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LA GRILLINA CHE CADE NELLA BUCA E CHIEDE IL RISARCIMENTO AL COMUNE DI ROMA

Marzo 15th, 2018 Riccardo Fucile

LA MILITANTE GRILLINA HA RIPORTATO FRATTURE E FERITE E CHIEDE 40.000 EURO DI DANNI

Paola Giannone era entrata nelle cronache della Narnia a 5 Stelle formatasi in Campidoglio in quanto aspirante assessora al lavori pubblici bocciata in favore di Margherita Gatta.
La Giannone aveva infatti fatto ricorso al TAR contro la scelta di Virginia Raggi, ma il tribunale le aveva dato torto.
Oggi l’architetta è insegnante torna nelle cronache della città : Repubblica Roma racconta che la militante grillina ha riportato varie ferite e la frattura del setto nasale in una rovinosa caduta nell’atrio della scuola di via Fabiola sulla Gianicolense e ha deciso di citare per danni il Comune, responsabile dell’inesistente manutenzione dell’area esterna all’edificio.
Questo perchè dopo l’accaduto, cinque mesi fa, il braccio di ferro che ha avviato con il Comune è ancora tutto da risolvere.
«Ironia della sorte – spiega a Lorenzo D’Albergo la protagonista del capitombolo – l’attivista che voleva fare l’assessora è cascata nella buca. Una mia alunna era davanti a me, non ho visto la buca. Sono finita prima in ambulanza e poi in ospedale. Tutto a causa dell’inesistente manutenzione del manto di asfalto nel cortile della scuola». L’aspirante assessora ha presentato regolare richiesta di risarcimento per la scivolata “causata dall’importante disconessione nell’asfalto, dovuta da cattiva manutenzione”. Alla denuncia, presentata sia all’Inail, che al XII municipio e ad Assicurazioni di Roma, Paola Giannone ha allegato foto e regolare referto medico rilasciato dal pronto soccorso del San Camillo: il bollettino mette in fila contusioni a una mano, alle ginocchia e una brutta frattura delle ossa del naso.
Secondo la Giannone tutto ciò è accaduto a causa della scarsa manutenzione del luogo, che fa in capo al Comune di Roma.
A quel punto però il Comune è scomparso: . «Si stanno defilando tutti – racconta – e guarda un po’ anche le Assicurazioni di Roma che coprono il Comune. Il danno si aggira sui 40 mila euro. Se moltiplicato per tutti gli infortunati che cadono a causa delle voragini disseminate in giro per la città , altro che “buco” di bilancio».
La Giannone, scrive Repubblica, ha quindi deciso di citare il Comune. Nella sua stessa condizione ci sono circa 4mila romani che hanno fatto richiesta per risarcimenti nel 2017. Ancora aspettano tutti.

(da “NextQuotidiano”)

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VERGOGNA LAMPEDUSA, L’ISOLA DOVE NAUFRAGA IL DIRITTO

Marzo 15th, 2018 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELLE ASSOCIAZIONI: VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI NEL DEGRADO DEL CENTRO DI ACCOGLIENZA, TRATTAMENTI DISUMANI E GESTIONE FALLIMENTARE, NEGATO L’ACCESSO AI LEGALI

