Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
“SI SENTE PENALIZZATO DA POLITICI E GIORNALISTI”
Ordine ai ministri e ai politici renziani di boicottare i programmi di La7. Per l’esattezza gli studi di Lilli
Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris.
Ospiti che rifiutano l’invito o che prima annullano e poi confermano la partecipazione.
Enrico Mentana, direttore del TgLa7, cosa succede fra Matteo Renzi e la vostra televisione?
Non saprei definire il rapporto, se rovinato o compromesso, di sicuro il presidente del Consiglio, martedì scorso, ha visto la trasmissione di Floris e non c’è stata una corrispondenza di amorosi sensi.
Come ha reagito il fiorentino?
Tuoni molto forti e fulmini vistosi contro La7, perchè, forse, considera il pensiero renziano penalizzato, compresso fra voci politiche e giornalistiche avverse.
Una lamentela che riporta agli anni di Silvio Berlusconi.
Lo scenario è mutato e Renzi sconta in maniera oggettiva una carenza di organico per la televisione e un modello che spesso non gli è amico. Premessa: nessun politico in campagna elettorale può concedersi di non mandare i suoi in una rete televisiva, soprattutto se è quella più vocata al confronto politico. Ma specularmente, nessuna rete televisiva, e soprattutto quella più vocata al confronto politico, può fare a meno di una parte dello schieramento. Insomma, il vino bianco non può fare a meno della bottiglia e del bicchiere. Ma anche loro non possono permettersi di riempirsi solo di vino rosso.
Qui la critica è doppia: include le ossessioni di Renzi, non esclude le responsabilità di La7.
Mi spiego meglio, tento di illustrare le ragioni del premier. Perchè siamo arrivati sull’orlo dell’incidente di frontiera? Per la vera asimmetria di questa battaglia, che non sta tanto nell’eterogeneo fronte del No, che vede affiancati D’Alema e Brunetta, Zagrebelsky e Salvini, Di Battista e Fini, contrapposto al Pd renziano con ben pochi compagnons de route. Ma nel ruolo attivo di molti nostri colleghi: pienamente legittimo, e però ingombrante.
Renzi si sente in minoranza in tv, e dunque in minoranza da Floris e colleghi?
I giornalisti-opinionisti non sono certo una novità nel panorama politico italiano. Con piena legittimità sono stati parte importante dello scontro in tv negli anni del berlusconismo. Si può dire anzi che — tanto per fare l’unico esempio di un discorso che non è giusto personalizzare — il confronto Belpietro-Travaglio sia stato il match rituale emblematico di quel lungo periodo. Ma come sappiamo i giornalisti in campo erano tanti, fieramente contrapposti. Oggi però quei due benemeriti insiemi si trovano a combattere la stessa battaglia contro un nemico comune. E Renzi da parte sua non ha saputo o potuto coinvolgere a sua volta nella battaglia per il Sì nessun opinionista già rodato da quelle battaglie epocali e rinoscibile dal cittadino-teleutente.
Quanto può durare il divieto renziano?
Lontani due mesi dalla data del referendum potevamo non dare rilievo agli effetti di questa asimmetria, ovvero al ruolo non neutro degli influencer invitati nelle nostre trasmissioni. Diciamo che l’arrabbiatura di Renzi è prematura, se non proprio preconcetta. D’ora in poi il problema però si pone, nel nostro interesse in rapporto ai telespettatori, non per mero rispetto della par condicio o per compiacere lo schieramento che ne ha meno. E questo si può ottenere — beninteso — senza censurare o lasciare a casa nessuno: basta tenere sul piede di parità gli argomenti del Sì e quelli del No. In sostanza: se parlano di referendum — come direbbe Grillo — uno vale uno, Benigni e Di Maio, la Boschi e Giordano. La par condicio ufficiale è al solito un’apoteosi di lacci e lacciuoli: la nostra, sostanziale, dovrebbe avere una sola regola, “alla fine del programma le tesi del Sì e quelle del No hanno avuto lo stesso rilievo e lo stesso tempo”.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LE BUGIE SULLA MURARO PROVA A RICONQUISTARE LA BASE M5S
Quando Beppe Grillo, nel pieno della crisi di Roma, dopo il mailgate che lo aveva travolto, disse «non capite: se cade Luigi, cadete tutti voi», aveva ben chiaro cosa volesse dire fare a meno di quel giovane proiettato verso Palazzo Chigi.
Luigi Di Maio si è ripreso la leadership del Movimento. Inviso da molti grillini che vedono la sua cavalcata solitaria come uno schiaffo alla democrazia orizzontale, colpito dal fuoco amico al massimo della sua debolezza, dopo le indagini sull’assessora Paola Muraro nascoste ai colleghi, processato in piazza a Nettuno e costretto alle scuse, Di Maio si è rialzato.
Grazie a Grillo e Casaleggio jr che lo hanno riabilitato dal palco di Palermo, ha ripreso la corsa, blindato dai vertici, per diventare il volto del referendum, lo sfidante di Renzi con il mattatore Alessandro Di Battista.
