Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
AL HAFAR, 45 ANNI, E’ ORIGINARIO DELLA SIRTE, ORA NELLE MANI DELL’ISIS: “I LORO MILIZIANI VENGONO DALL’ESTERO”
Il vice-premier del governo di Tripoli, Ahmed Amhimid al Hafar, è uno degli uomini più influenti della
capitale, nato 45 anni fa nell’oasi di Sabah, una parte della famiglia originaria di Sirte.
Lo abbiamo incontrato ieri sera alle 21 e 30 dopo che per larga parte della giornata si era occupato del rimpatrio delle salme dei dipendenti della Bonatti.
«I corpi dei due tecnici italiani stanno per essere spediti a Roma. Mancano alcune procedure burocratiche e mediche. Questione di ore».
Avete fatto l’autopsia sulle salme?
«La questione è in mano al procuratore generale dello Stato. I due stranieri andavano riconosciuti e occorreva verificare che non vi fossero errori d’identità ».
Che messaggio vuole inviare alle famiglie in Italia?
«Sono addolorato per la morte dei loro cari. E allo stesso tempo sollevato per il fatto che due italiani siano vivi. Spero si capisca che abbiamo fatto del nostro meglio per liberarli tutti. L’auspicio è che un giorno tornino a lavorare in una Libia pacificata».
Lei sa che in Italia si sta dibattendo sulla questione dell’intervento militare in Libia. Avete bisogno di aiuto per battere Isis?
«Noi libici abbiamo i soldati necessari e la volontà per combattere Isis. Ma ci servono armi, munizioni e sostegno logistico. Abbiamo visto come gli americani e i loro alleati hanno sprecato tante forze per cercare di battere Isis e l’estremismo islamico in Iraq, Siria e Afghanistan. Non vorremmo che da noi si ripetessero gli stessi errori».
Come agire?
«Occorre cooperare al meglio. Qualsiasi contributo della comunità internazionale deve essere concordato con il governo di Tripoli, che è l’unico legittimo in Libia. Ma non servono soldati stranieri, piuttosto sostegno logistico alle nostre forze militari, che sono ben determinate a battere Isis».
L’ambasciatore Usa a Roma ha suggerito che l’Italia invii cinquemila soldati .
«Preferiremmo tecnici, dottori, ingegneri. Ci servono civili per ricostruire la Libia, non soldati per distruggerla».
Come intendete cooperare con il governo di Tobruk?
«Il generale Haftar, che lavora per loro, ha dimostrato che non intende combattere l’Isis. A Derna i jihadisti del Califfato sono stati cacciati dalla popolazione. Haftar ha contribuito a devastare Bengasi con le bombe, non fa nulla contro le roccaforti di Isis a Sirte».
Crede alla formula del governo di unità nazionale tra Tobruk e Tripoli quale premessa per combattere Isis?
«Certo che ci crediamo. Ma non in quella elaborata l’anno scorso dall’inviato dell’Onu, Bernardino Leà³n».
Cosa direbbe al premier Renzi se lo incontrasse oggi all’ombra del dramma sofferto dai tecnici della Bonatti?
«Che il 95% dei libici odia Isis. La sua forza sta nei volontari jihadisti stranieri che arrivano dall’estero. I miei parenti a Sirte raccontano che sono in maggioranza giovani tunisini, egiziani, sudanesi, marocchini, vengono dal Ciad e dal Mali. Non è un caso che liberando gli italiani a Sabratha i nostri uomini abbiano scoperto che i loro rapitori erano tunisini».
Lorenzo Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
SPERANZA: “SULLE PRIMARIE ORFINI OFFENDE GLI ELETTORI”… LA REPLICA: “RIMPIANGE IL PARTITO DI MAFIA CAPITALE”
“Matteo Orfini offende gli elettori romani . Non si può dire che il calo dell’affluenza alle primarie di Roma (-50% rispetto al 2013 ndr) sia dovuto alla mancata partecipazione di rom e capibastone”.
Roberto Speranza della minoranza dem, nel day after, convoca una conferenza stampa per sparare a zero contro il commissario del Pd romano Matteo Orfini.
Inizia così il botta e risposta tra i due.
