NEPPURE UN CANE”
«Non esistono muri in mare, per chi chiede aiuto».
L’Europa può decidere di sbriciolarsi, barricarsi, disseminare i suoi confini terrestri di filo spinato, per cercare di fermare i profughi, ma in mare vige un’altra legge.
Un imperativo morale: «Io non lascio indietro nessuno, neppure un cane» assicura il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana, ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
Che parla fuori di metafora, perchè, quando diresse per 72 ore consecutive, alla fine del 2014, le operazioni di salvataggio dei 400 passeggeri del traghetto Norman Atlantic, in fiamme nel canale di Sicilia, mantenne gli elicotteri in verticale sulla nave, nonostante il fumo e le fiamme, finchè non furono evacuati dal ponte anche gli ultimi esseri viventi: tre cani.
E proprio a uno di loro, il più grosso, l’ammiraglio e la coautrice Daniela Morelli hanno dato voce nel loro libro «S.O.S Uomo in mare» (Giunti Editore) per descrivere quelle notti e quei giorni di paura a bordo del traghetto sempre più rovente, sempre più inclinato, nel mare grosso.
La figura peggiore è quella degli umani che litigano per accaparrarsi i primi giubbotti di salvataggio.
«Quando c’è pericolo, molti perdono i freni inibitori. Per questo ordinai subito di calare a bordo un team di soccorritori che ristabilisse l’ordine. C’erano giubbotti per tutti. Pure per i cani».
Perchè il libro, in cui si parla anche dell’operazione Mare Nostrum e del calvario dei profughi, esce in una collana per ragazzi?
«Perchè non vorrei che le nuove generazioni crescessero pensando che sia giusto o normale abbandonare al suo destino chi fugge dalla guerra, e che si possano respingere e lasciar affogare masse di disperati».
Intanto però a Bruxelles si discute di confini marittimi e di blocchi.
«Non lo so. Noi blocchiamo soltanto i trafficanti di armi, uomini e droga. Ne abbiamo arrestati seicento con Mare Nostrum, una cinquantina con Mare Sicuro. Non esistono muri in mare per chi sta affogare. Non abbandoniamo neanche i morti. Tra poche settimane, fra la fine di aprile e l’inizio di maggio, la Marina Militare procederà al recupero, da una profondità di 375 metri, dell’intero peschereccio carico di immigrati naufragato nel Canale di Sicilia il 18 aprile dell’anno scorso. Nella pancia di quella nave sono intrappolati ancora almeno 300 o 400 corpi, stando alle testimonianze dei pochi superstiti».
Erano i passeggeri di terza classe?
«Sì, quelli che avevano pagato ai trafficanti 800 dollari a testa per finire rinchiusi nella stiva, fra le esalazioni di Co2, e a contatto con quel miscuglio di acqua e gasolio, sul fondo, che ustiona atrocemente la pelle. Ci volevano 1.000 o 1.500 dollari per un posto migliore, sul barcone. Abbiamo già recuperato 169 salme dal fondo del mare, altre 52 le avevamo ritrovate nell’immediato. Ora ci prepariamo a riportarle in superficie tutte. Per tutte è previsto l’analisi del Dna, a tutte deve essere data la possibilità di essere identificate e restituite alle famiglie».
Dopo più di un anno in mare?
«A 375 metri di profondità , il buio, il freddo, la pressione dell’acqua e la scarsità di fauna contribuiscono alla conservazione dei corpi. Il presidente del Consiglio, Renzi, ci ha dato l’incarico di recuperarli tutti. E lo faremo, a qualunque costo, con robot e sistemi pilotati a distanza».
Da Mare Nostrum a Mare Sicuro, a Eunavfor Med: con i nomi, cambiano gli obiettivi delle missioni
«I pilastri operativi di Mare Sicuro sono il ripristino dell’uso legittimo del mare, la protezione della sicurezza e degli interessi nazionali, come le piattaforme petrolifere, da possibili attacchi terroristici. Ma anche dei pescherecci italiani e dei mezzi di soccorso: è già accaduto che una nave della Capitaneria di porto fosse attaccata dagli scafisti ai quali aveva sequestrato il barcone. Eunavfor è un’iniziativa europea voluta dall’Italia, ed è servita come bastione per il controllo delle acque internazionali, le ispezioni dei mercantili. Un incremento degli obiettivi può venire dalla decisione dell’Unione Europea di passare a una nuova fase e di operare in acque libiche».
Lei che ne pensa?
