Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO L’ACCORDO A TRE, ORA LA DIREZIONE PD
Trovato l’accordo sulla legge elettorale, come si esce dal governo? E quali sono le condizioni di quella che potremmo chiamare ‘Genti-exit’, giocando sul nome del premier Paolo Gentiloni e un fenomeno di tendenza come la Brexit?
Cosa potrà garantire il voto anticipato a Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, i tre contraenti del patto sul sistema tedesco?
Il segretario Dem, che oggi a Roma ha dato il via a una settimana decisiva di incontri e trattative sulla legge elettorale, non crede che il governo possa cadere sui voucher.
O comunque non ci scommette: l’ipotesi è troppo variabile e indipendente.
La sua ‘Genti-exit’ è Paolo Gentiloni stesso: la roadmap che Renzi ha in mente mette nel conto un passo indietro del premier al momento opportuno.
Quando? Dopo che il Parlamento avrà approvato in via definitiva il nuovo proporzionale alla tedesca, cosa che nei piani di Renzi dovrebbe accadere tra fine giugno e inizio luglio.
E la manovra economica? La roadmap renziana prevede anche un piano finanziario di massima sulla prossima legge di stabilità , da condividere con le altre forze politiche, a cominciare da Forza Italia, a luglio.
Una sorta di impegno ad approvare la finanziaria 2017 dopo il voto, che a questo punto potrebbe cadere il 24 settembre o al massimo l’8 ottobre, sono queste le date che ha in mente. Naturalmente sarebbe un piano di massima e non un preciso articolato di legge.
Ma nei propositi del segretario Dem, condivisi anche dal suo primo interlocutore sul sistema tedesco Berlusconi, dovrebbe bastare a tranquillizzare il Quirinale, preoccupato per la tenuta dei conti pubblici.
Che vada esattamente così, è da vedere.
Ma al termine di una giornata di trattative e alla vigilia di una direzione del Pd altrettanto cruciale (domani alle 18), queste sono le tessere del puzzle che Renzi ha composto.
Però uno dei pilastri del suo schema è non entrare in rotta di collisione con Sergio Mattarella. Ed ecco perchè una fonte molto vicina al segretario del Pd sottolinea: “Sarà bravo Paolo a giocare in perfetta triangolazione tra Renzi e il Colle. Del resto, è il Quirinale che ha chiesto insistentemente una legge elettorale: l’ultima volta lo ha fatto tre giorni prima delle primarie con un incontro ad alti livelli istituzionali, convocando i presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso al Colle…”.
Per dire che una volta fatta la legge elettorale sarà esaurito il compito del governo Gentiloni, finita la legislatura, anche il presidente della Repubblica non potrà che trarre questa conclusione, è il ragionamento dei renziani. E il premier, che è sempre stato attento agli equilibri tra Nazareno e Quirinale, farà un passo indietro a conferma di una intesa mai infranta con il segretario del Pd, quella stessa intesa che lo ha portato a Palazzo Chigi.
Tutto fatto? Da vedere. Ad ogni modo questo è il piano B se il governo non dovesse cadere sui voucher. Ma Renzi non crede che Mdp andrà fino in fondo nella sua battaglia contro la reintroduzione dei ticket per le piccole imprese.
“Chi si assume la responsabilità di far cadere il governo è un kamikaze – riconosce un renziano di prima fascia — E poi che fanno? Vanno al voto con la sindrome del ’98 alla Bertinotti? Mh… Per una forza nascente che dice di riconoscersi nell’Ulivo far cadere un governo non sarebbe un buon calcio di inizio”. E poi magari i voti sui voucher li assicurerebbe Forza Italia, d’accordo su una reintroduzione benchè parziale.
Oggi alla Camera nell’incontro con i capigruppo del Pd Ettore Rosato e Luigi Zanda e il relatore della legge elettorale Emanuele Fiano, Alfredo D’Attorre e Cecilia Guerra di Mdp hanno preso tempo, rimandando il confronto a dopo la direzione del Pd di domani. Perchè per loro il quadro non è per niente chiaro, è suscettibile di variazioni. E non sono gli unici scettici. Nel Pd lo è Andrea Orlando che sarebbe pronto a respingere la proposta di Renzi di entrare nella nuova segreteria Dem.
Avere in squadra un rappresentante della mozione Orlando e uno della mozione Emiliano è infatti un altro tassello della strategia renziana. La scorsa settimana Renzi ha avanzato il suo invito formale al Guardasigilli: “Indica uno dei tuoi per la segreteria”, squadra che il leader Dem vorrebbe presentare alla direzione di domani.
