Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
“CI SONO TEMI CHE GIACCIONO DA MESI IN COMMISSIONE”… ANCHE NELLA STESSA LEGA VOCI CRITICHE SULL’IMMOBILISMO DI MARONI
Consiglio regionale fermo per venti giorni. Mancano provvedimenti della giunta da approvare. L’ultimo è stato per dichiarare la lotta ai cinghiali.
Salta anche la seduta di martedì 18 ottobre che doveva essere dedicata a fare il punto sul dopo Expo.
Lo stop è stato imposto dal centrodestra, in testa la Lega, nonostante le insistenze del presidente del Consiglio, Raffaele Cattaneo, che voleva convocare l’aula.
La denuncia arriva dal movimento Cinque stelle, ma è condivisa anche da altri gruppi dell’opposizione di centrosinistra al Pirellone come il Pd.
Nel frattempo, molti progetti di legge proposti dalla minoranza, dalla lotta al fenomeno del cyberbullismo all’utilizzo della cannabis a scopo terapeutico, giacciono da mesi nelle commissioni consiliari.
Ne ha dovuto prendere atto l’ufficio di presidenza dopo che l’ultima riunione dei capigruppo ha deciso di sospendere i lavori per almeno due settimane.
La prossima seduta, che però non è stata ancora convocata, dovrebbe tenersi martedì 25 ottobre. L’ultima riunione d’aula martedì scorso è stata dedicata interamente ai question time e alle mozioni.
“La giunta detta i temi e i tempi del nostro lavoro, ma se non arrivano proposte stiamo fermi – attacca il capogruppo grillino in Regione Gianmarco Corbetta – Se penso che all’ultima conferenza dei capigruppo il rappresentante della giunta ha dichiarato che la loro priorità era la lotta ai cinghiali, mi viene da ridere. Se non hanno nulla da proporre, almeno potrebbero discutere i nostri provvedimenti fermi nelle commissioni”.
Non fa sconti alla maggioranza nemmeno il consigliere regionale del Pd Fabio Pizzul che commenta: “Delle due l’una: o è evidente che questa maggioranza fa fatica a mettersi d’accordo, o la giunta presieduta da Roberto Maroni ha poche idee. Entrambe le questioni ci dicono di un sostanziale stato di stallo di questa giunta, che va avanti solo per inerzia e senza avere una visione della Lombardia”.
Dal centrodestra, risponde il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, che di recente, in diverse occasioni, non ha mancato di sollecitare lo stesso governatore, che fa parte del suo partito, a un cambio di passo. “Un momento di pausa può essere utile per il lavoro delle commissioni. Certo ci auguriamo che i provvedimenti più importanti arrivino quando si discuterà il bilancio”.
Sta di fatto che nelle 24 sedute che si sono svolte dall’inizio dell’anno, l’aula si è concentrata più su temi come la “tutela della lingua lombarda” che su argomenti di stampo sociale.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL CONI SI TOGLIE QUALCHE SASSOLINO DALLA SCARPA
«È stato non vero, non giusto, non serio sostenere che le Olimpiadi di Roma 2024 sarebbero state le
Olimpiadi del mattone»: così il presidente del Coni Giovanni Malago’ ai microfoni di `Radio anch’io sport’.
«Nel nostro programma non si prevedono costruzioni, l’unica cosa nuova sarebbe il villaggio degli atleti per 11mila giovani, che poi resterebbe costruito e utilizzabile per il polo universitario e l’ospedale di una certa zona di Roma».
«Ma se si optava per un’altra zona della città -ha proseguito Malagò- per noi sarebbe stato lo stesso, sempre mantenendo l’uso pubblico delle strutture. Di fatto non c’era nessun tipo di grande impianto o opera nuova da realizzare. Avremmo per esempio recuperato lo stadio Flaminio che è abbandonato, invece di costruirne uno nuovo» ha aggiunto il numero uno del Coni, o realizzato strutture smontabili.
Secondo il presidente del Coni non sono ancora maturi i tempi per un format organizzativo che però un giorno arriverà , cioè quello di far svolgere le Olimpiadi in più sedi e città .
