Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile
UN POPOLO ABITUATO ALLE LAGNE MAI AL MERITO
Se c’è la crisi economica dobbiamo dire un grazie all’Europa. 
E se c’è l’emergenza sicurezza, un grazie doppio va dato agli immigrati.
Se si muore in ospedale, è logico con quei medici che ci ritroviamo.
E la scuola? Vogliamo parlare della scuola? Nostro figlio va male anche perchè l’insegnante è isterica.
Vogliamo parlare della burocrazia? È una vergogna.
E le strade bucate? I binari morti? I treni fermi? Gli avvelenatori di professione? I corrotti e i mafiosi? Il merito che non c’è? I figli di papà ? E gli evasori? E i matti che uccidono le mogli?
Ad oggi non è ancora purtroppo stata trovata una cura per far sì che la nostra responsabilità civile, tipo quella che assicuriamo per l’auto, risulti in capo a noi, e a noi soltanto.
Se frugassimo nelle nostre tasche troveremmo le risposte che aspettiamo dagli altri. L’euro — per quanto antipatico ci stia — ci ha salvato il culo.
Gli africani immigrati e disgraziati che noi trattiamo da schiavi salvano i raccolti. Le arance, le mele, le pere e perfino i cetrioli. Bella la metafora del cetriolo. Siamo sempre noi a beccarlo, vero?
E se la sicurezza è quella che è prendiamocela pure un po’ con chi è pagato per garantirla e troppo spesso fa finta di dimenticarlo.
Ricordiamoci che abbiamo il più alto rapporto europeo tra abitanti e poliziotti.
E quando chiamiamo l’idraulico chiediamogli la fattura. E se noi siamo quell’idraulico, scriviamo sta benedetta fattura.
E a proposito dell’ospedale: non dimenticare mai che tuo cugino, si proprio tuo cugino è là e sai come.
E di tuo figlio vogliamo parlare? Ricordi finora quanto hai speso di telefonino per lui, quanti ne ha cambiati, quanto studia e quanti casini combina?
Devo rammentarti il conto per la festa del 18esimo compleanno? Era indispensabile affittare la discoteca e sganciare tremila euro?
E se le strade sono bucate, perchè imperterrito continui a votare l’amico del tuo amico che è un cialtrone?
A proposito: quando verrà l’ora del processo al merito — che attendi da quel dì — come la mettiamo con la tua asineria?
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile
LA MELONI MOLLA MARINE LE PEN E SCEGLIE QUELLO CHE DOVREBBE ESSERE IL SUO NEMICO, SALVINI ABBANDONA IL DIO PO… SONO I RIVOLUZIONARI DA SALOTTO CHE AMANO LE BARRICATE FATTE COI MOBILI DEGLI ALTRI
Adieu Marine. La destra italiana dopo aver corteggiato con insistenza da stalker il lepenismo volta le spalle al “modello francese” e si rivolge altrove.
Le due immagini che segnano lo strappo sono quelle di Giorgia Meloni affacciata sul Danubio con Viktor Orban e di Matteo Salvini che sventola il rosario sul palco di Milano. Fotografie diverse per due tipi differenti di divorzio politico.
La Meloni volta le spalle al lepenismo severo ma perdente di Marine — tanto entusiasmo, pochissimi risultati — e sceglie il nazionalismo di governo, quello che vince.
Orban è la figura più radicale dei leader “semi-europei”, quelli che sono entrati nell’Unione senza adottare l’euro e da qualche tempo ne contestano addirittura il fondamento ontologico affermando che è giunta l’ora di «liberarsi dai dogmi e dall’ideologia occidentale europea».
La danza ungherese di Giorgia nasce probabilmente dall’inseguimento del voto estremista che potrebbe spostarsi su Casa Pound, associato a una scarsa considerazione della logica: un partito sovranista italiano a Orban dovrebbe dichiarargli guerra, visto che è lui — con i suoi muri e con il suo dumping fiscale — ad aver messo in difficoltà l’Italia bloccando la delocalizzazione dei profughi e incentivando quella delle aziende.
Salvini, al contrario, cancella dall’album di famiglia la laicissima Le Pen per prendersi il voto delle vecchiette della messa delle sei.
Mossa politicamente geniale ma senz’altro spiazzante per la tradizione della vecchia Lega, che più che l’icona di Padre Pio santificava quella dei Celti, mito fondante del secessionismo di Bossi e delizia dei militanti che per anni andarono ai raduni travestiti da Braveheart, capelli scarmigliati e faccia tinta di blu.
Irene Pivetti, quando mandò a quel paese il Senatùr, lo definì «adoratore pagano, istigatore di una religiosità laica, naturalista e panteista»: chissà se, vent’anni dopo, è contenta di vedere la conversione di Asterix al Vangelo, con tutto ciò che ne consegue.