Ma Orlando ha preso tempo: “Prima vediamo come va sulla legge elettorale”. E come è andata non gli piace per niente. L’intesa con Berlusconi e la ‘benedizione’ di Grillo al sistema tedesco disegnano uno scenario di larghe intese che secondo il Guardasigilli non è il vestito adatto al Pd.
Orlando ha ancora in mente uno schema di coalizione di centrosinistra, guardando a Mdp di Giuliano Pisapia. Insomma, così non va e soprattutto: in questo scenario dove tutto è già deciso e già si corre verso le urne, a cosa servirebbe una segreteria unitaria? Per questo il suo dovrebbe essere un no a Renzi.
Ma c’è tutta la giornata di domani per definire trattative e approdi. La direzione è convocata alle 18 al Nazareno.
Renzi conta di presentare anche la piattaforma online ‘Bob’, annunciata al Lingotto di Torino. Sarà il meccanismo di partecipazione digitale del Pd, tipo il Rousseau dei cinquestelle, il programma che serve a prendere le decisioni finali su vari argomenti, come è accaduto sul sistema tedesco approvato da 27.473 militanti, contrari 1.532.
Un responso che ha portato il capogruppo M5s alla Camera Roberto Fico e i parlamentari delle Commissioni Affari Costituzionali, Danilo Toninelli e Vito Crimi, all’incontro con Rosato, Zanda e Fiano del Pd oggi alla Camera. “Freddo, ma essenziale”, dice il capogruppo Dem.
Un via libera al tedesco insomma. In settimana in commissione Affari Costituzionale Fiano dovrebbe presentare un emendamento che assorbirebbe tutti quelli presentati sul Rosatellum, che verrebbe così trasformato in proporzionale. Dal 5 giugno in aula alla Camera e poi al Senato.
E per allora Renzi conta che intorno al sistema tedesco e al voto anticipato sarà spianata un’autostrada senza ostacoli di sorta.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
VISITA DEL PREMIER RUSSO IN FRANCIA, PUTIN COSTRETTO A DIFENDERSI: “NON ABBIAMO INFLUENZATO LE ELEZIONI FRANCESI, SAPEVAMO COME SAREBBE FINITA”… MACRON NON FA SCONTI: “SU QUESTO TEMA QUELLO CHE DOVEVO DIRE L’HO GIA DETTO”
«Qualsiasi utilizzo di armi chimiche» in Siria «sarà oggetto di rappresaglia e risposta immediata da
parte dei francesi. La priorità è organizzare una transizione democratica assicurando la stabilità del paese»: a dirlo è il presidente francese Emmanuel Macron al termine dell’incontro con Vladimir Putin a Versailles.
La Francia vigilerà «affinchè tutti gli accessi umanitari siano preservati – ha aggiunto Macron – perchè persone innocenti non possono essere vittime della nostra incapacità di prendere decisioni».
Il colloquio è durato circa tre ore, molto più a lungo di quanto previsto, per cui la conferenza stampa conclusiva è stata spostata di un’ora.
Putin è arrivato a Parigi su invito del leader francese ed ha ricambiato la cortesia, auspicando di averlo presto ospite a Mosca.
I due, che hanno avuto colloqui prima in forma ristretta e poi allargata alle delegazioni, hanno concordato nell’intenzione di «unire gli sforzi nella lotta al terrorismo».
Putin, mai tentato di influenzare campagna Eliseo
Il tema delle ingerenze russe nella campagna elettorale francese non è stato sollevato, «il presidente francese non si è mostrato interessato, e io ancora meno» ha detto il presidente russo, che ha giustificato la visita di Marine Le Pen al Cremlino durante la campagna presidenziale dell’Eliseo: «La sua opinione sulla tutela della identità dei popoli europei – ha detto – non sono prive di fondamento». In ogni caso «siamo pronti ad accogliere chiunque, ad ogni momento. Se Le Pen ci chiese di accoglierla non vedo perchè avremmo dovuto rifiutare. Lei anche ha sempre lavorato per l’approfondimento delle relazioni tra i nostri due Paesi», ha aggiunto Putin.
Quanto ai presunti attacchi di hacker russi contro la campagna presidenziale di Macron Putin ha detto a chiare lettere che non si possono «trarre delle conclusioni su ipotesi non confermate, la stampa può farlo, non la politica. Non abbiamo mai tentato di influenzare il risultato delle elezioni francesi. Del resto, è impossibile, seguiamo i sondaggi, e abbiamo sempre conosciuto l’opinione della maggioranza dei francesi. Non siamo bambini, siamo persone serie» ha detto Putin.
Macron ha aggiunto: «Sono pragmatico, se ho detto le ho cose una volta, non ho l’abitudine di ritornarvi».