«Sono valutazioni politiche in cui non entro. Noi abbiamo in zona la portaerei e nave ospedale Cavour, che ha tutte le capacità di comando e controllo delle operazioni, concepita per interventi di protezione civile. E poi il vecchio portaelicotteri Garibaldi».
L’anno scorso si era lamentato dell’insufficienza della flotta, delle navi obsolete.
«Ed è servito. Nel 2020 avremo i primi pattugliatori polivalenti d’altura: 136 metri di lunghezza, una piattaforma innovativa che permette di cambiare rapidamente configurazione d’impiego, per antipirateria, sorveglianza, ripristino di comunicazioni, elettricità , acqua potabile, in caso di calamità naturali».
Elisabetta Rosaspina
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 10th, 2016 Riccardo Fucile
SVELATO IL TARIFFARIO PER SFUGGIRE ALLE TASSE…. GIUDICI, AVVOCATI E PROFESSORI, LE INCHIESTE SUI CONTENZIOSI
Esplode da nord a sud. Porta in carcere giudici, avvocati, commercialisti, professori universitari,
imprenditori.
Svela il commercio sotterraneo di sentenze che in materia di tasse possono spostare, con una sola firma, milioni di euro dal privato allo Stato. O, più spesso, il contrario.
È la Tangentopoli fiscale che da Milano a Catania, passando per Roma, attraversa il Paese. E che riguarda uno dei settori della giustizia – i contenziosi tributari – finora quasi inscalfibile a ogni inchiesta della magistratura e a ogni riforma della politica. Strutturato su due livelli di commissioni, provinciali per il primo grado e regionali per il secondo, la giustizia tributaria è un sistema di potere solidissimo.
Una cerchia chiusa di magistrati, in maggioranza privati, onorari, chiamati nel 2015 a decidere su oltre 581mila contenziosi, per un valore globale di 50 miliardi di euro.
Un tesoro affidato alle decisioni di avvocati, commercialisti, geometri, ragionieri, persino ad agronomi e professori di liceo.
Un sistema sul quale indagò anche Antonio Di Pietro, che dopo le inchieste sulla corruzione nei partiti, delle mazzette in valigia o fatte sparire nel water, si convinse di essere stato fermato proprio quando iniziò a scavare nel mondo delle sentenze tributarie. E oggi un nuovo grappolo di inchieste sta ripartendo da lì: solo a Milano si indaga su venti cause fiscali.
La mazzetta nella giacca
Come il primo arresto di Mani pulite nel 1992, con Mario Chiesa fermato con una mazzetta di sette milioni di lire tra le mani, lo scorso 17 dicembre i militari della Guardia di Finanza, travestiti da avvocati, arrestano nello studio Crowe Horwarth, il giudice della commissione tributaria provinciale di Milano, Luigi Vassallo, con una busta da cinquemila euro infilata nella giacca.
Vassallo, avvocato cassazionista e docente universitario a Pavia, che risulta (dal marzo 2015) ancora consulente “in materia di conflitto di interessi per il governo”, ha appena incassato la prima rata di una tangente da 30mila euro per intervenire su una esterovestizione da svariati milioni contestata alla multinazionale della chimica Dow Europe Gmbh .
Non è un episodio isolato. Perchè i pm di Milano Eugenio Fusco e Laura Pedio, un mese dopo, ottengono l’arresto di un altro giudice onorario, l’avvocato Marina Seregni. I due giudici sono accusati di corruzione in atti giudiziari per il caso della Dow Europe Gmbh, ma anche di aver pilotato un contenzioso da 14,5 milioni a favore della società Swe-Co, dell’imprenditore Luciano Ballarin (indagato) in cambio di 65mila euro.
Il gip Manuela Cannavale cita esplicitamente la “spregiudicatezza con cui si muoveva Vassallo, che sapeva di poter fare affidamento su Seregni e verosimilmente anche su altri giudici tributari e funzionari dell’Agenzia delle Entrare, per pilotare ricorsi, influenzare i giudizi dei collegi, sostituirsi nella redazione delle sentenze, a fronte della corresponsione di dazioni illecite da ripartire con i complici”.
E infatti nell’inchiesta è indagato anche un giudice togato, Francesco Pinto, ex presidente del tribunale di Imperia, ex giudice a Monza, ora presidente della sezione 18 della Commissione tributaria provinciale di Milano.
Lo schema non è diverso da quello scoperto a Catania dal procuratore Michelangelo Patanè e dal pm Tiziana Laudani. Finisce in carcere – insieme a due imprenditori, un commercialista e un cancelliere – il presidente di sezione della Commissione tributaria provinciale di Catania, il giudice Filippo Impallomeni.
