Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
ORA UNO NEGA DI CONOSCERE L’ALTRO… L’ALTRO AMMETTE MA DICE CHE NON SONO ASSOCIATI… L’ASSESSORE INVECE VA DAL NOTAIO E INTESTA LO STUDIO ALLA MOGLIE… ACCADE AL MUNICIPIO MONTEMARIO A ROMA
Nel Municipio XIV due politici M5S sono anche soci di studio: si tratta dell’Assessore ai Lavori Pubblici e
Urbanistica Michele Menna e del consigliere municipale Fabrizio Salamone, che però riveste anche il ruolo di Presidente della Commissione Lavori Pubblici del Municipio.
Ieri è andata in scena la Commissione Trasparenza, dove il presidente Julian Colabello (PD) è andato all’attacco. E dove però i 5 Stelle non si sono presentati a parte Salamone.
Colabella racconta su Facebook: «Ho portato le carte, 55 procedure in corso (una a settimana dall’inizio dell’anno) dei quattro professionisti riconducibili allo studio, una a diretta firma dell’assessore, più di 20 a nome del Presidente della Commissione Lavori pubblici con carta intestata dello stesso studio, dichiarazioni imbarazzanti durante la Commissione e poi tutto il gruppo 5 stelle che lascia la commissione denunciando un presunto attacco politico (con minacce di querele nei miei confronti, attendo fiducioso) abbandonando da solo in Commissione il Presidente della Lavori Pubblici, che va dato atto è stato l’unico a rimanere, al suo destino. Scelta comunque non felice perchè poi si incarta depositando un documento in cui scrive testualmente ” la targa ed il logo A+4 che uso non è legata affatto allo studio Apiu4 stprl ma non è altro che un’immagine ideata solo per individuare fisicamente lo studio tecnico di cui divido le spese di affitto con altri professionisti…”.
E chi sono questi professionisti? Quelli dello Studio A+4!».
Campagna in effetti dovrebbe essere impegnato in tutt’altro, ovvero a risolvere il problema delle ludoteche e dei centri anziani che chiudono in zona. Salamone invece ha spiegato a Roma Today che «A prescindere che non esiste uno studio professionale associato non discuto la funzione del Presidente della Commissione, è giusto che faccia tutti gli accertamenti. Dico solo che sembra un attacco politico, mentre il compito di Colabello è di garanzia. Le pratiche di Menna? Solo una, il 23 giugno, data antecedente alla sua nomina. Le mie sono dieci. Le altre risalgono a febbraio, quindi in un tempo lontano dalle elezioni«.
Salamone ha inoltre precisato: «Menna divideva una stanza. Ognuno paga il suo affitto e le sue utenze, le partite Iva sono separate. Nel 2011 volevamo creare uno studio associato di professionisti. Ma il progetto non è mai partito perchè, in sostanza, non c’era compatibilità tra noi. La targa con il logo, preciso mai registrato, è rimasta. Una volta eletto mi sono dimenticato di toglierla. Non c’ho pensato, non sono così malizioso. Non pensavo ci fosse un conflitto di interessi, considerando che prima di candidarmi il Tuel l’ho letto».
L’assessore e il consigliere che non si conoscono
Nella seduta precedente Salamone ha negato di essere socio dell’attività mentre l’assessore Menna ha dichiarato che i soci dello studio sono solo due eppure sul sito si fa riferimento a quattro membri e sula targa esposta all’esterno ci sono i nomi di quattro persone (A. M., Fabrizio Salamone, M. O., Michele Menna).
Inoltre in Commissione Menna avrebbe dichiarato di “non conoscere Salamone” e che presso gli uffici municipali non sono in itinere pratiche riconducibili al suo studio o alla sua persona, ma il Segretario Generale del Comune ha chiesto al Direttore del Municipio di provvedere a verificare la fondatezza di tali affermazioni.
Non solo: il 19 settembre, proprio nel giorno in cui il segretario generale ordina al direttore del XIV municipio di avviare un’indagine interna, l’assessore Menna va dal notaio e vende tutte le quote dello studio: amministratore unico e detentore dell’80% della società è diventata sua moglie Anna Minutolo.
Mentre il restante 20 risulta intestato al di lei padre, nonchè suocero dell’assessore.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
E’ IL CANDIDATO FAVORITO DEL CENTRODESTRA PER L’ELISEO: “IL MIO PAESE DEVE RITROVARE IL SUO PESO PER LA LEADERSHIP UE”
Se si votasse oggi, Alain Juppè avrebbe davanti un’autostrada per l’Eliseo.
L’ex premier, 71 anni, è il favorito all’elezione presidenziale di maggio e secondo i sondaggi dovrebbe vincere tra um nese le primarie per la candidatura del centrodestra. “Nulla è scontato” avverte Juppè togliendosi subito la giacca per rispondere alle domande nel suo quartier generale di boulevard Raspail.
Sindaco di Bordeaux, incarna una destra moderata, ha una lunga esperienza di governo, a capo di un esecutivo durante la presidenza di Jacques Chirac, più volte ministro.
Nel 2004 era stato costretto a fare una parentesi dalla politica dopo una condanna per alcuni incarichi fittizi al partito. Poi è tornato, e quasi fuori tempo massimo ora punta al vertice dello Stato con uno slogan diametralmente opposto alla visione del suo principale rivale, Nicolas Sarkozy.
Lei vuole promuovere in Francia un'”identità felice”. È un obiettivo più che una constatazione?
