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“NON CHIUDEREMO GLI OCCHI SU ROMA”: LA DURISSIMA RISPOSTA DEL DIRETTORE DEL CORRIERE A GRILLO

Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile

LUCIANO FONTANA: “ANATEMI E LISTE DI PROSCRIZIONE NON FERMERANNO IL NOSTRO DOVERE DI INFORMARE”

“Non si può chiedere a un giornale di chiudere gli occhi davanti ai fatti”.
Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana affida a un editoriale la difesa del quotidiano agli affondi, ripetute nelle ultime settimane, arrivate dal blog di Beppe Grillo e dai rappresentati del Movimento 5 Stelle.
È su Roma e sulle vicende tormentate della sindaca Virginia Raggi che si concentra la difesa di Fontana.
«Confezionatori seriali di menzogne», «campagna di fango contro la Raggi». Sono mesi che il blog di Beppe Grillo ed esponenti, più o meno di rilievo, del Movimento Cinque Stelle usano queste, e altre, frasi fatte per reagire alla tempesta politica e giudiziaria che investe la nuova amministrazione della Capitale.
Un disco rotto, un refrain che l’Italia conosce bene: l’abbiamo ascoltato da tanti partiti, almeno dal 1992 in poi.
La migliore risposta che un giornale come il Corriere può dare è continuare a fare bene il proprio mestiere. Ovvero: informare con scrupolo e obiettività  i lettori, senza pregiudizi e senza distinguere tra presunti amici e nemici.
Fontana definisce “anatemi” quelli che ogni giorno arrivano dai 5 stelle, autori di “liste di proscrizione dei mezzi d’informazione”.
E nell’editoriale ricostruisce la falsa partenza di Raggi al Campidoglio, con la giunta che tarda ad arrivare, le nomine sbagliate (quella di Marra le ha procurato i maggiori problemi), i conflitti interni tra correnti. Fino al Polizza-gate, per cui – specifica – non c’è rilievo penale.
Deciderà  il giudice ma alcune domande sulla stranezza della cosa sono o no legittime? Oppure è vietato porsele, insieme a milioni di cittadini, come vorrebbero i grillini e qualche giornale amico?
Non ci addentriamo, perchè sarebbe troppo lungo, nelle guerre interne ai Cinque Stelle romani con i sospetti di un’azione di screditamento di Marcello De Vito, rivale della Raggi nella corsa alla candidatura del Movimento per il Campidoglio.
“Su Roma non chiuderemo gli occhi”, conclude Fontana.
Ma non si può chiedere a un giornale di chiudere gli occhi davanti ai fatti.
È stato così, per il Corriere e i suoi giornalisti, quando alla guida di Roma c’erano altri partiti. È stato così in tutte le indagini e le vicende politiche nazionali. Senza doppi pesi e misure e casacche di schieramento da tutelare. Virginia Raggi, la sua giunta, i suoi sostenitori hanno fatto tutto da soli, compreso immergersi in un po’ di fango. Per inesperienza, libera scelta o motivi a noi sconosciuti. Aspettiamo le prossime puntate per capire.

(da “Huffingtonpost”)

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SONDAGGISTA GHISLERI: “IL TRUMPISMO FA PERDERE CONSENSI AL M5S”

Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile

“A ROMA L’IMMOBILISMO DELLA GIUNTA GRILLINA STA PESANDO”

“Brexit, Trump, la vittoria di Hamon in Francia non sono altro che reazioni alla crisi e alla mancanza di risposte politiche. L’elettorato premia chi riporta il cittadino al centro della scena o tenta di farlo. Così in Italia, dove però il “trumpismo” non è destra, è una roba molto più diagonale che coinvolge anche i Cinque stelle”.
È l’analisi di Alessandra Ghisleri, sondaggista, a capo di Euromedia Research.
D’accordo, anche Grillo dentro. Ma sono due fenomeni sovrapponibili?
“Non direi, per un semplice motivo. Mentre il decisionismo esasperato ha portato Trump ad anticipare nei primi dieci giorni i provvedimenti dei classici cento, il M5S ha un grosso problema proprio sul piano delle decisioni, delle risposte: a Roma l’immobilismo sta pesando”.
Perdono consensi?
“Si stanno logorando molto lentamente, ma con costanza, settimana dopo settimana. Proprio perchè la gente percepisce una scarsa capacità  di risposta ai bisogni”.
Chi se ne avvantaggia?
“Nessuno al momento”.
Chi sono i trumpisti?
“In linea teorica il partito che più incarnerebbe i principi del liberalismo sarebbe Forza Italia. Ma in Berlusconi non c’è Trump, lui semmai è stato il precursore nel 1994. Oggi esprime il presidente Ppe del Parlamento europeo, figuriamoci”.
Salvini e Meloni, sommati, sono già  maggioranza nel centrodestra.
“Ma non esauriscono il trumpismo e non sempre le sommatorie funzionano”.