Il magistrato avrebbe usato per anni le auto della concessionaria di Giuseppe Virlinzi, fratello di uno dei più grossi immobiliaristi della città , in cambio di decisioni favorevoli, per un risparmio sulle tasse di 800mila euro. Per i pm, Impallomeni, da presidente, da relatore o da estensore era sempre presente nelle decisioni su Virlinzi.
I conflitti di interesse
Gli investigatori non pensano che si tratti di casi isolati, ma che almeno in Lombardia si possa ipotizzare un sistema.
Qualcosa che riporta alla mente vecchie inchieste, come la celebre P3 che nasceva proprio da oscuri personaggi che si vantavano di pilotare grandi processi tributari. “Emerge – dice oggi un investigatore – una rete di relazioni che sopravvive a ogni forma di incompatibilità “.
Se per legge non può svolgere l’attività di giudice chi esercita attività di consulenza tributaria per “contribuenti, società di riscossione o altri enti impositori”, è vero che il conflitto d’interessi è all’ordine del giorno.
“Era noto che Vassallo fosse in grado di risolvere i problemi: i commercialisti e gli avvocati che venivano in studio sapevano che era in grado di sistemare i processi”, mette a verbale la sua segretaria, svelando come oltre le incompatibilità formali bisogna fare i conti con un contesto di fortissima contiguità tra professionisti. Con commissari che sono amici, colleghi, a volte soci dei legali delle aziende coinvolte nelle liti. Storture che portano fino al 60% le decisioni che danno ragione al privato e torto allo Stato. E “che azzerano – riflette un magistrato – anni di lavoro di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate”.
Il sistema
A Milano come a Catania, le inchieste sono destinate ad allargarsi. In altre procure, oltre a quella di Roma, sono agli inizi. Quella del capoluogo lombardo fa da apripista. Non solo perchè i giudici arrestati avevano grande disponibilità di denaro (Vassallo era titolare di due cassette di sicurezza, e di contanti per 267mila, Seregni di altre due cassette che ha movimentato prima dell’arresto).
Ma soprattutto per le buste piene di altre banconote, trovate coi nomi dei “soggetti erogatori” del denaro: manager, aziende, membri di commissione, funzionari dell’Agenzia delle Entrate.
E un elenco di venti contenziosi ora sotto indagine.
Sandro De Riccardis
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2016 Riccardo Fucile
INCHIESTA SU 14 MILIARDI PORTATI ALL’ESTERO CON UN SISTEMA DI FALSE POLIZZE ASSICURATIVE
Dagli Stati Uniti all’Italia: Crèdit Suisse Ag è ancora una volta nel mirino della magistratura.
La banca svizzera è indagata a Milano per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti nell’inchiesta aperta da oltre un anno con al centro una maxi-frode fiscale che sarebbe stata realizzata tramite false polizze assicurative.
La Guardia di Finanza sta effettuando verifiche da tempo su 13-14 mila clienti italiani che avrebbero portato all’estero circa 14 miliardi di euro: se confermata, la frode avrebbe dimensioni superiori a quella realizzata negli Stati Uniti dove 22mila contribuenti avevano sottratto al Fisco circa 10 miliardi di euro, parcheggiandoli in Svizzera.
Da oltre un anno, infatti, il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, i pm Gaetano Ruta e Antonio Pastore e il Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano stanno indagando su una presunta maxi-frode fiscale che sarebbe stata realizzata attraverso false polizze assicurative all’estero e con operazioni effettuate tra il Liechtenstein e le isole Bermuda.
Un escamotage per portare i soldi oltre il confine e non dichiararli al fisco italiano.
Nell’inchiesta, non ancora chiusa perchè le Fiamme Gialle stanno ancora effettuando accertamenti complessi sui conti esteri di 13-14 mila clienti italiani, sono stati ipotizzati i reati di frode fiscale, ostacolo all’attività di vigilanza, riciclaggio e abusivismo finanziario.
Il gruppo bancario svizzero è indagato, invece, per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, la 231 del 2001.
L’indagine era scattata a metà dicembre 2014 con una serie di acquisizioni di documenti e sequestri di carte nella sede milanese di Credit Suisse Italia.
Secondo gli investigatori, ci sarebbe stata un’attività di promozione di false polizze assicurative rivolte a clienti italiani che non sarebbe poi stata inserita nella contabilità ufficiale della Credit Suisse Life & Pension (Cslp).