“Ovviamente non ho l’ingenuità di pensare che la Francia navighi nella felicità . Oggi è un Paese in grave difficoltà economica, la disoccupazione resta a livelli troppo alti. C’è una crisi politica, il potere non è più credibile, le ultime dichiarazioni di Franà§ois Hollande in un libro dal titolo eloquente (“Un Presidente non dovrebbe dire queste cose”, ndr.) hanno sminuito ancora di più la funzione presidenziale. L’immagine internazionale del nostro Paese è profondamente degradata”.
La Francia va male?
“È così, ma il ruolo di un responsabile politico non è trasmettere un messaggio di pessimismo, di declinismo. Voglio esprimere fiducia, ottimismo. Mi sono prefissato questo obiettivo creando un dibattito, e ora persino i vescovi francesi hanno espresso una visione simile alla mia”.
I programmi dei candidati alle primarie si assomigliano in molti punti. Cosa la differenzia davvero da Sarkozy?
“Credo che le differenze non sfuggano a nessuno. L’elezione si giocherà molto sulla personalità , peserà la fiducia nel candidato, si valuterà la sua stoffa da uomo di Stato”.
Si considera il candidato con più chance di battere Marine Le Pen?
“Sì, oggi sarei davanti a Le Pen al primo turno e potrei batterla con un largo vantaggio al secondo turno. Forse è un argomento che può far riflettere gli elettori che temono l’arrivo al potere del Front National”.
La accusano di non essere sufficientemente duro con l’islamismo radicale, tollerando ad esempio il velo.
“Il velo non è l’islamismo radicale! Guardate sui marciapiedi quante donne lo portano. Non si possono varare leggi che non potranno essere applicate. Sono contro tutto ciò che sminuisce la donna, come il burkini che considero umiliante. Ma sono temi che devono essere affrontati in modo globale, senza brandire ogni volta una nuova legge”.
Crede al rischio di una guerra civile in Francia?
“Sento parlare di scontro di civiltà . Bisogna fare attenzione, non cadiamo nell’isteria. Ci vuole sangue freddo. Tutti gli studi mostrano che la maggioranza dei musulmani francesi è pronta a rispettare le leggi della Rèpublique”.
Dopo il Brexit, qual è il suo messaggio ai britannici?
“Avete fatto una scelta, e noi la rispetteremo. Non è possibile essere fuori e dentro l’Europa. Non si tratta di punire la Gran Bretagna, solo di essere coerenti. La Francia manterrà una cooperazione bilaterale molto stretta con Londra, in particolare sul piano militare. Per il resto, bisogna procedere spediti”.
Sulla difesa comune europea è possibile avanzare?
“I britannici sono sempre stati ostili all’idea di un maggior coordinamento e di un quartier generale comune. Adesso le cose si stanno finalmente muovendo. I Paesi interessati a una cooperazione rafforzata sul piano militare li conosciamo: Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia, Svezia”.
L’Ue attraversa una grave crisi. Come pensa di superarla?
“Immaginare che ogni Paese possa fare da sè è disastroso. Rischiamo di diventare Stati vassalli della Russia, della Cina e di altri ancora. Dobbiamo ritrovare la consapevolezza del nostro destino comune”.
Da Berlino a Budapest non è più la stessa Europa?
“Se qualche Paese non vuole condividere gli stessi valori, è libero di farlo. Non possiamo costringerlo. L’Europa a più velocità è già una realtà , ad esempio con lo spazio Schengen e l’eurozona”.
Cosa pensa del triumvirato tra Angela Merkel, Hollande e Matteo Renzi?
“La voce della Francia oggi non pesa più, su molti negoziati siamo stati lasciati ai margini. Dobbiamo ritrovare la nostra forza e credibilità , facendo riforme serie come quella delle pensioni e del mercato del lavoro. Solo quando saremo tornati alla pari con la Germania potremmo allargare la leadership europea ad altri”.
Sull’immigrazione Renzi accusa l’Ue di non aiutare abbastanza l’Italia. Se fosse all’Eliseo, quale solidarietà sarebbe pronto a dare?
“Sono favorevole a una maggiore solidarietà con l’Italia ma solo se verranno rafforzati i controlli alle frontiere e se ci saranno accordi per poter rimandare i migranti illegali nei Paesi africani. Da mesi cerchiamo di ottenere una risoluzione dell’Onu per intervenire direttamente sulle coste libiche. Occorre insistere”.
Il piano per la redistribuzione dei rifugiati nell’Ue è un fallimento. Che cosa ne pensa?
“Se non riusciremo a controllare davvero le frontiere europee non potremo mai convincere gli altri Paesi ad aprire i propri confini”.
Come risolvere il problema di Calais?
“È una situazione che non è più tollerabile. La prima cosa da fare è rompere gli accordi del Touquet (che mettono i controlli doganali britannici sulla costa francese, ndr.). La selezione delle persone che la Gran Bretagna vuole o non vuole non dev’essere fatta sul nostro territorio”.
Lei era ministro degli Esteri quando la Francia guidò l’intervento in Libia. Fu un errore?
“È facile dirlo oggi. Se non fossimo intervenuti in Libia avremmo avuto a Tripoli un altro Bashar al Assad con magari 400mila vittime. Gheddafi era pronto a massacrare civili a Bengasi. L’errore semmai è non aver accompagnato la transizione, con una vera missione dell’Onu”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
PROGETTO FILIPPIDE E’ UN GRUPPO AMATO NELLA CAPITALE, SEGUE UN CENTINAIO DI RAGAZZI CON AUTISMO… “I SERVIZI SOCIALI SONO BLOCCATI, DOV’E’ L’ASSESSORE?”
