Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
MENTRE A ROMA CENTINAIA DI CITTADINI, ITALIANI E PROFUGHI, DORMONO IN STRADA, LA SINDACA FA I SELFIE IN SPIAGGIA
Mentre a Roma sfilavano le associazioni per il diritto alla casa, dopo i contestati sgomberi dei
giorni scorsi, la sindaca Virginia Raggi è stata scovata prendersi una piccola pausa al mare.
E la cosa ha scatenato polemiche.
La Raggi è stata immortalata ad Ardea, vicino alla capitale, da un cittadino romano che si è fatto scattare una foto in sua compagnia.
Stefano Ambrosetti, conosciuto per essere un militante di destra e per le battaglie alcuni anni fa contro la costruzione di una discarica in zona Falcognana, ha postato sul suo profilo Facebook una foto insieme alla prima cittadina della capitale, scrivendo: “E oggi sono al mare insieme a… Si dice Sindaco o Sindaca”.
Ovvio che i commenti non sono stati dei più teneri:
“Il clima a Roma si fa incandescente per l’emergenza casa e Raggi che fa? Un bel selfie al mare. I problemi della Capitale possono aspettare.”
“Ci fa piacere che la sindaca stia trascorrendo una tranquilla giornata al mare ad Ardea. Vorrei ricordarle solo che la Capitale in questi giorni è in piena emergenza casa e che il problema non si risolve scrivendo qualche riga su Facebook.
Considerando che la Raggi ne veniva da due settimane di vacanze, buon senso e buon gusto avrebbero voluto che per una volta rinunciasse a un sabato al mare per diedicarsi “nei fatti” a risolvere il problema di quei romani che dormono nei giardini e nelle piazze della capitale.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA REGIONE LAZIO HA PASSATO I SOLDI AL COMUNE DI ROMA CHE NON LI HA SPESI PER RAGIONI POLITICHE
Fabio Refrigeri, assessore alla Casa della Regione Lazio, in un’intervista rilasciata oggi al Messaggero torna sulla vicenda dei 40 milioni di euro che via della Pisana ha stanziato per il Comune di Roma allo scopo di fronteggiare l’emergenza abitativa dopo gli sgomberi.
Soldi che però il Comune non ha voluto spendere anche se la storia di Piazza Indipendenza ci insegna che sarebbero serviti.
Prima di darli nella disponibilità del comune dal 31 maggio scorso, la Regione ha provato a chiedere all’ATER, con tre bandi differenti, di trovare sul mercato appartamenti in base ai prezzi previsti per l’edilizia agevolata.
Tutti bandi andati a vuoto, perchè i proprietari anche di palazzine ancora invendute non hanno ritenuto evidentemente conveniente il prezzo offerto dalla Regione, che così ha evidentemente sprecato tempo e risorse.
«Abbiamo detto a Roma Capitale: ci sono queste risorse, sono pronte per essere spese, presentateci un piano e si può partire. C’è ovviamente un unico passaggio da rispettare: i potenziali inquilini devono avere i requisiti per l’edilizia residenziale pubblica. Questo mi pare scontato».
Come si arriva ai quaranta milioni di euro da spendere subito?
«Il 31 maggio abbiamo varato la delibera che ufficializza lo stanziamento, grazie a una convenzione al Comune di Roma di quaranta milioni di euro, una boccata di ossigeno su un fronte così delicato come quello delle politiche abitative. Si tratta di una prima fetta di un investimento complessivo di 161 milioni di euro. Dunque, le risorse ci sono, l’importante è partire, e presentare un piano di intervento. Ma da quel giorno, il 31 maggio, dunque quasi tre mesi fa, non abbiamo ricevuto risposta. Nulla, silenzio totale da parte di Roma Capitale».
Virginia Raggi, sindaca di Roma, parla di Regione inadempiente.
«Guardi, quando abbiamo visto che non arrivava una risposta, il 6 luglio abbiamo mandato anche una Pec al Campidoglio, ribadendo: ci sono queste risorse, quaranta milioni, possono essere spese per l’emergenza abitativa, fateci sapere come volete spenderli. Ancora nulla, nessuna risposta».
Le parole di Refrigeri ci consentono quindi di dire che erano sbagliate le parole di Virginia Raggi quando ha sostenuto su Facebook che il Comune aveva indetto gare «per il reperimento di immobili, ma sono andate deserte perchè nessuno ha messo a disposizione le proprie strutture per i migranti».
