Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
L’EX ASSESSORA RITENUTA “NON RESPONSABILE”… “DUE ANNI TERRIFICANTI”… SERRACCHIANI: “ORA LE CHIEDANO SCUSA”
Raffaella Paita è stata assolta dalle accuse a suo carico nel processo per le responsabilità della mancata
allerta diramata la sera del 9 ottobre 2014, quando l’esondazione del Bisagno fece una vittima.
Paita, ex assessora alla Protezione Civile, è stata scagionata dal giudizio dell’udienza preliminare Ferdinando Bandini; rinviata invece a giudizio la dirigente della Regione Gabriella Minervini: il processo inizierà il 14 marzo.
Paita e Minervini erano accusate di omicidio colposo per la morte dell’ex infermiere Antonio Campanella e di disastro colposo per i danni causati dall’alluvione che aveva messo in ginocchio, in modo particolare i commercianti del centro città .
Il giudice non entra nel merito della vicenda ma stabilisce che le competenze sull’emanazione dell’allerta spettassero al direttore della Protezione Civile, cioè Gabriella Minervini. Questo in base a due delibere regionali che individuano il dirigente quale responsabile per l’emanazione dell’allerta.
Raffaella Paita alla sentenza non ha nascosto le lacrime.
Ad attenderla fuori dal palazzo il marito Luigi Merlo, ex presidente dell’Autorità portuale. “Sono stati due anni terrificanti ma siamo sempre stati convinti delle nostre argomentazioni e sono sempre stata convinta di avere fatto quello che potevo e dovevo”.
Così, tra lacrime di gioia, Raffaella Paita dopo la lettura della sentenza che l’ha assolta. “Sono contenta ma rimane il dolore per questi due anni complicatissimi che non auguro a nessuno. Ora corro da mio figlio per dirgli che la mamma si era comportata bene quando ci fu l’alluvione di Genova”.
Accanto a lei il suo avvocato Andrea Corradino che ha detto: “È una sentenza giusta che ristabilisce la verità “.
Le accuse.
Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Gabriella Dotto, Paita e Minervini avevano ignorato i bollettini meteo dell’Arpal, che già dal giorno prima dell’alluvione parlavano di situazione critica, e di avere sottovalutato le numerose segnalazioni dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine delle esondazioni di alcuni rii nel corso della giornata del 9 ottobre.
Per il pm, inoltre, Paita e Minervini erano consapevoli di una complessiva situazione di criticità e di compromissione del territorio. Ma, nonostante tutti questi segnali, per il magistrato non diramarono l’allerta meteo così, di fatto, ritardarono la macchina dei soccorsi e della gestione dell’emergenza.
Paita si era sempre difesa dicendo che non spettava a lei, come politico, ma ai tecnici dichiarare lo stato di allerta.
Il Pd: ora scuse a Paita.
“Lella Paita è stata accusata di omicidio in piena campagna elettorale per la presidenza della regione. Oggi viene assolta, due anni dopo. Sarebbe bello che chi l’ha insultata in questi anni le chiedesse semplicemente scusa, anche per la sofferenza che questa vicenda le ha provocato. Noi, i democratici, la abbracciamo con affetto e amicizia”. Lo dichiarano Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani, vice segretari del PD
“Lella ha perso le elezioni ma non la dignità , l’onesta e il coraggio. Chi l’ha aggredita a livello politico oggi ha perso la faccia. Un pensiero speciale alla famiglia di Lella e un abbraccio forte a tutto il Pd ligure”, scrivono in una nota Guerini e Serracchiani.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
CRESCIUTO POLITICAMENTE CON RUTELLI E PECORARO SCANIO, PASSATO DALL’UNICEF, CONFERMATO DAL CENTRODESTRA, TENTATO DALLA BOSCHI ORA E’ DIVENTATO COLUI CHE CURA LE RELAZIONI DI DI MAIO (TRA I MALDIPANCIA DEI GRILLINI ORTODOSSI)
Il 28 aprile scorso, appena prescelto da Luigi Di Maio per il cruciale ruolo di responsabile per le relazioni istituzionali, Vincenzo Spadafora scrisse di credere istintivamente alla sfida cinque stelle per un paese migliore: «Amo le sfide e il coraggio di chi le compie! Anche per questo ho accettato di curare le Relazioni istituzionali del Vice Presidente della Camera dei deputati, Luigi Di Maio, persona che ho apprezzato per il sostegno che ha dato alle mie iniziative da Garante e di cui condivido l’impegno per un Paese migliore».