«Oggi -ha poi detto Malagò in risposta a una domanda sulla possibilità di far svolgere i Giochi in più città – non è possibile, gli atleti vogliono stare insieme nel villaggio olimpico, vogliono partecipare alla cerimonia inaugurale, incontrarsi, e non stare a 600 km di distanza».
(da “La Stampa”)
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Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
STORICA SCONFITTA DELL’EX PATRON DI AIRONE: SFUMA UN AFFARE DI 7 MILIARDI
Non tutte le ciambelle riescono col buco. Nemmeno se ti chiami Carlo Toto e sei riuscito a piazzare una fallimentare AirOne all’Alitalia.
L’ex proprietario della compagnia low cost non è infatti riuscito ad ottenere l’ok dal ministero delle Infrastrutture (Mit) per alcune varianti sulle autostrade che gestisce in concessione: la A24 (Roma-Teramo) e la A25 (Torano-Chieti-Pescara).
E così non solo ha perso l’occasione di realizzare nuove opere infrastrutturali, ma anche di portare a casa corposi aumenti tariffari e un allungamento di 45 anni delle sue concessioni che andranno in scadenza nel 2030.
Del resto il piano era meritevole di attenzione visto che prevedeva di realizzare varianti autostradali al posto di opere di messa in sicurezza di una rete viaria che necessita interventi dopo il terremoto dell’Aquila.
Nel dettaglio, il progetto includeva la modifica dei due tratti in concessione per circa 30 chilometri e la realizzazione di 55 gallerie con un investimento che, secondo quanto riferisce il ministero, avrebbe potuto raggiungere i 6,9 miliardi.
L’operazione avrebbe anche avuto un discreto impatto occupazionale creando circa 20mila posti di lavoro. Ma avrebbe anche comportato dieci anni di lavori sulle strade che “uniscono nel cuore dell’Italia — il versante tirrenico a quello adriatico e sono immerse in un paesaggio distintivo e straordinario”, come ha evidenziato un’interrogazione al Mit del parlamentare Pd Ermete Realacci, tra i primi oppositori di Toto.
Per non parlare del fatto che avrebbe interessato sei parchi naturali e anche il massiccio del Gran Sasso.
Il progetto della Strada dei Parchi, la controllata della famiglia Toto che gestisce le concessioni, è sembrato eccessivo agli esperti del Mit che hanno richiesto invece un semplice “adeguamento sismico con la messa in sicurezza dei viadotti sul tracciato autostradale esistente” per un programma di spesa che non dovrebbe superare gli 1,2 miliardi di euro.
Ben poca cosa rispetto ai quasi sette miliardi di investimenti cui puntava Strada dei Parchi e che sarebbero finiti col pesare sulle casse dei contribuenti anche per effetto degli aumenti delle tariffe autostradali.
Certo gli incrementi non sono scongiurati, anche perchè la partita non sarà definitivamente conclusa finchè il Mit non approverà il piano di lavori per la messa in sicurezza delle due autostrade che Strada dei Parchi gestisce dal lontano 2001.
Toto del resto non è uno che molla e il business autostradale è certamente uno dei più redditizi per la sua famiglia che ha anche interessi nelle costruzioni di grandi opere, nelle rinnovabili, nei trasporti su rotaie e nel leasing aeronautico per un fatturato complessivo che sfiora i 250 milioni.
Per non parlare del fatto che le strade sono un vecchio amore di famiglia: la nascita dell’impero industriale di Toto risale infatti ad una piccola impresa fondata dal padre per rispondere alla richiesta di lavori in subappalto nella realizzazione delle autostrade.
Per Carlo, ultimo di tre figli, è un business interessante che cresce negli anni.
Il sogno del self made man di Chieti, classe 1944, viene però infranto da Tangentopoli: il nome di Toto finisce nelle carte di un processo per corruzione e tangenti assieme ad alcuni esponenti abruzzesi della Democrazia cristiana.
Per chiudere la partita nel 1995, l’imprenditore di Chieti patteggia undici mesi.
Un piccolo intoppo che tuttavia non blocca gli affari di Toto che, pochi mesi dopo, allarga il campo d’azione della sua Aliadriatica, una piccola società di Pescara specializzata in servizi di aerotaxi.
Inizia così l’avventura nei cieli italiani che porta alla creazione di AirOne, capace di contendere all’Alitalia la redditizia rotta Roma-Milano.