Ma lo ha fatto a costo di qualche sacrificio. «Ha scelto un profilo più basso» spiega un suo collega e amico. Meno tv e più piazze. Ha rinunciato al viaggio negli Usa, in agenda da mesi e previsto per fine settembre. Una tappa nel tour di accreditamento internazionale dopo quella in Israele e Palestina.
Il grillino avrebbe raccontato l’esperienza del M5S nelle università di Boston e di New York, ma ha rinviato la transoceanica per placare i malumori interni di chi avrebbe visto il viaggio come l’ennesima fuga in avanti di Di Maio, favorita dallo staff della comunicazione.
Così il deputato si toglie anche dall’impaccio di dover rispondere a chi gli avrebbe chiesto, a poche settimane dal voto americano, chi preferisce tra il populista Donald Trump e la democratica Hillary Clinton.
Il “basso profilo” si sostanzia in un lavoro all’interno, dove diplomaticamente Di Maio deve tenere a bada gli avversari.
Negli ultimi giorni l’attivismo di Di Maio si è moltiplicato: ha patrocinato il convegno del M5S sui costi della riforma costituzionale, ha guidato a sorpresa, ieri, la delegazione sui luoghi del sisma, e oggi sarà ad Acerra, nella Terra dei Fuochi nella fiaccolata contro i roghi tossici. Recupera il movimentismo senza disdegnare i flirt con mondi più vergini per il M5S, incarnazione dei cosiddetti poteri forti che i grillini hanno spesso attaccato.
Dopo i lobbisti e Bloomberg, il 22 ottobre sarà tra i giovani di Confindustria a Capri.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
I RIBELLI: “IL NUOVO REGOLAMENTO DI GRILLO E’ GIURIDICAMENTE NULLO COME IL PRECEDENTE”…GIA’ 500 ADESIONI DA TUTTA ITALIA
Ritrovare l’unità interna, abbandonare i personalismi, fare quadrato. 
I Cinque stelle annuiscono silenziosi agli incessanti messaggi di pace di Beppe Grillo mentre una nuova guerra interna è alle porte.
Il terreno dello scontro è l’approvazione delle modifiche al «Non statuto» e al regolamento. In sostanza, la “Costituzione” del Movimento e l’impianto di leggi che regola la vita all’interno del partito.
Lo smantellamento del direttorio e l’istituzione dei probiviri, cui verrà affidato il compito di sancire le espulsioni, sono i due punti nevralgici intorno ai quali si consuma la feroce lotta pentastellata per il potere.
«L’aspetto più triste è vedere fazioni (ormai non si sa più neppure quante siano esattamente) che si danno battaglia con frasi fatte e ripetute a pappagallo e uno stuolo di offese personali imbarazzanti – scrive la senatrice del M5S Elisa Bulgarelli su Facebook -. Se “serrare i ranghi” significa “pensiero unico”, si sbaglia direzione».
E il sentimento di livore reciproco che da mesi infiamma il gruppo di parlamentari grillini, si riflette ormai anche nella base.
Sotto il Vesuvio, tra gli attivisti espulsi e poi reintegrati dal tribunale di Napoli, si accende il focolaio più intenso del malcontento.
L’obiettivo dichiarato dai ribelli partenopei è quello di ottenere da Grillo la convocazione della prima assemblea nazionale degli iscritti al Movimento, per evitare, spiegano, «l’ennesima scelta calata dall’alto, segno sempre più evidente di una forte deriva antidemocratica». Vogliono «offrire una via d’uscita dal cul-de-sac in cui Grillo si è infilato».
La rivolta dei Masanielli pentastellati raccoglie in meno di due giorni 500 iscritti al Movimento e si propaga rapidamente in tutta Italia, da Roma a Milano, da Lecce a Verona.
«C’è il rischio che anche questo regolamento sia dichiarato illegittimo dal tribunale», mette in guardia Luca Capriello, avvocato e capofila degli attivisti napoletani in subbuglio.
Il punto, spiega Capriello, è che «il regolamento contrasta con lo statuto. Perchè se, per citare un singolo caso, nello statuto si sostiene che nel Movimento sono bandite le formazioni intermedie di qualsiasi natura, nel regolamento viene invece previsto un capo politico, dei probiviri e, prima di questo, era previsto un direttorio».
La questione si snoda poi intorno alla votazione online.
Per rendere legale il nuovo regolamento, è necessario il raggiungimento di un quorum fissato dalla legge a due terzi degli iscritti.
Il problema è che un registro ufficiale degli iscritti non esiste. Solo la Casaleggio associati possiede il numero di account del blog.
Nel 2012 si parlava di 130 mila iscritti. Oggi potrebbero essere più di 400 mila. L’alternativa ad un primo congresso di partito, difficilmente organizzabile, «sarebbe quella di resettare tutto: sciogliere le associazioni che si rifanno al Movimento cinque stelle e ricominciare da capo», spiegano gli attivisti. Anche ricorrendo a vie legali. Strada che non piace però a Federico Pizzarotti, che si defila: «I temi legalesi non mi appassionano».
Federico Capurso
(da “La Stampa”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
PARTE LA CAMPAGNA DELL’EX SINDACO, CENA COI FEDELISSIMI E POI IL TOUR
Ignazio Marino si gode il suo momento di celebrità , per quanto postuma, e snocciola i nomi di chi lo chiama per complimentarsi.
