Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
“I NOSTRI ASSOCIATI NON POSSONO ORGANIZZARE COMITATI PER IL SI”
«È un dovere di tutti i cittadini vigilare sulla nostra democrazia, oggi sempre più in pericolo».
Carlo Smuraglia, classe 1923, partigiano combattente, già docente di Diritto del lavoro alla facoltà di Scienze politiche di Milano e senatore della Repubblica fino al 2001, chiarisce la posizione dell’Associazione nazionale partigiani sul referendum costituzionale.
E, come presidente dell’Anpi da cinque anni, lo fa evitando accuratamente che ciò possa essere interpretato com e una replica al ministro Maria Elena Boschi, che ha dichiarato: «I veri partigiani voteranno sì».
Professor Smuraglia deferirà gli iscritti contrari alla linea ufficiale dell’Anpi che è per il No al referendum?
«Non l’ho mai detto. Si cerca di alzare i toni. Questo non fa bene al Paese. Il referendum è la massima espressione della libera scelta dei cittadini. Non intendiamo assumere provvedimenti disciplinari contro nessuno. Non è così che si risolvono i problemi. Ma l’Anpi è una associazione e l’iscritto deve attenersi alle decisioni della maggioranza».
È giusto che l’Anpi detti una linea sul voto referendario?
«Perchè non dovrebbe? È una libera associazione. Nello statuto c’è una norma precisa che ci obbliga a difendere la Costituzione contro ogni attacco, a far rispettare sempre lo spirito in cui è stata elaborata. È nelle nostre finalità e se non prendiamo posizione in materia di Costituzione tradiamo la nostra vocazione».
Vi sentite sotto attacco?
«Certamente. Invece di fare quello che si dovrebbe fare in una campagna referendaria onesta, e cioè informare i cittadini, esporre le proprie ragioni, si provoca e si divide».
Come siete arrivati al No?
«Il 21 gennaio, il comitato nazionale ha deciso di aderire alla campagna referendaria, dopo due anni di ragionamenti a riprova che non c’è rigidità da parte nostra, e a manifestazioni per evitare lo stravolgimento dei contenuti e del significato della nostra Costituzione. Il 5 marzo ho firmato una circolare che precisa i limiti del dissenso».
Cioè?
«Ogni iscritto è libero di esprimersi e votare come vuole. Ma non di fare atti contrari alle deliberazioni del comitato nazionale, perchè secondo il nostro regolamento gli iscritti sono tenuti a rispettare lo statuto e a non fare nulla che dannegg i l’associazione».
Quindi non possono organizzare comitati per il Sì?
«Esatto».
Una ragione per il No.
«La riforma toglie ai cittadini una rappresentanza in una delle due Camere, una rappresentanza vera».
C’è chi sottolinea che anche il Pci fosse per abolire il bicameralismo perfetto?
«Ci sono momenti storici in cui ci si pone in una posizione, poi si cambia. Ma noi non siamo dipendenti dall’ex Pci».
Alle feste dell’Unità ci sarete?
«Di norma ci invitano per parlare di Resistenza e libertà . Ma se quella festa o qualunque altra si trasformerà in luogo di propaganda, non avremo motivo di andarci».
Paola D’Amico
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
ANCHE IL SINDACO IN PASSATO ERA STATO MINACCIATO PER LA SUA ATTIVITA’ DI ACCOGLIENZA AI PROFUGHI
Due cartucce e un messaggio chiaro: “Dimettiti”. 
Torna nel mirino della criminalità l’amministrazione comunale di Riace, il piccolo Comune della costa jonica calabrese divenuto noto per le pratiche di integrazione dei migranti, che hanno catapultato il sindaco, Mimmo Lucano, al 40esimo posto della classifica di Fortune dei leader più influenti al mondo.
Destinatario del messaggio intimidatorio è il suo braccio destro, Maurizio Cimino, vicesindaco del “paese dell’accoglienza”.
È stato lui, ieri mattina, a trovare l’inquietante messaggio che qualcuno nella notte gli ha lasciato sul parabrezza dell’auto.