Rispetto dei diritti umani
La Francia sarà «costantemente vigilante» sul rispetto dei diritti umani in Russia e in Cecenia ha promesso Macron che, in particolare, ha chiesto che sia affermata «la verità » sulla sorte della comunità Lgbt e ha aggiunto che assieme al presidente russo Putin «abbiamo convenuto di avere un controllo estremamente regolare» sulla questione. «Sarò estremamente vigile su questo tema», ha aggiunto, sottolineando che «il presidente Putin ha promesso la verità sulle attività delle autorità locali».
“Amicizia che persiste”
Pietro il Grande «è il simbolo di quella Russia che vuole aprirsi all’Europa»: lo ha detto Emmanuel Macron, ringraziando il presidente russo, Vladimir Putin, di aver risposto al suo invito di partecipare all’inaugurazione della mostra sullo zar russo a Versailles. «Un luogo simbolico», ha continuato Macron, in occasione dei 300 anni di relazioni diplomatiche inaugurate nel 1717 con la visita a Parigi di Pietro il Grande. «L’importante – ha insistito Macron al fianco di Putin – è il dialogo: da tre secoli, Francia e Russia non hanno mai fermato la loro reciproca amicizia segnata da pensatori, artisti e tutti i presidenti che si sono succeduti» a Mosca e Parigi.
Con questa iniziativa, Macron ha voluto lanciare un chiaro segnale di apertura nei confronti di Mosca, rimanendo però fermo sulle sue posizioni europeiste, perfettamente in linea con quelle di Berlino.
Un atteggiamento che sembra giovare all’immagine del Presidente francese, in un momento di forti tensioni internazionali.
(da “La Stampa”)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI RITENGONO INVEROSIMILE CHE I TULLIANI SI SIANO ARRICCHITI A INSAPUTA DI FINI: UNA LUNGA SERIE DI DOCUMENTI E TESTIMONIANZE PROVEREBBERO LA SUA PIENA “CONSAPEVOLEZZA”
Per ordine dei magistrati di Roma, questa mattina i militari dello Scico (il reparto antimafia della Guardia di Finanza) hanno sequestrato all’ex presidente della Camera due polizze vita del valore di un milione di euro.
Da alcuni mesi Fini è indagato con l’accusa di complicità nel riciclaggio di un tesoro intestato a tre suoi congiunti: circa 6 milioni di euro versati segretamente, attraverso anonime società offshore, dal re delle slot machine Francesco Corallo, che dal dicembre scorso è in stato d’arresto alle Antille Olandesi.
Corallo, titolare del gruppo Global Starnet (già denominato Atlantis e poi Bplus), è l’imprenditore catanese che nel 2004 ha ottenuto, benchè figlio di un pericoloso pregiudicato, la concessione statale a gestire il business miliardario delle macchinette mangiasoldi (new slot e vlt) che a partire da quell’anno hanno invaso l’Italia.
Il re del gioco d’azzardo è stato arrestato con i più stretti collaboratori nella sua base ai Caraibi, con l’accusa di aver sottratto all’Italia oltre 250 milioni di euro: profitti incamerati con le macchinette mangiasoldi, trasferiti all’estero e occultati in anonime società offshore.
L’indagine internazionale ha accertato che dalle casseforti segrete di Corallo è uscito un fiume di denaro che ha premiato anche tre familiari di Fini: la consorte Elisabetta Tulliani, suo fratello Giancarlo e il loro padre Sergio, che in totale si sono divisi, a partire dal 2008, quasi sette milioni di dollari.
Interrogato dai magistrati di Roma dopo l’avviso di garanzia, Fini ha giurato di non aver mai saputo nulla dei fondi neri intascati dai suoi congiunti.
E ha definito false le dichiarazioni accusatorie dell’ex parlamentare Amedeo Laboccetta, inquisito e poi scarcerato, che aveva accusato Fini, tra l’altro, di aver incontrato personalmente Corallo sia in Italia che ai Caraibi.
Ma ora nelle motivazioni del sequestro patrimoniale, chiesto dal pm Barbara Sargenti con l’aggiunto Michele Prestipino e il procuratore capo Giuseppe Pignatone, il giudice delle indagini preliminari, Simonetta D’Alessandro, definisce «del tutto inverosimile» la versione di Fini secondo cui i Tulliani si sarebbero arricchiti a sua insaputa.
ll provvedimento, al contrario, elenca una lunga serie di documenti, testimonianze e altri indizi concatenati che, secondo l’accusa, proverebbero la «piena consapevolezza» di Fini.
In questo capitolo dell’inchiesta rientra anche lo scandalo politico dell’appartamento di Montecarlo : una casa di proprietà di Alleanza nazionale che nel 2008, con l’autorizzazione dell’allora presidente Fini, fu venduta a due società offshore, dietro le quali si nascondevano proprio Giancarlo ed Elisabetta Tulliani.