E tra questi ce n’è uno pesante, decisamente sorprendente visto il ruolo che ricopre: Giovanni Legnini, compagno di Pd ma soprattutto attuale vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
In tempi di polemiche durissime tra politica e magistratura, è un segnale significativo. Come lo è l’intervento del ministro della Giustizia Orlando che, parlando al congresso nazionale forense a Rimini, spiega: «Spesso la giustizia è usata per la lotta politica».
Parte il suo tour
Intanto Marino è pronto a partire per un suo tour in Italia, che comincia la prossima settimana a Cuneo. L’occasione è il (ri)lancio del suo libro «Un marziano a Roma». Ma l’ex sindaco della Capitale non si farà mancare l’occasione per affondi politici, a cominciare dal referendum.
Questione che gli sta molto a cuore e lo mette in totale sintonia con la sinistra del partito. Del resto, spiega: «Sono stato un orgoglioso fondatore del Pd, sono stato candidato alla segreteria e mi ha fatto piacere che tanti uomini di sinistra del partito mi abbiano chiamato. Questa giornata è stato un modo per restituirmi onorabilità e riparare una ferita umana profondissima. Anche se resta quella, mortale, alla democrazia».
Le offerte della politica
Chiamate che fanno pensare a più di uno a un suo prossimo ritorno in politica, nonostante l’asserita volontà di restare un anno lontano dai riflettori.
Gira voce, in Liguria, che gli stiano arrivando offerte per candidarsi come sindaco di Genova. Lui smentisce, ma lieto: «Mi fa sorridere, è chiaro che mi fa piacere per l’affetto che ho per Genova, ma in questo momento nel mio radar non c’è l’idea di tornare a svolgere il ruolo di sindaco, nè a Genova nè altrove».
Su Roma in realtà , risponde più guardingo e generico: «A Roma c’è un sindaco al lavoro».
Il confronto con la giunta Raggi
Non proprio di suo gradimento: «Noi con la nostra giunta in dieci giorni abbiamo fatto quello che loro stanno provando a completare nei primi 150. In 100 giorni abbiamo pedonalizzato i Fori, chiuso Malagrotta, cambiato i vertici delle principali aziende e cancellato 120 nuovi permessi edilizi».
E loro? «Loro hanno fatto molte nomine. Con stipendi significativi».
E cose sgradite, come «il tentativo di riaprire al traffico il parco archeologico più grande d’Italia: abbiamo raccolto decine di migliaia di firme per far fare retromarcia alla giunta Raggi».
La cena con i «Marziani»
L’attivismo di Marino insospettisce chi pensa a un suo imminente ritorno. Sabato sera l’ex sindaco ha riunito i fedelissimi a cena a Villa Torlonia.
Un incontro chiesto dai «marziani» dell’associazione «Parte civile» alla quale ha partecipato buona parte della sua ex giunta.
Il segnale di un impegno in vista del prossimo congresso del Pd romano, a febbraio? Lui smentisce, ma si vedrà . Sul referendum, invece, ha le idee chiarissime: «Il Senato va completamente abolito. La riforma mantiene un sistema bicamerale à la carte. Questa riforma non è comprensibile ».
Nel suo tour parlerà anche di sanità : «Me ne occupo da quando ho 19 anni. Sono preoccupato per lo stato di abbandono in cui versa la sanità laziale. Medici, infermieri e tecnici non hanno quasi più gli strumenti nel pubblico per garantire non solo le cure ma anche la dignità delle persone».
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
INNESCATA DALLO SCANDALO FIORITO, LA SECONDA TANGENTOPOLI SOFFRE DEI VUOTI NORMATIVI E DALLA DIFFICOLTA’ DI DEFINIRE IL CONFINE TRA FINI ISTITUZIONALI E INTERESSE PRIVATO… E I POLITICI VENGONO ASSOLTI
Soddisfatti e rimborsati. In Piemonte è appena finita, con 15 assoluzioni e 10 condanne. Anche
l’inchiesta nelle Marche era partita col botto (66 indagati) ma a giudizio il prossimo sei dicembre saranno solo in cinque.
Il gip aveva chiesto di processarli tutti, il gup ha disposto il proscioglimento per 55 indagati perchè “il fatto non sussiste”.
La stessa Procura aveva poi chiarito che, in effetti, non si riscontravano propriamente “spese pazze” ma una sistematica “distrazione di fondi” da spese istituzionali ad altre relative all’attività politica dei singoli consiglieri.
E il banchetto di nozze, i regali di Natale, i fiori e le cene allargate possono anche rientrare nella categoria. Nessun ladrocinio, insomma, semmai uno “sviamento dei fondi”.
L’epilogo potrebbe essere simile in altre regioni.
Il più grande scandalo dopo Tangentopoli sta scivolando verso l’oblio. Come nulla fosse successo.
E allora: che fine ha fatto “rimborsopoli”? Che ne è della bufera giudiziaria che sulle orme di Fiorito ha travolto sedici consigli regionali su venti e un esercito di oltre 500 politici?