Orfini, contattato dall’Huffpost, replica immediatamente: “Abbiamo bonificato e disboscato il Pd dopo i fatti di Mafia Capitale. Credo che i cittadini romani e i militanti dem siano stati offesi da Mafia Capitale e non dalle mie affermazioni sulla mancata partecipazione dei capibastone a queste primarie. Speranza sembra rimpiangere quel tipo di partito — spiega – e mi stupisco di questo. Spero corregga il tiro delle sue dichiarazioni. Quando parlo di capibastone non lo dico io, lo dicono i fatti, la verità emersa dalle cronache giudiziarie”.
Speranza non corregge il tiro, anzi, approfondisce il suo concetto: “Immaginare che 50mila persone siano tutte capibastone, mafiose o rom mi sembra che non faccia i conti con la realtà . 50mila persone sono un popolo da recuperare”.
Insomma, all’interno del Pd volano gli stracci.
I nervi sono tesi a causa del flop affluenza. A Speranza quindi non sono piaciute le parole di Orfini che, commentando le consultazioni romane in un’intervista a Repubblica, aveva affermato: “Sono felice del risultato di partecipazione anche a Roma. Qui nel 2013 era andata più gente ai gazebo, ma perchè c’erano le truppe cammellate dei capibastone poi arrestati, il pantano che portò a Mafia Capitale, le file di rom”.
A Speranza che chiede di “non sottovalutare i numeri” delle primarie romane, sottolineando che “un grande partito si chiede perchè hanno votato metà degli elettori rispetto all’ultima volta”, Orfini risponde: “È vero. Ad esempio nel sesto municipio e nel decimo, quello di Ostia, la partecipazione è stata fiacca rispetto al passato. A dimostrazione della tesi che tanto indigna Speranza e cioè che abbiamo bonificato e disboscato il partito da tutte le infiltrazioni”.
“I numeri di domenica – osserva ancora Speranza – testimoniano inquietudine e disagio in un largo pezzo dei militanti. C’è un calo vero, soprattutto a Roma, dove un pezzo del mondo di sinistra non ha capito la fine di un’esperienza chiusa da un notaio”
Delle primarie del Pd, continua Speranza, “ho un giudizio positivo, rispetto ad altri che hanno fatto numeri comici, come la Lega e M5s. Ora infatti tutti insieme dobbiamo sostenere i nostri candidati. Il Pd – conclude Speranza – si gioca una partita importantissima con Roma, Napoli, Bologna, Milano, Torino, Trieste. Da questo momento il Pd deve essere unito e tutti insieme dobbiamo sostenere i nostri candidati”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
CONSIGLIERE COMUNALE RIPRESO DA FANPAGE: “ERANO SENZA SOLDI, NON VOLEVO ESSERE SCORTESE COME PARTITO”
Consiglieri e delegati del Pd che davanti ai seggi delle primarie a Napoli danno soldi agli elettori per
votare la candidata Valeria Valente.
A rivelarlo è un video del sito Fanpage.it: i cronisti Antonio Musella, Peppe Pace e Alessio Viscardi con telecamere nascoste hanno intercettato davanti ai circoli dei democratici in città alcune persone impegnate a offrire denaro in cambio della preferenza per quella che poi risulterà la vincitrice.
Tra loro anche il capogruppo Pd alla sesta municipalità Gennaro Cierro e il consigliere comunale Antonio Borriello.
Valente è diventata candidata sindaco Pd con uno scarto di poco meno di 452 voti rispetto allo sfidante Antonio Bassolino (13.419 voti contro 12.967 voti) e l’affluenza alle primarie è stata di 30mila elettori.
“L’ho fatto per non essere scortese come partito”, si è giustificato all’agenzia Ansa il consigliere Borriello, da sempre bassoliniano e da poco a favore della Valente, “faceva freddo, erano venuti lì, non avevano l’euro e così gliel’ho dato io. L’ho fatto davanti a tutti, mica di nascosto, c’erano anche altri. Io quella signora neanche la conoscevo e non ricordavo neanche l’episodio. Forse l’ho fatto anche un’altra volta, neanche ricordo. Alcune persone sono arrivate ai seggi senza l’euro necessario per il contributo e così, per cortesia, gliel’ho dato io”.
Il primo episodio documentato dai giornalisti è avvenuto davanti al seggio 62 di Scampia, lotto T. Qui Valente ha ottenuto 297 voti e Bassolino 102.