Ci risiamo. Lo sport è per tutti, basta avere i soldi. 
Il Progetto Filippide, l’associazione senza fini di lucro che svolge attività di allenamento e preparazione a competizioni sportive, con soggetti affetti da autismo e sindromi rare correlate, ogni anno si ritrova a interrogarsi sul proprio futuro.
Ma soprattutto sul futuro dei ragazzi e delle ragazze, circa un centinaio, che ogni giorno frequentano le strutture sportive romane e di altre città , seguiti da anni da volontari con competenze specifiche per queste disabilità .
Da luglio i responsabili dell’associazione hanno chiesto al Campidoglio i finanziamenti per andare avanti in questa attività che utilizza lo sport come strumenti di assistenza alle famiglie e integrazione di giovani e adulti che altrimenti resterebbero confinati dentro casa o emarginati da una società che spesso non è pronta ad accoglierli.
La questione Filippide è arrivata fino in Parlamento dove la deputata Paola Coccia ha denunciato: “Dove stanno andando le politiche sociali della città di Roma, qual è il futuro per lo sport e il sociale di questa città ? Sono circa 100 i ragazzi autistici e con sindrome di Down di Roma che da luglio attendono risposte dal comune sui fondi, non ancora erogati, per permettere loro di fare sport gratuitamente grazie al Progetto Filippide presente anche in altre città d’Italia. Un ringraziamento ai volontari e alle volontarie che in queste settimane si sono sostituiti gratuitamente e hanno permesso a questi ragazzi di fare comunque sport continuando il Progetto Filippide, almeno fino alla fine di questo mese.”
“Ma il punto – conclude Coccia – è anche un altro: i servizi sociali di questa città sono bloccati, dov’è l’assessore? C’è in questo Paese un diritto di fare sport per tutti? Noi pensiamo di sì, pensiamo che i ragazzi e le ragazze, soprattutto quelle che hanno più bisogno di una risposta da parte della società , possano avere facilità nella pratica sportiva”.
Quasi come se, passate le Paralimpiadi, ci si dimenticasse di quanto lo sport sia fondamentale per tutti, in particolare per i disabili, che spesso in questo tipo di attività trovano la forza di andare avanti.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
SOSPESE DAL COCOCO DOPO UNA RIUNIONE CON I FATTORINI SUI PROBLEMI CONTRATTUALI DELL’AZIENDA CHE CONSEGNA CIBO A DOMICILIO
“Di fatto sì, siamo state licenziate al telefono per aver partecipato ad un incontro pubblico”. Hanno deciso di parlare, Ilaria e Ambra, le due promoter di Foodora che si sono viste sospendere il contratto con una chiamata sul cellulare di pochi minuti e una notifica su WhatsApp.
E hanno deciso di raccontare la loro storia ilfattoquotidiano.it dopo settimane di silenzio assoluto: “Abbiamo deciso col nostro avvocato di non rilasciare dichiarazioni nei giorni scorsi”. Avvocato? “Sì, perchè nel frattempo ci siamo mosse per vie legali: è l’unica cosa che potevamo fare per veder rispettati i nostri diritti“.
A farsi portavoce delle due promoter è Ilaria, 29enne torinese laureata in antropologia ed esperta di cultura indiana.
Con Foodora, l’azienda tedesca che si occupa della consegna di cibo a domicilio attraverso fattorini-ciclisti, collabora dal novembre del 2015.
“La mia passione è la ricerca, ma per sopravvivere do ripetizioni e faccio la barista. Quello come promoter di Foodora — spiega — era insomma il terzo lavoro: precario, ma comunque utile per arrotondare”.
Viene assunta con un cococo (contratto di collaborazione coordinata e continuativa): paga oraria lorda di 5,60 euro, “ma a volte con alcuni turni speciali si arrivava fino a 7 euro netti”.
Il suo compito? Fare volantinaggio, pubblicizzare offerte e promozioni. “Quando andava bene, riuscivo a fare anche 90 ore al mese e pagarmi l’affitto”.
Il rapporto con l’azienda s’incrina a partire da settembre. I rider cominciano a discutere, in modo sempre più insistente, sulle richieste secondo loro inappropriate avanzate da Foodora ai collaboratori.
E anche alcuni promoter si lasciano coinvolgere nel dibattito. “Il punto è che a noi sembrava che il nostro lavoro fosse di tipo subordinato, e dunque incompatibile col nostro contratto”.
Alla prima riunione, giovedì 29 settembre, partecipa solo Ambra. “Il nostro responsabile — dice Ilaria — l’ha saputo subito: e ha pensato che oltre ad Ambra ci fossi anche io, visto che siamo le due più adulte nel gruppo delle promoter e che siamo molto legate tra noi”.
Poi, la sera del 6 ottobre, le due amiche vanno insieme all’assemblea incriminata. “Ma assemblea è un termine che non rende bene l’idea”, ci tiene a precisare Ilaria.
“Induce a pensare a qualcosa di ufficiale, rimanda a una logica prettamente sindacale che non è appropriata al caso. Di fatto, si è trattato piuttosto di un incontro libero, a cui abbiamo partecipato senza alcuna sigla di rappresentanza e senza neppure un logo di Foodora. Ci siamo semplicemente ritrovati in un luogo pubblico, aperto a tutti, nel cortile della Cavallerizza, uno spazio culturale nel centro di Torino”.