Poche condanne esemplari, molte assoluzioni, anche di massa. Questo dicono le sentenze emesse finora, e non perchè tutti gli imputati siano riusciti a dimostrare l’uso corretto dei denari del contribuente.
Di fatto molti processi di primo grado si sono risolti in un generale processo di rimozione e autoassoluzione del blocco politico alla sbarra. Che grazie a sentenze come quella del Piemonte, possono sperare. Ecco perchè.
Se a rubare sono i “diversamente ladri
In dibattimento l’accusa di peculato, sui cui tutto ruota, finisce spesso sepolta sotto la “mancanza di dolo specifico”, oppure annegata tra sottili distinguo sulla natura del reato che non c’è, se i soldi non vengono materialmente intascati ma spesi, benchè in modi molto discutibili.
Gli imputati vengono poi dichiarati incolpevoli “stante la loro buona fede”, perchè tratti in “errore” da una prassi e da regolamenti in capo ai consigli mai del tutto chiari, oggettivi e cogenti nell’indicare i vincoli di destinazione dei contributi da usare per spese di “rappresentanza”, “segretaria” e “attività politico-istituzionale”.
Così, sempre “per errore”, ci sarebbero finiti in mezzo gli scontrini il salame, il banchetto di nozze per la figlia etc.
L’alibi però non sempre è vero. “Se avessi detto che non andava bene una singola spesa, mi sarei trovato il giorno dopo in giardino” dirà il capo degli scontrini al Pirellone Alvaro Scattolini, per trent’anni dirigente regionale addetto alla verifica della spesa amministrativa, in un’udienza del processo a carico di 56 consiglieri regionali lombardi. Fatto sta che alcune di queste argomentazioni difensive sono state accolte in giudizio.
Parla di una “zona grigia” la sentenza con cui il gup di Bologna Letizio Magliaro, lo scorso dicembre, ha assolto i primi tre ex consiglieri sui 41 finiti a processo in Emilia Romagna per le spese relative al 2010-2011.
Il bianco sono le cene, le feste politiche, le consulenze e le trasferte. E’ una scelta del singolo, argomenta il giudice, se spendere un mucchio di soldi per queste attività oppure no.
Una scelta di “natura squisitamente politica” sulla quale non può intervenire una valutazione del giudice e conseguentemente sanzione di tipo penale”.
Il nero sono le spese incongrue, abnormi o giustificate da documentazione falsa. Oltre questi casi, il giudice non può andare.
Una questione di misura, insomma. La Procura non sembra del tutto d’accordo e ha proposto appello contro due assoluzioni (in tutto sono 9 per ora, a fronte di tre condanne e una ventina di posizioni aperte).
In Friuli l’inchiesta era partita con 22 indagati. Il 18 aprile 2016, a sorpresa, 18 ex consiglieri vengono assolti dal Gup Giorgio Nicoli perchè il “fatto non sussiste”.
Sembra una questione di latitudini mista a orgoglio locale: “Queste vicende — spiegherà Nicoli — “sono nate sulla scia dell’inchiesta su Fiorito, nel Lazio, ma in Friuli-Venezia Giulia nessuno di quei fatti è riconducibile, per le persone assolte, all’esempio del Lazio”. Il distinguo: “Un conto è prendere denaro del gruppo per versarlo sul proprio conto corrente o per acquistare immobili, ma in Friuli-Venezia Giulia non c’era nessuna contestazione di fondi utilizzati in questo modo”. In effetti il pm aveva contestato acquisti meno impegnativi: pneumatici, passeggini per bambini, profumi, gioielli, acquisti di pesce, lavatrici. E una quantità di scontrini enorme riferita ai viaggi: da Cortina a Parigi e fino all’Estremo Oriente (soprattutto in periodo estivo). Spese per un totale di 350mila euro. Se l’appartamento non c’era, la cifra gli equivale. A beneficio dei “diversamente innocenti”
Così la politica vince il derby con la giustizia
Una risposta può venire dalla reazione del “sistema” sotto inchiesta.
Il blocco politico alla sbarra infatti non è rimasto a guardare. Quando scoppia lo scandalo degli scontrini si professa garantista, lavora di avvocati, si prodiga per “alleggerire” le posizioni degli imputati e minimizzare il disvalore sociale ed etico delle condotte contestate.
Più che per convinzione, per necessità : deve tenere in piedi le assemblee e le giunte che già ci sono, con le relative poltrone, e traguardare le regionali 2015, primo vero banco di prova dei parlamentini sotto inchiesta.
Ai primi avvisi di garanzia risorge il partito trasversale contro la magistratura, come ai tempi di Mani Pulite.
Tra le sue fila siedono il presidente della Liguria Giovanni Toti (FI) e il segretario del Carroccio Matteo Salvini.
“Spero esista ancora uno stato di diritto”, dice il primo chiarendo che i suoi “colonnelli” indagati non dovevano dimettersi, decapitando la giunta.
E così sarà : il processo a carico di 23 ex consiglieri inizierà ad ottobre e al suo posto è rimasto anche Edoardo Rixi, braccio destro di Salvini e assessore regionale allo Sviluppo economico.