Aveva invece ragione la sua assessora Laura Baldassarre a dire che le gare erano state indette invece dalla Regione.
In ogni caso nell’occasione i fondi per gestire uno sgombero c’erano ma il Comune ha deciso di non utilizzarli.
Rimane questo il punto di maggiore responsabilità del Comune.
Il commissario Tronca, ad aprile 2016, due mesi prima dell’insediamento della giunta Raggi, aveva fissato una lista di 16 immobili occupati, tra cui via Curtatone, da sgomberare perchè arrecano danni erariali o sono pericolanti.
Nella lista c’erano, oltre a Palazzo Curtatone, lo stabile della banca d’Italia in via Carlo felice occupato nel 2003 da Action, dove risiedono più di 40 famiglie straniere e italiane, ma anche un palazzo dell’Atac in viale del Policlinico dove vivono 50 famiglie o due stabili dell’Inps in viale delle province dove trovano rifugio da cinque anni almeno 150 persone.
Ci sono stabili occupati sulla Collatina, Prenestina, in via Tuscolana, a Tor marancia. I casi più gravi sono il palazzo Selaam in via Cavaglieri e l’ex palazzo Indpad a via Collatina, occupati da rifugiati eritrei e sudanesi.
In totale si parla di cento edifici occupati e tra i 5 e i 10mila occupanti.
Ma non c’è nemmeno un censimento comunale a cui attingere. Perchè non c’è stato l’intervento?
Come ha raccontato ieri Federica Angeli su Repubblica, la prefetta Basilone ha detto che la linea del Campidoglio, nei numerosi tavoli tecnici istituiti per affrontare la vicenda “via Curtatone” nei sette mesi precedenti, era stato quello di chiusura assoluta. «Non ricollocheremo gli occupanti abusivi, daremo la priorità alle graduatorie per gli alloggi».
Insomma, sembra piuttosto chiaro che il Comune di Roma ha deciso semplicemente di non organizzare nulla prima dell’avvenuto sgombero un po’ perchè preso di sorpresa dall’azione del ministero dell’Interno (e forse pensando che la sua indisponibilità avrebbe fermato il piano), un po’ perchè la decisione di spendere quei soldi in alloggi per i rifugiati avrebbe avuto una valenza politica e avrebbe prestato il fianco all’attacco da destra all’amministrazione.
Per questo il comune ha “dimenticato” di spendere quei soldi, diventando così corresponsabile, insieme a Regione e Ministero, del caos di Piazza Indipendenza.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
“LA COLPA NON E’ DELL’UNIONE EUROPEA, MA DEI SINGOLI STATI”… “L’INTEGRAZIONE AUMENTA LA SICUREZZA, SI STA SCATENANDO UNA GUERRA AI POVERI”
“Nella guerriglia per gli sgomberi a Roma abbiamo perso tutti: la politica, il paese, i migranti
stessi”.
Dagli sgomberi alle accuse alle ong, dalla riduzione degli sbarchi alle ‘attitudini’ degli italiani verso chi è diverso, chi è povero.
Emma Bonino, ex ministro degli Esteri e leader radicale, in un’intervista rilasciata a Repubblica oggi in edicola interviene ad ampio raggio su tutti i temi di questo agosto bollente dal punto di vista delle tensioni nei confronti dei migranti.
Da Bonino arriva un netto ‘no’ a questo tipo di sgomberi -e soprattutto un ‘no’ all’equazione migranti uguale insicurezza, anzi: “Una politica rigorosa di integrazione può aiutare anche la sicurezza”, anche se ovviamente sul tema ci sono “all’opera dei veri imprenditori della paura, da Salvini a Di Maio e non solo”.
Ma – ricorda Bonino – “se apriamo le pagine di cronaca abbiamo liste lunghissime di atti criminali e violenti, specie contro le donne, compiuti da italiani ‘bianchi'”.
Gli italiani sono diventati razzisti?
“In parte – risponde la leader radicale – ma certamente sono intolleranti verso chiunque sia altro e diverso. In particolare se povero. Si veda il cartello contro l’handicappato a Carugate”.
Ma la colpa non è dell’Unione Europea, assicura.