Ma i costi di gestione della compagnia aerea non sono certo quelli di una piccola impresa edile: Toto non fa bene i suoi conti e così AirOne rischia il collasso.
Per evitare il peggio entra in gioco Banca Intesa che, per salvare i crediti vantati con AirOne, orchestra, con l’ex amministratore delegato Corrado Passera, la cessione della compagnia all’Alitalia.
Con un salato conto per le tasche dei contribuenti. Gli stessi che vorrebbero poter viaggiare su autostrade sicure senza dover subire continui aumenti tariffari per gli investimenti dei concessionari.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
UN DUELLO RIPETITIVO CHE HA DELUSO LE ATTESE, CON POCHI SPRAZZI DI POLITICA VERA
Un duello segnato dalla ripetitività , banalizzato nelle parole, e che ha completamente mancato le attese
della vigilia.
Non ha segnato la fine di Trump, ferito dal “pussygate”, e dall’abbandono di parte della èlite Repubblicana. E Hillary ha certamente vinto ma senza riuscire appunto ad affondare una volta e per sempre l’avversario inchiodandolo al ruolo di odiatore delle donne.
Ha pesato forse su di lei il timore della spada di Damocle delle donne di Bill, che Trump aveva già sfoderato.
Abbiamo risentito così quasi nella stessa forma lo scambio di accuse sulle donne – quelle (numerose) insultate da Trump, e quelle (numerose) che Bill si è portato a letto. Abbiamo riascoltato il tiro incrociato di Hillary sull’evasione fiscale di Donald e di Donald sulle email cancellate di Hillary.
Abbiamo approfittato per farci un caffè mentre i due condivano le solite frasi con la solita retorica: Hillary che dice che i bambini americani hanno paura di Trump, e Trump che dice che lei ha preso i soldi delle corporation mentre lui invece ha pagato la campagna con i soldi suoi.
Di politica politica si possono ricordare solo un paio di vere prese di posizioni: la divisione sulla Russia (via Siria) è netta. E il tema è centrale nella definizione della presidenza americana.
Netta anche la divisione sulla Corte costituzionale – dove è vacante il posto di Antonin Scalia, grande conservatore – con Hillary critica di una Corte da lei considerata troppo lontana dai cittadini , e Trump impegnato invece a difendere l’eredità di Scalia.
Hillary ha certo vinto di nuovo, ma è apparsa stavolta così sicura da risultare spesso inutilmente presuntuosa.
E Trump ha fatto meglio della prima volta – sempre debole sui programmi e troppo aggressivo nel confronto (“Andrai in galera” ha urlato ad Hillary) ma convinto, ora che molti del partito lo abbandonano, a battersi fino in fondo.
Il clima generale della serata è però sintetizzato dalla frase che più abbiamo ascoltato da parte di entrambi: “Ho fatto un errore e me ne prendo tutta la responsabilità , ma…”. Prova del baco che si è inserito nella campagna elettorale americana, e la avvelena, e la mala coscienza che entrambi hanno di se stessi.
L’unica sorpresa arriva nel finale, e salva in parte questo dibattito (nonchè mesi) denso di avvilenti scambi di insulti.
La sorpresa arriva con la domanda di un cittadino abbastanza anziano e abbastanza sicuro di sè da rompere il clima della serata: “Riuscite a nominare almeno una cosa che apprezzate l’uno dell’altro?”
Clinton sorride, perde un po’ di tensione dalle spalle, e afferra l’occasione: “I suoi figli. Rispetto i suoi figli, e quello che sono dice molto di Donald”.
A Trump la risposta piace “Non so se era un complimento, ma lo prendo come tale, sono orgoglioso dei miei figli”. E afferra anche lui l’occasione: “Qualunque cosa si pensa di lei, dirò questo ‘She doesn’t quit, she doesn’t give up’ (Non lascia mai, non si arrende mai). È un buon tratto di carattere, che rispetto…”
E forse senza volerlo, o forse volendo, Trump conclude così il secondo dibattito con una alta nota “femminista” – la forza delle proprie intenzioni e del proprio impegno è di certo un forte orgoglio di tutte le donne di oggi, per non dire di Hillary.