Il segretario gli fece subito quadrato intorno: “Non si deve dimettere, se dovessimo farlo in base a come si alza il giudice di turno siamo messi male. Ho una fiducia nella giustizia italiana pari allo 0,1%”.
Non mancano esternazioni di dileggio nei confronti degli inquirenti costretti a vagliare i rendiconti e le improbabili spese degli indagati. Fa impressione, in proposito, rileggere le dichiarazioni di magistrati che quasi si giustificano: “Non è colpa nostra — disse a un certo punto il pm di Torino Avenati Bassi — se siamo stati costretti a fare le pulci agli scontrini da un euro. E’ la realtà che è patetica” .
Analoghe le reazioni sul fronte Pd, ben rappresentate dal “caso Barracciu”, una bella gatta da pelare anche per il governo. “Il Pd è un partito garantista, il suo codice etico non esclude che ci si possa candidare per un avviso di garanzia. Neppure per rinvio a giudizio”, rivendicò Francesca Barracciu, l’esponente dem che aveva vinto al primo turno le primarie in Sardegna, salvo dovervi rinunciare tre mesi dopo proprio perchè indagata dai pm di Cagliari che le contestano tuttora spese per 81mila euro per gli anni 2004-2013. Lei si professa innocente e Renzi le crede perchè il 28 febbraio 2014, con le indagini ancora a metà , la nomina sottosegretario ai Beni Culturali.
La sua posizione però si aggrava e a fine ottobre 2015 viene rinviata a giudizio e lei si dimette, non senza una stoccata ai magistrati: “C’è un evidente problema di funzionamento del meccanismo giudiziario. Non è giusto per i cittadini che attendono di conoscere la verità e non è giusto per chi è coinvolto in un’indagine”.
L’attesa, in vero, non sarà poi tanta perchè il processo inizierà cinque mesi dopo. In quei mesi si colloca la crociata di Renzi sulla riduzione delle ferie ai magistrati (e relative polemiche)
E se in sede penale sembra aver prevalso la prudenza, un altro organo di giustizia, la magistratura contabile, è invece andata dritto come un treno, più volte contestando e condannando per danno erariale anche chi sul fronte penale aveva incassato in primo grado un’assoluzione piena.
Ad esempio in Friuli, dove molti consiglieri sono stati chiamati a risarcire la Regione (tutti hanno proposto appello). E non è l’unico caso.
A livello locale si sono anche registrati tentativi di condizionare i giudici al limite del lecito. Sempre in Liguria il leghista Francesco Bruzzone, già presidente del Consiglio regionale a processo per peculato e falso, è stato accusato di aver tentato di ricattare una funzionaria della Regione, moglie di un magistrato della Procura di Genova, per aggiustare le indagini. In cambio, avrebbe ottenuto la riconferma a capo di gabinetto. Così a Bruzzone arriva un secondo avviso di garanzia, stavolta per induzione alla concussione. L’accusa sembra però destinata a cadere. Lo stesso pm Massimo Terribile, titolare dell’inchiesta, ha chiesto l’archiviazione per il quadro probatorio labile anche se la vicenda resta contornata da un alone di dubbio. Il procuratore capo, Francesco Cozzi, precisa: “Si tratta di una motivazione molto articolata… bisogna leggerla… non dice che non c’è stato niente…”.
C’è poi chi ha apertamente diffidato il proprio giudice. Il consigliere ligure Gino Garibaldi (Ncd), tramite il suo legale, scomoda il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sostenendo che “La procura e il gip hanno invaso la sfera di attribuzioni del consiglio regionale”.
Le difese si fanno sempre più ardite, strabilianti e perfino grottesche.
In Sicilia il processo alle “spese pazze” comincerà il 7 novembre davanti alla terza sezione del Tribunale di Palermo.
L’ex capogruppo Raimondo Rudy Maira (Udc) è rinviato a giudizio per peculato. Tra le altre cose gli viene contestato di aver pagato il leasing di un’Audi A6 coi fondi del gruppo.
La sua difesa è: ma quale Audi, io guido una Maserati.
Un suo collega, Francesco Musotto (Mpa) usa argomentazioni apodittiche: lui non avrebbe mai potuto commettere un reato di peculato perchè suo padre, professore di giurisprudenza, era un esperto in materia e ne aveva scritto pure un libro. Le colpe dei figli, si sa, non possono ricadere sui padri. E quelle dei ladri sulle proprie, se sono riconosciuti “diversamente ladri”.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
PAOLO VALENTINI, DALLA POLITICA AI TRAMEZZINI…E’ RIMASTO NELLA STESSA VIA DEL PIRELLONE, MA DALL’ALTRO LATO
Dalla politica ai tramezzini. Paolo Valentini è rimasto nella stessa via, quella del Pirellone, il Consiglio regionale della Lombardia.
Ma adesso lavora dall’altro lato della strada e ha cambiato abbigliamento: tolte giacca e cravatta, indossa camicia scozzese e grembiulone.
Spalma maionese (vegana) e porta ai tavoli i tramezzini. Di fronte alla vetrina del locale che ha aperto con due soci ci sono gli uffici dove per 18 anni ha lavorato come consigliere e, negli ultimi cinque, come potente capogruppo del Pdl.