Se la qualità  della democrazia di un Paese è direttamente proporzionale a quella delle sue carceri, altrettanto si può dire del suo sistema d’ accoglienza.
Spesso basta varcare la soglia di un centro per migranti per entrare in un mondo che ha ben poco a che fare con la narrazione a cui ci hanno abituati i proclami delle forze politiche e i dibattiti televisivi.
E che ha poco a che fare con la stessa accoglienza.
La Coalizione Italiana per i Diritti e le Libertà  Civili (CILD), l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e IndieWatch pochi giorni fa hanno inviato a Lampedusa avvocati, ricercatori e mediatori per vedere cosa sta realmente accadendo nell’hotspot dove sono ospitati migranti giunti in Italia dopo aver rischiato la vita per attraversare il Mediterraneo.
Proprio lì dove dovrebbero essere al sicuro, uomini, donne e bambini vivono in condizioni precarie e non si sentono tutelati e protetti. I rappresentanti delle tre organizzazioni hanno raccontato di sistematiche violazioni dei diritti umani, perpetrate anche a danno di categorie vulnerabili.
Agli avvocati Crescini e Santoro è stato negato l’accesso al centro, nonostante avessero alcuni loro assistiti all’interno, ledendo così di fatto il diritto alla difesa delle persone.
Le testimonianze dei migranti raccolte da CILD, ASGI e IndieWatch restituiscono l’immagine di un centro che fa venire i brividi: centinaia di persone vivono in condizioni igieniche e materiali indecorose; minori e donne sono costretti ad alloggiare in sostanziale promiscuità  con i maschi adulti.
Non esiste una mensa e il cibo, di scarsissima qualità , deve essere consumato in stanza o all’aperto; i water alla turca sono senza porte e i “materassi” (tre centimetri o poco più di gommapiuma) sporchi, deteriorati e ammuffiti.
Altra difficoltà  per i migranti ospitati a Lampedusa è formalizzare le domande di protezione internazionale: ai richiedenti asilo, infatti, non viene rilasciato alcun titolo di soggiorno.
Di fatto, questi ultimi non possono lasciare l’isola perchè senza tale titolo non possono acquistare biglietti per il trasporto aereo o via mare e sono costretti a vivere nell’hotspot anche per molte settimane.
Il 2018 si è aperto a Lampedusa con il suicidio di un migrante ospitato nell’hotspot. Evidentemente neanche la morte di una persona ha fatto sì che le condizioni di vita nel centro cambiassero.
La situazione è degenerata nuovamente l’8 marzo, quando a seguito dell’ennesimo atto di autolesionismo — un migrante ha infatti ingoiato una lametta, il secondo in sette giorni — si sono esasperati gli animi e una stanza del centro è stata data alle fiamme.
Secondo le testimonianze raccolte, al tentativo degli ospiti di uscire dal cancello principale per protesta è seguita una violenta repressione delle forze dell’ordine.
Nel corso delle cariche, una bambina di soli 8 anni e una ragazza di 23 hanno subito lesioni riconducibili a colpi di manganello e sono state condotte presso il pronto soccorso dell’isola.
Se queste dichiarazioni fossero confermate appare evidente che un centro in tali condizioni configuri trattamenti disumani e degradanti.
Un luogo da cui le persone andrebbero tutte trasferite e di cui sarebbe opportuna l’immediata chiusura.
Anche il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà  personale ha parlato il 24 gennaio scorso di condizioni “indecorose e inaccettabili”. Non sorprende quindi la decisione di chiudere temporaneamente l’hotspot presa il 13 marzo al Viminale dal Capo Dipartimento per le Libertà  civili e l’immigrazione, dal Direttore Centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere del Dipartimento di Pubblica Sicurezza e dal Sindaco di Lampedusa.
La chiusura è stata sancita per consentire lavori di ristrutturazione dopo un progressivo e veloce svuotamento del centro.
Se fossero confermate le testimonianze raccolte, anche i metodi di gestione dovrebbero cambiare in modo radicale, per rispettare i diritti fondamentali di chi arriva nel nostro Paese.
Noi ci siamo impegnati nel sostenere i migranti nella consapevolezza e nell’accesso ai propri diritti, nel partecipare alla vita pubblica e nel favorire un cambiamento della percezione degli stessi nell’opinione pubblica.
Se cambiare la percezione di una realtà  consolidata richiede tempo, è indispensabile e necessario che non si verifichino violazioni dei diritti degli uomini e delle donne che ospitiamo.
Nel dicembre 2013 l’Italia si è indignata per le “docce disinfestanti” imposte ai migranti nel centro di Lampedusa. Vogliamo credere che quell’indignazione non sia troppo lontana e che cinque anni appena non abbiano cancellato la memoria di quei gesti lugubri.
In attesa che si formi un nuovo governo, gli ultimi eventi che sono stati riportati sull’hotspot di Lampedusa devono rappresentare un forte monito per tutta la classe politica.
Noi chiediamo ai nostri rappresentanti in Parlamento il perchè di tutto questo. Chiediamo spiegazioni e uno sforzo fondamentale per continuare a essere credibili in tema di migrazioni e più in generale di diritti umani: andare a vedere coi propri occhi come vivono i migranti che “accogliamo”, ascoltarne le voci e far si che non si verifichino forme di abuso e violazioni dei loro diritti.
I loro diritti sono anche i nostri. Ne va della qualità  della nostra democrazia, della nostra capacità  di accogliere, di partecipare.
Del nostro stesso Stato di diritto.