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2016 Riccardo Fucile
ANNA MARIA CARLONI: “VALERIA VALENTE E’ UMANAMENTE UNA DELUSIONE: ERA UN’AMICA, NON E’ STATA LEALE”
“È pazzesco, assurdo. Un colpo di mano. L’aspetto più doloroso di questa brutta vicenda è il fatto che
finiscono le relazioni politiche e finiscono le relazioni umane. E quello che stiamo vivendo è più doloroso della fine del Pci. Perchè allora una comunità , che era come una famiglia, attraversò una crisi fortissima, ma quel dramma fu gestito dentro una visione”.
A dirlo è la deputata del Pd Anna Maria Carloni, moglie di Antonio Bassolino, in un’intervista al Corriere della Sera.
“Sono scioccata e addolorata. Napoli certo non si aspettava che il ricorso di Bassolino venisse liquidato in tre minuti. È una grandissima delusione, che allontanerà gli elettori dal voto. Una decisione molto grave, da un organismo che dovrebbe essere democratico”, dichiara Carloni.
“La Commissione si è uniformata agli organismi nazionali, una decisione contraria all’orientamento dell’opinione pubblica. Incomprensibile”.
Con Valeria Valente, la vincitrice delle primarie partenopee, “abbiamo sempre avuto una relazione forte. Più volte in questi mesi le ho chiesto se aveva pensato di candidarsi a sindaco e lei mi ha sempre risposto di no, giurando che voleva proseguire il suo lavoro parlamentare. Ha maturato la scelta di candidarsi senza dirci una parola e questo è l’aspetto più doloroso per chi dà molta importanza alle relazioni umane e al legame tra donne”, racconta Carloni.
“Aveva il diritto di candidarsi, ma una relazione presuppone dialogo, franchezza, lealtà “.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 10th, 2016 Riccardo Fucile
RENZI E’ RIUSCITO A SCASSARE IL PARTITO… LA VALENTE: “MI SEMBRA IMPOSSIBILE”
“Sabato ore 10.30 Al teatro augusteo. Napoli riparte”.
Con queste poche parole antonio Bassolino su Facebook dà appuntamento ai militanti per l’evento in cui dovrebbe annunciare, con ogni probabilità , la decisione di candidarsi alle elezioni amministrative di Napoli.
La risposta della Valente. “Dico da giorni che alcuni episodi vanno sanzionati. Io e Bassolino abbiamo lo stesso approccio, alcune scene rilevano un grave problema. Dobbiamo cambiare. Non possono però inficiare tutto lo svolgimento di primarie che sono state corrette e ordinate in larghissima parte. I casi di compravendita non risultano. E il passaggio della criminalità non lo condivido: troppo duro, non può essere il corollario di un ricorso. Sembra una condanna senza appello per quei quartieri. Io non credo che Bassolino pensi questo, lui è il primo che ha saputo attraversare e parlare alle periferie, senza scorte, senza timori, cercando i cittadini e portandoci la politica”. Così Valeria Valente, vincitrice delle primarie del centrosinistra a Napoli, in un’intervista a Repubblia
“Dobbiamo evitare di alzare muri tra noi, costruire insieme la nostra vittoria al Comune, anche con l’aiuto di Bassolino.
Lui ha creduto in queste primarie, ha messo Napoli avanti a tutto e ora non voglio immaginare che farà mancare il suo appoggio, che non darà una mano a sconfiggere centrodestra e De Magistris. Questo è il momento di lottare per Napoli, tutti insieme, come ha sempre detto Antonio”, dichiara Valente.
Sull’eventualità che Bassolino si candidi con una sua lista, “mi sembra impossibile, per come lo conosco. Rinnegherebbe se stesso, la sua storia, e replicheremmo il disastro del 2011. E sarebbe velleitario: come si può pensare che potrebbe battere, andando fuori del Pd, i comuni avversari?”, osserva Valente. “In ogni caso, lavorerò personalmente perchè questo non accada. Bassolino vuole bene a Napoli. E anche io. Ci parleremo”.
Bersani: “Fatti incredibili”.
“Non mi paiono accettabili certe dichiarazioni dei vertici del partito. Prima che si sappiano davvero come sono andate le cose. Sono pronunciamenti irrituali, sono atteggiamenti gravi”, “a prescindere da chi ha ragione o torto, io consiglierei un atteggiamento più lineare e più rigoroso. Perchè sennò si sottovaluta il disagio della nostra gente. A Napoli, ma anche altrove: basta leggere i giornali per capire il disorientamento. Inviterei a non sottovalutarlo”.
Lo afferma l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani, in una intervista al Corriere della Sera, parlando delle primarie a Napoli. Il comitato di garanzia ha respinto il ricorso di Bassolino perchè fuori tempo massimo? “Ma come si fa? Son state adesso le primarie e loro lì con l’orologio a dire che il tempo è scaduto.