Poi la sua vita è cambiata: lo scandalo delle spese pazze si è abbattuto su gran parte dei politici di allora:
Valentini ha una ventina di provvedimenti aperti con la Corte dei conti perchè, oltre che dei suoi scontrini, è chiamato a rispondere come capogruppo di quelli dei suoi consiglieri, in solido per un quarto della somma contestata. Il totale supera il milione di euro e quindi, chiuse le porte della politica e in attesa dell’Appello, serviva un mestiere.
Valentini non si era perso d’animo: ingegnere aerospaziale alla Aermacchi di Varese, con anche in tasca un master alla Bocconi e uno alla Bedford University, era convinto che non sarebbe stato difficile tornare al vecchio mestiere.
Tanti contatti, tanti colloqui: «Ma poi chi assume uno che ha quelle pendenze?». Di fronte alla porte chiuse, ecco l’idea di cambiare vita dedicandosi a qualcosa di meno intellettuale e più manuale.
Il cibo lo aveva sempre attratto: all’inizio del Duemila si era iscritto a corsi di cucina e aveva cominciato a dilettarsi preparando marmellate e brasati.
Poteva diventare una professione. I soldi per avviare un ristorante, però, non ci sono.
Ed ecco l’idea del tramezzino: «Ho studiato un paio di modelli, a Cremona e a Venezia, e ho cercato di tradurli sulla base dei gusti e delle necessità dei milanesi, che non hanno tanto tempo per la pausa pranzo e che vogliono gustare cose leggere».
La tramezzineria ha aperto circa un anno fa e poco alla volta ha preso piede. Ogni mattina una panetteria poco lontano fornisce il pane in cassetta che qui viene tagliato a fette, bianco e integrale: più di 15 proposte per tutti i gusti, accompagnati a succhi, estratti e melograno, accanto alla birra artigianale e alle bevande tradizionali.
I primi a fermarsi sono i turisti appena scesi alla stazione Centrale che fanno uno spuntino veloce e conveniente (3 euro a pezzo). Dalle 13 cominciano ad arrivare «quelli della pausa pranzo» di questa zona di uffici: ogni tanto passa anche qualche ex collega di Valentini.
«All’inizio – racconta – le mie ex segretarie erano abbastanza imbarazzate quando mi vedevano arrivare al tavolo per raccogliere le ordinazioni. Adesso ci ridono su. E poi qui si raduna tutto l’arco costituzionale per un pranzo veloce durante la pausa dei lavori consiliari».
La testa è rimasta quella dell’ingegnere: «Sto studiando una modalità per meccanizzare alcuni procedimenti. E comunque l’idea mia e dei soci è di valutare se il marchio sfonda: potremmo aprire altre sedi in città ».
E la politica? L’unico impegno rimasto glielo ha affidato il presidente del Consiglio regionale Raffaele Cattaneo («Uno dei pochi amici che non mi ha voltato le spalle dopo le grane giudiziarie»): è consulente al Comitato delle Regioni europee e continua a usare le competenze e le relazioni allacciate in vent’anni di attività consiliare.
Rimpianti? Allarga le braccia: «Sono una persona che non vive il presente come investimento per il futuro. Nella mia prima vita ho fatto l’ingegnere e facevo volare gli aerei. Poi ho avuto questa passione per la gestione della cosa pubblica e adesso, incrociando un po’ delle esperienze passate, mi occupo di cibo».
L’inchiesta è stato una finale brusco di carriera: «Ho messo in fila le risorse che avevo e ne sono uscito un poco alla volta. Certo, ad alcuni miei colleghi è andata peggio: qualcuno si è ammalato, qualcuno non esce più di casa, qualcuno ha l’esaurimento ancora adesso. Io invece spalmo maionese, ho un progetto nuovo e, in fondo, mi diverto».
Elisabetta Soglio
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
LA PROTESTA DELLE FAMIGLIE DELLA MONTESSORI DI MONTESACRO CONTRO I TAGLI DELLE ORE DI ASSISTENZA AI BIMBI DISABILI DELL’ISTITUTO…LA RAGGI PROMETTE MA POI NON SI PRESENTA
«Se esce uno, usciamo tutti». Martedì usciranno tutti. 
Alle 14.20, i bambini dell’Istituto comprensivo Maria Montessori di viale Adriatico (Montesacro), dalla prima alla quinta elementare, andranno via da scuola due ore prima. Proprio come accade dall’inizio dell’anno agli alunni disabili della scuola: costretti ad andare via in anticipo perchè non c’è nessuno che possa occuparsi di loro, aiutarli per il pranzo e per tutto il resto.
«È questa la scuola dell’inclusione?», si chiedono le mamme e i papà di tutti gli alunni della Montessori, che hanno organizzato questa «uscita solidale» per protestare contro la mancanza degli «aec», gli assistenti educativi culturali che seguono gli alunni disabili nelle ore di scuola. All’istituto di Montesacro sono garantite in media appena 5 ore a settimana per ogni bambino, che significa massimo un’ora al giorno.