Una sintonia politica sorprendente, per quell’uomo capace, colto e non privo di raffinatezze, che era cresciuto politicamente con Francesco Rutelli e poi Pecoraro Scanio, era maturato all’Unicef, era stato infine nominato garante per l’Infanzia dagli allora presidenti berlusconiani delle due camere di centrodestra, Renato Schifani e Gianfranco Fini.
Un uomo perfetto per aiutare Di Maio nella sua navigazione romana.
Tuttavia un episodio, che ci viene raccontato da fonti interne al Movimento Cinque stelle, dipinge il quadro della sintonia di Spadafora con Di Maio come qualcosa di simile a una conversione sulla via di Damasco.
Fino a pochissimo tempo prima, questione di mesi, non di anni, Spadafora lambiva ambienti totalmente diversi: ormai prossimo alla fine del suo mandato, si era palesato al cospetto della ministra Maria Elena Boschi, architrave del governo Renzi non esattamente amata dai cinque stelle, e le aveva parlato di quanto lo avesse appassionato il lavoro per l’infanzia, di quanto gli sarebbe piaciuto insomma continuare.
Che ci fa, in quel contesto iper renziano, un grand commis di cui scopriremo a breve la piena sintonia con l’aspirante leader cinque stelle?
Nell’occasione della scadenza del mandato da Garante, nessun sostegno politico è formalmente possibile dal governo.
La durata del mandato è di quattro anni. Spadafora aveva cominciato nel 2011 e dunque l’aveva completato, ma un eventuale rinnovo era di competenza dei presidenti delle camere, non dell’esecutivo.
Raccontano che Spadafora fosse stimato dal presidente del Senato Grasso, ma qualcosa col governo si era rotto. Boschi però non aveva titolo formale per entrare in quella vicenda, nè direttamente nè sostenendo la sua causa a Renzi: e infatti si guardò dall’intervenire sul caso.
Non si può dire che Spadafora abbia preso bene la cosa; tutto si venne a sapere anche nei giri dei cinque stelle, aumentando i malumori contro Di Maio.
È il normalissimo sistema di relazioni di cui è fatta la politica, naturalmente; ma la parte del gruppo parlamentare M5S che in questa fase ha animato la rivolta contro il vicepresidente della Camera lo attacca anche per questa spregiudicatezza di relazioni, che in parte significativa gli sta tessendo Spadafora: dai gesuiti di padre Spadaro agli incontri con le lobby, dalle ambasciate ai direttori delle relazioni istituzionali di grandi aziende italiane, da sempre decisive negli assetti e nella configurazione del potere. «Non siamo un partito non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta», cantava la canzoncina allo Tsunami tour; ne è passata di acqua sotto i ponti.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
ORA UNO NEGA DI CONOSCERE L’ALTRO… L’ALTRO AMMETTE MA DICE CHE NON SONO ASSOCIATI… L’ASSESSORE INVECE VA DAL NOTAIO E INTESTA LO STUDIO ALLA MOGLIE… ACCADE AL MUNICIPIO MONTEMARIO A ROMA
Nel Municipio XIV due politici M5S sono anche soci di studio: si tratta dell’Assessore ai Lavori Pubblici e
Urbanistica Michele Menna e del consigliere municipale Fabrizio Salamone, che però riveste anche il ruolo di Presidente della Commissione Lavori Pubblici del Municipio.