Come ogni giorno, poco prima delle 8, Cimino era entrato in macchina per recarsi in Comune, quando ha notato dei fogli di giornale ripiegati sotto il tergicristallo. Perplesso, è sceso dall’auto per rimuoverli, ma nel tirarli via si è accorto che all’interno c’erano due cartucce calibro 12 e un pezzo di carta con la scritta “Dimettiti”.
Immediatamente ha chiamato i carabinieri che hanno sequestrato il materiale e avviato le indagini.
Nessuno si sbilancia su possibili autori o movente. Al momento, gli investigatori battono tutte le piste.
“Non mi sarei mai aspettato un simile gesto, nè riesco a pensare a qualcosa che abbia potuto spingere qualcuno a indirizzare nei miei confronti un tale atto”, ha dichiarato Cimino, secondo il quale non c’è nulla, nè nella sua vita privata, nè nel suo lavoro quotidiano, che possa spiegare la grave intimidazione che ha ricevuto.
Non è la prima volta che l’amministrazione comunale di Riace finisce nel mirino.
Nel 2014, in occasione delle ultime elezioni comunali, i cani del figlio del sindaco sono stati avvelenati e qualcuno ha sparato contro il portone dell’associazione Città Futura, vero e proprio fulcro dell’attività di accoglienza a Riace, e contro la taverna solidale “Donna Rosa”.
Nel 2013 invece, le politiche di accoglienza di Mimmo Lucano hanno infastidito gli attivisti dello sconosciuto Partito nazionalista, che hanno ben pensato di far recapitare in Comune una lettera di insulti e minacce, con cui si prometteva al sindaco “battaglia come hanno fatto i fratelli del Ku Klux Klan”.
Nessuno degli autori delle minacce che nel tempo hanno colpito il sindaco e l’amministrazione di Riace è mai stato identificato, ma Lucano e la sua squadra si sono sempre detti tranquilli perchè ogni volta che la criminalità — organizzata e non — ha bussato alla loro porta, il paese non ha esitato a schierarsi a difesa dei suoi amministratori.
Alessia Candito
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
PANICO IN SALA E MOLTI CORRONO FUORI, PREOCCUPATI PER L’AUTO… CADE IL MITO DELLA DIVERSITA’ ANTROPOLOGICA DEI GRILLINI
Siamo a Piana del Sole, periferia della Capitale, la scena è da tipica campagna elettorale: c’è una sala, con il candidato sindaco grillino Virginia Raggi e il deputato, sempre dei 5 Stelle, Stefano Vignaroli.
Nello spezzone di video si intravede una slide sul tema dei rifiuti.
A un certo punto un signore interrompe l’incontro: «Chi ha chiamato i vigili, che stanno a fa’ le multe?!».
Poi quasi si scusa: «Non voglio fare “terrorismo”, ma…».
Immediatamente scatta il panico tra il pubblico e dalla sala vanno via in tanti preoccupati dell’intervento sanzionatorio dei vigili urbani.
E Virginia Raggi? La candidata grillina sembra spiazzata, sorride ma non commenta nè «bacchetta» sull’accaduto.
Ci pensa invece Vignaroli: «A Piana del Sole non si vede un vigile nemmeno…», con una battuta che ci si aspetterebbe da un «italiano impenitente» (fino a qualche anno fa si sarebbe detto «un berlusconiano») sorpreso in doppia fila.
Il video che gira in rete, come era prevedibile, ha scatenato ironia e polemica: soprattutto nei confronti dell’intransigenza a targhe alterne che da qualche settimana (tra inchieste e «sospensioni») sta interessando i Cinque Stelle.
Non si spiega, in effetti, la reazione scomposta dei presenti— di cui è lecito ipotizzare la simpatia per il MoVimento di Beppe Grillo — all’annuncio del signore trafelato se, parafrasando la retorica pentastellata, questi non avevano proprio nulla da temere dal vigile.
A meno che qualcuno — tra il pubblico o sul palco – pensava in cuor suo che la «superiorità antropologica», nell’accezione grillina, potesse finire anche in doppia fila.