Uno scambio breve, una pausa probabilmente solo temporanea nello scontro fra i due, e tuttavia una pausa, che ha confermato per altro l’efficacia combinata di un paio delle più consolidate formule della democrazia americana: il formato della democrazia diretta – le domande dei cittadini – e una conduzione giornalistica senza compiacenze
L’involucro in cui questo dibattito si è svolto è riuscito in effetti a tenere insieme, e riportare spesso con i piedi per terra, un confronto che prometteva di essere esplosivo, ed invece è stato piuttosto banale.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile
SECONDO I SONDAGGISTI DI FIVETHIRTYEIGHT LA CLINTON HA L’81,5% DI POSSIBILITA’ DI VITTORIA… MANCA UN SOLO DIBATTITO PRIMA DELL’8 NOVEMBRE
Un dibattito che inizia senza stretta di mano: nessuno dei due candidati ha voluto nascondere l’enorme distanza che li separa.
Un dibattito che si è avvicinato a tratti ad essere “incivile”, come lo hanno definito alcuni quotidiani americani, per le continue e pesanti accuse che sono volate da un lato all’altro del palco.
Il dibattito è avvenuto secondo la forma del town hall, in cui sono i cittadini comuni, oltre ai conduttori, a porre le domande ai candidati.
Da un punto di vista del contenuto politico, le novità sono state ben poche, mentre sono stati gli attacchi personali a dominare la scena per quasi tutto l’arco della serata.
Dopo essersi scusato per gli agghiaccianti commenti sulle donne pubblicati nei giorni scorsi dal Washington Post, qualificandoli come ‘chiacchiere da spogliatoio’, Trump ha avuto come obiettivo numero uno il rafforzamento del consenso tra i propri elettori.
Come farlo? Forse, tornando il Donald Trump di una volta, senza freni e all’attacco, a partire dallo scandalo delle mail che riguarda la Clinton: “Se fossi io al governo del paese, assegnerei un procuratore speciale ad indagare su di te, e tu saresti in carcere”. Una frase senza precedenti nella storia degli Stati Uniti, che probabilmente tende ad allontanare un elettorato moderato, ma che invece dà sfogo alla frustrazione dei tanti Trump supporters.
L’imprenditore newyorkese, scaricato nei giorni scorsi da importanti membri della leadership repubblicana, non si ferma qui, ridando voce alle accuse di molestie sessuale contro Bill Clinton, sostenendo che le tasse negli Stati Uniti sono le più alte al mondo e confermando di non aver pagato tasse federali per vent’anni (utilizzando un particolare sistema fiscale).
Donald Trump ha così deciso di rivolgersi allo zoccolo duro del sue elettorato, anti-establishment e rancoroso nei confronti dei Clinton e di Obama, anzichè puntare alla conquista di nuovi elettori: non dimentichiamoci che negli Stati Uniti è permesso il voto anticipato e, in alcuni stati, gli americani hanno già iniziato a recarsi alle urne. Nel 2012 il 31.6% degli elettori ha preferito votare prima dell’election day, e si prevede che quest’anno la percentuale salirà ancora.
Dall’altro lato, la prestazione della Clinton è stata inferiore a quella del primo dibattito, ma senza alcun errore di un certo peso: lo stretto necessario che l’ex Segretario di Stato era chiamata a fare per rimanere saldamente in testa.
Secondo un sondaggio di CNN proposto subito dopo il dibattito, i telespettatori hanno preferito la Clinton per il 57% e Trump per il 34%, anche se il 63% ritiene che Trump abbia migliorato la propria performance rispetto al primo dibattito.
Una situazione che, se da un lato rappresenta per Trump un contenimento dei danni, in qualche modo può rappresentare una doppia vittoria per la Clinton.
L’opzione di un Trump fuori dai giochi, dopo la buona prestazione di questa sera, è da scartare completamente.
Secondo FiveThirtyEight, un celebre sito americano di sondaggi, la Clinton ha oggi l’81,5% di probabilità di vincere le elezioni.
A 29 giorni dall’8 novembre, con un solo dibattito rimanente in programma, sembra che il risultato possa essere ribaltato solo grazie a un gigantesco colpo di scena.
Senza un asso nella manica, la corsa di the Donald alla Casa Bianca si profila davvero sulla via del tramonto.