Ieri è andata in scena la Commissione Trasparenza, dove il presidente Julian Colabello (PD) è andato all’attacco. E dove però i 5 Stelle non si sono presentati a parte Salamone.
Colabella racconta su Facebook: «Ho portato le carte, 55 procedure in corso (una a settimana dall’inizio dell’anno) dei quattro professionisti riconducibili allo studio, una a diretta firma dell’assessore, più di 20 a nome del Presidente della Commissione Lavori pubblici con carta intestata dello stesso studio, dichiarazioni imbarazzanti durante la Commissione e poi tutto il gruppo 5 stelle che lascia la commissione denunciando un presunto attacco politico (con minacce di querele nei miei confronti, attendo fiducioso) abbandonando da solo in Commissione il Presidente della Lavori Pubblici, che va dato atto è stato l’unico a rimanere, al suo destino. Scelta comunque non felice perchè poi si incarta depositando un documento in cui scrive testualmente ” la targa ed il logo A+4 che uso non è legata affatto allo studio Apiu4 stprl ma non è altro che un’immagine ideata solo per individuare fisicamente lo studio tecnico di cui divido le spese di affitto con altri professionisti…”.
E chi sono questi professionisti? Quelli dello Studio A+4!».
Campagna in effetti dovrebbe essere impegnato in tutt’altro, ovvero a risolvere il problema delle ludoteche e dei centri anziani che chiudono in zona. Salamone invece ha spiegato a Roma Today che «A prescindere che non esiste uno studio professionale associato non discuto la funzione del Presidente della Commissione, è giusto che faccia tutti gli accertamenti. Dico solo che sembra un attacco politico, mentre il compito di Colabello è di garanzia. Le pratiche di Menna? Solo una, il 23 giugno, data antecedente alla sua nomina. Le mie sono dieci. Le altre risalgono a febbraio, quindi in un tempo lontano dalle elezioni«.
Salamone ha inoltre precisato: «Menna divideva una stanza. Ognuno paga il suo affitto e le sue utenze, le partite Iva sono separate. Nel 2011 volevamo creare uno studio associato di professionisti. Ma il progetto non è mai partito perchè, in sostanza, non c’era compatibilità tra noi. La targa con il logo, preciso mai registrato, è rimasta. Una volta eletto mi sono dimenticato di toglierla. Non c’ho pensato, non sono così malizioso. Non pensavo ci fosse un conflitto di interessi, considerando che prima di candidarmi il Tuel l’ho letto».
L’assessore e il consigliere che non si conoscono
Nella seduta precedente Salamone ha negato di essere socio dell’attività mentre l’assessore Menna ha dichiarato che i soci dello studio sono solo due eppure sul sito si fa riferimento a quattro membri e sula targa esposta all’esterno ci sono i nomi di quattro persone (A. M., Fabrizio Salamone, M. O., Michele Menna).
Inoltre in Commissione Menna avrebbe dichiarato di “non conoscere Salamone” e che presso gli uffici municipali non sono in itinere pratiche riconducibili al suo studio o alla sua persona, ma il Segretario Generale del Comune ha chiesto al Direttore del Municipio di provvedere a verificare la fondatezza di tali affermazioni.
Non solo: il 19 settembre, proprio nel giorno in cui il segretario generale ordina al direttore del XIV municipio di avviare un’indagine interna, l’assessore Menna va dal notaio e vende tutte le quote dello studio: amministratore unico e detentore dell’80% della società è diventata sua moglie Anna Minutolo.
Mentre il restante 20 risulta intestato al di lei padre, nonchè suocero dell’assessore.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
E’ IL CANDIDATO FAVORITO DEL CENTRODESTRA PER L’ELISEO: “IL MIO PAESE DEVE RITROVARE IL SUO PESO PER LA LEADERSHIP UE”
Se si votasse oggi, Alain Juppè avrebbe davanti un’autostrada per l’Eliseo.