L’inchiesta ha documentato che i due fratelli, a conti fatti, non spesero un soldo: il prezzo fu pagato interamente delle offshore di Corallo; e i Tulliani hanno poi rivenduto l’appartamento guadagnandoci un altro milione di euro.
Elisabetta, in particolare, ha intascato personalmente un bonifico di 739 mila euro netti. In questi mesi la procura di Roma ha già ottenuto il sequestro di una dozzina di appartamenti e box nella zona di Roma, che risultano acquistati con un’altra parte del presunto bottino.
Si tratta dei 3 milioni e 599 mila dollari versati nel 2009 dalle solite offshore Corallo su un conto estero intestato a Sergio Tulliani, che questi ha poi girato ai figli Giancarlo ed Elisabetta, per essere reimpiegati, appunto, negli investimenti immobiliari che hanno fatto scattare anche la nuova accusa di «auto-riciclaggio».
Gli avvocati Michele Sarno e Francesco Caroleo Grimaldi, che assistono Fini, ora annunciano un ricorso al tribunale del riesame e ribadiscono «l’assoluta estraneità » dell’ex leader di An.
Secondo i legali, inoltre, le polizze sono state sequestrate «per equivalente», per cui non sarebbero state create con soldi sporchi versati da Corallo ai Tulliani: sarebbero invece risparmi personali dell’ex leader di An, investiti da tempo in polizze intestate ai figli minorenni.
(da “L’Espresso”)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTI I PROFUGHI DI RADIO PADANIA ASSUNTI IN REGIONE LOMBARDIA SENZA CONCORSO (COME LA MOGLIE DI SALVINI IN COMUNE E L’EX COMPAGNA IN REGIONE)
Prima aveva chiuso TelePadania, poi il quotidiano di partito (finanziato con soldi pubblici) La Padania,
sostituito dal più agile Populista.
Lo smantellamento delle strutture della vecchia Lega ad opera del Segretario Matteo Salvini si è quindi definitivamente compiuto.
Il cammino verso l’indipendenza della Padania si è interrotto, sacrificato alle ambizioni di leadership nazionale del Ruspa.
Ma questo non vuol dire che alcune delle parole d’ordine che dal 1990 la voce della Lega Lombarda prima e della Lega Nord poi ha diffuso nell’etere siano rimaste flatus vocis. Qualcuno evidentemente se le ricorda ancora.
Perchè La Stampa racconta che una decina degli ex giornalisti di Radio Padania Libera, Tele Padania e del quotidiano La Padania sono stati assunti in Regione Lombardia.
Sono una decina i giornalisti delle testate “padane” che sono stati assunti a vario titolo in Regione per chiamata diretta — ovvero senza concorso pubblico — con contratto di consulenza o di collaborazione.
La Lega dimostra quindi di saper tutelare i posti di lavoro che le stanno a cuore.
Uno stile prettamente salviniano che già fece assumere in Regione per chiamata diretta l’ex compagna. Stessa sorte toccò all’ex-moglie, assunta a chiamata in Comune a Milano.
Nel suo articolo per La Stampa Michele Sasso fa i nomi dei profughi delle testate Padane approdati nel porto sicuro del Pirellone.
Roberto Fiorentini ex direttore di TelePadania oggi direttore di Lombardia Notizie, l’agenzia di stampa della giunta.
Agenzia dove approda anche Paolo Guido Bassi, attuale presidente Municipio 4 di Milano. Massimiliano Ferrari già direttore del Tg Nord è stato chiamato a fare il consulente per la comunicazione del Presidente della Regio Insubrica. Un’altra ex giornalista di Tele Padania, Ilaria Tettamanti, è invece stata tratta in salvo dal gruppo consiliare della Lega in Regione.
Fabrizio Carcano è passato invece dalla Padania a Roma, diventando portavoce del segretario della Lega Lombarda. Igor Iezzi, segretario della Lega di Milano invece dopo la chiusura della Padania ha trovato posto nello staff dell’assessore allo sport Antonio Rossi mentre il collega Stefano Bolognini è approdato a quello dell’assessora Simona Bordonali.
Altri giornalisti sono riusciti a essere tratti in salvo da Salvini e Maroni che se non altro hanno dimostrato di saper salvaguardare i posti di lavoro, dei leghisti.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
LA DIOCESI DI MILANO PRECISA: “NON E’ UN SACERDOTE”
Il rito del “presente” fascista, poi il saluto romano. Per commemorare un rapinatore. Adesso don Orlando Amendola, conosciuto come il “cappellano dei camerati” e del Campo X del Cimitero Maggiore, per quella performance è stato denunciato dalla polizia. “Manifestazione fascista” è il reato del quale dovrà rispondere. La vicenda risale al 20 maggio scorso.