La colpa è degli Stati membri, “non solo assenti ma decisamente contrari a una politica estera comune, oltre che a una politica di integrazione comune. Ognuno per sè”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA FORMAZIONE DI DESTRA ACCOLTA DA CORI DI “FUORI, FUORI”, UNA FOLLA IN SOLIDARIETA’ CON IL SACERDOTE … ENNESIMA FIGURA DI MERDA DI UNA SEDICENTE DESTRA SENZA SPERANZA
Un lungo applauso di solidarietà e sostegno a Don Biancalani prima della messa. E quando arrivano gli esponenti di Forza Nuova, accolti dalle grida “Fascisti” e “Fuori-fuori”, Don Biancalani li accoglie stringendo loro la mano e dicendo: “Ragazzi, non è necessario che ve lo dica…”.
Comincia così la domenica nella parrocchia di Vicofaro, Pistoia, dopo una settimana di dure polemiche sui migranti.
La cerimonia è concelebrata dal vicario del vescovo di Pistoia e da padre Massimo Biancalani, il sacerdote che nei giorni scorsi ha accompagnato alcuni migranti in piscina suscitando reazioni della destra dopo la foto pubblicata su Facebook. Tantissime persone sono arrivate anche da fuori, da Firenze e dalla provincia di Pistoia. Esponenti politici, fedeli, attivisti.
Forze dell’ordine e vigili urbani sono presenti in modo massiccio, l’impressione è quella di una cerimonia blindata. Molte anche le telecamere e i giornalisti.
Sono arrivati anche gli aderenti a Forza nuova che hanno confermato ieri la loro presenza per “controllare” l’omelia del sacerdote.
Sono entrati, Don Biancalani li ha salutati e gli ha detto sorridendo: “Tranquilli eh…”. Poi i militanti della formazione di destra si sono seduti in attesa della celebrazione. Molti fedeli hanno abbracciato e salutato Don Biancalani.
In chiesa ci sono anche alcuni dei ragazzi migranti che don Biancalani assiste, tutti di religione musulmana, che hanno preso posto nelle panche esattamente sul lato opposto a quello in cui siedono gli esponenti di Forza nuova.
A messa anche Ibrahim, originario del Gambia: “Sono musulmano ma alla Messa di don Massimo io ci sarò. Massimo aiuta anche i poveri italiani che sono ospiti qui: viviamo con loro come fratelli”.
Fuori striscioni anti razzismo.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
L’ONU DENUNCIA IL CLIMA DI TERRORE E I CRIMINI DELLA DITTATURA: ECCO DA COSA SONO FUGGITI I DISPERATI DI PIAZZA INDIPENDENZA
Tra i migranti che arrivano in Italia, gli eritrei sono fra i più numerosi. 
Nel piccolo Paese del Corno d’Africa, appena 6,5 milioni di abitanti, l’emigrazione è un fenomeno di massa.
Colpa di un regime oppressivo che controlla la vita delle persone attraverso il servizio militare obbligatorio a tempo indefinito e della mancanza di sviluppo economico nell’ex colonia italiana.
Che l’Italia ricorda solo per gli accordi commerciali. O quando i rifugiati eritrei vengono sgomberati a Roma.
Secondo l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr), lo scorso anno sono sbarcati sulle nostre coste oltre 20.000 eritrei, secondi solo ai profughi della Nigeria che però conta quasi 190 milioni di abitanti.
La tendenza degli arrivi dal Corno d’Africa verso l’Italia è costante, pur con variazioni. Nel 2016 gli eritrei che hanno ottenuto asilo o protezione internazionale da Roma sono l’80% dei richiedenti (7.400), il 73% nel primo semestre 2017 quando gli arrivi sono diminuiti.
Tutti gli altri, se possono, vanno verso il Nord Europa, molti chiedono asilo in Svizzera. L’Onu stimache circa 5.000 persone lasciano il Paese ogni mese alla volta dell’Europa e non solo.
Solo due settimane fa sono annegati decine di migranti eritrei ed etiopi al largo dello Yemen, dilaniato da una guerra fratricida eppure transito obbligato verso l’Arabia Saudita, dove molti eritrei cercano lavoro.
“Il regime di Asmara viene spesso descritto in modo troppo semplicistico come la Corea del Nord africana. Anche se non si vedono i poliziotti per strada, la libertà è ridotta a zero”, osserva Vittorio Longhi, giornalista italo-eritreo attivo nella denuncia del regime di Isais Afewerki, presidente dal 1991, anno dell’indipendenza dall’Etiopia.
Un rapporto Onu del 2015 parla di “un clima di terrore in cui il dissenso è sistematicamente represso, la popolazione è costretta al lavoro forzato e alla carcerazione arbitraria” e di “crimini contro l’umanità ”.