Di lì a poche ore, però, perderanno il lavoro. “Ambra era rimasta a dormire da me, quella notte. La mattina — racconta Ilaria — veniamo svegliate dal suo shyftplacellulare che squilla. È il nostro responsabile, che le comunica come da quel momento, stando ad una direttiva arrivata dal quartier generale di Milano, lei non faccia più parte di Foodora”.
Mentre cercano di realizzare, scoprono che i loro due profili sono stati cancellati da Shyftplan, l’applicazione tramite la quale i collaboratori dell’azienda prenotano i loro turni di lavoro.
Di lì a pochi minuti, l’ulteriore conferma: “Sì, è a quel punto che ci arriva la notifica della nostra rimozione dal gruppo WhatsApp delle promoter. Il tutto, tra l’altro, senza che io ricevessi alcuna comunicazione diretta. Ed è per questo motivo — continua Ilaria — che ho deciso di chiamare io il nostro responsabile”.
L’esito della chiamata, però, è disastroso. “I toni si sono accesi, lui mi ha detto che in fondo era contento di essersi liberato di noi. E ha aggiunto che non avevamo alcun diritto di partecipare a quell’incontro pubblico, anche in virtù del fatto che le condizioni di noi promoter sono comunque migliori di quelle che vivono i rider”. Licenziamento via telefono, insomma.
E quando si fa notare alle due ragazze che l’azienda ha già smentito questa ricostruzione, Ilaria reagisce: “Abbiamo le prove di quanto diciamo. E siamo pronte a mostrare gli screenshot della nostra rimozione dai gruppi”.
Immediata, a quel punto, matura nelle due ragazze l’idea di rivolgersi ad un avvocato. “Per ora — dicono — preferiamo non entrare nei dettagli della nostra iniziativa legale. Ma possiamo rivelare che contestiamo sia le nostre precedenti condizioni di lavoro, sia ovviamente le modalità del nostro licenziamento”.
In ogni caso non puntano al reintegro. “Come potremmo tornare a collaborare con Foodora? Temiamo ripercussioni. E poi anche le nostre colleghe promoter non ci hanno mostrato una grande solidarietà ”.
Rancori personali? “No — spiega Ilaria — In parte capiamo la loro reazione. Sono tutte più giovani di noi due. Al contrario, dimostrazioni di vicinanza ci sono arrivate dai rider, che continuano a protestare e almeno un po’ sappiamo che lo fanno anche per noi”.
Nel frattempo Cgil, Cisl e Uil Torino hanno diffuso una nota congiunta in cui “appoggiano le iniziative di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori di Foodora, ritenendo inaccettabili le condizioni imposte dall’azienda”, e chiedono “l’apertura di un tavolo di confronto vero, volto a migliorare le condizioni dei lavoratori di Foodora, affrontando il problema del cottimo, dell’introduzione di una paga oraria dignitosa, del superamento delle attuali modalità di controllo a distanza, del ‘capolarato digitale’, del riconoscimento delle spese di manutenzione di tutti gli strumenti di lavoro”.
L’azienda, che stando a quanto detto mercoledì dal ministro Maria Elena Boschi è ora oggetto di un’ispezione del ministero del Lavoro, ha diffuso un comunicato in cui si difende dalle critiche sottolineando che “sta operando nel pieno rispetto della vigente normativa” e “in aggiunta al compenso economico per le consegne dei rider versa regolarmente i contributi e i premi assicurativi, rispettivamente all’Inps e all’Inail, a copertura in caso di ricovero ospedaliero, maternità e infortuni sul lavoro, e i contributi previdenziali”.
Tuttavia, aggiunge, dal primo novembre “allineerà il compenso per ordine in entrambe le città nelle quali è presente, incrementandolo a 4 euro lordi a consegna.
Secondo il dato storico, i rider consegnano in media almeno 2 ordini ogni ora, pari ad un compenso medio di 8 euro lordi (7,20 euro netti) ogni ora, superiore rispetto allo schema remunerativo orario precedente (5,60 euro lordi all’ora)”.
L’azienda ha inoltre “stipulato un’ulteriore assicurazione integrativa per tutti i danni a terze parti durante l’attività ” e “sottoscritto alcune convenzioni per la manutenzione delle biciclette (50% di sconto sul listino presso le officine convenzionate) a beneficio dell’intera flotta”.
Valerio Valentini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
I GIUDICI DI GENOVA DANNO TORTO AL FIGLIO DI LETIZIA CHE AVEVA CITATO PER DIFFAMAZIONE IL FORNITORE CHE LAMENTAVA I MANCATI PAGAMENTI
Gabriele Moratti non pagò tutti i lavori di allestimento della cosiddetta “Bat-casa”. Vale a dire, il
lussuoso spazio di 447 metri quadri in via Ajraghi 30 che il figlio dell’ex sindaca Letizia Moratti nel 2009 trasformò da edificio industriale in abitazione, senza i necessari permessi urbanistici e senza corrispondere le cifre dovute.
A ribadire che Moratti junior “trattenne l’importo di euro 127.579 oltre la garanzia del 10 percento sull’intera opera” di allestimento domotico è una sentenza del Tribunale civile di Genova.
Il giudice Daniela Canepa lo scorso 14 ottobre ha infatti respinto un ricorso di Gabriele Moratti, che aveva citato in giudizio per diffamazione Gian Matteo Pavanello, titolare della società che ha realizzato impianti tecnologici nella casa di via Ajraghi.