Ma insomma. A un anno dalle elezioni francesi la relazione con Marine Le Pen — che sembrava così permanente, strutturata, esclusiva – è stato totalmente dismessa, a conferma del fatto che certi innamoramenti nascevano più da ragioni di opportunità e di propaganda che da un’autentica condivisione.
Metà dei programmi lepenisti erano fondati su una critica radicale al capitalismo: una cosa poco conciliabile con l’alleanza al partito liberale e liberista di Silvio Berlusconi e con la proposta della flat tax che è il cardine della campagna elettorale del centrodestra.
L’altra metà verteva su cose come il ritorno al Franco, l’abolizione delle Regioni e l’addio al comando integrato della Nato. Figuriamoci.
Della complessa narrazione lepenista la destra italiana si tiene la parte forse meno rilevante: l’allarmismo sull’immigrazione e l’idea che la priorità nazionale sia «fermare l’invasione straniera».
È la fetta più dolce della torta, quella più facile da servire al Paese, la meno impegnativa nei confronti delle grandi agenzie sovranazionali e anche dei tradizionali referenti in patria: un elettorato tutto sommato conservatore che, come diceva Flaiano, ama le barricate fatte coi mobili degli altri.
L’incontro di Giorgia Meloni con Orban e lo show neo-cattolico di Matteo Salvini dovrebbero in definitiva rassicurare chi agita lo spettro della vittoria di una destra oscurantista, violenta, addirittura fascista, sottolineando le molte (troppe) espressioni sopra le righe della campagna elettorale e l’oltranzismo ostentato sui palchi. Tranquilli, sono sempre gli stessi e torneranno ad esserlo dopo il voto, quando finirà l’esigenza di fregarsi voti l’uno con l’altro in modo creativo e tornerà prevalente l’interesse al governo.
Come hanno dimenticato la Le Pen, si scorderanno Orban. Come hanno smesso di vestirsi da Braveheart, dismetteranno il “Dio lo vuole”.
Anche l’estremismo in Italia si fa all’italiana, e preoccupa meno che altrove.
Flavia Perina
(da “Linkiesta”)
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Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile
PER IL CENTRODESTRA E’ REATO PURE UNA FOTO, PREPARATEVI: SE VINCE SALVINI, PORRO BUSSERA’ ALLA VOSTRA PORTA PER VISIONARE TUTTE LE VOSTRE FOTO RICORDO, DALLE ELEMENTARI ALLA TOMBA
“Tra l’altro credo che quella consigliera non sia più consigliera comunale del MoVimento 5
Stelle»: Luigi Di Maio a Matrix ha “espulso” in diretta la consigliera comunale Maura Paoli, dopo che Nicola Porro aveva mostrato una fotografia che la ritraeva insieme a Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante che ha insultato i poliziotti durante la manifestazione dei centri sociali contro Casapound.
Invece che mandarlo a fanculo, dicendo a Porro che lui ha conoscenze ben peggiori, Di Maio arranca e dice due volte che Maura Paoli non fa più parte del M5S a partire dal minuto 23.
In realtà Maura Paoli, che qualche tempo fa aveva piantato marijuana in segno di protesta e prima ancora aveva accusato il Partito Democratico di aver “avallato” la trattativa Stato-Mafia, fa ancora parte del M5S e del suo gruppo consiliare in quel di Torino e non ci sono notizie che riguardino sanzioni nei suoi confronti da parte del MoVimento 5 Stelle.
È probabile che Di Maio abbia scambiato Maura Paoli per Deborah Montalbano, che è di recente finita in una macchina del fango grillina per una storia di auto blu e taxi casualmente scatenatasi dopo che la stessa consigliera aveva osato criticare l’amministrazione Appendino per non aver rispettato il suo programma ed essere venuta meno alle promesse fatte agli elettori.
Di recente la Montalbano ha comunicato il suo dissenso pubblicamente e stava riflettendo sulla possibilità di lasciare il gruppo consiliare del MoVimento 5 Stelle a Torino.
La Paoli invece non è mai finita nei guai con il resto della maggioranza grillina.
Di Maio quindi o ha sbagliato persona o, peggio, ha annunciato pubblicamente una sanzione nei confronti di Paoli senza che nessuno, nemmeno l’interessata, ne sapesse nulla.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile
NELLA CAMPAGNA ELETTORALE PIU’ PAZZA DEL MONDO, LA COSA GRAVE E’ CHE “LE TV NON DIANO NOTIZIE DELLE INIZIATIVE DEL GENERALE”
«Lei lo sa signor Ministro che lei non è un Ministro della Salute, lei è assolutamente inconsistente perchè chi la ha eletta è un Parlamento di non convalidati».
Testo, parole e — essendo anche un compositore di opere liriche — musica di Antonio Pappalardo, generale dei Carabinieri in pensione, ex parlamentare (con vitalizio) e capopolo della rivoluzione permanente che da qualche tempo agita il nostro Paese.