La privazione delle libertà fondamentali si accompagna alla povertà . “Dopo l’addestramento militare nel campo di Sawa — spiega Longhi —, i cittadini vengono assegnati al servizio nazionale a tempo indeterminato, ricevendo compensi da fame. I giovani sentono di non avere possibilità e fuggono”.
Chi resta può diventare manodopera a bassissimo costo. France24 nel 2016 ha documentato che l’azienda italiana di costruzioni Piccini impiegava circa 150 eritrei, la metà militari. Non è l’unico caso.
L’Italia è il secondo partner commerciale di Asmara dopo l’Arabia Saudita.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
BLOCCANO L’ASSEGNAZIONE DELLE CASE POPOLARI E SBLOCCANO LE CONCESSIONI EDILIZIE AI PALAZZINARI: CHE STRANA MORALE… SISTEMATICA DIFESA DEL PRIVILEGIO, PERVICACE OLTRAGGIO DEL DIRITTO
Il bilancio delle cariche a piazza Indipendenza è di piedi e nasi rotti, lividi che passeranno e ferite che no, perchè si cancella il sangue dall’asfalto ma non il segno che lascia assistere, da bambino, alle manganellate inflitte a tuo padre dai poliziotti armati che irrompono in casa all’alba (è questo che ricorderanno le decine di bambini portati via a forza dallo stabile in cui vivevano da cinque anni).
E tutti, sui social, a prendere le parti, convinti da una narrazione giornalistica sciatta e in malafede che le parti in campo fossero poliziotti contro migranti, convinti che tra loro vadano cercati i violenti.
A piazza indipendenza io c’ero. Avrei potuto scrivere ieri di quello che ho visto, ho preferito scrivere oggi di quello che so, perchè temo che si scriva solo degli effetti e non delle cause; solo della violenza in piazza — raccontata con parole sbagliate: “gli scontri”, che in realtà sono cariche, una parte armata ne carica una disarmata — e non, invece, della violenza più impetuosa e virulenta che innesca le cariche, generando l’esclusione sociale che porta alle occupazioni abusive e agli sgomberi.
Il termine “violenza” ha, sul vocabolario, due sfumature di senso.
Violenza è la furia aggressiva delle cariche e dei manganelli, quella di quando chi la esercita e chi la subisce vengono immortalati nella stessa inquadratura, consentendo a chi commenta la foto sui social di discettare su chi ha aggredito chi.
Ma questa violenza di piazza non esisterebbe senza quell’altra, più esecrabile perchè esercitata da chi avrebbe il compito di “rimuovere gli ostacoli che limitano l’uguaglianza tra i cittadini e impediscono il pieno di sviluppo della persona”, come recita la Costituzione.
La violenza dei poliziotti non si abbatterebbe sui profughi, sugli studenti, sui lavoratori in sciopero se non fosse preceduta dalla violenza dei governanti: dall’abuso, la prevaricazione, la violazione del diritto.
“Violenza” è violare la Costituzione che contempla la casa e il lavoro tra i diritti fondamentali — come il diritto dell’esule a ricevere protezione — bloccando l’assegnazione delle case popolari e sbloccando le concessioni edilizie ai palazzinari.
Violenza è la prevaricazione dei molto ricchi sui molto poveri, il privilegio metodicamente concesso per legge ai più facoltosi, anche tra gli immigrati: gli stranieri con grandi patrimoni vengono invitati a stabilire in Italia la residenza godendo di un formidabile sconto sulle tasse per poter fare la bella vita; gli stranieri senza grandi patrimoni vengono respinti nei paesi dai quali fuggono per sopravvivere.
Agli sceicchi arabi le istituzioni destinano lo scudo, ai profughi eritrei il manganello, a chi costruisce ville abusive lo scudo e ai senza tetto che occupano uno stabile abbandonato il manganello.
Mai il contrario: avete mai visto la polizia caricare i banchieri che truffano i pensionati ?
“Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all’abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso”, recita una sentenza della Corte costituzionale (n. 217 del 25 febbraio 1988).
Questo “diritto inviolabile all’abitazione” viene invocato per il miliardario che non paga tasse sulla prima casa e calpestato per l’esule del quale le istituzioni dovrebbero farsi carico: violato per l’esule sotto protezione come per il cassaintegrato sotto sfratto, per il precario che vive con i genitori perchè senza un contratto stabile la banca non concede il mutuo e via elencando le miserie dei miseri che si accaniscono gli uni contro gli altri invece di coalizzarsi per ribellarsi a chi li riduce in miseria.
