Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGI: JUPPE’ 26,5%, MACRON 25%, LE PEN 24%… MACRON SORPASSA IN OGNI CASO LA LE PEN: 27% CONTRO 25,5%
Francois Fillon, travolto dall’inchiesta sull’incarico di assistente parlamentare della moglie Penelope e
dei figli, è sempre più solo e sulla scena si riaffaccia Alain Juppè. Anche Thierry Solère, unico portavoce di Fillon e ‘garante’ dello svolgimento delle primarie della destra, ha annunciato su Twitter di aver deciso di ‘mettre fine’ al suo incarico.
Quello di Solère è un nuovo abbandono dopo i molti che hanno segnato le ultime 48 ore
Juppè in testa nei sondaggi.
A questo punto, Juppè, il moderato che fu travolto da Fillon al ballottaggio delle primarie, si dice pronto a rientrare in campo: “Se me lo chiedono non mi tirerò indietro”.
“Questa situazione – ha detto Juppè citato da Le Parisien – assomiglia a un suicidio collettivo”.
E, secondo un sondaggio Odoxa-Dentsu Consulting pubblicato oggi, Juppè arriverebbe addirittura leggermente in testa al primo turno delle presidenziali francesi (26,5%) superando lo stesso Emmanuel Macron (25%) e Marine Le Pen (24%) . Fillon invece sarebbe eliminato al primo turno con il 19%, restando dietro ad Emmanuel Macron, in testa con il 27%, e Marine Le Pen (al secondo posto con il 25,5%).
Centrista, moderato, il sindaco di Bordeaux – secondo i fedelissimi citati dal quotidiano – avrebbe avuto un sussulto ascoltando Fillon attaccare in modo virulento i giudici nella sua conferenza stampa di due giorni fa.
In precedenza aveva dichiarato di non essere disponibile a sostituire Fillon, che ha un programma di destra molto più radicale del suo, in caso di desistenza.
7 elettori su 10 vorrebbero ritiro.
Ma il candidato conservatore, che sabato presenterà il suo programma politico alla società civile a Aubervilliers a nord di Parigi, per ora tiene duro: nelle ultime settimane ha ribadito di non intendere dimettersi.
Ha anche convocato una manifestazione per domenica davanti alla Tour Eiffel, dove spera partecipino 200mila persone. I francesi, però, sarebbero favorevoli a una sua rinuncia, stando almeno ai dati del sondaggio Odoxa per FranceInfo: il 70% degli elettori ritiene che Franà§ois Fillon sbagli ad insistere nella sua corsa per le elezioni presidenziali dopo la sua convocazione giudiziaria per il 15 marzo.
Solo tre persone su 10 danno ragione al candidato de Les Rèpublicains, percentuale più bassa rispetto a un sondaggio di febbraio.
Particolarmente divisi sulla vicenda sembrano essere i simpatizzanti della destra: il 50% approva la resistenza di Fillon, il 50% disapprova.
Solo i simpatizzanti ‘Les Rèpublicains’ e i centristi sostengono per la maggior parte il loro candidato (67%).
Se per il 74% degli interpellati inoltre è ‘normale’ che procedimenti siano avviati contro i candidati durante la campagna presidenziale, e per il 64% che Fillon è trattato come chiunque altro, il 36% ritiene che venga trattato in modo particolarmente duro per motivi politici.
Il vuoto intorno.
Intorno a Fillon il vuoto è sempre più grande. Mercoledì, dopo il preannuncio della prossima incriminazione, aveva abbandonato il candidato Bruno Le Maire, coordinatore della campagna per gli Affari europei e internazionali, seguito a ruota dall’Udi, il gruppo centrista che lo aveva sinora appoggiato.
Poi ieri le nuove defizioni. A voltare le spalle a Fillon erano stati Gilles Boyer, tesoriere della campagna e tre parlamentari vicini a Juppè, Benoist Apparu, Edouard Philippe e Christophe Bèchu, che hanno annunciato insieme il ritiro da una campagna che “ha preso una piega incompatibile” con il loro “modo di intendere l’impegno politico”.
Li aveva poi imitati il senatore Jean-Baptiste Lemoyne e il consigliere al comune di Parigi Pierre-Yves Bournazel. E nel quartier generale della campagna di Fillon vari sostenitori di Juppè hanno fatto gli scatoloni e se ne sono andati.