Davvero troppo poco per alunni che, in certi casi, avrebbero bisogno di aiuto in ogni momento della loro vita a scuola, dal pranzo all’essere accompagnati in bagno.
Ma il Campidoglio, da cui dipende il servizio Aec, ha drasticamente ridotto le ore, indipendentemente dalla gravità e dai bisogni dei bambini. Non ci sono soldi.
A questo si aggiungono i ritardi da parte dell’Ufficio scolastico regionale nell’assegnazione delle insegnanti di sostegno. Così la scuola è stata costretta a comunicare alle famiglie degli alunni disabili che i piccoli dovranno uscire due ore in anticipo «perchè non possono essere garantite le minime condizioni per la loro presenza in classe».
Una decisione che ha scatenato la protesta delle famiglie, di tutte le famiglie, perchè «la presenza dell’Aec è importante non solo per l’alunno con speciali esigenze ma per tutto il gruppo classe». Molte mamme hanno dovuto prendere le ferie dal lavoro per poter supplire alla mancanza del servizio.
E l’iniziativa di martedì serve ad «esprimere nella forma più ampia e partecipata possibile il disagio e l’indignazione di tutta la comunità scolastica», perchè viene leso «il diritto di un bambino a vivere a pieno come tutti i suoi compagni la giornata scolastica e perchè di fatto costruisce una scuola dell’esclusione».
Questo, spiegano i promotori della protesta di martedì «è un problema di tutti noi, genitori, alunni, e insieme lo dobbiamo affrontare». Sono invitate anche le altre scuole del municipio.
Racconta Michela Bancheri, mamma di un bimbo disabile di terza elementare alla Montessori e membro della Consulta disabilità del III Municipio: «Io devo andare a prendere mio figlio alle 13,30 perchè non c’è nessuno che possa stare con lui, ogni inizio anno è complicato ma ora siamo nel baratro: se la scuola è per tutti deve esserlo per davvero, smettiamola con l’ipocrisia». Lo scorso lunedì la sindaca Virginia Raggi era al III Municipio e ha promesso di aumentare le ore Aec: «Ma come Consulta – dice Bancheri – ci saremmo riuniti il giorno dopo, perchè non è venuta ad ascoltarci?».
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
CHI CONCORRE A UN POSTO AL SENATO O A GOVERNATORE ABBANDONA IL TYCOON PRIMA CHE LA BARCA AFFONDI
Trenta giorni al voto. E la crisi più devastante sperimentata sinora dal candidato repubblicano alla presidenza, Donald Trump, e dal suo stesso partito.
Le battute sessiste di Trump — registrate in un fuori onda del 2005, in cui l’allora imprenditore e celebrità tv diceva di poter fare qualsiasi cosa a una donna, in quanto VIP — stanno scatenando una reazione a catena dalle conseguenze incalcolabili. Trump dice di “non volersi ritirare”.
E’ chiaro però che i repubblicani stanno cercando tutti i modi per disfarsi di un candidato mai amato e che oggi rischia di fare molto male all’intero G.O.P.
Il problema è che non è facile — anzi, è quasi impossibile — liberarsi di Trump a questo punto della sfida elettorale.
Il vero dato politico è infatti questo. Nelle ultime settimane — dopo la prova deludente nel primo dibattito televisivo con Hillary Clinton, dopo le polemiche sulla regina del concorso di bellezza Alicia Machado — le chance di vittoria di Trump si sono ulteriormente assottigliate.
Di questo la leadership repubblicana era ed è perfettamente cosciente. Molti tra i repubblicani hanno anzi segretamente sperato che una sconfitta di Trump l’8 novembre spazzi via, per sempre, l’uomo che ha travolto il partito; e che da questa sconfitta/espiazione possa iniziare una fase nuova, di ricostruzione, per i conservatori americani.
Le frasi rubate nel 2005 cambiano però sensibilmente la situazione.
Intere fasce di popolazione — gli indipendenti, soprattutto donne, ma anche molti evangelici e l’elettorato più anziano e tradizionalista degli swing states — potrebbero essere portate a voltare le spalle non soltanto al candidato repubblicano alla Casa Bianca, ma anche ai candidati del G.O.P. al Senato e alla Camera.
Soprattutto il Senato appare a questo punto a rischio. Chi può cerca di abbandonare la barca prima che affondi definitivamente.
Per molti candidati repubblicani impegnati in un testa a testa all’ultimo voto, l’appoggio a Trump potrebbe infatti equivalere a un suicidio politico.
Ha preso le distanze Kelly Ayotte, impegnata in una rielezione difficile per il seggio senatoriale in New Hampshire. “Sono prima di tutto una mamma e un’americana — ha annunciato Ayotte — non posso sostenere e non sosterrò un candidato alla presidenza che si vanta di degradare e assalire le donne”.
Ha mollato Trump Joe Heck, anche lui alle prese con un’elezione complicata in Nevada.
Hanno disconosciuto il candidato repubblicano i senatori Richard Burr del North Carolina, Mark Kirk dell’Illinois e Mike Lee dello Utah.
“Sono arrivato alla conclusione che non posso più sostenere Donald Trump”, ha detto il senatore Mike Crapo dell’Idaho.