Pavanello in più occasioni pubbliche – compresa un’intervista a Repubblica del 14 aprile 2011 – aveva lamentato il fatto che Moratti non gli aveva versato quanto dovuto per l’installazione di impianti luci, audio e di automazione.
Il giudice genovese ha riconosciuto che nei sistemi installati vi fossero “difetti quantificati in euro 20mila”, rimarcando come in nome di questi Moratti si sia rifiutato di pagare al fornitore oltre 127mila euro.
Per il Tribunale quindi, quando Pavanello denunciava pubblicamente di non essere stato pagato fino in fondo, “si limitava a riferire di un rapporto contrattuale effettivamente intercorso fra le parti”.
La sentenza condanna Moratti a rifondere 5mila euro come spese di giudizio.
Fu proprio una causa civile intentata a Milano da Pavanello nel 2010 a rendere pubblica l’esistenza della Bat-casa, che ospitava un poligono di tiro (riprodotto sulla base di un film di Batman), una piscina con ponte levatoio, tre forni, una cantina climatizzata per i vini, la sala fitness con vasca idromassaggio, il bagno turco, la botola motorizzata che portava a un bunker sotterraneo.
Nel 2010 la procura di Milano aprì anche fascicolo per gli abusi edilizi, e Gabriele Moratti nel 2013 patteggiò una pena a 6 mesi, convertiti in 49mila euro di multa. L’accordo con l’allora procuratore aggiunto Alfredo Robledo – che contestava al figlio dell’ex sindaca i reati di abuso edilizio e falso ideologico – fu ratificato dal gup Stefania Donadeo.
Per il cambio di destinazione d’uso senza autorizzazioni finirono nei guai anche il progettista della casa, l’esecutore dei lavori e il tecnico istruttore del procedimento amministrativo presso lo sportello unico per l’edilizia in Comune.
Come denunciato in un’interrogazione a Palazzo Marino da Basilio Rizzo, allora consigliere di opposizione, “i controlli da parte dell’amministrazione sull’immobile sono stati a dir poco carenti”.
Quando nel 2010 i vigili si recarono in via Ajraghi, registrarono “l’impossibilità di accedere allo stabile per mancanza del proprietario”.
I tecnici comunali riuscirono a entrare solo due mesi dopo. Qualcuno aveva nascosto gli elementi che facevano della struttura un’abitazione.
Moratti jr si impegnò con la procura a ripristinare le condizioni originali nell’immobile.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile
IL TITOLARE DELLA DITTA: “SIAMO STATI ABBANDONATI DA TUTTI”… ALTRE OTTO DITTE ITALIANE NON HANNO VISTO UN EURO DAI RUSSI….MA PERCHE’ NON MANDANO SALVINI E LA MELONI A INCATENARSI PER PROTESTA AL CREMLINO?
A mezzogiorno del Primo maggio 2015 Alessandro Cesca, titolare della Sech Costruzioni Metalliche spa di Refrontolo (Treviso), abbraccia uno per uno tutti i suoi operai: hanno finito a tempo di record il loro cantiere al padiglione della Russia, quando nessuno ci avrebbe scommesso un euro.
Il 17 ottobre, invece, è da solo quando legge la sentenza del Tribunale di Treviso che accoglie l’istanza dei fornitori e decreta il fallimento dell’azienda, dopo una storia di oltre quarant’anni.
Dal momento più alto a quello più basso della sua vita di imprenditore sono passati 535 giorni.
Un anno e mezzo scarso in cui ha lottato contro i mulini a vento, perchè quei lavori all’Expo la Russia non li ha mai pagati.
Un credito di oltre 400 mila euro mai riscosso perchè il committente, tale Rvs Holding Srl, appaltatore di RT-Expo Srl (le due società che gestivano la partecipazione della Russia all’Expo milanese), aveva sollevato una serie di “non conformità ” al termine del cantiere.
Nonostante il Ctu del Tribunale di Milano non avesse riscontrato alcun problema. Quei 400 mila euro non incassati si sono fatti sentire, eccome, perchè hanno aperto la crisi di liquidità che ha portato al crac della Sech Costruzioni.
«Nessuno ci ha aiutati, e si è innescata la catena che sta portando alla distruzione di tutto il nostro sistema di imprese: i clienti non mi pagano, io non riesco a pagare i fornitori» ha spiegato Cesca «può capitare a tutti, è la fine del Nordest».
La Sech Costruzioni era in buona (si fa per dire) compagnia.
Altre otto imprese italiane vantavano crediti dalla Federazione Russa per i lavori eseguiti al padiglione dell’Expo: Catena Services, Coiver Contract, Ges. Co. Mont, Idealstile, Elios Ambiente, Mia Infissi, Vivai Mandelli, Sforazzini.
Qualcuno si è accontentato di portare a casa il 20 o 30 per cento dell’importo, altri — tra cui la Sech — hanno scelto di adire le vie legali, denunciando i russi al Tribunale di Milano.
Beffa nella beffa: la prima sentenza sulla vicenda è in arrivo a dicembre. Quando il capannone della Sech, una quarantina di operai al massimo dello splendore, sarà già stato svuotato anche della polvere.
«Ci siamo ritrovati a lottare contro tutto e tutti» denuncia ancora il titolare «nessuno del mondo della politica si è adoperato per darci una mano, figuratevi cosa possiamo fare noi contro un gigante come la Russia. Sì, ci sarà una sentenza tra un paio di mesi, ma anche se fosse favorevole, credete che quei soldi li vedremo? Intanto io sono stato costretto a chiudere tutto, gli operai sono a casa, e domani nessuno di noi sa cosa farà ».