Un ex premier di destra, Dominique De Villepin, era poi uscito allo scoperto dicendo che Fillon sta trascinando il suo partito, Les Rèpublicains “nell’abisso”.
E un parlamentare ed ex magistrato, Georges Fenech, aveva preannunciato quello che forse è il nuovo orientamento del partito, chiedendo ai republicains di tornare a puntare su Juppe, “il solo oggi, con la sua esperienza a poter prendere il testimone”.
(da “la Repubblica“)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
A LIVELLO URBANISTICO CONTINUITA’ CON IL PD, NONOSTANTE LE PROMESSE BEN DIVERSE
Negli ultimi giorni a Torino sono circolate voci di una “rottura in corso” tra la sindaca Chiara Appendino e il suo fedelissimo vicesindaco nonchè assessore all’Urbanistica Guido Montanari. I rapporti tra i due sarebbero diventati più freddi in seguito ad alcune scelte operate dalla Appendino e dalla maggioranza a Cinque Stelle in materia urbanistica.
C’è chi dice che Montanari sarebbe addirittura in procinto di abbandonare la giunta ma la sindaca ha smentito tutte le indiscrezioni dicendo che con Montanari stanno “lavorando insieme, sta portando avanti diversi dossier. C’è piena condivisione, è in prima fila, ve lo assicuro”.
Il programma di sviluppo urbanistico della Appendino è quello del PD
Nessun problema di giunta quindi, a Torino non sta per scatenarsi quello che è successo a Roma dove l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini prima di dimettersi si è dilettato nella diffamazione anonima ai danni della Raggi con la quale evidentemente non condivideva le scelte da prendere sul progetto del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle.
Ma a Torino come a Roma il nodo dell’urbanistica e dello sviluppo della città è cruciale sia per le ambizioni dei Cinque Stelle di costituire un’alternativa valida alla vecchia politica troppo al servizio dei “palazzinari” sia per sanare il debito del Comune.
Anche a Torino infatti la giunta ha ereditato dall’amministrazione precedente un progetto di riqualificazione urbanistica che — quando i Cinque Stelle erano all’opposizione — avevano fortemente avversato. Si tratta dell’operazione edilizia sull’area della ex-Westinghouse un’area dove dovrebbe sorgere un grande centro commerciale.
I pentastellati quando erano all’opposizione promettevano che “avrebbero vigilato sull’operazione” invitando l’Amministrazione (di Piero Fassino) ad un confronto con la cittadinanza in modo da garantire “una più ampia partecipazione dei cittadini al processo decisionale”.
Uno degli ultimi atti di una battaglia che il MoVimento torinese stava combattendo da anni, visto che l’area dove sorgerà il nuovo centro commerciale vicinissimo al centro città doveva inizialmente ospitare una biblioteca, anzi, la biblioteca principale della città .
Progetto che poi è stato abbandonato a favore di un nuovo tipo di insediamento, non senza le lamentele del MoVimento 5 Stelle che ora si trova ad avallare quella stessa decisione che per anni ha osteggiato duramente.
Tanto che all’epoca Davide Bono su Facebook scriveva: “Ma secondo voi servono altri 10 ipermercati a Torino? Per “chi comanda a Torino” ancora edilizia e centri commerciali, intanto in centro chiudono tutti i negozi. grazie Piero Fassino, grazie #pd. il MoVimento Cinque Stelle Torino si farà sentire!!“.
E si è fatto sentire. La Sindaca Appendino ha giustificato la decisione spiegando che il Comune potrà così incassare 19,6 milioni di euro che potranno essere così messi a bilancio e utilizzati per sostenere il capitolo cultura e altre iniziative del Comune. Casualmente si tratta della stessa spiegazione data nel 2014 dall’allora assessore all’Urbanistica Stefano Lo Russo che in un’intervista su Repubblica aveva motivato allo stesso modo la decisione della giunta Fassino.