Luca Tarell
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“LOTTI DOVREBBE CHIUDERSI IN CASA E NON USCIRE PIU'”…”IO HO CHIUSO L’IMPIANTO DI CERRONI, UTILIZZANDO LE STRUTTURE PUBBLICHE, LA PRIMA COSA CHE HA FATTO LA RAGGI E’ RIAPRIRLO, CHIEDETEVI PERCHE'”
Le parole più dure le usa per Matteo Orfini e Luca Lotti.
Il primo dovrebbe dimettersi, il secondo vergognarsi, rinchiudersi in casa e non uscire mai più. 
Ignazio Marino, ospite di In Mezz’ora per la sua prima intervista dopo l’assoluzione per i casi scontrini e Onlus, attacca a testa bassa i vertici del Pd renziano.
In primis, il commissario del partito romano: “Settecentomila romane e romani sono stati violentati da una sola persona”, che “non ha mai amministrato nulla, è stato eletto con una legge dichiarata incostituzionale”.
E poi: “Nominato commissario, ha chiuso i circoli, lasciato i debiti e portato il partito alla disfatta più grande della sinistra in questa città negli ultimi 30 anni. Cosa farebbe in un’azienda uno che combina questo disastro? Glielo dico io: dimettersi, invece resta attaccato con l’Attak alla poltrona”.
In tutto ciò “non sono caduto per la magistratura”, ha aggiunto Marino, ma “ho dovuto lasciare perchè Orfini ha convocato gli assessori” e “gli ha chiesto di andare dal notaio”
Su Luca Lotti, che in una recente intervista aveva attaccato Massimo D’Alema, l’ex sindaco di Roma ci va giù ancor più duramente: “Dovrebbe vergognarsi, tornare a casa, chiudersi dentro e non uscire mai più”, dice senza nominarlo ma riferendosi alla sua intervista nella quale affermava che D’Alema “è accecato dall’invidia per non aver ricevuto la poltroncina”.
“Trovo veramente disgustoso che si possa dire di un ex presidente del consiglio, di un ex ministro degli esteri, che fa questo per una poltroncina”, ha detto Marino.
A ben vedere, a ricevere meno critiche è stato il presidente del Consiglio Renzi: “Renzi ha allontanato un sindaco che stava facendo quello per cui lui all’inizio era piaciuto al Paese. Io credo che Renzi, scaltro e intelligente, abbia zero informazioni su Roma e sia stato molto mal consigliato. In un dialogo con me avrebbe capito e sarebbe stato uno dei miei più grandi sostenitori”, ha aggiunto Marino.
“E’ stato un anno duro, in cui mi sono sentito ferito e offeso. Per me conta l’onorabilità . Mi hanno mosso accuse violente. Le forze politiche hanno organizzato uno sbeffeggio a mio danno”, ha aggiunto parlando dei 12 mesi trascorsi.
Poi ha parlato della nuova prima cittadina, sottolineando che “una delle prime azioni della sindaca Raggi è stata chiedere la riapertura del tritovagliatore che trattava circa 100 tonnellate di rifiuti al giorno di rifiuti, di proprietà dell’avvocato Cerroni e affittato ad un altro privato”.
Però, aggiunge, “con la mia azione l’ho chiuso perchè ho reso più efficienti gli impianti pubblici, ma i privati perdevano 160mila euro al giorno”.
Ciononostante, “una delle prime azioni della sindaca Raggi è stata chiedere di riaprire quegli impianti”.
Quanto a una delle polemiche che hanno accompagnato la sua amministrazione, Marino sottolinea che in occasione dei funerali di Vittorio Casamonica, nell’estate del 2015, la responsabilità sul volo dell’elicottero che lanciò petali sul corteo funebre non era del Comune ma del Viminale e della Difesa.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
IN UNGHERIA E’ SEMPRE PIU’ REGIME: “NEPSZABADSAG” VENDUTO A UN OLIGARCA VICINO A ORBAN PER TAPPARE LA BOCCA ALL’UNICO GIORNALE CHE HA SMASCHERATO LA CORRUZIONE DEI MINISTRI
Chiude in Ungheria il quotidiano liberale Nepszabadsag, considerato la più autorevole voce critica del governo Orban.