Come ogni anno proprio al cimitero Maggiore si era svolta una cerimonia commemorativa per Umberto Vivirito, militante di Avanguardia Nazionale, morto a 22 anni il 21 maggio 1977 due giorni dopo essere rimasto ferito nel corso di una rapina ad una gioielleria di piazza Udine a Milano.
Rapine durante la quale fu ucciso il gioielliere Ernesto Bernini e fu gravemente ferita la moglie.
Alla commemorazione avevano preso parte una decina di persone – parenti e amici del defunto -, tutti militanti o simpatizzanti dell’estrema destra.
Dopo il ricordo letto da “don” Orlando – che ha definito Vivirito “un eroe della solidarieta è andato in scena il rito del “presente”. “Per il camerata Vivirito… presente…”, scandito due volte. Con tanto di saluto romano.
Ora per il presunto don Orlando Amendola è arrivata la denuncia.
Ma chi è questo prete dell’ultradestra? Stando alle notizie che circolano, una cosa è certa: nulla ha a che vedere con la Diocesi di Milano.
Che infatti ha subito preso le distanze da lui: “non è un sacerdote della chiesa cattolica”. Orlando Amendola farebbe parte dei Vetero Cattolici – cattolici non riconosciuti nè dalla Diocesi ambrosiana nè da Roma.
In particolare dovrebbe aderire – lo dice lui stesso sul suo profilo Facebook – alla Chiesa cattolica nazionale in Polonia., a sua volta staccatasi dai Vetero Cattolici.
Vicinissimo a Lealtà Azione, il sedicente prete officia da anni le funzioni della destra radicale: in particolare le commemorazioni per i caduti della Rsi al Campo X. Un anno fa si era fatto immortalare a un gazebo elettorale con Stefano Pavesi, eletto con la Lega Nord alle ultime amministrative a Milano.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
PER AVER GIRATO E MESSO ON LINE IL FILMATO E PER IL COMPORTAMENTO TENUTO PROBABILE UN PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE
La pagina Facebook Welcome to Favelas ha pubblicato qualche giorno fa il video di un uomo
apparentemente ubriaco ridicolizzato all’interno di una Caserma dei Carabinieri.
La didascalia del video — girato da uno dei militari dell’Arma — dice che il video è stato girato nella stazione dei Carabinieri di San Vito a Cagliari.
Protagonista di quello che alcuni utenti hanno definito un vero e proprio atto di bullismo è un uomo che secondo quanto scrive Sardinia Post ha circa 35 anni, è apparentemente ubriaco e ha qualche problema di deambulazione.
Secondo alcuni l’uomo sarebbe un disabile ma al momento di questa informazione non ci sarebbe conferma.
I militari, almeno tre a quanto pare, lo invitano ad accennare alcuni passi di danza approfittando della situazione e dello stato di confusione dell’uomo.
Il protagonista del video ad un certo punto perde l’equilibrio ma per fortuna riesce ad atterrare su una sedia.
Non è chiaro come il video sia finito in rete ma i tre carabinieri (l’autore del filmato e due “spettatori” uno dei quali è inquadrato mentre filma a sua volta la scena) potrebbero essere raggiunti da provvedimenti disciplinari.
I vertici dell’Arma infatti sarebbero venuti in possesso del video — che ha avuto migliaia di condivisioni su Facebook — e avrebbero aperto un’indagine interna per risalire all’identità dei colpevoli ed accertare eventuali violazioni.
Al di là del comportamento tenuto nei confronti di quel ragazzo è vietato diffondere riprese effettuate all’interno di una caserma dei Carabinieri.
Su Welcome to Favelas molti utenti hanno paragonato il gesto dei tre militari a quello dei dipendenti della LIDL nei confronti della donna di origine Rom.
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
NEL PAESE MITO DEI SOVRANISTI NOSTRANI UN BAMBINO CHE FA LA TERZA ELEMENTARE E AMA LE POESIE PUO ESSERE ARRESTATO CON L’ACCUSA DI CHIEDERE L’ELEMOSINA (CHE NON E’ VERO)
“Salvatemi, salvatemi”, le grida di Oscar, il bambino arrestato perchè recitava poesie, è diventato uno straziante tam-tam sui social e siti web russi.
Studente di terza elementare e qualche difficoltà di linguaggio, Oscar seguiva un corso di recitazione su consiglio del logopedista. La sua cura era diventata la sua passione.
E il marciapiede del Vecchio Arbat, la storica via di poeti e artisti nel cuore di Mosca, il suo palcoscenico.