(da “La Repubblica”)

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ANCHE ROMEO INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO: CAFFE’ AMARO PER I QUATTRO AMICI AL BAR

Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO MARRA E VIRGINIA, ANCHE IL TERZO “RAGGIO MAGICO” VIENE OSCURATO, SI SALVA SOLO FRONGIA (PER ORA)

Nuovo colpo al Raggio Magico.
Sul registro degli indagati ci finisce anche Salvatore Romeo, ex capo della segreteria politica della sindaca di Roma.
Mr Polizza verrà  sentito domani dai pm che lo accusano di abuso d’ufficio. La vicenda è quella delle nomine.
Nell’invito a comparire, la procura non precisa per quale delle promozioni Romeo è accusato di avere violato la legge. Potrebbe essere la sua: il fedelissimo della sindaca passò da un ruolo di semplice funzionario al dipartimento Partecipate (con stipendio da 39 mila euro l’anno) a uno da dirigente a 110 mila (poi abbassati a 93mila dopo la censura dell’Autorità  Anticorruzione).
Ma potrebbe anche essere quella di Renato Marra, vigile urbano e fratello dell’ex capo del Personale Raffaele, suo grande amico e anche lui molto legato alla sindaca grillina.
Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Francesco Dall’Olio hanno volutamente omesso la contestazione specifica: Romeo scoprirà  solo domani di che cosa è accusato.
Solo domani saprà  anche chi avrebbe commesso questo reato con lui: i magistrati gli contestano anche il concorso, ma senza precisare con chi. Sicuramente, tra i ‘correi’ c’è Virginia Raggi.
Possibile che i magistrati gli chiedano anche delle polizze stipulate in favore dell’avvocata grillina. Anche se per l’accusa non hanno rilievo penale, probabilmente i pubblici ministeri vorranno capire il perchè di quella scelta.
Grillo sostiene la sindaca in ogni modo, ma il Raggio Magico finisce nei guai quasi al completo (manca solo l’ex vicesindaco Daniele Frongia).
Tre dei ‘quattro amici al bar’ sono indagati. Il loro, questo si sa, era un gruppetto molto unito. È stato Romeo, intervistato ieri da Agorà  (Raitre), a spiegare il contenuto della chat pubblicate domenica da Repubblica in cui lui e Marra, anche prima delle elezioni, organizzano strategie e spartiscono incarichi. “Sicuramente – ha detto Romeo – ci stavamo preparando per cercare di governare la città  laddove si fosse vinto, evidentemente, proprio perchè ci conoscevamo”. E però: “Non era un progetto mio, di Virginia Raggi e di Raffaele Marra. Era della squadra, che è molto più ampia, capitanata da Virginia e dal Movimento”.
Un’altra tegola per l’inquilina del Campidoglio perchè Romeo, ormai scaricato, con lei aveva un rapporto speciale, al punto da intestarle due polizze vita. Di segreti il suo ex fedelissimo potrebbe custodirne parecchi.
Esattamente come Marra, il cui interrogatorio è stato rinviato alla prossima settimana (anche se potrebbe avvalersi della facoltà  di non rispondere).