La notizia è stata data all’improvviso dall’editore – il giornale era in edicola fino alla mattina dell’8 ottobre – che ha annunciato che da oggi, domenica 9 ottobre, il quotidiano non uscirà e che giornalisti e collaboratori sono licenziati.
L’editore, la società Mediaworks, filiale di un’impresa austriaca, Vienna Capital Partners (CVP) in una nota ha parlato di perdite permanenti del giornale, annunciando che intende sospendere la pubblicazione del Nepszabadsag fino all’elaborazione di un «nuovo modello economico» per risanare i conti.
In realtà il proprietario austriaco avrebbe venduto la filiale ungherese ad un oligarca vicino al premier Viktor Orban.
L’editore ha smentito, ma il colpo di mano sembra essere una conferma della notizia. La soppressione del giornale rappresenta un’ulteriore spallata alla libertà di stampa in Ungheria.
Manifestazioni di solidarietà si sono tenute sabato sera davanti al Parlamento, mentre il comitato di redazione ha avviato le trattative con l’editore per la ripresa delle pubblicazioni, chiedendo che la linea indipendente e professionale del quotidiano venga conservata.
I giornalisti del Nepszabadsag, con un lavoro di giornalismo investigativo, hanno sistematicamente pubblicato storie e reportage sulla corruzione dei ministri e della Banca nazionale e hanno smascherato soprusi del regime di Orban.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
PERCHE’ LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE NASCE VECCHIA
Fingiamo di credere che lo scontro referendario riguardi il merito della riforma costituzionale. 
Temo che il dibattito serio sul tema si sia concluso in Italia col fallimento della Bicamerale e il successivo ventennio di scatenato centralismo burocratico- ministeriale perfettamente condiviso da centrodestra e centrosinistra.
Ciò che stupisce nei discorsi dei duellanti è l’incapacità o la non volontà di esprimere con la dovuta chiarezza le proprie ragioni, il senso ultimo, non occasionale, non episodico, che le dovrebbe sostenere.
È evidente che nelle posizioni più consapevoli del “fronte del No”(e cioè nè in quelle che “mandiamo-a-casa-renzi- e-basta”, nè in quelle portatrici di una insostenibile “ostinazione conservatrice” in materia costituzionale) si agitano preoccupazioni storiche, politiche e culturali che travalicano da ogni parte il merito dell’attuale riformetta.
Preoccupazioni giustificatissime sullo stato di salute della nostra democrazia. Renzi e i suoi disegni vengono avversati in quanto sintomo e fattore insieme del malanno.
Ma nel far questo si cade in una loro incredibile sopravvalutazione!
Abolire doppia o tripla lettura delle leggi, qualche senatore e, chissà quando in via definitiva, le Province, per quanto nel modo più incasinato e dilettantesco, non sembra in sè spregevole, e d’altra parte ha ben poco o nulla a che fare con i problemi di fondo che il No dei “consapevoli” solleva.
È un No nei confronti di una sub-cultura politica e di un cattivo senso comune che va diffondendosi a vista d’occhio.
I tempi della politica sono inconciliabili con quelli dell’economia, della finanza e del libero scambio, assunti a exemplar.
La complessità è un male e va ridotta a ogni costo. Democrazia è sinonimo di procedure snelle e efficaci per giungere alla decisione; partecipazione e comunicazione sono problemi del web.
I Parlamenti tanto più funzionano quanto più si trasformano in anti-camere del Principe. I partiti politici sono creature preistoriche; contano i leader, la loro immagine, legittimata da sondaggi e Twitter.
I sindacati organizzino patronati e difendano, se son capaci, la merce-lavoro.
Nel No dei “consapevoli” suona il retro-pensiero che Renzi rappresenti tutto questo. Certo, non rappresenta l’opposto. E tantomeno lo rappresenta la riforma di cui si discute.
Ma presentarla come uno snodo decisivo su questo fronte è dar credito ai loro autori di una potenza e di una visione strategica che per fortuna son lungi dal possedere.
Questa cosiddetta riforma si colloca certamente nella prospettiva di chi ignora la gravità della crisi che la democrazia attraversa. Essa non si esprime soltanto nella debolezza dell’Esecutivo, in una “costituzione senza scettro”( come il sottoscritto con altri predicava quarant’anni fa), ma ancor più in quella del Parlamento.