L’ex premier, 71 anni, è il favorito all’elezione presidenziale di maggio e secondo i sondaggi dovrebbe vincere tra um nese le primarie per la candidatura del centrodestra. “Nulla è scontato” avverte Juppè togliendosi subito la giacca per rispondere alle domande nel suo quartier generale di boulevard Raspail.
Sindaco di Bordeaux, incarna una destra moderata, ha una lunga esperienza di governo, a capo di un esecutivo durante la presidenza di Jacques Chirac, più volte ministro.
Nel 2004 era stato costretto a fare una parentesi dalla politica dopo una condanna per alcuni incarichi fittizi al partito. Poi è tornato, e quasi fuori tempo massimo ora punta al vertice dello Stato con uno slogan diametralmente opposto alla visione del suo principale rivale, Nicolas Sarkozy.
Lei vuole promuovere in Francia un'”identità felice”. È un obiettivo più che una constatazione?
“Ovviamente non ho l’ingenuità di pensare che la Francia navighi nella felicità . Oggi è un Paese in grave difficoltà economica, la disoccupazione resta a livelli troppo alti. C’è una crisi politica, il potere non è più credibile, le ultime dichiarazioni di Franà§ois Hollande in un libro dal titolo eloquente (“Un Presidente non dovrebbe dire queste cose”, ndr.) hanno sminuito ancora di più la funzione presidenziale. L’immagine internazionale del nostro Paese è profondamente degradata”.
La Francia va male?
“È così, ma il ruolo di un responsabile politico non è trasmettere un messaggio di pessimismo, di declinismo. Voglio esprimere fiducia, ottimismo. Mi sono prefissato questo obiettivo creando un dibattito, e ora persino i vescovi francesi hanno espresso una visione simile alla mia”.
I programmi dei candidati alle primarie si assomigliano in molti punti. Cosa la differenzia davvero da Sarkozy?
“Credo che le differenze non sfuggano a nessuno. L’elezione si giocherà molto sulla personalità , peserà la fiducia nel candidato, si valuterà la sua stoffa da uomo di Stato”.
Si considera il candidato con più chance di battere Marine Le Pen?
“Sì, oggi sarei davanti a Le Pen al primo turno e potrei batterla con un largo vantaggio al secondo turno. Forse è un argomento che può far riflettere gli elettori che temono l’arrivo al potere del Front National”.
La accusano di non essere sufficientemente duro con l’islamismo radicale, tollerando ad esempio il velo.
“Il velo non è l’islamismo radicale! Guardate sui marciapiedi quante donne lo portano. Non si possono varare leggi che non potranno essere applicate. Sono contro tutto ciò che sminuisce la donna, come il burkini che considero umiliante. Ma sono temi che devono essere affrontati in modo globale, senza brandire ogni volta una nuova legge”.
Crede al rischio di una guerra civile in Francia?
“Sento parlare di scontro di civiltà . Bisogna fare attenzione, non cadiamo nell’isteria. Ci vuole sangue freddo. Tutti gli studi mostrano che la maggioranza dei musulmani francesi è pronta a rispettare le leggi della Rèpublique”.
Dopo il Brexit, qual è il suo messaggio ai britannici?
“Avete fatto una scelta, e noi la rispetteremo. Non è possibile essere fuori e dentro l’Europa. Non si tratta di punire la Gran Bretagna, solo di essere coerenti. La Francia manterrà una cooperazione bilaterale molto stretta con Londra, in particolare sul piano militare. Per il resto, bisogna procedere spediti”.
Sulla difesa comune europea è possibile avanzare?
“I britannici sono sempre stati ostili all’idea di un maggior coordinamento e di un quartier generale comune. Adesso le cose si stanno finalmente muovendo. I Paesi interessati a una cooperazione rafforzata sul piano militare li conosciamo: Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Svezia”.
L’Ue attraversa una grave crisi. Come pensa di superarla?
“Immaginare che ogni Paese possa fare da sè è disastroso. Rischiamo di diventare Stati vassalli della Russia, della Cina e di altri ancora. Dobbiamo ritrovare la consapevolezza del nostro destino comune”.