Naturalmente la decisione di Appendino non era piaciuta ai duri e puri del MoVimento e anche Montanari si era sentito in dovere, a fine dicembre, di intervenire sulla questione continuando però a definire “un errore urbanistico enorme” la ex-Westinghouse:
le amministrazioni di Torino e di cintura in poco più di 15 anni hanno autorizzato più di 40 di queste strutture che effettivamente hanno indebolito i tessuti commerciali urbani e promosso stili di vita poco sostenibili. Attuando alcune scelte non prese da noi e che se non avessimo proseguito avrebbero provocato, danni patrimoniali e legali alla città (per circa 50 milioni!) saranno autorizzate tra 2016-2017 cinque grandi strutture nelle seguenti zone: c.so Romania, Mirafiori, via Botticelli, ex Regaldi, ex Westinghouse. Di queste una è un ampliamento, un’altra una sostituzione, quindi i dati reali sono circa 3. Insomma se si fa una media nel quinquennio siamo a circa 3 contro circa 13 delle precedenti amministrazioni. Oltre tutto, ripeto, sono scelte attuate in conseguenza decisioni non nostre e ragionevolmente non modificabili. per spiegare che “non era colpa loro” ma di decisioni prese dalle precedenti amministrazioni.
Sempre in quel post Montanari poneva la questione “problematica” delle aree commerciali con superficie compresa tra i 500 e i 5.000 metri quadrati spiegando che ne sarebbero state autorizzate due (una in corso Vercelli e una in corso Traiano) dalle quali però la città — grazie ad oneri di urbanizzazione, nuove aree verdi, piste ciclabili e assunzioni di personale — avrebbe tratto grande beneficio.
Il che è incredibilmente simile — anche se in piccolo — a quello che si diceva su Tor Di Valle.
La delibera aveva lo scopo di utilizzare i proventi degli oneri urbanistici per finanziare la spesa corrente e — casualmente? — non è stata firmata da Montanari.
Curiosamente nella mozione 91/2016 fatta approvare il 28 novembre 2016 e annullata dalla delibera di febbraio l’Amministrazione Comunale si impegnava a fare esattamente il contrario cioè a non utilizzare in futuro gli oneri derivanti dai permessi a costruire per finanziare la spesa corrente preferendo invece che venissero destinati agli investimenti (e qui è strano che il ragionier Grillo non si sia pronunciato come suo solito).
Nel dietrofront della Appendino non c’è nulla di illegale, beninteso, ma è indubbio che la decisione sia stata vista come un tradimento dall’ala dura e pura (ed ecologista) del MoVimento.
Ala della quale Montanari è l’esponente principale. Anche perchè non c’è solo la ex-Westinghouse o la nuova area commerciale, come ricordava qualche qualche tempo fa l’ex assessore Lo Russo le operazioni urbanistiche (che nella logica dei Cinque Stelle sono “colate di cemento”) della Appendino sono tutte in linea con quanto stabilito dalla giunta Fassino:
Linea 2 della metro, Città della Salute, Corso Grosseto, Centro Congressi Westinghouse, Zoom al Michelotti, Residenza universitaria di Via Malta, l’Ascom Village, la RSA di via Benevento, gli interventi commerciali su Corso Romania, corso Traiano, Corso Vercelli, via De Sanctis, nell’area Venchi Unica, Scalo Vanchiglia-Regaldi, nell’area TNE, in Strada del Portone. Insomma, a ben guardare il buon Montanari per il momento sta lavorando bene nell’attuare tutto, ma proprio tutto, quello che ha trovato e che andava solo completato dal punto di vista amministrativo.
Si attende ora il sette marzo quando Appendino spiegherà al Consiglio le ragioni della delibera del 22 febbraio, ma se la storia dei Cinque Stelle a Torino ci ha insegnato qualcosa la spiegazione non dovrebbe essere molto distante dal “dobbiamo farlo perchè l’hanno deciso quelli prima di noi” o dal “è necessario per sanare la situazione di bilancio ereditata da Fassino”.
Qui però stiamo parlando del bilancio 2017, non di quello del 2016, e soprattutto, dal punto di vista politico, della battaglia sugli oneri urbanistici e sul loro utilizzo. Battaglia nella quale i Cinque Stelle negli anni scorsi si sono sempre contraddistinti per una linea intransigente ma chiara: ovvero quella di non utilizzarli per finanziare la spesa corrente.