Ieri il generale, che nei giorni scorsi aveva annunciato di aver presentato un ricorso al Tar per chiedere nientemeno che l’annullamento delle elezioni del 4 marzo, ha interrotto una conferenza della ministra della Salute Beatrice Lorenzin per “arrestarla”.
Durante la presentazione del libro della Lorenzin “Per Salute e per Giustizia” il generale Pappalardo si è alzato agitando in aria il “verbale d’arresto” e procedendo così ad “arrestare” la ministra “abusiva” e non eletta dal popolo perchè facente parte di un Parlamento “incostituzionale” perchè eletto con il Porcellum.
Gli arresti del generale e del suo Movimento Liberazione Italia sono a dir poco leggendari.
Si potrebbe addirittura dire che finchè Pappalardo e i suoi non provano ad arrestarti non sei nessuno. In questi ultimi due anni Pappalardo (che prima stava con i “Forconi”) ha provato ad arrestare l’ex deputato Osvaldo Napoli, il parlamentare PD Ettore Rosato, tutto il Parlamento ed infine il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Per Pappalardo arrestare un politico non è altro che un’azione dimostrativa. La procedura, perfezionata in anni e anni di arresti popolari, sostanzialmente consiste nel leggere — di fronte all’arrestato — un comunicato nel quale gli si dice che è in arresto.
Dopo di che lo si lascia andare e ci si reca al più vicino commissariato di Polizia (o caserma dei Carabinieri) per “formalizzare” l’arresto.
Toccherà poi alle Forze dell’Ordine rendere esecutivo il fermo. Ovviamente non è mai successo.
Invece qualche giorno fa Pappalardo si lamentava su Facebook di essere indagato. A differenza dei suoi arresti da operetta il procedimento a cui è sottoposto il generale pare essere vero, verissimo
Perchè nessuno in televisione parla di Antonio Pappalardo?
Ieri però Pappalardo si è trovato ad operare in un ambiente ostile. Non aveva alle spalle i suoi fedelissimi, la platea era tutta contro di lui e appena ha iniziato a procedere con l’arresto della Lorenzin ha iniziato a rumoreggiare. Ma un buon militare sa che non esiste l’ambiente operativo perfetto, e per questo, urlando “Quanto vi danno per ammazzare i bambini!” il generale è riuscito a portare a termine la missione. I nostri bambini sono salvi, i vaccini non avranno il coraggio di ucciderli ora che c’è il generale a difenderli!
Pappalardo è stato poi gentilmente accompagnato fuori dalla porta e la Lorenzin ha detto: “la scienza nel nostro Paese è diventata provocatoria e non è più una cosa normale” aggiungendo di voler querelare gli intrusi per diffamazione.
Tutto fatto, è stato un successo? Non proprio.
Le agenzie di stampa infatti non riportano l’autore dell’arresto ma fanno riferimento solo ad “un gruppo di no-vax” e ad “un uomo” che ha cercato di consegnare il verbale d’arresto. Pappalardo annuncia che fornirà i nominativi per la querela “perchè vogliamo andare a processo”.
Pappalardo, che immaginiamo la sera sul divano davanti alla televisione, sperava che la notizia dell’arresto della Lorenzin venisse data facendo il suo nome. Ma non è successo.
Il Tg2 ha dedicato qualche secondo alla lettura della nota d’agenzia. Anche su Rai Uno a quanto pare Pappalardo è stato “ignorato completamente”. Secondo il generale «Siamo in un paese dittatoriale,non fanno sapere nulla la stampa e TV prezzolati dal potere, gli astanti amici della Lorenzin si ribellano, hanno paura di non pappare più, vigliacchi».
Perfino Bruno Vespa a Porta a Porta ha parlato della Lorenzin ma non ha nominato il generale “capo dei dimostranti”. Fino ad allora per il generale il fatto che nessuno parlasse di lui era il chiaro segnale che “si stanno cagando addosso e sono tutti abusivi e incostituzionali” e che quindi i free-vax erano sulla giusta strada.
Però il silenzio di Vespa sulla vicenda ha cambiato lo scenario: “tv indegna” tuona via Facebook il generale.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 1st, 2018 Riccardo Fucile
SONO LEGATI ALLA ‘NDRANGHETA… ORA I SOVRANISTI CHE DIRANNO DEGLI IMMIGRATI ITALIANI CHE DELINQUONO NEI PAESI CHE LI ACCOLGONO?
Ci sono i fratelli Bruno e Antonio Vadalà , che da tre giorni risultava irreperibile, e il cugino Pietro
Catroppa fra i fermati nella notte durante la vasta operazione della polizia slovacca a Michalovce e TrebiÅ¡ov in relazione all’inchiesta sull’omicidio del giornalista Jà¡n Kuciak, 27 anni, ucciso con un colpo di pistola al petto mentre era in casa sua, assieme alla fidanzata, Martina Kusnirova, tra giovedì e domenica sera.