La violenza andata in scena a Roma — e nel resto del Paese — è questa.
La sistematica difesa del privilegio, il pervicace oltraggio del diritto.
Sono queste le cause dell’emergenza abitativa che — come ho scritto qui — non è un’emergenza: non è un accidente imprevisto ma è il frutto di precise scelte politiche. È vile prendersela con chi per disperazione ha lanciato una bombola, è troppo comodo prendersela solo con la Polizia.
Bisogna condannare i violenti che hanno fermato l’assegnazione delle case popolari esistenti e impedito che se ne costruissero di nuove con fondi già destinati e su aree pubbliche di piccole dimensioni perchè “Siamo contro il consumo di suolo” e, contemporaneamente, hanno accordato ai privati il permesso di cementificare 20 ettari di suolo per costruire lo stadio.
Con i violenti che tolgono un tetto sopra la testa a decine di famiglie per restituirlo a un fondo immobiliare che ne farà un centro commerciale.
Con i violenti che hanno scritto e votato una legge concepita allo scopo di respingere gli esuli lasciandoli morire in mare e nelle carceri libiche.
Con i violenti che hanno scritto e votato una legge che consentire lo sfruttamento dei richiedenti asilo (è di ieri il caso della cooperativa di Treviso che proponeva alle aziende del territorio ragazzi “gentili, umili, volenterosi, con un’ottima resistenza fisica e che non avanzano alcuna pretesa dal punto di vista retributivo, professionale o di turnazione” disposti ad accettare una paga di 400 euro al mese), ultima di molte leggi violente scritte per consentire lo sfruttamento di tutti i lavoratori.
I violenti sono quelli che mandano in pensione a 68 anni un metalmeccanico che lavora all’altoforno — condizione che determina una riduzione dell’aspettativa di vita di sette anni — e non ci mandano affatto un precario.
Sono quelli che poi mandano la polizia a caricare migranti, metalmeccanici e precari. “Devono sparire”, ha detto ai suoi il poliziotto riferendosi ai rifugiati, come direbbe un netturbino diligente dei mozziconi di sigaretta.
La violenza delle manganellate contro gli inermi è l’inevitabile conseguenza del reagire alla povertà come si reagisce allo sporco sui marciapiedi, trattando gli esseri umani peggio delle cose: picchiando i primi per proteggere le seconde.
Le manganellate, quando si affida la gestione del disagio abitativo a persone armate di manganello, non sono un incidente.
La violenza non è un incidente. È il nuovo — vecchissimo — imperativo morale del potere. Avevamo scritto una Costituzione che aveva tra gli scopi più nobili quello di combattere le disuguaglianze e la povertà .
L’abbiamo tradita per combattere i poveri.
Con una furia che oltre che ignobile è demenziale: dopo 20 anni di leggi e politiche che hanno diligentemente concesso sconti e agevolazioni fiscali ai ricchi, precarizzato il lavoro, compresso i salari e i diritti, alimentato le speculazioni immobiliari, fermato l’edilizia popolare, tagliato i servizi e l’assistenza mentre si acquistavano cacciabombardieri tornado, i poveri sono triplicati.
Sono quasi cinque milioni gli italiani in povertà assoluta, circa otto quelli in povertà relativa, più di dodici quelli che rinunciano alle cure mediche perchè non possono permettersele.
Gli stessi che hanno votato e scritto le leggi che hanno moltiplicato i poveri, sguinzagliano in strada i poliziotti per farli sparire.
A Roma la polizia è stata schierata contro i profughi senza casa a conclusione di un ciclo storico coerente: prima abbiamo invaso e saccheggiato l’Etiopia e l’Eritrea, depredato quei paesi di ogni risorsa, riducendo in schiavitù donne e bambine.
Poi abbiamo armato e finanziato il regime di un dittatore sanguinario come Afewerki, accusato dall’Onu di crimini contro l’umanità .
Infine, abbiamo sfrattato i profughi etiopi e eritrei che la legge ci impone di accogliere e proteggere (la legge, non il buon cuore) e manganellato quelli che resistevano allo sfratto.