Da Berlino a Budapest non è più la stessa Europa?
“Se qualche Paese non vuole condividere gli stessi valori, è libero di farlo. Non possiamo costringerlo. L’Europa a più velocità è già una realtà , ad esempio con lo spazio Schengen e l’eurozona”.
Cosa pensa del triumvirato tra Angela Merkel, Hollande e Matteo Renzi?
“La voce della Francia oggi non pesa più, su molti negoziati siamo stati lasciati ai margini. Dobbiamo ritrovare la nostra forza e credibilità , facendo riforme serie come quella delle pensioni e del mercato del lavoro. Solo quando saremo tornati alla pari con la Germania potremmo allargare la leadership europea ad altri”.
Sull’immigrazione Renzi accusa l’Ue di non aiutare abbastanza l’Italia. Se fosse all’Eliseo, quale solidarietà sarebbe pronto a dare?
“Sono favorevole a una maggiore solidarietà con l’Italia ma solo se verranno rafforzati i controlli alle frontiere e se ci saranno accordi per poter rimandare i migranti illegali nei Paesi africani. Da mesi cerchiamo di ottenere una risoluzione dell’Onu per intervenire direttamente sulle coste libiche. Occorre insistere”.
Il piano per la redistribuzione dei rifugiati nell’Ue è un fallimento. Che cosa ne pensa?
“Se non riusciremo a controllare davvero le frontiere europee non potremo mai convincere gli altri Paesi ad aprire i propri confini”.
Come risolvere il problema di Calais?
“È una situazione che non è più tollerabile. La prima cosa da fare è rompere gli accordi del Touquet (che mettono i controlli doganali britannici sulla costa francese, ndr.). La selezione delle persone che la Gran Bretagna vuole o non vuole non dev’essere fatta sul nostro territorio”.
Lei era ministro degli Esteri quando la Francia guidò l’intervento in Libia. Fu un errore?
“È facile dirlo oggi. Se non fossimo intervenuti in Libia avremmo avuto a Tripoli un altro Bashar al Assad con magari 400mila vittime. Gheddafi era pronto a massacrare civili a Bengasi. L’errore semmai è non aver accompagnato la transizione, con una vera missione dell’Onu”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
PROGETTO FILIPPIDE E’ UN GRUPPO AMATO NELLA CAPITALE, SEGUE UN CENTINAIO DI RAGAZZI CON AUTISMO… “I SERVIZI SOCIALI SONO BLOCCATI, DOV’E’ L’ASSESSORE?”
Ci risiamo. Lo sport è per tutti, basta avere i soldi. 
Il Progetto Filippide, l’associazione senza fini di lucro che svolge attività di allenamento e preparazione a competizioni sportive, con soggetti affetti da autismo e sindromi rare correlate, ogni anno si ritrova a interrogarsi sul proprio futuro.
Ma soprattutto sul futuro dei ragazzi e delle ragazze, circa un centinaio, che ogni giorno frequentano le strutture sportive romane e di altre città , seguiti da anni da volontari con competenze specifiche per queste disabilità .
Da luglio i responsabili dell’associazione hanno chiesto al Campidoglio i finanziamenti per andare avanti in questa attività che utilizza lo sport come strumenti di assistenza alle famiglie e integrazione di giovani e adulti che altrimenti resterebbero confinati dentro casa o emarginati da una società che spesso non è pronta ad accoglierli.
La questione Filippide è arrivata fino in Parlamento dove la deputata Paola Coccia ha denunciato: “Dove stanno andando le politiche sociali della città di Roma, qual è il futuro per lo sport e il sociale di questa città ? Sono circa 100 i ragazzi autistici e con sindrome di Down di Roma che da luglio attendono risposte dal comune sui fondi, non ancora erogati, per permettere loro di fare sport gratuitamente grazie al Progetto Filippide presente anche in altre città d’Italia. Un ringraziamento ai volontari e alle volontarie che in queste settimane si sono sostituiti gratuitamente e hanno permesso a questi ragazzi di fare comunque sport continuando il Progetto Filippide, almeno fino alla fine di questo mese.”