Antonio Rapisarda
(da “il Tempo“)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO PRESENTA LA SUA GIUNTA DI PESO MENTRE UN RENZI OTTIMISTA SCENDERA’ AL SUO FIANCO: ORA LA RAGGI FA MENO PAURA
Può sembrare strano, ma c’è un’aria nuova nel Pd romano, fino all’altro ieri fiaccato dalla paura che la
zavorra del passato non desse troppe chances di arrivare al ballottaggio.
E invece complici gli ultimi sondaggi prima del congelamento a norma di legge, che fotografavano una frenata della Raggi e una crescita di Giachetti malgrado il rientro in campo di Fassina, la sensazione che «ce la possiamo fa’» si è diffusa fino ai piani alti. Tanto che Renzi potrebbe scendere nel parterre capitolino il 2 giugno, per dare una volata al suo uomo verso la agognata conquista del ballottaggio.
E con un tempismo degno di nota, Stefano Fassina fa sapere prima che Giachetti indichi la sua futuribile Giunta, che non lo appoggerà al ballottaggio: se lo avesse fatto dopo, qualcuno avrebbe potuto pensare che non si ritenesse soddisfatto dei nomi, che non fossero sufficienti i ponti gettati a sinistra.
E invece no, il candidato di Si e degli antagonisti preferisce chiudere la saracinesca qualche ora prima, dicendo che non appoggerà nessuno: forse consapevole che tra le sue fila, nella sinistra di Sel, molti pur senza ammetterlo, sarebbero più che propensi ad intese più o meno strette per appoggiare Giachetti al ballottaggio e poi raccoglierne i frutti in caso di vittoria.
Nessun inciucio coi partiti
Questo anche se l’interessato, cioè il candidato Pd, non solo chiarisce di aver scelto la sua giunta «in piena autonomia» e dunque senza accordi con i partiti, ma va ripetendo che «io non farò nessun apparentamento, andrò al ballottaggio con quelli che mi appoggiano ora, nessun accordo o inciucio, e per questo annuncio la giunta subito». Come a dire che una volta scoperti i nomi i giochi sono fatti e dopo nessun accordo sulle poltrone sarà possibile e tecnicamente fattibile.
Insomma nessuna tentazione.
«Il mondo è rotondo e a forza di andare a sinistra ci si ritrova a destra: non appoggiare Giachetti al ballottaggio significa scegliere la Raggi», sentenzia Matteo Orfini con una tesi che sarà il refrain di tutta la resa dei conti a sinistra di qui a un mese.
«Per noi le porte della ricostruzione del centrosinistra a Roma sono sempre aperte, perchè questo ci chiedono gli elettori». Ma il candidato della sinistra usa la carta dell’economia. «
Le distanze programmatiche con il Pd sono enormi. Giachetti propone di tornare alla Roma degli anni ’90 e 2000 che ha contribuito ad aumentare le diseguaglianze. Non ci sono le condizioni per una convergenza programmatica», sbatte la porta l’ex viceministro di Letta.
Segnali di fumo agli ex Pci
Peccato che per il popolo della sinistra, in caso di sfida all’Ok Corral con la Raggi, sarà difficile dire no a un ex comunista come Livia Turco, ex ministro dei governi Prodi-D’Alema, che Giachetti indica come assessore al welfare e immigrazione; o a tre ex assessori di Marino: Alfonso Sabella, capo gabinetto, presidio di tutte le firme di un’amministrazione a rischio come quella romana; Silvia Scozzese, bilancio e razionalizzazione della spesa del Campidoglio.
Per non dire del segnale verso l’anima più attenta al sociale, lanciato con la riproposizione di Marco Rossi Doria, maestro di strada ed ex sottosegretario alla Istruzione, quale assessore alla scuola-università -formazione.
Dunque sei donne e tre uomini, altro segnale preciso.
Mentre sul fronte della legalità , cruciale dopo mafiacapitale, pure Carla Ciavarella, dirigente penitenziario, al patrimonio; e Francesco Tagliente, ex Questore di Roma, alla sicurezza.