Gli fa ancora più male, oggi, riguardare le foto dei lavori completati negli anni scorsi. I tornelli dello stadio di San Siro, a Milano.
Il museo del tappeto a Baku in Azerbaijan, la stazione di Porta Susa a Torino, la sede di Luxottica ad Agordo.
Il padiglione russo con quello strano specchio sopra la testa: l’inizio della fine.
La Sech qualche anno fa aveva comprato il capannone di un altro gigante che in zona aveva chiuso i battenti, Indesit, e aveva assunto alcuni operai rimasti a casa.
Era il 2013, e l’assessore regionale veneto Elena Donazzan, giunta Zaia, aveva parlato di «imprenditori eroi».
«Me lo ricordo», dice oggi Cesca, «ma da quel giorno siamo rimasti soli».
Andrea De Polo
(da “La Stampa”)
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Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARERE SUL CAPOSEGRETERIA MAI PUBBLICATO DALLA RAGGI… UNO STIPENDIO PASSATO DA 39.000 EURO A 93.000 EURO… SCOPPIA ANCHE IL CASO DEL CAPO DI GABINETTO UGUCCIONI, EX SEGRETARIO GENERALE DEL COMUNE DI BOLOGNA: NEL 2012 IL M5S LO ACCUSO’ PER L’ACQUISTO DI UNA POLTRONA DI LUSSO DA 1.609 EURO
Ancora guai per Virginia Raggi. A riaccendere le braci spunta il parere dell’Autorità anticorruzione sul
capo della segreteria Salvatore Romeo.
Parere rimasto nel cassetto a lungo e ora pubblicato dall’agenzia AdnKronos.
A differenza del parere sull’ex capo di gabinetto Carla Raineri, pubblicato sulla pagina Facebook della sindaca e in seguito al quale l’ex magistrato della Corte dei Conti si è dimessa, di quello su Romeo – fedelissimo della Raggi — non c’era traccia nonostante anche Roberta Lombardi ne avesse sollecitato la pubblicazione in nome della trasparenza.
Per quanto criptico il parere dell’Anac sembra delineare profili di illegittimità attorno alla nomina del capo della segreteria.
Si torna così a discutere del ‘raggio magico’.
La richiesta all’Anac, avanzata dalla stessa Raggi sulla nomina di Romeo, riguardava la possibilità di ricorrere allo strumento dell’assunzione per personale già dipendente del Comune di Roma, come nel caso del neo capo della segreteria, e se in tal caso si potesse corrispondere un trattamento parametrato a quello dirigenziale.
Cantone, in una risposta di due pagine inviata il 7 settembre ma protocollata dal gabinetto del sindaco soltanto il 29 settembre, spiega che è necessario andare a vedere il regolamento interno al Comune ma in Campidoglio una regola siffatta non esiste. Tanto che qualcuno in Campidoglio, ispirandosi a quanto fatto a Firenze dal sindaco renziano Dario Nardella, aveva pensato a una modifica ad hoc del Regolamento, modifica mai apportata per evitare che venisse letta come una legge ad personam.
Cantone invita tuttavia ad adottare, nella retribuzione di tali contratti a tempo determinato, “criteri di ragionevolezza e buon andamento”.
E in un Comune dove la casse piangono, uno stipendio prima triplicato, poi sforbiciato ma comunque aumentato di più del doppio, il contratto di Romeo sembra stridere con i criteri indicati dal capo dell’Anticorruzione.
Lo stipendio di Romeo infatti era lievitato fino a triplicare: da 39mila euro l’anno era passato a circa 110mila, tra le polemiche di attivisti e consiglieri M5S sul piede di guerra.
Dopo il parere dell’Anticorruzione, la sua retribuzione è stata sforbiciata da 110 a 93mila euro, ma, rispetto al passato quando Romeo incassava poco meno di 40mila euro, ad oggi risulta comunque aumentata del 138%.
Ma le polemiche potrebbero non finire qui.
A creare imbarazzo ci sarebbe anche il nome individuato per guidare il gabinetto di Palazzo Senatorio: Luca Uguccioni, 50 anni, avvocato anche lui, torinese di nascita ma pesarese d’adozione, fino a oggi segretario generale nell’amministrazione Pd di Virginio Merola, dove però era dimissionario.
Nel 2012 è finito al centro di un’accesa polemica, sollevata dai 5 stelle emiliani, per l’acquisto con denaro pubblico di una lussuosa poltrona modello “Aeron Posturefit” del costo di 1609 euro.
“Raggi mi è piaciuta moltissimo – dice Uguccioni – diventare capo di gabinetto sarebbe il sogno di una vita”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile
UNIONI CIVILI PER AIUTARE I CLANDESTINI, L’ULTIMA BUFALA DEL NULLAFACENTE PADANO
Matteo Salvini ha denunciato su Facebook il fatto che la legge sulle Unioni Civili aiuterebbe i clandestini a non essere espulsi.
A dimostrarlo, secondo il leader della Lega Nord ci sarebbe una sentenza della Corte di Cassazione che ha annullato un’ordinanza di espulsione emessa dal Tribunale di sorveglianza di Torino nei confronti di un cittadino straniero riconoscendo il suo diritto a rimanere in Italia perchè convivente con una donna italiana.