A quanto pare però, stando dalle mosse dell’Amministrazione a Cinque Stelle il tanto promesso cambiamento non c’è stato e a Torino molto continua ad essere come prima. E pensare che nel programma elettorale di Chiara Appendino l’Urbanistica era al primo punto, un programma all’insegna della partecipazione, del “consumo di suolo zero”
Chi lo spiega a Montanari e soprattutto, chi lo spiega agli elettori del MoVimento 5 Stelle?
Qualcuno dovrebbe chiederlo a Beppe Grillo, quando ha un minuto da dedicare a Torino dopo aver risolto la questione dello stadio della Roma.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
HA CHIESTO UN TAGLIO DI CAPELLI COME QUELLO DEL SUO AMICO DI COLORE REDDY: “COSI’ LA MAESTRA NON SARA’ IN GRADO DI DISTINGUERCI”
I bambini nella foto si chiamano Jax e Reddy. Hanno entrambi cinque anni, stessa statura, stessi occhi
grandi.
Insomma, sarebbe impossibile distinguerli, non fosse per quel particolare: uno dei due ha i capelli più lunghi.
Così è il mondo visto attraverso gli occhi di Jax, che non riesce a notare differenze evidenti tra lui e il suo migliore amico, a parte quel dettaglio stilistico, facilmente appianabile con un paio di forbici.
Lo ha raccontato su Facebook la mamma del bimbo, in un post che conta al momento oltre 75mila condivisioni.
“Questa mattina Jax e io stavamo discutendo dei suoi capelli selvaggi”, scrive sul social, “Gli ho detto che aveva bisogno di un taglio entro il fine settimana e lui mi ha risposto di volerli rasare, in modo da poter somigliare al suo amico Reddy. Non vedeva l’ora di andare a scuola il lunedì successivo sfoggiando lo stesso taglio dell’amico, per osservare la reazione dell’insegnante che non avrebbe potuto distinguerli. Pensava sarebbe stato divertente confondere la maestra”.
Il post è accompagnato da una foto dei due bambini, scattata a Natale: “Questi sono Jax e Reddy, sono sicura che tutti voi notate la somiglianza. Questa è la prova che odio e pregiudizio sono cose che vengono insegnate. L’unica differenza che Jax vede tra loro due è il taglio di capelli”.
La storia è diventata virale sui social e infine il bimbo è andato dal barbiere.
La trasformazione è avvenuta, ora sarà davvero dura per la maestra distinguerli.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“NESSUN RISCATTO DELLE PERIFERIE DEGRADATE, SOLO UNA SPECULAZIONE”
“Questo progetto non è una risposta alla crisi economica nè alla macelleria sociale che ne consegue, e nemmeno al degrado di quell’area, ma la prosecuzione di pessime abitudini”.
Non usa mezze parole l’archeologo e storico dell’arte, Salvatore Settis, sul progetto del nuovo stadio della Roma.
In un editoriale pubblicato da Repubblica dal titolo “All’ultimo stadio”, Settis motiva la sua contrarietà : il progetto “non propone di costruire impianti sportivi o uffici riscattando le periferie più cadenti o recuperando edilizia di pregio (come lo Stadio Flaminio o l’edificio Inps a Piazza Marconi), ma punta su un’area a verde agricolo con vincoli paesaggistici e archeologici”.
Per Settis la vicenda stadio è “una cartina di tornasole: non lo storytelling ma la verità dei fatti mostrerà chi sta dalla parte della legalità , e chi alla Costituzione preferisce la speculazione”.
Ecco come lo storico dell’arte spiega il suo ragionamento.