“Ma il punto – conclude Coccia – è anche un altro: i servizi sociali di questa città sono bloccati, dov’è l’assessore? C’è in questo Paese un diritto di fare sport per tutti? Noi pensiamo di sì, pensiamo che i ragazzi e le ragazze, soprattutto quelle che hanno più bisogno di una risposta da parte della società , possano avere facilità nella pratica sportiva”.
Quasi come se, passate le Paralimpiadi, ci si dimenticasse di quanto lo sport sia fondamentale per tutti, in particolare per i disabili, che spesso in questo tipo di attività trovano la forza di andare avanti.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
SOSPESE DAL COCOCO DOPO UNA RIUNIONE CON I FATTORINI SUI PROBLEMI CONTRATTUALI DELL’AZIENDA CHE CONSEGNA CIBO A DOMICILIO
“Di fatto sì, siamo state licenziate al telefono per aver partecipato ad un incontro pubblico”. Hanno deciso di parlare, Ilaria e Ambra, le due promoter di Foodora che si sono viste sospendere il contratto con una chiamata sul cellulare di pochi minuti e una notifica su WhatsApp.
E hanno deciso di raccontare la loro storia ilfattoquotidiano.it dopo settimane di silenzio assoluto: “Abbiamo deciso col nostro avvocato di non rilasciare dichiarazioni nei giorni scorsi”. Avvocato? “Sì, perchè nel frattempo ci siamo mosse per vie legali: è l’unica cosa che potevamo fare per veder rispettati i nostri diritti“.
A farsi portavoce delle due promoter è Ilaria, 29enne torinese laureata in antropologia ed esperta di cultura indiana.
Con Foodora, l’azienda tedesca che si occupa della consegna di cibo a domicilio attraverso fattorini-ciclisti, collabora dal novembre del 2015.
“La mia passione è la ricerca, ma per sopravvivere do ripetizioni e faccio la barista. Quello come promoter di Foodora — spiega — era insomma il terzo lavoro: precario, ma comunque utile per arrotondare”.
Viene assunta con un cococo (contratto di collaborazione coordinata e continuativa): paga oraria lorda di 5,60 euro, “ma a volte con alcuni turni speciali si arrivava fino a 7 euro netti”.
Il suo compito? Fare volantinaggio, pubblicizzare offerte e promozioni. “Quando andava bene, riuscivo a fare anche 90 ore al mese e pagarmi l’affitto”.
Il rapporto con l’azienda s’incrina a partire da settembre. I rider cominciano a discutere, in modo sempre più insistente, sulle richieste secondo loro inappropriate avanzate da Foodora ai collaboratori.
E anche alcuni promoter si lasciano coinvolgere nel dibattito. “Il punto è che a noi sembrava che il nostro lavoro fosse di tipo subordinato, e dunque incompatibile col nostro contratto”.
Alla prima riunione, giovedì 29 settembre, partecipa solo Ambra. “Il nostro responsabile — dice Ilaria — l’ha saputo subito: e ha pensato che oltre ad Ambra ci fossi anche io, visto che siamo le due più adulte nel gruppo delle promoter e che siamo molto legate tra noi”.
Poi, la sera del 6 ottobre, le due amiche vanno insieme all’assemblea incriminata. “Ma assemblea è un termine che non rende bene l’idea”, ci tiene a precisare Ilaria.
“Induce a pensare a qualcosa di ufficiale, rimanda a una logica prettamente sindacale che non è appropriata al caso. Di fatto, si è trattato piuttosto di un incontro libero, a cui abbiamo partecipato senza alcuna sigla di rappresentanza e senza neppure un logo di Foodora. Ci siamo semplicemente ritrovati in un luogo pubblico, aperto a tutti, nel cortile della Cavallerizza, uno spazio culturale nel centro di Torino”.