(da “La Repubblica”)

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DEBITO PUBBLICO TROPPO ALTO: ECCO I RISCHI CHE CORRONO GLI ITALIANI

Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile

PAGHIAMO OGNI ANNO 70 MILIARDI DI INTERESSI, IL CHE VANIFICA OGNI SFORZO

Il debito pubblico italiano è arrivato lo scorso novembre a 2.229.412 milioni secondo i dati diffusi da Banca d’Italia.
Su questa cifra enorme, arrivata a superare di gran lunga il prodotto interno lordo (Pil) del paese,   il Tesoro paga circa 70 miliardi di interessi all’anno, carico che vanifica tutti gli sforzi compiuti dagli italiani sul fronte delle spese e delle entrate.
Se si esclude il 2009, infatti, negli ultimi 20 anni l’Italia ha sempre registrato un avanzo primario, cioè una differenza positiva tra entrate (fiscali) ed uscite (spesa pubblica). Ma alla fine aggiungendo il carico degli interessi il saldo finale è sempre stato negativo, producendo un deficit netto che ogni anno va ad aggiungersi al debito pubblico totale e che ha portato il livello sempre più in alto.
L’indicatore che l’Europa tiene sott’occhio per monitorare il nostro stato di salute è il rapporto tra debito pubblico dello stato e Pil nominale.
Le più recenti cifre fornite dal Tesoro attraverso la nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Def) ci dicono che a fine 2016 il rapporto debito/Pil era arrivato al 132,8%, con previsione di discesa al 132,5% nel 2017, al 130,1% nel 2018 e al 126,6% nel 2019.
Ma per compiere questo significativo progresso il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha messo in conto un notevole miglioramento del saldo primario (entrate meno uscite) che dovrebbe passare dall’1,5% del Pil nel 2016, all’1,7% quest’anno, al 2,4% nel 2018 e al 3,2% nel 2019.
Come verrà  ottenuto questo considerevole miglioramento è difficile da spiegare, anche perchè si tratta di previsioni che quasi sempre vengono smentite.
Padoan, inoltre, ha messo in conto anche un netto calo della spesa per interessi dovuta alla riduzione fin quasi a zero dei rendimenti provocata dal massiccio acquisto di titoli di Stato da parte della Bce, il cosiddetto Quantitative easing varato da Mario Draghi e che i tedeschi avversano. Dal 4,2% sul Pil di spesa per interessi nel 2015 scenderemo al 3,4% nel 2019. È realistico tutto ciò?
La festa è (quasi) finita
Quattro fatti possono incidere su questo scenario nel prossimo futuro.