E poi Claudia Servillo, all’ambiente; Stefania Di Serio, trasporti; Marino Sinibaldi, per cultura e turismo.
«Con questa squadra parlo ai romani e anche al popolo della sinistra e vediamo quale sarà la risposta», dice Giachetti.
«Rispetto Fassina, ma sono più interessato agli elettori della sinistra romana».
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
“IL PATRIMONIO DI MARCO? SOLO DEBITI, AVEVA VENDUTO TUTTO PER IL PARTITO”… “LA SUA EREDITA’ POLITICA A CHI PROSEGUE LA LOTTA, MA SIAMO DIVISI”
Il patrimonio di Pannella? Le sue battaglie e un debito da un milione di euro. Maurizio Turco, dieci anni da tesoriere del Partito radicale, non ha voluto parlare davanti alla salma del leader per non gettare altro sale su ferite profonde.
Ma ora rompe il silenzio: «Questa camera ardente è stata aperta due anni e mezzo fa, quando si è concluso il congresso dei Radicali italiani. Da allora Pannella ha subito umiliazioni e insulti gratuiti. Purtroppo ho visto tanto sciacallaggio attorno a Marco».
È una scissione?
«Più che scissione, uno scisma. Noi abbiamo offerto un disarmo unilaterale. Loro hanno deciso di fare altro».
Ce l’ha con i giovani che guidano i Radicali italiani? Con Riccardo Magi, con Marco Cappato? Anche con Emma Bonino?
«Con quelli che dicono di aver vinto il congresso. Ci sono due linee politiche contrapposte. C’è un gruppo che si è coagulato attorno a Magi, Cappato e a Valerio Federico. Ora parlano di unità , ma su cosa? Dovremmo mettere in piedi il partito che loro volevano fare e Marco non ha mai voluto? Come può essere ricomponibile, dopo due anni e mezzo?».
Rottura insanabile.
«Hanno negato a Marco il confronto e il dibattito politico. In due anni, per 365 volte a mezzogiorno ci siamo riuniti nella nostra sede. E loro non partecipavano alle riunioni e, se attraversavano il salone, lo facevano per andare al bagno o a prendere un caffè. Senza salutare Marco. Per due anni e mezzo non li abbiamo quasi mai visti. In una delle ultime riunioni Marco disse “Voi ci accusate di voler distruggere il partito perchè noi vogliamo continuare a fare lotte radicali”. Sono loro che stanno personalizzando».
E il j’accuse della Bonino?
«Non mi interessa, a me interessa quel che si è detto nelle riunioni del partito. Per me stare con Marco non era visitare i malati, era impegno politico e umano. C’è un limite di decenza politica che non si può superare».
Perchè non c’è mai stato il chiarimento con la Bonino?
«Dopo la rottura politica lui ha sempre cercato il chiarimento. La chiamava e lei lasciava squillare. Mandava messaggi ed Emma non rispondeva. A Radio Radicale lo disse anche, “vediamoci, Emma!”. Ma lei no, non voleva chiarirsi».
Pannella ci ha sofferto?
«Sicuramente, sì».
A chi andrà l’eredità ?
«L’eredità di Marco sono le sue lotte politiche, dunque andrà a chi le porterà avanti».
E il patrimonio?
«Marco non aveva più niente. Si è venduto tutto per il partito, per finanziare la politica. Nella cassa del partito c’è un milione di euro, in debiti. Non c’è una guerra attorno alle spoglie di Pannella, c’è un dissesto manifesto».
Ha lasciato testamento?
«Anche se ci fosse riguarderebbe Marco Pannella, i suoi pacchetti di sigarette, le sue cravatte e due buchetti a Riccione che non ha fatto a tempo a vendere e che andranno ai parenti. E così è finito il patrimonio di Pannella».
E la radio, la sede, i simboli? Pannella ha lasciato scritto come gestire il suo lascito, materiale e immateriale?
«La “roba” è intestata a una associazione, che si riunirà e deciderà . Siccome gestivo con lui e sui miei atti c’è la sua firma, Marco non mi ha lasciato detto niente. Ci riuniremo per eleggere il nuovo presidente».