La spasmodica ricerca di trasformarlo per quanto possibile in un’assemblea di nominati e cooptati da parte di chi sarà chiamato a formare il governo significa liquidarne la stessa ragione d’essere.
Il Parlamento nasce e si giustifica in quanto essenzialmente organo di controllo e espressione della sovranità del popolo.
Il rafforzamento dell’Esecutivo, in una riforma degna di questo nome, avrebbe dovuto combinarsi con un rafforzamento del Parlamento, della sua rappresentatività , del suo ruolo.
La stessa legge elettorale in discussione a tutto mirerà , siamone certi, fuorchè a questo fine
La subordinazione del Legislativo al Governo è prodotto della stessa cultura che vede partiti, sindacati, corpi intermedi come fastidiose sopravvivenze o una sorta di micro-stati nello Stato.
Per le attuali leadership ci sono soltanto il popolo e loro a rappresentarlo. Ma questo non è il popolo! È una moltitudine di individui, ciascuno coi propri più o meno legittimi appetiti, destinati perciò a “delegare” in bianco a chi comanda.
Il popolo è popolo quando si presenta come entità politica, giuridica, culturale, e cioè quando dà vita in sè e da sè a organismi che danno forma e voce alle forze, agli interessi, alle culture che lo costituiscono.
Altrimenti è una pura astrazione, oggetto di pure retoriche, in realtà semplicemente un insieme di sudditi.
Dunque, una vera riforma avrebbe dovuto rafforzare, anche nella Costituzione, il principio di sussidiarietà , la promozione di ogni forma di auto-organizzazione, regolare la vita democratica di partiti e sindacati
Da questo punto di vista, la riforma di cui si discute nasce stra-vecchia, anzi, come qualcuno ha detto, è una riforma postuma.
Parlamento ancora più debole, enti locali allo stremo, corpi intermedi ridotti a funzioni assistenziali: che vinca il Sì o il No nulla di questo quadro è destinato a cambiare.
Ed è altrettanto evidente che al di là della quasi-eliminazione del Senato l’attuale (tutto) ceto politico non sarebbe in grado di muovere un passo.
Teniamoci il topolino – e coloro che si oppongono non tanto a Renzi, per carità , quanto alla deriva culturale che ho sopra descritto, comincino a lavorare non per resistere-resistere-resistere, ma per innovare- innovare-innovare la nostra cara, e tutt’altro che vecchia, democrazia.
Massimo Cacciari
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“NON VOGLIO UN GOVERNO DEL CAPO”: DOMANI LO STRAPPO IN DIREZIONE
«È un anno che l’Italia mangia solo pane e riforme, ora basta». Pier Luigi Bersani ha deciso. Con sofferenza pari solo alla preoccupazione per il futuro del Paese l’ex segretario del Pd è rassegnato ad ufficializzare il suo No al referendum, domani in direzione nazionale: «Renzi proverà a stanarmi con una proposta sull’Italicum? Chiacchiere. Lo riteneva ottimo e perfetto, tanto che lo approvò con la fiducia. E ora non mi venga a dire che darà l’incarico a Zanda e Rosato di trovare un sistema migliore. Non mi si può raccontare che gli asini volano. Vediamo in direzione, ma io non mi aspetto nulla».
Uno strappo che il leader della minoranza considera inevitabile, non tanto per il merito di una riforma votata anche dalla sinistra dem, quanto per le prospettive politiche disegnate dal «combinato disposto» con l’Italicum.
È un Bersani deluso e turbato quello che alle 23 di venerdì era ancora lì a ragionare e a sfogarsi nel gremito Auditorium Sant’Ilario, durante un confronto con Giuliano Pisapia organizzato dall’associazione Alice: «Se parlo fuori è perchè nel Pd non si può. In un anno e mezzo non ho mai avuto occasione di discutere di riforme nel partito. E dire che un po’ ci capisco».
Si sente messo da parte, come D’Alema?
«Anche con me non sono andati per il sottile, sono stato trattato come un rottame. Non ho ragioni per difendere D’Alema, ma deve esserci un limite a questa cosa volgare del vecchio e nuovo, che riguarda le idee e i protagonisti di una stagione. Nell’Ulivo c’erano anche idiosincrasie e liti furibonde, ma perbacco c’era una cosa da tenere assieme e c’era il rispetto, tanto che D’Alema propose Veltroni segretario e Prodi presidente della Commissione europea».