Incredibile”, “noi siamo il Partito democratico, mica possiamo aspettare che intervenga la magistratura”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
PRIMO ATTO: AFFOSSARE BERTOLASO… POI APPOGGIO A M5S A ROMA E TORINO PER AVERE IN CAMBIO APPOGGIO ALL’EX ZECCA ROSSA DI BOLOGNA: I VECCHI AMORI DI UN EX LEONCAVALLINO NON SI DIMENTICANO… MA HA IL DIFETTO DI PARLARE TROPPO E RESTERA’ CON UN PUGNO DI MOSCHE
Il ben informato Francesco Bei su “La Stampa” ha anticipato i contorni dell’operazione:
È tutto pronto, la strategia è stata studiata nei giorni scorsi. Matteo Salvini farà fuori Guido Bertolaso, il candidato di Berlusconi a Roma. Infilzandolo il prossimo fine settimana con la stessa arma scelta dal leader di Forza Italia per plebiscitare l’ex capo della Protezione civile: le gazebarie. La «gazebata» (copyright Maria Stella Gelmini) prevede un centinaio di chioschi aperti per far esprimere gli elettori romani su un quesito semplice: siete d’accordo con la candidatura di Bertolaso? Non essendoci altri nomi sulla scheda, i cittadini potranno mettere una croce sul sì oppure sul no.
Tutto scontato? Non proprio. I leghisti hanno infatti deciso di rovinare la festa a Berlusconi. E quella che avrebbe dovuto essere un’incoronazione, rischia di trasformarsi in un disastro. Il piano di Salvini prevede infatti di saturare i gazebo forzisti con una massa di elettori pronti a votare “No” a Bertolaso.
L’attacco avrebbe dovuto essere pianificato ieri tra lo stesso Salvini e lo stato maggiore leghista nella Capitale (il vicesegretario Giancarlo Giorgetti e il commissario laziale Gian Marco Centinaio). Riunione poi saltata all’ultimo minuto. Ma il capogruppo alla Camera Massimiliano Fedriga, dietro le quinte della trasmissione Omnibus, qualcosa si è lasciato sfuggire: «A queste consultazioni di Forza Italia si può votare sì… ma immagino si possa votare anche no. E se Bertolaso venisse bocciato, Berlusconi dovrebbe prenderne atto».
Certo, i leghisti mettono in conto anche un controllo capillare del voto da parte dei forzisti. Decisi a non farsi travolgere dalle truppe cammellate di Salvini.
Ma qui l’ottimo Bei commette un errore di sopravalutazione: nella migliore delle ipotesi Salvini a Roma conta elettoralmente meno della metà di Forza Italia e un quarto delle forze di Fdi.
In pratica non conta una mazza, al massimo può portare 1000-2000 persone a votare no a Bertolaso, ammesso che individuino la casella.
E lo stesso Bei passa oltre sulle intenzioni del grande stratega:
Il Carroccio ha pronto anche un piano di riserva, nel malaugurato caso Bertolaso venisse comunque incoronato dalle urne. Se infatti Berlusconi, come sembra, dovesse insistere, la Lega è già pronta a mollare gli ormeggi. E presentarsi da sola nella Capitale con un proprio candidato di bandiera . Con quale volto? «Irene Pivetti potrebbe essere quella giusta», confida Fedriga. Ma ci sarebbe anche l’ipotesi di una corsa tutta sulla fascia destra, con un candidato lepenista come Francesco Storace. «Se la lega converge su di me – dice l’ex governatore del Lazio – di sicuro prende una barca di voti». Ma è improbabile che regalare «una barca di voti» a Storace (o Pivetti) sia l’obiettivo di Salvini.
Ulteriore commento: non è questa la strategia, se non come extrema ratio. La Pivetti porta al massimo il voto del cardinal Ruini, quanto a Storace, se si alleasse con la Lega, i voti li perde lui e li fa pure perdere a Salvini. Improponibile.
Ma arriviamo al dunque, secondo Bei:
Le voci più affidabili su quanto viene discusso a via Bellerio, sede federale della Lega, descrivono un quadro molto più credibile e interessante. Che chiama in causa direttamente il Movimento Cinque Stelle. Negli ultimi tempi infatti colpiscono i ripetuti attestati di stima che il segretario elargisce a due candidate grilline: la romana Veronica Raggi e la torinese Chiara Appendino. «Entrambe – ha ripetuto ieri alla Zanzara su Radio24 – hanno le idee chiare su quello che bisogna fare. Se nelle due città ci fosse un ballottaggio tra Pd e Grillo, voterei certamente per i candidati dei 5 Stelle».