Cosa ha provato nelle ore del lutto ?
«Lo dico con la frase di Marco ai funerali di Luca Coscioni, quando vide che lo osannavano come un leader. ”I radicali sono buoni solo da morti”. Sa perchè la gente quando Pannella è morto si è emozionata? Perchè la tv di regime ha tirato fuori i fatti e l’Italia, per la prima volta, ha saputo chi era e si è riconosciuta».”
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO DIVISO TRA I SEGUACI DI MARCO E I GIOVANI VICINI AD EMMA
«Il suo testamento è la sua vita» ripete Rita Bernardini. 
Il fatto è che Marco Pannella, un testamento vero e proprio, sembra non lo abbia lasciato e molto della galassia radicale faceva capo proprio a lui.
È un intreccio di società , centri di produzione, sigle, simboli, associazioni, scatole ormai vuote (come il Partito radicale transnazionale) e altra roba “piena” di valore: appartamenti a Roma e una Radio che del movimento è il simbolo ma anche l’unica fonte ormai di entrate (pubbliche)
Il leader radicale è stato sepolto da poche ore nella sua Teramo e la profezia funesta di Marco Cappato si è già avverata.
«Sarebbe penoso se tra noi Radicali ci fosse una guerra di fazioni, pannelliani contro amici di Bonino», dice il candidato sindaco di Milano vicino a Emma.
Del resto è bastato vedere cosa è accaduto sul palco di Piazza Navona, la lacerazione sotto gli occhi della folla.
Adesso i quarantenni vicini alla Bonino vanno alla resa dei conti, radio e immobili e quel che resta dei finanziamenti non possono restare in mano ai pochi pannelliani d’antan che gestiscono il fortino, anche se non vogliono che la questione venga posta in questi termini.
E il riferimento è al tesoriere Maurizio Turco, a Rita Bernardini, Laura Arconti e Aurelio Candido che ora tengono le redini dell’associazione Lista Pannella, col simbolo della Rosa nel pugno.
Solo un logo polveroso? Non proprio.
Fortino perchè alla sigla fa capo il “tesoretto” radicale: la società “Torre Argentina servizi” a cui è intestato l’appartamento della storica sede nell’omonima via di Roma e la “Centro di produzione spa” intestataria di Radio Radicale (18 giornalisti e 45 dipendenti in totale, 9 milioni ogni due anni di finanziamento da convenzione Camera-Senato) e dell’immobile che la ospita in via Principe Amedeo.
Dunque: Associazione Lista Pannella (col suo fortino) da una parte, Radicali italiani (vicini alla Bonino) dall’altra, questi ultimi con molto volontariato e un bilancio di appena 200mila euro l’anno.
E poi a margine della galassia le altre sigle di vecchie battaglie: “Nessuno tocchi Caino”, l’Associazione Coscioni (destinataria di 5 per mille per la ricerca), il Partito radicale transnazionale e transpartito che non fa un congresso dal 2011, da quando l’avvocato del Mali nominato segretario, Demba Traorè, si è volatilizzato.
C’è già una data cerchiata per decidere che fare e come e chi deve “gestire” il futuro.
Per l’1-3 luglio il segretario Riccardo Magi ha convocato il Comitato dei “Radicali italiani”.
«Quello sarà un luogo per confrontarsi e porre le questioni – spiega Magi – Ci accusano di ignorare le grandi battaglie ideali e di voler fare solo politica, ma è falso. Noi ci riuniamo con scadenze ravvicinate, loro non fanno un congresso da anni, certo anche la questione della Radio e di altro andrà affrontata. Turco poi mi sembra sia tesoriere ma dimissionario…».
Turco è in silenzio da anni ma a fare da punchball non ci sta. «Sono al partito da 30 anni, ho avuto la tesoreria nel 2011 perchè nessuno ne voleva sapere e non sono dimissionario. Quante congetture, insinuazioni, bugie in questi giorni amari».
Tra oggi e domani anche i big della vecchia guardia si ritroveranno alla spicciolata in via di Torre Argentina per ragionare del “dopo Marco”.
