Marzo 21st, 2018 Riccardo Fucile
“IMPENSABILE UN PARTITO UNICO, SIAMO TROPPO DIVERSI”
“Salvini ha preso più voti, ma si rassegni: il centrodestra è coalizione nazionale dalla Valle d’Aosta
fino alla mia Sicilia. Forza Italia è senza dubbio l’elemento unificante della coalizione e al sud ha preso 4 volte i voti della Lega e quindi sarei cauta a parlare di leadership. Se Salvini avesse preso nel Mezzogiorno i voti che Forza Italia ha preso al Nord avremmo una larga maggioranza”.
Lo dice la forzista Stefania Prestigiacomo, intervistata dal Corriere della Sera
‘È vero che c’è in atto un’opa della Lega?’, le viene chiesto.
“Le assicuro che andrà quasi deserta”, risponde Prestigiacomo per la quale non ci sarà alcun partito unico: “sarebbe impensabile. Forza Italia e Lega sono due partiti profondamente diversi per storia, cultura e base sociale”, FI “ha un dna di forza di governo e probabilmente chi ha fatto una opposizione gridata, magari demagogica, in una fase di crisi, ha avuto più ascolto da parte delle gente arrabbiata”, inoltre “dovevamo insistere sull’impianto proporzionale alla tedesca.
“Questa legge elettorale è assurda”, “in Sicilia Forza Italia ha preso il 21% ed ha eletto 6 deputati e 3 senatori. Un finto proporzionale con tutti i difetti del maggioritario”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 21st, 2018 Riccardo Fucile
IL RITARDO NEI SOCCORSI E L’INDIFFERENZA
Mariam Moustafa aveva solo 18 anni e con la famiglia si era trasferita da Ostia a Nottingham, in Inghilterra, dove studiava Ingegneria.
Proprio lì, il 14 marzo ha perso la vita dopo tre settimane di coma causato da un’aggressione da parte di un gruppo di ragazze all’esterno del Victoria Centre, in Parliament Street.
A parlare della scomparsa della giovane è il padre Hatim Mohamed Moustafa sulle pagine del Corriere della Sera, ancora incredulo ma agguerrito, alla ricerca della verità .
“Tutti hanno visto ma nessuno ha chiamato la polizia. Nemmeno l’autista del bus dove si trovava Mariam […] L’ho fatto io, cinque ore più tardi, quando mia figlia si è sentita male e l’ho portata in ospedale. Quello da dove l’hanno dimessa dicendo che aveva un piccolo problema al cervello […] E solo cinque ore più tardi sono andati a esaminare l’autobus, a vedere se c’erano macchie di sangue o altro.”
E sulla baby gang di sconosciute che ha strappato la vita a Mariam, Hatim ha le idee chiare.
“Brutta gente, sono sei, mi hanno detto che adesso le hanno anche arrestate. Fanno paura, sono pericolose. Avrebbero picchiato anche me. Vengono da un ambiente balordo.”
Si parla anche di responsabilità mediche legate al decesso della giovane italo-egiziana, ma il padre non si pronuncia sulla possibilità di una denuncia, delegando ogni decisione ai suoi legali.
Tragico il destino di Mariam, compiutosi in una terra dove la sua famiglia credeva di poter coltivare sogni di benessere.
“Volevo solo farla stare meglio. Non posso negare che qui il business è un’altra cosa rispetto all’Italia. Il lavoro, lo studio, tutto. Il futuro era incerto, ma proprio non pensavo che sarebbe tutto finito in questo modo orribile.”
Attestati di solidarietà alla famiglia sono giunti sia dai cittadini di Nottingham che dalla comunità di Ostia, dove Hatim aveva gestito una pizzeria e si era occupato di antiquariato prima del trasferimento in Inghilterra.
“Sono cose che ti fanno stare meglio […] ma dura poco perchè non puoi fare a meno di pensare a quello che è successo e a come è successo. Voglio chiarezza su tutti gli aspetti di questa storia.”
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 21st, 2018 Riccardo Fucile
BASTA IL SI’ DI CHI SI STA CERCANDO
Dopo il via libera alla possibilità di risalire e anche conoscere la madre biologica, previo consenso
della donna, la Cassazione apre oggi alla possibilità , per i figli adottivi alla ricerca dei loro legami di sangue, di sapere che fine hanno fatto gli eventuali altri fratellini o sorelline dati anche loro in adozione e cresciuti da altre famiglie.
Con questa decisione, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un uomo ormai adulto, adottato da piccolo da una famiglia piemontese, che vuole avere notizie delle due sorelline date in adozione, decenni fa come lui, a due famiglie diverse.