“In questo “paese senza”, lo storytelling è ormai un instrumentum regni. C’è un problema? Basta dire che si è trovata la soluzione (senza dire quale) e tutti si placano. Quando arriva il momento della verità la soluzione, quella vera, non interessa più a nessuno. Abbiamo visto governi annunciare, dopo un Consiglio dei ministri, interventi che salvano la scuola, esaltano la cultura; per poi scoprire che il testo era ancora tutto da scrivere. Vediamo ora il Comune di Roma adeguarsi al costume, e fare altrettanto con la vicenda stadio. La discussione, anche dentro un M5S sempre più diviso (ma sempre più forte grazie alle debolezze altrui), riguardava l’enormità dell’operazione edilizia, in cui lo stadio è una piccola parte rispetto a un milione di metri cubi di costruito, un Business Park con tre grattacieli firmati dall’archistar di turno (altezza 220 metri). Dopo il consueto zig-zag di dichiarazioni, ecco il miracolo: dimezzate le cubature (ma dove?), decapitati i grattacieli (ma di quanto?), ridotte le opere pubbliche (e il verde?). La descrizione cambia a seconda di chi ne parla: l’importante è dire che c’è l’accordo fra Roma (intesa come città ) e la Roma (intesa come società calcistica). L’importante è che il M5S dia un messaggio rassicurante: anche a noi piace l’urbanistica contrattata, state sereni. Non siamo poi così radicali, non temiamo di varcare “la linea d’ombra del cemento” (Tomaso Montanari, Repubblica, 14 febbraio)”.
Per Settis, il problema principale che ruota intorno al progetto del nuovo stadio della squadra giallorossa, “quale che sia la cubatura prevista”, è quello della legalità , anzi “di legalità costituzionale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
SERGEI STANISHEV, LEADER PSE, ACCUSA D’ALEMA: “TOTALE MANCANZA DI LEALTA'”
Per Mdp “non ci può essere spazio” nel Pse. Lo afferma in un’intervista all’Unità Sergei Stanishev,
leader del Pse, ex premier bulgaro, chiudendo le porte al Movimento dei Democrativi e Progressisti nato per iniziativa di Roberto Speranza, Enrico Rossi e Arturo Scotto dalle scissioni interne al Partito Democratico e a Sinistra Italiana.
“Secondo noi la decisione di alcuni membri del Pd di lasciare il partito è un errore storico […] Dispiace vedere criticato uno dei più avanzati progetti politici che è stato finora un modello di successo per diverse ragioni: la fusione e la sinergia fra culture politiche democratiche, l’apertura alla società civile e la pratica delle primarie molto partecipate. Vedere tutto questo messo in discussione per un conflitto interno è molto difficile da capire dal di fuori […] Non ci può essere spazio nella nostra famiglia per forze politiche che minano l’unità del nostro movimento”.
Stanishev critica direttamente Massimo D’Alema.
“È da molti mesi che vediamo che si comporta con una totale mancanza di lealtà politica nei confronti del Pd e anche nei confronti del Pse. Spesso abbiamo avuto l’impressione che il suo approccio critico fosse dovuto principalmente a dei risentimenti personali”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO SOCIALISTA HA 90 ANNI: “LE SCISSIONI DEVONO ESSERE PREPARATE DA GRANDI SCONTRI SULLA LINEA POLITICA, QUESTI PRESUPPOSTI SONO DEBOLI”
“Scissione, dice?”. Rino Formica socchiude gli occhi. “Rammento bene quella di palazzo Barberini nel 1947, quando i socialdemocratici se ne andarono dal Psi: c’ero quel giorno “.
Ex ministro, padre dello scontrino fiscale, testa d’uovo della Prima Repubblica, oggi compie 90 anni. Memorabili le sue battute. “Un partito di nani e ballerine, “la politica è sangue e merda”.
Torna sempre tutto in Italia?
“Sì, ma con una differenza: il sangue oggi è sofferenza altrui, mentre la merda, il lavoro sporco, lo devono fare gli altri”.
Lei due anni fa disse: “Renzi si brucerà da solo”
“Il fuoco più rovente ora ce l’ha in casa sua. Non mi riferisco a quelli che sono usciti, ma agli ex democristiani che sono rimasti”.
Perchè non le piace?
“Non ha cultura politica. È il provinciale che va in città , quello che entra nel negozio di lusso e tocca la merce, l’annusa…”.
Non sono giudizi ingenerosi? A un certo punto il suo decisionismo venne paragonato a quello di Craxi.
“Craxi non avrebbe mai fatto rottamazioni. Non c’è un solo dirigente della minoranza che è stato estromesso”.
Come vede gli scissionisti
“Le scissioni devono essere preparate da grandi scontri sulla linea politica: i loro presupposti mi sembrano deboli. Parlano di recuperare un popolo, ma mi sembrano più attenti a costituire i gruppi parlamentari invece che a organizzarsi sul territorio”.
Non hanno futuro?