“Vedi questa?”, dice un uomo a una giovane elettrice mostrando i nomi sul cartellone. “Devi solo mettere una croce su questo nome, no Bassolino, non su questi altri. Vedi questa è una femmina”.
Poco dopo un collega dice: “Vai a darle l’euro”. E lui replica: “Aspetta, vediamo prima se esce e se esce glielo do”. L’operazione si ripete simile con un elettore più anziano: “Questo è l’euro per la donazione al partito”.
La seconda scena registrata dai cronisti di Fanpage.it avviene davanti al seggio 46 di Villa San Giovanni dove Valente ha ottenuto 300 voti e Bassolino 45.
Gennaro Cierro, capogruppo Pd alla sesta municipalità ferma due persone. “Abbiamo solo la tessera, però è giusto per farvi un favore”, dice la donna. “10 euro”. E Cierro li accompagna dicendo: “Serve un euro”.
Terzo circolo, seggio 58 Piscinola di via Vittorio Veneto. Qui Valente ha ottenuto 103 voti e Bassolino 89.
Nelle immagini riportate dal sito si vede uno dei rappresentanti del seggio che si avvicina a un’automobile con un elenco degli elettori e altre persone che distribuiscono monete all’ingresso.
Situazione simile al seggio 61 Scambia, via Monterosa 54: in questo caso ha vinto Bassolino con 292 voti, mentre Valente si è fermata a 177.
Nel video si vedono scambi di denaro all’ingresso della sede.
Infine davanti al seggio 45 San Giovanni-Sala Rusticone (Valente 591-Bassolino 159), a essere immortalato è il consigliere comunale Antonio Borriello.
“Nelle immagini registrate”, scrive Fanpage.it, “Borriello consegna l’euro di sottoscrizione davanti al seggio”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
ALLA CAMERA BANDIERE A MEZZ’ASTA PER IL FEMMINICIDIO
Domenica pomeriggio, a Montecitorio i corridoi sono deserti.
Il pubblico che ha assistito alla proiezione speciale di Suffragette, il film dedicato alla lotta per il voto di Emmeline Pankhurst nella Londra dei primi del 900, è tornato a casa.
Laura Boldrini è ancora qua e vuole far rumore, rompere la cappa di luoghi comuni che ogni anno avvolge le celebrazioni dell’8 marzo.
«Domani andrò fuori, su quel balcone. E abbasserò la bandiera italiana a mezz’asta per le vittime del femminicidio. Ho proposto che lo facciano tutte le istituzioni, ogni volta che una donna viene uccisa in quanto donna. Intanto comincio io».
In un’intervista alla Stampa Nancy Mensa ha dato voce agli orfani del femminicidio: la madre ammazzata e il padre in prigione per il delitto. Dal duemila a oggi sono 1628. Chiedono un aiuto, anche economico. Lo Stato li può ignorare così?
«No, assolutamente. Anche per dimostrare loro vicinanza domani abbasserò la bandiera. Bisogna prenderli in seria considerazione. Lo Stato li deve ascoltare, il legislatore deve fare qualcosa. Sono pronta a riceverli. Ma sul femminicidio non siamo all’anno zero. Il Parlamento ha approvato la nuova legge con pene più severe, stanziando fondi per i centri antiviolenza».
Perchè questa bandiera a mezz’asta?
«E’ un simbolo. Siccome da anni stiamo assistendo a una strage di donne è giusto che il lutto sia collettivo».
Sul nostro giornale abbiamo raccontato l’epopea delle operaie tessili di Biella, i loro scioperi contro il fascismo e per avere maggiori diritti. Chiedevano “bread and roses”. Le donne italiane il pane l’hanno avuto, le rose quando arriveranno?
«Il primo viaggio negli Usa da presidente della Camera l’ho iniziato deponendo una corona alla fabbrica Triangle a New York, dove per un incendio nel 1911 morirono 123 operaie, la maggior parte italiane e ebree. Proprio quest’anno celebriamo in Italia il settantesimo del diritto di voto alle donne. Di strada ne abbiamo fatta tanta. Ma sul piano del lavoro deve essere fatto ancora moltissimo. Mi lasci dire però che una parte della responsabilità è anche delle donne».