1) La manovra della Bce andrà  a ridurre il suo effetto verso la fine dell’anno e nel 2018 potrebbe concludersi, comportando nella pratica meno domanda di titoli italiani sui mercati e quindi una diminuzione dei loro prezzi con aumento dei rendimenti;
2) i regolatori del sistema bancario internazionale possono decidere di porre un tetto al possesso di titoli di Stato da parte delle banche determinando per questa via meno domanda per gli stessi;
3) l’instabilità  politica italiana che si temeva con il No al referendum costituzionale si sta in effetti manifestando con l’effetto di far aumentare lo spread (differenziale di rendimento tra Bund tedeschi e Btp italiani), come si è già  visto nelle ultime settimane e giorni (lunedì 6 ha sfondato quota 200);
4) l’Italia non raggiunge l’1% di crescita nel 2017 a causa dei limitati margini di manovra per la politica fiscale.
Tutto ciò può provocare un “brusco risveglio” come avverte Francesco Giavazzi, economista di punta della Bocconi.
“Sono preoccupato di un brusco risveglio — spiega Giavazzi a Business Insider Italia — perchè i tassi di interesse aumenteranno presto, anzi i tassi a lungo termine stanno già  salendo. La ripresa in Europa sta cominciando a contagiare i salari e i prezzi, così che le pressioni inflazionistiche stanno raggiungendo gli obbiettivi che si era posta la Bce, leggermente sotto al 2%. Il privilegio di potersi dimenticare del debito sta dunque volgendo al termine e purtroppo, ancora una volta, l’Italia non è stata capace di avvantaggiarsi di un periodo di tassi eccezionalmente bassi per tagliare le spese almeno un po’, che è l’unico modo per ridurre il rapporto debito/Pil in maniera strutturale”.
La spirale negativa
Dunque ricapitoliamo: l’Italia cresce poco, dello 0,7% nel 2016 e forse dell’1% (stime Tesoro) nel 2017 e non riesce così a compensare l’aumento del debito dovuto al deficit netto che deve tenere conto degli ingenti oneri finanziari (70 miliardi) che ogni anno dobbiamo pagare sul debito pregresso.
Ne consegue che l’Europa è preoccupata per la scarsa capacità  dell’Italia di tenere sotto controllo il rapporto debito/Pil e ci chiede di ridurre il deficit 2016 dal 2,4% al 2,2%.
Ma questo aggiustamento significa, secondo il governo, applicare delle misure recessive (più tasse o tagli alla spesa pubblica) che stroncherebbero sul nascere la fragile ripresa economica fin qui conquistata.
E quindi l’Italia è nel pieno del classico circolo vizioso: se taglia le spese o alza le tasse frena la ripresa di cui ha disperatamente bisogno per migliorare il saldo primario e diminuire il deficit netto che va ad aumentare il debito con la conseguenza che la Commissione Ue deciderà  il 20 febbraio se aprire una procedura di infrazione verso l’Italia per debito eccessivo.
I mercati reagirebbero male e farebbero salire lo spread che andrebbe ad appesantire la spesa per interessi con ulteriore aggravio per i conti pubblici italiani.
Come se ne esce?
Nel tunnel non si vede ancora la luce ma da qualche parte l’uscita ci sarà .
“Come ama ripetere sempre Draghi, ciò che conta è la composizione della spesa pubblica — ricorda Giavazzi — se si vanno a colpire le spese improduttive si possono contemporaneamente anche ridurre le tasse. L’evidenza empirica ci dice che gli effetti recessivi sul Pil sono minori se si tagliano le spese invece di aumentare le tasse. Ma i tagli di spesa non si riescono a fare. Durante il governo Monti sono state introdotte tasse per oltre il 5% del Pil che hanno portato alla recessione nel 2012 e nel 2013. Il governo Renzi se non altro ha bloccato l’aumento delle imposte (diminuendo quelle centrali anche se compensate da aumenti a livello locale) ma sui tagli di spesa non è riuscito a fare molto”.
Non a caso Padoan per trovare i 3,4 miliardi chiesti dalla Ue sta pensando di aumentare le accise sulla benzina e i prezzi delle sigarette mentre dai tagli di spesa dei ministeri riesce a cavar fuori ben poco.
La spending review negli ultimi anni è stata affidata alle mani di economisti esperti come Carlo Cottarelli, Roberto Perotti, Yoram Gutgeld ma nessuno è riuscito a incidere più di tanto. Risultato: la strada più indolore, che piace a Draghi, di tagli selettivi alla spesa e diminuzione della pressione fiscale per far ripartire la ripresa finora nessun governo italiano è riuscito a percorrerla.
La via tedesca
I tedeschi sono molto preoccupati per l’ampiezza che ha assunto il debito pubblico italiano. Tanto che ritengono impossibile creare a livello europeo un pacchetto di salvataggio in grado di salvare l’Italia nel caso vi fosse uno shock sul debito.
Nello stesso tempo i casi dell’Irlanda, Grecia e Portogallo hanno portato l’Europa a fare interventi di salvataggio minando la credibilità  della clausola del “no bail out” anche se l’introduzione del fondo salva stati (Esm) e dell’Unione bancaria europea ha in parte mitigato questi effetti negativi.
I tedeschi, comunque, non vogliono farsi trovare impreparati e vogliono stabilire un quadro di regole certe da seguire nei casi di ristrutturazione dei debiti pubblici europei.
Un quadro di regole certe, infatti, permette ai mercati di reagire in maniera più consapevole qualora vi siano situazioni di emergenza e costringe i politici dei rispettivi Paesi a essere più disciplinati nella loro politica fiscale, in quanto sanno fin da subito che non pioveranno soldi gratis dagli altri partecipanti all’euro.