La polizia non ha ancora rilasciato dichiarazioni sulle motivazioni del fermo.
«Talian», l’italiano, vive in una piccola cittadina slovacca quasi al confine con l’Ungheria. La villetta di «Nino, l’italiano» pare una fortezza piantata in un’altrimenti tranquilla e borghese area residenziale.
Circondata da un alto muro intonacato di giallo, protetta da cancellate in ferro e telecamere, si può solo intuire la Lamborghini bianca parcheggiata oltre la staccionata. Ed è proprio lì, dove Antonio vive con il fratello Bruno, che la polizia è entrata stanotte per le perquisizioni.
I nuovi fermi si aggiungono ai tre di ieri: si tratta di spacciatori che, in un’intercettazione, parlano di «prendere le armi per andare a Velkà¡ Maca», il paese dove abitava Jà¡n Kuciak.
E sempre ieri sono cadute le prime teste a Bratislava: oltre alle dimissioni del ministro della Cultura, hanno fatto un passo indietro dall’ufficio del governo i due coinvolti nell’inchiesta del giovane reporter: Maria Troskova, e il segretario del consiglio di sicurezza Vilian Jasan, anche lui indicato come vicino all’imprenditore italiano che farebbe parte dell’orbita `ndranghetista.
I due negano: «Si sta facendo abuso dei nostri nomi nella lotta contro il primo ministro Fico». Quanto al ministro della Cultura Marek Madaric, le sue dimissioni poggiano su altri motivi: «Dopo quello che è successo non posso rimanere calmo seduto nella mia poltrona». A Bratislava in molti sono scesi in piazza, manifestazioni commosse con accuse al governo.
Fino a poche ore prima della morte Jà¡n Kuciak stava lavorando a una corposa inchiesta sul pagamento fraudolento di fondi Ue a italiani residenti in Slovacchia con presunti legami con la ‘ndrangheta calabrese.
Di favori e affari tra persone vicine al governo e imprenditori dalle attività quantomeno sospette, di sostegni elettorali garantiti in cambio di protezione.
Sul piatto, tra l’altro, i fondi europei per l’agricoltura e le energie rinnovabili: 2 miliardi Ue per lo sviluppo rurale (2014-2020), 6 milioni per le energie alternative, e oltre 8 milioni di euro slovacchi «dissolti» nelle mani delle famiglie nel 2015-2016. Un bottino ghiotto per i calabresi, che improvvisamente diventano imprenditori agricoli e businessmen devoti al fotovoltaico.
Jà¡n Kuciak punta il dito su quattro famiglie nell’orbita della criminalità calabrese, con le mani in pasta soprattutto nell’agricoltura, nel fotovoltaico, nel biogas e nell’immobiliare. Decine e decine di società , aperte e poi chiuse e centinaia di certificati di proprietà di terreni agricoli per i quali avrebbero ricevuto fraudolentemente sussidi.
Le famiglie coinvolte
Alla testa sempre gli stessi nomi: Vadalà , Rodà , Catroppa e Cinnante. Vicini, più o meno strettamente, ai clan calabresi. E vicini, chi più chi meno, al mondo politico slovacco.
Dopo anni di affari passati inosservati in Slovacchia, è Antonio Vadalà a «mettersi più in luce». In passato, confermano fonti investigative di Bratislava, era stato coinvolto in episodi «minimi» e mai appurati. Una frode immobiliare che aveva fatto svanire 80 mila euro di Iva. Alcuni dipendenti di una ditta agricola di Trebisov, concorrente di Vadalà , che subiscono minacce «particolari»: corone mortuarie e proiettili di fronte ai cancelli.
Vadalà compare anche nelle carte di un’altra inchiesta, questa volta in Italia, nel 2003, che si apre proprio nel periodo del suo trasferimento in Slovacchia e che proverebbe i suoi legami più che stretti con il clan. È solo nel 2011 che Vadalà fa il salto e diventa socio di Maria Troskova, ex modella, e oggi consigliera del premier Fico.
Con lei fonda un’azienda, una delle 40 elencate nel registro delle imprese di Bratislava, e di cui risulta titolare l’italiano.
Ma è la famiglia Rodà che i piedi in Slovacchia li mette per prima, con Pietro Rodà coinvolto già nel 2007 nell’operazione «Ramo spezzato», che aveva smantellato un commercio fraudolento di bestiame tra Italia e Slovacchia. Oggi, è un altro Rodà , il fratello Diego, a prendersi la ribalta, oltre che per le sue attività come «imprenditore agricolo» per la sua collezione di Ferrari e per la mania di parcheggiarne una in salotto.
(da “La Stampa”)
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