Già per due volte, l’ultima nel 2013, Pierluigi Z. si è sentito rispondere «no» dalla corte di Appello di Torino che gli ha detto che il diritto alla riservatezza sull’identità delle sue sorelle prevale sul suo diritto a recuperare i legami biologici.
La Suprema Corte, con un verdetto depositato oggi, ha invece accolto la richiesta di Pierluigi e ha incaricato la Corte torinese di tornare sui suoi passi e dare una chance alla sete di verità e affetto di questo fratello maggiore che non ha dimenticato le due piccole sorelle dalle quali è stato separato, e finite separate anche loro.
«L’adottato ha diritto di conoscere le proprie origini – ha stabilito la Cassazione – accedendo alle informazioni concernenti, non solo l’identità dei propri genitori biologici, ma anche quella delle sorelle e fratelli biologici adulti, previo interpello di questi ultimi mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità dei soggetti da interpellare, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle informazioni richieste o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo all’esercizio del diritto».
Ora per Pierluigi, e per tante altre persone che non si arrendono alla cappa di segretezza – non più inespugnabile – delle adozioni, la strada è aperta e per percorrerla basta il «sì» di chi si sta cercando.
(da agenzie)
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Marzo 21st, 2018 Riccardo Fucile
MEDICI E INFERMIERI DELL’OPERAZIONE FREEDOM MOUNTAIN CHE HA BASE A BARDONECCHIA: “E’ NOSTRO DOVERE AIUTARE CHI E’ IN PERICOLO”
«Soccorrere non è un crimine». Parte da Torino la solidarietà alla guida alpina francese che rischia cinque anni di carcere per aver aiutato – il 10 marzo scorso al Monginevro – una donna migrante incinta al confine tra Italia e Francia.
Il gruppo di medici e infermieri volontari della missione «Freedom Mountain» che dallo scorso dicembre assiste chi attraversa la montagna rischiando l’assideramento e la vita attraverso il Monginevro e Bardonecchia ha dato il via stamattina sui social a una campagna in tre lingue: italiano, inglese e francese: «Soccorrere non è un crimine», «Rescue is not a crime», «Sauver n’est pas un crime».
Soccorrere è un dovere. E la cura non è da confondere col favoreggiamento all’immigrazione.
Questa la convinzione che ha dato immediatamente il via all’iniziativa tra i volontari dell’associazione, appena diffusa la notizia del fermo operato dalla gendarmeria francese: la donna – che poche ore dopo il salvataggio ha partorito all’ospedale di Brianà§on – era stata colta dalle doglie mentre camminava sulla neve ai 1900 metri del Monginevro, insieme al marito e ad altri due figli di 2 e 4 anni.
Il dottor Paolo Narcisi, fondatore dell’associazione Rainbow for Africa e coordinatore della missione «Freedom Mountain» con base a Bardonecchia, è lapidario: «Per noi medici e inf ermieri è imprescindibile che chi è in pericolo, chi ha bisogno, chi è malato debba essere so ccorso. E questo soccorso non può essere reato: non lo può essere per il procuratore di Catania Zuccaro che sequestra una nave Ong di Open Arms e non lo può essere per la Gendarmeria francese che incrimina la guida alpina che ha soccorso la donna incinta che stava per partorire». E questo, «al di là dei confini e del fatto che sia reato immigrare clandestinamente».
La donna migrante soccorsa aveva scelto insieme alla sua famiglia la strada apparentemente meno ardua per arrivare in Francia: quella che dalla Valle Stretta sopra Bardonecchia sale al Col d’Echelles per poi scendere a Nevache, nuova rotta di migranti. La guida alpina ora incriminata li ha trovati e soccorsi stremati nella neve e li ha caricati in auto per raggiungere l’ospedale francese.
Ma la vettura è stata fermata dalla gendarmerie, la donna caricata in ambulanza per essere portata in ospedale, e la guida è stata accompagnata in caserma. Qui è scattata la denuncia: favoreggiamento di immigrazione clandestina.
Sono quasi quattro mesi che i medici e gli infermieri volontari di «Freedom Mountain operano tra Bardonecchia e la Francia, con un piccolo centro di accoglienza e soccorso in una stanza messa a disposizione dalle Ferrovie in stazione: «Si pensava che l’inverno avrebbe scoraggiato i migrati dall’avventurarsi in montagna – spiega il dottor Narcisi – invece provano con ostinazione a raggiungere il confine, fino a rischiare la vita, convinti di trovare meno controlli proprio a causa dell’inverno e del freddo. Vestiti con scarpe da ginnastica e maglioncino s’incamminano al buio: «Nessuno di loro immagina che la montagna possa essere più insidiosa del deserto».
(da “La Stampa”)
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