Tutto ciò è stato messo nero su bianco   in un paper datato luglio 2016 e prodotto dal team degli esperti economici del governo Merkel, guidato da Lars Feld, considerato molto vicino al ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble. Il paper di 26 densissime pagine si intitola: “Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani nell’area Euro” e propone “l’allungamento delle scadenze” del debito di un Paese nel caso questo risulti non sostenibile dopo una verifica che passa per l’Esm e per alcuni parametri chiave.
Solo in una seconda fase ci può essere una vera e propria ristrutturazione del debito. L’allungamento delle scadenze, però, deve essere approvato dai detentori dei singoli titoli e per questo motivo Feld e i suoi esperti propongono la modifica delle clausole contrattuali attualmente in vigore per rendere più agevole l’approvazione dell’allungamento delle scadenze. Inoltre queste clausole prevedono anche che il debito si debba ripagare per forza in euro e non in valuta nazionale rendendo così sconsigliabile per un paese aderente uscire dalla moneta unica, se non al costo di perdite ingenti.
L’analisi di Feld&C. affronta anche il tema spinoso di chi pagherà  il conto di una eventuale ristrutturazione del debito.
Nel caso dell’Italia — essendo lo stesso per il 90% detenuto all’interno dell’area euro e per il 65% da investitori domestici, essendo distribuito tra banche private (30%), privati cittadini (30%) e Banca d’Italia (10%), e con un altro 25% presente nei portafogli delle banche europee — uno riscadenziamento comporterebbe un onere da dividere tra questi quattro insiemi di investitori.
Ma il rischio è che tappando il buco da una parte se ne crei un altro poco distante, cioè nelle banche che dovrebbero marcare a bilancio delle probabili perdite. E poi chiedere nuovo capitale ai mercati.
“Un riscadenziamento del debito non tiene conto che i titoli governativi sono presenti per la maggior parte nei portafogli delle banche, italiane ed estere — spiega il professor Giavazzi -. E quali sono quelle banche, magari tedesche o francesi, che approverebbero con una maggioranza del 75% di accollarsi delle perdite? Poi dovrebbero ricapitalizzarsi e se non sei costretto, come è successo in Grecia, non lo fai”.
Un taglio secco
Una seconda strada per disinnescare la mina del debito pubblico italiano passa per un taglio secco di importo consistente che permetterebbe altresì di ridurre la spesa per interessi.
Se il governo riuscisse un giorno ad annunciare un piano per la riduzione del debito nell’ordine dei 300 miliardi tale annuncio avrebbe benefici immediati sul livello dello spread innescando una spirale positiva.
Già , ma come fa il governo a trovare 300 miliardi visto che non riesce a trovarne 3,4 se non alzando il prezzo della benzina?
A questa domanda ha cercato di rispondere la “Fondazione Res Publica”, presieduta da Eugenio Belloni, il cui comitato scientifico è retto da Giulio Tremonti e con un comitato direttivo che riunisce banchieri come Alessandro Profumo, Gaetano Miccichè e Ruggero Magnoni.
Secondo uno studio preparato dalla Fondazione e già  presentato in via riservata al Tesoro, lo Stato dovrebbe creare dei veicoli societari entro cui convogliare propri attivi per 300 miliardi di euro, tra cui immobili degli Enti locali, crediti di Equitalia verso i contribuenti italiani, crediti dello Stato verso Stati esteri, partecipazioni azionarie di società  quotate possedute dal Tesoro, valore delle concessioni (su infrastrutture di trasporto o demaniali), parte dell’oro della Banca d’Italia.
La vera novità  arriva al passo successivo: al posto delle normali emissioni di Btp il Tesoro andrebbe a collocare sul mercato BtpMc e BtpC, cioè titoli obbligazionari che possono essere convertiti in azioni delle società  veicolo con al loro interno i beni dello Stato.
I sottoscrittori di tali titoli incasseranno una cedola superiore a quella dei Btp fino a quando questi non verranno convertiti e poi diventeranno azionisti di società  che dovranno valorizzare al meglio gli asset dello Stato.
In questo modo lo Stato scambierà  titoli di debito con azioni e potrà  ridurre in maniera corrispondente l’ammontare dell’indebitamento che grava sulle sue spalle e per questa via gli oneri finanziari futuri.
Certo, dovrebbe convincere privati e banche che i valori a cui vengono fatti i conferimenti degli asset nei veicoli siano congrui e trovare investitori che siano disposti ad avere in portafoglio prima titoli obbligazionari e poi azioni. Inoltre dovrebbe trovare manager capaci che siano in grado di valorizzare gli asset conferiti nei veicoli. Non facile ma forse non impossibile.
Vedremo se questa proposta andrà  avanti nel percorso di analisi del ministero del Tesoro che sicuramente starà  studiando la situazione da tempo, senza far trapelare nulla all’esterno. Ma sia tra gli operatori di mercato sia tra gli addetti ai lavori è sempre più diffusa la consapevolezza che sia utopistico affidare la riduzione del debito pubblico al solo avanzo primario. L’elevata spesa per interessi lo impedisce.