Di lì a poche ore, però, perderanno il lavoro. “Ambra era rimasta a dormire da me, quella notte. La mattina — racconta Ilaria — veniamo svegliate dal suo shyftplacellulare che squilla. È il nostro responsabile, che le comunica come da quel momento, stando ad una direttiva arrivata dal quartier generale di Milano, lei non faccia più parte di Foodora”.
Mentre cercano di realizzare, scoprono che i loro due profili sono stati cancellati da Shyftplan, l’applicazione tramite la quale i collaboratori dell’azienda prenotano i loro turni di lavoro.
Di lì a pochi minuti, l’ulteriore conferma: “Sì, è a quel punto che ci arriva la notifica della nostra rimozione dal gruppo WhatsApp delle promoter. Il tutto, tra l’altro, senza che io ricevessi alcuna comunicazione diretta. Ed è per questo motivo — continua Ilaria — che ho deciso di chiamare io il nostro responsabile”.
L’esito della chiamata, però, è disastroso. “I toni si sono accesi, lui mi ha detto che in fondo era contento di essersi liberato di noi. E ha aggiunto che non avevamo alcun diritto di partecipare a quell’incontro pubblico, anche in virtù del fatto che le condizioni di noi promoter sono comunque migliori di quelle che vivono i rider”. Licenziamento via telefono, insomma.
E quando si fa notare alle due ragazze che l’azienda ha già smentito questa ricostruzione, Ilaria reagisce: “Abbiamo le prove di quanto diciamo. E siamo pronte a mostrare gli screenshot della nostra rimozione dai gruppi”.
Immediata, a quel punto, matura nelle due ragazze l’idea di rivolgersi ad un avvocato. “Per ora — dicono — preferiamo non entrare nei dettagli della nostra iniziativa legale. Ma possiamo rivelare che contestiamo sia le nostre precedenti condizioni di lavoro, sia ovviamente le modalità del nostro licenziamento”.
In ogni caso non puntano al reintegro. “Come potremmo tornare a collaborare con Foodora? Temiamo ripercussioni. E poi anche le nostre colleghe promoter non ci hanno mostrato una grande solidarietà ”.
Rancori personali? “No — spiega Ilaria — In parte capiamo la loro reazione. Sono tutte più giovani di noi due. Al contrario, dimostrazioni di vicinanza ci sono arrivate dai rider, che continuano a protestare e almeno un po’ sappiamo che lo fanno anche per noi”.
Nel frattempo Cgil, Cisl e Uil Torino hanno diffuso una nota congiunta in cui “appoggiano le iniziative di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di Foodora, ritenendo inaccettabili le condizioni imposte dall’azienda”, e chiedono “l’apertura di un tavolo di confronto vero, volto a migliorare le condizioni dei lavoratori di Foodora, affrontando il problema del cottimo, dell’introduzione di una paga oraria dignitosa, del superamento delle attuali modalità di controllo a distanza, del ‘capolarato digitale’, del riconoscimento delle spese di manutenzione di tutti gli strumenti di lavoro”.
L’azienda, che stando a quanto detto mercoledì dal ministro Maria Elena Boschi è ora oggetto di un’ispezione del ministero del Lavoro, ha diffuso un comunicato in cui si difende dalle critiche sottolineando che “sta operando nel pieno rispetto della vigente normativa” e “in aggiunta al compenso economico per le consegne dei rider versa regolarmente i contributi e i premi assicurativi, rispettivamente all’Inps e all’Inail, a copertura in caso di ricovero ospedaliero, maternità e infortuni sul lavoro, e i contributi previdenziali”.
Tuttavia, aggiunge, dal primo novembre “allineerà il compenso per ordine in entrambe le città nelle quali è presente, incrementandolo a 4 euro lordi a consegna.
Secondo il dato storico, i rider consegnano in media almeno 2 ordini ogni ora, pari ad un compenso medio di 8 euro lordi (7,20 euro netti) ogni ora, superiore rispetto allo schema remunerativo orario precedente (5,60 euro lordi all’ora)”.