E del fortino sotto assedio da difendere.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
SI FA STRADA LA COMPONENTE INTERNA CHE APPOGGIA LA RICOMPOSIZIONE
C’è un’ala moderata, nei 5 stelle, che lavora in silenzio e preme affinchè la sospensione di Federico Pizzarotti venga congelata.
Un’ala pragmatica, che pensa che la cacciata di un buon amministratore – a un passo dalle comunali del 5 giugno – sia tutt’altro che una buona idea.
Alcuni sperano, addirittura, che non si tratti solo di rimandare l’espulsione. Che si riesca a non arrivarci, a calmare l’ira di Beppe Grillo nei confronti di quel “figlio” troppo ribelle allontanato già da tempo.
Del gruppo fanno parte soprattutto i parlamentari che stanno facendo campagna elettorale laddove la vittoria è più vicina.
Le loro motivazioni sono arrivate agli esponenti del direttorio. Non ultima, la paura di un ricorso al tribunale già minacciato dal sindaco e dai suoi fedelissimi: “Se va come a Roma – si lascia sfuggire qualcuno – è un bel pasticcio, visto che il giudice ci ha fatto riammettere quattro espulsi su quattro”.
Fico, Di Maio, Di Battista, Ruocco e Sibilia hanno però chiarito a più riprese: “Decide Beppe”.
E così sarà : la scelta sul futuro di Federico Pizzarotti è affidata al garante, che al momento sarebbe tentato dal passo indietro.
Davide Casaleggio fa filtrare – dal sempre più fortificato quartier generale di Milano – di volerne restare il più possibile lontano. Continua a lavorare all’associazione Rousseau e al nuovo sistema operativo, ma non vuole entrare ufficialmente nelle decisioni politiche. Non vuole in alcun modo che il suo volto abbia un rilievo pubblico.
Un risultato “attendista” non è però affatto scontato. Perchè se anche Federico Pizzarotti ha mandato, nella notte di domenica, le “controdeduzioni” spiegando punto per punto le sue ragioni sulla mancata comunicazione dell’avviso di garanzia, il sindaco di Parma non ha rinunciato a mettere nero su bianco le cose che secondo lui – nel Movimento devono cambiare.
Ha ridetto, anche in conferenza stampa, di sentirsi un vero 5 stelle. Ha ricordato il ruolo di Grillo nella vittoria a Parma. Ha sottolineato come l’intera vicenda nasca da un esposto del Pd. Un partito con cui – nonostante le voci “messe in giro ad arte contro di me, non ho mai cercato accordi”.
Ma ha anche parlato di un “abuso del diritto”, di una “caccia alle streghe”, di decisioni diverse a seconda dei casi (tra il suo avviso di garanzia e quelli ricevuti dai sindaci di Livorno e Pomezia Filippo Nogarin e Fabio Fucci), di una “sospensione illegittima” che va revocata.
Soprattutto, in fondo al documento presentato, ha posto sei richieste: ristabilire un confronto “strutturato” tra il centro e le periferie (“Non ci si può incontrare solo online”, ha detto ai cronisti); indire tavoli di lavoro per condividere linee politiche ed esperienze; studiare una formula efficiente di dialogo tra gli eletti; convocare un meet up nazionale; scrivere regole interne chiare a tutti; espellere i suoi consiglieri infedeli, come fatto altrove.
“Noi non chiediamo la grazia nè il perdono”, dice il braccio destro Marco Bosi, capogruppo in consiglio comunale. “Significherebbe ammettere colpe che non abbiamo. Stiamo solo spiegando le nostre ragioni”.
Se le colombe volevano una resa da portare di fronte al capo politico, da Pizzarotti non l’avranno.
A Parma intendono continuare a dire quel che pensano. Anche se questo significasse doverlo fare fuori dai 5 stelle.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
E FELTRI DEDICA DA GIORNI DUE PAGINE DEL GIORNALE SULLE PRESUNTE TRUFFE DELL’INPS AI DANNI DEI PENSIONATI: SIAMO TORNATI AL METODO BOFFO
Tre anni di affitti non pagati, per un totale di oltre 3 milioni di euro. 