Venerdì pomeriggio “il piccolo Shakespeare moscovita” recitava un sonetto nel quartiere mentre la matrigna Cristina gli faceva da pubblico seduta su una panchina quando tre poliziotti troppo zelanti lo hanno afferrato per il collo e hanno iniziato a trascinarlo con la forza verso la loro auto perchè a loro dire mendicava, attività vietata in Russia.
Oscar ha urlato e la matrigna ha ripreso la scena con lo smartphone provando a dissuadere i poliziotti, ma è stata strattonata a sua volta.
Gli agenti le hanno strappato i vestiti e le hanno distrutto il tablet, calpestandolo. “Non essendo la madre del bambino, si è presentata come una sua conoscente e vicina di casa. Ha preferito evitare la parola ‘matrigna’ perchè da noi non si usa, ma i poliziotti l’hanno ignorata”, ha spiegato il padre Elias Skavrovski.
In commissariato Oscar e la matrigna hanno trascorso otto ore prima di essere rilasciati in piena notte.
Il filmato delle urla del piccolo e degli spintoni della polizia però era già diventato virale in Rete.
In commissariato si è presentato il noto avvocato russo Anatolij Kucherena, che rappresenta Edward Snowden, la talpa dello Nsa-gate fuggito in Russia, ottenendo la promessa di accertamenti da parte della Commissione d’inchiesta di Mosca e le scuse della polizia per “trattamento sconveniente”.
Solo nei confronti del bambino però. Il padre Elias e la moglie Cristina restano invece sotto accusa: l’uno per non aver adempiuto ai suoi doveri genitoriali, l’altra per aver aggredito i poliziotti.
Indignati i moscoviti si sono mobilitati. Una petizione online per chiedere le dimissioni dei poliziotti responsabili dell’arresto ha superato in poche ore le 10mila firme.
E ieri mattina, davanti al famigerato commissariato, donne col cappello e uomini occhialuti hanno dato vita a un’insolita staffetta recitando sonetti e reggendo un cartello con su scritto: “Recito Shakespeare per i poliziotti dell’Arbat… gratis”.
Già prima dell’episodio, Oscar contava diversi fan. Come Aleksandr Minkine, giornalista del quotidiano Moskovskij Komsomolets che pubblicando qualche settimana fa su Facebook un video in cui “il piccolo Shakespeare” recitava il monologo dell’Amleto “Essere o non essere” lo aveva chiamato “mio eroe” e “principe della strada”.
Qualcuno ha osservato che i passanti gettavano qualche monetina nella borsa che il ragazzo teneva accanto a sè. “Che cosa c’è di male? Glielo posso vietare? Come? Lo devo prendere a schiaffi? Dicono che elemosinasse, ma non è vero. Non lo fa per denaro, ma per il suo desiderio di esibirsi. Sono compositore e designer. Non siamo una famiglia ricca, ma stiamo bene”, ha replicato il padre.
“Sapete come sono i bambini, c’è chi ama giocare a pallone, mio figlio invece ama recitare poesie”.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
E’ TEMPO DI CONVERSIONI, DOPO BERLUSCONI TOCCA AL COMICO: MA MENTRE MARINA BERLUSCONI SI E’ SEMPRE IMPEGNATA PER AIUTARE LE ASSOCIAZIONI, GRILLO CHE HA MAI FATTO?
Pene più severe per chi maltratta gli animali: il M5S con un post sul blog di Beppe Grillo ‘rispolvera’ le
tematiche animaliste, giusto mentre tiene banco la ‘conversione animalista’ di Silvio Berlusconi.
Nel post a firma di Paolo Bernini si chiedono “pene più severe” per chi maltratta gli animali.
Ricordando il maltrattamento e la feroce uccisione del cane Angelo, per il quale sono stati condannati con il massimo della pena i 4 responsabili, “i sedici mesi previsti attualmente dal nostro codice penale sono stati convertiti con la condizionale in sei mesi di servizi socialmente utili presso un canile”, segnala il deputato M5S, che accusa: “appare evidente che per la gravità del reato commesso, in considerazione anche dell’efferatezza e dell’incrudelimento contro un cane indifeso, tutto questo non possa essere punito in modo così blando”.
Per l’eletto del partito di Grillo “una legge come quella sul randagismo (281/91) che a 26 anni dalla sua emanazione non è applicata in tutta italia, dimostra che i vecchi partiti e i vecchi soggetti, sebbene riciclandosi e cambiando casacca, non avrebbrero mai fatto la differenza per gli animali, per esempio denunciando i colleghi delle istituzioni locali per le loro omissioni di atti d’ufficio” (poteva farlo lui come privato cittadino, anche se non lo dice…n.d.r.)