Giovanni Pons
(da “Business Insider”)

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IN SIRIA IN 5 ANNI 13.000 IMPICCAGIONI SEGRETE ORDINATE DAL CRIMINALE ASSAD

Febbraio 7th, 2017 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI AMNESTY: “POLITICA DI STERMINIO CONTRO I CIVILI”… UN ALTRO DELINQUENTE SOVRANISTA COLLUSO CON PUTIN E FUTURO INTERLOCUTORE DI TRUMP

In cinque anni sono state circa 13mila le persone impiccate, in segreto, in un carcere militare siriano. A denunciare la ‘politica di sterminio’ del regime di Assad è Amnesty international, secondo cui tra il 2011 e il 2015, in un istituto del governo vicino Damasco, è stata portata avanti una ‘campagna mostruosa di atrocità ‘.
Il rapporto dell’ong.
In un rapporto pubblicato oggi, in cui si riporta l’esito di interviste a 84 testimoni, tra cui guardie, prigionieri e giudici, Amnesty segnala che almeno una volta alla settimana tra il 2011 e il 2015 gruppi fino a 50 persone sono stati presi dalle loro celle per processi arbitrari, picchiati e poi impiccati “nella notte, in totale segretezza.” “Durante tutto questo processo, i prigionieri vengono bendati. Non sanno quando e come moriranno fino a quando la corda sarà  infilata attorno al loro collo”, ha denunciato l’ong.
La maggior parte delle vittime è composta da civili, percepiti come oppositori del governo del presidente Bashar al Assad. “Li lasciano appesi da 10 a 15 minuti”, ha testimoniato un ex giudice che ha assistito alle esecuzioni.
“Per quanto riguarda i più giovani, quando il loro peso non è sufficiente per farli morire, intervengono gli assistenti del boia che li tirano verso il basso finchè non gli si spezza il collo”.
Per Amnesty si tratta di crimini di guerra e crimini contro l’umanità  che, con ogni probabilità , sono ancora attuali.
Migliaia di prigionieri sono detenuti nella prigione militare di Saydnaya, una delle prigioni più importanti del Paese, situata a 30 chilometri a nord da Damasco.
L’ong accusa il governo siriano di condurre una “politica di sterminio”, torturando regolarmente i detenuti e privandoli di acqua, cibo e medicine. I prigionieri, secondo Amnesty, sono stati abusati o costretti a violenze reciproche.
Nel carcere, inoltre, sarebbero state applicate delle ‘regole speciali’: ai detenuti non era permesso parlare e dovevano assumere posizioni particolari quando le guardie entravano nella loro cella.
Un ex soldato ha raccontato che era possibile sentire il ‘gorgoglio’ dei prigionieri in punto di morte nella camera di esecuzione al piano di sotto.
“Se tenevamo le orecchie incollate a terra, sentivamo una specie di gorgoglio”, ha confermato Hamid, arrestato nel 2011. “Abbiamo dormito con il rumore delle persone che morivano d’asfissia sullo sfondo. Era normale per me in quel periodo”.
Buone speranze su Trump.
Il presidente siriano si dice ottimista sulle promesse del presidente Usa, Donald Trump, per quanto riguarda la lotta al terrorismo: “Le dichiarazioni che abbiamo sentito durante la campagna elettorale sono promettenti, in riferimento alla priorità  della lotta al terrorismo e soprattutto all’Isis   Precisando che “bisogna aspettare” e che “è presto per aspettarsi qualcosa di pratico”, Assad ha affermato che la cooperazione tra Usa e Russia, principale alleato del suo regime, sarà  “positiva per la Siria”.

(da “La Repubblica”)

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