Marco De Ponte
Secretary General of ActionAid Italy

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RAGAZZO ITALIANO 20ENNE PICCHIA LA MADRE E LA TIENE AL GUINZAGLIO: ARRESTATO PER MALTRATTAMENTI

Marzo 15th, 2018 Riccardo Fucile

SARANNO I VALORI DELLA FAMIGLIA DA PRESERVARE DALL’INVASIONE … METTETELO IN GALERA E BUTTATE LA CHIAVE

È una storia di terribile degrado, quella scoperta in un appartamento della periferia di Sanremo. Botte, insulti, violenze psicologiche, richieste continue di denaro.
Un girone infernale che, al momento, non si sa da quando andasse avanti. E che si ripeteva sempre uguale, ogni giorno.
A finire nei guai, dopo una segnalazione partita dai servizi sociali, è un ragazzo di 20 anni che tormentava la madre di 57 arrivando addirittura a trascinarla in giro per casa con il guinzaglio del cane: una umiliazione reiterata, confermata al momento dai segni scoperti dagli assistenti sociali sul collo della donna.
Esausta, ma soprattutto precipitata in un vortice di paure, la cinquantasettenne nelle scorse settimane si è rivolta ai servizi sociali del Comune. Impossibile continuare a convivere con quel figlio di appena 20 anni diventato ormai un tiranno.
La donna ha raccontato il suo inferno domestico entrando nei particolari. Non soltanto le sberle, gli strattoni, le parolacce: per mettere a segno il suo completo dominio psicologico sulla madre e completare l’annullamento della personalità  della donna il ragazzo ha studiato un metodo da film dell’orrore.
Sistemava, questa la ricostruzione delle forze dell’ordine, un guinzaglio al collo della donna e, dopo le botte, la portava «a spasso», come fosse un cane, tra le stanze di casa. Il padre, anche lui terrorizzato dal ragazzo, per sfuggire alle sue angherie spesso dormiva fuori, sistemandosi in un furgone sotto l’appartamento.
Preferiva non vedere, allontanarsi: dava al figlio un po’ dei soldi che questo continuamente chiedeva e lasciava l’alloggio, esasperato, terrorizzato. Non aveva nemmeno la forza di difendere la moglie.
La mamma prima ha subìto, poi, fortunatamente, ha trovato la forza di dire no. Si è rivolta ai servizi sociali, per un aiuto. E ha trovato qualcuno che non soltanto l’ha ascoltata: gli assistenti hanno chiamato la polizia, cercando il modo di tirarla fuori dall’incubo. Troppo gravi i racconti della donna.
Le indagini, tra ascolto di testimoni, pedinamenti e microspie installate nell’appartamento, hanno portato il pm Paola Marrali a chiedere una misura cautelare in carcere.
Il provvedimento è stato firmato dal gip Paolo Luppi e l’altra mattina è stato eseguito. L’accusa per il ventenne sanremese è di maltrattamenti in famiglia. Per la madre, adesso, si apre un percorso di recupero.

(da “Il Secolo XIX”)

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GENOVA, CADE E MUORE IN UNA VORAGINE IN ATTESA DI SISTEMAZIONE DA DUE ANNI

Marzo 15th, 2018 Riccardo Fucile

INVECE CHE METTERE IN SICUREZZA UNA BUCA, COMUNE E PRIVATI STANNO A FARSI CAUSA DA DUE ANNI

Il cadavere di un pensionato è stato trovato questa mattina all’interno di un cantiere in via Berno , nel quartiere genovese di San Fruttuoso: è caduto in una buca provocata dall’ondata di maltempo del 5 marzo 2016   , che a sua volta si trova a valle della voragine provocata dall’alluvione del 4 novembre 2011, quasi 7 anni fa .
Sul posto sono arrivati agenti di polizia, la Scientifica e le ambulanze del 118, mentre molti residenti della zona sono scesi in strada per protestare contro questi lavori “infiniti
L’uomo deceduto si chiamava Emilio Quinto, aveva 87 anni ed era molto conosciuto nella zona: era un artigiano in pensione; sul bordo della voragine sarebbero state trovate un paio di ciabatte, che potrebbero essere le sue.
Via Berno convive da tempo con problemi legati al sottosuolo. La strada già  nell’alluvione 2011 aveva iniziato a trasformarsi in un colabrodo, ma la voragine in questione si è formata nel marzo del 2016 sopra l’interrato rio Rovare.
Da allora, oltre al fatto di vivere vicino a una buca di due metri per quattro, ci sono stati disagi anche riguardo ai miasmi fognari e alla presenza di topi.
La vicenda è stata al centro di un contenzioso con il Comune, che voleva intervenire in danno e poi farsi risarcire. La strada infatti è privata, ma i residenti avevano chiesto all’amministrazione comunale di eseguire i lavori e accollarsi le spese.
E mentre la burocrazia complica l’esistenza c’e’ chi muore per non aver chiuso una buca.

(da agenzie)

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