Luca Lotti ha mancato di rispetto all’ex premier?
«Quando questo Lotti dice a D’Alema che è accecato dall’odio per una poltroncina va fuori dal seminato. C’è un limite, perchè se sei dove sei c’è sempre qualcuno che ti ci ha portato. Invece ora tutto quello che c’è prima è da sputarci su… Così vai a sbattere»
Davvero non pensa alla scissione?
«Noi abbiamo cercato di salvare il salvabile, ma a volte trattenersi è molto difficile. E anche adesso dico quel che dico perchè un pezzo del nostro popolo non vada via, restando vittima di cattivi pensieri. Non puoi sempre farti vedere con Marchionne e Polegato»
Non le basta che Renzi abbia spersonalizzato?
«Perchè riconoscesse l’errore c’è voluto Jim Messina, ma Jim Bettola glielo va dicendo da mesi gratis – scherza Bersani parafrasando il nome del guru americano con quello della sua cittadina di origine –. Tu che sei il premier non puoi dire al mondo che il tuo Paese è davanti al giudizio di Dio, sull’orlo di un abisso, perchè così dai adito a tutte le speculazioni. Perchè alzi la posta sulla Costituzione? È un precedente gravissimo. Abbassiamo i toni e rassicuriamo il mondo. È solo una cosa italo-italiana»
Per i renziani lei non parla del merito perchè ha già deciso di votare No.
«Riformiamo il Titolo V? Bene. Meno navetta tra le due Camere? Ottimo. Ma non stiamo cambiando il sistema, quindi voliamo basso, non carichiamo la molla spaccando l’Italia e il centrosinistra».
Non è esagerato l’allarme sulla tenuta democratica?
«È il tema prioritario, e la legge elettorale è la cartina di tornasole. Aver impugnato la Costituzione quasi in direzione di un meccanismo plebiscitario è consono a una semplificazione troppo drastica»
Però scusi, la riforma non cambia la forma di governo.
«Da sola no, ma in combinazione con la legge elettorale la cambia radicalmente. Si va verso il governo di un capo, che nomina sostanzialmente un Parlamento che decide tutto, anche con il 25% dei voti».
Se la riforma passa, potrà ridiscutere l’Italicum…
«Ci credo poco. In tutta Europa si cercano sistemi in grado di rappresentare quel magma che c’è, e noi ci inventiamo il governo del capo? C’è da farsi il segno della croce. Nella legge elettorale bisogna metterci dentro un po’ di proporzionale, invece che prendere tutta altra strada per sapere alla sera del voto chi comanda».
Ha già la testa al congresso del Pd?
«Al congresso sosterrò la tesi che non si può tenere assieme segretario e premier. Vorrei che il Pd si accorgesse dei rischi, separasse le funzioni e mettesse questo gesto a disposizione di un campo largo di centrosinistra».
E Alfano, Verdini, il partito della nazione?
«Qualcuno sta rompendo i ponti con la tradizione convinto di prendere i voti della destra, ma non ci metto la firma su una prospettiva così. Se passa il Sì, temo che Renzi prenda l’abbrivio e vada dritto con l’Italicum. Ma non sono disposto a mettere in mano il sistema a quella roba inquietante che sento venir su dal profondo del Paese».
Sente aria di elezioni e teme che il sistema finirà in mano a Grillo?
«A turbarmi non è Grillo ma l’insorgenza di una nuova destra in formazione, aggressiva, non liberale, protezionista, che, da Trump a Orbà¡n, cerca le sue fortune. Il ripiegamento della globalizzazione ha portato un aumento bestiale delle disuguaglianze. La sinistra deve trovare una nuova piattaforma di base di diritti del lavoro. La ricetta? Welfare, fedeltà fiscale, basta bonus e voucher».
Lei e Pisapia sarete nella stessa alleanza alle prossime elezioni?
«C’è una urgenza estrema di organizzare un campo largo di centrosinistra».
Un tweet su Ignazio Marino assolto?
«Se il modo ancor l’offende, francamente non ha tutti i torti».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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