La notizia è stata pubblicata oggi sul Sole 24 Ore e fa riferimento alla sentenza della Corte di Cassazione numero 44182 del 27 giugno 2016 nella quale viene accolto il ricorso di un giovane di 28 anni che era stato raggiungo da provvedimento di espulsione da parte del magistrato di sorveglianza di Cuneo, in data 4 novembre 2014 e che aveva già tentato di opporsi alla misura di respingimento che era stata rigettata dal Tribunale di sorveglianza di Torino il 3 dicembre 2014.
Curiosamente nè nell’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore nè nel testo della sentenza si fa riferimento alla nazionalità del ricorrente, si sa solo che è un cittadino extracomunitario privo di permesso di soggiorno (nel senso che il permesso di soggiorno potrebbe essere stato revocato in seguito alla sentenza di condanna e non perchè entrato illegalmente qualche giorno fa) e che ha un cognome “arabo”, viene quindi il dubbio che Salvini stia utilizzando l’appellativo “magrebino” in modo dispregiativo e discriminatorio (magari per suggerire anche un certo tipo di appartenenza religiosa che Salvini si guarda bene dall’indicare visto che non la conosce) e non per fare riferimento ad una precisa provenienza geografica.
Dalla lettura della sentenza si evince che il 28enne stava scontando, al momento della notifica del procedimento di espulsione a causa di una sentenza di condanna per la quale rimanevano da scontare due anni di reclusione (si tratta quindi di un pregiudicato) e quindi in forza di questa sentenza della Corte Costituzionale poteva essere allontanato dal nostro paese come misura alternativa alla detenzione. Abderrazah Z.ha però impugnato l’ordinanza in forza del diritto, già sancito dall’art. 19 d. lgs 286/1998 (Testo Unico sull’immigrazione), che prevede che non sia consentito il respingimento di uno straniero “conviventi con parenti entro il quarto grado o con il coniuge, di nazionalità italiana”.
Il 28enne, che per quanto ne sappiamo e per quanto dice il già citato Testo unico sull’immigrazione potrebbe essere già stato espulso (dal momento che il ricorso non sospende la misura di espulsione), ha sostenuto invece di convivere more uxorio con una cittadina italiana.
Nella fattispecie la Corte ha riconosciuto che il ricorrente ha pienamente e compiutamente documentato di vivere da tempo in Italia con il suo nucleo familiare originario ed in particolare di convivere more uxorio con cittadina italiana.
Questo significa che la coppia non era già convivente da prima dell’approvazione della legge sulle Unioni Civili e che questo non è un “trucco” dell’ultimo minuto. Naturalmente fino all’approvazione della legge sulle Unioni Civili (che disciplina anche le unioni civili tra persone eterosessuali) questo genere di convivenza non avrebbe avuto valore per impedire il respingimento (ed infatti il ricorso era stato rigettato) ma la Corte di Cassazione rileva che il nuovo assetto normativo costituisce una condizione ostativa (ovvero un impedimento) all’applicazione del respingimento e ha deciso di annullare la sentenza del Tribunale di sorveglianza di Torino alla luce del seguente principio di diritto: la convivenza dello straniero con una cittadina italiana riconosciuta con “contratto di convivenza” disciplinato dalla legge 20 maggio 2016, n. 76 è ostativa alla espulsione a titolo di misura alternativa alla detenzione di cui all’art. 19 co. 2 lett. c) d. lgs. 286/1998 e tale causa ostativa deve essere valutata se sussistente o meno al momento in cui l’espulsione viene messa in esecuzione.
La decisione quindi torna nelle mani del Tribunale di sorveglianza che dovrà decidere quale misura restrittiva applicare al 28enne.
Occorre infine far notare che Salvini quando dice che la legge sulle Unioni Civili salva i clandestini si dimentica che prima invece le cose funzionavano nello stesso modo, solo che non veniva considerata questa forma di convivenza (la cittadinanza italiana non viene concessa automaticamente dopo il matrimonio ma solo dopo un certo periodo di tempo).
In secondo luogo Salvini si chiede «Ma come fa un magrebino, delinquente e clandestino, ad avere l’idea di fare (e a pagarsi) un ricorso alla Corte di Cassazione???»
Sembra quasi che il Capitano voglia suggerire che c’è qualcuno che paga (o paka) i ricorsi dei delinquenti clandestini in modo da favorire l’invasione del nostro Paese. Una domanda che mira a sollevare il sospetto che questi ricorsi siano pagati con soldi “sporchi” e che ad informare i clandestini ci siano chissà quali think tank (forse i Bilderberg? oppure le lobby omosessuali?).
In realtà basta saper leggere un po’ di italiano e avere un avvocato che conosca il Testo unico sull’immigrazione per capire che anche il provvedimento di espulsione è appellabile.
Quello che è certo è che ci sono anche altre due cose che non servono ad espellere i clandestini: la Lega Nord e la ruspa di Salvini (per tacere di quando la Lega firmò il regolamento di Dublino oppure varò la legge sulla redistribuzione dei profughi).
(da “NextQuotidiano“)
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Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile
SCOPPIA IL CASO DEL CONFLITTO DI INTERESSE DEL PARLAMENTARE GIROLAMO PISANO
L’anno scorso si sparse la voce che il Governo voleva introdurre una tassa sui condizionatori e da parte
di Lega Nord e MoVimento 5 Stelle ci fu una vera e propria levata di scudi contro il balzello voluto da Renzi per mettere le mani nelle tasche degli italiani ma in realtà il bollino (più o meno simile a quello per il controllo annuale delle caldaie) riguardava impianti di grandi dimensioni per il condizionamento di ambienti particolarmente grandi.