Ha rescisso ogni legame con Trump John Thune, numero tre dei repubblicani al Senato.
E poi molti deputati, tra cui Martha Roby dell’Alabama, Jason Chaffetz dello Utah, Frank Lo Biondo del New Jersey.
Fuga anche tra i governatori: dicono addio a Trump Gary Hebert dello Utah e Robert Bentley dell’Alabama.
I commenti ufficiali che più spesso si leggono o sentono tra i repubblicani, riferiti alle affermazioni di Trump sulle donne, sono: “orrende”, “vili”, “predatorie”, “riprovevoli”, “incredibili”, “disgustose”, “irrispettose”.
Carly Fiorina, ex-candidata alle primarie, chiede a Trump di “farsi da parte”. Condannano Trump, ma era prevedibile, Jeb Bush, John Kasich, Mitt Romney e John McCain (che si dice “stomacato” e ritira, anche lui, il sostegno ufficiale).
Paul Ryan esclude Trump da un evento elettorale in Wisconsin. Il suo vice, Mike Pence, rifiuta di far campagna per lui e dice di non poter “perdonare” quelle affermazioni.
“Il partito di Lincoln non è uno spogliatoio”, dichiara il presidente dell’associazione dei college Usa.
La Camera di commercio, solido bastione conservatore, chiede a Trump di “abbandonare il campo immediatemente”. “I finanziatori G.O.P. sono in uno stato di panico”, afferma una fundraiser repubblicana, Lisa Spies. E lo stesso partito fa girare una mail riservata in cui annuncia di aver bloccato la campagna denominata “Victory”, quella messa in campo per appoggiare la sfida di Trump.
Ci potrebbe essere più chiara dimostrazione di quello che il G.O.P. vorrebbe da Trump? Non sembra proprio.
La quasi totalità dei repubblicani vuole che Trump esca di scena. Solo che la cosa appare difficile, in realtà quasi impossibile.
L’unica soluzione starebbe nell’addio volontario da parte di Trump stesso. Ma Trump, al momento, appare combattivo, irremovibile, e dà anzi appuntamento ai suoi sostenitori per stasera, quando incontrerà per il secondo dibattito televisivo Hillary Clinton. “E allora solleverò il caso dei tradimenti di Bill Clinton e della foga mostrata da Hillary nel distruggere le amanti di Bill”, ha minacciato Trump.
In mancanza di un abbandono volontario, resta al Republican National Committee una sola strada: quella di appellarsi alla “rule nine” del regolamento, che dice che il partito può sostituire il candidato in caso di “morte, abbandono o diversamente”. L’abbandono di Trump è, tranne sorprese clamorose, escluso. La morte non pare in vista. Rimane quell’”altrimenti“, che i leader repubblicani potrebbero interpretare in modo esteso e usare per far fuori Trump.
La cosa non è semplice. Come definire quell’”altrimenti”?
Si può cacciare via Trump per indegnità morale? Per aver disatteso principi e valori del partito repubblicano? E cosa succederebbe, a quel punto, con i milioni di suoi sostenitori? Cosa fare nel caso Trump decidesse di adire alle vie legali contro il partito?
Senza contare che l’early voting è iniziato, migliaia di persone hanno già votato e un eventuale abbandono/cacciata del candidato potrebbe far esplodere una miriade di problemi legali. No, meglio, molto meglio, tapparsi naso, occhi, orecchie e affrontare questi ultimi giorni di campagna elettorale.
Sperando che la nemica di sempre, Hillary Clinton, faccia quello che i repubblicani non sono stati capaci di fare: cancellare dalla mappa politica, definitivamente e senza ferite ulteriori, l’uomo che ha messo a rischio la sopravvivenza stessa del partito repubblicano.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
NUOVO AUDIO SCANDALO… E CI SONO ANCORA MENTECATTI CHE DIFENDONO UN SOGGETTO CHE NON HA RISPETTO NEANCHE PER LA PROPRIA FIGLIA
Il partito repubblicano è sempre più nel caos dopo le dichiarazioni sessiste, volgari e offensive nei
confronti delle donne fatte da Donald Trump nel 2005 e pubblicate venerdì dal Washington Post.
Molti importanti esponenti del gruppo conservatore hanno voltato le spalle al magnate americano, rilanciando le teorie di un improvviso ritiro dalla corsa del candidato repubblicano a un mese dal voto.
Una circostanza che è stata esclusa dallo stesso Trump, che non ha alcuna intenzione di mollare.
Intanto, dal passato spuntano nuovi audio imbarazzanti per Trump.
A pubblicarli questa volta è la Cnn: le parole di Trump risalgono al 2006, quando fu intervistato dal conduttore radiofonico Howard Stern.
L’attuale candidato dei repubblicani spiegò allora che una donna va lasciata dopo i 35 anni e si soffermò anche sulla figlia Ivanka, che a quel tempo aveva 24 anni: “Va bene se la chiamano pezzo di f…, è molto sensuale”.
E poi, ancora, racconti vari sul sesso a tre e sul sesso con le donne durante il ciclo mestruale.
(da Huffingtonpost”)
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