E “in questo brodo di autoreferenziali zoofili la violenza e le chiacchiere sulla pelle degli animali dilagano in modo preoccupante, come in questo caso”, quello del povero cane Angelo, conclude l’eletto tra le fila del partito di Grillo.
Consigliamo Paolo Bernini di porre il quesito al suo garante, da una vita principe dell’indifferenza: si dà il caso che se esiste una legge contro il randagismo ormai datata è stato grazie all’impegno profuso in particolare da una associazione che avuto un presidente nazionale di Genova, quindi parliamo a ragion veduta.
Una associazione in cui, gliene va dato atto, muoveva i primi passi a quel tempo Maria Vittoria Brambilla, ancora lontana dai riflettori della politica, come responsabile di una sezione lombarda.
Il presidente nazionale di allora riuscì a coinvolgere alcune personalità dello spettacolo (a quel poche poche) come “immagine” nella lotta al randagismo o come sponsor attraverso iniziative benefiche, compresi alcuni artisti genovesi.
E’ bene ricordarlo, Grillo non ha mai aderito, non so se perchè non era previsto un guadagno o per disinteresse al tema.
Fa piacere che Grillo in tarda età “scopra” un mondo che per 60 anni gli è stato indifferente, meglio tardi che mai.
Ma abbia il buon gusto di evitare di dare giudizi su altri che almeno qualcosa hanno fatto per salvare animali destinati alla morte e alla sofferenza.
E, nonostante da un certo mondo è notorio ci dividano scelte politiche, non possiamo dimenticare che la prima legge regionale nacque proprio in Liguria grazie all’impegno di un assessore socialista, che a livello nazionale fu importante l’apporto di verdi e radicali, che il sostegno alle iniziative promozionali venne anche da Marina Berlusconi che peraltro non amava apparire per discrezione.
Tanto dovevamo per amore di verità e perchè non ci piacciono gli opportunisti: allora come oggi.
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Maggio 29th, 2017 Riccardo Fucile
FINO A UNA SETTIMANA FA IL MODELLO TEDESCO ERA UNA TRUFFA, ORA IL DIETROFRONT… LA GENERAZIONE TELEMACO CHE DOVEVA “UCCIDERE IL PADRE” E ROTTAMARE IL VECCHIO TORNA NEL LUOGO DOVE TUTTO E’ COMINCIATO
Negate, temute, e alla fine volute, ecco le elezioni anticipate.
Sull’accordo già blindato tra Renzi e Berlusconi arriva adesso la sorprendente benedizione di Beppe Grillo sul modello proporzionale tedesco, che apre la via al voto in autunno. Eccolo, dunque, l’approdo.
Dopo tre anni di inutile pellegrinaggio tra vocazioni maggioritarie e Italicum, democrazie “decidenti” e premierati forti.
La Generazione Telemaco della “nuova politica”, quella che doveva “uccidere il padre” e rottamare il vecchio, torna nel luogo dove tutto era cominciato, e dal quale forse non se n’era mai andata. Il Nazareno.
E al Nazareno, inteso appunto come Patto, ha la pretesa di riportare quel che resta della sinistra italiana. Ancora una volta smarrita, confusa, divisa. Incapace di produrre una qualunque alternativa, se non quella di abbracciare un Caimano per resistere a un Grillo.
L’accordo Renzi-Berlusconi, alla luce delle parole del segretario del Pd al Messaggero, è ormai cosa fatta.
Con la scusa che “lo chiede Mattarella”, l’ex premier e l’ex Cavaliere sono pronti a fare quello che pareva chiaro dal giorno dopo la Caporetto sul referendum costituzionale, e che solo i ciechi, gli ipocriti o le anime belle si erano rifiutati di comprendere. Un’intesa sulla riforma elettorale, poi sulle elezioni anticipate, e infine sulla prospettiva di una Grosse Koalition all’italiana.
Come dice Roberto Saviano del Ventennio Berlusconiano, con la “svolta nazarena” tutto è dimenticato, tutto è perdonato.
Ed è vero che è “uno scandalo” una politica che a pochi mesi dalla scadenza della legislatura costruisce meccanismi elettorali tagliati a misura dei propri bisogni.
Ma così è, purtroppo. Ormai da almeno dodici anni, quando a questo “uso privato” delle istituzioni e delle Costituzioni ci abituò il disastroso Porcellum voluto dal Polo della destra per non far vincere l’Unione di Prodi.
Anche il sì di Grillo fa parte della svolta. Ma il furbo via libera del capocomico al sistema proporzionale tedesco, attraverso la solita farsa del clic tra gli attivisti della Rete, è tutt’altro che disinteressato.