“Dipende, se il Pd avrà la sua Domus Marie, che detronizzerà o ridimensionerà Renzi, forse sì: molti indizi del resto dicono che si va in quella direzione. A quel punto i fuoriusciti potrebbero tornare, in fondo è come se si fossero autosospesi”.
In cosa hanno ragione?
“Renzi non dà spazio. Nelle direzioni lui parla un’ora, e gli altri hanno il tetto di cinque minuti”.
Il suo concittadino Emiliano ha fatto bene a rimanere?
“Mah, non so se è diventato per caso un uomo politico o se fu per caso pubblico ministero”.
Lei per chi vota?
“Scheda bianca”.
Pensa che avremo un governo a Cinquestelle?
“È probabile. Ma con questa legge proporzionale, chiunque vincerà non governerà da solo. Sarà la fortuna dei grillini, così la responsabilità sarà condivisa”.
Come spiega il loro successo?
“Raccolgono la larga opposizione ai governi che impongono sacrifici senza offrire in cambio un futuro”.
Come vede Di Maio premier?
“Ha la dimensione del consigliere comunale”.
Chi sono stati i grandi nella storia d’Italia?
“De Gasperi, Nenni, Saragat. Ma il più abile è stato Togliatti”.
Che ricordo ha di Nenni?
“Venne a Bari nel 1944 e noi della corrente dei Giovani Turchi lo contestammo perchè voleva la fusione col Pci”.
Massimo Pini, nella biografia di Craxi, le “rimprovera” di non essere mai andato ad Hammamet.
“Non è vero, andai per i funerali. Ma nel ’93 Craxi era convinto che di fronte a Tangentopoli era giusto fuggire, io no. Rompemmo”.
Lei è ricordato per la legge manette agli evasori.
“In Italia aggirare fisco suscita benevolenza nella società . E chi ti consiglia di farlo è benemerito. All’epoca andai in Svezia dove il mio collega mi disse: il controllo comincia dal vicino di casa. Tornato in Italia riferii questa frase e mi insultarono per mesi, dissero che favorivo lo spionaggio fiscale”.
Com’è la sua vecchiaia?
“Scrivo, leggo. Divoro sette giornali al giorno”.
Ha rimpianti?
“Faccio parte di quella generazione passata dall’adolescenza alla maturità saltando la giovinezza: una ricchezza, per le esperienze fatte, ma anche una debolezza, perchè abbiamo saltato una stagione della vita. Non siamo mai stati spensierati”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
TRA LORO ANCHE KUSHNER, IL GENERO DI TRUMP E MARITO DI IVANKA
Si estende il caso relativo ai rapporti fra l’amministrazione Trump e la Russia. 
Dopo la polemica sul segretario alla Giustizia Jeff Sessions, il quale avrebbe incontrato due volte in campagna elettorale l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, senza però menzionare la cosa nel corso dell’audizione di conferma al Senato, emerge che anche altri consiglieri vicini a Donald Trump avevano comunicato con funzionari di Mosca in piena campagna per le presidenziali di novembre.
Fra loro il genero Jared Kushner, marito di Ivanka e consigliere del presidente: secondo quanto riferisce un funzionario dell’amministrazione, confermando quanto riportato dal New Yorker, a dicembre incontrò l’ambasciatore Kislyak nella Trump Tower a New York.
Secondo il Wall Street Journal, inoltre, potrebbe complicarsi la posizione del ministro Jeff Sessions, perchè avrebbe utilizzato il suo plafond politico da senatore per finanziare il suo viaggio alla Convention del partito repubblicano, lo scorso luglio a Cleveland, “ma parlò della campagna di Trump” ad un evento al quale partecipava anche l’ambasciatore di Mosca a Washington.
Sessions ha sostenuto di aver incontrato il diplomatico russo in qualità di senatore e di membro della commissione per le forze armate del Senato, non per conto di Trump. Tuttavia, stando al Wsj, Sessions fece commenti sulla campagna presidenziale del candidato repubblicano all’evento della Heritage Foundation, organizzato a margine della convention del Grand Old Party (Gop), quando incontrò Kislyak.
Contatti tra senatori e ambasciatori stranieri non sono inusuali ma a trascinare Sessions nella bufera è stato il fatto di non averli resi noti durante l’audizione di conferma in Congresso, quando è stato interpellato ed era sotto giuramento.