C’è (anche) questo dietro le due pagine al giorno, in apertura di giornale, che Libero da giovedì scorso dedica ai presunti sprechi e privilegi dell’Inps e del suo presidente Tito Boeri.
Qualche titolo: “Le rapine dell’Inps“, “L’Inps ha un tesoro che non usa”, “Aiutare i poveri è una scusa per tagliarci gli assegni“, “Boeri punisce chi paga i contributi”, “Tutti i tesori d’arte dell’Inps in magazzino ad ammuffire”.
Ma soprattutto: “L’ufficio di lusso di Boeri è pagato dai pensionati”.
Piccolo particolare: l’ufficio “di lusso” in piazza Colonna, proprio di fronte a Palazzo Chigi, dove l’economista bocconiano si è trasferito da qualche mese, si trova al primo piano di Palazzo Wedekind. Che è di proprietà dell’istituto di previdenza.
Nessuno scandalo, dunque. Il problema è che quel gioiello nel cuore della Capitale ospita anche la redazione de Il Tempo, proprio quest’anno acquistato dalla cassaforte Tosinvest della famiglia Angelucci, proprietaria di Libero.
E il 10 giugno il quotidiano romano verrà sfrattato per morosità perchè l’ex proprietario, il costruttore romano Domenico Bonifaci, ha smesso di pagare l’affitto nel 2012 accumulando nei confronti del padrone di casa Inps un debito superiore ai 3 milioni.
La campagna del giornale di Angelucci, dunque, va in soccorso dell'(altro) giornale di Angelucci.
Ed è lo stesso Vittorio Feltri, che proprio per scelta degli editori mercoledì 18 maggio è tornato al timone del giornale al posto di Maurizio Belpietro, ad ammetterlo nell’editoriale di domenica: “Non vorremmo che egli (Boeri, ndr), per ritorsione, minacciasse di sfrattare il quotidiano Il Tempo dallo stesso edificio di Piazza Colonna, sede della redazione. Sarebbe meschino“.
Lo sfratto per morosità — che in realtà è già stato notificato e rinviato e il 10 giugno, appunto, si concretizzerà — viene dunque presentato come una ritorsione.
Così ai lettori è servito un nuovo prodotto del “metodo Boffo“, come fu definita la campagna di diffamazione condotta nel 2009 da Feltri — dalle pagine de Il Giornale — contro Dino Boffo, direttore di Avvenire, reo di aver scritto alcuni editoriali critici sullo stile di vita dell’allora premier Silvio Berlusconi.
Il Giornale, come è noto, era di suo fratello Paolo. Che la gestione del mattone Inps sia su molti fronti inefficiente, come raccontato anche da Il Fatto Quotidiano, corrisponde al vero. Ma sembra difficile sostenere che pretendere il pagamento dell’affitto rientri tra gli aspetti da censurare.
Del resto che a preoccupare Libero, oltre al futuro delle pensioni degli italiani, siano le sorti del Tempo, è scritto chiaro e tondo anche in uno dei numerosi pezzi scritti negli ultimi giorni sul tema dal vicedirettore Fausto Carioti: “Negli ultimi anni la crisi si è fatta sentire sui bilanci della società editrice, e qualche fitto è rimasto indietro“, minimizza Carioti dopo aver ricordato che il palazzo ottocentesco “dal 1945 era sede del quotidiano” e “nessun dirigente dell’istituto di previdenza vi aveva mai messo piede”.
Quanto al debito accumulato negli anni, “quando ancora a guidare l’istituto di previdenza c’era Tiziano Treu è stato fatto un accordo fra le parti: rateizzazione del dovuto e riduzione degli spazi locati, lasciando a disposizione della proprietà primo e secondo piano”.
Ma “le vicende della politica ci hanno messo lo zampino. Prima che la ristrutturazione fosse finita, Renzi ha congedato Treu e messo in sella Boeri. A lavori ultimati il presidente dell’Inps ha deciso che proprio quello“, un edificio dell’Inps, “dovesse essere il suo ufficio di rappresentanza”.