Questo rinnovato endorsement sulle due ragazze M5s nasconde l’ultimo elemento del piano leghista. Un patto occulto di desistenza tra Lega e Movimento 5 Stelle per lanciare reciprocamente Appendino a Torino, Raggi a Roma e i due candidati leghisti a Bologna e Novara. Una desistenza mascherata, che prevede il voto disgiunto nelle quattro città : a Roma e Torino i leghisti metteranno una croce sulla propria lista e sulla candidata sindaca grillina; in cambio a Bologna e Novara il M5s non si scalderà troppo per far arrivare al ballottaggio i propri candidati. Lasciando spazio a quelli del Carroccio.
Questa è l’idea ovviamente di Salvini, non certo quella dell’elettorato grillino.
Il problema lo ha Salvini che a Roma e a Torino va incontro a due brucianti sconfitte, non certo i Cinquestelle che di Novara possono anche fregarsene, ma non certo di Bologna.
A Bologna chi rischia di più è l’ex zecca rossa Borgonzoni, imposta da Salvini come unica candidata sindaco del centrodestra, nonostante la contrarietà di Forza Italia e Fdi su una che ha un lungo passato come esponente dei centri sociali.
Vogliamo vederli gli elettori della Meloni che vanno a votare la “sindachessa della fattanza”, come viene soprannominata la leghista in città .
In conclusione: Salvini è all’angolo e cerca di sabotare il centrodestra per favorire solo i suoi due candidati locali.
Con Maroni e Zaia che aspettano sullle rive del fiume un suo passo falso.
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
CERCA COLLABORATORI E I 15 GIORNALISTI DE “LA PADANIA” IN CASSA INTEGRAZIONE SI INCAZZANO
“Sai scrivere *bene* e vuoi collaborare con Matteo Salvini? Questa è la tua occasione”.
Inizia con queste parole l’annuncio che dalla sera dell’otto marzo sta circolando sui social network della galassia salviniana.
“Vai subito a questo sito — si legge ancora -, compila il modulo, allegando almeno un tuo pezzo e vedremo se hai il Salvini Factor”.
Il link rimanda a un formulario da compilare con i dati personali e corredare con un articolo. La formula sembra quella del talent, cosa ci sia in palio non è ancora chiaro. Attorno all’iniziativa c’è il massimo riserbo.
Abbiamo provato a chiedere lumi direttamente a Matteo Salvini che ha commentato con un telegrafico “Mistero”.
Dall’ufficio stampa del Carroccio, al momento, non è arrivata nessuna spiegazione. Porte chiuse anche da parte di Luca Morisi, fedelissimo guru della comunicazione online del segretario leghista e probabile mente dell’operazione.
La prima a scriverne, nelle scorse ore, è stata Stefania Piazzo, giornalista affezionata al leghismo indipendentista della prima ora (già direttrice de La Padania) che non ha mai nascosto la propria posizione critica nei confronti del nuovo corso del partito.
Nel suo pezzo su L’Indipendenza Nuova, giornale online che dirige, si pone diversi dubbi sulla misteriosa iniziativa.
“Occasione? Gratuita? Simbolicamente retribuita? Uno stage? Giornalisti? No, basta saper scrivere ‘bene’. Dove quel ‘bene’ è già una virgola, anzi due, troppo fuori posto. Perchè oggi è questo il requisito per stare sul mercato, saper leggere, ma non saper far di conto per non dover costare troppo e non avere Ordini professionali o sindacati a discutere sui diritti di chi esercita una professione”.
E probabilmente il punto è proprio questo, sta nascendo un nuovo prodotto editoriale? Si sta forse tentando di gettare le basi per la creazione di un giornale salviniano? Una fabbrica di contenuti, di articoli, capaci di invadere la rete e moltiplicare il verbo del leader minimo?
L’ipotesi, non confermata, ha già risvegliato vecchi malumori.
Non è passato molto tempo da quel 30 novembre 2014, quando La Padania, storico giornale di partito, ha dato alle stampe l’ultima copia.
Politicamente la scelta venne difesa e spiegata con la necessità di far quadrare i conti sempre più magri delle casse del partito.
Di fatto il sospetto è che Salvini, nella foga rottamatrice, abbia preso la palla al balzo per disfarsi di tutti i carrozzoni di partito, senza andare troppo per il sottile, scegliendo cioè la via più breve.