Fa sorridere quindi che a proporre una tassa sugli ascensori sia stato qualche giorno fa proprio un deputato del MoVimento, Girolamo Pisano, la cui famiglia guarda caso è anche titolare di un’azienda che fabbrica ascensori.
L’episodio è avvenuto qualche giorno fa in Commissione attività produttive alla Camera dove era in corso l’audizione del di alcuni rappresentanti dell’INAIL, nell’ambito dell’esame dello “Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante modifiche al regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 aprile 1999, n. 162, per l’attuazione della direttiva 2014/33/UE relativa agli ascensori ed ai componenti di sicurezza degli ascensori nonchè per l’esercizio degli ascensori (Atto n. 335)“.
Si è parlato a quanto pare anche della tassa sugli ascensori, che come quella sui condizionatori ha causato parecchio trambusto tra chi sosteneva che sarebbe costata più della TASI e il MISE che spiegava che quella tassa non c’era e che si trattava solo di controlli ordinari relativi agli impianti installati prima del 1999.
Indovinate chi all’epoca denunciava la nuova tassa che sarebbe costata almeno 350 euro a famiglia?
Esatto, proprio Beppe Grillo che dal blog lanciava l’allarme contro l’ennesima tassa imposta da Renzi e dal suo Governo non eletto dal popolo.
Quella tassa in realtà non c’era, e i controlli non riguardavano tutte le famiglie o tutti gli edifici dove era installato un ascensore; ma c’è di più: qualche tempo dopo il Consiglio dei Ministri approvava uno schema di regolamento in materia di ascensori che non conteneva la tanto contestata (da Confedilizia in primis) norma che prevedeva interventi di verifica e aggiornamento degli impianti antecedenti al 1999 (norma che come ho spiegato recepiva una direttiva della Commissione Europea).
A fine settembre quel Decreto è stato assegnato alle Commissioni di Camera e Senato ed è proprio quello il motivo per cui se ne è parlato in Commissione martedì scorso. Stupisce quindi, vista l’opposizione di Beppe Grillo alla “tassa sugli ascensori” che il deputato Pisano, che non fa parte della Commissione, sia più volte intervenuto per sollecitare la necessità di una norma che imponga l’aggiornamento tecnologico degli impianti di sollevamento installanti all’interno degli edifici e per far chiedere al relatore «Come valutate, alla luce delle nuove normative, la situazione di rischio negli impianti esistenti anche alla luce del fatto che voi dovreste essere all’interno della commissione Uni?»
Domanda alla quale Michele De Mattia, dirigente Inail, ha risposto spiegando che: «C’è già una norma per questo, quindi il livello di sicurezza è già stabilito all’interno di questa».
Per di più il dirigente ha ricordato che un’eventuale aggiornamento della norma è compito che spetta al legislatore e non all’INAIL.
Conflitto d’interessi? Si potrebbe pensare a qualcosa del genere: in fondo la tassa sugli ascensori darebbe sicuramente una mano alle aziende produttrici di impianti di sollevamento, tra queste anche la ditta di famiglia di Pisano ne trarrebbe un indubbio beneficio, ma la legge in materia lo esclude.
Schizofrenia? Anche su questo punto ci sarebbe da discutere: da una parte abbiamo Grillo che invita i suoi a protestare contro l’imposizione di una tassa “ingiusta” (anche se i controlli sugli impianti dovrebbero essere cosa dovuta) dall’altra abbiamo un deputato che, in virtù di conoscenze specifiche e interessi “particolari”, si mobilita per farla introdurre.
Sulla pagina Facebook del portavoce pentastellato alcuni attivisti chiedono conto dell’insolito attivismo di Pisano in materia di ascensori, lui risponde spiegando quali sono i suoi diritti di parlamentare, nella fattispecie di partecipare ai lavori delle commissioni (vero) e rimarcando come il conflitto d’interesse non sussista perchè esiste solo per le cariche amministrative che possono decidere su appalti e spese e non per quelle politiche.
E qui si sbaglia in parte perchè è vero che con la Legge Frattini del 2004 vengono esclusi i parlamentari ma la nuova legge sul conflitto di interesse approvata a febbraio alla Camera (con il voto contrario del MoVimento) e in questi giorni all’esame in Senato (quindi non ancora in vigore) prevede che il conflitto di interesse possa sussistere anche per quanto riguarda i titolari di cariche politiche ovvero:
a) i titolari di cariche di governo nazionali: il Presidente del Consiglio dei ministri, i vicepresidenti del Consiglio dei ministri, i ministri, i vice ministri, i sottosegretari di Stato e i commissari straordinari del Governo di cui all’articolo 11 della legge 23 agosto 1988, n. 400;
b) i titolari di cariche di governo regionali: i presidenti delle regioni e delle province autonome e i componenti delle giunte regionali e delle province autonome
c) i membri del Parlamento;
d) i consiglieri regionali.
Tutta la polemica della “tassa sull’ascensore” fu una trovata mediatica di Confedilizia (che Pisano individua come mandante del trafiletto su Libero a proposito del suo interesse “particolare”) e a domandare più controlli (non più tasse) era una direttiva europea.
Peccato che Pisano, senza dubbio molto esperto in tema di ascensori, non abbia aperto bocca quando Grillo suonava la carica contro la “tassa sugli ascensori” rilanciando proprio il comunicato di Confedilizia.
(da “NextQuotidiano“)
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