È colpa delle donne se siamo in fondo alle classifiche mondiale sul gender gap, il divario tra sessi nei posti di lavoro?
«Indirettamente anche loro. Negli uffici spesso la donna sta zitta perchè inconsciamente è come se si sentisse già baciata dalla fortuna. C’è una generale carenza di autostima. Eppure quando c’è una selezione le donne arrivano spesso prime, si laureano con i voti più alti. Ma a volte non si fanno rispettare».
Lei si fa rispettare?
«Avevo sette anni quando feci il primo “sciopero” per l’eguaglianza. Mio padre e mia madre chiedevano a noi cinque figli di collaborare in casa. Ma in realtà le faccende domestiche riguardavano solo me e mia sorella Lucia. I tre fratelli maschi ne erano esentati. Un bel giorno io e mia sorella ci siamo stufate: non facciamo più nulla se non lo fanno anche loro. Per qualche settimana fu il caos, poi i miei imposero la corvèe anche ai maschi. Le mie cognate mi ringraziano ancora oggi perchè i loro mariti considerano normale condividere le responsabilità di casa».
Suffragette racconta l’epopea delle prime femministe inglesi. Ha un senso essere femministe nell’Italia del 2016?
«Sulla carta abbiamo ottenuto tanti diritti, ma la sfida è vederli tradotti nella realtà . E aiutare i tre quarti delle donne del mondo che ne sono ancora escluse. Essere suffragette oggi significa questo: mettere in pratica i diritti nel nostro paese e accompagnare nelle loro lotte quelle donne che ancora non possono lavorare, votare, studiare, in alcuni paesi nemmeno guidare un’automobile. Sono comunque le donne a doversi battere senza delegare ad altri. E quelle che non lo fanno si rendono complici, con la scusa del quieto vivere».
Qui dentro lei si fa rispettare?
«Non sta a me dirlo, ma ritengo comunque di sì. Ad esempio, quando un deputato maschio mi chiama signor presidente, io gli rispondo: prego signora deputata».
È successo davvero?
«Come no! Ha protestato, ma io ho tenuto il punto. Perchè se una donna accetta di essere chiamata al maschile vuole dire che non ha la forza di affermare il suo percorso. Non si può liquidare la questione dicendo che non sono queste le cose importanti. Tutto si tiene».
Cambiare il linguaggio non è semplice…
«Diciamo “cliccare” e “postare”, parole che dieci anni fa non esistevano. Ci abitueremo anche a dire avvocata o ministra. Una volta da una delegazione spagnola, avendo letto sulla stampa italiana che “il ministro si è recato a Bruxelles con il marito”, mi sentii dire: quindi avete già approvato il matrimonio gay? Erano convinti che si trattasse di due uomini, mentre il “ministro” in questione era una donna».
A proposito di ministri, manca sempre quello delle Pari Opportunità . Come la mettiamo?
«Questa è un’assenza che pesa sulle donne. Si sente la mancanza di una figura di riferimento, le associazioni ci scrivono spesso, sono disorientate. Ora è venuta meno pure la delegata del presidente del consiglio. Auspico che si ponga rimedio».
Francesco Bei
(da “La Stampa”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
FAMILY LAB E FAMILY LINE, I RISULTATI DELLE DUE CONVENZIONI: 5 CHIAMATE AL GIORNO…E IN UN ANNO E MEZZO APPENA 455 LIKE SU FB E 117 FOLLOWER SU TWITTER
Ottocentomila euro in totale per due progetti che, dati alla mano, stanno dando risultati tutt’altro che
entusiasmanti. Soldi pubblici, ovviamente.
Ciononostante il Dipartimento delle politiche per la famiglia ha deciso di rinnovare, per “una durata di 16 mesi di attività a decorrere dal primo maggio 2016”, l’accordo stipulato il 28 novembre 2014 con Formez Pa, il centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle pubbliche amministrazioni che risponde al ministero della Funzione pubblica guidato da Marianna Madia.
I due contratti in oggetto sono stati stipulati per la realizzazione del “Family Lab — Cooperare per un welfare sostenibile e abilitante” e della “Family Line”.
Il primo progetto è “volto a creare — dice la convenzione — reti orizzontali e verticali tra gli operatori pubblici impegnati nelle politiche familiari presso le Amministrazioni di tutti i livelli di governo”.