Il tutto, da un secolo a questa parte, per accumulare ricchezze nelle mani di pochi sempre più ricchi a scapito dei molti sempre più poveri
La violenza inferta ogni giorno da chi dovrebbe proteggerci è questa e il razzismo, oggi come allora, è solo il veleno iniettato alle masse attraverso la propaganda mediatica per evitare che ogni povero si accorga che ogni altro povero gli somiglia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
L’INCONTRO TRA LA DOMANDA POLITICA PIU’ SPAVENTATA DEGLI ULTIMI ANNI E UN’OFFERTA DI POLITICA GREGARIA DEL SENSO COMUNE DOMINANTE E OPPORTUNISTICO
Dai casi di cronaca, anche minimi, si ricava il segno dei tempi più che dai manifesti politici,
proprio per la spontaneità degli eventi e la meccanica delle risposte da parte del potere pubblico e dell’opinione generale.
In questo senso è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante.
La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine. Unite insieme dalla realtà dei fatti e dal gigantismo della sua proiezione fantasmatica, povertà e immigrazione, colpa e peccato recintano gli esclusi, nuovi “banditi” della modernità , perchè noi – i garantiti, gli inclusi – non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere.
Il fatto è che questi esseri umani ridotti a massa contabile, senza mai riuscire ad essere persone degne di una risposta umanitaria, e ancor meno cittadini portatori di diritti, sono improvvisamente diventati merce politica oltremodo appetibile, in un mercato dei partiti e dei leader stremato, asfittico, afasico.
Impossibilitati a essere soggetto politico in proprio, si trovano di colpo trasformati in oggetto della politica altrui, che vede qui, sui loro corpi reali e simbolici, le sue scorciatoie alla ricerca del consenso perduto.
Contro di loro si può agire con qualsiasi mezzo, meglio se esemplare. Senza terra e senza diritti, sono ormai senza diritto, i nuovi fuorilegge.
Ci sono due elementi che hanno determinato questo cortocircuito: il primo è il sentimento di incertezza e di smarrimento identitario che è cresciuto nella fascia più fragile, più periferica, più isolata e più anziana della nostra popolazione di fronte all’aumento dell’immigrazione nel Paese.
Un sentimento di solitudine a casa propria, di perdita del legame collettivo di un’esperienza condivisa, e quindi di indebolimento comunitario: che è ormai mutato in risentimento, annaffiato e concimato per anni da una predicazione politica selvaggia e irresponsabile, che trae le sue fortune dalla paura dei cittadini più deboli, puntando a infragilirli ancora invece che a emanciparli.
Poi si è aggiunto il secondo elemento, psicopolitico.
La sensazione che il mondo sia fuori controllo, che i fenomeni che ci sovrastano – crisi del lavoro, crisi economica, crisi internazionale con gli attacchi dell’Isis – non siano governabili, e che dunque il cittadino sia per la prima volta nella storia della modernità “scoperto” politicamente, non tutelato, nell’impossibilità di dare una forma collettiva alle sue angosce individuali, e nell’incapacità dei partiti, dei governi e degli Stati di trovare politiche che arrivino a toccare concretamente il modo di vivere degli individui che chiedono rappresentanza e non la trovano.
Stiamo assistendo semplicemente – e tragicamente – al contatto e all’incontro tra la domanda politica più spaventata e meno autonoma degli ultimi anni e un’offerta politica gregaria del senso comune dominante, opportunistica, indifferenziata.
La prima chiede tutela quasi soltanto attraverso l’esclusione, il respingimento, il “bando”, accontentandosi di non vedere il fenomeno purchè le città che abita siano ripulite e i banditi finiscano altrove, non importa dove.
L’altra asseconda gli istinti e rinuncia ai ragionamenti, sceneggiando prove di forza con i più deboli, alla ricerca di un lucro politico a breve, che mette fuori gioco ideali, storie, tradizioni, identità politiche, e cioè quella civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri che si vorrebbe difendere.
È chiaro che una risposta al sentimento-risentimento dei cittadini spaventati va data, ma la si può e la si deve cercare dentro un governo complessivo della globalizzazione, non privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la nostra libertà a danno degli altri, spinti sulle nostre sponde da un’angoscia di libertà estrema la cui posta è addirittura la sopravvivenza.
Siamo ancora in tempo per cercare insieme un pensiero di governo che tuteli la libertà di tutti, unica vera garanzia politica: liberando la povertà dalla moderna colpa per restituirla alla dinamica sociale e sgravando il migrante di quel peccato collettivo che gli abbiamo caricato addosso, facendolo bersaglio di azioni “esemplari” che riempiono cinicamente il malgoverno delle città , il nullismo della politica.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
CL NEL LIMBO DEGLI APPLAUSI PER CHIUNQUE SIA IN MOVIMENTO, ANCHE SE NON E’ CHIARO VERSO QUALE META
Il limbo di Comunione e liberazione. Dopo la passione berlusconiana, l’amour fou per Matteo Renzi, per non parlare dell’epoca andreottiana, ora il Meeting di Rimini è stato folgorato dalla non scelta.