I democratici lo accusano di aver mentito e chiedono le sue dimissioni.
Ieri sera, dopo il pressing ricevuto anche da alcuni repubblicani, Sessions ha deciso di astenersi dall’indagine che il suo Dipartimento guida insieme all’Fbi sulla presunta ingerenza della Russia sulle elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre e sui legami fra la campagna elettorale di Trump e la Russia.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 3rd, 2017 Riccardo Fucile
IN BILICO IL FUTURO DEL GOVERNO CONGIUNTO
Cresce in Irlanda del Nord il partito nazionalista cattolico Sinn Fein. È quanto emerge dai primissimi dati sull’affluenza alle elezioni per il rinnovo del Parlamento irlandese (i risultati definitivi non si avranno prima di domani, ndr).
L’appuntamento elettorale – determinante per il futuro della coalizione tra repubblicani e unionisti nata dagli accordi di pace del Venerdì santo – è considerato anche un test per la tenuta stessa del Regno Unito dopo la Brexit.
Secondo i media britannici, i nazionalisti del Sinn Fein sperano in un incremento di voti rispetto agli unionisti del Dup travolti dal recente scandalo della loro leader Arlene Foster, accusata di malversazione.
Una affermazione del Sinn Fein potrebbe avere tutta una serie di conseguenze, spiegano gli esperti, soprattutto di fronte alle prospettive della Brexit, rispetto alla quale i nordirlandesi hanno votato in maggioranza contro nel referendum del 23 giugno, e alla possibilità , per ora solo evocata da Dublino, di una unificazione con la vicina Irlanda.
A innescare il voto è stata le decisione del partito cattolico Sinn Fein di ritirarsi dal governo di unità , spingendo per una resa dei conti con i protestanti.
La crisi – ricorda Repubblica – è esplosa in gennaio, apparentemente per una questione secondaria: un dissidio su un programma per lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Ma è bastato a provocare le dimissioni di Martin Mc Guinness, vice-premier e leader dello Sinn Fein, il partito cattolico, dal governo congiunto guidato dalla premier Arlene Foster, leader del Democratic Unionist Party (Dup), il maggiore partito protestante.
Ma il vero agente destabilizzatore è stato il sì al referendum sulla Brexit.
Scrive ancora Repubblica:
Nel referendum del giugno scorso, l’Irlanda del Nord (come la Scozia), ha votato per rimanere nell’Unione Europea, con una maggioranza del 56 per cento. Ma com’è noto a livello nazionale ha vinto, 52 a 48 per cento, il fronte per l’uscita dalla Ue.
Il problema è che l’Unione Europea, in Irlanda del Nord, è anche il garante della pace: ha fatto scomparire la frontiera tra le “due Irlande”, che facendo entrambe parte della Ue potevano sentirsi di fatto già unite.
E sono unite nella sostanza in tanti commerci, imprese, iniziative economiche, sociali, politiche. Senza la Ue, a meno che Londra e Bruxelles conferiscano alla regione uno statuto speciale, il confine risorgerebbe.
E con esso, predicono in molti, tornerebbero Troubles, i problemi, com’era eufemisticamente soprannominata la sanguinosa guerra civile. Peraltro mai scomparsi del tutto: soltanto nell’ultimo mese, a Belfast e dintorni ci sono stati due azzoppamenti e una bomba (fortunatamente disinnescata in tempo).
La questione chiave — spiega l’Associated Press — è vedere se Sinn Fein riesce a superare i democratici unionisti e diventare il primo partito nell’Irlanda del Nord, cosa mai accaduta prima.
Le regole locali richiedono che entrambe le parti superino le rispettive ostilità e collaborino in un governo di unità . In caso di fallimento, spetterebbe al governo britannico il compito di prendere il controllo.
Secondo i democratici unionisti, la nuova leader di Sinn Feinn, Michelle O’Neill, vuole sfruttare la crisi politica e l’eventuale successo del suo partito per ridare fiato alle proposta di un referendum per l’unificazione dell’isola: in pratica, per la secessione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito e per il suo ricongiungimento con la Repubblica d’Irlanda.
Un altro tassello verso la disgregazione del Regno.
(da “Huffingtonpost”)
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