Il secondo, invece, ha come scopo quello di “offrire e rendere più accessibili le informazioni e le opportunità utili alla vita quotidiana mettendo a disposizione, tra l’altro, un servizio di Contact Center mediante l’attivazione del numero verde 800.254.009 al fine di facilitare i rapporti tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione”.
FAMILY FLOP
Tutto molto bello. Almeno sulla carta. Se non fosse che, come detto, i costi delle operazioni sono molto alti: 450 mila euro nel primo caso (45 mila da versare a seguito della sottoscrizione dell’accordo e i restante 405 mila da saldare in tre tranche) e 350 mila euro nel secondo, con le stesse modalità di pagamento.
A fronte, però, di feedback modesti da parte dei cittadini.
Non solo sui social network, dove la pagina Facebook e l’account Twitter della “Family Line” hanno totalizzato — rispettivamente — 455 ‘like’ e 117 ‘follower’ (dati aggiornati al 3 marzo).
Ma soprattutto in termini di telefonate al Contact Center e accessi al sito Internet del progetto. Fra marzo 2015 e febbraio 2016, stando ai dati in possesso de ilfattoquotidiano.it, le telefonate pervenute sono state 1.778: una media di 148,2 chiamate al mese. Più o meno cinque al giorno, insomma.
Il portale, invece, “ha registrato 19.087 visitatori unici” (circa 70 al giorno) e “105.688 pagine visualizzate” (387 ogni ventiquattrore), fa sapere il report che racchiude i dati raccolti fra il 26 maggio 2015 e il 22 febbraio 2016.
I dati disaggregati mostrano una forbice fra picchi positivi e negativi alquanto significativa.
Il 10 luglio 2015, per esempio, al sito si sono collegati 422 visitatori (record di contatti), mentre il 21 febbraio 2016, penultimo giorno di monitoraggio, appena 13. Un po’ poco, se si rapportano i risultati a quanto ha speso il dipartimento di Palazzo Chigi per l’accordo con Formez Pa.
Insomma, dopo la visita della Guardia di Finanza, che martedì scorso, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, su mandato della Procura regionale della Corte dei Conti ha acquisito documenti relativi ad una serie di convenzioni stipulate con diversi enti per l’esternalizzazione di alcuni servizi, in via della Ferratella in Laterano si respira un’aria pesante.
E qualcosa pare si stia già muovendo. Tanto che ora anche il ministro per gli Affari regionali di Ncd, Enrico Costa , che con l’ultimo rimpasto ha assunto, oltre alla guida del dicastero, anche la delega alla famiglia, vuole fare chiarezza sulle situazioni ereditate dal passato.
Antonio Pitoni e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
POCHE FILE E SCARSO ENTUSIASMO… “VEDO PIU’ OSSERVATORI CHE VOTANTI”
Intabarrato nel suo trench color cammello, Massimo D’Alema conta con un solo sguardo prima gli elettori in fila e poi il fotografo, il cameramen e il cronista: due contro tre.
«Vedo più osservatori che protagonisti», sussurra gelido, dettando il suo indirizzo alla scrutatrice del seggio di piazza Mazzini.
«Grazie presidente, però mi servirebbe anche la sua tessera elettorale» risponde la ragazza, con un sorriso che dice: mi dispiace, è il regolamento.
E così D’Alema vota, saluta alla sua maniera chi lo fotografa («Mai che vi facciate gli affari vostri!») e se ne va, di un umore più scuro del suo labrador nero.
Più osservatori che protagonisti?
Lo sapremo solo alla fine di questa lunga giornata, dominata fino all’ultimo dal timore di un flop. Non basta, ad allontanarlo, l’incrollabile passione dell’anziano professore che annuncia spavaldo di non aver neanche preso in considerazione l’ipotesi di disertare, «perchè io quando si tratta di votare vengo sempre al gazebo, per principio», e neanche l’ottimismo della volontà di Susanna Mazzà , instancabile segretaria del circolo Mazzini-Trionfale, certissima della fede nelle primarie, «perchè i nostri elettori non rinunceranno mai a questo strumento di democrazia».