Questa edizione all’insegna dello smarrimento e della ricerca di appigli segnala la debolezza di un movimento che, nonostante abbia ancora un suo spazio nella società italiana, è in stato confusionale.
Il limbo è quello in cui i ciellini non sanno se sposare davvero e fortemente l’ipotesi delle larghe intese, anche perchè come si è sentito in questi giorni lamentano il fatto che nè Berlusconi nè Renzi le vogliono esplicitare per ovvi motivi da campagna elettorale.
E non sanno fino a che punto personalità , sia pure a loro gradite come Paolo Gentiloni ed Enrico Letta, possano avere un futuro pesante nel quadro politico che si delineerà dopo le prossime elezioni.
Ed è così che il popolo di Cl ha solcato per sei giorni, talvolta spaesato, i lunghi corridoi della Fiera di Rimini.
Dopo il pienone della fase iniziale, il calo delle presenze non passa inosservato. Spazi vuoti, poche persone tra gli stand o a chiacchierare vicino le piscine.
Nonostante questo gli organizzatori comunicano che i numeri sono gli stessi dell’anno scorso, ovvero 800mila presenze, e mostrano una tabella: “Vedete, rispetto allo scorso anno sono stati emessi 2000 scontrini in più”.
Dalla riviera romagnola si getta lo sguardo un po’ a destra e un po’ a sinistra. Guardando nel campo berlusconiano emergono da una parte una disaffezione per il leader di Forza Italia, al netto di qualche nostalgia, e un interesse in chiave cattolica-Ppe verso il moderatismo di tipo europeo incarnato da Antonio Tajani.
Tra gli stand si aggira, in scarpe da ginnastica da chi qui c’è sempre stato, Maurizio Lupi.
Saluta gli amici ma non è più la star di una volta quando il padrone di casa era Roberto Formigoni, ormai assente. Lupi non partecipa a un panel dal 2013 e quest’anno preferisce non parlare con la stampa.
Segno che i guai di un partito spaccato sulla posizione da tenere alle elezioni regionali siciliane incombono anche qui soprattutto quando nello stesso giorno si ritrovano nei salotti del Meeting il leader di Ncd Angelino Alfano e il braccio destro del leader di Forza Italia, Valentino Valentini.
Il ministro degli Esteri è qui per parlare di migranti e nella platea c’è chi si spella le mani per applaudirlo.
Perchè il limbo è fatto così: di applausi. Tutto lo smarrimento di questa fase dubbiosa di Comunione e liberazione è punteggiato da scoppi di entusiasmo, e per certi versi contraddittori, nei confronti degli ospiti che hanno scelto questa platea dimostrando di volerle dare importanza.
Luciano Violante e Fausto Bertinotti, due figure agli antipodi, due sinistre un tempo radicalmente opposte e oggi un po’ meno ma sempre diverse, sono state salutate con ovazioni quasi da stadio.
Uno degli oggetti polemici di Cl è sempre il progressismo ed è questo il motivo per cui l’accoglienza nei confronti di chi è partito da posizioni progressiste per arrivare a una revisione almeno parziale delle medesime è stata particolarmente calorosa.
Qui vanno citati gli applausi a Bertinotti, a Violante e Gherardo Colombo. Questi ultimi due, provenienti tra l’altro, sia pure in epoche diverse, da quella matrice cosiddetta giustizialista che presso il meeting di Rimini non ha mai trovato audience e anzi ha provocato ostilità .
Eppure nella riviera romagnola il racconto è cambiato. Il limbo è un luogo tipicamente non roccioso, anzi è un terreno mobile e chiunque sia culturalmente in movimento anche con accenti autocritici (a proposito i ciellini per la prima volta hanno tentato autocritica su se stessi) viene considerato, da questo popolo mutante, una sorta di compagno di viaggio.
Non vogliono parlar di politica e di partiti, almeno apertamente.
Le due interviste apparse alla vigilia del Meeting, quella della presidente Emilia Guarnieri su Repubblica in cui viene detto che le larghe intese non interessano, e quella del presidente della Fondazione per la sussidiarietà Giorgio Vittadini a favore invece delle larghe intese alla tedesca, hanno creato parecchio scompiglio nel popolo ciellino.