Il fatto è che da allora ci sono quindici giornalisti in cassa integrazione, con una procedura di liquidazione in atto.
Quindici professionisti che erano e sono ancora in grado di scrivere *bene*, come chiede l’annuncio del talent di marca salviniana.
Quindici persone che oggi, dicono, si sentono prese in giro dal partito a cui hanno dedicato la loro competenza professionale e la loro passione politica.
“Non abbiamo scoperto nulla di più rispetto a quello che è scritto”, spiega Elisabetta Colombo, rappresentante del Comitato di redazione de La Padania.
“Al momento siamo molto amareggiati perchè per l’ennesima volta ci sentiamo presi per i fondelli, danneggiati nella nostra immagine . Ci troviamo di fronte a persone nella Lega Nord che non perdono occasione di manifestare il loro disprezzo nei confronti dei giornalisti de La Padania. Persone che si dimenticano che il giornale non ha chiuso per colpa di chi scriveva, ma per l’incapacità di chi negli anni ha commesso svariati errori amministrativi”.
Secondo Colombo il Carroccio ha già i giornalisti da far scrivere, quindi se Salvini ha in mente di creare un nuovo prodotto editoriale, prima di lanciare talent e reclutare nuove leve dovrebbe pensare alle risorse che ha in casa propria: “Al momento”, spiega ancora Colombo, “non sappiamo se si tratta solo di una iniziativa di cattivo gusto, fatta magari per raccattare qualcuno che scriva gratis o se, peggio, ci sia la volontà mettere in piedi una struttura con persone retribuite. Chiaro che se fosse così sarebbe ancora peggio e dovremmo pensare di intraprendere delle azioni che tutelino la nostra posizione”.
Una delegazione dei giornalisti de La Padania ha chiesto un incontro chiarificatore a Salvini per fare luce sul misterioso annuncio comparso in rete e decidere se e come rispondere.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
SE SI PRESENTA, E’ IL TRACOLLO PER IL PD A NAPOLI
Un vecchio leone ferito e disgustato: “Invece di riflettere e discutere — dice Antonio Bassolino – il Pd
chiude gli occhi. È un colpo di spugna che offende le primarie e la città ”.
È appena finita la riunione che ha respinto il suo ricorso.
I bassoliniani sono usciti, per impraticabilità di discussione: “I vertici del Pd — aveva twittato l’ex sindaco – hanno già emesso il verdetto prima che gli organi competenti abbiano esaminato i fatti. E’ una sentenza preconfezionata?”.
Il cellulare dell’ex governatore squilla ininterrottamente. In pochi, pochissimi, riescono a mettersi in contatto, per sapere la prossima mossa: “Vai avanti, siamo con te”.
Anche su facebook, l’invito del suo popolo è a scendere in campo con una lista civica, fuori dal Pd.
Ai fedelissimi la risposta è: “Sto riflettendo”. C’entra un rapporto emotivo, profondo, col Pd, che gli rende difficile seguire il modello Cofferati in Liguria.
Ma c’entra anche un metodo politico. Il “passo dopo passo”, per cui la situazione deve maturare, gradatamente.
Proprio per questo, lo ha cercato anche la vincitrice, Valeria Valente negli ultimi giorni. Conoscendolo bene, ha ravvisato già tutti i segnali di una decisione già presa, quella di candidarsi, che sta maturando.
Prima c’è stato uno scambio di messaggi difficile: “Sto facendo il nonno. Ci incontreremo quando ascolterò parole rispettose”.
Poi, subito dopo la riunione della commissione di garanzia, una dichiarazione di grande apertura: “Il rigetto del ricorso — ha dichiarato la Valente – non cancella eventuali responsabilità che, se accertate, richiederanno severe e rigorose sanzioni da parte degli organismi competenti, sia del partito democratico, sia di tutte le altre formazioni politiche della coalizione”.
Parole dettate anche dalla consapevolezza che una discesa in campo di Bassolino evidentemente significherebbe una sconfitta sicura del Pd.
Il problema è che, passo dopo passo, la macchina che porta alla rottura sembra essersi messa in moto.
Marco Sarracino, il candidato della sinistra dem, ai suoi compagni romani ha detto: “Oggi gli hanno dato l’alibi per rompere. Quello che abbiamo visto di fronte ai seggi è gravissimo e loro che fanno? Rigettano il ricorso e non ne vogliono nemmeno discutere. È chiaro che così lo spingi fuori”.
La decisione ancora non è presa e anche il mondo di Bassolino è in fermento.
“Extra ecclesiam nulla salus”, il vecchio precetto della chiesa comunista nella quale Totonno e compagni sono cresciuti.