Non basta, perchè sulla lunga lista degli elettori del centrosinistra che stavolta non hanno risposto all’appello si allunga l’ombra di Ignazio Marino, il sindaco che vinse le primarie nei gazebo e fu destituito dal partito nello studio di un notaio.
E la prima a saperlo è proprio Susanna Mazzà : «I miei figli mi hanno detto: ma’, ti rendi conto che noi per la prima volta avevamo scelto un candidato sindaco, e dopo che lui ha vinto voi lo avete cacciato! ».
Alle dieci c’è una gran folla attorno al gazebo di piazza Ippolito Nievo, ma è il viavai del popolo di Porta Portese.
«Finora hanno votato solo in quindici» confida preoccupato Marco Zazza, scrutatore di turno. «L’altra volta c’era la fila, oggi arriva uno ogni tanto» conferma la presidente del seggio, Loredana Granieri.
Ecco un’altra elettrice, una signora bionda che punta il gazebo con passo deciso. «Vuole votare?». «Ma neanche per sogno. Non sono venuta qui per insultarvi, ma vi dico che non mi vedrete più. L’altra volta ho votato, alle primarie e alle comunali: adesso basta. Mi sento orfana!». Non dovevate cacciare Marino, dice la signora che se ne va facendo ciao ciao con la mano.
Tu giri, e ascolti sempre le stesse parole. Vai all’Eur, dove il seggio è nascosto in un seminterrato dietro il gazebo deserto, e senti lo sfogo di Isabella, capelli grigi e occhiali spessi: «Ho ricevuto l’email di Renzi, e anche stavolta voto per dovere civico, ma ditegli che non mi è proprio piaciuto come ha trattato Marino. Ma come, quello aveva cominciato a smucinare, perchè è grazie a lui che è saltata fuori Mafia Capitale, e Renzi invece di difenderlo lo manda via? Non si fa così».
Vai a Donna Olimpia, dove il gazebo sulla piazza anzichè dentro il circolo Pd è stato letto come uno schiaffo ai militanti che si erano schierati con il sindaco, e vedi la signora Attilia Droghieri che ha i capelli bianchi ed è orgogliosa di essere la votante numero 267, ma saluta tutti «con la speranza che quando si incominceranno a scoperchiare le pentole stavolta non le richiudano, mi sono spiegata? ».
Vai a Campo de’ Fiori e registri il commento infastidito di Enrico, bancario in pensione, che passa senza fermarsi, mani in tasca, davanti allo storico circolo di via dei Giubbonari: «Col cavolo che perdo tempo con le primarie, dopo quello che hanno combinato con Marino!».
Poi, certo, c’è un partito che non la vede così.
«Qui all’Eur abbiamo una lunga fila, ho già mandato la foto a Renzi» dice Patrizia Prestipino, renziana di ferro, che tre anni fa correva alle primarie e stavolta appoggia Giachetti, e spiega che «l’elettore del centrosinistra è così, dice sempre che è l’ultima volta però poi viene a votare, perchè è amore vero ».
Ma sì, conferma Giulia Urso, la segretaria di via dei Giubbonari, una flessione non significa nulla: «La gente viene, partecipa, vuole contare. E saranno pure tiepide, queste primarie, ma i nostri elettori non ci rinunceranno mai».
Il più freddo — o il meno caldo — è Marco Miccoli, il deputato di Donna Olimpia: «Prima c’era la rabbia, adesso c’è smarrimento. Poi magari non tutti scelgono di non venire a votare. Ma la ferita per il caso Marino è ancora aperta».
Marino, Marino, Marino. Ma lui cosa dice? Cosa fa?
E’ vero che vuole candidarsi, sfidando il suo ex partito?
L’ex sindaco rinvia le risposte al libro che uscirà alla vigilia di Pasqua: «Lo devo consegnare domani. E chi mi conosce lo sa, sono pignolo: sto controllando parola per parola, virgola per virgola, nome per nome, cognome per cognome…».