L’azienda ha inoltre “stipulato un’ulteriore assicurazione integrativa per tutti i danni a terze parti durante l’attività ” e “sottoscritto alcune convenzioni per la manutenzione delle biciclette (50% di sconto sul listino presso le officine convenzionate) a beneficio dell’intera flotta”.
Valerio Valentini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
I GIUDICI DI GENOVA DANNO TORTO AL FIGLIO DI LETIZIA CHE AVEVA CITATO PER DIFFAMAZIONE IL FORNITORE CHE LAMENTAVA I MANCATI PAGAMENTI
Gabriele Moratti non pagò tutti i lavori di allestimento della cosiddetta “Bat-casa”. Vale a dire, il
lussuoso spazio di 447 metri quadri in via Ajraghi 30 che il figlio dell’ex sindaca Letizia Moratti nel 2009 trasformò da edificio industriale in abitazione, senza i necessari permessi urbanistici e senza corrispondere le cifre dovute.
A ribadire che Moratti junior “trattenne l’importo di euro 127.579 oltre la garanzia del 10 percento sull’intera opera” di allestimento domotico è una sentenza del Tribunale civile di Genova.
Il giudice Daniela Canepa lo scorso 14 ottobre ha infatti respinto un ricorso di Gabriele Moratti, che aveva citato in giudizio per diffamazione Gian Matteo Pavanello, titolare della società che ha realizzato impianti tecnologici nella casa di via Ajraghi.
Pavanello in più occasioni pubbliche – compresa un’intervista a Repubblica del 14 aprile 2011 – aveva lamentato il fatto che Moratti non gli aveva versato quanto dovuto per l’installazione di impianti luci, audio e di automazione.
Il giudice genovese ha riconosciuto che nei sistemi installati vi fossero “difetti quantificati in euro 20mila”, rimarcando come in nome di questi Moratti si sia rifiutato di pagare al fornitore oltre 127mila euro.
Per il Tribunale quindi, quando Pavanello denunciava pubblicamente di non essere stato pagato fino in fondo, “si limitava a riferire di un rapporto contrattuale effettivamente intercorso fra le parti”.
La sentenza condanna Moratti a rifondere 5mila euro come spese di giudizio.
Fu proprio una causa civile intentata a Milano da Pavanello nel 2010 a rendere pubblica l’esistenza della Bat-casa, che ospitava un poligono di tiro (riprodotto sulla base di un film di Batman), una piscina con ponte levatoio, tre forni, una cantina climatizzata per i vini, la sala fitness con vasca idromassaggio, il bagno turco, la botola motorizzata che portava a un bunker sotterraneo.
Nel 2010 la procura di Milano aprì anche fascicolo per gli abusi edilizi, e Gabriele Moratti nel 2013 patteggiò una pena a 6 mesi, convertiti in 49mila euro di multa. L’accordo con l’allora procuratore aggiunto Alfredo Robledo – che contestava al figlio dell’ex sindaca i reati di abuso edilizio e falso ideologico – fu ratificato dal gup Stefania Donadeo.
Per il cambio di destinazione d’uso senza autorizzazioni finirono nei guai anche il progettista della casa, l’esecutore dei lavori e il tecnico istruttore del procedimento amministrativo presso lo sportello unico per l’edilizia in Comune.
Come denunciato in un’interrogazione a Palazzo Marino da Basilio Rizzo, allora consigliere di opposizione, “i controlli da parte dell’amministrazione sull’immobile sono stati a dir poco carenti”.
Quando nel 2010 i vigili si recarono in via Ajraghi, registrarono “l’impossibilità di accedere allo stabile per mancanza del proprietario”.
I tecnici comunali riuscirono a entrare solo due mesi dopo. Qualcuno aveva nascosto gli elementi che facevano della struttura un’abitazione.
Moratti jr si impegnò con la procura a ripristinare le condizioni originali nell’immobile.
(da “La Repubblica”)
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