Nel Pci, però, su un caso del genere si sarebbe discusso settimane. Nel Pd, Orfini, Lotti, Guerini, hanno un’unica parola d’ordine: chiudere il caso.
A Napoli già ci sono due partiti, prima ancora che l’ex sindaco maturi la decisione.
O prima che gli altri gliela facciano maturare.
(da Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL GRAN RIFIUTO DELLA BALZANI A SALA SI APRE UNO SPAZIO A SINISTRA
Da Francesca Balzani arriva il gran rifiuto a Giuseppe Sala.
Non sarà lei a guidare la lista ‘arancione’ che dovrebbe coprire il candidato sindaco di Milano sul lato più a sinistra della coalizione, raccogliendo in particolare i voti di Sel, di quella parte di Pd che alle primarie aveva preferito l’attuale vicesindaco a Sala e a Pierfrancesco Majorino, e i voti dei movimenti guidati da Paolo Limonta, braccio destro di Giuliano Pisapia.
Aumentano così le possibilità di una discesa in campo in veste anti Sala dell’ex magistrato di Mani pulite Gherardo Colombo, che dopo avere sostenuto Balzani alle primarie ha sinora preferito rimanere in attesa delle sue scelte.
“Una lista non si fa evocando nostalgicamente qualcosa e mettendo lì una faccia, ma
con dei temi programmatici”, dice Balzani ai microfoni di Radio Popolare per spiegare una decisione presa dopo la riunione di martedì sera con i sostenitori più stretti e annunciata in un’intervista al Corriere della Sera.
Balzani assicura che quella con Sala è “tutt’altro che una rottura” e promette di mantenere il suo impegno per sostenere in campagna elettorale il vincitore delle primarie.
Oltre che per portare avanti alcuni punti fondamentali che elenca così al quotidiano: “Massima attenzione e cura del patrimonio pubblico, delle aziende pubbliche, l’ambiente, l’azzeramento del consumo di suolo, la partecipazione e la trasparenza”.
Punti cari ai suoi sostenitori su cui probabilmente Sala non ha dato sufficienti garanzie. Ma sulla scelta di Balzani hanno di certo pesato anche i contrasti degli ultimi giorni, come quelli saltati fuori durante la cena di settimana scorsa in cui è stato impossibile arrivare a un accordo sulla lista arancione.
Da lì gli inviti dell’ex commissario di Expo e del Pd all’unità , con la risposta di Balzani a stuzzicare: “Basta parlare di liste e di incarichi, parliamo un po’ di idee, progetti e proposte. Invito tutti, a cominciare da Sala, a parlare di programmi, visto che è passato un mese ed è il caso di iniziare al più presto”.
Contrasti su cui nulla ha potuto l’evento organizzato lunedì al teatro Elfo Puccini, con tutti gli attuali assessori sul palco in un simbolico passaggio di consegne da Pisapia e la sua giunta a Sala.
A rimanere irrisolta è stata la questione della centralità del mondo arancione nella coalizione di centrosinistra.
La richiesta era di garantire tale centralità confermando Balzani nel ruolo di vicesindaco. Sala ha risposto di non avere nulla in contrario, “ma il tema non è al momento in agenda”.
Difficile del resto fare accettare una tale decisione a molti dei suoi sostenitori, come gran parte degli assessori e l’ex vicesindaco Ada Lucia De Cesaris.
Di qui il timore che il progetto politico portato avanti da Balzani e dai suoi sarebbe stato condannato alla marginalità .
A pesare anche la possibile assenza nella lista arancione di alcuni esponenti del Pd che avevano sostenuto Balzani alle primarie, e le poche risorse economiche messe a disposizione per la campagna elettorale.
Per Sala iniziano ora i veri problemi per quello che potrà accadere a sinistra.
Prima a sfilarsi dalla coalizione potrebbe essere Sel, che nel dopo primarie aveva condizionato la sua permanenza a un ruolo forte proprio dell’attuale vicesindaco.
Ma la preoccupazione maggiore per il Pd è che ora si faccia davvero avanti l’ex pm Colombo.
La sua candidatura piacerebbe infatti a diverse parti della società civile e otterrebbe l’appoggio di figure di sinistra come il presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo e il sociologo Nando dalla Chiesa.
Probabile in tal caso il superamento dei nomi di chi ha già dato la sua disponibilità a rappresentare la stessa fetta di elettorato, come il giornalista ed eurodeputato Curzio Maltese, l’architetto Luca Beltrami Gadola e l’avvocato Felice Besostri.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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