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ UN DOVERE ASSICURARSI CHE UNA RAGAZZA ARRIVI SANA E SALVA”… DEDICATO AI TANTI INDIFFERENTI ACCECATI DAI PREGIUDIZI
“Spero che questa storia aiuti le persone a riflettere quando vedono un senzatetto. Ieri notte ho perso
l’ultimo treno per tornare a casa e quando sono arrivata a Euston per aspettare il primo della mattina, la stazione era chiusa. Proprio quando stavo per scoppiare a piangere, ubriaca, ho incontrato il mio amico senzatetto Mark. Mi ha proposto di accompagnarmi a un bar aperto perchè era troppo pericoloso andare in giro da sola. Se n’è andato dopo un caffè e quattro chiacchiere perchè doveva andare a prendere il suo sacco a pelo, ma ha promesso che sarebbe tornato alle 5 di mattina per riaccompagnami alla stazione”.
Potrebbe nascere una vera amicizia dall’avventura che ha coinvolto l’inglese Nicole Sedgebeer. Sulla sua bacheca Facebook, un selfie con due grandi sorrisi condiviso per diffondere la storia di cui è stata protagonista qualche notte fa a Londra.
Ha perso il treno, era notte, e a farle da angelo custode è stato un uomo senzatetto.
Nel raccontare la vicenda, Nicole ha ammesso di essere lei stessa vittima di pregiudizi: “Ero sicura che non sarebbe tornato”.
Eppure si era sbagliata: “Non solo era tornato, ma aveva dovuto prendere un autobus per arrivare in tempo”, scrive.
“Questo uomo, che probabilmente avrei persino evitato di guardare se mi avesse chiesto qualche spicciolo, è stato in grado invece di cambiare del tutto quella brutta situazione in cui mi trovavo trasformandola nell’evento più sorprendente della mia vita”.
Alla fine del post, non poteva mancare una dedica speciale a Mark, definito “Un uomo speciale” che le ha fatto aprire gli occhi: “Non guarderò mai più un senzatetto dall’alto al basso”, ha promesso Nicole.
Quando Nicole ha chiesto a Mark perchè lo avesse fatto, l’uomo ha risposto: “E’ il dovere di un padre assicurarsi che la figlia di un altro uomo arrivi a casa sana e salva”.
La mattina successiva, l’ha chiamata per assicurarsi che stesse bene e che fosse andata al lavoro.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
LA BUVETTE DELLA CAMERA ALZA I PREZZI: STRETTA SULLO SNACK PREFERITO DAI DEPUTATI
Tempo di spending review alla buvette della Camera.
Aumentano i prezzi dei prodotti più venduti e diminuiscono le scorte di uno degli snack più in voga tra i deputati: le mandorle.
Il nuovo corso è raccontato in un servizio dell’agenzia di stampa Agi, che passa in rassegna le variazioni dei prezzi focalizzandosi soprattutto sulle amatissime — e costose — mandorle.
Un caffè da oggi costa 90 centesimi e non più 80. Dolcini mignon a 75 invece che a 60.
E ancora: un aperitivo, alcolico o analcolico, a 4,50 e non più a 4 euro.
La buvette della Camera alza i prezzi di alcuni prodotti e, notizia che già causa sconcerto tra i ‘veterani’ di Montecitorio, sia tra i deputati che i giornalisti, annuncia una ‘stretta’ sulle mandorle. Uno dei ‘classici’ degli aperitivi, infatti, costa troppo e così la società esterna che gestisce ormai lo storico bar di Montecitorio (preso in gestione da settembre) ha deciso di limitarne gli ordinativi.
Le mandorle, salate e tostate, vengono acquistate dal bar Giolitti, che si trova a due passi dal Palazzo, a 40 euro circa al chilo.
Cifra che è stata considerata troppo alta, nonostante – riporta l’Agi – si tratti comunque di un prezzo di favore, ma troppo alta a fronte del fatto che le mandorle vanno letteralmente a ruba e c’è chi ne mangia a decine anche bevendo un semplice bicchiere d’acqua con il limone.
Questa voce si aggiunge ad altre che, spiega l’agenzia, hanno fatto registrare alla società che gestisce il servizio della buvette un bilancio in perdita.
Per rimettere in sesto i conti, quindi, non solo i ‘controllori dello scontrino’, ma anche la decisione di alzare i prezzi di alcuni prodotti.
Anche perchè se la società dovesse continuare a stare in perdita, potrebbe essere costretta a licenziare. Rischio che prima di settembre non si correva dal momento che i commessi della buvette erano dipendenti della Camera, ora ‘riciclati’ in altre mansioni nel Palazzo.