Per Pd e Forza Italia risolve il problema dei numeri al Senato, che altrimenti sarebbero mancati, e che invece adesso ci saranno grazie ai pentastellati.
Ma per il Movimento è manna dal cielo: gli consentirà di lucrare dividendi incalcolabili in una campagna elettorale tutta giocata contro il “Renzusconi” dell’inciucio neo-consociativo.
Ci sarà ancora qualche dettaglio tecnico da mettere a punto. Per esempio la soglia di sbarramento.
Ma la strada è già aperta, da almeno due casi paradigmatici di queste ultime ore. Il primo caso è la sfiducia bipartisan a Campo Dall’Orto in consiglio d’amministrazione Rai: un “ribaltone” che ha ragioni tuttora imprecisate, se non quelle legate all’urgenza di avere un servizio pubblico televisivo ancora più malleabile e controllabile in campagna elettorale.
Renzi nega, e porta come prova il fatto che il consigliere che lui conosce meglio nel cda è “Guelfo Guelfi, l’unico ad aver votato a favore del piano di Campo Dall’Orto”. Tesi tartufesca, e facilmente controvertibile: più che una prova a discapito, il voto di Guelfi (difforme da quello degli altri consiglieri pd) sembra la smoking gun sul siluramento del direttore generale.
Il secondo caso è il ripristino dei voucher, sia pure con una formula “geneticamente modificata”.
L’emendamento che reintroduce i buoni lavoro passa proprio grazie alla stampella azzurra del Cavaliere, perchè nel frattempo viene meno la stampella rossa non solo dell’Mdp di Bersani, ma anche dei dissidenti di Orlando.
Anche su questo Renzi ha una sua versione. La norma sui voucher ci sarà perchè «abbiamo fatto quello che il ministro Finocchiaro ci ha chiesto di fare». Tesi pilatesca, e palesemente in-credibile: Gentiloni non avrebbe mai preso un’iniziativa autonoma, su un tema “sensibile” per la sinistra come i buoni lavoro.
Ad annunciare l’emendamento in Commissione è stato il capogruppo dem Rosato. E su quello, poi, il governo ha dovuto convergere.
È una forzatura della quale obiettivamente non si sentiva alcun bisogno. Sia per ragioni di metodo: i voucher erano stati appena abrogati per decreto proprio per evitare il referendum chiesto a tutta forza dai sindacati.
Sia per ragioni di merito: i voucher non hanno risolto la piaga del lavoro nero (ormai superiore ai 100 miliardi l’anno) e non hanno offerto nessuna tutela contributiva a quel milione e 600 mila precari che ne hanno “beneficiato” (dovrebbero lavorare fino a 75 anni per avere una pensione da 208 euro al mese).
Dunque, anche questa mossa non nasce per caso. Non nasce a Palazzo Chigi. Nasce a Largo del Nazareno.
E si inquadra nello stesso percorso che potrebbe portarci, in sequenza, al sistema tedesco, alla caduta di Gentiloni, al voto in autunno e alla Grande Coalizione.
Non siamo più in presenza di un’episodica geometria variabile (che talvolta in Parlamento può capitare) ma di un’autentica mutazione della maggioranza (che stavolta il Quirinale deve valutare).
Tutti i soggetti in campo non possono non esserne consapevoli. Se vanno avanti lo stesso, vuol dire nella migliore delle ipotesi che hanno accettato il rischio, nella peggiore che hanno concordato l’esito. E l’esito, ancora una volta, è quello ormai noto, nonostante le smentite a tamburo di questi mesi: un bel # paolostaisereno, e poi tutti alle urne.
In questa rincorsa congiunta alla rivincita di Renzi e alla rinascita di Berlusconi non c’è già più spazio per le prudenze istituzionali o per le pendenze finanziarie.
L’idea è che il tripolarismo che paralizza l’Italia, con il modello tedesco, si risolve con la creazione e la contrapposizione di due blocchi: il Sistema (Renzi-Berlusconi) e l’Anti- Sistema (Grillo-Salvini). Comunque vada, un mezzo disastro.
Il rischio dell’instabilità , proprio durante una delicatissima sessione di bilancio, non è contemplato. Anzi, è inopinatamente ribaltato a nostro vantaggio. Anche questo dice Renzi: «Dopo le elezioni tedesche e fino al voto, l’Italia sarà l’osservato speciale sui mercati. L’eventuale anticipo del voto non genera l’incertezza, ma la anticipa… ».
La scommessa è stravagante, e a dir poco azzardata. Non ci sarebbe nulla di strano se i due “pattisti” la giocassero in proprio. Purtroppo non è così: la posta in palio è il Paese.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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