“Quella porzione di palazzo è stata tolta dalla lista degli immobili da reddito e inserita tra i beni strumentali”, scrive il giornale, stimando il valore del mancato incasso tra i 550mila e i 600mila euro annui di affitto.
Il quotidiano contesta insomma a Boeri di avere rinunciato ad affittare o vendere i due piani, perdendo milioni di euro di potenziali entrate.
“Qui il danno è assai più salato per l’istituto di previdenza e di conseguenza per i pensionati assistiti — scrive Libero — Ma che importa? Ora il presidente può affacciarsi davanti a Palazzo Chigi e sorridere festoso a chi l’ha nominato…”.
E godere addirittura, chiosa, di un “piccolo box per la sua auto di servizio” perchè “da quelle parti è assai difficile parcheggiare”.
L’istituto dal canto suo, nella replica che Libero ha pubblicato martedì dopo giorni di attacchi, fa notare che “dei circa 650 mq del piano ristrutturato nel 2014, solo 50 sono utilizzati per uffici, mentre le sale, fra cui la Sala Angiolillo, vengono regolarmente affittate per eventi”.
E aggiunge che “i proventi dalla messa a reddito di Palazzo Wedekind non potranno che aumentare quando sarà possibile riqualificare e mettere a reddito anche il terzo e quarto piano dell’edificio, oggi occupati dal quotidiano Il Tempo, che dal 2012 non paga l’affitto”.
Proprio come la “gente che non salda la pigione” degli “appartamenti occupati abusivamente“, casi che Feltri cita a esempio della gestione “da cani” del patrimonio immobiliare dell’istituto.
Chiara Brusini e Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 24th, 2016 Riccardo Fucile
L’INQUIETANTE PUBBLICITA’ DEL CANDIDATO RIGANATO
Lui il primo piano, alle spalle la foto del parente deceduto di un capozona di camorra. Può capitare di vedere anche questo, a Napoli, tra i manifesti elettorali.
L’uomo in primo piano è Giuseppe Riganato, candidato al Consiglio comunale per Ala, la formazione che fa capo a Denis Verdini.
L’uomo sullo sfondo, ormai morto, è Giovanni Di Vincenzo, ex Pdl e poi Ala, consigliere comunale e cognato del capopiazza Giuseppe Parisi, o’ Nasone, ucciso dai sicari di camorra nel 2011.
Il caso è stato segnalato da Repubblica Napoli, che spiega come Riganato fosse “alter ego, accompagnatore e factotum” di Di Vincenzo, esponente della Settima Municipalità di San Pietro a Patierno-Miano-Secondigliano.
Quando quel consigliere, Di Vincenzo, già destinato da mesi a candidarsi al Comune sotto le insegne di Ala, è scomparso prematuramente per un’improvvisa ischemia, solo poche settimane fa quando già si preparava a correre per il Comune, Riganato, il suo robusto accompagnatore ne ha preso il posto.
Così il signor Riganato, vicino al senatore verdiniano Antonio Milo, fa stampare e posta sul proprio profilo Facebook il manifesto che tiene insieme le due storie. Alle sue spalle, anche la foto del morto, Di Vincenzo, ovvero il cognato del pregiudicato Parisi, noto capopiazza del clan Amato-Pagano al rione Berlingieri – che fu assassinato da un commando della Vinella Grassi nell’aprile del 2011: ovvero nel periodo di piena guerra di assestamento dopo le faide degli anni precedenti. In particolare, gli atti giudiziari riportano un eccezionale documento di auto-confessione in relazione all’omicidio del capopiazza Parisi.
In un summit con Arcangelo Abete a Milano, gli emergenti boss della Vinella Grassi comunicarono al vertice delle cinque famiglie, questo concetto: con l’omicidio di Parisi, ci siamo presi anche il Perrone.
Il dietrofront, “la girata”, dei feroci boss ragazzi contro gli Scissionisti si doveva compiere con quel raid.
(da “La Repubblica“)
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