Ma oltre a ritoccare qualche prezzo, la società ha deciso soprattutto di migliorare la gestione degli ordini per evitare sprechi alla fine della giornate. Ordini che, viene spiegato, saranno più mirati in base anche all’affluenza della buvette stessa.
Infatti, mentre in genere i lunedì e i venerdì sono giornate abbastanza ‘morte’ con pochissimi fruitori, tra il martedì e il giovedì si registra il picco delle presenze e quindi anche delle consumazioni.
Per questo motivo, probabilmente, le tanto richieste mandorle si potranno trovare solo nei tre giorni clou.
Ma, assicurano dalla buvette, l’assenza di mandorle sarà compensata dalla presenza di aperitivi più consistenti con tramezzini o pizzette ad accompagnare il prosecco o l’analcolico di turno. Con le mandorle, in ogni caso, rischia di sparire uno degli alimenti-elementi simbolici tipici di Montecitorio.
In passato la stessa sorte è toccata alla bottiglietta di anice che, nei fasti della Prima Repubblica, si trovava sempre al fianco della storica fontanella che si trova dentro il Palazzo e da cui i deputati si abbeveravano nel corso della giornata.
Negli ultimi anni l’anice è sparito, son rimasti prima i bicchieri di plastica, e poi nemmeno quelli. Nella spending review degli ultimi tempi, infatti, sono rientrati anche i bicchieri e così è rimasta solo la fontanella con l’acqua che sgorga.
Chi vuole bere, deve dotarsi di un bicchiere o ormai più comunemente di una bottiglietta propria.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
IN MANETTE ANCHE UN ASSESSORE, DUE CONSIGLIERI E UN IMPRENDITORE
La stazione unica appaltante avrebbe dovuto essere garanzia di legalità per gli appalti pubblici e
invece, a Maddaloni, gli amministratori ne avevano fatto “uso” per affidare almeno un’opera a un imprenditore dietro pagamento di una tangente.
È questa l’accusa per i cinque amministratori del Comune di Maddaloni arrestati oggi all’alba.
Si tratta del sindaco Rosa De Lucia, dell’assessore Cecilia D’Anna e dei consiglieri comunali Giancarlo Vigliotti e Giuseppina Pascarella.
Assieme agli amministratori è finito in manette l’imprenditore Alberto Di Nardi, di Vitulazio: la sua società lavora da tempo con gli affidamenti della stazione unica appaltante.
Il comandante dei vigili urbani, Bartolomeo Vinciguerra, e un altro consigliere comunale, sono invece stati raggiunti da un avviso di garanzia.
Secondo il quadro tratteggiato dai pm coordinati dal procuratore Maria Antonietta Troncone, i cinque arrestati, e gli indagati a piede libero, si sono accordati tra loro per una gara d’appalto da far vincere all’imprenditore titolare del gruppo Di Nardi.
I sette sono infatti accusati, in concorso tra loro, di corruzione, tentata induzione a dare o promettere un bene e peculato.
Le misure, spiccate dal gip su richiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere, sono state eseguite dai carabinieri della compagnia di Maddaloni, diretti dal capitano Pasquale Puca.
I militari dell’Arma hanno eseguito anche il sequestro preventivo di beni per un milione di euro riconducibili all’imprenditore arrestato. In queste ore i militari stanno sequestrando una serie di atti in Municipio.
Diecimila euro al mese per il sindaco e una tangente da un milione e 200mila euro per garantirsi il prossimo appalto: così l’imprenditore Di Nardi si è assicurato proroghe continue e illegittime per l’appalto dei rifiuti.
È. questa l’accusa alla base dell’arresto del sindaco De Rosa.
Agli atti anche pagamenti da 3500 euro per assicurarsi il voto favorevole dei consiglieri comunali.
L’imprenditore arrestato, in sintesi, finanziava la De Rosa perchè si assicurasse la maggioranza dei voti durante le sedute di consiglio comunale.
Ma non è tutto. Di Nardi avrebbe anche pagato un viaggio ad Antibes per la De Rosa e Cecilia D’Anna, l’arredamento in casa del sindaco, e sponsorizzazioni per iniziative varie, come la manifestazione “stop femminicidio”.
(da “il Mattino“)
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