Ed è per questo, che nella 38esima edizione del Meeting, I vertici sono stati ben attenti ad evitare endorsement o schierarsi da una parte o dall’altra. A parte le belle parole spese per Letta e Tajani allo stesso tavolo: “Sono loro quelli che ci piacciono”, ha detto Vittadini. Ma si parla comunque di persone che oggi si trovano in panchina. E sta di fatto che, per evitare scivoli e prendere posizioni più secche come ci si aspetterebbe da chi in passato lo ha sempre fatto, la consueta conferenza stampa finale viene annullata: “Manderemo un comunicato”, viene riferto.
È pur vero che la fascinazione per il potere da queste parti si trova sempre, anche se non viene più esibita in maniera plateale e smodata come ai tempi della ola per Andreotti, delle urla “Chi non salta comunista è” per salutare Berlusconi, e dei selfie di Renzi.
Adesso nelle parole dei militanti Cl, anche dei più giovani e ce ne sono tanti, emerge un dato: “Cos’è il potere, dove è e cosa è?”, chiede uno studente di Milano. Da questo punto di vista il Meeting è uno specchio della società italiana.
C’è la sfilata dei ministri acclamati spesso a prescindere, così come è stato applaudito il sindaco di Venezia Brugnano nonostante abbia detto che se una persona urla Allak Akbar va abbattuto subito.
È presente mezzo governo da Angelino Alfano di Ncd all’ex Cgil Valeria Fedeli passando per Giuliano Poletti, proveniente delle Coop, apprezzato anche lui: “La frase ‘Per trovare lavoro è meglio una partita a calcetto che mandare curriculum’ è giusta”, dicono i più giovani che hanno curato una mostra sull’occupazione all’ingresso della quale hanno posizionato un campo di calcetto citando le parole del ministro.
Renziani pochi. Più che altro sono presenti sindaci come Dario Nardella e Matteo Ricci. Ma da queste parti il nome del segretario Pd Matteo Renzi è quasi impronunciabile.
Eppure è sempre il convitato di pietra quando dal palco qualcuno dice, soprattutto Vittadini, no al one man show o all’uomo solo al comando.
Questa per il momento sembra essere l’unica certezza in casa Cl, ma fino a quando il quadro politico non sarà chiaro un endorsement vero e proprio non ci sarà . Rimangono la simpatia per Paolo Gentiloni e gli applausi che gli sono stati concessi. Ma come si sa, alla Fiera di Rimini, il premier riscuote sempre consenso, ma attenzione a considerarlo un punto di riferimento per Cl che, nella sua perdita di centralità , ha scoperto la non scelta.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
UN ALTRO COMPAGNO DI MERENDE DI TOTI: “ARRIVANO I MAO MAO A ZUCCARELLO”
La rete regionale ligure contro le discriminazioni ha inviato una segnalazione all’Osservatorio
Media dell’UNAR (dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che opera in collaborazione con la Polizia Postale per contrastare i contenuti razzisti sul web.
«L’Assessore Mai con fare arrogante e provocatorio, opponendosi all’arrivo di 6 (sei) richiedenti asilo nel comune di Zuccarello, ha definito queste persone “Mao Mao”, usando testualmente questa frase “arrivano i mao mao, sto pensando di togliere il red carpet”. Queste parole sono state usate con un chiaro intento dispregiativo e razzista. Questa Giunta regionale non e’ nuova a questo tipo di dichiarazioni, mostrando per l’ennesima volta il lato greve e profondamente discriminatorio che la contraddistingue. Basti ricordare il Presidente Toti qualche tempo fa, quando un suo follower chiese su Fb: «Presidente quando ci liberiamo di queste “bestie nere”?».Toti rispose, glissando sulla frase razzista, quasi dandola per scontata.
Se l’Assessore Mai, che sappiamo essere fedelissimo e devoto seguace del più famoso Matteo Salvini, intende continuare a svolgere il proprio ruolo istituzionale con questo stile volgare e offensivo sappia che troverà orecchie e occhi attenti nel denunciarlo come abbiamo fatto oggi.
Lui come tutti quelli che diffondono messaggi di intolleranza e razzismo. Noi non ci facciamo certo intimidire» concludono dalla rete regionale contro le discriminazioni.
(da “il Secolo XIX”)
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